Lega Calcio, la Serie A ancora nelle mani di un banchiere: eletto Gaetano Miccichè, fratello del forzista siciliano Gianfranco

ilfattoquotidiano.it 19 marzo 2018

 
 

 
 
Un altro banchiere, e forse non per caso: i rapporti tra club e istituti di credito sono sempre più frequenti (visti i finanziamenti necessari alle società per stare in piedi), e l’uomo forte di Banca Imi aveva già avuto modo di conoscere più o meno direttamente tanti degli interlocutori che troverà in via Rosellini. Per l’amministratore delegato, Malagò vorrebbe invece Marzio Perrelli, capo esecutivo di Hsbc

Fumata bianca in Lega Serie A: Micciché è il nuovo presidente

TIZIANA CAIRATI  la stampa.it 19 marzo 2018

È il presidente di Banca Imi ed è stato eletto all’unanimità dai 20 club riuniti in assemblea a Milano. «Nel calcio vanno perseguiti gli interessi di tutti»
ANSA

Gaetano Micciché, 67 anni

Gaetano Miccichè è il nuovo presidente della Lega di A. Il numero uno di banca Imi, votato all’unanimità, succede a Maurizio Beretta e ai commissari Carlo Tavecchio e Giovanni Malagò. Il banchiere di origini palermitane, ma milanese di adozione e grande amico di Giovanni Malagò, diventerà operativo quando anche il resto della ‘governance’ della Lega sarà nominata.  

 

«E’ un’opportunità del tutto inaspettata. Devo ringraziare il mio grande amico Malagò, i 20 presidenti che hanno votato all’unanimità, qualcosa di inusuale», dice Miccichè, che manterrà il doppio incarico di presidente di Lega e di banca Imi. «Sono impegnato ed emozionato in quello che dovrò fare nei prossimi mesi. Io, insieme al Consiglio e all’amministratore delegato, posso portare un contributo, di serietà, di coinvolgimento di tutti gli azionisti, che sono i presidenti, di tutti gli attori sociali e degli stakeholders, per cercare di far sì che il mondo del calcio possa diventare una grande realtà», continua il numero uno della Lega, che tra le altre cose è anche membro del consiglio di Rcs, società per la quale ha avuto un ruolo di primo piano nella scalata di Cairo.  

 

«Dobbiamo raggiungere sia obiettivi quantitativi che qualitativi. Il calcio italiano è il migliore al mondo, anche se so bene che ci sono grandi squadre in Spagna, Germania e Gran Bretagna, ma noi oltre ad avere grandi squadre, abbiamo grandi città, posti dove si può vedere la partita, ma anche in cui il mondo è interessato ad esserci. Gli altri non sono in grado di offrire tutti questi valori. C’è la possiamo fare e ce la possiamo giocare», conclude il neo presidente di via Rosellini. 

 

CHI È GAETANO MICCICHE’  

Affonda le radici nella Sicilia degli anni settanta la carriera del banchiere Gaetano Micciché. La sua carriera si snoda nel gruppo Intesa Sanpaolo, dove dal 2016 è presidente di Banca Imi, ruolo che manterrà anche dopo l’elezione alla guida della Lega, ma non ha mai nascosto, anche per motivi familiari, di strizzare l’occhio al mondo del calcio. 

 

Gaetano Micciché nasce a Palermo nell’ottobre di 68 anni fa in una famiglia della borghesia palermitana. Il padre, Gerlando, era un dirigente del Banco di Sicilia. Suo fratello Gianfranco è un politico italiano, presidente dell’Assemblea regionale siciliana e coordinatore di FI per l’Isola; l’altro fratello, Guglielmo, è stato vice presidente del Palermo; suo zio Luigi, invece, fu consigliere della stessa società di calcio alla fine degli anni cinquanta. 

 

Laurea in giurisprudenza, ha conseguito nel 1984 il master in business administration presso l’Università Bocconi di Milano. Nel 1971 avvia la sua carriera presso la Cassa Centrale di Risparmio delle Province Siciliane raggiungendo la carica di responsabile della clientela corporate. Nell’aprile del 1989 passa alla Rodriquez come Direttore Centrale Finanza. Nel novembre 1992 diventa direttore generale e successivamente liquidatore delegato della Gerolimich – Unione Manifatture. 

 

Dopo una serie di altri incarichi, nel giugno 2002 entra in Banca Intesa. Cinque anni dopo entra in Intesa Sanpaolo dove è stato direttore generale e membro del consiglio di gestione, responsabile della divisione corporate e investment banking fino al 2016 e amministratore delegato di Banca Imi fino a marzo 2015. Il neo presidente della Lega Serie A di Calcio è anche membro del consiglio di Rcs, società per la quale ha avuto un ruolo di primo piano nella scalata di Cairo. È componente dell’Associazione Bancaria Italiana (Abi) e del comitato scientifico del Politecnico di Milano. Il 31 maggio 2013 è stato nominato Cavaliere del lavoro dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. 

 

 

 

E quindi, quanti soldi ha davvero Vladimir Putin?

redazione forbesitalia.com 19 marzo 2018

Vladimir Vladimirovič Putin ha appena vinto il suo quarto mandato da presidente della Federazione russa, trionfando all’ultima tornata elettorale nazionale con una percentuale plebiscitaria: il 76% dei russi ha accordato la sua preferenza al presidente in carica, permettendogli di rinnovare la sua permanenza al Cremlino fino al 2024. Il primo leader russo a mantenere saldo il controllo del Paese per due decenni dai tempi di Stalin, Putin è ormai da tempo un’icona della politica internazionale, e senza dubbio la sua posizione di zar incontrastato della Russia contemporanea gli ha, tra le altre cose, permesso di allargare la sua sfera di influenza economica: ma quanti soldi ha il presidente, esattamente?

La risposta alla domanda non è semplice, perché non esistono stime ufficiali confermate dal Cremlino (o da Putin in persona). Negli anni, però, sono state avanzate diverse valutazioni, alcune sostanziate e altre più ipotetiche: già più di dieci anni fa, nel 2007, il consulente del governo russo Stanislav Belkovsky sosteneva che la fortuna putiniana fosse almeno di 40 miliardi di dollari americani, una cifra che avrebbe inserito il presidente nella top 10 della classifica di Forbes (una lista in cui non è mai comparso, dato che non è stato possibile verificare i suoi asset). Belokovsky basava la sua stima sulle presunte partecipazioni di Putin in alcune grandi aziende del settore petrolifero ed energetico – tra cui Surgutneftegaz (37%) e Gazprom (4,5%) – e su una buona fetta del trader di materie prime Gunvor. Nel 2014, al momento di imporre sanzioni economiche alla Russia, anche il Dipartimento del tesoro americano ha citato “investimenti” di Putin in Gunvor, ma l’azienda ha sempre negato ogni coinvolgimento.

Nel 2012, in ogni caso, le stime di Belkovsky erano già salite a 70 miliardi di dollari: al tempo l’uomo più ricco del mondo della classifica Forbes, Bill Gates, aveva un patrimonio di 84 miliardi di dollari, per cui Vladimir Putin – se le stime fossero corrette – sarebbe finito in seconda posizione. Tre anni dopo, il gestore di un fondo a Mosca, Bill Browder, rilanciava sostendo che i possedimenti putiniani ammontassero addirittura a 200 miliardi.

Il maestoso palazzo sul mar Nero attribuito a Putin.

Quel che è certo, è che Putin è un uomo che può permettersi ogni lusso: sempre nel 2012, il magnate russo in esilio Sergei Kolesnikov ha portato alla Bbc alcuni documenti che dimostrerebbero l’esistenza di un fondo segreto finanziato da alcuni oligarchi russi, da cui il presidente può attingere liberamente. Così sarebbe stata costruita, secondo questa ipotesi, l’enorme dacia sul mar Nero modellata sullo sfarzo ostentato dagli zar: un palazzo del valore di un miliardo di dollari con un cinema privato, una piattaforma d’atterraggio per gli elicotteri e gli alloggi per le guardie di sicurezza.

Putin, ex agente del Kgb, è sempre stato molto restio a parlare in pubblico delle sue finanze: “Sono solo chiacchiere, insensatezze, non c’è nulla di cui discutere”, ha riposto una volta a un giornalista che gli chiedeva lumi in merito. L’ex vicepremier del governo di Boris Yeltsin, Boris Nemstov – assassinato nel 2015 – aveva preparato un dossier finalizzato a gettare luce sulle ricchezze del presidente: 20 lussuosissimi palazzi, 4 yacht, 58 aeroplani e una collezione di orologi di lusso del valore di 700 mila dollari. Niente male, per un politico che si è costruito negli anni un’immagine pubblica da semplice uomo del popolo che apprezza le battute di pesca e le cavalcate in solitaria.

LA SOCIETÀ LIQUIDA – GLI ITALIANI TENGONO UNA MONTAGNA DI CONTANTI SUI CONTI CORRENTI: +44% DAL 2007, NONOSTANTE DA ALLORA SIA PASSATA LA CRISI FINANZIARIA PEGGIORE DEGLI ULTIMI 80 ANNI. E NEANCHE SI CONTANO QUELLI DELLE BCC – I DEPOSITI PROTETTI, SOTTO I 100MILA EURO, SONO IL 68%, OVVERO 578 MILIARDI DI EURO

dagospia.com 19 marzo 2018

 

Andrea Gennai per www.ilsole24ore.com

 

CONTANTICONTANTI

Italiani sempre più affezionati alla liquidità e ai conti correnti. Una tendenza molto spiccata che ha subito uno stop solo nel giugno del 2011, in concomitanza con la avvisaglia della crisi del debito. La fotografia annuale appena rilasciata dal Fitd, il fondo interbancario di tutela dei depositi, evidenzia che i depositi protetti, quelli garantiti fino a 100mila euro per depositante in caso di dissesto e liquidazione della banca, ammontavano alla fine del giugno 2017 a 578 miliardi di euro, in aumento del 4,8% rispetto al giugno del 2016.

 

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Rispetto al dicembre del 2007, vale a dire nell’ultimo decennio, i depositi protetti sono aumentati del 44% nonostante che da allora il nostro paese sia stato travolto da una delle peggiori crisi finanziarie ed economiche. I depositi protetti rappresentano il 68% dei fondi oggetto di tutela (pari a 862 miliardi), cioè la parte della raccolta diretta delle banche che rientra nella garanzia prima dell’applicazione del livello di copertura (100mila euro). 

I dati sono stimati per difetto, relativamente all’intero sistema Italia, visto che il Fitd rappresenta 173 banche, le principali presenti in Italia, ma non copre ad esempio il mondo delle Bcc che hanno un loro consorzio di garanzia. 

 

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Da un punto di vista normativo tutti i depositi fino a 100mila euro, per depositante, sono tutelati. Lo ribadisce una direttiva Europea (la 49 del 2014) entrata in vigore anche in Italia. Ma quali sono le dotazioni del Fitd per coprire le garanzie dei correntisti in caso di dissesto di un istituto? La nuova normativa impone che il livello-obiettivo della dotazione finanziaria sia fissata nello 0,8% dei depositi protetti e deve essere raggiunto entro il 3 luglio 2024, attraverso versamenti periodici delle banche consorziate. La dote complessiva si aggira intorno ai 4,6 miliardi di euro (ai valori attuali).

 

Relativamente al solo 2017 il Fitd ha richiesto alle banche consorziate il versamento di 507 milioni di euro comprensivi dei contributi ordinari dedicati alla costituzione della dotazione finanziaria per la tutela dei depositi oltre alle risorse da destinare al Fondo di solidarietà (circa 100 milioni).

 

Per il sistema di garanzia infatti gli impegni si sono moltiplicati per effetto degli interventi a favore dei risparmiatori delle banche risolute del novembre 2015 e delle banche venete. In casi di necessità, alla dotazione finanziaria costituita attraverso le contribuzioni ex-ante si aggiunge l’importo delle contribuzioni straordinarie (ex-post), stabilito nella misura massima dello 0,5% dei depositi protetti totali per anno di calendario e attivabile in caso di insufficienza delle risorse finanziarie disponibili. Questo importo massimo è stimato in 2,9 miliardi.

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Italia, Fitch avverte su riforme, debito e banche. Macron-Merkel: elezioni italiane profondo shock per Ue

Laura Naka Antonelli finanzaonline.com

19 marzo 2018 
 
 

MILANO (Finanza.com)

Per ora nessuno scossone elezioni sugli asset finanziari italiani, neanche dopo l’arrivo dell’addendum Bce sulle banche che, piuttosto, sembra aver smorzato i toni rispetto a quanto avevano paventato in molti. Il documento della Vigilanza bancaria della Bce ha fissato nuove regole sul modo in cui dovranno avvenire gli accantonamenti a fronte dei crediti deteriorati,ma la reazione dei titoli bancari italiani è stata positiva, in quanto le regole – tra l’altro non vincolanti – sono state più morbide rispetto a quanto temuto. Detto questo, venerdì sera è arrivato il verdetto di Fitch, che ha confermato il rating BBB sul debito italiano, con outlook stabile.

 

Tutto bene? Non proprio.

Nella nota che ha accompagnato la decisione, l’agenzia di rating ha affermato infatti che le “riforme sono a rischio”, visto che sarà difficile riuscire a formare “un governo stabile” nel paese, a seguito delle elezioni politiche dello scorso 4 marzo.

Inoltre, “ci attendiamo solo una riduzione graduale dell‘estremamente elevato debito pubblico”, ovvero un rapportodebito-Pil stimato al 128,8% nel 2019.

Non poteva mancare nella nota di Fitch un riferimento alle banche italiane. Il settore “ha segnato dei miglioramenti, ma permangono debolezze”, ha aggiunto l’agenzia di rating facendo notare che, oltre al problema degli NPL che, nonostante siano scesi rimangono elevati, permane la questione della relativa debolezza della redditività, sia per “l’impatto negativo dei bassi tassi di interesse”, che per “la crescita modesta”, fattori “compensati solo in parte dalle commissioni e dalla riduzione dei costi”.

Nel nuovo contesto politico italiano, rimane inoltre “l’influenza delle politiche populiste, esercitata tanto da dentro quanto da fuori il governo, anche se Lega e M5S hanno attenuato la loro retorica anti-euro negli ultimi mesi”.

Moody’s ha invece rimandato l’aggiornamento del rating italiano. La valutazione rimane pari a “Baa2” con outlook negativo. 

ALERT SU ITALIA DAL NUOVO ASSE MERKEL-MACRON. DEJA VU MERKEL-SARKOZY?

Un altro attenti all’Italia è arrivato nel fine settimana dalla Francia e Germania riunite nel nuovo sodalizio tra il presidente francese Emmanuel Macron e la cancelliera tedesca Angela Merkel.

In occasione di un vertice all’Eliseo dove i due hanno parlato della necessità di una road map che metta in sicurezza l’Europa, il presidente francese ha detto che le elezioni italiane, che hanno visto vincere i partiti euroscettici e populisti, “hanno profondamente scioccato” l’Unione europea, insieme alla Brexit. 

“Il lavoro che ci aspetta è importante, in un contesto europeo profondamente scosso dalla Brexit e dalle elezioni italiane che hanno visto crescere gli estremisti e che ci hanno permesso di toccare con mano le conseguenze di una lunga crisi economica e le sfide migratorie a cui non abbiamo saputo rispondere”.

LEGGI Italia, Politico: snobbata dai tempi di Metternich. Continuerà a contare poco in Europa, a prescindere da esito elezioni

http://www.finanza.com/Finanza/Notizie_Italia/Italia/notizia/Padoan_senza_governo_stabile_dopo_voto_in_balia_dell_asse_f-485261

La paura, espressa nell’Italia pre-voto, era che la Germania e la Francia, nel loro asse rinnovato Merkel-Macron tornassero ad alzare la voce, come al tempo della crisi dei debiti sovrani in Europa e come fecero nell’annus horribilis per l’Italia (il 2011), contro i paesi sudeuropei più deboli.

Nessuno dimentica quello sguardo di complicità che Merkel e l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy si scambiarono nel corso di una conferenza stampa, a sentire la sola parola Italia. Sguardo di complicità e di derisione verso il paese, che è rimasto nella storia. 

AVVERTIMENTI SULL’ITALIA DA PIMCO. 

Occhio tra l’altro agli avvertimenti che sono stati lanciati da Andrew Balls di Pimco, nel corso di un’intervista rilasciata a Reuters.

Balls ha ricordato che l’Italia rimane una sfida di lungo termine, in un contesto in cui la Bce si prepara a porre fine all’era di stimoli monetari straordinari inaugurati con i tassi anche al di sotto dello zero e con il piano di Quantitative easing.

A causa dei “livelli elevati del suo debito pubblico”, il responsabile degli investimenti di Pimco ha avvertito che, “se dovesse esserci una recessione, accompagnata dal deterioramento di natura fiscale, e dall’uscita dal QE della Bce…si potrebbe ripresentare una crisi del tipo di “prestatore di ultima istanza”, ruolo esercitato (dalla Banca centrale europea) soprattutto con la crisi finanziaria globale del 2008 e con la crisi dei debiti sovrani del 2010-12.

“Si spera che non accada, ma sembra un rischio ragionevole e mentre alcuni paesi hanno fatto cambiamenti nelle loro politiche domestiche, l’Italia resta una sfida a causa dell’elevato debito pubblico“.

Diritti tv, Mediapro incontra Mediaset, Tim e le banche: la mossa per spiazzare Sky

 

Jaume Roures, Presidente di Mediapro. Philippe Desmazes/AFP/Getty Images

Mediaset; Tim; Perform; Unicredit e Intesa Sanpaolo. L’agenda delle prossime ore di Jaume Roures, numero uno di Mediapro, è fitta di appuntamenti: da un angolo all’altro di Milano. Anche perché all’ultimo momento è entrato anche un appuntamento con Sky. D’altra parte Mediapro ha un miliardo e 50 milioni di problemi: tanto deve versare ogni anno nelle casse della Serie A per i prossimi tre anni. E’ lo scotto di essersi aggiudicato come intermediario indipendente i diritti tv del campionato tricolore: se riuscirà a rivedere le partite a un prezzo più alto sarà stato un successo, altrimenti passerà alla storia come un bagno di sangue.

Certo le potenzialità del pallone sono enormi, ma le difficoltà di Sky – che di fatto ha azzerato la propria marginalità – e quelle di Premium – che non riesce ad arrivare al pareggio operativo – sono lì a ricordare che con il calcio ci si può anche bruciare. Basti pensare al non lontano fallimento di Dahlia Tv.

Il Ceo di Sky Italia Andrea Zappia. Foto di Pier Marco Tacca/Getty Images

Il primo scoglio per il catalano Jaume Roures sarà all’orizzonte venerdì prossimo quando Mediapro dovrà versare 50 milioni di euro a garanzia dell’aggiudicazione poi, entro il 6 aprile, dovrà presentare una fidejussione bancaria da 1,2 miliardi di euro. Lo scenario non è dei più semplici anche perché i rapporti tra i catalani e Sky – che fino a oggi ha garantito al pallone italiano circa il 70% dei propri ricavi – sono a zero: la pay tv satellitare di Murdoch ha preso carta e penna per scrivere al Commissario della Serie A, Giovanni Malagò, suggerendogli di fare un terzo bando spiegando che con pacchetti esclusivi nelle casse delle squadre sarebbero entrati più soldi.

Le riprese in diretta delle partite di calcio di Mediaset Premium. Carlo Baroncini Getty Images

Una presa di posizione che in Spagna non è piaciuta. E anche per questo Mediapro ha intensificato i rapporti con Mediaset, Tim e Perform. Nelle prossime ore Roures sarà quindi a Milano per incontrare i vertici delle società per la terza volta: prima si sono annusati a Barcellona in una soleggiata giornata di fine febbraio, poi un’altra volta a inizio marzo nel capoluogo lombardo. Adesso, entro venerdì, gli spagnoli sperano di mettere un primo punto fermo alla loro campagna d’Italia: strappare un accordo con tre operatori interessati alla Serie A permetterebbe poi di concentrarsi sul pesce grosso (Sky). Molto dipenderà anche dell’esito dell’incontro conoscitivo che ci sarà tra i vertici di Mediapro e quelli di Sky.

In agenda Roures ha anche un appuntamento con Unicredit e Intesa Sanpaolo – il numero uno di Banca Imi, Gaetano Micciché è appena diventato presidente della Serie A – per discutere della fidejussione bancaria: se si presentasse in piazza Gae Aulenti e in Ca De’ Sass con accordi già firmati per 400-450 milioni di euro l’anno, la garanzia bancaria non dovrebbe essere un problema. Anche perché Mediapro ha un patrimonio netto da 600 milioni di euro.

Stadi sempre più vuoti nelle ultime stagione della Serie A. Getty images

Mediaset partiva da una base d’asta di 200 milioni di euro; Perform ne aveva messi sul piatto 100 e Tim 30: per aumentare l’interesse dei soggetti, la squadra di Roures sta studiando come modificare i pacchetti originari di Infront. Un’operazione per la quale serve un passaggio dalle authority, ma dovrebbe trattarsi di una formalità. Portando a casa 400-450 milioni di euro l’anno, Mediapro costringerebbe Sky a uscire allo scoperto mettendo fine allo stallo messicano in atto: Mediapro ha bisogno che il principale operatore del mercato italiano sia della partita per non perdere milioni di euro; la pay tv di Murdoch insiste per le esclusive, ma è consapevole di non poter rinunciare alla Serie A se non vuole registrare un’emorragia di abbonati.

In tutto questo sorride Mediaset: dopo aver annunciato un passo indietro negli investimenti sul calcio optando per “un approccio opportunistico“, si trova ad essere ancora al centro del pallone tricolore. E riuscire a mettere le mani sulle partite migliori della Serie A a prezzi ragionevoli si rivelerebbe un asset fondamentale per trattare la cessione della pay tv con qualunque operatore internazionale.

Pensioni, Fondo Monetario: altro che abolire la Fornero

firstonline.it 19 marzo 2018

Uno studio del Fondo Monetario Internazionale fa luce sulla situazione pensionistica italiana: la spesa nel nostro Paese è la più alta in Europa, pari al 16% del Pil. Ecco le proposte degli economisti statunitensi che hanno contribuito al lavoro pubblicato dal Fondo Monetario. Speriamo che Di Maio e Salvini le leggano e le comprendano…..

 

Pensioni, Fondo Monetario: altro che abolire la Fornero

E pensare che in campagna elettorale, M5S e Lega hanno raccolto voti promettendo l’abolizione della tanto discussa Legge Fornero sulle pensioni. Ma avevano fatto i conti senza l’oste. Con un working paper che non mancherà di far discutere e che la Reuters ha meritoriamente diffuso, il Fondo Monetario Internazionale, secondo quanto sostenuto dai suoi economisti Michal Andrle, Shafik Hebous, Alvar Kangur e Mehdi Raissi, dice apertamente che la spesa pensionistica italiana è e sarà anche nei prossimi anni troppo elevata nonostante l’entrata in vigore della riforma voluta dal Governo Monti.

Per questo occorrono misure tese soprattutto a colpire le pensioni calcolate con il metodo retributivo e quello misto, i criteri di concessione delle pensioni di reversibilità e il basso livello di contributi versati dai lavoratori autonomi.

Ad oggi la spesa pensionistica in Italia, con il 16% del Pil, è la seconda più alta dopo quella della Grecia. E alle eccessive uscite previdenziali lo studio dell’Fmi imputa l’insufficiente spesa pubblica per istruzione e per investimenti.

Nello studio “Italy: Toward a Growth-Friendly Fiscal Reform” il Fondo Monetario sottolinea invece la necessità di un intervento sulle pensioni calcolate in toto o in parte sulla base delle retribuzioni, attraverso il taglio della tredicesima oppure il ricalcolo dell’importo con un metodo meno generoso. Tutti provvedimenti che, anche se un giorno trasformati in legge, potrebbero essere impugnati dai diretti interessati.

In tema di pensioni di reversibilità – quelle italiane con un livello del 2,75% del Pil sono le più alte in Europa -gli economisti chiedono di fissare un’età minima perchè il coniuge vedovo ne benefici e di eliminare la possibilità che ne beneficino altri familiari.

In tema di contributi previdenziali lo studio evidenza la disparità tra quelli dei lavoratori dipendenti (al 33% del salario) e quelli degli autonomi e chiede di alzare ad almeno il 27% dall’attuale 24% l’aliquota di questi ultimi.

Il working paper chiede anche di eliminare i benefici nel calcolo della pensioni delle madri lavoratrici, spostando le agevolazioni nell’ambito della spesa sociale.

Oggetto di critica anche la quattordicesima mensilità concessa ai pensionati che ricevono importi minimi. Al suo posto vengono proposti interventi universali anti-povertà.

Lo scenario della spesa pensionistica italiana viene criticato dallo studio perché basato su ipotesi troppo ottimistiche per crescita dell’economia e dell’occupazione. In particolare quella del Pil supera quella del Pil potenziale.I del Fondo Monetario riguardano anche le ipotesi relative al trend demografico. Per ridurre la spesa gli estensori dello studio chiedono infine di utilizzare un fattore di calcolo della pensione più contenuto.

Cosa dice la bozza di accordo su Brexit

il post.it 19 marzo 2018

È stata presentata oggi dai negoziatori europei e britannici, e contiene una soluzione al problema dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito

 (EMMANUEL DUNAND/AFP/Getty Images)

 

L’Unione Europea e il Regno Unito hanno fatto sapere di aver trovato una bozza di accordo per disciplinare la cosiddetta Brexit, cioè l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea decisa col referendum del 23 giugno 2016. Il capo negoziatore dell’UE, Michel Barnier, ha detto ai giornalisti che le due parti si sono trovate d’accordo «su gran parte dei termini dell’uscita del Regno Unito». La bozza dell’accordo si può leggere qui. I negoziati sono iniziati nel giugno 2017 e hanno attraversato fasi molto complicate: Barnier ha spiegato che l’accordo di oggi è «un passo decisivo» verso l’uscita del Regno Unito, ma anche che i negoziati dovranno continuare per risolvere tutte le questioni ancora aperte.

 

 

EU’s negotiator Michel Barnier hails “decisive step” towards UK’s orderly withdrawal from EU http://bbc.in/2FRRZag 

 
 

I principali punti contenuti nella bozza, e su cui Unione Europea e Regno Unito si erano scontrati duramente, riguardano i diritti dei cittadini europei che vivono nel territorio britannico e dei cittadini britannici che vivono all’interno dell’Unione, il cosiddetto periodo di transizione successivo all’uscita del Regno Unito prevista per il 29 marzo 2019 e il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord. Nella bozza si legge che entrambe le categorie di cittadini manterranno il diritto di restare nel territorio “ospite” se ci abitano da più di cinque anni, e che durante il periodo di transizione – che durerà fino al 31 dicembre 2020 – i cittadini dell’Unione Europea che si trasferiranno nel Regno Unito avranno gli stessi diritti di quelli arrivati prima (contrariamente a quanto aveva chiesto la prima ministra britannica Theresa May).

L’accordo sul periodo di transizione prevede invece che il Regno Unito continui a far parte del mercato unico anche se perderà il suo posto in tutte le istituzioni governative europee. Durante i 21 mesi del periodo di transizione, il Regno Unito potrà decidere se accettare nuove regole in materia di giustizia e amministrazione interna e potrà decidere di essere esclusa da nuovi trattati internazionali e – in generale – da nuove decisioni in materia di relazioni estere. Il diritto di veto su leggi che potrebbero danneggiare il Regno Unito, che era stato chiesto dai negoziatori britannici, non è stato incluso nell’accordo, dove invece si parla più genericamente di istituire una commissione che gestirà eventuali contenzioni tra Unione Europea e Regno Unito. È stata respinta anche la richiesta del Regno Unito di rinegoziare le quote di pesce pescato previste dagli accordi in materia di pesca, e l’Unione Europea si è limitata ad impegnarsi a “consultare” il Regno Unito per la definizione delle nuove quote.

Il problema del confine fra Irlanda del Nord e Irlanda è stato invece rimandato a negoziati successivi, così come quello sulla cooperazione giudiziaria fra Regno Unito ed Unione Europea, ma nella bozza di accordo è stato inserito una sorta di “paracadute”: si dice infatti che se non sarà trovato un accordo per evitare che si ritorni a un confine chiuso tra i due paesi, la situazione resterà invariata rispetto ad oggi. Significa che, in caso di mancato accordo, l’Irlanda del Nord resterà nel mercato unico europeo a differenza del resto del Regno Unito, e che quindi ci sarà un “confine” tra l’Irlanda del Nord e il Regno Unito. Sarebbe una situazione paradossale – May aveva detto che non avrebbe mai firmato un accordo in questo senso – ed è improbabile che si verifichi: il fatto che sia stata messa nella bozza, però, è un indizio che l’Unione Europea tratterà da una posizione di forza, per lo meno in questo frangente.

Nella bozza, le parti sottolineate in verde sono quelle su cui si è trovato un compromesso, su quelle in giallo c’è un principio di accordo, mentre quelle in bianco vanno ancora discusse.

I negoziatori sperano che la bozza di accordo possa essere firmata dal primo ministro britannico Theresa May e dai capi di stato europei nei Consiglio Europeo che si terrà fra il 22 e il 23 marzo, e per il momento c’è ottimismo. Sia l’Unione Europea che il Regno Unito hanno detto di considerare l’accordo firmato oggi un successo, anche se sembra che sia stato il Regno Unito a fare le concessioni più grandi (quella sul confine irlandese e sui diritti dei cittadini europei, prima di tutto). Theresa May ha già ricevuto diverse critiche e dovrà lavorare affinché l’accordo finale sia più soddisfacente almeno per quanto riguarda il futuro del confine irlandese. Essere arrivati a questo punto, tuttavia, è un buon risultato per il suo governo, che ora potrà dire di aver dato dei primi punti fermi agli imprenditori britannici i cui interessi sono più strettamente legati ai futuri rapporti tra UE e Regno Unito.

Gestione dei flussi di comunicazione tra la BPVi e la Banca d’Italia: lo ricostruisce il Nucleo di Polizia Tributaria di Vicenza

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) 19 marzo 2018

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Molto si è detto dei rapporti, troppo amichevoli?, tra Banca d’Italia e i vertici di Banca Popolare di Vicenza, in primis Gianni Zonin. Pubblichiamo ora in esclusiva il rapporto identificato come allegato 17 e relativo al Procedimento penale n. 5628/15 R.G.n.r. Mod. 21 avente per tema la “Gestione dei flussi di comunicazione tra la BPVi e la Banca d’Italia -dichiarazioni“, in cui gli stralci delle dichiarazioni raccolte su quella gestione sono di Antonio FagnaniLuca Triban e Katia Cassoli.

Pubblichiamo in premessa i ruoli dei “dichiaranti” per chiarirne il ruolo nella Banca Popolare di Vicenza.

[1]    FAGNANI Antonio, Responsabile della Direzione Pianificazione e Controllo di Gestione della BPVi.-

[2]    TRIBAN Luca, Responsabile della Direzione Ragioneria Generale della BPVi (alle dipendenze della Divisione Bilancio e Pianificazione della BPVi).-

[3]    CASSOLI Katia, Responsabile della U.O. Bilancio e Segnalazioni con competenza per la redazione del bilancio individuale della BPVi, Banca Nuova, Prestinuova e Farbanca, per la redazione del bilancio consolidato del Gruppo BPVi, nonché per le segnalazioni di Vigilanza individuali delle predette società che per le segnalazioni del Gruppo BPVi.-

Di seguito riportiamo, quindi, lo stralcio delle dichiarazione rese di Antonio Fagnani, Luca Triban e Katia Cassoli, “in relazione – scrive la Polizia Tributaria – alla gestione dei flussi di comunicazione tra la BPVi e la Banca d’Italia:

 

(1) FAGNANI Antonio, in data 29 marzo 2017, ha inteso dichiarare:
«[…] Aggiungo che l’UFFICIO SOCI si occupava degli aspetti amministrativi delle transazioni dei soci in materia di azioni BPVi, l’UFFICIO RAGIONERIA, come detto, delle segnalazioni di vigilanza, mentre la stima prospettica dell’andamento del capitale era di nostra competenza. Erano portate all’attenzione del DIRETTORE GENERALE stime infra-annuali comprendenti anche l’andamento del patrimonio, mentre al C.d.A. erano sottoposti unicamente i consuntivi trimestrali (anche essi comprendenti i dati sul patrimonio). Se ben ricordo, nel corso 2014, non sono state portate al C.d.A. le situazioni trimestrali intermedie di marzo e settembre. Ho appreso questo da PELLEGRINI ma non sono a conoscenza della persona che ha assunto la relativa decisione ed i motivi di essa. L’interlocutore principale per quanto riguarda le comunicazioni in materia di andamento del patrimonio alla mia DIREZIONE, era GIUSTINI che infatti, comunicava periodicamente (anche per il tramite di colleghi) alla DIREZIONE PIANIFICAZIONE previsioni circa l’andamento dell’utilizzo del FONDO nel corso dell’anno; sulla scorta di questi dati, il nostro ufficio determinava le stime dei “ratios patrimoniali” periodo per periodo. Da parte della nostra struttura, queste elaborazione previsionali erano trasmesse, tramite PELLEGRINI, al direttore generale SORATO.
[…] 
La struttura competente per l’inoltro delle segnalazioni periodiche di vigilanza è la RAGIONERIA GENERALE, il cui responsabile è il collega TRIBAN. 
In merito alla interlocuzione con BANCA d’ITALIA in ordine al patrimonio, posso dire che erano PELLEGRINI e SORATO ad occuparsi delle comunicazioni da trasmettere alla Vigilanza.
A tale proposito, preciso che è capitato che abbia fornito alcuni dati relativi al capitale a PELLEGRINI, ma questo è avvenuto a seguito delle richieste di costui che poi forniva, con SORATO, le risposte a BANCA d’ITALIA; ovviamente, “l’ultima parola” era di SORATO […]»

(2) TRIBAN Luca, in data 14 giugno 2016, ha inteso dichiarare:
«[…] Preciso che la U.O. “Capital management”, struttura della DIREZIONE PIANIFICAZIONE STRATEGICA (compresa, a sua volta, nella DIVISIONE BILANCIO e PIANIFICAZIONE) ha il compito di monitorare costantemente e di stimare preventivamente l’andamento dei ratios prudenziale, nonché di formulare proposte conseguenti al CdA. Se ben ricordo, questa U.O. è stata creata nell’estate 2013, a seguito di un rilievo di BANCA d’ITALIA relativa ad aspetti di organizzazione e governance (ma non ricordo quale nel dettaglio). Questa U.O. fa capo a FAGNANI ANTONIO.
[…]
Le segnalazioni periodiche prudenziali sono trasmesse tramite INFOSTAT. Il presidente del cda, il presidente del collegio sindacale ed il dirigente preposto sottoscrivono una dichiarazione in cui attestano che le stesse segnalazioni sono elaborate in base a procedure idonee a garantirne la correttezza. 
[…]».

(3) CASSOLI Katia, in data 03 ottobre 2016, ha inteso dichiarare:
«[…] La predisposizione delle segnalazioni periodiche avviene tramite applicativi informatici specifici (gestiti da SEC); le segnalazioni di vigilanza sono messe a disposizione dell’Autorità di Vigilanza tramite la trasmissione telematica del dato relativo in una apposita procedura informatica messa a disposizione da Banca d’Italia. Non esiste pertanto, un documento cartaceo inviato a BdI o BCE che integra la segnalazione periodica.
Ai fini della predisposizione della segnalazione di vigilanza prudenziale, la mia struttura ha un “confronto” con la struttura della DIREZIONE PIANIFICAZIONE per quanto riguarda, in particolare, i ratios di vigilanza (che fa capo, come detto, a FAGNANI), in quanto la stessa si occupa del “capital management” ed è quindi interessata, da un lato, a verificare se i dati previsionali trovano conferma, trimestre per trimestre, nei dati consuntivo che si ricavano delle segnalazioni di vigilanza, e dall’altro, a conoscere i dati delle segnalazioni periodiche per elaborare gli ulteriori dati previsionali. In effetti, sia FAGNANI personalmente, che i colleghi della sua struttura, ad ogni scadenza, formulano richieste, anche di anticipazioni, sui dati oggetto delle segnalazioni di vigilanza.
Preciso tuttavia, che al fine di rispettare la gerarchia dell’organizzazione interna, TRIBAN è sempre il primo destinatario dei dati prodotti dalla mia U.O.; soltanto dopo aver ricevuto il suo assenso, comunico alle altre strutture della Banca il dato che è stato elaborato; questo vale anche per le segnalazioni di vigilanza.
È la struttura di cui sono responsabile che elabora, ai fini delle segnalazioni periodiche, sia l’entità delle attività di rischio ponderate (RWA) che l’ammontare del patrimonio di vigilanza (oggi fondi propri) e, quindi, determina il livello dei ratios patrimoniali prudenziali. La struttura si avvale, in questa attività, di applicativi informatici forniti dalla società OASI (sempre gestiti da SEC).
Preciso che ogni consiglio di amministrazione di ciascuna società del Gruppo BPVi approva i dati contabili di periodo al fine di elaborare le segnalazioni di vigilanza (che, poi, proprio sulla scorta di questi dati, sono predisposte – come detto – dalla mia struttura); una volta elaborate le segnalazioni di vigilanza (individuali per ciascuna società e quella di Gruppo), ogni Cda è destinatario di una specifica Nota Informativa/Autorizzativa con la quale viene reso edotto del contenuto dei dati più significativi della segnalazione di vigilanza periodica ai fini prudenziali (in pratica, cioè, si dà informativa dei ratios prudenziali e delle grandi esposizioni in quanto essi costituiscono i dati più importanti). Aggiungo che queste Note informative/autorizzative sul contenuto delle segnalazioni di vigilanza, di prassi, sono all’attenzione del Cda di ciascuna società del Gruppo, o prima, se i tempi lo consentono (in questo caso si tratta di Note Autorizzative) che dopo (in questo caso si tratta di Note Informative) la formale trasmissione all’Autorità di Vigilanza. Dal 2013, ovvero dalla introduzione delle nuove regole di valutazione della patrimonializzazione della banca introdotta dalla BCE, il Gruppo BPVi si è trovato in una situazione “border line” in ordine al rispetto dei ratios patrimoniali di vigilanza.
Come ulteriore verifica della corretta determinazione dei Fondi Propri ai fini delle segnalazioni di vigilanza, viene inoltre utilizzato un applicativo informatico denominato “STREELING” che supporta nella predisposizione dei dati da segnalare e nella produzione dei dettagli informativi richiesti […]»

Banche Usa, affondo in Europa

 ilsole24ore.com 19 marzo 2018

Le grandi banche d’investimento americane si avviano a diventare leader di mercato in Europa e respingono i tentativi europei di concorrenza in Nord America. Bastano due dati per dimostrare la tendenza, forse irreversibile nel business strategico e decisivo del Wholesale banking destinato a incidere profondamente nel mercato unico dei capitali che dovrebbe diventare complementare a quello del tradizionale credito bancario. Nel periodo che va dal 2012 al 2017, secondo un rapporto appena pubblicato da Morgan Stanley e Oliver Wyman, la quota di mercato delle big banks Usa nei mercati Emea (Europa, Middle east e Africa) è aumentata dal 31 al 39%. Nello stesso arco di tempo, la quota di mercato delle banche europee nel Nord America è scesa invece dal 29 al 22%. Un trend analogo a quello della crescita di ricavi e profitti delle grandi banche americane (JP Morgan, Citigroup, Bank of America, Goldman Sachs e Morgan Stanley) che negli ultimi anni hanno surclassato i big europei del settore a partire da Barclays, Deutsche Bank, le francesi Bnp, SocGen e Natixis e le svizzere Ubs e Credit Suisse. Il gap nella dinamica ricavi-profitti tra banche Usa ed europee è crescente negli anni post crisi finanziaria ed evidenziato nella tabella pubblicata a fianco.

Il dominio Usa nell’investment banking globale trova molte spiegazioni e, in prospettiva, è destinato ad accentuarsi a causa della iper regolamentazione del settore in Europa da parte della «troika» Eba-Vigilanza Bce-Commissione Ue proprio mentre gli Stati Uniti vanno invece verso una de-regulation (come documentato nell’inchiesta pubblicata sul Sole24Ore di ieri 17 marzo) pilotata dalla Federal Reserve e dall’amministrazione Trump.

L’origine dell’ampliamento del divario Usa-Ue nell’investment banking deriva principalmente dalla diversa gestione che è stata fatta nei due continenti del post crisi finanziaria del 2007-2008. Gli Stati Uniti d’America, che la crisi l’hanno originata e propagata nel mondo con la finanziarizzazione globale dei mutui subprime, hanno risolto le difficoltà delle proprie banche con un immediato piano Marshall d’emergenza (chiamato Tarp) che ha obbligato le istituzioni finanziarie a una ricapitalizzazione con fondi statali per 1.200 miliardi, di cui 670 miliardi solo per le maggiori 10 banche. L’intervento ha consentito di salvare il sistema e il ritorno da subito ai maxi-profitti delle banche che così in pochi anni hanno potuto rimborsare i sussidi ricevuti dal Governo federale, assorbendo poi senza problemi di conto economico le maxi-sanzioni per frodi che le Autorità Usa hanno decretato successivamente.

Gli Stati «disuniti» d’Europa hanno invece affrontato il post-crisi 2007-2008 in modo non coordinato, pensando a livello comunitario a costruire cervellotici meccanismi di Bail in e di resolution bancarie, ma lasciando le ricapitalizzazioni d’emergenza alla scelta dei singoli Governi e senza interventi significativi europei (accettati solo dalla Spagna). In questo contesto, le uniche due grandi investiment banks europee in grado di duellare all’epoca con le big Usa (Deutsche Bank e Barclays) hanno rifiutato i salvataggi di Stato preferendo puntare su una serie di mini-ricapitalizzazioni private, puntellate da improbabili capitali arabi o cinesi, che peraltro tuttora si stanno dimostrando insufficienti a consentire una vera uscita dalla crisi, aggravata dalle maxi sanzioni arrivate nel frattempo dagli Usa anche sulle banche europee che operano oltre Atlantico.

I diversi modi e tempi di risposta alla crisi finanziaria da parte di Usa e Ue stanno determinando i nuovi rapporti di forza nell’investment banking globale, nell’apparente indifferenza di Bruxelles e Francoforte che – malgrado gli appelli della Federazione bancaria europea – da anni puntano unicamente sulla riduzione dei rischi bancari di credito senza agire per contrastare competitivamente le big del banking globale.

Eppure la posta in palio è enorme poiché riguarda il futuro mercato unico dei capitali in Europa, tuttora in fase di costruzione. Il rischio è che, dopo aver ridotto il bancocentrismo nel finanziamento delle imprese europee, il Vecchio Continente si ritrovi ad aver edificato un mercato unico dei capitali controllato da un oligopolio di banche Usa. Con rischi geopolitici evidenti per i finanziamenti all’economia e anche per i debiti sovrani europei, già oggi ostaggio delle capacità e volontà di collocamento da parte delle grandi banche americane.

VALTUR, L’ORA PIU’ DUR! L’AZIENDA FINISCE IN TRIBUNALE E LICENZIA- BEFFATO IL GOLDEN BOY DELLA FINANZA, ANDREA BONOMI: DOPO AVER SPESO 100 MILIONI PER I VILLAGGI DELL’ IMPRENDITORE MONTENEGRINO FRANJO LJULJDJURAJ, ORA È COSTRETTO AL CONCORDATO – “FORNITI DATI DI BILANCIO SBAGLIATI”

dagospia.com 19 marzo 2018

Fabio Pavesi per la Verità

andrea bonomi andrea bonomi

Per uno come lui, abituato a comprare e vendere aziende per trarne profitto, deve essere stata dura. Dura per Andrea Bonomi, il mago della finanza, patron del gruppo di private equity Investindustrial, ritrovarsi dopo solo qualche mese dall’ acquisto dei villaggi Valtur con una sorta di zombie in mano. Ed essersi accorto, così lui dice, che i conti del gruppo turistico non erano quelli esibiti all’ atto dell’ acquisto dall’ imprenditore montenegrino (trapiantato in Veneto) Franjo Ljuljdjuraj.

Ora l’ epilogo e la scelta drammatica (per i 1.000 lavoratori tra fissi e stagionali, di cui 100 viaggiano verso il licenziamento) di chiedere il concordato preventivo per il tour operator.

La vicenda Valtur appare più di una beffa per il golden boy della finanza. Bonomi con la sua Investindustrial entra in Valtur nell’ aprile del 2016, rilevando le quote dalla Sofia di Ljuljdjuraj e dalla Nem la sgr della ex Popolare di Vicenza.

Franjo Ljuljdjuraj Franjo Ljuljdjuraj

Spende un centinaio di milioni e pensa di aver fatto un affare. L’ affare diventa subito un boomerang. Già nel primo bilancio quello di ottobre del 2016, sei mesi dopo l’ acquisto, ecco emergere i problemi. Ai primi conti dell’ era Bonomi si scrive che da una verifica fatta da un advisor di Investindustrial i valori del debito finanziario netto e del capitale circolante netto sono difformi da quelli presentati dal venditore montenegrino e quindi il prezzo da riconoscere a Sofia viene tagliato seccamente. Ovviamente la famiglia Ljuljdjuraj non ci sta.

la diffida E parte la prima diffida in Tribunale. L’ imprenditore di origine montenegrina vuole l’ intero prezzo pattuito. Non solo, ma pochi mesi dopo l’ acquisto di Valtur salta, cioè fallisce Oil, Obiettivo Italia lavoro, una società legata al venditore che offre servizi di hotellerie ai villaggi turistici. Bonomi è costretto a transare.

ANIMAZIONE VALTUR ANIMAZIONE VALTUR

La curatela fallimentare di Oil fa partire un lungo negoziato con Valtur, la società operativa, relativamente a servizi prestati negli esercizi 2012-2015 (quando i villaggi erano prima in amministrazione straordinaria ex legge Marzano e poi di proprietà Orogroup, dove Ljuljdjuraj era in maggioranza). Alla fine Valtur spa transa e sborsa 15,6 milioni «a saldo e stralcio» della transazione. Ma a questo punto è Bonomi a reagire.

La Valtur promuove a inizio del 2018 un’ azione di responsabilità nei confronti di Ljuljdjuraj in quanto amministratore precedente della Valtur e denuncia gravi irregolarità nei rapporti tra la fallita Oil e la Valtur, gestita allora dall’ imprenditore montenegrino, stimando un danno per il compratore di almeno 70 milioni.

È quindi battaglia legale a tutto campo tra il venditore e la Investindustrial che non pensava di trovarsi di fronte a tanta polvere sotto il tappeto. Morale. Solo sei mesi dopo lo shopping il bilancio di Valtur group spa si chiude con la bellezza di 89 milioni di perdite, più dell’ intero fatturato.

andrea bonomi andrea bonomi

Oltre 60 milioni sono svalutazioni effettuate dagli uomini di Bonomi appena fatto ordine nei bilanci. Una perdita colossale che si mangia l’ intero capitale che va pesantemente in rosso e con debiti a livello di gruppo per 89 milioni. Un crac lampo. E per il finanziere milanese non deve essere stato facile digerire l’ amara sorpresa. A questo punto l’ intero investimento di Bonomi si brucia. E margini per recuperare non se ne vedono.

Da qui la richiesta del concordato preventivo che non prevede, come hanno affermato i sindacati nel primo incontro al ministero, nessuna ristrutturazione del gruppo turistico da parte di Investindustrial.

valtur marina di ostuni valtur marina di ostuni

il concordatoIl concordato è la scialuppa scelta da Bonomi per tenere a bada i creditori. Poi dicono sempre i sindacati probabilmente si avvieranno cessioni dei singoli villaggi nella speranza (per Bonomi) di rientrare dall’ investimento. Difficile che si faccia avanti un soggetto disposto a rilevare l’ intero gruppo. E intanto si è già aperta la girandola delle compravendite.

La Cassa depositi e prestiti, come ha scritto La Repubblica nei giorni scorsi, ha comprato a metà novembre i tre resort di Ostuni, Marilleva e Pila. Prezzo della transazione (investimenti successivi a parte) 43,5 milioni. Quei tre resort sono passati di mano più volte. Nel 2005 era stata Pirelli re (poi Prelios) a comprare da Valtur quattro villaggi turistici, i tre in questione e in più Nicotera, per un valore di 103 milioni, lasciandoli in gestione allo stesso tour operator.

Valtur Valtur

Bonomi, appena approdato in Valtur ricompra da Prelios per 43,7 milioni gli stessi resort; tempo una manciata di mesi e Valtur, già in forte difficoltà, vende (con una gara) i tre villaggi a Cdp, per la stessa cifra. Quando si vende l’ argenteria di famiglia vuol dire che i problemi finanziari sono gravi.

A rischiare oltre a Bonomi che non vuole perdere soldi sono i lavoratori e soprattutto i fornitori esposti per decine di milioni di euro che con il concordato, se verrà approvato, vedono congelati i loro crediti. Una storia amara. Per uno come Bonomi abituato alle grandi plusvalenze da ristrutturazioni di successo, Valtur appare quasi un incubo.

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Deutsche Bank nella bufera per i bonus quadruplicati

Mirko Molteni finanzareport.it 19 marzo 2018

L’ad John Cryan attaccato per l’insufficiente austerità mentre il colosso tedesco aggiusta in peggio le perdite del 2017 sui primi dati usciti a febbraio

 
 

La stampa tedesca torna a criticare l’amministratore delegato di Deutsche Bank, l’inglese John Cryan, per la gestione del gruppo, che ha confermato negli ultimi giorni numeri anche peggiori del previsto quanto a perdite, ma nonostante ciò quadruplicando i bonus, senza contare che Deutsche è ormai al terzo anno consecutivo di bilancio in rosso.

In particolare sono stati i trader della sezione investment banking a beneficiare dell’aumento e questo nonostante i risultati deludenti della divisione, che hanno stentato a risollevarsi anche nel quarto trimestre dell’anno. Ecco perché, fra i commentatori tedeschi, il manager Ingo Speich, del fondo Union Investment che detiene parte delle azioni Deutsche Bank ha suggerito: “Al forte divario fra bonus e dividendi occorre rimediare nell’arco di pochi anni”.

Del resto, lo Spiegel fa notare che “lo staff della divisione investimenti bancari, tradizionalmente ben pagata, ha avuto successo nel convincere il management a revocare il suo corso più austero”.

Inoltre prosegue la politica di esuberi, tagliando nell’ultimo anno 2200 impiegati, e assestandosi al momento su 97.000 dipendenti in tutto il mondo. Ma altri 7000 licenziamenti sono in programma, di cui circa 220 in Italia, nonostante nel nostro paese la banca vada meglio che in altre nazioni. 

I bonus pagati da Deutsche Bank per il 2017 sono stati di 2,16 miliardi di euro, di cui 1,3 miliardi dovuti al solo investment banking, nonostante i risultati siano stati deludenti. Cryan ha in pratica quadruplicato i bonus rispetto all’anno precedente, quando erano stati limitati a 546 milioni di euro, stante nel 2016 una perdita di 1,4 miliardi. Negli ultimi giorni la perdita netta per il 2017 è stata rivista in peggio, a ben 751 milioni, nonostante la trimestrale divulgata a febbraio la indicasse in 512 milioni, quando già ci si chiedeva se Deutsche Bank non sia la vera banca malata d’Europa, nonostante gli appoggi che si dice possa vantare a livello comunitario. La banca germanica resta in rosso per il terzo anno consecutivo e nonostante la perdita netta appaia comunque in miglioramento se raffrontata appunto ai ricordati 1,4 miliardi del 2016 e ai 7 miliardi del 2015, molti ritengono che non era ancora il momento per aumentare così tanto le provvigioni, sebbene sia da segnalare che l’ad, di per sé, si sia tagliato lo stipendio da 3,8 a 3,4 milioni di euro.

Non sembra comunque sufficiente a evitare a Cryan le critiche, tantopiù che i tedeschi forse rimpiangono un compatriota alla guida di Deutsche Bank. Dal 2012 al 2015, durò solo tre anni la leadership dell’indiano Anshu Jain, che pure era coadiuvato da un co-ad tedesco, Jurgen Fitschein, mentre il precedessore era lo svizzero Josef Ackermann, in carica dal 2002 al 2012. Per trovare un tedesco solo al comando, sulla poltrona di ad di Deutsche, bisogna risalire a Rolf Breuer, in carica dal 1997 al 2002.

Cryan, pur ammettendo che le perdite restano alte, ha ribadito in questi giorni che intende tornare a un utile netto e a un buon dividendo entro l’attuale 2018, aggiungendo: “Intendiamo rimanere la banca leader in Europa e continueremo a investire nel nostro personale”. Un riferimento ai bonus elargiti ai trader per non “farseli scappare”.

 

Popolari, Bari e Sondrio in attesa della Consulta

Rosario Murgida finanzareport.it 19 marzo 2018

Domani la Corte Costituzionale emetterà la sua sentenza sulla riforma. Il verdetto è atteso non solo dalle ultime due banche ancora mutualistiche e dai loro 250 mila soci ma da tutto il sistema bancario per i possibili risvolti sugli 

 
 

Tra ormai poche ore la Corte Costituzionale emetterà la sua sentenza sulla legittimità della riforma del mondo delle banche popolari voluta dal governo Renzi. 

Si terrà, infatti, domani l’attesa udienza che dovrebbe una volta per tutte dirimere una questione che riguarda non solo le due banche ancora non trasformate in Spa, la Banca Popolare di Bari e la Banca Popolare di Sondrio, ma anche i loro 250 mila azionisti. 

Del resto l’aspetto principale della riforma su cui la Corte è stata chiamata ad esprimersi interessa la possibilità di limitare, o anche annullare, il diritto di recesso per i soci contrari alla trasformazione. Ecco perchè davanti alla Consulta compariranno anche i legali di banche come Ubi e Banco Bpm che il passo della trasformazione lo hanno già compiuto. La sentenza non avrà però un carattere retroattivo e quindi non dovrebbe produrre conseguenze sulle banche che già si sono trasformate in Spa. Tuttavia, se la Corte ritenesse la norma anticostituzionale, potrebbero aprirsi degli spazi per ricorsi sulla mancata concessione del diritto di recesso. 

Oltre che sulla questione del diritto di recesso la Corte è stata chiamata a esaminare anche un altro aspetto controverso: l’adozione di un decreto legge di urgenza. In questo caso, però, la Consulta ha già in parte sancito la mancata violazione dei dettami costituzionali respingendo un ricorso della Regione Lombardia. E’ comunque l’aspetto del diritto al recesso, con la relativa possibilità per gli istituti di chiedere alla Banca d’Italia di sospendere o ridefinire il rimborso in caso di rischi per la solidità patrimoniale, ad avere attirato le maggiori attese degli istituti e dei soci coinvolti. 

La riforma, varata dal governo Renzi nel 2015 e riguardante le popolari con attivi di bilancio superiori a 8 miliardi, è stata congelata a causa del ricorso presentato pochi mesi dopo dall’entrata in vigore da alcuni azionisti e dalle associazioni dei consumatori sulla costituzionalità della riforma e accolto parzialmente dal Consiglio di Stato.

Da allora a trasformarsi in società per azioni sono state Banco Popolare e B.P.Milano, Ubi, Bper, Creval e Volksbank. A queste si aggiungono Banca Etruria, posta sotto risoluzione e poi finita in pancia a Ubi, nonché le fallite Banca Popolare di Vicenza Veneto Banca. Banca Popolare di Bari e Banca Popolare di Sondrio hanno infine fermato il processo di trasformazione dopo che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso contro la riforma in via cautelare e quindi sospeso la sua applicazione rimandando quindi il tutto alla Corte Costituzionale per quella che dovrebbe essere, in un modo o in un altro, la decisione finale su una riforma da decenni caldeggiata dalla Banca d’Italia. 

1. “ARMANI SISTEMAVA LE VETRINE…”, PARLA L’EX SINDACO SOCIALISTA PAOLO PILLITTERI 2. “MA QUALE “MILANO DA BERE”! IL PCI ERA IN GIUNTA CON NOI SOCIALISTI. SI SONO MESSI A FARE I MORALISTI DOPO. SE QUELLO LÀ AVEVA L’AMANTE, PENSA CHE POI SIANO ARRIVATI I CHIERICHETTI E I MARITI FEDELI? BETTINO CRAXI NON HA CAPITO CHE IL BERSAGLIO PRINCIPALE ERA LUI. ERA L’ANELLO PIÙ DEBOLE, SI ACCORSERO CHE ARRANCAVA E CI DIEDERO DENTRO” 3. “ROMITI ERA CATTIVISSIMO. SU AGNELLI MI DISSE: LO CHIAMA SUPERIORE? LE COSE LE HA EREDITATE. IO E LEI SIAMO MICA QUI PER EREDITÀ!” – ”DI PIETRO LO CONOSCEVO BENE. ANDAVO A CASA SUA. POI HA CAVALCATO LA SUA ORA E HA DISTRUTTO UNA REPUBBLICA. LA SPALLATA DEFINITIVA CE LA DIEDERO IL PCI E I POTERI FORTI. AGNELLI, DE BENEDETTI, PIRELLI. APPENA FURONO LAMBITI DA TANGENTOPOLI, PER SALVARSI FECERO DI TUTTO PER SVIARE L’ATTENZIONE”

dagospia.com 19 marzo 2018

Pier Luigi Vercesi per il Corriere della Sera

 

Paolo Pillitteri, le tirano ancora le monetine quando passa per strada?

«Quando mai? I milanesi sono sempre stati affettuosi con me. C’ è stato un periodo che non avevo la macchina e andavo in centro a piedi.

La gente diceva: “Piliteri, vegn chi a bev el cafè!”. Anche adesso mi fermano per strada: “Lei è mica il nostro sindaco?”. Io rispondo: sì, e sono interista».

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Vuol farmi credere che c’ è nostalgia della Milano da bere?

«Quando c’ era la pubblicità del Campari la trovavano tutti bella. Anche i comunisti. La storia della Milano da bere corrotta l’ hanno inventata dopo».

 

Negli anni Ottanta, però, arrivarono i nani e le ballerine…

 

«Muchela lì, ma in che film? Milano era la città della Scala, di Giorgio Strehler. La politica è finita quando si è cominciato ad aggredire gli avversari con gli slogan. Se quello là aveva l’ amante, pensa che poi siano arrivati i chierichetti e i mariti fedeli? Si stava semplicemente passando dal comunismo al luogo-comunismo. Io ho fatto il sindaco dal 1986 al gennaio del ’92. Carlo Tognoli, prima di me, aveva fatto un lavoro magnifico. E siccome mi ritengo fortunato, a me è andata ancora meglio. La città balzò all’ onore delle cronache internazionali perché vennero in visita Gorbaciov e poi Eltsin. Me la vedo ancora la folla in Galleria, i milanesi orgogliosi di essere al centro del mondo. E l’ esplosione della moda? Lo sa com’ è avvenuta?

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Un giorno, passeggiando in via Manzoni, alzo gli occhi e vedo Giorgio Armani in calzini che trafficava nella sua vetrina; picchio sul vetro e lui mi fa segno di entrare; cos’ è, fai anche il vetrinista adesso?; lui: “Se non hai cura tu delle tue cose, chi deve averla?”. Ecco, il segreto di Milano è lì. Quando arrivai a Palazzo Marino, dopo un po’ feci la giunta con il Pci: i miglioristi li sentivo vicini. Bettino lasciava fare. A volte aggrottava il sopracciglio, ma non parlava e io facevo finta di non capire se era a favore o contrario».

 

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Quindi la Milano da bere l’ avete allestita con i comunisti?

«Erano in giunta! Il Pci si è messo a fare il moralista dopo. Come nei film, c’ è stato il primo tempo e il secondo. Nel primo tutti partecipavano alla Milano da bere; nel secondo la Milano da bere diventava una vergogna».

 

Anche Mario Chiesa si sono inventati?

Pillitteri-Facci - Io li conoscevo bene..PILLITTERI-FACCI – IO LI CONOSCEVO BENE..

«Fu preso con le mani nel sacco. È una cosa diversa, non c’ entra Milano. Io ero suo amico e sono rimasto di stucco. Poi è arrivata la valanga…».

 

 

 

La storia della caduta del Muro di Berlino, dello sfaldamento degli equilibri internazionali...

«Balle: è il caso. Certo, era il momento che sui partiti piovevano critiche. Bettino non l’ ha capito. E non ha capito che il bersaglio principale era lui. Era l’ anello più debole, si accorsero che arrancava e ci diedero dentro. A me piovvero in testa quattro o cinque processi. Uno chiamava l’ altro e mi sono fatto un anno di servizi sociali da don Mazzi. Di Pietro lo conoscevo bene. Andavo a casa sua. Poi tutto è cambiato improvvisamente. Cosa doveva fare? Tonino ha cavalcato la sua ora e alla fine ha distrutto una Repubblica. Bettino intanto continuava a non crederci e la spallata definitiva ce la diedero il Pci, i loro amici e i poteri forti».

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Quali poteri forti?

«Gli Agnelli, i De Benedetti, i Pirelli, quelli lì.

Per salvarsi. Appena furono lambiti, fecero di tutto per sviare l’ attenzione».

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Lei li frequentava, per saperla così lunga?

«Certo. A Milano la figura del sindaco è eminente: ci sono il cardinale, il sindaco e basta. Se Romiti doveva parlare di una cosa importante andava dal sindaco. Romiti è un genio, cattivissimo nei giudizi. Lo portavo a passeggiare nei saloni di Palazzo Marino così si lasciava andare.

Adesso deve riferire tutto al suo superiore, lo provocavo. Lui mi fissava: “Lo chiama superiore? Le cose le ha ereditate. Io e lei siamo mica qui per eredità!”».

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Così mi alza la palla: non era lì per eredità ma perché era il cognato di Craxi!

«Lo ero da una vita. Prima era facile fare il cognato: contava niente. Dopo il Midas, quando divenne segretario del Psi, io avevo già una lunga esperienza politica, prima nel Psdi, con cui me ne andai quando ci fu la scissione, poi come assessore nel Psi. Fuori non me lo facevano pesare. Dentro al partito sì».

 

Ha conosciuto prima Bettino o la sorella Rosilde, diventata sua moglie?

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«Rosilde. Eravamo in coda insieme per iscriverci all’ università. Io Lettere, lei Giurisprudenza. Abbiamo cominciato a frequentarci con un po’ di tiremolla perché io avevo in testa il cinema. Mio papà, un maresciallo maggiore dei carabinieri siciliano andato a combattere con i partigiani in Valtellina, mi aveva regalato una sedici millimetri. Mi ero iscritto alla scuola di cinema, mi occupavo del Centro cinematografico universitario e cominciai a girare dei documentari. Bettino l’ incontrai quando era assessore all’ Economato. Un fornitore del Comune mi disse che voleva girare un documentario per far vedere che dava le merendine ai bambini nelle scuole. Mi precipitai e girai un filmato, che scontentò Craxi: gli avevo dedicato pochi secondi. Comunque sia, quando mi accorsi che trovare i produttori era impossibile, cercai di fare il critico cinematografico. Fidia Sassano, un bravo giornalista dell’ Avanti! , mi disse che se ne stava andando il loro critico, così m’ infilai».

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Grazie a Bettino!

 

«A Bettino non gliene fregava niente né del cinema né dell’ Avanti! . Per di più, nel 1969 me ne andai con i socialdemocratici. Mi aiutò Renato Massari, un leader del Psdi. «Paolo – mi disse -, scadono le presidenze degli enti, una culturale la prendi tu». Mi propose la Triennale. Sei sicuro?, gli dissi. Capii dopo perché non me l’ aveva contesa nessuno. C’ era stato il ’68 e dopo un anno di occupazione era stata rasa al suolo. Renato, hanno spianato tutto! “Non importa, parliamo con Mariano Rumor” (presidente del Consiglio, ndr ). Così mi spedirono a Palazzo Chigi con un tal Tonino Colombo, uno alto-alto, amico di un sottosegretario. Rumor ci venne incontro e si diresse verso il mio accompagnatore: “Carissimo presidente”, e lo abbracciò. Veramente sarei io quello della Triennale… “Ah sì, certo caro amico”. Rumor pagò i danni della Triennale e Massari mi candidò al Comune. Eletto, Renato chiese un assessorato per me. L’ ultimo rimasto era quello alle Istituzioni culturali, al nulla, in pratica.

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Berlusconi al funerale di Craxi sullo sfondo Giuliano Cicconi Salvatore Lo Giudice Maria Vittoria PillitteriBERLUSCONI AL FUNERALE DI CRAXI SULLO SFONDO GIULIANO CICCONI SALVATORE LO GIUDICE MARIA VITTORIA PILLITTERI

Sindaco era Aldo Aniasi. Gli chiesi: dove mi metto? “Ci dev’ essere un posto dalle parti della Guastalla. Già che ci sei, perché non aggiungi anche il turismo? Suona bene: assessore alla Cultura e al Turismo”. Io m’ intendo di cinema – feci notare -, mettiamoci anche lo Spettacolo. “Perfetto”, concluse Aldo».

 

Craxi cercò mai di riportarla nel Psi?

«A un certo punto non mi trovavo bene nel Psdi e decisi di rientrare nel Psi. Nel frattempo c’ era stato il Midas e Bettino era diventato segretario perché tutti pensavano: “Dura minga, dura no”. Invece era una spanna sopra gli altri. Il partito era allo sfascio perché non aveva una politica. Bettino puntò su un gruppo di giovani: Tognoli, io, Martelli, Gangi, Manzi, Ripa di Meana. Non era un solitario: decideva da solo, però ci sentiva spesso. Il lunedì ci vedevamo al Toulà o alla Cassina de’ pomm. Lui prendeva la matita e cominciava a tirare delle righe: “Forlani fa questo, bisogna vedere se Lama preme e come reagiscono i berlingueriani”, c’ erano persino i liberali, Biondi… poi si rivolgeva a me… “e il tuo Saragat?”. Ma Bettino, sarà anche morto. Per dire che non lasciava nulla al caso».

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Quando cominciaste a procurare soldi per il partito?

«Quando arrivò Bettino il Psi non aveva più un centesimo in cassa. C’ erano da pagare gli stipendi dei funzionari e gli affitti delle federazioni. Chiese a chi aveva incarichi pubblici di contribuire. Poi c’ erano i versamenti dei privati, come hanno sempre avuto tutti i partiti».

 

E dovevate rende favori con gli appalti…

«È storia, sì, però diciamo che c’ era una sostanziale devozione al partito che si traduceva anche in forme di partecipazione. Quando il Psi cominciò a crescere arrivarono quelli che la passione per il Psi l’ avevano meno».

 

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Sta parlando anche di Silvio Berlusconi?

«Su Berlusconi bisogna capirsi. Quando decise di fare una Rai privata aveva già costruito interi quartieri, aveva dato case e lavoro. A Milano queste cose pesano. Ovvio che era un buon cavallo su cui puntare. C’ era sotto un ragionamento di politico».

 

Come è stato vissuto in famiglia il dramma di Craxi?

«Rosilde non si è mai interessata granché alla carriera del fratello e non era particolarmente attratta nemmeno dalla mia. Insegnava alle scuole medie, tirava su i figli e doveva accudire il padre Vittorio. Quando rimase vedovo, venne a vivere con noi. Ogni tanto arrivava Antonio, l’ altro fratello Craxi che faceva l’ imprenditore, si era preso un’ imbarcata per Sai Baba, era andato in India e… ci credeva, contento lui. Bettino veniva da noi a Natale. Se Antonio attaccava il discorso del santone, diceva: “Sì, ne parliamo il prossimo Natale”. Vittorio, che era stato prefetto di Como e viceprefetto di Milano, morì nel ’92, ma fece in tempo a vedere che le cose si mettevano male. Stava comunque con Bettino.

Chissà se intuì che avrebbe pagato per tutti…».

 

 

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