EURO BREAK UP: IL MOMENTO DELLA VERITA’ SI AVVICINA!

http://icebergfinanza.finanza.com/ 20 marzo 2018

Questa è la prima slide di una lunga serie di oltre 120, una ricerca durata oltre due mesi, una relazione tenuta presso una importante istituzione presente sul suolo nazionale. Analisi empirica, economico/finanziaria, giuridico/legale che prende in considerazione tutte le variabili storiche per un’eventuale rottura della moneta unica.

Mi sono sempre meravigliato di come sia grande l’ignoranza sul tema, non tanto da parte della gente comune, ma da parte delle istituzioni, di chi invece dovrebbe contribuire a sostenere un dialogo il più sereno possibile senza preconcetti ideologici o politici.

Il fallimento dell’euro, da distinguere da quello dell’Europa, è ormai evidente, è sotto gli occhi di tutti.

Dice bene Benjamin Jerry Cohen, professore di Economia politica internazionale presso l’Università della California a Santa Barbara. Le sue ricerche riguardano principalmente questioni sulle relazioni monetarie e finanziarie internazionali e ha scritto su argomenti che vanno dai tassi di cambio e all’integrazione monetaria ai mercati finanziari e al debito internazionale.

Allo stesso tempo sottolinea una cosa fondamentale, ovvero la strenua volontà politica a non abbandonare questo esperimento, a qualunque costo.

L’ultima frase di Angela Merkel è un’autentica fesseria, ” L’euro è molto, molto più che una moneta, è la garanzia di unità dell’Europa.”

Basterebbe guardare alla storia, per capire che una moneta non ha mai garantito un’unione…

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… ripeto MAI in nessun caso della storia.

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Basterebbe osservare questa immagine per comprendere che l’euro è un progetto destinato al fallimento al di la della volontà politica attuale. Solo alcuni stati di secondo piano, africani e del Centro America, adottano il dollaro, il resto dei Paesi ha la propria moneta.

Ma lasciamo spazio all’ultima novità in arrivo dalla Germania riportata dal Die Welt

Grazie alla traduzione di Voci dalla Germania una piccola sintesi…

A Berlino  alcuni economisti molto noti martedì si sono riuniti per discuterne. Il loro obiettivo era quello di sviluppare un piano di emergenza a cui ricorrere in caso di disintegrazione della moneta unica. Con il titolo „Is the Euro sustainable – and what if not“ alcuni importanti economisti tedeschi e internazionali si sono trovati per discutere i costi e le conseguenze di un possibile collasso dell’euro, le riforme che potrebbero facilitare l’uscita di un paese e le esperienze storiche relative alla caduta delle precedenti unioni monetarie.
 
L’invito a Berlino è arrivato dal’università privata ESMT e dal Max-Planck-Institut per il diritto fiscale e la scienza delle finanze. E’ possibile che la  situazione nell’unione monetaria si sia stabilizzata grazie alla ripresa economica congiunta, ma i saldi Target in continua crescita evidenziano le fratture economiche all’interno della zona euro. E le elezioni italiane hanno mostrato che il pericolo di una dissoluzione dell’euro è tutt’altro che scomparso. In Italia il capo della Lega Italiana, il partito populista di destra – uno dei vincitori delle elezioni – ha  dichiarato che solo la morte è irreversibile, una moneta certamente non lo è. Mentre la politica si preoccupa di stabilizzare l’eurozona, gli economisti vorrebbero invece essere preparati nel caso in cui la moneta unica dovesse fallire.
 
“La probabilità che l’euro finisca non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione”, ha detto Kai Konrad, esperto di finanza presso il Planck-Institut. Ad assecondarlo c’era il presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt: “bisogna essere preparati anche ad eventi alquanto improbabili”.
 
E’ necessario discutere una clausola di uscita
 
Secondo gli economisti presenti ci sarebbero tre scenari di uscita ipotizzabili:l’uscita di un paese senza il consenso degli altri, l’uscita con il consenso degli altri, oppure l’esclusione di un paese contro la volontà del paese uscente. Per tutti questi scenari non esiste un quadro giuridico chiaro, afferma Clemens Fuest, presidente dell’Ifo.
Sebbene l’eurozona con l’articolo 50 del trattato UE abbia previsto una clausola di uscita, l’abbandono della moneta unica nei trattati resta legato indissolubilmente anche all’uscita dall’UE. Non è desiderabile, dice Fuest: “al momento l’uscita di un paese non è all’ordine del giorno, proprio per questa ragione sarebbe il momento buono per discutere una clausola di uscita dall’euro”, dice Fuest. Potrebbe essere incluso nei trattati nell’ambito dell’attuale processo di riforma. Fuest tuttavia non raccomanderebbe a nessun paese di uscire. Secondo Fuest una tale clausola potrebbe avere un’influenza disciplinante. “L’adesione all’euro è accompagnata dal fatto che il paese deve accettare le regole della zona euro”, dice Fuest, riferendosi soprattutto all’Italia. Li’ il capo della Lega Salvini ha chiesto che l’Italia ignori gli accordi di politica fiscale che l’Italia stessa ha sottoscritto. “Questo è incompatibile con l’appartenenza all’area dell’euro”, dice Fuest.
 
Alcuni economisti vorrebbero far uscire dall’euro chi infrange in maniera seriale le regole comuni. I trattati al momento non contemplano la possibilità che alcuni paesi si difendano dall’obbligo di dover trasferire risorse agli altri paesi tramite una opzione di uscita, ma per il futuro non sarebbe da escludere.
 
E’ necessario che ci siano regole per l’uscita
 
“I vantaggi derivanti dall’avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all’uscita, compresa l’incertezza, rendendo i conflitti fra gli stati meno probabili”, afferma Fuest. Potrebbe esserci maggiore incertezza sul futuro dell’eurozona. “Tutto questo spinge verso la creazione di ostacoli procedurali elevati che rendano difficile l’uscita, ma non per un’assenza di una procedura di uscita”, dice Fuest.
 
Le clausole di uscita potrebbero servire come protezione contro la redistribuzione delle risorse a spese dei singoli stati. Paesi piu’ ricchi come la Germania o l’Olanda, grazie ad una clausola di uscita, potrebbero difendersi dalla trasformazione dell’eurozona in una unione di trasferimento. Una clausola di uscita potrebbe aiutare anche i paesi piu’ deboli, come l’Italia, che con una loro moneta nazionale, potrebbero tornare nuovamente competitivi.
 
Quanto siano grandi le differenze lo ha illustrato chiaramente Sinn. Affinché i paesi piu’ deboli possano raggiungere la Germania in termini di prezzi, la Germania dovrebbe avere un’inflazione del 4.5% piu’ alta rispetto a quella degli altri paesi della zona euro per i prossimi 10 anni.
 
 
I migliori economisti su un terreno politico minato
L’uscita di un paese sarebbe costosa anche per la Germania. Se un paese dovesse uscire, la Bundesbank finirebbe per perdere i suoi crediti Target nei confronti del paese uscente. La sola Italia attualmente ha un debito verso l’eurosistema pari a 444 miliardi di euro.
Se ad uscire fosse invece la Germania, ad essere coinvolto sarebbe l’intero importo dei 900 miliardi di crediti Target. In questo caso sarebbe infondata la preoccupazione di una eccessiva sopravvalutazione del nuovo D-Mark: “la Bundesbank, secondo il modello della Banca Nazionale Svizzera, potrebbe intervenire con acquisti massicci per mantenerne basso il valore”, ha affermato Fuest.
Ma gli storici dell’economia mettono in guardia dall’accettare con troppa semplicità uno scenario di rottura dell’euro. La storia mostra che il crollo di un’unione monetaria porta con sé delle turbolenze. “Di solito, il crollo di un’unione monetaria causa anche il crollo della corrispondente unione doganale”, ha detto Albert Ritschl, storico economico della London School of Economics.
E questa è stata la quintessenza della euro-conferenza. Anche se un piano generale ancora non c’è: dopo tutto era il primo incontro fra economisti di alto livello a muoversi su di un terreno politicamente minato.

Non sarà una passeggiata, non lo è mai stato nella storia, ma Bertrand Russel, filosofo e matematico gallese, diceva che il problema dell’umanità è che gli sciocchi e i fanatici sono estremamente sicuri di loro stessi, mentre le persone più sagge sono piene di dubbi. Nulla è irreversibile!

Questo in sintesi il mio pensiero … Italia più povera con questo euro.

VITROCISET, SI AFFACCIA ENGINEERING – IL COLOSSO STUDIA L’ACQUISTO DELLA SOCIETÀ DELLA FAMIGLIA CROCIANI, CHE CON ERNST & YOUNG E LO STUDIO GIANNI HA FATTO RIPARTIRE L’ASTA – SUL DOSSIER ANCHE IL FONDO FRANCESE ATOS CHE IN PASSATO SI DEFILÒ TEMENDO IL GOLDEN POWER CHE POTREBBE ESERCITARE IL GOVERNO, ESSENDO VITROCISET CONSIDERATA STRATEGICA

DAGOSPIA.COM 20 MARZO 2018

Rosario Dimito per il Messaggero

 

DICEMBRE VITROCISET BDICEMBRE VITROCISET B

C’è Engineering , società di informatica di proprietà di Nb Renaissance e Apax, tramite Mic Bidco spa, sul dossier Vitrociset. L’azienda informatica romana facente capo alla famiglia di Camilla Crociani, principessa di Borbone, che ha contratti di importanza strategica per l’Italia per i quali potrebbe scattare il golden power, tramite il nuovo advisor EY, assieme allo studio Gianni Origoni Grippo Cappelli & partners ha fatto ripartire un’asta, dopo il fallimento della trattativa con l’imprenditore della logistica Antonio Di Murro. EY avrebbe sondato alcuni potenziali interessati, trovando in Engineering un interlocutore davvero interessato.

 

Camilla Crociani con Carlo di BorboneCAMILLA CROCIANI CON CARLO DI BORBONE

Sul dossier sarebbe tornato anche il fondo francese Atos che già in passato ha studiato l’acquisizione defilandosi a causa dei poteri speciali che potrebbe esercitare il governo. Anche il fondo Armonia, sondato, si sarebbe sfilato. Proprio ieri Vitrociset ha comunicato i dati di preconsuntivo 2017 che segnalano un andamento in linea con l’ultimo forecast, sia in termini di ricavi che di ebitda, ed un portafoglio ordini in crescita e superiore a 2 volte il fatturato.

 

Paolo Solferino, alla guida di Vitrociset con i galloni di ad, sta aggiornando il piano industriale che sarà focalizzato su defence & security, space & big science e infrastrutture e trasporti, tre mercati o aree di business principali rispetto alle precedenti quattro, con l’obiettivo di rendere più efficace sia le attività di ricerca, che lo sviluppo commerciale dell’azienda.

 

«La volontà resta quella di cedere alle migliori condizioni», ha detto di recente in un’intervista la vedova Crociani che controlla Vitrociset tramite Croce international, società di diritto olandese azionista di Ciset srl, nel cui portafoglio c’è il 98,5% della società romana, mentre l’1,5% è di Leonardo spa. Sembra che EY richieda un enterprise value, cioè una valutazione globale di Vitrociset, al lordo dei debiti, pari a 120 milioni. L’equity value si aggira sui 60 milioni in quanto 60 milioni sono i debiti con le banche.

 

Edoarda CrocianiEDOARDA CROCIANI

Il negoziato sarebbe in corso anche se la società guidata dal fondatore presidente Michele Cinaglia, sta spulciando bene i conti. Con oltre 10.000 dipendenti, 50 sedi in Italia, Germania, Spagna, Belgio, Repubblica di Serbia, Sud America (Brasile e Argentina) e Stati Uniti, un portafoglio vendite consolidato nel 2017 di oltre 1 miliardo, Engineering è un colosso. La sua attività si svolge tra ingegneria e sanità, pa e sanità, telco e utilities, industria e servizi, finanza – supportate da centri di competenza trasversali alle unità di business.

 

engineering logo marchioENGINEERING LOGO MARCHIO

 

Riforma banche popolari, attesa per il verdetto della Consulta

ITALIAOGGI.IT 20 MARZO 2018

Domani la decisione della Corte costituzionale sulla legittimità del provvedimento varato dal governo nel 2015. La difesa di Bankitalia e la presidenza del Consiglio dei ministri

 

La sede della Consulta

Atteso per domani il verdetto della Corte Costituzionale sulla legittimità della riforma delle banche popolari varata dal governo nel 2015. Le parti interessate nel procedimento sono state ascoltate oggi nel corso di un’udienza pubblica davanti ai magistrati della Consulta. A difendere la legittimità della riforma i rappresentanti dell’Avvocatura dello Stato e di Bankitalia soprattutto per la parte riguardante il diritto di recesso. Dalla parte opposta, i ricorrenti arrivati fino alla Consulta per dimostrare l’incostituzionalita dei limiti al diritto di recesso e della facoltà in capo a Bankitalia di deciderne le modalità. Proprio sul diritto di recesso il legale di Bankitalia, Marino Ottavio Perassi, ha spiegato come nel bilanciamento degli interessi – da una parte quelli dei soci intenzionati a uscire e dall’altra quelli della banca – l’elemento dirimente è la tenuta del patrimonio di vigilanza dell’istituto di credito che “non può essere messo a rischio”. Perassi ha sottolineato le “peculiarità del settore bancario, in cui non vigono le sole regole del codice civile”, ma bisogna tener conto delle “decisioni europee” e prima ancora “degli accordi di Basilea”, per i quali l’elemento di valutazione è il patrimonio della banca. Quindi “prevedere limitazioni” sul recesso “vuol dire vedere caso per caso se il patrimonio consente o no il rimborso”. A proposito del diritto di recesso, Perassi ha citato l’ipotesi del Consiglio di Stato di considerare un rimborso piu’ gli interessi. In questo caso le azioni “uscirebbero subito dal patrimonio di vigilanza mettendo in pericolo la banca”, mentre se si concretizzasse “un’ipotesi di questo tipo si metterebbe in pericolo non solo le banche popolari ma anche le Bcc”; quindi sul rimborso “non c’è stata alcuna deroga in bianco alla Banca d’Italia” che ha agito in base alle europee. Sulla stessa linea anche l’avvocato dello Stato, Gianna Maria De Socio, che, nell’udienza di oggi alla Corte Costituzionale, ha rappresentato la Presidenza del Consiglio dei ministri. “L’interesse in gioco, quando una banca prosegue la sua attività – ha sostenuto l’Avvocatura dello Stato – non è della banca, ma è un interesse superiore tutelato dalla Costituzione. La limitazione connessa alla trasformazione della banca popolare in spa trova riscontro nei principi costituzionali e tale norma si colloca anche nel quadro delle norme europee”. L’avvocato dello Stato ha inoltre sottolineato che “la banca non è una comune società. La stabilita’ di una banca è la stabilità del sistema”. La logica del limite del diritto di recesso “è a tutela della stabilità della banca ma anche degli stessi soci, anche del socio che desidera recedere”. Secondo De socio “il decreto sulle popolari fissa un paletto affinche’ non possa avvenire che il patrimonio della banca scenda sotto la soglia dell’adeguatezza”. E “il socio che vuole recedere e che si vede rifiutata la richiesta, non è un ex socio, perché gli vengono restituite le azioni della banca. In gioco non c’è un suo interesse privato, ma prima di tutto un interesse superiore degli altri soci e della banca”. I legali dei ricorrenti hanno invece posto l’accento sul fatto che in una spa il valore patrimoniale “non rimane intatto: può arrivare un grande investitore e poi uscire, diluendo la tua partecipazione”: applicare a questo schema il concetto di “rischio di impresa non c’entra nulla”, ha detto l’avvocato Ulisse Corea. Nella causa, ha detto il collega Francesco Saverio Marini, “non è in discussione la riforma nel suo complesso, ma un problema circoscritto: il rimborso dei soci e quindi dei piccoli risparmiatori, perché il decreto legge e poi la circolare della Banca d’Italia che al decreto rimanda, consentono di escluderlo. Limitare l’indennizzo è conforme a Costituzione, ma il sacrificio non può essere totale”. L’udienza si era aperta nella tarda mattina con la richiesta di Amber Capital Uk e Amber Capital Italia di essere ammessa nonostante avesse presentato richiesta dopo la scadenza dei termini. La corte ha considerato il temine perentorio e ha respinto la richiesta fondo che ha investito circa 90 mln nella Banca Popolare di Sondrio sulla base delle aspettative della trasformazione in spa. Sondrio e Banca Popolare di Bari sono i due unici istituti interessati alla riforma che non hanno proceduto alla trasformazione in spa. La riforma imponeva la trasformazione a tutte le popolari con attivi superiori agli 8 miliardi.

A CARLO MESSINA – TERZA PARTE BANCHE VENETE

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

 

CARO MESSINA, (PER MODO DI DIRE E’ SOLO  PER CORTESIA)

MI DOMANDO ED IMMAGINO CHE TE LO DOMANDI ANCHE TU DOPO AVER LETTO GLI ULTIMI ARTICOLI PUBBLICATI SUL MIO BLOG E SUI QUOTIDIANI , DOPO LE ULTIME NEWS , DOPO LE ULTIME SENTENZE DI POCHI GIORNI FA A VICENZA (OLTRE A ROMA) – TUTTO L’ARSENALE DA GUERRA CHE HAI VOLUTO METTERE IN PIEDI  PER COMBATTERE LA TUA  SCELTA CONTRO PERSONE NORMALI, SOCI, CLIENTI (CHE STANNO ANDANDO VIA DAL TUO ISTITUTO CHE TU RAPPRESENTI – COME LEGGERAI  DAGLI ARTICOLI PRODOTTI) E DIFENDERE IL CONTRATTO DEL NOTAIO MARCHETTI NONCHE IL DECRETO LEGGE 99/2017(PIENI DI FALLE) – TU RITIENE CHE IL POPOLO ITALIANO ABBIA ANCORA FIDUCIA NELLA BANCA CHE RAPPRESENTI LEGALMENTE ?

TI DO UN CONSIGLIO LE PERSONE “DISPERATE” DOPO QUELLO CHE HANNO SUBITO E STANNO SUBENDO VANNO AFFRONTATE , DEBBONO ESSERE TRANQUILLIZZATE , CON I FATTI E NON CON LE PAROLE DEL BARRESE (ANCHE QUI TI CONSIGLIO DI LEGGERE ATTENTAMENTE QUANTO PUBBLICATO) – QUESTA ACQUISIZIONE DI RAMO DI AZIENDA PORTERA’ SOLO PERDITA DI IMMAGINE PER LA SOCIETA CHE LEGALMENTE RAPPRESENTI , DANNO AI SUOI AZIONISTI CON IL PUNTO DI DOMANDA CHE IL NUOVO GOVERNO NON VEDE QUESTA OPERAZIONE FINANZIARIA DI BUON OCCHIO. SONO CAMBIATI I RIFERIMENTI, LE PERSONE E TU RIMANI LI SOLO A COMBATTERE PER COSA?

E ALLORA MI PERMETTO DI CONSIGLIARTI DI UTILIZZARE LA TECNICA DELL’ASCOLTO , DELL’UMILTA’ MA SOPRATTUTTO DELLA PROFESSIONALITA’ PERCHE TUTTA QUESTA VICENDA HA PRESO UNA GRANDE BRUTTA PIEGA.

TI DICO TUTTO CIO’ PERCHE ANCH’IO COME LE ALTE MIGLIAIA DI PERSONE SIAMO VERAMENTE ARRABBIATE CON QUESTO TUO MODO DI AGIRE E DI VOLER RAGIONE ANCHE LADDOVE NON CE L’HAI CERCA DI ESSERE PIU’ UMILE E DI VOLARE PIU BASSO NELLA VITA PERCHE’ OGGI CI SEI E DOMANI ?

ABBASARSI A DIALOGARE CON LE PERSONE NON SINIFICA ESSERE DEBOLI SIGNIFICA ESSERE DELLE PERSONE ESTREMAMENTE CONSAPEVOLI E CERCARE LE SOLUZIONI PIU’ IDONEE (IO SO CHE OGGI TI PENTI DELL’OPERAZIONE FATTA) E VEDRAI CHE ESSERE ONESTI E CORRETTI TI RIPAGHERA’ ABBONDANTEMENTE.

RICORDA SEMPRE LA TUA CARRIERA COME E’ INIZIATA DA PERSONA SEMPLICE E COSI’ CHE SE VUOI ARRIVARE A SISTEMARE QUESTA GRANDE GRANA DOVRAI COMPORTARTI – CON L’UMILTA’ CHE AVEVI QUANDO SEI ENTRATO NEL MONDO BANCARIO ED UN GIORNO PUBBLICHERO’ LA TUA STORIA. 

ULTIMO CONSIGLIO – NASCONDERSI, NON PARLARE CON LE PERSONE COSI COME FANNO I TUOI ALTI DIRIGENTI PORTA SOLO ALLO SCONTRO FRONTALE PERCHE’ TUTTI SIAMO UTILI AL MOMENTO OPPORTUNO MA QUANTO LA RUOTA GIRA NESSUNO E’ PIU’ INDISPENSABILE.

SPERO CHE TU RIFLETTA MOLTO BENE PRIMA DELLA SANTA PASQUA.

UN CORDIALE  SALUTO 

PAOLO POLITI

 

Saint Laurent e Gucci, la maxi evasione passa dal Ticino

tvsvizzera.it 19 marzo 2018

 

Evasione fiscale all'ombra del lusso
Evasione fiscale all’ombra del lusso

(Keystone)

Il gruppo parigino Kering, proprietario di vari marchi di lusso tra i quali Gucci, Yves Saint Laurent e Balenciaga, è indagato in Francia per una presunta evasione fiscale di circa 2,5 miliardi di euro che coinvolgerebbe direttamente la sottofiliale luganese Luxury Goods International (LGI), già al centro di un’inchiesta condotta dalla procura milanese per analoghi fatti.

Secondo quanto rivelato da MediapartLink esterno, la testata appartenente alla rete giornalistica European Investigative Collaborations (EIC), la Kering avrebbe ideato un sofisticato meccanismo di elusione fiscale attraverso la controllata ticinese, dopo aver negoziato con le autorità cantonali un accordo estremamente favorevole, che prevede un’aliquota sugli utili dell’8% invece del 33% applicato in Francia.

In particolare il marchio Yves Saint Laurent, indica sempre Mediapart, avrebbe attribuito alla società luganese, attiva nella logistica, il monopolio delle vendite nel mondo intero. Le fatture dei prodotti ordinati dalle boutique erano infatti emesse dalla LGI che provvedeva a incassare le relative somme. Il risultato è che dell’1,1 miliardi di risultato operativo generati tra il 2009 e il 2017 dal marchio, 550 milioni sono partiti per la Svizzera, provocando un mancato incasso al fisco francese di 180 milioni di euro.

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Coinvolta anche Gucci

Ma c’è di più: le normative europee impongono alle società di pagare le imposte nel luogo dove vi sono le sedi stabili o viene svolto il lavoro effettivo ma l’unica attività concreta svolta nella filiale ticinese, secondo le indiscrezioni di stampa, è data dal transito delle collezioni. Inoltre i quadri dell’azienda risultano lavorare in Avenue George V, a Parigi, e non nella periferia di Lugano.

Lo stesso schema, secondo quanto asserisce la Procura di Milano, è stato applicato dall’altra prestigiosa controllata della famiglia Pinault, il marchio fiorentino Gucci. L’inchiesta avviata nello scorso novembre, che ha portato alla perquisizione degli uffici milanesi e fiorentini a inizio dicembre condotta dalla guardia di finanza, intende accertare l’ipotesi di una maxi evasione di 1,3 miliardi per vendite e attività svolte in Italia ma dichiarate alle autorità fiscali elvetiche. Anche in questo caso gli inquirenti sospettano residenze e attività fittizie in Svizzera dove vigono norme fiscali vantaggiose.

Le spiegazioni del gruppo di Pinault

Da parte sua il gruppo Kering ha fatto sapere che LGI “è un’importante piattaforma commerciale di distribuzione e di logistica creata negli anni ’90, prima della presa del controllo del gruppo Gucci”.

E in ogni caso “ognuna delle società del gruppo insediate in Svizzera esercita un’attività economica effettiva collegata direttamente con l’attività commerciale dei marchi del gruppo” e per questo motivo “versa in Svizzera le imposte dovute, in conformità con la legge e lo statuto fiscale della società e la sua situazione è perfettamente conosciuta dalle autorità fiscali elvetiche, italiane e francesi”.

Finanziamenti libici, Sarkozy posto in stato di fermo

tvsvizzera.it 20 marzo 2018

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https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/20-03-2018-sarkozy-in-carcere?id=10269056&startTime=54.467874&station=rete-uno

L’ex presidente francese Nicolas Sarkozy è stato fermato dalla polizia giudiziaria di Nanterre nell’ambito di un’inchiesta su presunti finanziamenti libici della sua campagna elettorale del 2007. 

L’ultimo presidente neogollista è stato sottoposto a interrogatorio sulla vicenda giudiziaria iniziatasi nell’aprile del 2013, dopo che lo scandalo era stato rivelato l’anno precedente dall’organo di stampa Mediapart, secondo il quale Sarkozy avrebbe ottenuto sostegni finanziari dal regime di Muammar Gheddafi.

Nicolas Sarkozy
Sarkozy sottoposto a interrogatorio dalla polizia giudiziaria di Nanterre

(Keystone)

I magistrati ritengono in particolare che abbia falsificato i conti della campagna elettorale e in proposito avrebbero intercettato una conversazione telefonica con un suo legale in cui era espressa l’intenzione di fare pressioni su un giudice.

I reati ipotizzati dagli inquirenti sono corruzione attiva e passive, traffico d’influenza, falso, abuso di beni sociali e riciclaggio, complicità e ricettazione.

Sul fermo dell’ex leader dell’Unione per un movimento popolare dovrà esprimersi un giudice entro 48 ore.

 

Pensioni: cumulo gratuito in stand-by, scoppia nuovo caso esodati

20 marzo 2018, di Alessandra Caparello wallstreetitalia.com

ROMA (WSI) – Il cumulo gratuito delle pensioni oggetto del contendere tra l’Inps e le Casse previdenziali. Ma andiamo per ordine. E’ la legge di bilancio 2016 ad aver introdotto il cosiddetto cumulo gratuito per i professionisti, ossia la possibilità di unire in un’unica gestione previdenziale i contributi versati a varie casse dai professionisti.

Una pratica che si caratterizza per la completa gratuità ma che ancora non è decollata. Perché? I problemi sono i costi di gestione della pratica, circa 65,04 euro che devono essere divisi tra gli enti coinvolti. L’Inps propone che questa spesa sia divisa tra gli enti interessati ma le casse previdenziali, rappresentate dall’Adepp non ci stano e chiedono che la gestione delle pratiche sia affidata all’Inps visto che lo Stato proprio per il cumulo ha riconosciuto all’Istituto nazionale di previdenza sociale un maggior finanziamento di 89milioni di euro all’anno, soldi che arrivano dalle tasse pagate anche dai professionisti.

“Sarebbe una discriminazione inaccettabile imporre ai nostri iscritti di pagare lo stesso costo due volte”.

Così l’Adepp che ieri ha firmato sì le convenzioni con l’Inps e inviandole simultaneamente via pec ma senza pagare l’obolo ribattezzato la tassa Boeri.

“Con quest’atto le Casse intendono togliere ogni alibi all’Istituto pubblico, che da mesi sta ritardando l’adempimento di una legge. Se l’Istituto continuerà a non pagare, d’ora in poi gli interessati potranno azionare eventuali rimedi giudiziari nei confronti dell’Inps”.

L’Inps dal canto suo fa sapere di non aver ricevuto alcun corrispettivo dal governo per la copertura di questi costi. Una diatriba senza esclusione di colpi dove gli unici a rimetterci sono i pensionati, circa 8mila finora che hanno fatto domanda di cumulo gratuito e ad oggi si ritrovano senza pensione né stipendio, un numero destinato a salire e che potrebbero far nascere un nuovo caso esodati.

Hedge funds alla riscossa: 10 miliardi di raccolta nel 2017

 di  FIRSTONLINE.IT

Da UBS CIO Weekly, il report settimanale della banca – Un’analisi sugli hedge funds che dopo diversi anni di difficoltà dovuta soprattutto a performance deludenti, l’anno scorso hanno registrato una raccolta di oltre 10 miliardi di dollari.

 

Hedge funds alla riscossa: 10 miliardi di raccolta nel 2017

Una delle attività che svolgiamo regolarmente (con Ubs WM Italy ndr.è il monitoraggio dei flussi sui mercati finanziari e delle scelte strategiche di gruppi di investitori di particolare rilevanza, sia a livello dimensionale che di competenza. Le scelte di investitori come i fondi pensione e i family office possono rivelare interessanti tendenze e offrire spunti di riflessione.
 
Nel 2017 si è registrata un’inversione di tendenza per quanto riguarda il mondo degli alternativi e, in particolare, per gli hedge fund. Dopo diversi anni di difficoltà dovuta soprattutto a performance deludenti, l’anno scorso l’industria degli hedge fund ha registrato una raccolta di oltre 10 miliardi di dollari. Gli asset in gestione hanno raggiunto un nuovo record di oltre 3000 miliardi di dollari.Un sondaggio condotto da Barclays su 335 investitori che rappresentano oltre mille miliardi di dollari di investimenti ha rivelato che, anche quest’anno, l’industria degli hedge fund dovrebbe continuare a beneficiare di maggiori allocazioni da parte di fondi pensione e family office, a scapito degli investimenti in fondi tradizionali.

Rispetto al passato però, l’interesse degli investitori si concentra soprattutto su strategie quantitative e macro, mentre quelle più in voga negli ultimi anni (long/short e event driven) vengono considerate meno interessanti in questo contesto di mercato.

Cosa guida queste scelte da parte di investitori così sofisticati? Siamo in una fase avanzata del ciclo economico e di mercato, soprattutto negli Stati Uniti, ed è quindi normale che gli investitori cerchino una maggiore diversificazione su asset class meno legate all’andamento dei listini. Infatti, gli hedge fund si danno come obiettivo la protezione del capitale, offrendo rendimenti asimmetrici rispetto alle principali asset class.

Inoltre, in considerazione delle politiche monetarie espansive che perdurano da anni e dei bassi rendimenti, l’universo obbligazionario offre opportunità limitate e, anzi, potrebbe rivelarsi vulnerabile nel caso di aumenti dei tassi d’interesse più repentini del previsto. Gli hedge fund si propongono quindi come un’alternativa per gli investitori in cerca di maggiori rendimenti senza voler incrementare la componente azionaria.

In effetti, l’esperienza insegna che, nei precedenti cicli di rialzo dei tassi statunitensi (1994-1995, 1999-2000 e 2004-2006), gli hedge fund sono risultati l’asset class più performante, offrendo un valido complemento ai tradizionali investimenti in azioni e obbligazioni. Nell’ambito di un portafoglio ben diversificato, gli alternativi possono contribuire a ridurre la volatilità e offrire rendimenti meno correlati all’andamento del mercato.

Datagate, dimissioni e nuove rivelazioni contro Facebook

tvsvizzera.it 20 marzo 2018

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/20-03-2018-cambridge-analytica-nellocchio-del-ciclone?id=10269059&startTime=0.000333&station=rete-uno

Il datagate che sta investendo Facebook ha già fatto cadere la prima testa. Si è infatti dimesso Alex Stamos che ricopre il ruolo di responsabile della sicurezza delle informazioni all’interno del social media, a testimonianza delle tensioni che agitano il social network.

Da parte sua il manager ha parlato di “disaccordi interni” sulla strategia con la quale Menlo Park intende affrontare la vicenda e sulle modalità con cui i vertici aziendali hanno gestito il problema delle fake news che vengono diffuse attraverso la piattaforma.

In particolare, secondo quanto riporta il New York Times, Alex Stamos avrebbe esortato i dirigenti del gruppo ad agire con la massima trasparenza riguardo alle attività di disinformazione provenienti dalla Russia in occasione delle presidenziali statunitensi e del voto sulla Brexit ma il suo appello sarebbe rimasto inascoltato. Ma i dirigenti tacquero e per questo motivo si sarebbe dimesso in aperta polemica con il direttore Sheryl Sandberg.

I sospetti sulla Cambridge Analityca

Intanto il titolo di Facebook continua a perdere pesantemente in borsa e le autorità britanniche hanno chiesto un mandato di perquisizione della seda della Cambridge Analytica, la contestata società che ha collaborato alla campagna elettorale di Donald Trump ed è sospettata di aver acquistato a fini politici i dati su oltre 50 milioni di utenti che erano stati raccolti con una app dalla Global Science Research (GRS).

Ma sempre in queste ore si è venuto a sapere che, come riporta The Guardian, Joseph Chancellor, cofondatore proprio della Global Science Research, è stato assunto nel novembre del 2015 da Facebook dopo che la sua società aveva venduto i dati sensibili di milioni di utenti del gigante social.

Raccolti dati autorizzata

Da parte sua Aleksandr Kogan, l’altro creatore della contestata app, si è detto “pronto a parlare con l’FBI e davanti al Congresso americano”. Kogan, che ha respinto l’accusa di essere una spia russa, ha voluto confutare la tesi di Facebook secondo il quale avrebbe autorizzato la raccolta di dati dei suoi utenti per scopi accademici. “Non abbiamo mai detto che il nostro progetto era finalizzato ad una ricerca universitaria”, ha chiarito in proposito alla CNN il ricercatore.

Racconto di due Italie*

Tito Boeri laviche.info.it 16 marzo 2018

Mai come oggi l’Italia è politicamente e socialmente spezzata in due. La flat tax e il reddito di cittadinanza hanno contrapposto lavoratori e pensionati del Nord ai disoccupati del Sud. Ci sarebbe un modo di ricomporre il paese, ma nessuno vuole intraprendere questa strada.

L’Italia divisa a metà

Le elezioni del 4 marzo hanno dipinto di blu, il colore della coalizione di centro-destra dominata dalla Lega, la cartina elettorale del Nord Italia. Al Sud, dove gli elettori hanno dato una vittoria schiacciante al Movimento 5 stelle, sulla mappa prevale un giallo brillante. Al Centro, si vedono solo alcuni sprazzi di rosso nelle regioni in cui una volta il centro-sinistra primeggiava.
Nessun partito o coalizione ha ricevuto abbastanza voti per governare da solo, lasciando la Lega e i 5 stelle alla ricerca spasmodica di alleati per formare un governo.
Il problema per i due partiti è che, nonostante possano trovarsi d’accordo su cosa disfare, propongono ricette divergenti su cosa fare. È perciò impossibile per loro governare stabilmente insieme ed è probabile che il loro modo di interpretare il disagio economico fortifichi una divisione Nord-Sud che renderà il paese ingovernabile per molto tempo.
Sia la Lega che i 5 stelle vogliono smantellare la riforma delle pensioni del 2011 – un drastico aumento dell’età pensionabile messo in atto in risposta alla crisi finanziaria. Entrambi vogliono eliminare gradualmente la riforma del mercato del lavoro del 2015 – il cosiddetto Jobs act – che ha indebolito i regimi di protezione dell’impiego aumentando le tutele per la disoccupazione. Sull’immigrazione le vere scelte avvengono su scala europea. Comunque, i due partiti hanno entrambi proposto la chiusura delle frontiere e un rimpatrio in larga scala degli immigrati irregolari.
Ma se Lega e M5s sono d’accordo su cosa smantellare, non hanno punti in comune per quanto riguarda quello che vogliono effettivamente fare.
I 5 stelle sostengono il “reddito di cittadinanza” – uno schema molto generoso di reddito minimo garantito, il cui costo è prudenzialmente stimato intorno ai 30 miliardi di euro (quasi il 2 per cento del Pil italiano). La Lega e gli altri partiti della coalizione di centro-destra, invece, hanno fatto campagna elettorale su una flat tax che, se attuata, ridurrebbe le entrate fiscali, secondo le stime, di 60 miliardi.
Entrambe le misure sarebbero incompatibili con la riduzione o anche solo la stabilizzazione del debito pubblico. Attuarle insieme è impensabile.
Queste due ricette di politica economica contrappongono frontalmente due blocchi sociali e spiegano la geografia del voto.
Il reddito di cittadinanza dei 5 stelle ha fatto breccia tra i disoccupati, che in larga misura sono concentrati al Sud. La flat tax della Lega favorisce i lavoratori e i pensionati del Nord, dove i salari e le pensioni sono più alti in termini nominali rispetto al Sud, ma comprano meno che nel Mezzogiorno perché il costo della vita è molto più alto.
La flat tax è attraente nelle regioni con redditi nominali più alti e un elevato costo della vita. Infatti, quando i salari aumentano, una tassazione fortemente progressiva può spingere un contribuente verso uno scaglione fiscale più alto, anche se il suo reddito reale non è di fatto aumentato.
I due partiti si trovano dunque in una situazione di impasse. Gli elettori della Lega non accetteranno mai di rinunciare alla promessa riduzione fiscale per finanziare trasferimenti a persone del Sud che non lavorano. Allo stesso modo, i 5 stelle non possono abbandonare la loro principale proposta elettorale senza una ribellione del loro elettorato meridionale.
Il risultato è che il paese intero – e non solo il sistema politico –rimarrà probabilmente diviso e paralizzato per un lungo periodo.

Figura 1 – La distribuzione dei collegi tra le principali coalizioni – Camera dei deputati

La questione salariale

Il profondo divario tra le regioni italiane ha una semplice spiegazione: i salari sono troppo bassi al Nord e troppo alti al Sud.
A partire dagli anni Settanta, i salari italiani sono fissati attraverso un sistema di contrattazione salariale centralizzata, tra sindacati e associazioni datoriali nazionali. I compensi per lavori simili sono dunque quasi gli stessi al Nord e al Sud, nonostante ci siano crescenti differenze nella produttività.
In media i differenziali di produttività tra un’azienda in Lombardia e una in Sicilia sono intorno al 30 per cento, mentre le differenze nei salari nominali a parità di qualifiche e nello stesso settore sono nell’ordine del 5 per cento. Di conseguenza, per le aziende meridionali è difficile competere, così si crea disoccupazione al Sud, emigrazione al Nord con prezzi delle case e costo della vita più alti e, dunque, salari reali più bassi al Nord che al Sud.
Un percorso controllato verso la decentralizzazione dei salari, del tipo di quello avviato in Germania dopo l’unificazione, ridurrebbe questi squilibri e la povertà dovuta alla disoccupazione al Sud, portando i salari in linea con i livelli di produttività locali. Permetterebbe anche ai lavoratori del Nord di avere redditi reali più vicini a quelli che spererebbero di avere con una flat tax.
Sfortunatamente, né la Lega né il Movimento 5 stelle hanno intenzione di affrontare il problema. I partiti populisti non sono disposti ad avere a che fare con i corpi intermedi come i sindacati o le associazioni datoriali. Ed è difficile riformare la contrattazione collettiva senza le parti sociali. Dal canto loro, né i sindacati né le associazioni datoriali sono così ansiosi di smantellare il sistema attuale, che dà a entrambi grande potere. L’accordo siglato la settimana scorsa da Confindustria, Cgil, Cisl e Uil è motivato principalmente dal desiderio di evitare l’introduzione di un salario orario minimo in Italia. Come già discusso su questo sito, il salario minimo sarebbe uno strumento potente per decentrare la contrattazione.
Se i vincitori delle elezioni vogliono davvero cambiare il paese, dovranno presentarsi con soluzioni, come il salario minimo, che accontentino sia l’elettorato del Nord che quello del Sud. Ma, date le promesse elettorali di entrambi i partiti, è ben più probabile che il paese rimanga diviso.

Una versione più breve e in inglese di questo articolo è pubblicata su Politico.

*Tito Boeri è presidente dell’Inps