Carige, Mincione-Unipol in uscita. Le sette fatiche di Fiorentino. Rumors

Di Buddy Fox affariitaliani.it 21 marzo 2018

All’orizzonte nuovi Npe. Ancora una seduta pesante a Piazza Affari per la banca ligure (-4,60%)

 
Carige, Mincione-Unipol in uscita. Le sette fatiche di Fiorentino. Rumors

 

Che succede al titolo Banca Carige? La penny stock bancaria per eccellenza del listino italiano, che negli ultimi giorni era riuscita a regalare un po’ di ossigeno agli azionisti, rimbalzando dagli inferi di quota 0,0072 fino a quota 0,01 (+38% di rialzo), improvvisamente, senza nessun apparente notizia di rilievo, nella giornata di lunedì accusa un brusco stop, con prepotente retromarcia.

Una battuta d’arresto come un fulmine a ciel sereno, una secchiata d’acqua gelata, in una seduta, come quella di lunedì dove le banche salivano speditamente, soprattutto Carige rinfocolata dalle ultime notizie sulla comparsa di Mincione come azionista di punta, per alcuni con intenzioni bellicose, pronto a dar battaglia per la conquista di tutta la banca. Notizie che avevano infiammato il mercato, rinforzate con il carico di rumors su l’interesse da parte di Credit Agricole verso un Credito Valtellinese ben ricapitalizzato, alleggerito dai contratti stipulati coi fondi avvoltoio sugli Npl e, notizia di oggi, con un aumento di capitale interamente sottoscritto.

Banche con il vento in poppa, così era partita la settimana, persino le notizie dello scandalo su Facebook che facevano da sfondo, sembravano lontanissime, quasi una minaccia insignificante. Quando improvvisamente, sarà il periodo, marzo pazzo, ecco lo scroscio, una vendita generalizzata sul listino, che prende di mira il ventre debole, le banche con Carige in prima linea. Perché se è vero che tutto scende, o meglio, ridimensiona i guadagni, su Carige in particolare, si notano volumi in vendita consistenti. Una scarica di pugni, che mette il pugile ligure al tappeto. Per la cronaca siamo passati da un +5%, fino a una chiusura a -6%, con un minimo a -9%, che vuol dire un’oscillazione giornaliera del 15%.

Carige non è l’unica a subire questo trattamento, perché insieme a lei indovinate chi c’è? Esatto, Monte dei Paschi, perché sono sempre le stesse a subire, Carige e MPS, e subito l’incubo del bail-in torna ad agitare le notti dei piccoli risparmiatori.

E non basta sapere che ormai sono banche in salvo, una per ricapitalizzazione, e l’altra perché sotto il controllo dello Stato. Il panico cancellava tutto, gli Npl per Mps e per Carige, sono il presente, il pericolo, si deve alleggerire, l’ordine del giorno non cambia.

Tra le tante giustificazioni di questi assurdi movimenti, la prima e forse la più assurda è quella del ritiro di Mincione, anche interessato al dossier Retelit. Un compra e vendi più da trader, che da investitore d’assalto, è possibile? Una gran cassa mediatica, un assalto alla diligenza ligure, e poi cosa fa, si accontenta degli spiccioli? Difficile. Più plausibili le voci sull’uscita di Unipol che dopo aver acquistato il 3% di Carige durante l’aumento, ora sembra sempre più distratta e interessata alla Popolare Emilia Romagna.

Le smentite di Credit Agricole per il Credito Valtellinese, hanno sicuramente avuto un peso, e può essere stata la scusa buona per trader, “macchinette” e algoritmi per prendere profitto, portare a casa dopo un buon rimbalzo, e rivedere gli acquisti su livelli più bassi. Anche perché le problematiche della Bce sulle sofferenze sono sempre in ballo.

Eppure, nel panorama bancario ed europeo, il clima sembrava rasserenarsi. E’ di oggi la notizia che Ray Dalio, ha sensibilmente ridotto la sua puntata short (al ribasso) sul listino di Piazza Affari. Nel dettaglio è stata completamente azzerata la posizione al ribasso su Atlantia (da una posizione corta dello 0,5%), quella su Eni da 1,1% a 1%, quella su Enel da 1,2% a 1,1% e soprattutto quella su Intesa da 1,3% a 1,2%.

Perché se è vero che alla vigilia delle elezioni politiche italiane Ray Dalio, aveva triplicato la posizione originale di ottobre 2017, arrivando a 3,3 miliardi tutti contro l’Italia, la riduzione oltre a portare un sospiro di sollievo, fa dedurre che se i grandi sono disposti a chiudere le posizioni, per di più in perdita, spazio per andare in senso contrario, cioè al rialzo, ce n’è molto.

A maggior ragione, se l’operazione di ritirata coinvolge anche Intesa, perché anche se Carige non era nel mirino di Dalio, la maggior banca italiana è pur sempre il benchmark principale dell’intero settore.  Tradotto, se si riducono le posizioni speculative su Intesa, la banca di Messina può salire e può fare da traino a tutte le altre. Ma a parte le fantasie sulle scorribande di Mincione, e le smentite di Credit Agricole, motivi veri sulle vendite di Carige non ce ne sono. Anche se, indiscrezioni di mercato, dicono che alcuni azionisti abbiano venduto, per far posto ai nuovi NPE di cui la banca si dovrà sbarazzare, ovviamente anche questa volta a prezzo di saldo, o che sia stata fatta cassa per comprare il nuovo bond che sarà collocato entro il 29 marzo.

Intanto la giornata di oggi si chiude con Carige a -4,60% ed Mps a -3,36%, in caduta libera su minimi assoluti. Chiamate i pompieri, si rischia un nuovo incendio.

@paninoelistino

BpVi, sequestrati a Zonin beni per 19 milioni

http://www.lettera43.it/ 21 marzo 2018

I sigilli degli ufficiali giudiziari su quadri, tappeti, mobili e oggetti preziosi nella villa palladiana della famiglia.

Beni per oltre 19 milioni di euro sono stati sequestrati a titolo conservativo su ordine del tribunale di Vicenza nella villa palladiana di proprietà della famiglia Zonin. Si tratta di quadri antichi, tappeti, mobili e oggetti preziosi su cui sono stati apposti i sigilli dagli ufficiali giudiziari, accompagnati da due legali che rappresentano circa 300 ex soci ed ex risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza di cui era presidente Gianni Zonin.

IL FIGLIO CUSTODE DEI BENI SIGILLATI. I quattro si sono presentati a Montebello, nella villa di proprietà della famiglia Zonin. Ad aprire la porta ai due ufficiali giudiziari e agli avvocati Renato Bertelle e Michele Vettore il proprietario della residenza, Michele Zonin, figlio dell’ex presidente della Popolare di Vicenza al quale il padre ha ceduto l’abitazione e che è stato nominato custode dei beni sigillati. Bertelle è stato autorizzato dal giudice a sequestri per 15,5 milioni di euro, Vettore per 3,8 milioni. «Oggi si è passati ai beni mobili» – ha spiegato Bertelle – «andando a mettere i sigilli a quanto contenuto nella villa di famiglia che si ritiene appartenga ancora di fatto all’ex presidente della Popolare». Le operazioni sono solo all’inizio e proseguiranno anche domani. «La villa è molto grande» – ha continuato – «e gli oggetti che stiamo trovando sono sicuramente di grande pregio, direi importanti». Bertelle racconta la reazione del figlio di Zonin: «È stata di sorpresa, almeno all’inizio, poi di grande dignità».

BANCHEMercoledì 21 marzo 2018 – 19:26Banche, Consulta: no a ricorsi costituzionalità riforma popolari

askanews.it 21 marzo 2018

Infondate le questioni sul recesso soci con trasformazione in Spa
Banche, Consulta: no a ricorsi costituzionalità riforma popolari

Roma, 21 mar. (askanews) – La Corte costituzionale boccia come “infondate” le questioni di costituzionalità sollevate dal Consiglio di Stato sulla riforma delle banche popolari. La Consulta ha deciso infatti sulle “questioni di costituzionalità sollevate dal Consiglio di Stato su una disposizione della riforma delle banche popolari che comporta limitazioni al rimborso in caso di recesso del socio a seguito della trasformazione della banca in società per azioni. Le questioni sono state ritenute infondate”.

La Corte “ha innanzitutto confermato che sussistevano i presupposti di necessità e urgenza per il decreto legge”. Inoltre, “la normativa impugnata, che in attuazione di quella europea sui requisiti prudenziali prevede la possibilità per le banche di introdurre limitazioni al rimborso in caso di recesso del socio, non lede il diritto di proprietà. Quanto ai poteri normativi affidati alla Banca d’Italia, essi rientrano nei limiti di quanto consentito dalla Costituzione”.

ITALIA RILEVATA A PREZZI STRACCIATI DA BLACKROCK: ECCO CHI E’

16 aprile 2017verdezzurronotizie.it

FAI CROLLARE UNA NAZIONE,POI COMPRI INTERI SETTORI VITALI DELLA SUA ECONOMIA A PREZZI BASSISSIMI.FACILE NO?COSÌ CI HA FATTO BLACKROCK,IL TUTTO CON LA COLLABORAZIONE DELL’UE E DEI GOVERNI ITALIANI DA MONTI A RENZI.NULLA SUCCEDE PER CASO,È STATO TUTTO STABILITO A PRIORI.MA CHI È BLACKROCK?

Scritto da Luca
fonteitalianosveglia.com

FAI CROLLARE UNA NAZIONE,POI COMPRI INTERI SETTORI VITALI DELLA SUA ECONOMIA A PREZZI BASSISSIMI.FACILE NO?COSÌ CI HA FATTO BLACKROCK,IL TUTTO CON LA COLLABORAZIONE DELL’UE E DEI GOVERNI ITALIANI DA MONTI A RENZI.NULLA SUCCEDE PER CASO,È STATO TUTTO STABILITO A PRIORI.MA CHI È BLACKROCK?

Faccio scoppiare l’Italia con la crisi dello spread, la costringo a svendere i gioielli di famiglia e quindi arrivo io, col portafogli in mano, pronto a rilevare a prezzi stracciati interi settori vitali dell’economia italiana, messa in ginocchio dalla manovra finanziaria. Secondo “Limes”, l’architetto supremo del complotto non è la Germania, ma il colossale fondo d’investimenti statunitense BlackRock, azionista rilevante della Deutsche Bank che nel 2011, annunciando la vendita dei titoli di Stato italiani, fece esplodere il divario tra Btp e Bund causando la “resa” di Berlusconi e l’avvento di Monti, l’emissario del grande business straniero. La rivista di Lucio Caracciolo, riassume Maria Grazia Bruzzone su “La Stampa”, ha messo a fuoco un po’ meglio le dimensioni, gli interessi e il vero potere del primo fondo d’investimenti mondiale, fattosi sotto con l’ascesa di Renzi a Palazzo Chigi, dopo che ormai il Pil italiano era stato letteralmente raso al suolo dai tecnocrati nostrani, in accordo con quelli di Bruxelles. Il “Moloch della finanza globale” vanta la gestione di 30.000 portafogli, per un totale di 4.650 miliardi di dollari: non ha rivali al mondo ed è una delle 4-5 “istituzioni” che ricorrono tra i maggiori azionisti delle banche americane.

Con la globalizzazione dell’economia, il valore complessivo delle attività finanziarie internazionali primarie è passato dal 50% al 350% del Pil mondiale, raggiungendo i 280.000 miliardi di dollari, di cui solo il 25% legato agli scambi di merci. E il valore dei derivati negoziati fuori dalle Borse (“over the counter”) a fine giugno 2013 aveva toccato i 693.000 miliardi di dollari, in gran parte legati al mercato delle valute: al Forex si scambiano in media 1.900 miliardi di dollari al giorno. Tutto ha avuto inizio col neoliberismo promosso da Margaret Thatcher e Ronald Reagan: deregulation e meno vincoli per le megabanche, autorizzate a “giocare” con sempre nuovi prodotti finanziari come gli “hedge fund”, i fondi a rischio speculativi e le società di investimento spesso collegate alle banche, innanzitutto anglosassoni. Il colpo di grazia porta la firma di Bill Clinton, che negli anni ‘90 rende assoluta la deregolamentazione della finanza, abolendo il Glass-Steagal Act creato da Roosevelt negli anni ‘30 per limitare la speculazione alle sole banche d’affari e tenere il credito commerciale al riparo dalla “ruolette” finanziaria di Wall Street che aveva causato la Grande Crisi del 1929. A estendere al resto del mondo l’immediata cancellazione dei vincoli di sicurezza provvide il Wto, egemonizzato dagliUsa, su impulso delle megabanche, dell’allora segretario al Tesoro Larry Summers e del suo vice Tim Geithner, futuro ministro di Obama. Questo il clima in cui cominciò l’ascesa di BlackRock, autonoma dal 1992 e basata a New York, pronta a inserirsi in banche e aziende acquistando azioni, obbligazioni, titoli pubblici e proprietà, per un totale di oltre 4.500 miliardi, cioè pari al Pil della Francia sommato a quello della Spagna. BlackRock comincia anche a far politica: entra nel capitale delle due maggiori agenzie di rating, “Standard & Poor’s” (5,44%) e “Moody’s” (6,6%), ottenendo la possibilità di influire sulla determinazione di titoli sovrani, azioni e obbligazioni private, incidendo così su prezzo e valore delle attività acquistate o vendute. Quindi opera anche nell’analisi del rischio, vendendo “soluzioni informatiche” per la gestione di dati economici e finanziari, ed elabora dati che «incorporano anche pesanti elementi politici». Naturalmente sfrutta appieno la crisi del 2007: due anni dopo, lo stesso Geithner consulta proprio BlackWater per valutare gli asset tossici di Bear Stearns, Aig e Morgan Stanley. Compiti che BlackRock esegue, «agendo alla stregua di una sorta di Iri privato». Nel 2009 fa anche un colpo grosso, acquistando Barclays Investment Group, col suo carico immenso di partecipazioni azionarie nelle principali multinazionali. Il colosso finanziario americano informa e «manipola i propri clienti, utilizzando tecniche e software non diversi da quelli impiegati da Google (di cui ha il 5,8%) o dalla Nsa per sondare gli umori della gente», scrive “Limes”. Si serve della piattaforma Aladdin, «con almeno 6.000 computer in 12 siti più o meno segreti, 4 dei quali di nuova concezione, ai quali si rapportano 20.000 investitori sparsi per il mondo». Il suo centro studi d’eccellenza, il “BlackRock Investment Institute”, esamina le variabili politico-strategiche: il maxi-fondo è interessato al profitto «ma anche alla stabilità, sicurezza e prosperità degli Stati Uniti». Il fondatore e leader, Larry Fink, è considerato «il più importante personaggio dellafinanza mondiale», eppure resta «virtualmente uno sconosciuto» a Manhattan, secondo “Vanity Fair”. Proprio BlackRock, aggiunge “Limes” è probabilmente il vero regista della crisi italiana del 2011, o meglio della capitolazione dell’Italia di fronte agli appetiti della grande finanza. Lo spread fra i Bund tedeschi e i nostri Btp iniziò a dilatarsi non appena il “Financial Times” rese noto che nei primi sei mesi di quell’anno Deutsche Bank aveva venduto l’88% dei titoli che possedeva, per 7 miliardi di euro. «Molti videro un attacco al nostro paese ispirato da Berlino e dai poteri forti di Francoforte», ma forse – secondo “Limes” – non era così. La rivista di Caracciolo rivela che il potente istituto di credito tedesco aveva allora un azionariato diffuso, il 48% del capitale sociale era detenuto fuori dalla Repubblica Federale, e il suo azionista più importante era proprio BlackRock con il 5,1%. Peraltro, aggiunge la Bruzzone sulla “Stampa”, oggi la “Roccia Nera” detiene in Deutsche Bank una quota ancor maggiore (il 6,62%) e ne è il maggior azionista, seguito da Paramount Service Holdings, basato alle Isole Vergini Britanniche. «Si può escludere che il fondo non abbia avuto alcuna parte in una decisione tanto strategica come quella di dismettere in pochi mesi quasi tutti i titoli del debito sovrano di un paese dell’Ue?». «Se attacco c’è stato non è detto che sia stato perpetrato dalle autorità politiche ed economiche della Germania: è un fatto che a picchiare più duramente contro i nostri titoli a partire dall’autunno 2011 siano proprio “Standard & Poor’s” e “Moody’s”». Un’ipotesi, quella di Limes, che getta nuova luce su tanta parte della narrazione di questi anni sulla Germania, l’Europa e i Piigs, a partire dalle polemiche di quell’agosto bollente, «con Merkel e Sarkozy fustigati da Giuliano Amato sul “Sole 24 Ore”», anche se Amato – ricorda la Bruzzone – in quel 2011 era fra l’altro “senior advisor” proprio di Deutsche Bank.

«E chissà che senza la decisione di Deutsche Bank di vendere i titoli di Stato di Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia, Spagna, la tempesta finanziaria non sarebbe iniziata». Un’ipotesi realistica, secondo la Bruzzone, che apre altri interrogativi: sugli intrecci fra poterefinanziario e politico, sul “potere sovrano” degli Stati (anche della potente Germania) e sulla composizione azionaria di questi onnipotenti istituti. Banche, fondi, superfondi: di chi sono? Chi decide che cosa, al di là dei luoghi comuni ripetuti delle narrative ufficiali? La fine della Deutsche Bank come motore sano dell’economia industriale tedesca risale all’epoca del crollo dell’Urss, quando l’attenzione della finanza angloamericana si concentra sull’Europa. E avviene a seguito di misteriosi omicidi, scrive la giornalista della “Stampa”, ricordando che Alfred Herrhausen, presidente della banca e consigliere fidato del cancelliere Kohl – un uomo che aveva in mente uno sviluppo della mission tradizionale e stilò addirittura un progetto di rinascita delle industrie ex comuniste, in Germania, Polonia e Russia, andandone persino parlarne a Wall Street – venne «improvvisamente freddato fuori dalla sua villa», a fine 1989. Si disse dalla Raf, o dalla Stasi, o da altri ancora. Stessa sorte toccò al suo successore, altro economista che si era opposto alla svendita delle imprese ex comuniste elaborando piani industriali alternativi alla privatizzazione. Fu ucciso nel 1991 da un tiratore scelto

Dopo di lui, alla sede londinese di Deutsche Bank arriva uno squadrone di ex banchieri della Merrill Lynch, compreso il capo, che diventa presidente, riorganizzando tutto in senso “moderno”. Anche lui però muore, a soli 47 anni, «in uno strano incidente del suo aereo privato». Va meglio al suo giovane braccio destro, Anshu Jain, un indiano con passaporto britannico, cresciuto professionalmente a New York, tutt’oggi presidente della banca diventata prima al mondo per quantità di derivati, spodestando Jp Morgan: la Deutsche Bank infatti è considerata fuori dalle righe “la banca più fallita del mondo”, «esposta per 55.000 miliardi, cioè 20 volte il Pil tedesco», a fronte di depositi per appena 522 miliardi. «Quanto è pericoloso ilpotere di mercato delle maggiori banche di investimento?». Se lo chiedeva due anni fa lo “Spiegel”, riportando un durissimo scontro fra Deutsche Bank e il ministro tedesco dell’economia, il super-massone Wolfgang Schaeuble.

Scriveva il settimanale: «Un pugno di società finanziarie domina il trading di valute, risorse naturali, prodotti a interesse. Migliaiaia di investitori comprano, vendono, scommettono. Ma le transazioni sono in mano a un club di istituti globali come Deutsche Bank, Jp Morgan, Goldman Sachs. Quattro banche maneggiano la metà delle transazioni di valuta: Deutsche Bank, Citigroup, Barclays e Ubs». Un’altra ragione che dovrebbe farci prestare attenzione alla “Roccia Nera”, aggiunge “Limes”, è che ha messo radici in molte realtà imprenditoriali nel nostro paese. Per “L’Espresso”, addirittura, «si sta comprando l’Italia». Se un altro colosso americano, State Street Corporations, ha acquistato la divisione “securities” di Deutsche Bank e nel 2010 ha comprato l’attività di “banca depositaria” di Intesa SanPaolo (custodia globale, controllo di regolarità delle operazioni, calcoli,
amministrazione delle quote, servizi ausiliari, gestione dei cambi e prestito di titoli), è proprio BlackRock a far la parte del leone.

A fine 2011, il super-fondo americano aveva il 5,7% di Mediaset, il 3,9% di Unicredit, il 3,5% di Enel e del Banco Popolare, il 2,7% di Fiat e Telecom Italia, il 2,5% di Eni e Generali, il 2,2% di Finmeccanica, il 2,1% di Atlantia (che controlla Autostrade) e Terna, il 2% della Banca Popolare di Milano, Fonsai, Intesa San Paolo, Mediobanca e Ubi. E oggi Molte di queste quote sono cresciute e BlackRock è ormai il primo azionista di Unicredit (col 5,2%) e il secondo azionista di Intesa SanPaolo (5%). Stessa quota in Atlantia, mentre avrebbe ill 9,4% di Telecom. «Presidi strategici, che permetteranno a BlackRock di posizionarsi al meglio in vista delle privatizzazioni prossime venture invocate da molti “per far scendere il debito”», scrive “Limes”. E’ la nuova ondata in arrivo, dopo quella del 1992-93 a prezzi di saldo. «La crisi dei Piigs a che altro serve, se no?».

Chi è BlackRock? Il web rivela, più che altro, un labirinto. Secondo “Yahoo Finanza”, il maggiore azionista (21,7%) sarebbe Pnc, antica banca di Pittsburgh, quinta per dimensioni negli Usa ma poco nota. Azionisti numero uno e due sarebbero Norges Bank, cioè la banca centrale di Norvegia, e Wellington Management Co., altro fondo di investimenti, di Boston, con 2.100 investitori istituzionali in 50 paesi e asset per 869 miliardi di dollari. Poi ci sono State Street Corporation, Fmr-Fidelity e Vanguard Group, che a loro volta sono gli unici investitori istituzionali di Pnc. Sempre loro, i “magnifici quattro”, si ritrovano con varie quote fra gli azionisti delle principali megabanche: non solo Jp Morgan, Bank of America, Citigroup e Wells Fargo, ma anche le banche d’affari come Goldman Sachs, Morgan Stanley, Bank of Ny Mellon. A ricorrere nell’azionariato di questi istituti ci sono anche altre società e banche, ma i “magnifici quattro” non mancano mai.

Oltre ai soliti BlackRock, Vanguard, in Barclays – megabanca britannica che risale al 1690 – è presente anche Qatar Holding, sussidiaria del fondo sovrano del Golfo, specializzata in investimenti strategici. La stessa holding qatariota è anche maggior azionista di Credit Suisse, seguita dall’Olayan Group dell’Arabia Saudita, che ha partecipazioni in svariate società di ogni genere, mentre nell’altra megabanca elvetica, Ubs, si ritrovano BlackRock, una sussidiaria di Jp Morgan, una banca di Singapore e la solita Banca di Norvegia. Barclays Investment Group compariva tra i grandi azionisti di BlackRock, e viceversa, ma prima della crisi del 2008: dopo, non più – almeno in apparenza. Su “Global Research”, Matthias Chang mostra come nel 2006 “octopus” Barclays fosse davvero una piovra con tentacoli ovunque: Bank of America, Wells Fargo, Wachovia, Jp
Morgan, Bank of New York Mellon, Goldman Sachs, Merrill Lynch, Morgan Stanley, Lehman Brothers e Bear Sterns, senza contare un lungo elenco di multinazionali di ogni genere, americane ed europee, comprese le miniere, senza dimenticare i grandi contractor della difesa.

Dopo la crisi, che ha rimescolato le carte dell’élite finanziaria, il paesaggio cambia: Barclays Global Investors viene comprata nel 2009 da BlackRock. Il maxi-fondo, che nel  2006 aveva raggiunto il trilione di dollari in asset, dal 2010 al 2014 cresce ancora (fino ai 4.600 miliardi di dollari) insieme a Vanguard, presente in Deutsche Bank. Seguite i soldi, raccomanda il detective. Chi c’è dietro? «Attraverso il crescente indebitamento degli Stati – scrive la Bruzzone – megabanche e superfondi collegati, già azionisti di multinazionali, stanno entrando nel capitale di controllo di un numero crescente di banche, imprese strategiche, porti, aeroporti, centrali e reti energetiche. Solo per bilanciare l’espansione dei cinesi?». E’ un processo che va avanti da anni, «accelerato molto dalla “crisi” del 2007-8 e dalle politiche controproducenti come l’austerità, che sempre più si rivela una scelta politica». Tutto ciò è «evidentissimo nei paesi del Sud Europa, Grecia in testa, ma presente anche altrove e negli stessi Stati Uniti». Lo dicono blogger come Matt Taibbi ed economisti come Michael Hudson. Titolo del film: più che Germania contro Grecia, è la guerra delle banche verso il lavoro. Guerra che continua, dopo Thatcher e Reagan, nel mondo definitivamente globalizzato dai signori della finanza.

La Compagnia blinda Intesa, ma conta sempre meno

izzi 07:40 Martedì 06 Febbraio 2018 lospiffero.it

 

Con la decisione di non ridurre la propria partecipazione la fondazione Sanpaolo ha messo al riparo la banca da appetiti stranieri. Un gruppo ormai milanesizzato che punta a diventare leva di operazioni di sistema. L'”opa” su Cdp e piano industriale

Taglio dei costi, cessione ad operatori esteri di oltre 10 miliardi di crediti in sofferenza, sviluppo del risparmio gestito così come del settore assicurativo e un profilo ancor più definito di banca di sistema: la conferma di queste linee di indirizzo per Intesa Sanpaoloarriverà oggi con la presentazione del piano quadriennale approvato ieri dal cda dell’istituto di credito che, pur a fronte delle ancora recenti rassicurazioni date dal presidente Gian Maria Gros-Pietro, vede sempre più sbiadita la sua coloritura originaria piemontese, ad incominciare di ruoli di primo piano e strategici del management. E solo per una serie di circostanze e di cautele, le cui interpretazioni circolano da settimane negli ambienti finanziari, il maggior azionista istituzionale – la Compagnia di San Paolo – pare intenzionato a dilatare ulteriormente nel tempo la peraltro annunciata riduzione della partecipazione al capitale, oggi pari all’8,2% (dopo aver venduto nell’ottobre 2017 150 milioni di azioni, pari allo 0,95%).

Sul fronte degli assetti finanziari, la mancata accelerazione da parte della fondazione presieduta da Francesco Profumo nella limatura del pacchetto azionario in suo possesso (e quindi dei dividendi che dal 2014 Intesa Sanpaolo ha distribuito complessivamente per un totale di circa 6,6 miliardi) non solo è salutata con estremo favore dalle istituzioni locali che hanno nella Compagnia una sorta bancomat, ma da alcune di esse è stata anche in qualche modo perorata. Tuttavia, il fattore che, probabilmente, ha inciso in maniera maggiore e forse decisiva sulla riflessione che potrebbe durare anche qualche anno, sarebbe da ricercare oltre i confini regionali e nazionali. Il possibile affacciarsi come potenziali acquirenti delle azioni che la Compagnia deciderà di mettere sul mercato, del fondo speculativo statunitense BlackRock  che già detiene circa il 5% di Unicredit, così come della germanica Commerzbank (controllata per il 25% dallo Stato tedesco) o addirittura di istituzioni cinesi (magari introdotte dal colosso cinese Alibaba, tra i maggiori clienti di Intesa) ha indotto vertici e soci a muoversi con estrema prudenza.
                                                LEGGI QUI IL PIANO DI IMPRESA

Non serve, invece, attendere la presentazione del piano industriale per avere conferma di quanto ormai noto da tempo e chi riguarda proprio il Piemonte e Torino, regione e città dove per lunghissimo tempo la banca San Paolo radicò il suo sviluppo nazionale e internazionale senza tagliare quei legami che oggi appaiono ridotti a dimensioni fino a non molti anni fa inimmaginabili. Basta guardare alla nuova struttura organizzativa dove si sostituiscono due manager torinesi come Maurizio Montagnese e Silvio Fraternali, con uffici a Torino, con un manager milanese e ufficio nel capoluogo lombardo, Massimo Proverbiodi provenienza Accenture. Scendendo nella piramide, sui 18 manager con riferimento diretto al consigliere delegato Carlo Messina almeno 16 sono di stanza all’ombra della Madunina. Insomma, ciò che non era riuscito, si dice per il presidio di Enrico Salza, a Corrado Passera è stato attuato da Messina. Non sono torinesi, ovviamente, né Mauro Micillo, al vertice della divisione corporate e investment oltre che amministratore delegato di Banca Imi, né Stefano Barrese alla guida della Banca dei Territori, ovvero il retail.

Assodato un distacco con Torino da parte della banca, allungato in accordo con il Mefil tempo per il collocamento di parte delle azioni della Compagnia, il Piemonte pare sempre più rivestire il ruolo di spettatore. Magari anche del probabile passaggio dell’attuale presidente di Banca Imi, Gaetano Miccichè (fratello del politico berlusconiano, Gianfranco), al vertice di Cassa Depositi e Prestiti. Rumors, per ora. Ma quanto basta per alimentare voci su una possibile osmosi di dossier tra Intesa, sempre più banca di sistema con un ruolo chiave nei questioni più importanti  – da Alitalia alle banche venete, da Telecom a Rizzoli, solo per citarne alcune – e il gruppo controllato per l’82,7% dal governo e che negli anni ha ampliato di molto il suo raggio d’azione. Operazione che andrebbe a configure la Cdp come una sorta di “filiale” esterna di Intesa.

Nel documento della commissione parlamentare di vigilanza sulla CdP, per il gruppo presieduto da Claudio Costamagnasi indica e auspica “un ruolo più incisivo nel finanziamento delle infrastrutture, sia sotto il profilo del coinvolgimento dei promotori e dei finanziatori del settore privato, sia sotto il profilo più generale della promozione dei progetti”, una sorta di nuova Iri attiva nel risanamento aziendale e leva del rilancio produttivo del Paese. Quanto ai vertici, oltre a Costamagna, Matteo Renzi sostiene anche l’ad Fabio Gallia, e una loro riconferma o sostituzione molto, se non tutto, ovviamente dipenderà dall’esito delle elezioni e dal futuro governo.
 

I dati di 50 milioni di profili Facebook sono stati usati per pilotare le elezioni americane, ma il problema ha radici più profonde | L’inchiesta

https://www.ogginotizie.it 21 marzo 2018

Siamo spiati su Internet? Cosa ne fanno dei dati che raccolgono? Una “talpa” ha scoperto gli scheletri nell’armadio di Cambridge Analytica, azienda di consulenza e marketing online.

 Non è una novità che tra grandi aziende ci sia una compravendita di dati del consumatore per fini commerciali. I famosi “cookies” e le tracce che lasciamo navigando in Internet, per “migliorare la nostra esperienza”, ne sono un esempio. Vi è mai capitato di cercare, diciamo, un cellulare su Amazon, e trovarvi pubblicità di cellulari in tutte le pagine web visitate successivamente? Questo accade perché ogni clic che noi facciamo su Internet va ad arricchire un “profilo del consumatore”, che viene usato per far comparire nei nostri schermi le pubblicità dei prodotti per noi più interessanti.

Quello che è emerso nelle ultime ore, però, è una cosa un po’ diversa. Un’inchiesta partita dall’Observer e rimbalzata su The Guardian e New York Times, ha svelato una rete di spionaggio e scambio di dati personali, raccolti all’insaputa dell’utente, per ottimizzare i messaggi elettorali durante le elezioni americane e durante la campagna antecedente la Brexit. Anche qui, non è certo una novità. Un video della BBC online già da qualche mese spiega tutto nel dettaglio. E allora perché il polverone scoppia adesso?

Christopher Wylie

Il motivo è un whistleblower. In gergo, un whistleblower (suonatore di fischietto), è “un individuo che denuncia pubblicamente o riferisca alle autorità attività illecite o fraudolente all’interno del governo, di un’organizzazione pubblica o privata o di un’azienda”. In questo caso, la nostra “talpa” si chiama Christopher Wylie, e la nostra azienda si chiama Cambridge Analytica. “Abbiamo sfruttato Facebook per raccogliere milioni di profili personali. Abbiamo costruito dei modelli per sfruttare ciò che sapevamo di loro, e colpire i loro demoni interiori. Queste erano le basi su cui la compagnia (Cambridge Analytica, ndr) era costruita”.

La soffiata ha scatenato uno scandalo mondiale, e una voglia irrefrenabile da parte di tutte le autorità giudiziarie di indagare sulla vicenda e approfondire eventuali utilizzi illeciti di dati personali. Sono in corso le indagini, per esempio, contro Facebook: si cerca di capire se ci sono altre circostanze in cui i dati sono stati presi illegalmente dal social network, e soprattutto si vuole scoprire il grado di coinvolgimento dell’azienda di Mark Zuckerberg nella violazione dei suddetti 50 milioni di profili. Venerdì Facebook ha annunciato che Cambridge Analytica è sospesa dal social. Intanto, Zuckerberg è stato convocato dal parlamento britannico e dal parlamento europeo per essere interrogato, mentre il responsabile della sicurezza di Facebook, Alex Stamos, si è già dimesso.

Da Facebook a Donald Trump, passando per la Brexit. Una rete che muove gli utenti di internet come pedine.

I collegamenti tra la violazione dei dati personali su Facebook, la campagna elettorale di Donald Trump e i movimenti pro-Brexit in Inghilterra, sono arrovellati in una rete di conoscenze, connivenze, amicizie e affari. L’azienda che si occupava di analizzare i dati durante la campagna elettorale di Trump alle presidenziali del 2016 si chiama Cambridge Analytica. In quel periodo, l’azienda era capitanata da Steve Bannon, uno dei maggiori consiglieri del Tycoon Donald Trump. Questo è solo un primo tassello di un puzzle intricato, di cui non abbiamo ancora tutti i pezzi.

Cambridge Analytica ha rubato, è il caso di dirlo, i dati personali di milioni di iscritti a Facebook, per poi usarli per creare dei messaggi elettorali personalizzati e “targettizzati”, cioè in grado di essere massimamente efficaci nel convincere i destinatari. Ma come hanno fatto? Nel 2014 l’accademico Aleksander Kogan possedeva una compagnia, la Global Science Research (GSR). Kogan ideò un’App chiamata “thisisyourdigitallife”, con la quale, in collaborazione con Cambridge Analytica, pagò centinaia di migliaia di utenti per rispondere a delle domande personali.

Nulla di eccessivamente strano. Le ricerche di mercato, per scopi commerciali o accademici, rientrano nell’ambito della legalità previa un’autorizzazione da parte dei soggetti. I destinatari del sondaggio, nel caso di Kogan, autorizzarono l’utilizzo dei dati per fini accademici. L’App thisisyourdigitallife veniva installata nel dispositivo e diventava parte del profilo Facebook. A quel tempo, il regolamento del social consentiva alle App collegate al profilo di raccogliere anche i dati degli amici, sempre per “migliorare l’esperienza” dell’utente. E fu così che Cambridge Analytica ebbe l’accesso a 50 milioni di profili Facebook. La raccolta di dati per scopi accademici, come si diceva, è ammessa dalla legge. Il problema, però, è emerso quando questi dati sono stati usati per pilotare e indirizzare le scelte dei cittadini americani nelle cabine elettorali. Si tratta di una delle più grandi fuoriuscite illegali di dati della storia di Facebook.

Fonte: The Guardian

Il commento di Luigi Crespi, spin doctor e esperto di comunicazione

“Io credo che la definizione marketing politico e marketing commerciale sia una definizione accademica. Il marketing è legato alla necessità di farti scegliere un prodotto. La politica è una vendita ideologica, emotiva, passionale, non è come il 3×2 al supermercato. Negli Usa le tecniche di convinzione sono diventate raffinatissime”. Luigi Crespi parla ai microfoni di Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano. “Un paio di anni fa, attraverso un advisor internazionale, Cambridge Analytica cercava referenti nel mondo per applicare il suo metodo. Io ebbi modo di valutare i meccanismi di questo metodo e rimasi sorpreso quando chiesi a quelli di Cambridge Analytica come costruissero questi database. E loro mi risposero che lo facevano attraverso quiz e games su Facebook. Cose del tipo: rispondi a queste domande e scopri qual è la tua personalità, oppure scopri chi eri nella tua vita precedente. Io gli feci notare che dal punto di vista etico e professionale non si fa una roba del genere, perché loro stavano ottenendo informazioni senza che l’utente avesse firmato una liberatoria. Senza questa liberatoria, la detenzione e l’utilizzo di questi dati è un reato penale. La loro risposta fu: ma questi database sono detenuti all’estero.”

Big Data e democrazia: come l’analisi dei dati può determinare l’esito elettorale.

Il 13 luglio 2017 la BBC pubblica un video su Youtube: “Cambridge Analytica ha avuto un ruolo nel referendum per uscire dall’UE?”. La settimana scorsa il video aveva poco più di 7mila visualizzazioni. Oggi, quasi 90 mila. “L’informazione è potere” è il fil rouge che collega tutti i momenti del video. Alexander Nix, CEO di Cambridge Analytica (oggi sospeso dall’incarico), l’anno scorso negava ogni tipo di coinvolgimento nel referendum per la Brexit e nelle elezioni americane. Ma i fatti gettano un’ombra di dubbio sulle sue affermazioni.

Nel novembre del 2015 nel Regno Unito, il movimento Leave.eu, favorevole all’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea, teneva una conferenza stampa. Al tavolo dei partecipanti c’è anche Brittany Kaiser, impiegata di Cambridge Analytica, che annuncia che l’azienda farà “ricerche su larga scala in tutta la nazione, per capire perché le persone sono interessate a dire ‘dentro o fuori’ dall’UE. Le risposte aiuteranno a migliorare le politiche e la comunicazione, per assicurare che porteremo ai seggi più neo-elettori, più elettori non registrati e più astenuti che mai prima d’ora”. Più tardi, Alexander Nix dirà che Cambridge Analytica stava solo “prendendo in considerazione l’idea di lavorare con loro”, ma, di fatto, “non hanno assolutamente nessun coinvolgimento nella campagna per uscire” dall’Unione Europea.

 Essenzialmente, il lavoro che fa Cambridge Analytica si chiama “targeting”. Assiste i politici nella loro campagna elettorale, studiando tecniche per rendere le pubblicità e i messaggi su internet efficaci e d’impatto. Ogni politico vorrebbe poter entrare nella testa degli elettori, e la raccolta dei famosi “big data” sul web li porta esattamente in quella direzione. Cambridge Analytica, però, ha una cosa che le altre aziende di questo tipo non hanno: la psicografia. La psicografia è una scienza comportamentale che “mira a comprendere la personalità dell’individuo. Perché è la personalità che guida il comportamento, e il comportamento ovviamente influenza il modo in cui si vota”, diceva Alexander Nix al Concordia Annual Summit del 2016.

E adesso? Bisogna cancellare Facebook?

Se l’obiettivo dei politici è quello di spiarci su internet per entrare nelle nostre teste, compilando i nostri profili social gli rendiamo il lavoro molto facile. Ma cosa cambierebbe se cancellassimo il profilo Facebook? Le aziende sono in grado di formulare un profilo dell’utente-consumatore anche dalla semplice navigazione su Internet. I dati e le informazioni significano potere, influenza, spazio di manovra. Probabilmente, cancellare il profilo dal Social Network più diffuso del mondo non risolverà il problema. Internet è un bene pubblico, tutto quello che facciamo lì, è come se lo facessimo in piazza.

Alexander Nix, Concordia Summit 2016 (Bryan Bedder/Getty Images)

Lo scandalo Cambridge Analytica porta alla luce anni di spionaggio e illeciti, e ogni minuto escono notizie diverse. In queste ultime ore, si parla anche di partiti italiani coinvolti nello sfruttamento di dati per influenzare scelte elettorali. Resta ancora molto lavoro da fare prima di completare il puzzle. Nel frattempo, non possiamo certo eliminare Internet e la tecnologia dalle nostre vite; tuttavia, possiamo (e forse dobbiamo) seguire il consiglio di Beppe Severgnini: è il momento di aprire gli occhi e affrontare il problema. Un primo passo è approfondire un po’ di linguaggi e concetti; per questo ho preparato un piccolo vocabolario per capire alcuni meccanismi che Cambridge Analytica conosce bene.

Piccolo Vocabolario del Mondo dei Big Data

Come avrete capito, dietro la manipolazione e la raccolta dei dati online c’è una vera e propria scienza, oltre che a una ferrea organizzazione. Con lo sviluppo di queste tecniche di “indirizzamento” della mente degli elettori, si è creato anche un linguaggio specifico. Di seguito un breve vocabolario per entrare nel mondo dei big data. (Fonte: Wikipedia)

Big Data L’insieme delle tecnologie e delle metodologie di analisi di dati massivi. Il termine indica la capacità di estrapolare, analizzare e mettere in relazione un’enorme mole di dati eterogenei, strutturati e non strutturati, per scoprire i legami tra fenomeni diversi e prevedere quelli futuri.

Bias di conferma In psicologia indica un fenomeno cognitivo umano per il quale le persone tendono a muoversi entro un ambito delimitato da loro convinzioni acquisite. Consiste nel ricercare, selezionare e interpretare informazioni in modo da porre maggiore attenzione, e quindi attribuire maggiore credibilità a quelle che confermano le proprie convinzioni o ipotesi, e viceversa, ignorare o sminuire informazioni che le contraddicono.

PSYOPS (operazioni psicologiche) Moderno metodo utilizzato da istituzioni militari definibile come un complesso di attività psicologiche messe in atto mediante l’uso programmato delle comunicazioni, pianificate in tempo di pace, crisi e guerra, dirette verso “gruppi obiettivo” amici, neutrali o nemici (governi, opinioni pubbliche, organizzazioni, gruppi o individui), al fine di influenzarne gli atteggiamenti ed i comportamenti che incidono sul conseguimento di obiettivi politici e militari.

Bolla di filtraggio Risultato del sistema di personalizzazione dei risultati di ricerche su siti che registrano la storia del comportamento dell’utente. Questi siti sono in grado di utilizzare informazioni sull’utente (come posizione, click precedenti, ricerche passate) per scegliere selettivamente tra tutte le risposte quelle che vorrà vedere l’utente stesso. L’effetto è di isolare l’utente da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista, effettivamente isolandolo nella sua bolla culturale o ideologica.

Camera dell’eco Situazione in cui le informazioni, le idee o le credenze vengono amplificate o rafforzate dalla comunicazione e dalla ripetizione all’interno di un sistema definito. Il fenomeno è particolarmente evidente nei social media e nell’uso che ne fanno politici, istituzioni e altre organizzazioni con il fine di far circolare i propri messaggi a discapito degli altri, comprese le bufale di vario genere. Il meccanismo si amplifica soprattutto quando la cerchia di amici e conoscenti di un soggetto, come spesso accade, condivide idee e pensieri simili. In questo modo sulla pagina Social compariranno notizie, articoli e commenti che contribuiranno sempre più ad amplificare una visione univoca ed acritica su quell’argomento. Gli algoritmi dei Social Network tendono a farci vedere messaggi, notizie e commenti verso i quali abbiamo già in precedenza mostrato interesse, a discapito di tutto il resto.

Targeting Tipo di pubblicità in cui gli annunci online si basano su metodi sofisticati per mirare e colpire il pubblico più recettivo, con determinate caratteristiche, basate sul prodotto o sulla persone che il pubblicitario vuole promuovere. Queste caratteristiche possono essere demografiche (etnia, condizione economica, sesso, età, educazione, salario, occupazione), oppure psicografiche, basate cioè su valori, personalità, abitudini, opinioni, stili di vita e interessi.

Il banchiere che vuole rivoluzionare il potere finanziario in Italia

http://www.cinquantamila.it/ 2 febbraio 2017

«Se sono diventato amministratore delegato di questo gruppo, lo devo a voi che mi avete appoggiato e al professor Bazoli che ha sostenuto la mia nomina, anche contro alcuni poteri cosiddetti forti»: Carlo Messina il 26 gennaio è davanti a tremila persone nell’auditorium del grattacielo di corso Inghilterra a Torino – design di Renzo Piano – dove ha sede la «metà» torinese di Intesa Sanpaolo. Sullo schermo alle sue spalle una slide, fondo bluette e penisola italiana in prospettiva da satellite, celebra il decennale del gruppo con un chiarissimo slogan: «Dieci anni di storia italiana, dieci anni di una grande banca». 
Ma chi sono questi poteri forti che non avrebbero voluto Messina su quel palco? Forse gli stessi che oggi lui minaccia col progetto di take-over sulle Assicurazioni Generali? Forse Mediobanca e il suo burattinaio-corsaro francese, Vincent Bollorè? Carlo Messina, romano di 54 anni, da quasi quattro al vertice del colosso, non lo dice: «Questi poteri erano contrari al fatto» precisa però «che una persona normale, senza disegni o logiche di potere da seguire, se non quella di servire l’organizzazione per cui lavora, potesse diventare il capo di un’azienda come questa».
Effettivamente la sua nomina a qualcuno parve un ripiego. Troppo normale. All’interno superò un paio di autocandidature come quelle di Marco Morelli, renzianamente insediato oggi al vertice di Montepaschi, e Giuseppe Castagna, già capo del Banco di Napoli (gruppo Intesa) e ora amministratore delegato di Banco Bpm. Il primo amato dai Draghi Boys, il secondo a sua volta uomo-macchina d’Intesa.
Ma Giovanni Bazoli, il padre fondatore di Intesa, con Enrico Salza, il padre putativo, furono determinatissimi nel volerlo lì. Dopo il fiasco della gestione di Enrico Cucchiani, voluta da Bazoli nell’immediato dopo-Passera, serviva una scelta interna che rianimasse la truppa. Che le restituisse centralità, arginando lo strapotere dei consulenti esterni, primi fra tutti quelli targati McKinsey, come era del resto l’ad defenestrato. E Messina questo ha fatto: ha ridato potere ai soviet interni, però ridisegnandoli a sua immagine e morbidamente attuando una radicale «de-passerizzazione», disarticolando cioè quasi tutte le strutture costruite in 11 anni di governo dal suo stesso mentore Corrado Passera. Niente di strano che in quel grattacielo torinese siano risuonati per lui applausi da prima della Scala.
Sposato con l’amatissima Francesca, senza figli, laureato alla Luiss dove ha anche insegnato finanza al Master, dopo un breve esordio in Bnl, Messina era entrato nel ’95 al Banco Ambrosiano Veneto come responsabile della pianificazione, incrociandovi l’allora ad Carlo Salvatori e poi lavorando fianco a fianco con gente come Victor Massiah, oggi capo di Ubi, e Giampiero Auletta, un altro bazoliano transitato per la banca bresciana, e infine con Passera, di cui divenne fedelissimo («Senza Corrado oggi non avremmo una banca così», ha ripetuto a Torino) insieme col dream team composto da Gaetano Miccichè e Francesco Micheli. Fu poi proprio Cucchiani a promuoverlo direttore generale poco prima di essere giubilato. A quel punto, Messina rappresentava la scelta interna per antonomasia. L’alternativa interna vera sarebbe stato Gaetano Miccichè, che però Bazoli, pur stimandolo, non volle.
Assurto al vertice, l’uomo-macchina Messina come potere forte ha dimostrato di non scherzare affatto. Con un accordo firmato nel 2014 ha promosso un esodo massiccio di dirigenti, anche quelli distanti ancora 4-5 anni dalla pensione: 160 esodati, che si sono portati via l’era-Passera. E lui, sempre contando sull’appoggio di Bazoli e dei due soci di riferimento di Intesa, la Compagnia di San Paolo (guidata da Francesco Profumo) e la Fondazione Cariplo, retta ancora dal roccioso ottantaduenne Giuseppe Guzzetti, ha anche giocato a fare il Marchionne bancario, strigliando i mercati quando non lo esaltavano: come alla presentazione dei conti 2015, che nonostante 2,7 miliardi di utile netto e il 13,4 per cento di coefficiente patrimoniale, furono accolti freddamente in Borsa.

«Noi di Intesa Sanpaolo non cerchiamo mai di fregare il prossimo», dice oggi Messina ai suoi. «Se siamo forti non è solo perché generiamo utili, ma perché abbiamo reputazione e fiducia». Il ruolo fa l’uomo, insomma, e il banchiere di linea che progetta la scalata triestina è diventato in tre anni anche un anchorman, fa le pause giuste, riscalda la platea, strappa applausi, fa battute sul proprio look «che non mi pare cambiato molto, nonostante la crisi Lehman» e… osa insidiare le Generali.
Ma che cos’ha in mente, e dove vuole arrivare? Per capirlo bisogna ricostruirne il ragionamento strategico. «Che è di assoluta lucidità», dice chi lo apprezza. «Messina sa che i servizi bancari classici sono irrimediabilmente in declino, non rendono più. E che i soldi si fanno nel wealth management, nell’asset management e nell’assicurativo: tre aree che forniscono il 50 per cento degli utili». Il resto arriva quasi tutto dall’area corporate, cioè dall’attività di Banca Imi, resa grande da Miccichè («un lavoro eccezionale», ha detto Messina di lui, che con l’ad Mauro Micillo costituisce una coppia d’assi). E dalla Banca dei Territori, affidata al vero delfino, Stefano Barrese.
Il grande poker sulle Generali, però, Messina deve giocarselo tutto con le sue carte interne. Ha indicato tre condizioni: nessun aggravio ai ratio patrimoniali; nessuna rinuncia sulla redditività e sui rendimenti; nessuna concessione sui prezzi di qualsiasi acquisizione. Perciò è vero – come ha ammesso alla Consob – che Intesa sta valutando se scalare le Generali; ma è anche vero che non mancherebbero alternative. Unire le forze della banca e del Leone nei tre settori chiave – grandi patrimoni, risparmio gestito, previdenza integrativa – moltiplicherebbe i risultati dell’accrocchio; ma dei rami danni, Intesa non saprebbe che farne. Venderli? E magari doversi ridimensionare anche nel ramo vita, almeno in Italia, per ragioni antitrust? Perché no: ma è un rischio gestionale non da poco.
E che cosa sarebbe di Unicredit, se Intesa sfilasse dalla sua orbita l’unico gioiello rimasto alla corona di Mediobanca di cui l’altro colosso milanese è pur sempre il primo azionista? I mercati darebbero ugualmente all’amministratore delegato di Unicredit, Jean-Pierre Mustier, i 13 miliardi di euro di ricapitalizzazione che chiede, senza peraltro avere un dichiarato «anchor investor» a muovere le fila? Société Générale, in particolare, guarderebbe con lo stesso interesse che nutre oggi a un Unicredit amputato del trenino con Mediobanca e Generali? Domandona, di quelle che perfino i grandi vecchi Bazoli e Guzzetti non saprebbero liquidare in due battute.
Dunque la disfida di Trieste resta un libro tutto da scrivere, e senza contare su chissà quale appoggio nazionalista da parte della politica. Già, perché l’unica incrinatura in questo profilo tutto banca e casa, Carlo Messina l’ha rivelata negli ultimi due anni proprio per la politica, concedendo qualche distrazione alle lusinghe di Matteo Renzi, che l’ha intellettualmente sedotto. Palazzo Chigi il suo bell’effetto lo fa anche sui più politicamente vaccinati, e Messina non è che lo fosse poi così tanto, prima di assumere il suo attuale ruolo.
Lui, come il fiorentino «maleducato di successo», imputa la crisi dell’Italia anche ai poteri forti stranieri. «Eppure l’Italia» diceva Messina un anno e mezzo fa «potrebbe essere la grande sorpresa del 2016». Non lo è stata. E adesso che Renzi non è più a cassetta, tocca fare tutto a Intesa.SERGIO LUCIANO

FEBBRAIO 2017 -Perché rumor e smentite su Generali minacciano la serenità di Intesa

Alberto Brambilla

Analisi dei potenziali risvolti critici per la prima banca italiana dopo il ritiro dell’ipotesi di acquisizione. Intanto gli osservatori guardano ad Unicredit e alla partita su Mediobanca

Perché rumor e smentite su Generali minacciano la serenità di Intesa

L’ad di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina (foto LaPresse)

 
 

Roma. Intesa Sanpaolo ha infine ritirato l’ipotesi di acquisizione delle Generali venerdì scorso dopo averla lasciata correre per settimane perché non ha trovato valide combinazioni industriali con l’assicurazione triestina. Carlo Messina, ad di Intesa, aveva dato motivo di credere alle indiscrezioni, salvo poi compiere una definitiva retromarcia. Ci sono potenziali risvolti critici da analizzare per la prima banca italiana e, in prima analisi, degli interrogativi da rivolgere ai grandi media che hanno seguito la vicenda.

Sabato scorso i grandi quotidiani hanno invertito il senso della notizia: per il Corriere della Sera e per il Sole 24 Ore, Intesa ha “bocciato” l’operazione, quando in realtà vi ha rinunciato – è come se Intesa avesse “bocciato” se stessa. Il motivo sotteso all’accortezza dei quotidiani d’establishment è innanzitutto economico. Intesa è stata a lungo socio di Rcs MediaGroup e poi ha fatto da advisor, con Intesa Imi di Gaetano Micciché, a Urbano Cairo che ne è diventato il primo socio battendo la cordata sponsorizzata da Mediobanca in una contesa epocale per gli assetti del capitalismo italiano risalente all’estate scorsa. Intesa è anche tra i creditori (insieme a Bpm, Popolare Sondrio, Creval e Mps) del Gruppo 24 Ore, editore del quotidiano di Confindustria, che naviga in cattive acque. Niente di speciale. Ma spiega come mai la partita finanziaria venga invertita dalla narrazione mediatica.

 

Sebbene sia ritornato alla sua dimensione abituale di banchiere cauto, abituato a concentrarsi su partite ridotte più che su grandi acquisizioni, com’è quella di Generali, Messina ora si trova in una posizione non invidiabile per via della gestione pasticciata del dossier. Alla fine Messina ha avuto il coraggio di ritirarsi da un’operazione concertata col governo Renzi nell’autunno scorso in chiave anti francese per possibili mire di Axa su Generali, il cui senso è però di fatto caduto insieme a Renzi con il No al referendum costituzionale del 4 dicembre, ma l’ha fatto in ritardo e facendo credere il contrario al mercato portando a pretesto la difesa dell’italianità.

 

Ieri il titolo Intesa, alla prima seduta utile, ha guadagnato il 5,4 per cento (dopo avere perso il 15 nelle settimane dei rumor) e tuttora non sconta un eventuale effetto reputazionale negativo. È infatti improbabile che gli investitori vendano le azioni a ridosso dello stacco della cedola 2016, il 23 maggio, momento in cui si potrebbe notare in Borsa il contraccolpo dell’operazione di fusione annunciata e poi ritirata. Le conseguenze potrebbero tuttavia manifestarsi nella catena di comando di Intesa  per le rimostranze dei soci più nervosi.

 

La notizia è stata pubblicata per prima dalla Stampa il 22 gennaio e, fino al 3 febbraio, quando Messina ha derubricato la “mega-acquisizione” a “case study”, si sono susseguite rivelazioni circostanziate sulla possibilità di una offerta di scambio azioni (13 miliardi più 2 cash) da Intesa verso Generali. La fisionomia del takeover (Messaggero, 25 gennaio) era stata comunicata al primo azionista, la Compagnia di Sanpaolo (9,3 per cento), probabilmente avvertito con ritardo di un’idea che a Milano era sul tavolo della fondazione Cariplo, secondo azionista (4,8), di Giuseppe Guzzetti da più tempo. Un possibile sgarbo. Messina tiene molto in considerazione le Fondazioni che giudica “investitori strategici” irrinunciabili tanto che, alla cerimonia per i dieci anni della banca, il 26 gennaio, definì “stupido” invocare la loro uscita dall’industria bancaria, come invece prescrivono le cosiddette Leggi Amato e Ciampi, peraltro ricalcate da un protocollo siglato dall’Acri, l’associazione che riunisce le fondazioni di origine bancaria, e il ministero dell’Economia nel 2012. Messina d’altronde non spinge per farle uscire dal perimetro della finanza: Intesa è primo socio della Banca d’Italia (33 per cento) ma da tempo deve scendere al 3 per cento vendendo l’eccedenza, per farlo ha annunciato la cessione di una quota pari a circa il 4,88 per cento del capitale sociale per un controvalore di circa 366 milioni alla Compagnia di Sanpaolo e Cariplo in occasione della presentazione dei conti 2016 il 3 febbraio scorso – nel pieno della bagarre su Generali ciò che è uscito dalla porta di Ca’ de Sass è rientrato dalla finestra delle fondazioni.

 

Cosa insegna a Intesa l’uscita ordinata di Kraft dai mega-deal

 

Dopo i rumor Buffett abbandona l’acquisizione di Unilever con trasparenza. Il contrario dell’assalto “maionese” alle Generali

 

Tornando ai ricaschi della retromarcia su Generali, i fondi esteri, soci rilevanti di Intesa (65 per cento), avevano manifestato contrarietà. L’incarico di Messina e del presidente Gian Maria Gros-Pietro, secondo rumor che serpeggiano in queste ore, potrebbero perciò essere messi sotto scrutinio, anche se il cda, nominato l’anno scorso, non è in scadenza. Sono voci velenose per la prima banca italiana che, per quanto abbia gestito  con poca cura una partita politica, rischia di trovarsi esposta a venti avversi inutilmente. I rumor portano rumor. L’altra partita che ora eccita gli osservatori è l’ipotetica presa di Mediobanca da parte del suo primo socio Unicredit che con l’ad francese Jean Pierre Mustier ha appena portato a successo l’aumento di capitale più grande di sempre a Piazza Affari (20 miliardi). L’idea è stata smentita dal direttore generale di Unicredit, Gianni Franco Papa, il quale dice di non avere bisogno di una banca d’investimento avendo già una divisione ad hoc. Ma è questo il rumor che terrà in ostaggio la Borsa d’ora in avanti. Finché non scoppia. 

La sanità svizzera dichiara guerra alla pubblicità sul tabacco

Di Sonia Fenazzi, testo, e Kai Reusser, grafica tvsvizzera.it 21 marzo 2018

Una ragazza si sta accendendo una sigaretta.
Di solito è durante l’adolescenza che si inizia a fumare. Perciò i giovani sono particolarmente presi di mira dalla pubblicità dell’industria del tabacco: un’iniziativa popolare chiede ora di vietarla in Svizzera.

(Keystone)

Il braccio di ferro sul divieto della pubblicità per prodotti di tabacco che raggiunge la gioventù, in Svizzera si gioca ora con il popolo. Di fronte alle ferme resistenze parlamentari, numerose organizzazioni della sanità si sono coalizzate e hanno imboccato la via della democrazia diretta per cercare di ottenere il bando.

L’alleanza di operatori sanitari, capeggiata dai medici di famiglia e dell’infanzia, ha lanciato martedì un’iniziativaLink esterno popolare denominata “Sì alla protezione dei fanciulli e degli adolescenti dalla pubblicità per il tabacco”. Il testoLink esterno prevede che Confederazione e Cantoni promuovano la salute di “fanciulli e adolescenti” e che sia proibita “ogni forma di pubblicità per i prodotti del tabacco” che li raggiunge.

Di fatto, ciò si tradurrebbe in un divieto di praticamente tutta la pubblicità per il tabacco (nelle strade, sui giornali, nei cinema, ad eventi, ecc.), perché gli spazi in cui essa non è accessibile ai minorenni sono rari.

rappresentazione grafica della proporzione di fumatori in Svizzera.
Proporzioni di fumatori in Svizzera, nel 2016, rispetto all’insieme della popolazione.

(swissinfo.ch)

Preoccupate dall’aumento del consumo di tabacco tra i giovani adulti registrato negli ultimi anni, le organizzazioni della sanità vogliono abolire la pubblicità per il tabacco, poiché si tratta di “un importante fattore di cui tenere conto” nella prevenzione.

I promotori dell’iniziativa puntano l’indice contro la maggioranza del parlamento svizzero che nel 2016 “non si è assunta le proprie responsabilità e ha respinto il disegno di legge sui prodotti del tabacco”. E il progetto preliminareLink esterno di legge, messo nel frattempo in consultazione dal governo federale, che tiene conto delle modifiche chieste dal parlamento “serve solo gli interessi dell’industria del tabacco”.

Da notare, che la Svizzera è sede di colossi di tale industria e dunque la lobby del tabacco ha un forte peso.

L’ampia adesione di organizzazioni della sanità, fa comunque ben sperare l’associazione Medici di famiglia e dell’infanzia Svizzera (mfeLink esterno), che è all’origine dell’iniziativa. Secondo i suoi rappresentanti, si tratta di “un segnale forte per i cittadini svizzeri”, sulla cui risposta sono fiduciosi.

La raccolta delle centomila firme necessarie, entro 18 mesi, per la riuscita dell’iniziativa, solitamente non è facile. Ma i medici di famiglia e dell’infanzia vantano un’esperienza positiva che dimostra la loro capacità trainante nel campo della democrazia diretta: l’iniziativa che avevano lanciato nel 2009 per promuovere la loro specialità medica era stata sottoscritta da oltre 200mila cittadini nel giro di sei mesi.

I promotori l’avevano in seguito ritirata a favore di un controprogetto che soddisfaceva le loro richieste. Alle urne, nel maggio 2014, questo è stato approvato da quasi nove votanti su dieci.

Questa iniziativa di certo sarà un importante mezzo di pressione sul parlamento. Non è escluso che la futura legge federale sui prodotti del tabacco, attualmente in fase di elaborazione preliminare, diventi un controprogetto all’iniziativa, se questa raccoglierà le firme necessarie per portarla al voto.

 

Deutsche Bank -7% a minimi da 2016 dopo dichiarazioni CFO von Moltke

Doccia fredda per il titolo Deutsche Bank, che precipita alla borsa di Francoforte fino a -7%, capitolando al minimo dal novembre del 2016. Stando a quanto riportato da Bloomberg, il mercato sta penalizzando il titolo per le dichiarazioni arrivate dal direttore finanziario del colosso bancario, James von Moltke.

 
 

 
 
 
 

Von Moltke ha avvertito che i guadagni che l’euro sta riportando nei confronti del dollaro e i costi di finanziamento più alti ridurranno il fatturato della divisione corporate e di investment banking di 450 milioni di euro circa, nel corso di questo trimestre. Il manager ha precisato che il primo trimestre del 2017 è stato “relativamente forte”, fattore che “rende ancora più difficile fare un paragone”.

In ogni caso, per il direttore finanziario, il trend della divisione è tra il piatto e il lievemente in calo rispetto allo scorso anno.

In particolare, a pesare sul fatturato del trimestre in corso dell’unità di corporate e investment bank saranno 300 milioni di euro di costi imputabili all’effetto del forex euro-dollaro, e costi più elevati di finanziamento per un ammontare di 150 milioni di euro, per un totale appunto di 450 milioni.

Von Moltke ha parlato nel corso di una investor conference che si è svolta a Londra.

Immediata la reazione del titolo Deutsche Bank, che ha sofferto la perdita più forte in un mese. E’ diverso tempo che i dirigenti della banca chiedono agli azionisti di avere pazienza: in particolare, nel mese di gennaio, l’amministratore delegato John Cryan ha affermato che il suo lavoro è entrato nella sua “terza fase”, con il fatturato che dovrebbe tornare a crescere.

Bloomberg fa notare tra l’altro che i commenti del CFO sono in contrasto con quanto emerso dal report annuale della banca, diffuso la scorsa settimana, in cui si legge che la banca prevede che la volatilità presente sui mercati sia destinata a rimanere, fattore che dovrebbe arrestare i due anni di flessione del fatturato della sua divisione di trading sul debito.

FONDO ELLIOTT NEWS – PRIME DIVERGENZE TRA IL MODERATO FULVIO CONTI E IL DIVISIVO ROCCO SABELLI – CONTI È A FAVORE DI LUIGI GUBITOSI, FUTURO AD – SABELLI VORREBBE GIOCARE UN RUOLO IN PRIMA LINEA – L’IRA DI CALENDA, A FAVORE DEL PIANO ELLIOTT, SUL PRESIDENTE DI CDP COSTAMAGNA

 

DAGONEWS

 

fulvio contiFULVIO CONTI

Fulvio Conti e Rocco Sabelli, insieme con Roberto Sambuco della Vitale & C., stanno concertando la nuova strategia del Fondo Elliott. E già si sono subito notate le prime divergenze tra il moderato Conti e l’irruento e divisivo Sabelli. Infatti Conti è a favore di un atterraggio morbido di Elliott in Tim, mentre Sabelli vorrebbe giocare un ruolo in prima linea per gestire personalmente l’azienda telefonica. Come futuro amministratore delegato Conti vede in prospettiva Luigi Gubitosi.

 

ROCCO SABELLIROCCO SABELLI

Nell’incontro di Conti con Amos Genish, l’israeliano ha voluto ufficializzare la sua posizione di fedeltà al suo piano industriale e di lealtà verso Bollorè che l’ha nominato. Da parte sua il ministro dello sviluppo economico Calenda questa mattina ha rilasciato una dichiarazione all’Ansa: “Il progetto di Elliott per Tim, che prevede scorporo e quotazione della rete è un progetto coincidente con quello che noi intendiamo fare per l’interesse pubblico”.

 

carlo calendaCARLO CALENDA

Aumenta intanto l’ira di Calenda non si indirizza solo sul presidente di CDP Costamagna, Calenda ha chiesto, vista la situazione nuova in Tim, una presa di posizione. Risultato: zero.

costamagna da gruberCOSTAMAGNA DA GRUBER

dagospia.com 21 marzo 2018

 

LA DOPPIA TRAPPOLA DELLA CLAUSOLA €XIT SECONDO IL “RITO TEDESCO”.

http://orizzonte48.blogspot.it/ 21 marzo 2018

Risultati immagini per surplus germania 2018
1. Voci dalla Germania ha (meritoriamente) pubblicato la traduzione di un articolo di Die Weltche ha suscitato un certo scalpore: il suo titolo allude a un “piano di emergenza per l’uscita dall’euro“, ma più precisamente si tratta dell’enumerazione delle perplessità e angosce tedesche sulla sostenibilità futura dell’eurozona, raccolte ed elaborate “da alcuni economisti molto noti” (tra cui l’immancabile Sinn, immancabilmente arrabbiato per via dei saldi attivi tedeschi Target-2), convenuti a Berlino su invito “arrivato dal’università privata ESMT e dal Max-Planck-Institut per il diritto fiscale e la scienza delle finanze”.
La declinazione dei problemi posti in salsa tedesco-nord-europea (altrettanto immancabilmente si menziona la virtuosa cointeressata Olanda),  viene poi ripresa da un’intervista di Federico Fubini sul Corsera al presidente dell’IFO, (noto istituto di ricerca vicino al governo tedesco), che, avendo partecipato alla discussione in quella sede, ripercuote i temi principali elaborati nella conferenza di Berlino.
2. Questa intervista ha dato luogo a uno scambio su twitter con l’amico Stefano Fassina:

La proposta tedesca raccolta da @federicofubini su @Corsera per clausola di uscita da € ma non da UE è anche nel nostro interesse nazionale. Indica consapevolezza storica, economica e politica. Governo e Parlamento dovrebbero lavorarci @liberi_uguali

 

Caro Stefano, ma avevamo davvero bisogno che…Fubini “aderisse” a una proposta tedesca che oltretutto è una trappola perché implica lungo processo di integrazione dei trattati?
L’Italia deve per forza essere incapace di fare da sola i propri interessi?http://orizzonte48.blogspot.it/2013/11/lunione-europea-in-base-ai-trattati-non.html 

 

Caro @LucianoBarraCar “raccolta” da @federicofubini nel senso che ha intervistato Presidente IFO su @corsera Ho proposto di lavorare nella direzione indicata dai tedeschi, non prendere a scatola chiusa. La sfida non è così semplice. https://twitter.com/lucianobarracar/status/976037257005228032 

 

L’avevo capito: nessuno la fa semplice, ma una trappola rimane una trappola (e non poteva essere diversamente per una “direzione indicata dai tedeschi). Faccio un post e spiego per bene perché…

 
Poiché l’intervista in questione ripecuote piuttosto fedelmente l’approccio seguito dal convegno in questione, sia pure con una serie di specifiche applicazioni a (o meglio “avvertimenti per“) l’attuale situazione politica italiana, ci pare più esaustivo, e utile alla comprensione, estrarre le più importanti ed essenziali soluzioni suggerite e riportate nell’articolo, con un commento esplicativo (in termini di attuale e riformando contenuto dei trattati).
2. Parrebbe, – ma vedremo come si tratti di una motivazione pretestuosa o, almeno, iperbolizzata con un arbitrio che tende alla consueta esclusiva tutela dei propri interessi nazionali -, che l’agitazione tedesca sia motivata dal risultato delle elezioni italiane:
E’ possibile che la  situazione nell’unione monetaria si sia stabilizzata grazie alla ripresa economica congiunta, ma i saldi Target in continua crescita evidenziano le fratture economiche all’interno della zona euro. E le elezioni italiane hanno mostrato che il pericolo di una dissoluzione dell’euro è tutt’altro che scomparso. In Italia il capo della Lega Italiana, il partito populista di destra – uno dei vincitori delle elezioni – ha  dichiarato che solo la morte è irreversibile, una moneta certamente non lo è“.
La più importante conclusione che si trae da questa premessa è:
La probabilità che l’euro finisca non è pari a zero. Come economisti dobbiamo prenderla in considerazione”, ha detto Kai Konrad, esperto di finanza presso il Planck-Institut. Ad assecondarlo c’era il presidente del Consiglio dei Saggi Economici (Sachverständigenrat), Christoph Schmidt: “bisogna essere preparati anche ad eventi alquanto improbabili”. E’ necessario discutere una clausola di uscita“.

 
3. Il proposito non è affatto innocente o, addirittura, ragionevole e cooperativo come si può credere a prima vista leggendo questo schema degli esiti considerati: 
“Secondo gli economisti presenti ci sarebbero tre scenari di uscita ipotizzabili: l’uscita di un paese senza il consenso degli altri, l’uscita con il consenso degli altri, oppure l’esclusione di un paese contro la volontà del paese uscente. Per tutti questi scenari non esiste un quadro giuridico chiaro, afferma Clemens Fuest, presidente dell’Ifo“.
Ed infatti, nessuna di queste tre opzioni tiene conto della realtà attuale della disciplina ricavabile univocamente dai trattati (fermo restando che un’uscita concordata è certamente auspicabile, purché rispettosa della libertà negoziale degli Stati interessati): il consenso “degli altri” all’entrata nell’eurozona, nelle attuali previsioni del TFUE, è in realtà preventivamente prestato in forma di “concessione” di uno status da parte di tutti i precedenti appartenenti ma, al tempo stesso, – essendo tale concessione configurata come accoglimento della “istanza” avanzata dal paese di volta in volta interessato-, presuppone, in tutte le previsioni oggettivamente ritrovabili nei trattati, una costante (e rinnovata) volontà adesiva di tale paese, a cui si accompagna il rigoroso “vaglio” preventivo, e successivo (e in tale fase secondo le regole del fiscal compact, che però paiono finora applicarsi, dati fiscali comparati dei vari paesi aderenti alla mano, solo all’Italia) da parte degli altri Stati attraverso la vigilanza della Commissione.

 
4. In termini giuridico-operativi, trattandosi di un atto ampliativo, cioè di un “beneficio” che gli Stati-membri accordano al richiedente, l’ammissione all’eurozona è già oggi regolata dal costante mantenimento, “costitutivo”, della volontà dello Stato richiedente, il cui venir meno, in qualsiasi momento, ha l’effetto naturale (secondo i principi elementari del diritto comune alle nazioni civili, automaticamente valevole nel superiore diritto internazionale consuetudinario ad integrazione di qualsiasi previsione pattizia)  di valere come rinuncia all’atto ampliativo (sarebbe contrario allo ius cogens, e quindi fonte di una pattuizione nulla per violazione di norme imperative di diritto internazionale, la previsione di un vincolo perenne e della irrinunciabilità di un “beneficio”).
Per l’approfondimento normativo di tali aspetti si veda quanto esposto in questo post (ripreso ed ampliato ne “La Costituzione nella palude”, dove si evidenzia come l’interpretazione suggerita sia condivisa con l’autorevole e parallela analisi dei trattati attuali svolta dalprof.Guarino).

 
5. Ed infatti, gli “economisti” convenuti a Berlino, – mostrando una certa astuzia negoziale che rinvia alla consapevolezza degli aspetti ora considerati-, con insinuante tendenza al “fatto compiuto”, implicano un’interpretazione opposta dei trattati e che porta a riaffermare una inscindibilità attuale dell’uscita dall’euro dall’uscita dall’unione.
E ciò in base ad una forzata lettura “estensiva” dell’art.50, che riafferma necessariamente l’attuale irrealizzabilità dell’€xit: dovendosi seguire la relativa procedura, l’art.50 paralizza, per ovvie considerazioni legate al ruolo e alle posizioni strutturali della BCE, qualsiasi possibilità di uscita dall’euro. E il “caso Grecia” (e prima ancora di Cipro), stanno lì a dimostrarlo senza che occorrano particolari dimostrazioni. 
Non è perciò innocente e tantomeno cooperativo, tutt’altro, che a Berlino si sostenga che:
Sebbene l’eurozona con l’articolo 50 del trattato UE abbia previsto una clausola di uscita,l’abbandono della moneta unica nei trattati resta legato indissolubilmente anche all’uscita dall’UE. Non è desiderabile, dice Fuest: “al momento l’uscita di un paese non è all’ordine del giorno, proprio per questa ragione sarebbe il momento buono per discutere una clausola di uscita dall’euro“. 

 
6. Altrettanto falsamente innocente, ma in realtà pesantemente implicativa, è l’affermazione per cui:
L’adesione all’euro è accompagnata dal fatto che il paese deve accettare le regole della zona euro”, dice Fuest, riferendosi soprattutto all’Italia. Li’ il capo della Lega Salvini ha chiesto che l’Italia ignori gli accordi di politica fiscale che l’Italia stessa ha sottoscritto. “Questo è incompatibile con l’appartenenza all’area dell’euro”, dice Fuest.
Basti rammentare con riguardo alla mancata osservanza delle regole della zona euro, – prima con la famosa svalutazione interna “Hartz”, accompagnata da ulteriori misure non cooperative “equivalenti” a un’indebita restrizione delle importazioni (e relativa forzatura reiterata del limite del 3% al deficit), e poi con il surplus record “insanzionabile” (qui, p.5)-,  la Germania non è certo “ligia” e rispettosa delle regole più importanti che dovrebbero garantire (molto in teoria, ormai) la sostenibilità dell’eurozona (si veda, qui, p.3).

 
7. Ma anche superando il considerevole aspetto della violazione prolungata e ostentata di tali regole da parte della Germania, rimane il fatto che queste stesse regole, almeno per quanto riguarda il fiscal compact e le sue specificazioni applicative, sono altamente opinabili nella loro attendibilità scientifico-economica, e concretamente oggetto di fondate obiezioniche rendono tutt’altro che ragionevole il richiamo tedesco alla loro osservanza, nella parte che fa…comodo a loro (e vedremo come ciò non venga neppure nascosto): ci riferiamo in particolare all’essenziale questione dei criteri di calcolo dell’output-gap che, come d’altra parte l’intero fiscal compact, non trova una diretta e legittima giustificazione normativa persino nelle già “mercantiliste” previsioni dei trattati (qui, pp.15-18).
Ora, l’affermazione degli “esperti” di Berlino si risolve oggettivamente in una negatoria preventiva di qualsiasi concessione su questi aspetti cruciali e in una riaffermazione della totale preclusione tedesca a ridiscutere i termini applicativi del fiscal compact, affibbiando l’anatema unilaterale di inadempiente proprio all’Italia (che alle regole fiscali inadempie meno di tutti, peraltro); e proprio in quanto, potenzialmente, prima o poi, faccia valere le sue ragionevoli prerogative, di fronte a un quadro pattizio che si presenta altamente asimmetrico e distorsivo, in proprio danno, e comunque fallimentare per la crescita, l’occupazione e gli investimenti in tutta l’eurozona!
8. La “coscienza sporca” dei tedeschi (e alleati vari), si dimostra proprio nelle seguenti affermazioni giustificative date alla necessità di una clausola espressa di recesso dall’euro: 
“Le clausole di uscita potrebbero servire come protezione contro la redistribuzione delle risorse a spese dei singoli stati. Paesi piu’ ricchi come la Germania o l’Olanda, grazie ad una clausola di uscita, potrebbero difendersi dalla trasformazione dell’eurozona in una unione di trasferimento. Una clausola di uscita potrebbe aiutare anche i paesi piu’ deboli, come l’Italia, che con una loro moneta nazionale, potrebbero tornare nuovamente competitivi.”
Questa “vera” giustificazione della esigenza della clausola €xit, è una sostanziale ammissione di inadempienza allo “spirito fondamentale” dei trattati: se non altro perché che l’area valutaria europea dovesse completarsi, inevitabilmente, in una “unione di trasferimenti” era previsto esplicitamente, come obbligo di buona fede degli Stati partecipanti, fin dal rapporto Werner(secondo una linea normativa che non dovrebbe mai aver cessato di essere, implicitamente ma necessariamente, vincolante per gli Stati-membri…).
9. La sostanziale confessione della propria volontà, non cooperativa, di inadempiere ai presupposti giuridico-casuali (cioè negozialmente enunciati nei trattati: cooperazione e crescita comuni) di implicita, ma necessaria, evoluzione normativa dell’eurozona, è confermata da questo ulteriore ragionamento degli “economisti” di Berlino:  
Quanto siano grandi le differenze lo ha illustrato chiaramente Sinn. Affinché i paesi piu’ deboli possano raggiungere la Germania in termini di prezzi, la Germania dovrebbe avere un’inflazione del 4.5% piu’ alta rispetto a quella degli altri paesi della zona euro per i prossimi 10 anni.
  
 
 
10. Il problema lo avevamo (più di recente) affrontato nel post appunto intitolato “Germania anno zero: zero reflazione e zero revisione dei trattati. Open your eyes!” 
 
Ed infatti, dopo essere partiti dalla colpevolizzazione preventiva di eventuali pretese italiane che potessero mettere in discussione il rispetto sostanziale dei trattati da parte dei tedeschi,consci di una posizione razionalmente e giuridicamente difficile da difendere, i tedeschi applicano alla clausola di €xit una (non singolare) eterogenesi dei fini, oltreche pervenire all’enunciazione del vero obiettivo che si prefiggono:
“I vantaggi derivanti dall’avere regole di uscita chiare consisterebbero nel ridurre i costi macroeconomici legati all’uscita, compresa l’incertezza, rendendo i conflitti fra gli stati meno probabili”, afferma Fuest. 
Potrebbe esserci maggiore incertezza sul futuro dell’eurozona. “Tutto questo spinge verso la creazione di ostacoli procedurali elevati che rendano difficile l’uscita, ma non per un’assenza di una procedura di uscita”, dice Fuest.
 
Le clausole di uscita potrebbero servire come protezione contro la redistribuzione delle risorse a spese dei singoli stati. Paesi piu’ ricchi come la Germania o l’Olanda, grazie ad una clausola di uscita, potrebbero difendersi dalla trasformazione dell’eurozona in una unione di trasferimento. Una clausola di uscita potrebbe aiutare anche i paesi piu’ deboli, come l’Italia, che con una loro moneta nazionale, potrebbero tornare nuovamente competitivi“.

 
11. In sostanza: se le cose arrivassero (in ipotesi: il pallino dovrebbe essere in mano a un governo italiano che agisca finalmente nell’interesse nazionale) a un punto in cui le violazioni tedesche (il gigantesco surplus non è facile da nascondere con giri di parole) fossero “eccepite” per evidenziare la loro vantaggiosa unilateralità di “fruizione” della moneta unica (come preannuncia anche l’atteggiamento che potrebbero a breve assumere gli USA), i tedeschi, o gli olandesi, si vogliono premunire con un c.d. commodus discessus e…salutare tutti. 
Non prima, però, di aver regolato il saldo Target-2 come se fosse un credito effettivo (e duplicativo) verso gli Stati in passivo dell’eurozona (cosa, come abbiamo visto, giuridicamente forzata).
11.1. A tal fine, – ed è questo l’altro “astuto” accorgimento che vorrebbero predisporre- la clausola di €xit secondo il rito tedesco, non solo dovrebbe immettere adeguati “ostacoli procedurali”, in modo da imporre tempi che lascerebbero gli Stati “uscenti” in balia dei poteri della BCE e dell’allarme sfrenato dei “mercati”, ma sancirebbe il rinvio “ricattatorio” della stessa introduzione di tale clausola di “appesantimento” dell’€xit, fino alla più ampia riforma dei trattati; cioè contestualmente alla sua introduzione si imporrebbero regimi di condizionalità ulteriormente intrusiva sulla già residuale sovranità fiscale degli Stati dell’eurozona, tale da portarli ad un sostanziale collasso economico-industriale e, prima ancora, bancario (qui, p.5).
Questo punto, cioè concessione di una clausola di €xit giugulatoria, e peraltro semmai favorevole solo ai paesi “creditori” Target-2, solo a condizione che si collochi nella riforma dei trattati che inasprisce il regime di contribuzione fiscale e di condizionalità a carico degli Stati “debitori”, è esplicitamente enunciato dai “convegnisti di Berlino: 
“...dice Fuest: “al momento l’uscita di un paese non è all’ordine del giorno, proprio per questa ragione sarebbe il momento buono per discutere una clausola di uscita dall’euro”. Potrebbe essere incluso nei trattati nell’ambito dell’attuale processo di riforma…
 
Più chiaro di così…o forse no.

Banca Popolare di Vicenza, in corso i sequestri nella villa di Gianni Zonin

di Andrea Priante corrieredelveneto.corriere.it 21 marzo 2018

Un ufficiale giudiziario si è presentato nell’abitazione dell’ex presidente assieme a due avvocati delle associazioni dei risparmiatori che hanno ottenuto un sequestro conservativo di 15,5 milioni

In corso i sequestri nella villa di Gianni Zonin (Foto di Andrea Priante)
In corso i sequestri nella villa di Gianni Zonin (Foto di Andrea Priante)

MONTEBELLO (VICENZA) Un ufficiale giudiziario si è presentato intorno alle 11 del mattino nella villa di Montebello in cui vive Gianni Zonin, l’ex presidente della Banca Popolare di Vicenza. L’ufficiale giudiziario si è presentato con un assistente e due avvocati di due distinte associazioni dei risparmiatori (l’una formata da 245 persone, l’altra da 41) che hanno ottenuto un sequestro conservativo autorizzato dal giudice per l’udienza preliminare di 15,5 milioni di euro la prima associazione, di 3 milioni e 800 mila euro la seconda. Era presente anche un antiquario esperto in opere d’arte che dovrà valutare gli oggetti di valore contenuti nella dimora. Il sequestro è in atto in questi minuti e ha come oggetto i beni mobili all’interno del palazzo, tutto quello che si ritiene di valore. Saranno aperte anche le due casseforti presenti e potrà essere sequestrato anche il contenuto in denaro. Gli avvocati dei risparmiatori hanno detto che non saranno invece sottoposti a sequestri i beni chiaramente attribuibili alla moglie come gioielli.

Crac Popolare di Vicenza, sequestri nella villa di Gianni Zonin clicca qui video

L’iter

Al termine del lungo inventario, che potrebbe non finire in giornata, gli oggetti rimarranno all’interno della villa. Il tribunale nominerà quasi sicuramente il proprietario della villa, Michele Zonin, figlio di Gianni a cui il padre ha ceduto l’abitazione, custode dei beni. Tutti gli oggetti sequestrati rimarranno infatti al loro posto ma non potranno essere venduto, spostati, alienati o distrutti. Alla fine del processo si procederà o con il pignoramento o con la liberazione. Una volta pignorati, saranno messi in vendita in un’asta. Il ricavato andrà a risarcire i risparmiatori che hanno presentato le istanze. In casa Zonin non c’era, erano presenti i figli Domenico e Michele. A Montebello è in corso il mercato settimanale e quindi la scena ha attirato la curiosità di decine di passanti e venditori ambulanti

Crac BpVi Sequestro beni a villa Zonin

ILGIORNALEDIVICENZA.IT 21 MARZO 2018

La villa di Gianni Zonin a Montebello

La villa di Gianni Zonin a Montebello
 

MONTEBELLO. Un ufficiale giudiziario questa mattina poco dopo le 11 si è presentato nell’abitazione dell’ex presidente della BpVi, Gianni Zonin, in via 24 Maggio a Montebello Vicentino. È infatti in corso l’inventario del materiale sul quale verranno apposti i sigilli (quadri antichi, tappeti, mobili e oggetti preziosi) nell’ambito dei sequestri conservativi disposti dal giudice per l’udienza preliminare, Roberto Venditti. Con lui anche gli avvocati Renato Bertelle e Michele Vettore, che rappresentano circa 300 ex soci e risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza. 

 

In via 24 Maggio è arrivato di corsa anche il proprietario della residenza, Michele Zonin, figlio dell’ex presidente della Popolare di Vicenza al quale il padre ha ceduto l’abitazione e che è stato nominato custode dei beni sigillati. I beni sequestrati rimarranno nella villa fino alla fine del processo e all’eventuale pignoramento.

 

Bertelle è stato autorizzato dal giudice a sequestri fino 15,5 milioni di euro, Vettore per 3,8 milioni. «Oggi si è passati ai beni mobili – ha spiegato Bertelle – andando a mettere i sigilli a quanto contenuto nella villa di famiglia che si ritiene appartenga ancora di fatto all’ex presidente della Popolare». Le operazioni sono solo all’inizio e proseguiranno anche domani. «La villa è molto grande – ha continuato – e gli oggetti che stiamo trovando sono sicuramente di grande pregio, direi importanti». Bertelle racconta la reazione del figlio di Zonin: «È stata di sorpresa, almeno all’inizio, poi di grande dignità».

Pop.Vicenza:sequestro 19mln euro a Zonin

Sigilli a quadri antichi, tappeti, mobili e preziosi

ANSA 21 MARZO 2018

 © ANSA
© ANSA

Ex Banche venete, 23 marzo presidio a Vicenza

http://www.rassegna.it/ 21 MARZO 2018

Si svolge venerdì 23 marzo a Vicenza il presidio dei lavoratori delle ex Banche Venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca). L’appuntamento è alle ore 10 davanti alla Direzione della ex Banca Popolare di Vicenza (in via Battaglione Framarin). “Sono passati ormai nove mesi da quando Banca Intesa ha rilevato 9.800 lavoratori dalle ex Banche Venete” spiega una nota di Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca Uil e Unisin: “L’operazione, che ha messo in sicurezza l’intero sistema bancario italiano, costata diversi miliardi di euro allo Stato, ha potuto salvare migliaia di posti di lavoro tralasciando circa 700 lavoratori di dieci aziende (Apulia Previdenza, Apulia Pronto Prestito, Banca Intermobiliare, Bpvi Multicredito, Claris Factoring, Claris Leasing, Farbanca, Immobiliare Stampa, Nem e Prestinuova), rimaste fuori dal perimetro di acquisizione di Banca Intesa, rimasti senza alcuna protezione”.

I sindacati sottolineano che i “commissari liquidatori, che inizialmente pensavano di poter cedere le aziende sul mercato entro un anno, hanno potuto constatare che tale ipotesi è di difficile realizzazione e, a oggi, non sono stati nella condizione di trovare soluzioni che diano una prospettiva occupazionale per tutte le aziende e i dipendenti. Lo stesso governo, nonostante sia stato ripetutamente chiamato in causa, non ha dato alcuna risposta concreta”.

Il presidio è stato convocato “in segno di protesta e per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica su una situazione che vede lasciati al loro destino diverse centinaia di lavoratori (e le loro famiglie), rimasti esclusi dall’operazione di salvataggio, avvenuta peraltro con l’utilizzo d’ingenti risorse pubbliche”. Fabi, First Cisl, Fisac Cgil, Uilca Uil e Unisin affermano, in conclusione, di non lasciare nulla di intentato “per cercare di risolvere la questione e intraprenderanno tutte le iniziative che saranno ritenute necessarie per la salvaguardia dei posti di lavoro”.