TIM: SI DIMETTONO TUTTI I CONSIGLIERI IN QUOTA VIVENDI. NON È L’’OPZIONE NUCLEARE’, MA UNA BOMBETTA PER METTERE I BASTONI TRA LE RUOTE DI ELLIOTT – LE DIMISSIONI PURE DI TRE MEMBRI ”INDIPENDENTI” HANNO DECORRENZA DAL PROSSIMO 24 APRILE, DATA DELL’ASSEMBLEA, E IL NUOVO CDA SARÀ VOTATO IL 4 MAGGIO: I FRANCESI AVRANNO 10 GIORNI PER VALUTARE IL PESO DEI SOCI VECCHI E NUOVI E CERCARE ALLEANZE – A BERNABÉ LE DELEGHE SU SICUREZZA E SPARKLE

dagospia.com 22 marzo 2018

 

DE PUYFONTAINE BOLLOREDE PUYFONTAINE BOLLORE

TIM:DIMISSIONI CONSIGLIERI VIVENDI, NUOVO CDA A MAGGIO

 (ANSA) – Arrivano le dimissioni per i consiglieri Tim in quota Vivendi, tra cui il presidente Arnaud de Pouyfontaine; dimissioni con decorrenza dal prossimo 24 aprile, data dell’assemblea. E’ quanto rende noto il gruppo telefonico in una nota, spiegando che per l’integrale rinnovo è convocata un’assemblea per il 4 maggio successivo.

 

I consiglieri di Tim espressione di Vivendi che si sono dimessi dal Cda “hanno espresso l’auspicio che tale gesto possa contribuire a fare chiarezza e a dare certezza alla governance della società, rimettendo all’Assemblea degli Azionisti la responsabilità di nominare ex novo l’organo consiliare”. E’ quanto si legge nella nota di Tim che annuncia la decadenza dell’intero board.

 

 

COMUNICATO STAMPA TIM

 

Il Consiglio di Amministrazione di TIM si è riunito oggi per esaminare – tra l’altro – la richiesta di integrazione dell’agenda dei lavori dell’Assemblea già convocata per il 24 aprile 2018 formulata dai soci Elliott International LP, Elliott Associates LP e The Liverpool Limited Partnership.

giuseppe recchi presidente esecutivo di tim 3GIUSEPPE RECCHI PRESIDENTE ESECUTIVO DI TIM 3

 

Nel contesto di detta riunione, il CdA ha preso atto delle dimissioni del Vice Presidente Esecutivo (oltre che Presidente del Comitato Strategico) Giuseppe Recchi, con decorrenza dalla data odierna.

 

In relazione alle deleghe sulla funzione Security e su attività e cespiti della Società rilevanti per la difesa e la sicurezza nazionale, già attribuite al Vice Presidente Recchi, il Consiglio di Amministrazione ha nominato Franco Bernabè Consigliere Delegato con analoga delega alla sicurezza aziendale. Lo stesso Consigliere Bernabè (già componente del Comitato Strategico) ha assunto, inoltre, la carica di Vice Presidente con le prerogative di legge e Statuto.

 

Nel corso del CdA, ciascuno dei seguenti membri del Consiglio ha rassegnato le proprie dimissioni con decorrenza dal giorno 24 aprile 2018, prima dello svolgimento dell’Assemblea Ordinaria della Società convocata per quella data:

 

franco bernabeFRANCO BERNABE

il Presidente Esecutivo (componente di diritto del Comitato Strategico) Arnaud de Puyfontaine, i Consiglieri Camilla Antonini (componente del Comitato per il controllo e i rischi, indipendente), Frédéric Crépin (componente del Comitato Strategico e del Comitato per le nomine e la remunerazione), Felicité Herzog (componente del Comitato per il controllo e i rischi, indipendente),  Marella Moretti (componente del Comitato per il controllo e i rischi, indipendente) ed Hervé Philippe (componente del Comitato per le nomine e la remunerazione). Analoga comunicazione è stata fatta pervenire in data odierna alla Società da parte del Consigliere Anna Jones (Presidente del Comitato per le nomine e la remunerazione, indipendente).

 

Nel rassegnare le proprie dimissioni i predetti consiglieri hanno espresso l’auspicio che tale gesto possa contribuire a fare chiarezza e a dare certezza alla governance della società, rimettendo all’Assemblea degli Azionisti la responsabilità di nominare ex novo l’organo consiliare in base alle ordinarie regole di legge e di Statuto.

 

Felicite HerzogFELICITE HERZOG

Preso atto che dal 24 aprile 2018 (data di efficacia delle dimissioni) si integreranno le condizioni di cui all’art. 9.10 dello Statuto di TIM (secondo cui “ogni qualvolta la maggioranza dei componenti il Consiglio di Amministrazione venga meno per qualsiasi causa o ragione, i restanti Consiglieri si intendono dimissionari e la loro cessazione ha effetto dal momento in cui il Consiglio di Amministrazione è stato ricostituito per nomina assembleare”), il Consiglio di Amministrazione ha deciso a maggioranza di convocare per il giorno 4 maggio 2018 (presso l’auditorium di Rozzano, viale Toscana 3, in unica convocazione) un’Assemblea degli azionisti ordinari per procedere all’integrale rinnovo dell’organo consiliare. La nomina avverrà, come per legge e Statuto, sulla base di liste presentate dagli azionisti titolari almeno dello 0,5% del capitale con diritto di voto, nei termini di legge e dello Statuto societario.

 

In relazione a quanto sopra, il Consiglio di Amministrazione non ha proceduto all’integrazione dell’ordine del giorno dell’Assemblea del 24 aprile 2018 (relativa alla revoca e alla sostituzione dei Consiglieri de Puyfontaine, Crépin, Herzog, Jones, Philippe e Recchi, che alla data saranno tutti dimissionari e cessati).

 

 Il Collegio Sindacale si è riservato di procedere autonomamente all’integrazione dell’ordine del giorno dell’Assemblea del 24 Aprile 2018 ai sensi dell’art. 126-bis, quarto comma del TUF.

 

I curricula vitae dei Consiglieri citati sono pubblicati sul sito internet della Società.

 

Sulla scorta degli elementi a disposizione della Società, alla data dispongono di azioni TIM: Giuseppe Recchi n. 1.200.000 azioni di risparmio; Dario Frigerio n. 600.000 azioni ordinarie; Hérvé Philippe n. 12.500 azioni ordinarie.

 

La fonte segreta di finanziamento dell’economia cinese: il QUALITATIVE EASING

di Ellen Brown [1) attivismo.info del 22 marzo 2018

Tutti siamo impressionati dal rapido sviluppo dell’economia cinese. Non solo in Cina, ma nel mondo intero, compresa l’Italia, dove i Cinesi stanno acquistando esercizio commerciali ed imprese.
Dove trova la Cina il denaro per finanziare questo rapido sviluppo’
E dove trovano i Cinesi per acquistare, in giro per il mondo, terre fertili (in Africa), imprese, squadre di calcio…

Il meccanismo è molto semplice:
1) Le banche pubbliche (non esistono banche private in Cina) erogano prestiti mirati allo sviluppo economico (industrie, infrastrutture), senza preoccuparsi troppo della solvibilità dei prestatari
2) In caso di mancata restituzione dei prestiti (ciò che nella finanza occidentale sono chiamati Non Performing Loads) è la banca centrale ad acquistare i “crediti marci”, mediante nuove emissioni di denaro
3) In questo modo, sostanzialmente, è la banca centrale cinese, che è di fatto un dipartimento del Ministero dell’Economia, a creare dal nulla, stampandolo dal nulla, tutto il denaro che occorre per lo sviluppo della Cina
4) E non solo per lo sviluppo, ma anche per “finanziare” gli sprechi, le inefficienze e la corruzione tipici della Cina, che sono di un ordine di grandezza superiore persino agli sprechi, inefficienze e corruzione tipiche dell’Italia.
5) Mediante la produzione di merci, che la Cina esporta, possono guadagnare valuta straniera (dollari, euro, ecc.) ed utilizzarla in tutto il mondo per acquistare industrie (con relativo know how), terre fertili (per mantenere 1,3 miliardi di Cinesi e sottraendola ai poveri africani), ristoranti a Venezia e quanto necessario a tutelari gli interessi cinesi nel mondo.

Anche l’Italia potrebbe emettere denaroi dal nulla, tramite il governo, per finanziare il proprio sviluppo (e potersi permettere di mantenere: politici corrotti, inefficienze, mafia, ecc.).
Lo potrebbe fare affrancandosi dall’euro e dall’attuale assurdo sistema di emissione di denaro che foraggia unicamente l’economia finanziaria e lascia in depressione l’economia reale, con 10 milioni di disoccupati e 5 milioni di poveri

‘One Belt, One Road’ (una fascia, una strada), l’iniziativa cinese da 1.000 miliardi in infrastrutture è un’impresa imponente che prevede autostrade, oleodotti, elettrodotti, porti, centrali elettriche, fibre ottiche e ferrovie che collegheranno la Cina all’Asia centrale, all’Europa e all’Africa.
Secondo Dan Slane, ex consigliere nel team di transizione del presidente Trump, “È il più grande progetto di infrastrutture avviato da una nazione nella storia dell’umanità ed è progettato per consentire alla Cina di diventare la potenza economica dominante nel mondo”.
Secondo un articolo di Shelly Sigo del 29 gennaio intitolato “Trump’s Plan a Recipe for Failure Former Infrastructure Advisor Says” (Il piano di Trump: ricetta per il fallimento, dice il suo ex consigliere per le infrastrutture), Slane aggiunse: “se non ci mettiamo d’accordo molto presto, dovremo tutti rispolverare il nostro mandarino”.

Il 12 febbraio scorso è stato finalmente reso pubblico il piano di Trump per le infrastrutture. Forse con l’intenzione di battere il megaprogetto da 1 trilione della Cina, l’amministrazione ha ora alzato la posta da 1 a 1,5 trilioni, o almeno è così che il piano è contabilizzato. Ma, come osserva Donald Cohen in The American Prospect, sono in realtà solo 200 miliardi di dollari, cioè la somma che deve venire dai finanziamenti federali. E non sono neppure 200 se si calcolano i miliardi di tagli alle tasse nei progetti dei privati per le infrastrutture. Il resto di 1,5 trilioni dovrebbe venire da città, stati e investitori privati, e poiché le casse delle città e degli stati sono esauste, ciò significa principalmente investitori privati.

Il piano dell’amministrazione è imperniato su partenariati pubblico-privato (PPP o P3) che, come nota Slane, non sono adatti a molti dei progetti infrastrutturali più critici perché non offrono il flusso finanziario continuo – tipico di un pedaggio o di una tassa – che attirerebbe gli investitori privati. Inoltre i partenariati pubblico-privati fanno lievitare i costi rispetto ai finanziamenti tramite obbligazioni pubbliche.

In ogni caso, come osserva il blogger di Naked Capitalism Yves Smith, le società per azioni private non sono molto interessate ai beni pubblici, e se lo sono, sono più interessate a privatizzare le infrastrutture esistenti piuttosto che a finanziare lo sviluppo di nuove infrastrutture che è al centro del piano del presidente. Inoltre, funzionari locali e uomini d’affari sono ora diffidenti verso gli accordi di privatizzazione. Sanno che i profitti derivanti in futuro saranno prosciugati con diritti di utenza e garanzie da offrire a chi anticipa il denaro.

La Casa Bianca dice che il suo piano non è una proposta ‘prendere o lasciare’ ma l’inizio di una trattativa, e che il presidente è “aperto a nuove fonti di finanziamento”. Ma nessuno al Congresso sembra avere un proposta fattibile. Forse è tempo di guardare più da vicino a come fa la Cina.

La fonte segreta di finanziamento della Cina

Mentre i politici americani discutono senza tregua su dove trovare i soldi, la Cina sta avanzando a pieno ritmo con i suoi megaprogetti. Un esempio calzante sono le sue 12.000 miglia di ferrovia ad alta velocità, costruite in un solo decennio durante il quale i politici americani stavano ancora cercando di finanziare progetti ferroviari molto più modesti. Il denaro proveniva in gran parte dai prestiti delle banche statali cinesi. Il governo centrale possiede il pacchetto di maggioranza delle cinque maggiori banche del paese e quelle prestano principalmente a grandi imprese statali.

Dove prendono i soldi le banche? Fondamentalmente, lo stampano. Non direttamente. No, ovviamente. Ma come la Banca d’Inghilterra ha riconosciuto, le banche non si limitano a riciclare i depositi esistenti, ma creano effettivamente i soldi che prestano scrivendoli nei conti di deposito dei loro debitori. I depositi in entrata sono necessari per bilanciare i libri, ma anche questi depositi hanno avuto origine nei conti di deposito di altre banche. Poiché il governo cinese possiede la maggior parte delle banche del paese, può indirizzare questo tubo di pompaggio finanziario verso le sue esigenze nazionali più pressanti.

La banca centrale cinese, la People’s Bank of China (PBOC), emette denaro per le infrastrutture in modo ancora più diretto. Si è dedicata a una forma innovativa di quantitative easing, in cui la liquidità è diretta non a sostenere le banche più grandi, ma a interventi chirurgici nei settori più produttivi dell’economia. Il capo economista di Citigroup, Willem Buiter, lo chiama “qualitative easing” per distinguerlo dal quantitative easing operato dalle banche centrali occidentali.

Secondo un articolo del Wall Street Journal del 2014Nel contesto cinese, il cosiddetto qualitative easing si verifica quando la People’s Bank of China aggiunge risorse patrimoniali più rischiose al suo bilancio -ad esempio rinnovando prestiti al settore agricolo e alle piccole imprese e offrendo prestiti a basso interesse per progetti di infrastrutture a basso rendimento- pur mantenendo l’espansione del bilancio [creazione di prestiti] a un ritmo normale. …
Il qualitative easing della Cina ha lo scopo di fornire finanziamenti accessibili a settori selezionati, e riflette l’intenzione di Pechino di dettare i tassi di interesse per alcuni settori, hanno detto gli economisti di Citigroup. Hanno aggiunto che mentre tale politica avrebbe pure esercitato pressioni inflazionistiche sull’economia, l’impatto è meno pronunciato rispetto al quantitative easing in stile USA. 

Tra gli obiettivi di questi interventi chirurgici con finanziamento della banca centrale c’è l’iniziativa One Belt, One Road.
Secondo un articolo di Bloomberg del 2015Invece di dirigere il flusso di liquidità a tutta manetta sull’intero giardino, la PBOC punta il tubo su parti specifiche. Le ultime innovazioni includono piani per rafforzare il mercato dei titoli di stato locali e la ricapitalizzazione degli istituti assicurativi, in modo che possano incrementare i prestiti ai progetti favoriti dal governo….
I politici hanno cercato di sostenere il credito per le piccole e medie imprese e i mutuatari che sostengono gli obiettivi della leadership comunista, come l’iniziativa One Belt, One Road che sviluppa infrastrutture lungo le vecchie rotte commerciali della Cina.

‘Prestiti non performanti’ o ‘Soldi elicottero’?

I critici sostengono che la Cina ha un rapporto tra debito e prodotto interno lordo pericolosamente alto, un problema di “cattivo debito”, intendendo dire che le sue banche hanno troppi prestiti non performanti (NPL). Ma secondo lo stratega della ricerca finanziaria Chen Zhao in uno studio dell’Università di Harvard intitolato “China: A Bullish Case” (Cina: un caso rialzista), questi fattori vengono interpretati erroneamente e non devono essere motivo di allarme. La Cina ha un alto rapporto debito/PIL perché la maggior parte delle imprese cinesi sono finanziate attraverso prestiti piuttosto che attraverso il mercato azionario come avviene negli USA, e le banche cinesi sono in grado di impegnarsi in prestiti massicci perché i cinesi depositano i loro risparmi soprattutto nelle banche invece che investirli nel mercato azionario. Così forniscono la base di depositi per sostenere questi prestiti estesi. Quanto al ‘debito’ pubblico cinese, la maggior parte di esso è denaro creato sui bilanci delle banche per stimolare lo sviluppo economico.

Zhao scrive: Durante la crisi finanziaria del 2008-09, il deficit del governo USA è aumentato di circa il 10% del PIL a causa di programmi di salvataggio come il TARP. Al contrario, il deficit del governo cinese durante quel periodo non è cambiato molto. Tuttavia, i prestiti bancari cinesi sono aumentati fino al 40%, mentre i prestiti negli USA sono crollati. Queste immagini contrastanti suggeriscono che la maggior parte del pacchetto di stimolo per quattromila miliardi di RMB cinesi [RMB si riferisce al renminbi, la moneta ufficiale della Repubblica popolare cinese] è stato sostenuto dalle sue banche statali. … Il cosiddetto “problema dei crediti inesigibili” è in realtà una conseguenza delle politiche fiscali di Pechino e dovrebbe essere trattato come tale.

La Cina chiama ‘prestiti’ questa forma di finanziamento governativo piuttosto che ‘stampa di denaro’, ma l’effetto è molto simile a quello che i banchieri centrali europei chiamano ‘denaro dell’elicottero’ per l’infrastruttura, cioè denaro generato dalle banche centrali che non deve essere ripagato. Se i prestiti cinesi vengono rimborsati, bene; ma se non lo sono, non è considerato un problema. Come i soldi dall’elicottero, i prestiti non performanti lasciano semplicemente del denaro in più nel mercato, creando la ‘domanda’ extra necessaria per colmare il divario tra PIL e potere d’acquisto dei consumatori: cosa particolarmente necessaria in un’economia che rallenta a causa della contrazione dei mercati globali dopo la crisi del 2008-09.

In un articolo del Financial Times dello scorso dicembre, intitolato “Basta preoccuparsi del debito cinese, non sta maturando una crisi”, Zhao ha approfondito questi concetti, scrivendo: Il cosiddetto rischio di credito in Cina è, di fatto, un rischio sovrano. Il governo cinese spesso fa affidamento sul credito bancario per finanziare programmi di incentivi governativi. … Il rischio sovrano cinese è estremamente basso. È importante sottolineare che i bilanci delle banche statali cinesi, del governo e della PBOC sono tutti interconnessi. In queste circostanze, una crisi del debito in Cina è quasi impossibile.

Le banche statali cinesi non avranno bisogno di un salvataggio in stile Wall Street da parte del governo. Esse sono il governo e il governo cinese ha un enorme surplus nella bilancia globale. Non andrà in bancarotta in nessun tempo prevedibile.

E che dire del rischio inflazione? Come notato dagli economisti di Citigroup, il qualitative easing in stile cinese è di fatto meno inflazionistico rispetto al quantitative easing operato dalle banche centrali occidentali e incentrato sulle banche private. E il quantitative easing in stile occidentale è riuscito a malapena a raggiungere l’obiettivo di inflazione del 2% della Fed. Per il 2017, il tasso di inflazione cinese ha segnato un modesto 1,8%.

Cosa fare quando il Congresso non agisce.

Piuttosto che considerare la Cina come una minaccia alla sicurezza nazionale e mettere le nostre risorse nell’espansione delle nostre difese militari, potremmo fare molto meglio studiando le loro politiche economiche di successo e adattandole per ricostruire le nostre strade e ponti fatiscenti prima che sia troppo tardi. Il governo degli Stati Uniti potrebbe costituire una banca federale per le infrastrutture che presti proprio come fanno le grandi banche pubbliche cinesi, oppure la Federal Reserve potrebbe fare un qualitative easing per le infrastrutture come fa la Banca Popolare Cinese.
Il principale ostacolo a questa soluzione sembra essere politico. Verrebbe uccisa la vacca da soldi, finora munta dagli interessi privati che manovrano dietro le quinte.

Quali alternative sono rimaste per i governi statali e locali a corto di denaro?
A differenza della Fed, essi non possono emettere denaro direttamente, ma possono istituire banche proprie. Il 50% del costo delle infrastrutture è di natura finanziaria, quindi avere banche proprie consentirebbe di dimezzare il costo delle infrastrutture.
I risparmi sui progetti infrastrutturali redditizi potrebbero quindi essere utilizzati per finanziare quei progetti criticamente necessari che mancano di un flusso di reddito.
Come modello, possono guardare alla secolare Bank of North Dakota (BND), attualmente l’unica banca di deposito di proprietà pubblica in tutti gli USA.
La BND eroga prestiti al 2% alle comunità locali per infrastrutture, molto al di sotto della media del 12% richiesta dalle banche private. Eppure, come notato in un articolo del Wall Street Journal del 2014, la BND è più redditizia di Goldman Sachs e di JPMorgan Chase.
Prima di sottoporsi allo sfruttamento da parte di partnership pubblico-private, i governi statali e locali farebbero bene a studiarsi meglio il modello della BND.

[1] Procuratore, Presidentessa del Public Banking Institute (www.publicbankinginstitute.org), autrice di dodici libri fra cui “Web of Debt” (La rete del debito) e “The Public Bank Solution” (La soluzione banca pubblica). Un tredicesimo libro intitolato “The Coming Revolution in Banking” (L’imminente rivoluzione bancaria) è in stampa. E’ anche co-conduttrice del programma radiofonico “It’s Our Money” (E’ il nostro denaro) su PRN.FM. I suoi articoli (più di 300) si trovano sul post EllenBrown.com

Articolo tratto da:

https://www.pressenza.com/it/2018/02/perche-la-cina-sta-accerchiando-gli-usa/embed/#?secret=NIfsonlVna
traduzione di Leopoldo Salmaso

Moneta bancaria: debito o rendita da signoraggio?

di Biagio Bossone e Massimo Costa Attivismo.info del 18 marzo 2018

di Biagio Bossone e Massimo Costa

 

Introduzione

Dopo essere stato a lungo un portato fondamentale della teorie economiche post-keynesiane,[1] anche la dottrina mainstream ha di recente riconosciuto che le banche commerciali non sono semplici intermediari di moneta già esistente e accumulata (sotto forma di risparmi), ma creano moneta attraverso la loro tradizionale attività di prestito (McLeay et al., 2014), e, più in generale, ogni qualvolta emettano passività in forma di depositi a vista.

Ne abbiamo accennato nel nostro recente intervento su Economia e Politica, con il quale abbiamo proposto l’“Approccio Contabile” alla moneta e di seguito al quale vogliamo qui svilupparne alcune implicazioni attinenti più specificamente alla moneta bancaria.

 

Depositi e riserve

Se una banca non ha necessità di accrescere il suo indebitamento per potere prestare o vendere depositi, essa deve comunque disporre di sufficienti riserve di moneta legalecontante e depositi presso la banca centrale, rispettivamente per garantire le richieste di prelevamento di contante da parte dei depositanti e per regolare le obbligazioni verso le altre banche che derivano dagli ordini di pagamento scaturenti dalla mobilizzazione dei depositi emessi.

Va precisato a quest’ultimo proposito che gli ordini di pagamento che rilevano ai fini in parola sono soltanto quelli relativi ai pagamenti effettuati dai clienti della banca a favore di clienti di altre banche, in quanto il regolamento dei pagamenti tra clienti della stessa banca non richiede utilizzo di riserve e si risolve esclusivamente con l’addebito e l’accredito di conti detenuti presso i libri della banca medesima (pagamenti detti “on us”).

Per i pagamenti fra clientela di banche diverse, peraltro, ogni banca, nel determinare la quantità di riserve di cui deve disporre a copertura dei depositi terrà conto delle riserve già in suo possesso nonché di quelle che prevede di introitare attraverso i flussi di pagamento in proprio favore. Si osservi infatti che la disponibilità delle riserve necessarie a sostenere le attività di prelevamento di contante effettuato dalla clientela  e quelle di regolamento dei pagamenti interbancari si costituisce attraverso:

  1. le giacenze di contante in essere e i depositi detenuti presso la banca centrale;
  2. le riserve rivenienti da pagamenti e trasferimenti ricevuti da altre banche;
  3. il ricorso al mercato interbancario;
  4. i prestiti concessi dalla banca centrale;
  5. la cessione di attività in bilancio (non gravate da ipoteche) in cambio di liquidità immediata, e
  6. nuovi depositi di contante effettuati da vecchia e nuova clientela.[2]

La moneta bancaria ha evidente natura di debito rispetto alla richieste di conversione di depositi in contante e rispetto all’obbligo di regolare i pagamenti interbancari con riserve: la banca che emette depositi ha l’obbligo di convertirli in contante o di regolarli con riserve allorché la clientela effettui prelevamenti e disponga ordini di pagamento.

Tuttavia, in un regime di riserva frazionaria soltanto una quota di riserve è detenuta dalle banche a fronte del volume di depositi in essere (anche indipendentemente dai vincoli di riserva obbligatoria). Inoltre, il volume di riserve utilizzate nel regolamento delle transazioni interbancarie è anch’esso soltanto una quota del totale delle transazioni regolate. Ciò vale non solo per i sistemi di compensazione al netto, ma anche – sia pure in misura inferiore – per i sistemi di regolamento al lordo, dove una stessa unità di riserve permette di regolare un multiplo di unità di pagamenti.[3]

Quanto più ridotto è l’uso del contantee quanto maggiori sono le economie di scala nell’utilizzo delle riserve a fini di regolamento consentite dal tipo dal sistema dei pagamentitanto minore è il volume di riserve di cui le banche devono disporreper far fronte all’emissione di nuovi depositi.[4] In particolare, il sistema dei pagamenti incide sull’utilizzo delle riserve attraverso due canali: la modalità di regolamento specificamente scelta (compensazione o regolamento al lordo) e la tecnologia adottata. Le più moderne tecnologie, reintroducendo elementi di compensazione anche nei sistemi di regolamento al lordo, consentono di aumentare la velocità di circolazione delle riserve economizzandone l’uso a parità del volume e del valore dei pagamenti regolati.

Nel caso limite di un sistema bancario pienamente concentrato, dove una sola banca detenga i conti di deposito di tutti gli agenti operanti nell’economia, e dove non vi sia uso di contante, tutti i pagamenti sono “on us” per la banca il questione. Pertanto, la banca non ha bisogno di detenere riserve ai fini di regolamento e non è di fatto gravata da alcun impegno di debito nei confronti dei depositanti. In linea di principio, essa può creare tutta la moneta domandata dall’economia senza detenere alcuna riserva. In tali ipotetiche circostanze, la moneta bancaria acquisisce (de facto, ancorché non necessariamente de jureil medesimo potere liberatorio della moneta legale.

 

Debito, capitale o cos’altro?

Nella realtà si hanno sistemi in cui opera una molteplicità di banche, la cui attività di pagamento dà inevitabilmente luogo a obbligazioni interbancarie da sottoporre a regolamento. Tuttavia, le economie di scala che il regime frazionario consente di sfruttare permettono di economizzare il volume di risorse di cui le banche necessitano per far fronte agli impegni di debito: con economie di scala crescenti, le banche possono creare più debito (prestando o vendendo depositi[5]) con margini di copertura frazionari via via decrescenti del medesimo debito. Dal caso ipotetico e da quanto appena detto segue che, a parità di ogni altra condizione, un sistema bancario maggiormente concentrato può permettersi margini di copertura (e relativi costi)  inferiori rispetto a una sistema meno concentrato.

Più generalmente, segue che, in circostanze normali, e cioè in assenza di contingenze economiche o di mercato particolarmente avverse che inducano tutti i depositanti a convertire i propri depositi in moneta legale, le passività rappresentate da ciascuna unità di deposito costituiscono solo in parte vero proprio debito della banca emittente, che, in quanto tale, richiede copertura sotto forma di riserve. La restante parte di tale passività, invece, secondo i criteri di contabilità discussi nel nostro precedente intervento su Economia e Politicaassume natura di capitale netto della banca stessa e diviene per essa fonte di signoraggio.

Va osservato che la doppia natura della moneta bancaria ha carattere stocastico, in quanto, all’atto dell’emissione, ogni unità di deposito può essere tanto debito (se, con una certa probabilità, si verificherà una domanda di conversione o di regolamento interbancario) quanto capitale netto (con probabilità complementare). A fronte di questa doppia natura stocastica, risulta conveniente per la banca, in un’ottica di profitto, costituire un fondo di riserve pari soltanto al valore atteso dell’evento debitorio eventualmente concernente l’unità di deposito emessa e non all’intera unità.

Il concetto di “stocastico”, in altri termini, si riferisce al fatto che – ex ante – la banca che crea un euro di deposito conta sul fatto che, probabilisticamente, soltanto una quota di quell’euro costituirà debito, mentre la restante quota (che, sempre stocasticamente, non sarà oggetto di conversione o regolamento) ne costituisce parte del capitale netto.  La quota di debito e quella di capitale netto (che sono ovviamente complementari) sono valori attesi variabili, determinati da caratteristiche comportamentali e istituzionali nonché da fattori contingenti (in tempi di crisi, per esempio, la quota di debito tende a crescere) e tendenzialmente compresi fra 0 e 100%.

La quota di debito risulta più bassa quando vi è piena fiducia nel sistema bancario. Viceversa, essa è più elevata in tempi di sfiducia. Pertanto, l’elasticità con cui la banca centrale rifinanzia le banche nei casi di illiquidità aumenta, per le banche e per il sistema, la quota di depositi aventi natura di capitale netto.

Questo ragionamento ha tanto maggiore forza in quanto esso venga applicato al sistema bancario nel suo complesso, ma vale identicamente per ciascuna singola banca commerciale, seppure in misura diversa a seconda della dimensione di ciascuna banca per dato sistema di regolamento e uso del contante.[6] In ragione degli argomenti precedenti, può concludersi che, a parità di ogni altra condizione,  per una banca di piccola dimensione (come sopra definita) la quota stocastica dei depositi avente natura di debito è più elevata rispetto a quella di una banca di più grandi dimensioni. Viceversa, più grande è la banca, maggiore è il contenuto di capitale netto dei depositi da questa emessi (e maggiore è il relativo potere di signoraggio).

 

Moneta bancaria: quale natura contabile?

La doppia natura stocastica della moneta bancaria trova riscontro nei moderni principi contabili generali, definiti nel Quadro Sistematico dei Principi Contabili Internazionali, che regola gli International  Financial Reporting Standards (IFRS).[7]In base al suddetto Quadro,

“A liability is recognised in the balance sheet when it is probable that an outflow of resources embodying economic benefits will result from the settlement of a present obligation and the amount at which the settlement will take place can be measured reliably”.[8]

Pertanto, quando “non è probabile” che vi sia un deflusso di benefici economici, non sussiste debito, e i depositi a vista diventano uno strumento ibrido – parte debito e parte ricavo (che, accumulato, dà luogo a capitale netto) – per le medesime ragioni che abbiamo esposto nel nostro intervento precedente.

Ora, poiché non esiste uno standard contabile che regoli espressamente gli strumenti ibridi “passività-ricavo”, può allora applicarsi, in base agli stessi IFRS, il correlato standard IAS 32, che prescrive che nell’ambito di ciascuno strumento ibrido del passivo l’elemento di debito vada scisso da quello di capitale.[9] Dalla scissione segue che, una volta individuata la componente di debito, la parte residuale assume natura di capitale netto.[10]

Nel caso dei depositi, la natura di ricavo della quota per cui non è probabile la restituzione ai titolari cambia soltanto la “parte ideale” del netto (non azioni ma utili non distribuiti). Per il resto, essa è del tutto analoga alla previsione dell’IAS 32. L’applicazione analogica, come prescritto chiaramente dall’IAS 8, appare qui davvero un caso di scuola. Per effetto di questo rinvio, nel bilancio della banca emittente andrebbe considerata fra i debiti soltanto la quota di depositi relativamente alla quale il deflusso di benefici economici è “probabile”, mentre la parte restante andrebbe apposta in via residuale nel conto economico sotto forma di proventi da signoraggio. Inoltre, posto che la quota di utile attribuibile a questi proventi non è distribuibile ai soci, essa dovrebbe aggiungersi al capitale netto della banca nel suo stato patrimoniale.

A rafforzamento della piena correttezza contabile del trattamento qui proposto portiamo ancora l’IAS 37, che regola i fondi di accantonamento a rischi e oneri e le passività potenziali.[11] Il principio definisce come veri e propri debiti i fondi che rientrano nella definizione che il Quadro dà di “passività”, ovvero gli impegni che prevedono i) la “probabilità di una fuoriuscita di benefici economici e ii) che tale probabilità sia maggiore di 0,5 su 1Al di sotto di questa probabilità critica, la passività diventa “passività potenziale e va semplicemente annotata nelle Note al bilancio(sempre che il suo grado sia determinabile in modo affidabile e non sia addirittura minima o remota, nel qual caso si può semplicemente trascurare).

La conseguenza che ne deriva è incontrovertibile: non basta che giuridicamente chiunque abbia una “pretesa” (“claim”, nell’originale testo inglese del Quadro) perché si possa parlare di debito; il requisito della probabilità di fuoriuscita di benefici economici è indispensabile. Al di sotto della probabilità critica c’è la mera possibilità, la quale – principi contabili alla mano – va semplicemente segnata nelle Note al bilancio. La quota che non è qualificata come debito, a parte l’annotazione in Note, deve quindi essere considerata quale “utile” e, poiché questo utile da emissione monetaria (signoraggio) non figura al conto economico, esso costituisce a tutti gli effetti utile accantonato a capitale.

 

Conclusione

La doppia natura della moneta bancaria trae origine dal potere di fatto conferito dallo Stato alle banche commerciali di creare una propria moneta che solo in parte ha natura di debito. Una conseguenza importante, di cui nessuno ha prima d’ora parlato, è che una quota rilevante dei depositi che le banche riportano in bilancio come “debiti verso la clientela” genera redditi in tutto e per tutto analoghi alle rendite da signoraggio generate dalle monete legali (monete, banconote e riserve) emesse dallo Stato. Come si mostra altrove,[12] tale forma di signoraggio introduce nell’economia reale un elemento strutturale di sottrazione netta di risorse, con effetti deflattivi su profitti e/o salari e con conseguenze redistributive e di frizione fra capitale e lavoro, che andrebbero attentamente studiati.

 

Riferimenti Bibliografici

Bossone, B. (2017), Commercial bank seigniorage: A Primer, mimeo (available from the author on request).

Graziani, A. (2003), The Monetary Theory of Production, Cambridge University Press, Cambridge UK.

McLeay, M., Radia, A. and Thomas, R. (2014b), “Money Creation in the Modern Economy”, Bank of England Quarterly Bulletin, 54(1), 14-27.

Moore, B. (1979), The Endogenous Money Stock, Journal of Post Keynesian Economics, 2(1), 49-70.

Moore, B. (1983), Unpacking the Post Keynesian Black Box: Bank Lending and the Money Supply, Journal of Post Keynesian Economics, 5(4), 537-556.

[1] Si vedano, ad esempio, Moore (1978, 1983) e la letteratura sulla teoria del circuito monetario, troppo ampia per essere qui riferita e che per questo ricolleghiamo al nome e al lavoro di Augusto Graziani (2003), uno dei suoi più autorevoli esponenti.

[2] I nuovi depositi da clientela che avvengono in forma diversa dal contante non possono che consistere in depositi trasferiti da altre banche; essi pertanto rientrano nella categoria sub ii).

[3] Questo multiplo varia a seconda del tipo di sistema di regolamento: è maggiore in un sistema di compensazione rispetto a un sistema di regolamento al lordo.

[4] A proposito del ridotto uso del contante. Nei casi di crisi in cui le autorità dichiarino l’inconvertibilità dei depositi in contante e impediscano il trasferimento di depositi all’estero, la moneta bancaria assume le caratteristiche della moneta legale (anzi, assume un vero e proprio corso forzoso)  e il sistema bancario nel suo complesso replica le caratteristiche della banca centrale, presso cui le riserve create sussistono e dalla quale non possono fuoriuscire (se non dopo essere state convertite in altre valute): ogni banca commerciale può cercare di disfarsene cedendole alle altre, ma tutte insieme non possono disfarsene poiché le riserve create restano tali sino a che non vengano distrutte attraverso la loro restituzione o cessione alla banca centrale. Stessa cosa per i depositi bancari sotto le condizioni anzidette.

[5] Il prestito di depositi presenta strettissime analogie con la vendita degli stessi. Allorché le banche emettono titoli di deposito a favore della clientela in cambio di danaro, esse entrano in possesso del danaro ricevuto, acquisendo il diritto di deciderne l’uso (nel rispetto delle date norme). E se anche le banche sono vincolate nell’utilizzo del danaro ricevuto (come nel caso, per esempio, dei vincoli riguardo alla tipologia di attività nelle quali detenere il danaro medesimo), esse (non i depositanti) sono titolari delle attività acquisite, così come pure sempre le banche (non i depositanti) sono titolari dei redditi prodotti dalle attività acquisite.

[6] La dimensione qui si riferisce specificamente al volume che la banca intermedia rispetto al totale dei pagamenti eseguiti nel sistema.

[7] Si veda il Conceptual Framework of Financial Reporting.

[8] Paragrafo 4.46 del Quadro.

[9] In particolare, in base all’IAS 8, che regola i criteri di discrezionalità da adottare, in base al “judgment”, in assenza di specifici principi contabili. Secondo i paragrafi 10-11 dell’IAS 8, “In the absence of an IFRS that specifically applies to a transaction, other event or condition, … management shall refer to, and consider the applicability of, the following sources in descending order:

(a)  the requirements in IFRSs dealing with similar and related issues; and

 

(b) the definitions, recognition criteria and measurement concepts for assets, liabilities, income and expenses in the Framework.

L’IAS 8 ricalca quello che nel diritto comune è il cosiddetto criterio di analogia e, come in quel caso, privilegia dapprima l’analogia legis, cercando la legge che regola casi simili, e, in seconda battuta, l’analogia juris, cioè ricorrendo ai principi generali dell’ordinamento, qui rappresentati dal Quadro.

[10] Cfr. IAS 32, paragrafi 28 et ss. Si osservi che nel caso in parola lo strumento ibrido ha natura di “passività-capitale proprio” e non di “passività-ricavo”, e tuttavia  costituisce pur sempre un ibrido tra passività ed elemento del patrimonio netto. Il patrimonio netto, o capitale nelle imprese, è infatti costituito – com’è noto – da diverse componenti o parti “ideali”. In estrema sintesi, e con linguaggio internazionale, il capitale può essere scisso in due parti: capitale sociale e riserve di capitali da un lato (ownership’s contributions) e riserve di utili dall’altro (retained earnings). L’IAS 32 regola la scissione degli strumenti finanziari ibridi, che hanno parte natura di capitale, sub specie di ownership’s contributions, come gli strumenti azionari o partecipativi, e parte natura di debito. E, come è stato detto, riscontrano la quota che, secondo quanto dettato dal Quadro, è qualificabile come debito, attribuendo la restante parte al capitale in modo residuale.

[11] Cfr. IAS 37, paragrafi 12-13, nei quali si legge la fondamentale distinzione tra l’aggettivo “probable” per i veri e propri debiti, e l’aggettivo “possible”, per le passività potenziali da indicare in Note.

[12]  Si veda Bossone (2017).

Ecco il nuovo quartier generale di Siemens a Milano ( E’ QUASI COME PORTA VITTORIA?)

Filippo Piva wired.it 22 marzo 2018

Un edificio di 15 mila metri quadrati, improntato allo smart working e alla sostenibilità

alcune delle parole d’ordine della nuova Casa Siemenspresentata a Milano, punto centrale di un progetto di riqualificazione urbanistica che vede protagonista il quartiere Adriano, nella periferia Nord-orientale della metropoli meneghina. L’edificio in questione, inaugurato alla presenza delle autorità locali e del presidente di Aspen Institute Italia, l’ex-ministro Giulio Tremonti, ospita da questa settimana circa mille collaboratori della multinazionale tedesca su una superficie di oltre 15mila metri quadrati. Con uffici, sale riunioni, aree comuni per la socializzazione e mense, certo, ma anche una palestra, un negozio interno, un parco con 400 alberi e una zona riservata agli orti, che sarà terminata nei prossimi mesi.

“A meno di due anni di distanza dalla posa della prima pietra, eccoci pronti a inaugurare il nostro nuovo quartier generale

, ha sottolineato Federico Golla, presidente e amministratore delegato di Siemens Italia.

Non prende corpo come un tradizionale ufficio ma come manifestazione del concetto di smart working. L’obiettivo di base è quello di dare ai nostri collaboratori un’area che riassuma la nostra filosofia di comunità del futuro, fatta di lavoro, ma anche di condivisione, integrazione, scambio reciproco e tutela ambientale”.

Casa Siemens m

Il progetto dello studio di architettura Barreca e La Varra si ispira infatti agli odierni standard dei principali tech hub internazionali.

Nessuna scrivania personale, massima mobilità, spazi riservati per piccole riunioni o per conference call, e una serie di aree comuni rimodulabili a seconda delle esigenze. Ciò sembra assecondare in qualche modo la filosofia dello smart workingche l’azienda ha iniziato ad abbracciare nel 2011, e che da giugno 2017 – dopo un accordo sindacale – è diventata l’unica modalità di lavoro per tutti i collaboratori: nessun luogo e nessun orario di lavoro prestabiliti, in sostanza, con la possibilità di recarsi o meno in ufficio in base alle necessità della singola giornata.

Sul fronte della sostenibilità, la nuova struttura di Siemens si qualifica come un green building di classe A, aderente al protocollo Leed Gold (Leadership in Energy and Environmental Design) e completamente automatizzato sul piano dei consumi. È infatti dotato di 400 rilevatori di presenza che permettono di fornire in modo automatico una luce e una temperatura ideale per i lavoratori, andando anche a regolare i sistemi frangisole in base alla posizione del sole e alle condizioni meteorologiche rilevate dalla centrale meteo esterna. Il tetto dell’edificio, inoltre, sarà presto ricoperto di pannelli solari, che attraverso un impianto fotovoltaico avvieranno l’intero stabile verso l’autonomia energetica.

Casa Siemens mm (1)

Il palazzo inaugurato oggi, insomma, si propone come vero e proprio cuore tecnologico di quello che diventerà il nuovo campus Siemens. “Una piccola Smart City, che speriamo possa diventare un esempio per uno Smart Country”, precisa Golla, di cui farà parte anche l’ex-fabbrica aziendale degli anni Sessanta, già riconvertita a struttura per uffici e pronta a ospitare un nuovo co-working, pensato per studenti e giovani imprenditori del settore tecnologico. Il tutto insieme con una serie di parcheggi per i collaboratori, numerosi stalli per biciclette aziendali (che possono essere prelevate e lasciate in apposite aree nei pressi delle più vicine fermate della metropolitana – Precotto, Greco Pirelli e prossimamente anche Cimiano) e impianti sportivi aperti ai cittadini. L’area, nel suo complesso, si sviluppa su una superficie di 86 mila metri quadrati, e ha visto un investimento totale di 40 milioni di euro.

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

Mentre il mondo avanza a Milano – Porta Vittoria per colpa  di qualcuno e’ diventata veramente indescrivibile. quella persona o quella società non si vergognano? non voglio fare nomi perche fanno parte del potere finanziario ( il vecchio potere finanziario che ha creato piu danni con la fantascientifica finanza bancaria del tappabuchi che altro) ripercorrete in questo blog tutta la storia e capirete molte cose e capirete come gli imprenditori sono messi alle strette dal potere finanziario.

 

SCENDE LA LUNA SUL “MONTE” – VITTORIO FELTRI: “IL MONTE DEI PASCHI È SUL PUNTO DI TIRARE LE CUOIA. MESI FA IL GOVERNO LO SOSTENNE CON 7 MILIARDI DI EURO PROLUNGANDONE L’AGONIA, E OGGI, NONOSTANTE I SOLDI DEI CITTADINI, È DI NUOVO CON L’ACQUA ALLA GOLA” – SUL CROLLO DEL TITOLO PESA LA FUGA DEL FONDI STRANIERI, SOPRATTUTTO DI QUELLI SPECULATIVI COME CARLSON E PAULSON CHE TEMONO L’ALLEANZA FRA LEGA E M5S (CHE VORREBBERO MPS NAZIONALIZZATA)

dagospia.com 22 marzo 2018

Vittorio Feltri per “Libero Quotidiano”

 

Ci risiamo. Il Monte dei Paschi di Siena è in coma e sul punto di tirare le cuoia.

vittorio feltriVITTORIO FELTRI

Mesi fa il governo lo sostenne regalandogli 7 miliardi di euro prolungandone l’ agonia, e oggi, nonostante la cospicua donazione, avvenuta grazie ai soldi dei cittadini, è di nuovo con l’ acqua alla gola.

 

Cosa abbia fatto con i finanziamenti pubblici non è dato sapere. Si sa soltanto che questa banca non è capace di stare in piedi, forse per asineria di chi l’ ha malamente amministrata, e merita di crepare evitando atroci tormenti ai contribuenti italiani.

i grandi debitori mpsI GRANDI DEBITORI MPS

 

Non c’ è verso di ottenere delle spiegazioni a riguardo del suo sostanziale fallimento. Tutti tacciono sui veri motivi dello sfascio e soprattutto non vengono castigati coloro che l’ hanno provocato. I buzzurri del governo, che al momento non vengono sostituiti, non hanno fornito spiegazioni sulle ragioni del crac e si sono limitati a versare quattrini in quantità mostruosa nella palude, senza combinare alcunché.

 

In sostanza il Monte ha incassato una fortuna e si ignora a quale fine l’ abbia usata, visto che esso seguita ad essere in perdita e a navigare in alto mare. Siamo di fronte a un fitto mistero e cresce il sospetto che l’ istituto di credito sia assediato da ladri patentati o da avvoltoi. Non esiste anima che abbia svelato le cause di un simile patatrac. È noto solo che lo Stato ha sganciato alla banca 7 miliardi a capocchia per salvare l’ insalvabile.

 

padoan montepaschiPADOAN MONTEPASCHI

Capitali sottratti ai contribuenti con la finalità di far sopravvivere provvisoriamente un organismo morto di cronica imbecillità. I responsabili dell’ orribile pasticcio non hanno pagato di tasca e neppure sono stati penalmente perseguiti, a dimostrazione che i farabutti dai colletti bianchi non subiscono mai alcuna sanzione, mentre i poveracci soffocati dal fisco sono condannati a chiudere le loro attività. Siamo disgustati da questo andazzo e pretendiamo invano un minimo di chiarezza che non ci sarà.

 

Chi ha ottenuto dal Monte ricchi prestiti e non ha restituito un euro l’ ha fatta franca. Perché? Che senso ha imbottire di liquidi gente insolvente e massacrare con folli imposte artigiani e piccole aziende in difficoltà? L’ esecutivo, in pratica, aiuta i farabutti e distrugge le persone perbene, lavoratrici indomite. La obiezione è rivolta a Padoan e ai suoi scherani.

Un’ ultima osservazione.

IL TITOLO MPS MONTEPASCHI DA LUGLIO 2015 A GENNAIO 2016IL TITOLO MPS MONTEPASCHI DA LUGLIO 2015 A GENNAIO 2016

 

Il bordello dei Paschi di Siena è stato esaminato recentemente dalla Commissione parlamentare presieduta da Pierfurbi Casini, che ha sfogliato carte mesi per fare chiarezza sulla nefanda vicenda e cercarne i colpevoli. Risultato: nessuna soluzione e tutti assolti. Sette miliardi buttati nel cesso del Monte non scandalizzano i nostri politici, sempre pronti a mettere mano al portafogli allo scopo di agevolare i mascalzoni.

 

Casini intanto è passato dalla Democrazia cristiana all’ Udc berlusconiana per finire nei postcomunisti del Pd. Così, allegramente, è ancora in Parlamento.

L’ indennità se l’ è garantita. Delle porcate bancarie le cui spese gravano su di noi, chissenefrega.

 

2 – I FONDI STRANIERI SCENDONO DAL MONTE

Camilla Conti per il Giornale

mpsMPS

 

 I broker di Borsa la chiamano «spirale ribassista» che per i non addetti ai lavori può tradursi in «caduta libera». È quello che sta succedendo a Mps: il titolo dell’ istituto di Rocca Salimbeni ieri lasciato sul terreno un altro 3,36% sprofondando a 2,78 euro. Solo nell’ ultimo mese il calo è stato del 18,3 per cento.

 

Ma cosa è cambiato negli ultimi giorni per destabilizzare il titolo? Certo, l’ uscita dal guado è lunga e complicata, come ha detto a più riprese lo stesso ad Marco Morelli. Il Monte è tornato in Piazza Affari lo scorso 25 ottobre a 4,55 euro ad azione, una cifra già inferiore ai 6,49 euro pagati dal Tesoro, azionista di controllo con quasi il 70%, per ricapitalizzare la banca ed evitarle il fallimento. Lo Stato ora fa i conti con una perdita potenziale (ovvero se dovesse vendere oggi) di oltre tre miliardi a fronte di un investimento complessivo di circa 5,4 miliardi.

 

montepaschi viola profumoMONTEPASCHI VIOLA PROFUMO

Negli accordi presi con l’ Europa l’ ultimo atto del salvataggio 2017 passa per una fusione che permetta al Tesoro di Pier Carlo Padoan – per altro eletto in quota Pd proprio nel collegio di Siena all’ ultime elezioni – di uscire senza farsi troppo male. Ma più in Borsa il prezzo va giù, più sale il conto da pagare per il disturbo. Nelle sale operative si teme, inoltre, che la Bce possa alzare l’ asticella di tagli e risparmi da chiedere alla banca senese che ha chiuso il bilancio dell’ anno scorso con un rosso di 3,5 miliardi. E che quindi serva un altro aumento di capitale entro la fine dell’ anno.

 

Chi ci metterà i soldi? In quel caso andrà trovata o con una soluzione di mercato, ma di cavalieri bianchi al momento non se ne vedono, o «alla Santander» commenta un analista riferendosi al salvataggio «di sistema» in Spagna del Banco Popular arrivato a un passo dal bail in.

 

montepaschi mussariMONTEPASCHI MUSSARI

Altre fonti finanziarie spiegano il crollo del titolo con la fuga del fondi stranieri, soprattutto di quelli speculativi come Carlson e Paulson (il manager che aveva costruito la posizione su Mps è rientrato nei tagli allo staff dell’ hedge fund decisi la settimana scorsa) che si starebbero liberando delle azioni senesi. Il motivo non va cercato solo nello stato di salute del Montepaschi, ancora precario. Ma anche nel risultato delle ultime elezioni: l’ eventuale alleanza fra Lega e Cinque Stelle vedrebbe al governo due forze politiche che vorrebbero Mps nazionalizzata, così il cda tornerebbe a parlare senese.

 

Uno scenario che fa tremare i fondi contro i quali, per altro, i grillini si erano scagliati al tempo dell’ approvazione del decreto sulla conversione dei bond subordinati. Preoccupati anche per l’ effettiva mole dei cosiddetti Utp (unlikely to pay) ovvero i crediti per i quali la banca ritiene improbabile un rimborso integrale che possono poi diventare sofferenze.

RENZI MPSRENZI MPS

 

In testa alle «principali svalutazioni cumulate relativi a titoli di capitale emessi da soggetti classificati tra le inadempienze probabili; si legge nel bilancio 2017, c’ è la Sorgenia della famiglia De Benedetti (43,6 milioni) che compare anche in testa all’ elenco delle principali svalutazioni effettuate nel corso dell’ esercizio con (2,9 milioni). Alla data di chiusura del bilancio il Monte ha 408 posizioni relative a creditori che hanno fatto domanda di concordato in «bianco» per un’ esposizione netta di 242,4 milioni e 9 posizioni relative a creditori che hanno fatto ricorso all’ istituto del concordato con continuità aziendale per un’ esposizione netta di circa 3,4 milioni.

 

Messina: “Nessun regalo a Intesa e niente licenziamenti” nelle banche venete – 27 GIUGNO 2017

FIRSTONLINE.IT

L’ad di Intesa Sanpaolo ricorda che quella della sua banca “è stata l’unica offerta completa” per salvare le banche venete, senza la quale sarebbero andati in fumo 10 miliardi di soldi pubblici – “Solo uscite volontarie e nessun licenziamento per i dipendenti di Popolare Vicenza e Veneto Banca” in esubero

 

Messina: “Nessun regalo a Intesa e niente licenziamenti” nelle banche venete

Ma quale regalo a Intesa? Carlo Messina, ad della prima banca italiana, smonta pezzo per pezzo, con una lunga intervista a “la Repubblica”, dubbi ed equivoci sull’operazione di salvataggio delle banche venete e passa al contrattacco, mettendo i puntini sulle i ma ricordando anche che se cambia il decreto all’esame del Parlamento, tutto salta.

Primo: se la dote da 5 miliardi che il Tesoro attribuirà a Intesa per coprire rischi e passività delle banche venete fosse stato un regalo – sostiene Messina – ci sarebbe stata la corsa alla Popolare di Vicenza e a Veneto Banca ma la verità è che “la nostra è stata l’unica offerta completa” presentata all’advisor, che “ci ha chiamato”. “Se altri non hanno fatto nessuna offerta, evidentemente non stiamo parlando di un regalo“.

Secondo: che cosa sarebbe successo se Intesa non avesse presentato la sua offerta e e si fosse arrivati al fallimento delle banche venete? “Corsa agli sportelli delle banche venete, con effetto domino su altri istituti; necessità di rimborsare i correntisti sotto i 100 mila euro con il Fondo interbancario obbligatorio che avrebbe dovuto trovare 12,5 miliardi di euro in tutta fretta; necessità di reintegrare il capitale delle banche in crisi con ulteriore effetto contagio; 10 miliardi di garanzie pubbliche, cioè soldi pubblici, in fumo“.

Terzo: in realtà – spiega Messina – “stiamo facendo un’operazione che aiuta risparmiatori, clienti e dipendenti in territori importanti e che contribuisce a rafforzare il sistema creditizio e l’Italia”. “Mettiamo in sicurezza famiglie e imprese”.

Quarto: nessun licenziamento. L’inglobamento in Intesa delle due banche venete genera esuberi (si è parlato di almeno 4 mila unità) ma Messina assicura che non ci sarà alcun licenziamento: solo esodi e pre-pensionamenti volontari.

Conclusione: secondo l’Ad di Intesa l’operazione sulle banche venete “era l’unica possibile” e il fallimento dei due istituti sarebbe stata una catastrofe ma gli equilibri economici e finanziari di Intesa saranno salvaguardati. E la Borsa gli dà ragione.

 

Popolari, la Consulta scrive la parola fine. Ma non è finita

Gianluca Zapponini FORMICHE.NET 22 MARZO 2018

Popolari, la Consulta scrive la parola fine. Ma non è finita

Sondrio e Bari dovranno stringere i tempi per trasformarsi in spa. Ma in Lombardia non ci stanno

La Corte Costituzionale dice sì alla riforma delle banche popolari, voluta per decreto nel 2015 dall’allora governo Renzi. Ma non tutti i soggetti coinvolti sono d’accordo e qualcuno ancora spera ancora, tanto da voler portare la questione davanti alla Corte Ue di Strasburgo. Piccolo passo indietro.

Ieri la Consulta ha respinto come infondate le istanze di costituzionalità sollevate dal Consiglio di Stato sulla riforma delle banche popolari. Nel dettaglio, la Consulta si è espressa sulla parte della norma in cui si prevede una limitazione al rimborso in caso di recesso del socio in seguito alla trasformazione della popolare in spa. “Le questioni sono state ritenute infondate”, spiega la nota della Corte Costituzionale, confermando che sussistevano i presupposti di necessità e urgenza per il decreto legge. Modalità da sempre avversata da Assopopolari, l’associazione delle banche popolari. “Prendiamo atto della decisione della Consulta – ha commentato Corrado Sforza Fogliani, presidente di Assopopolari -. In attesa di conoscerne le motivazioni si può solo dire che la sentenza premia la stabilità del sistema, riforma delle Popolari compresa. La giustizia amministrativa dovrà comunque occuparsene ancora. La sentenza della Consulta non blocca in ogni caso le indagini penali in corso” (qui l’intervista del presidente Corrado Sforza Fogliani a Formiche.net)..

Lo scontro riguardava in particolare la delega per stabilire, di volta in volta, quando limitare il rimborso in caso di recesso se questo va a erodere i requisiti patrimoniali della banca (il Cet1). Banca d’Italia ha redatto una circolare che estende la limitazione all’azzeramento del rimborso, con un rinvio sine die. La base giuridica per la limitazione risiede in un regolamento comunitario che concede la facoltà all’organo di vigilanza di limitare o rinviare il rimborso del recesso se questo è incompatibile con i requisiti prudenziali dell’istituto di credito. Un conto, però, è la limitazione, un altro è l’azzeramento, come si configura il rinvio sine die consentito dalla vigilanza italiana.

Adesso che cosa succede? Il Consiglio di Stato non potrà fare altro che adeguare il proprio orientamento recependo a sua volta quello espresso dai giudici costituzionali sulle popolari. Dunque, la riforma entrerà nel pieno della propria operatività con le ultime due popolari rimaste ancora fuori dalla trasformazione in spa, Sondrio e Bari, che dovranno affrettarsi per varare in tempo il cambio di statuto. Ma se a Bari hanno accolto la decisione della Consulta con favore, a Sondrio le acque sono più agitate.

“Accogliamo con favore il pronunciamento della Suprema Corte, che pone fine ad una situazione di grande incertezza, che fin dal dicembre 2016 ha condizionato le scelte strategiche dell’Istituto e ha generato diffuse preoccupazioni negli stakeholders sull’esito del pronunciamento”, hanno fatto sapere dall’istituto guidato da Giorgio Papa.

“La conferma della costituzionalità dell’impianto normativo di riforma pone ora la Banca Popolare di Bari e i suoi soci sullo stesso piano delle altre ex cooperative che hanno già realizzato la trasformazione e consente di programmare con consapevolezza il futuro percorso di cambiamento, prodromico al perseguimento degli obiettivi di ulteriore crescita e rafforzamento a sostegno dei territori in cui la banca è storicamente presente”.

Chi invece non molla è l’avvocato che sta perorando la causa di un gruppo di soci della popolare lombarda, Francesco Savaerio Marini. “Siamo pronti ad andare alla Corte di Strasburgo. Se nella sentenza leggeremo che il rimborso si può escludere integralmente in caso di recesso del socio per la trasformazione in spa, ricorreremo, sperando in un giudice più lontano dal sistema istituzionale e bancario italiano”. Con questa sentenza, spiega, si dice che “il sistema bancario e la sua stabilità prevalgono sui diritti dei risparmiatori e, in generale, del singolo. Mi auguro che la Corte non arrivi a tanto”. Insomma, la guerra continua.

 

ALAN FRIEDMAN, UN LIBERAL MOLTO POCO LIBERALE, E MOLTO INSULTANTE.

 SCENARIECONOMICI.IT 22 MARZO 2018

 

Cari amici,

in questi  giorni di transizione politica le TV sono ammorbati degli ultimi strascichi del precedente regime che manda in onda quanto di peggio abbia prodotto in questi anni.

Tra questi scarti abbiamo Oliver Hard… Alan Friendman, giornalista, molto meno simpatico dell’attore del secolo scorso, la cui arroganza è pari solo alla sua stazza.

Figlio dell’establishment liberal più grezzo si permette giudizi di una superficialità che definirli “Discorsi da bar” suonerebbe offensivo per i frequentatori di detti locali che, talvolta , sono capaci di discorsi intellettuali.

Eccovì quello che ha detto in quella che è stata una delle peggiori trasmissioni della TV italiana (Grazie @iofausto per aver avuto lo stomaco di registralo):

Alcune rapide annotazioni:

  • una volta gli americani erano famosi per il “Right or wrong this is my country”,per il rispettare il proprio paese anche quando in disaccordo coi suoi vertici. Qui vediamo il supremo disprezzo per una carica istituzionale che,nel ben o nel male , i suoi concittadini hanno scelto;
  • dato che è un grande giornalista, o un grosso giornalista, ed afferma che la responsabilità di Putin sui gas è comprovata, perchè non pubblica le prove del suo coinvolgimento nell’affare Skripal e vince così il premio Pulitzer? Perchè, evidentemente, queste prove non le ha…..
  • Steve Bannon è un “Neofascista americano”;
  • Salvini è razzista, populista “Gentaglia della destra estrema”.

Ce ne sarebbe abbastanza per fare  un po’ di querele ed arricchire i conti correnti di un po’ di leader politici, anche s dubito che questo accadrà. Comunque è sufficiente ascoltarlo pr capire il livello di isteria politica e di disprezzo a cui giunge la cosiddetta sinistra “Liberal”, quella delle ZTL.

La cura è rapida: infischiarsi di questi pesti personaggi. Il nulla li porterà via con se.

 

PS : ricordiamo che nel 2011 il nostro “Giornalista” fu censurato dalla BBC per conflitto di interessi… https://www.ilfattoquotidiano.it/2014/02/12/alan-friedman-quando-la-bbc-criticava-il-suo-giornalismo-in-conflitto-di-interessi/878356/

 

Protesta ex Banche Venete, 700 lavoratori di 10 società senza tutela e futuro

http://www.firstcisl.it/ 22 marzo 2018

La protesta dei 700 dipendenti del perimetro ex venete, rimasti fuori da Intesa Sanpaolo, tocca uno dei luoghi simboli del disastro. I lavoratori di Apulia Previdenza, Apulia Pronto Prestito, Banca Intermobiliare, Bpvi Multicredito, Claris Factoring, Claris Leasing, Farbanca, Immobiliare Stampa, Nem e Prestinuova, rimasti senza alcuna protezione, manifesteranno contro il loro perdurante stato di incertezza il 23 marzo, dalle 10 alle 13,  in via Battaglione Framarin davanti la direzione ell’ex Banca Popolare di Vicenza.

In un comunicato unitario firmato da First Cisl insieme con Fabi, Fisac Cgil, Uilca e Unisin si scrive che “sono passati ormai nove mesi da quando Banca Intesa ha rilevato 9.800 lavoratori dalle ex Banche Venete. L’operazione, che ha messo in sicurezza l’intero sistema bancario italiano, costata diversi miliardi di euro allo Stato, ha potuto salvare migliaia di posti di lavoro tralasciando circa 700 lavoratori di dieci aziende rimasti senza alcuna protezione”.

Le organizzazioni sindacali evidenziano come “i commissari liquidatori, che inizialmente pensavano di poter cedere le aziende sul mercato entro un anno, hanno potuto constatare che tale ipotesi è di difficile realizzazione e, a oggi, non sono stati nella condizione di trovare soluzioni che diano una prospettiva occupazionale per tutte le aziende e i dipendenti. Lo stesso governo, nonostante sia stato ripetutamente chiamato in causa, non ha dato alcuna risposta concreta”.
Il presidio viene organizzato “in segno di protesta e per tenere alta l’attenzione dell’opinione pubblica su una situazione che vede lasciati al loro destino diverse centinaia di lavoratori (e le loro famiglie), rimasti esclusi dall’operazione di

salvataggio, avvenuta peraltro con l’utilizzo d’ingenti risorse pubbliche”.“Il Sindacato, a fianco delle lavoratrici e dei lavoratori coinvolti, non lascerà nulla di intentato per cercare di risolvere la questione e intraprenderà tutte le iniziative che saranno ritenute necessarie per la salvaguardia dei posti di lavoro”.

In allegato il comunicato unitario.

VOLANTINO PRESIDIO A VICENZA

Allegati

°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°°

NO COMMENT

Armi a Putin, perquisizioni alla Ruag

TVSVIZZERA.IT 22 MARZO 2018

video

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/22-03-2018-ruag-forniture-illecite-di-armamenti?id=10276952&startTime=0.000333&station=rete-uno

Alcuni uffici in diverse località elvetiche dell’azienda pubblica Ruag, attiva nella produzione di armamenti, sono stati oggetto di perquisizioni da parte del Ministero pubblico della Confederazione in relazione a presunte forniture illegali destinate alla Russia.

L’inchiesta federale, che ipotizza i reati di violazione della legge sul materiale bellico, pratica commerciale scorretta e amministrazione infedele, è stata aperta in seguito alla denuncia penale partita dalla stessa impresa di proprietà della Confederazione che aveva dato seguito a una soffiata.

Scarne le informazioni rilasciate dalla Procura federale, che ha confermato la notizia pubblicata dalla HandelszeitungLink esterno. Secondo il settimanale economico sarebbero due i personaggi su cui si concentrano le attenzioni degli inquirenti: un dirigente della divisione munizioni e il responsabile per la Russia della banca d’affari Julius Baer.

La coppia, secondo la testata del gruppo Ringier, avrebbe condotto un commercio d’armi parallelo, stipulando accordi milionari all’insaputa della RuagLink esterno, che non è oggetto dell’inchiesta. Le indiscrezioni di stampa riferiscono di equipaggiamenti tecnici e armi indebitamente finiti al servizio di sicurezza del presidente russo Vladimir Putin.

La banca privata ha fatto sapere di avere aperto un’indagine interna sui fatti contestati al suo dipendente.