TERZA REPUBBLICA QUESTI FATTI NON POSSONO PIU ACCADERE -Ha un credito di 4 milioni ma lo Stato gli porta via azienda e casa Video

MILANOTODAY.IT.
„Emanuele Canta“

 

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“Ho lavorato una vita per sentirmi trattato come un delinquente”. E’ l’assurda storia di Sergio, un imprenditore che lavorava nel settore dello smaltimento dei rifiuti con un credito nei confronti degli enti pubblici di circa 4 milioni di euro. Ma non riesce a incassare i suoi soldi, il servizio però deve continuare a garantirlo e così va avanti sostenendo solo spese: fornitori, dipendenti, costi dell’azienda.

Va avanti, ma ad un tratto crolla: arriva il fallimento, perde l’azienda e perde anche la casa. Tutta la procedura, a suo dire, è stata viziata da diverse omissioni e illegittimità, per questo l’imprenditore ha già provveduto a denunciare il curatore fallimentare.

Lo scorso mese di febbraio l’ufficiale giudiziario doveva procedere con lo sfratto mettendo la sua casa all’asta, ma l’azione è stata rinviata al prossimo 16 aprile. Nella speranza che la Procura di Milano intervenga bloccando tutto.

 

 

Altra asta per Porta Vittoria L’area fantasma è «in saldo»

 -ilgiornale.it 23 marzo 2018

Dopo la seduta disertata i curatori ci provano ancora: prezzo base sceso a 120 milioni. Bizzi si chiama fuori

Nella città del mattone rampante e dei grattacieli che spuntano come funghi, la più grande e più centrale delle operazioni immobiliari in corso continua a essere ferma e senza padrone: e la vasta cicatrice urbana che la ospita rischia di restare aperta chissà ancora per quanto. È la storia dell’area di porta Vittoria, l’operazione voluta dal romano Danilo Coppola, e travolta dalla bancarotta del suo ideatore. Lo scorso dicembre l’asta organizzata dai curatori fallimentari per trovare un acquirente si concluse nel mondo più triste: nessuna offerta. Ora i curatori ci riprovano, abbassando robustamente il prezzo, e sperando che qualcuno si faccia vivo. Ma non è detto che le cose vadano meglio.

Il nuovo avviso d’asta è stato pubblicato ieri sul sito del tribunale di Milano, per decisione del giudice delegato Amina Simonetti e dei tre curatori fallimentari chiamati a gestire il fardello del crac di Coppola. A dicembre, il lotto era stato messo in vendita al prezzo base di 152 milioni di euro: e sembrava già allora un prezzo conveniente, visto che il lotto comprende il grande albergo affacciato su via Cena, cui per entrare in funzione mancano solo gli allacci delle forniture, e centocinquanta appartamenti signorili, anch’essi praticamente terminati. Fino all’ultimo momento, i curatori avevano sperato che si manifestasse un acquirente. Qualche approccio preliminare c’era stato: tra questi il più concreto era parso quello di Davide Bizzi, il costruttore che con la sua «Milano Sesto» sta realizzando la gigantesca operazione residenziale sull’area Falck di Sesto San Giovanni. Ma alla fine nè Bizzi né altri formalizzarono proposte concrete.

La notizia aveva gettato nello sconforto gli abitanti della zona, chiamati a convivere con una area, la grande sterpaglia che arriva fino a viale Molise, sempre più abbandonata e degradata. Ora i curatori ci riprovano, e a prezzi quasi da saldo: per portarsi a casa l’intero compendio bastano 120 milioni, oltre il venti per cento di sconto sulla richiesta di tre mesi fa. Basterà il supersconto a risvegliare qualche interesse?

A domanda, Davide Bizzi risponde di essere per ora fuori dalla partita, Porta Vittoria non rientra più nei suoi piani. E finora non si vedono all’orizzonte altri candidati. Il rischio che anche il nuovo termine per presentare le offerte, fissato al prossimo 3 maggio, scorra senza che nessuno si faccia vivo è tutt’altro che ipotetico.

Le spiegazioni per tanta diffidenza sono molteplici. Certamente pesa in alcuni la preoccupazione che le vicissitudini giudiziarie di Coppola (recentemente condannato a 7 sette anni per bancarotta) si ripercuotano sull’operazione e la paralizzino. Ma anche le pretese del Comune, che chiede agli eventuali acquirenti di bonificare l’intera area e di costruire un centro sportivo, non stimolano a farsi avanti. Così tutto resta lì: albergo, appartamenti, sterpaglie e progetti.

Le banche ora mettono a nudo i Cda

Mps scopre le carte sugli indipendenti ma l’osservata speciale in Ue rimane Carige

Il guru del diritto societario Guido Rossi una volta definì i consiglieri indipendenti «financial gigolò», semplici foglie di fico della scarsissima democrazia societaria. Oggi, con l’avanzata dei fondi stranieri nel capitale delle big di Piazza Affari, molte di quelle «foglie» sono cadute. Così nel mondo del credito, dove la vigilanza unica della Bce ha fissato regole più stringenti e tiene i radar sempre accesi.

Giovedì il capo degli «sceriffi» di Francoforte, Daniele Nouy, ha messo nel mirino proprio gli assetti societari degli istituti europei che «devono migliorare la propria governance». Con un avvertimento: «Continueremo ad essere duri e intrusivi. Esamineremo attentamente anche gli schemi di remunerazione dei manager per vedere se sono favorevoli ad una sana e prudente gestione bancaria», ha detto madame Nouy. Le nostre possono stare serene o c’è ancora del lavoro da fare?

Le relazioni sul governo societario che accompagnano i bilanci 2017 da poco pubblicati sono lunghe e aggiornate nei minimi dettagli, impensabili fino a qualche anno fa. Prendiamo quella di Mps, marcata a vista da Francoforte. Nella parte dedicata ai requisiti di indipendenza degli amministratori non esecutivi («ai sensi del Testo Unico della Finanza e del Codice di Autodisciplina»), in riferimento al professor Angelo Riccaboni – sindaco di Bankitalia candidato nella lista del Tesoro – si segnalano alcuni «rapporti creditizi intrattenuti con la banca: oltre ad un conto corrente (in attivo), tre dossier titoli e un pronti contro termine, si registra un mutuo fondiario che è stato erogato nel 2007) quando rivestiva la carica di Consigliere di Banca Toscana», poi incorporata nel Monte. «Le grandezze di questi rapporti – viene però sottolineato – non sono apparse tali da inficiare il requisito di indipendenza del soggetto». Si dimentica però di scrivere, malignano in Piazza del Campo, che Riccaboni come in una porta girevole è uscito dall’Università di Siena di cui è stato rettore (lasciando peraltro al suo posto un suo fedelissimo) ed è entrato in banca.

L’altra osservata speciale, Carige, dopo l’aumento di capitale deve fare i conti con Raffaele Mincione che, forte del 5,4% dell’istituto, punta il dito proprio sulla governance targata Malacalza, paventando la richiesta di revoca del cda. Il dossier genovese, in realtà, è da tempo sul tavolo della Bce: a dicembre la Vigilanza avrebbe messo nero su bianco diverse perplessità rispetto all’attuale assetto, puntando il dito su tre aspetti fondamentali: da un lato le gestione effettiva del consiglio, quindi le modalità di condivisione delle informazioni (non perché manchi il flusso informativo ma per come questo viene poi dipanato), e infine il profilo vero e proprio dei membri del board.

I riflettori della Vigilanza sono accesi anche sulle Bcc. Bankitalia preme affinché Iccrea e Cassa Centrale Banca, ovvero le due capogruppo del sistema del credito cooperativo, si presentino davanti alla Bce con il «passaporto» in regola anche sul fronte del governo societario. Il prossimo 2 maggio Iccrea dovrà presentare istanza di trasformazione in gruppo bancario, una tappa decisiva nel percorso partito un paio di anni fa su invito del governo. Lo schema stabilisce che le singole banche abbiano il controllo della capogruppo, il cui capitale fungerà da garanzia per il sistema. Al momento non sarebbe prevista la figura di un amministratore delegato forte ma si dovrà capire come verrà gestito il numero dei consiglieri indipendenti. Così come la convivenza nell’azionariato di Iccrea con le Bcc trentine che hanno complessivamente i 20% del capitale.

Chi invece si è già portato avanti con i compiti a casa è Unicredit aprendo una nuova via: per la prima volta, infatti, una banca italiana di grandi dimensioni ha presentato una propria lista per il cda, frutto della revisione della governance avviata nel novembre 2016 per allinearla alle best practice internazionali. All’inizio di febbraio il board dell’istituto di Piazza Gae Aulenti ha approvato all’unanimità l’elenco dei candidati per il triennio 2018-2021 da proporre all’assemblea del 12 aprile, tra cui risultano Fabrizio Saccomanni come presidente e Jean Pierre Mustier come ad.

Una donna a Palazzo Madama e un outsider a Montecitorio: è nata la terza Repubblica. ELETTI I PRESIDENTI DI SENATO E CAMERA: CASELLATI E FICO I NOMI SCELTI

ofcsreport.it 24 marzo 2018

Dopo una delle notti più lunghe della Repubblica dove, in poche ore, si è consumata una delle più significative rotture della storia del centrodestra, sul nome di Maria Elisabetta Casellati si è ricomposta in extremis una crisi che sembrava insanabile e che preludeva ad un’altro terremoto dopo un turno elettorale che ha sconvolto ventennali equilibri. Assieme all’elezione dell’ex membro laico del Csm, avvocato, e già sottosegretario alla Giustizia, il centrodestra per la Camera ha infine virato su Roberto Fico, eletto a stragrande maggioranza presidente dell’aula di Montecitorio. Con l’elezione dei due presidenti delle Camere (e con le prossime elezioni dei presidenti dei gruppi parlamentari) per il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sarà ora possibile avviare le tanto agognate consultazioni, senz’altro le più incerte degli ultimi decenni e quindi cominciare a ragionare sulle ipotesi, tutt’altro che semplici, di composizione di una maggioranza sufficiente per sostenere un governo.

Certo, l’accordo tra i due schieramenti principali sulla “spartizione” delle presidenze delle due Camere, che per la prima volta dal ’92 tornano a due opposte fazioni (all’epoca toccò a Spadolini al Senato e Napolitano a Montecitorio) non fa presagire, almeno fino ad ora, uno spiraglio per la formazione del futuro Governo. Eppure la sinergia, innegabile, emersa nelle trattative, più o meno sottobanco, tra Salvini e Di Maio fa senz’altro immaginare che, nell’eventualità di un nuovo show-down del centrodestra, un accordo tra i due per un governo necessariamente a tempo non sia più una sola ipotesi peregrina. Nonostante la frattura ricomposta all’ultimo momento, infatti, i rapporti nell’ex coalizione guidata da Berlusconi, hanno toccato i minimi storici e qualsiasi passaggio futuro, di tutta evidenza, sarà monitorato con una diffidenza reciproca mai vista finora.

Dalla giornata odierna, comunque storica, emergono vari profili storici: il primo, quello che vede per la prima volta nella storia d’Italia, una donna a ricoprire la seconda carica dello Stato e il secondo, quello di un esponente del Movimento 5 Stelle per la prima volta nei primi cinque posti della Repubblica. Una legislatura che, già dalla notte del 4 marzo si era annunciata come unica, non ha tradito le aspettative.

E’ arrivata la terza repubblica, tutta insieme.

 

Banco Bpm e Carige, ecco la fusione sognata da Raffaele Mincione

di  startmag.it 23 marzo 2018

fintech

Il finanziere Raffaele Mincione, socio scalpitante di Carige, spinge – ovvero auspica -per un’aggregazione bancaria fra la banca ligure e il Banco Bpm. E’ la notizia che si desume dell’intervista che il finanziere con base a Londra ha rilasciato oggi al Sole 24 Ore.

L’AZIONE DI MINCIONE

Si chiariscono così in parte le intenzioni del socio che pochi giorni fa ha inviato una lettera al presidente di Carige Giuseppe Tesauro per chiedere un incontro e sollecitare la nomina di un cda che tenga conto della nuova base azionaria. Richiesta respinta, per ora, dal consiglio di amministrazione dell’istituto guidato dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino.

IL GIUDIZIO SU FIORENTINO

Ma non è al capo azienda che Mincione lancia stilettate, anzi, Il finanziere infatti dice: “Condivido il piano di rilancio dell’istituto portato avanti dall’amministratore delegato Paolo Fiorentino”.

LE PAROLE INDIRETTE SU MALACALZA

E’ invece contro Malacalza che Mincione lancia siluri indiretti senza citare il maggiore azionista singolo di Carige, quando in particolare dice di auspicare un “dialogo costruttivo per una banca che non ha padroni ma azionisti”. I padroni di cui parla Mincione, secondo le interpretazioni degli osservatori, sarebbero proprio i Malacalza che egemonizzano di fatto il consiglio di amministrazione della banca ligure (qui l’approfondimento di Start Magazine sullo stato dei rapporti tra i maggiori azionisti di Banca Carige).

AGGREGAZIONE CON BANCO BPM

«Credo che il valore delle azioni di Banca Carige possa aumentare con un’aggregazione, che considero inevitabile. – ha detto Mincione ad Alessandro Graziani del Sole 24 Ore – Per questi due motivi ho acquistato il 5,4% di Carige e non escludo di salire in tempi brevi al 9,9% del capitale. Revocare l’attuale cda? È un tema da valutare, ma con calma». Domanda il giornalista: “Pensa a Banco-Bpm? Avete ancora azioni del gruppo?”. Risposta di Mincione: “È una delle ipotesi possibili. Abbiamo ancora una quota sotto al 2% e intendiamo mantenerla”.

I RAPPORTI VOLPI-MINCIONE

Il finanziere invita tutti a considerare anche il peso del socio Volpi, azionista che da tempo secondo le cronache finanziarie ha una sintonia con Mincione. Ecco quello che dice oggi al Sole: “Non ho mai avuto il piacere di conoscere Volpi e non ho mai incontrato Fiorani. I miei investimenti in Nigeria, dove non ho mai messo piede in vita mia, sono solo azionari. E li faccio comodamente seduto dal mio ufficio di Londra. È oggettivamente vero però, numeri attuali alla mano, che la partecipazione azionaria del 9% di Volpi può essere decisiva per i futuri assetti di Carige”.

I quadri fatti sequestrare da Renato Bertelle nella villa di Montebello di Gianni Zonin veri, croste o provenienti dalla Roi e dalla BPVi? L’avvocato: ho ottenuto il sequestro anche di immobili e quote societarie

Di Pietro Cotròn vicenzapiu.it 24 marzo 2018

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Il 21 marzo scorso titolavamo “BPVi, sequestrati a Gianni Zonin beni per 19 mln: quadri, tappeti, mobili e preziosi nella villa di Montebello del figlio Michele, ora custode giudiziario. Ma pendono indagini su “origine beni” da Fondazione Roi e BPVi” e tra le varie cose affermavamo che “su alcuni beni sarebbero tuttora non chiuse le indagini su possibili sottrazioni con varie modalità alla Fondazione Roidi cui abbiamo scritto e di cui manca l’inventario, e alla BPVi stessa, su cui scriveremo”. A breve, un pizzico di pazienza, manterremo il nostro, documentato, impegno, ma…

… Ma oggi leggiamo sul quotidiano locale un articolo sui sequestri nella villa di  Zonin che ci intriga ulteriormente visto che parla di “Giallo sui quadri d’autore (messi sotto sequestro, ndr)” dato che l’ufficiale giudiziario, dopo aver chiesto i documenti sui valori associabili ai beni mobili sequestrati, ha dovuto prendere atto che “mancano i certificati di autenticità delle opere d’arte” e, quindi, dovrà procedere a perizie su autenticità e valori di quanto non piùà nella disponibiltà di Michele Zonin, a cui il padre aveva donato un paio di anni fa la villa e ciò che conteneva oltre che, come agli altri due figli, quote delle società e altri beni del suo impero vitivinicolo.

Avevamo sentito ieri, 23 marzo, l’avvocato Renato Bertelle, autorizzato dal giudice Roberto Venditti a sequestri per 15,5 milioni di euro, mentre il collega Michele Vettore ha partecipato all’operazione per 3,8 milioni, e anche lui ci aveva confermato quanto oggi leggiamo ma aveva aggiunto una cosa, per altro nota, ma più importante e su cui, però, vale la pena di soffermarsi dopo “il giallo”: il sequestro ottenuto non riguarda solo i beni mobili (come visto di “dubbio valore” o di difficle accertamento economico) ma “ovviamente anche beni immobili (come la villa stessa, ndr) e quote societarie, che le relative proprietà siano in Italia o all’estero…“.

E così non poteva non essere visto che Gianni Zonin, nell’ipotesi ad oggi giuridicamente valida fino ad eventuale condanna definitiva di non essere colpevole di quento imputagli, sarebbe stato ben sciocco, e il presidente delle cantine Zonin almeno in questa veste mai lo è stato, a conservare nella disponibilità di eventuali terzi ricorrenti beni facilmente “trasportabili” o alienabili visto che le indagini e il rischio di sequestri, oggi finalmente eseguiti, erano a lui noti da anni.

E per fare questa ipotesi non serve neanche dare credito alle voci che riferiscono da tempo, e non oggi, che sarebbero entrati e usciti dalal villa dei camion…

Quale normale cittadino sotto accusa, magari ingiustamente, non a vrebbe fatto quello che potrebbe aver fatto il vecchio padre di famiglia per tutelare l’eredità dei figli?

Rimangono, però, gli immobili e le quote societarie, su cui si accenderanno violente battaglie legali per legittimarne il trasferimento non doloso a moglie e figli, e le accuse della Guardia di Finanza sulla provenienza di alcuni dei valori sequestrati, anche se da stimare se siano valori o “croste”, e ipotizzati come provenienti dalla Roi, che tace sull’inventario dei lasciti del marchese Giuseppe Roi, o da affari paralleli a  quelli conclusi in nome della Banca Popolare di Vicenza che ah presieduto per 20 anni dopo esere stato per 16 nei suoi cda.

Ma questa è al storia che a breve vi racconteremo.

C’è il marchio del Gattopardo sul piano di riforma (Paolo Savona)

 scenarieconomici.it 24 marzo 2018


Nella prossima riunione annuale di vertice, il Consiglio dei Capi di Stato e di Governo discuterà dei problemi dell’immigrazione, della Brexit e dei dazi americani; esaminerà inoltre gli squilibri macroeconomici degli Stati membri e il piano di riforma dell’eurozona. L’esame dei contenuti di quest’ultimo induce a pensare che i tempi del Gattopardo non siano finiti: si deve cambiare affinché nulla cambi; infatti dietro l’annuncio di voler migliorare le politiche sociali ciò che viene prospettato cela un giro di vite in linea con quanto decise la vecchia Europa di Maastricht che ha creato crescenti insoddisfazioni e profondi mutamenti politici all’interno di tutti gli Stati membri: la stabilità fa ancora premio sullo sviluppo, le élite benestanti (imprenditori e rentier) si rafforzano rispetto ai gruppi sociali in difficoltà (disoccupati e ceto medio). È pur vero che la storia insegna che ciò accade in periodi di mutamenti profondi come quelli in cui viviamo perché i più forti e preparati sono capaci di reagire meglio rispetto agli altri; se però non si vuole portare l’UE e l’euro alle soglie della spaccatura andrebbe prodotto uno sforzo intelligente per spiegare il perché si chiedono sacrifici ai cittadini; o, meglio, quali siano le prospettive nuove che aprono i sacrifici richiesti. Un impegno non lieve che richiede tempo e impone di passare da una fase di transizione di attivazione di alcuni strumenti considerati non ortodossi, come quello che fu deciso con la politica monetaria accomodante da parte della BCE di fronte alla grave crisi finanziaria. Sia pure attuati, come suol dirsi, con patti chiari per un’amicizia lunga. Se non lo si decide, chi si vanta d’essere europeista va considerato invece il vero nemico di un’Europa unita da realizzare nel contesto di una società aperta in cui chi ha difficoltà si sente comunque parte del sistema. Altrimenti è la fine di quell’embrione di democrazia che bene o male avevamo costruito.
Chiarito che, sulla base di detto piano, riforma significa cambiare in modo tale che l’impostazione data agli assetti istituzionali del passato non cambino, veniamo al caso specifico dell’Italia. I risultati elettorali indicano che una larga maggioranza di votanti è convinta che il Paese andrebbe governato meglio, ma questo desiderio assume la forma di una maggiore redistribuzione del reddito e, per alcuni, anche della ricchezza legittimamente e con sacrificio accumulata. Infatti, non c’è Partito vincente o perdente alle elezioni che non abbia promesso o continui a promettere qualcosa in più, pur avendo un bilancio pubblico ancora sotto stress e un debito statale largamente fuori dai parametri degli accordi europei sottoscritti. Il tema dell’Europa è stato di fatto accantonato nel dibattito elettorale per evitare che la speculazione internazionali ci aggredisse, ma il problema non solo rimane, ma entra in conflitto con quelle stesse promesse e con il convincimento che il rispetto della legge e degli accordi sia opzionale, invece che il fondamento della democrazia. L’incontro tra queste due istanze ha contenuti esplosivi. Da un lato la lotta alla corruzione condotta a colpi di legge il cui rispetto va affidato a corpi burocratici non raggiungerà mai il suo scopo e appensantirà il rispetto dei parametri fiscali di Maastricht; dall’altro, dopo mezzo secolo di politiche redistributive che hanno raddoppiato la pressione tributaria (portandola a quasi le metà del PIL) e il debito dello Stato (innalzandolo al doppio degli accordi europei), si pensa ancora che occorra redistribuire pur avendo registrato un peggioramento delle famiglie in difficoltà e nel territorio. Se il metodo non ha funzionato è perché manca un mercato veramente competitivo che impedisca ai settori non esposti alla concorrenza di trasferire sui prezzi i costi, inclusi quelli legati a politiche redistributive, neutralizzandole. L’accordo che ha indotto ad aderire all’Unione Europea aveva l’obiettivo di incrementare la competizione, ma esso è stato raggiunto per gli scambi di merci, ma non per quelli di lavoro, né di capitali, meno ancora per la tassazione, che ha operato in senso perverso rispetto alla libera competizione. Invece il piano che verrà discusso in Consiglio si limita a censurare i divari di produttività italiani, ignorando che essi – per quanto se ne sappia perché poco studiati – per la metà sono frutto di divari nella dotazione di infrastrutture sulla quale le leggi che vincolano il bilancio pubblico italiano e quello europeo non consentono di incidere. Richiede inoltre di rientrare nei rapporti tra debito pubblico e PIL con politiche inevitabilmente deflazionistiche che peggiorerebbero la situazione, invece di indicare una soluzione tecnica che consenta di realizzare l’obiettivo evitando questo rischio; peggio ancora se si offre ai paesi assistenza di tipo greco in contropartita di una perdita della sovranità statale residua. È stato dimostrato che la BCE ha strumenti per intervenire sul debito e altri sono conosciuti, purché la riforma dell’euroarea lo preveda (per inciso, andrebbe soddisfatta anche la necessità di dotare la BCE di poteri di intervento sul cambio affinché l’euro non resti in balia delle altre valute). Infine occorre domandarsi se corrisponda a un miglioramento delle politiche sociali ridurre i sostegni all’agricoltura e alle regioni arretrate come il nostro Mezzogiorno per destinarle alla difesa, alla sicurezza e all’immigrazione illecita.
Queste poche annotazioni sul piano di riforma che esaminerà il Consiglio europeo indicano che siamo lontani dall’attuazione degli obiettivi esplicitamente stabiliti dagli accordi europei, ribaditi per ultimo nell’art. 2 del Trattato di Lisbona. Se il Consiglio si concentrasse nella definizione degli strumenti per raggiungerli, allora sarebbe la dimostrazione che veramente si cambia per cambiare.

Paolo Savona, Milano Finanza 24 marzo 2018

Arresto cardiaco, 60.000 morti in Italia ma i defibrillatori non sono obbligatori in scuole e uffici

Un defibrillatore semiautomatico ‘pubblico’ in Francia. Agf
 

Tra queste, il 7% ha meno di 30 anni e il 3,5% meno di 8 anni, il che significa che ogni anno muoiono 4.200 giovani e ben 2.100 bambini, nel silenzio generale.

Il motivo per cui le vittime sono così numerose è soprattutto uno: l’assenza di defibrillatori semiautomatici (Dae) sul territorio. Ad oggi, infatti, i defibrillatori sono obbligatori solo nelle strutture sanitarie o sociosanitarie, nelle ambulanze, negli ambulatori pubblici e privati. Nessun obbligo, invece per scuole, aziende o associazioni, per le quali il defibrillatore è solo consigliato dal Ministero della Salute. Nulla viene detto, infine, per i condomìni, anche se è dimostrato che la maggior parte degli arresti cardiaci avviene, oltre che sul lavoro, a casa. Così come è dimostrato che il defibrillatore serva qualunque sia la causa delle anomalie cardiache (malattie elettriche, miocarditi, infarti o traumi toracici): in altre parole, salva anche chi soffre di infarti dovuti a malattie congenite che sfuggono ai controlli.

Leggi anche: Un matematico italiano vince un finanziamento Ce da 2,35 milioni per creare un ‘cuore virtuale’ con cui prevenire le malattie cardiache

Decreto Balduzzi, troppi rinvii

Qualcosa è cambiato per gli atleti e chi fa attività sportiva nel 2017, quando finalmente è entrato in vigore il famoso decreto Balduzzi (2013), dopo ben cinque anni di proroghe. La legge prevede l’obbligo per le società e le associazioni sportive di avere un defibrillatore, anche se purtroppo, nella versione approvata dal Ministro della Salute Lorenzin, restringe l’obbligo di avere personale formato alle sole gare ufficiali.

Ancora oggi”, spiega Mirco Jurinovich, Presidente della Onlus 60mila vite da salvare e da anni impegnato a diffondere la cultura del defibrillatore, “leggo numerose notizie di associazioni sportive che ricevono in donazione i prescritti defibrillatori e formano il loro personale all’utilizzo, evidenza del fatto che molte realtà sportive non si sono ancora messe in regola, anche se non ci sono notizie di indagati per omicidio colposo laddove si siano verificati decessi di atleti in impianti non dotati di Dae. Ma il problema sta soprattutto nell’eliminazione dell’obbligo di presenza di personale formato durante lo svolgimento degli allenamenti o gare non ufficiali, perché ciò significa che agli atleti tesserati non viene garantita la cardioprotezione durante i 2/3 dell’attività”.

I cibi che fanno bene al cuore. E quelli che dovresti consumare meno

Formazione, un obbligo solo italiano

Secondo la legge italiana solo le persone in possesso di uno specifico certificato possono usare i Dae. Ma a detta dei cardiologi dell’ultimo Congresso della European Society of Cardiology, che si è chiuso pochi giorni fa, questa misura andrebbe tolta perché la sua presenza riduce drasticamente le vite salvate. Lo spiega uno studio del Policlinico San Matteo di Pavia, a firma del cardiologo Enrico Baldi: i Dae sono troppo poco utilizzati, e questo nonostante il tentativo di far ripartire il cuore prima dell’arrivo di un’ambulanza aumenti il tasso di sopravvivenza dal 24% al 60% (quando c’è un arresto cardiaco per ogni minuto che passa si perde il 10% della possibilità di salvare la persona). Negli altri Paesi, ad esempio in Danimarca, Francia, Germania, Olanda, Svezia, Svizzera, Gran Bretagna, funziona diversamente.  Lì l’utilizzo del defibrillatore è stato liberalizzato e ogni cittadino‘laico’ è consapevole del fatto che in caso di emergenza può intervenire usando il defibrillatore più vicino.

Questo significa”, continua Jurinovic, “che chi si recasse in Francia e nel Regno Unito potrebbe, in caso di necessità, utilizzare liberamente uno dei defibrillatori presenti nelle bacheche pubbliche mentre in Italia, senza un attestato di formazione riconosciuto (ottenuto quasi sempre a pagamento), nella migliore delle ipotesi dovrebbe avere l’autorizzazione telefonica dell’operatore 118, altrimenti dovrebbe limitarsi ad eseguire il massaggio cardiaco. Anche se, come recita l’art. 54 del codice penale – che autorizza chiunque a mettere in atto azioni salvavita in caso di pericolo di vita – non c’è nessuna conseguenza penale nel caso un qualsiasi cittadino non formato usi il defibrillatore”.

Ma allora perché il decreto che non prevede l’obbligo di personale formato negli allenamenti sarebbe sbagliato?

È semplice. Se si inserisce l’obbligo di personale formato nelle gare si trasmette l’idea che solo chi è formato lo possa usare. Allora in quel caso bisogna prevedere sempre la presenza di qualcuno. Viceversatutti dovrebbero essere informati circa la possibilità di usare un defibrillatore, mentre oggi la maggior parte della popolazione italiana pensa ancora che sia lo strumento che si vede nelle serie tv americane, quello con le due piastre da appoggiare sul torace. Non qualcosa che si può imparare prima con un semplice opuscolo, oppure seguendo le istruzioni del 118 in caso di emergenza”.

Emergenza scuole

Un defibrillatore Dae.

Nonostante accada di frequente che una persona vada in arresto cardiaco in un luogo pubblico affollato, o per strada, non esistono nel nostro Paese né una mappatura nazionale accessibile al pubblico né percorsi segnaletici che conducano gli eventuali soccorritori ai defibrillatori presenti. L’altra emergenza sta nell’assenza di defibrillatori nelle scuole.

Qui i giovani passano la maggior parte del tempo e per questo è così importante la loro presenza”, spiega Gabriele Bronzetti, cardiologo al Sant’Orsola di Bologna.

Cosa bisognerebbe fare, allora? “Anzitutto, andrebbe evitata la retorica dei fiori sul banco vuoto e lo stupore del ‘fino a un secondo prima la vittima stava bene’. Bisognerebbe invece che gli studenti apprendessero la cultura del primo soccorso e come  utilizzare il defibrillatore su una persona col cuore fermo, nello stesso modo in cui sanno usare lo smartphone: è dimostrato che un dodicenne può manovrare un defibrillatore benissimo”.

Ma lo stesso vale per la rianimazione cardiopolmonare (una manovra temporanea e non risolutiva come il defibrillatore), tanto è vero che c’è un gruppo di medici bolognesi, coordinato dall’anestesista Federico Semeraro, che ha creato qualche tempo fa un videogame – ‘Relive’ – che attraverso la realtà virtuale e il  rilevamento dei movimenti del giocatore insegna le manovre in maniera innovativa e divertente.

Buone sperimentazioni da copiare

In Italia sono tante le sperimentazioni e best practice sul tema dell’intervento precoce in caso di arresto cardiaco. Sul fronte dei condomìni, ad esempio, il progetto più noto è quello della città di Piacenza, dove l’associazione ‘Progetto Vita’, fondata dalla cardiologa Daniela Aschieri, ha creato un intero “quartiere cardioprotetto”, con defibrillatori installati presso i condomìni privati. L’obiettivo finale è quello di installare un defibrillatore ogni 150 metri, per aumentare di quattro volte la sopravvivenza di chi viene colpito da arresto cardiaco improvviso.

Hanno il cuore più sano del mondo: cosa possiamo imparare dagli indigeni Tsimane

Sul fronte dell’intervento in strada, invece, in Emilia Romagna è stata sperimentata con successo una app, integrata col sistema 118 regionale, che si chiama DAE RespondER (scaricabile su Playstore o Itunes). Come funziona? L’app allerta le persone registrate nel caso la centrale operativa 118 identifichi un sospetto arresto cardiaco nell’area per cui l’utente ha dato la disponibilità a intervenire e consente inoltre di localizzare il defibrillatore più vicino, per poterlo recuperare e portarlo dove si trova la persona colpita. Per cambiare le cose, però, ci vorrebbe anche altro.

Senza dubbio una modifica della legge 120/2001”, continua il presidente della Onlus ‘60 mila vite da salvare’,“che liberalizzi l’utilizzo del Dae, slegandolo da assurdi obblighi formativi,  sostituendoli con una massiccia campagna informativa che crei cultura e faccia superare paure e superstizioni e che parli dell’incidenza della patologia e dei metodi, disponibili da 20 anni,  per  contrastarla. Le campagne sul tema dell’arresto cardiaco e della defibrillazione sono troppo poche, a confronto di quelle sul tabagismo o sull’Aids. Indispensabile anche un provvedimento di natura economica per abbattere, o eliminare, l’Iva al 22% che grava sull’acquisto dei defibrillatori”.

Insomma, le mani invece che nei capelli si possono mettere sul petto di un altro e su un apparecchio che ci prende il 99,99% delle volte”, puntualizza Bronzetti. “Il defibrillatore ha un margine d’errore bassissimo, inferiore allo 0,1 percento, se il ritmo cardiaco è valido e non è da ‘scaricare’ non fa scaricare”.

 

Prevenzione cardiologica, come farla

 

In questo quadro critico, adulti e genitori di bambini che praticano sport possono comunque mettere in atto una prevenzione cardiovascolare che può essere salvavita. Cosa fare esattamente ce lo spiega sempre il cardiologo Bronzetti: “La prevenzione inizia con l’anamnesi (l’accertamento minuzioso della storia familiare) e l’investigazione di sintomi, come svenimenti da sforzo. Poi ci vuole la visita, scrupolosissima e l’ECG, l’elettrocardiogramma, obbligatorio in Italia anche nei piccolissimi che fanno sport, almeno dai sei anni in su. Ma dopo i 12 anni tutti gli sportivi dovrebbero fare un ecocardiogramma, per escludere coronarie anomale e cardiomiopatie, che rappresentano il 15-20% delle morti cardiache improvvise durante sport. Lo stato non lo passa, ma credo che una famiglia che spende mille euro nei trasporti e nelle spese di un piccolo calciatore possa investire cento euro in un ecocardiogramma, solo il doppio del prezzo dei parastinchi firmati. Poi c’è il test da sforzo a cura della medicina sportiva. In casi molto selezionati, per fugare sospetti di cardiopatia, occorrono esami più approfonditi come  risonanza magnetica o Tac”.  Anche lo screening cardiologico dei giovani maggiori di 12 anni che fanno sport a livello agonistico – ECG basale e da sforzo durante step test ed eventuale ecocardiogramma – è costoso ma molto efficace. “In Veneto”, ricorda Bronzetti, “dal 1980 ad oggi lo screening degli atleti tra i 12 e i 35 anni ha ridotto la MI (morte improvvisa) in modo incontrovertibile e anzi, nonostante lo sport sia per tutti un trigger di eventi potenzialmente letali (a parità di geni e di cuore il rischio relativo di MI durante sport è 2,8), proprio in virtù dello screening la mortalità per MI degli atleti è scesa sotto quella dei non atleti. In ogni caso fermare dei bambini che fanno sport per eccesso di zelo e timore può esporli all’eccesso di obesità, ipertensione, diabete e altre cattive abitudini. Con rischi ben più elevati per la loro salute”.

Chi è Maria Elisabetta Alberti Casellati, la nuova presidente del Senato

il post.it 24 marzo 2018

Ha 71 anni, ha fatto parte del CSM e sarà la prima donna nella storia della Repubblica a presiedere il Senato

 Alberti Casellati nel 2009 (Marco Merlini / LaPresse)

 

Il Senato ha votato la sua nuova presidente: è Maria Elisabetta Alberti Casellati, 71enne senatrice di Forza Italia. Casellata è stata eletta coi voti del centrodestra e del Movimento 5 Stelle. Entrambe le forze politiche hanno sostenuto anche la candidatura di Roberto Fico del M5S alla presidenza della Camera. Casellati è la prima donna eletta alla presidenza del Santo nella storia della repubblica.

Alberti Casellati è nata a Rovigo nel 1946 e vive a Padova: è avvocatessa e questa legislatura è la sua sesta da senatrice. Ha fatto parte del Parlamento dal 1994 a oggi, fatta eccezione per la tredicesima legislatura (quella iniziata nel 1996).

 

Si è laureata in giurisprudenza e in diritto canonico nella Pontificia Università Lateranense e per diversi anni ha praticato come avvocato matrimonialista. Entrò a far parte di Forza Italia nel 1994, diventandone segretaria al Senato. Durante la sua carriera politica è stata anche sottosegretario prima alla Salute e poi alla Giustizia. Dal 2001 al 2006 Alberti Casellati è anche stata vice-capogruppo di Forza Italia. Nel 2014 il Parlamento riunito in seduta comune l’aveva votata tra i membri laici – cioè non provenienti dalla magistratura – del Consiglio Superiore della Magistratura. Sul sito Open Parlamento è possibile trovare più informazioni sui voti e le attività di Alberti Casellati nelle precedenti legislature.

Alberti Casellati è in Forza Italia sin dalla nascita del partito ed è considerata molto vicina a Silvio Berlusconi e, più nello specifico, a Niccolò Ghedini. Nel novembre 2017 Marianna Rizzini l’aveva descritta così sul Foglio:

Nessuno può dire che Casellati non sia stata alfiere del berlusconismo: il grande pubblico l’ha conosciuta come una delle punte televisive dell’area Cav. negli anni duri dei post-it gialli, delle dieci domande, dei processi, delle vere o presunte critiche anti-B. presso le alte cancellerie europee, fino al giorno del 2013 in cui, scontrandosi con Marco Travaglio in uno studio di La7, durante la trasmissione “Otto e mezzo”, il futuro direttore del Fatto se ne uscì con la frase “questa signora dice puttanate”, e Casellati alzò lo sguardo verso Lilli Gruber per rispondere “forse me ne vado io”.

Casellati è stata per alcuni anni uno dei politici di Forza Italia a andare più spesso in televisione.

Da stamattina circolano sui social network diverse sui dichiarazioni ostili ai matrimoni gay. Nel 2016, ospite al convegno “La famiglia è una. I diritti sono per tutti”, disse: «La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono».

INSIDER RENZING – IL GIP DISPONE ULTERIORI INDAGINI PER IL PRESUNTO INSIDER TRADING A CARICO DEL BROKER DI CARLO DE BENEDETTI, GIANLUCA BOLENGO, A CUI IL 16 GENNAIO 2015 L’INGEGNERE DISSE DI AVER SAPUTO DA RENZI CHE IL DECRETO SULLE BANCHE POPOLARI SAREBBE PASSATO A BREVE – BOLENGO INVESTÌ 5 MILIONI IN AZIONI DELLE POPOLARI FACENDO GUADAGNARE A CDB CIRCA 600MILA EURO…

dagospa.com 24 marzo 2018

Da https://www.ilfattoquotidiano.it

 

renzi & de benedettiRENZI & DE BENEDETTI

La Procura di Roma farà ulteriori indagini per presunto insider trading a carico del broker di Carlo De Benedetti, Gianluca Bolengo. A cui il 16 gennaio 2015 l’ingegnere, presidente onorario di Gedi, disse di aver saputo da Matteo Renzi che il decreto sulle banche popolari sarebbe passato a breve. Bolengo a quel punto investì 5 milioni in azioni delle popolari per conto di De Benedetti. Un’operazione che fece guadagnare a De Benedetti circa 600mila euro in seguito all’approvazione – il 20 gennaio 2015 – della riforma che disponeva la trasformazione in spa delle popolari più grandi.

 

CARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHICARLO DE BENEDETTI E MATTEO RENZI A DOGLIANI DA CHI

Il pm Stefano Pesci, nel giugno scorso, aveva sollecitato l’archiviazione ritenendo che non esistessero elementi tali da contestare il reato di insider trading. Il gip Gaspare Sturzo ha invece chiesto, nell’ambito di un’udienza che si è svolta venerdì 23 marzo, nuovi accertamenti che dovranno essere completati entro tre mesi. Tra gli aspetti che il giudice vuole che siano approfonditi anche l’audio originale della telefonata visto che agli atti c’è solo la trascrizione.

 

Dal brogliaccio emerge come nella comunicazione ci siano degli “incomprensibili” e per questo il gip ha chiesto al sostituto procuratore di svolgere una consulenza tecnica. Sturzo ha, inoltre, chiesto di acquisire l’intera attività istruttoria fatta della Consob che archiviò il procedimento sotto il profilo amministrativo ma ha segnalato a piazzale Clodio una serie di operazioni sospette proprio nei giorni precedenti all’approvazione della riforma.

Neri: “Enav diventa Hi-Tech: droni e controlli da remoto”

| di  firstonline.it

INTERVISTA a ROBERTA NERI, Ad di Enav che monitora il traffico sui cieli italiani. “A Brindisi controlleremo da remoto più aeroporti a basso traffico”. Meno torri e potenziamento di Roma e Milano. Ma rassicura i controllori: “Ricambio generazionale ma senza scossoni”. “Newco in arrivo per i droni”. Il bilancio positivo a due anni dalla quotazione in Borsa

 

Neri: “Enav diventa Hi-Tech: droni e controlli da remoto”

Monitor collegati a telecamere sulle piste, sistemi informatici per identificare gli aerei in decollo o atterraggio. Allacciamo le cinture e prepariamoci a dire addio (seppure graduale) a molte delle vecchie torri di controllo: il monitoraggio sugli arrivi e le partenze si farà da remoto, una sola torre per controllare con una sala stile Nasa diversi aeroporti. E poi una nuova piattaforma per registrare e controllare il traffico dei droni, previsto clamorosamente in crescita come pure lo sono le stime sul traffico aereo tradizionale. Cambia la tecnologia e Enav, la società pubblica (53,28% Tesoro, il resto sul mercato) incaricata di gestire le rotte e il traffico aereo in Italia, cambia pelle. E si prepara ad agganciare con un occhio nel presente e l’altro già proiettato nel futuro la transizione tecnologica nella quale siamo tutti immersi e che spazia dall’intelligenza artificiale all’auto senza guidatore, mestieri che scompaiono e nuovi lavori che irrompono sulla scena. Niente scossoni, tuttavia, garantisce l’Ad Roberta Neri che ha da poco presentato i conti 2017 con utili record e dato il via al piano industriale 2018-2022. Cinque anni che cambieranno il mondo? Di sicuro imposteranno la marcia verso la nuova Enav come ci spiega Neri in questa intervista a FIRST online. 

 Dottoressa Neri, siamo in piena transizione tecnologica, una rivoluzione che sta già cambiando le nostre vite. L’impresa 4.0, l’intelligenza artificiale, i big data cambieranno – nel bene e nel male – il nostro modo di vivere e lavorare. Quale impatto avranno su Enav e come si proietta il gruppo verso questi nuovi scenari? 

 “Siamo certamente immersi in un mondo in forte transizione tecnologica e la nostra visione, nel nuovo piano industriale che abbiamo presentato, non solo ne tiene conto ma ha pianificato come fondamentale driver di sviluppo per i prossimi cinque anni 650 milioni di investimenti per introdurre nuovi sistemi tecnologici, spingere sulla digitalizzazione e puntare alla gestione del traffico da remoto negli aeroporti a traffico più basso. Abbiamo bisogno di un modello organizzativo più agile per combinare efficacia e sicurezza e cogliere le opportunità del mercato che sempre più si colloca in una dimensione europea”. 

 Oggi Enav opera con quattro centri di controllo sulle rotte a Roma, Milano, Brindisi e Padova e 45 torri disseminate nei vari aeroporti italiani che gestiscono il traffico intorno agli scali. In concreto, cosa cambierà? 

 Intendiamo consolidare l’attività di controllo sulle rotte – parliamo dei voli in transito sullo spazio aereo nazionale – concentrandola su due grandi centri a Roma e Milano, mentre Brindisi e Padova saranno riconvertiti in siti tecnologici di controllo da remoto per la gestione di più aeroporti a traffico minore. Per Padova ci vorrà più tempo. Partiamo con Brindisi che oggi assicura il monitoraggio su una delle quattro aree in cui è diviso lo spazio aereo italiano. A fine periodo diventerà un Hub da remoto, in grado di controllare il traffico di diversi aeroporti. Le attività di rotta che svolge oggi saranno concentrate su Roma. Questo comporta investimenti sia nell’upgrading delle tecnologie oggi esistenti, sia in nuovi sistemi, sia ancora in nuove infrastrutture. Dall’attuale modello nazionale, molto diffuso e articolato in 45 Torri anche là dove il traffico non è elevato, passeremo così ad un modello più agile e flessibile. Non si tratta di un ridimensionamento: al contrario il migliore utilizzo sia dei centri di controllo che di quelli riconvertiti in Hub, ci consente di valorizzare – per esempio garantendo la gestione dello spazio aereo anche di notte – quegli scali che altrimenti andrebbero depotenziati, con benefici in termini di performance e competitività”. 

 Esistono esempi di gestione di scali da remoto in Europa e dove? 

 “London City Airport ha già annunciato che porterà a termine entro il 2019 la gestione dello scalo in remoto, un sito è già operativo in Svezia, la Germania è molto attiva su questo fronte. Quanto a noi, abbiamo investito molto sulla sperimentazione, in novembre e dicembre 2016, gestendo da Malpensa oltre 100 voli su Milano Linate e con successo. E’ stato l’apripista del percorso che oggi ci vede impegnati sui nuovi obiettivi. Anche i regolatori europeo e nazionale stanno stabilendo nuove regole in parallelo allo sviluppo delle gestioni remotizzate”. 

 Come impatta tutto questo sul capitale umano di Enav? 

 E’ un tema sensibile. A livello locale c’è timore che la riorganizzazione comporti un depauperamento di Brindisi ma non sarà così. E’ bene chiarire che non ci saranno licenziamenti, faremo leva sul turnover naturale e sulle uscite incentivate verso la pensione. Sarà un percorso graduale al termine del quale, a fine piano, avremo un saldo di circa 300 risorse in meno rispetto ad oggi complessivamente. Il nostro progetto inoltre migliora le professionalità dei controllori di volo e del personale interessato con uno sforzo di formazione e training che andrà oltre alla normale attività formativa che già oggi viene svolta. Infine, in un settore in cui la mobilità geografica è molto forte e contrattualmente riconosciuta – ha interessato 600 unità negli ultimi tre anni – il nuovo modello organizzativo offrirà più opportunità di crescita professionale in sede”. 

 Il 2017 si è chiuso per Enav con un utile in aumento del 32% che ha beneficiato della crescita generale del traffico aereo a livello internazionale. Come contate di assicurare questo livello di performance nei prossimi anni? 

 “E’ vero che lo scenario è favorevole: il traffico aereo è in crescita e continuerà ad esserlo. E questo è sicuramente uno stimolo positivo. D’altro lato, la Commissione Ue sta molto spingendo anche sul versante delle performance. Per esempio, il target sui ritardi medi per volo assistito – 0,011 minuti medi per volo assistito – lo abbiamo raggiunto e superato chiudendo il 2017 con un indice di puntualità di 0,009. Questo ci ha consentito di incassare un bonus di 6,5 milioni. Abbiamo tutto l’interesse a mantenere questo primato. Il contesto competitivo è sempre più acceso e il contenimento delle tariffe è un altro fattore su cui puntiamo: la nuova modalità di gestione delle rotte Free route  – che consente alle compagnie aeree di pianificare rotte ottimali sopra gli 11 mila metri – ci ha visti partire in anticipo in Europa con ottimi risultati. La crescita del margine inoltre non è stata trainata solo dalla crescita del traffico ma anche da una forte attenzione alla riduzione dei costi attraverso una rinegoziazione dei contratti e dalla continua ottimizzazione dei processi interni tra le diverse società del Gruppo”.  

 A quasi due anni dall’Ipo, il titolo Enav è salito da 3,3 euro del collocamento a 4,3 euro. Il dividendo è passato da 17,6 a 18,6 centesimi e il piano industriale promette un aumento del 4% annuo. L’utile di 101 milioni è stato interamente destinato alla remunerazione degli azionisti che ne saranno soddisfatti. Come finanzierete i 650 milioni di investimenti previsti? 

 “Enav ha una significativa capacità di generare cassa, superiore all’utile distribuito. Al collocamento avevamo indicato una dividend policy non inferiore all’80% dei flussi di cassa generati anno per anno, partendo dai 95 milioni dello scorso anno. I risultati 2017 hanno portato ad una crescita del dividendo del 6%, la guidance del piano è fissata al 4% annuo.  Siamo in grado di autofinanziare i nostri investimenti mantenendo una struttura del capitale molto solida ed un basso ricorso alla leva finanziaria”. 

 Abbiamo parlato prevalentemente dell’attività regolata di Enav. Il piano indica nuove linee di business: ci parla dei droni? Quale contributo vi aspettate in termini di fatturato? 

 Enav è stata individuata dall’Enac, l’autorità di regolazione nazionale, come provider nella gestione del volo dei droni. Anche questo è un settore previsto in forte crescita e l’obiettivo è di assicurare una gestione ordinata del traffico di questi velivoli – dalla registrazione alla pianificazione del volo in remoto – in una logica di sicurezza dello spazio, seppure sottostante a quello aereo. Per questo abbiamo previsto la realizzazione di una Newco controllata da Enav al 60% e abbiamo avviato la gara per la selezione del partner industriale. Contiamo di concluderla nelle prossime settimane. Altre opportunità di business, fuori dal mercato regolato, contiamo di coglierle fornendo la nostra consulenza ed esperienza in quei mercati dove c’è richiesta di nuovi servizi: Sud Est asiatico, Emirati, Africa. Puntiamo a crescere in queste aree con nuovi contratti, anche consolidando i rapporti già esistenti”. 

 Unultima domanda: in questi anni, da quando è arrivata all’Enav nel 2015, l’Italia ha beneficiato di una relativa stabilità politica e di governo. Dopo le elezioni, il quadro politico è profondamente cambiato e si va verso un periodo più instabile. La preoccupa come amministratore di una società pubblica? 

 Enav eroga un servizio strategico per il Paese, legato soprattutto a garantire la sicurezza dei voli sullo spazio aereo italiano. Da questo punto di vista, il contesto politico-istituzionale e il rischio di instabilità possono impattare poco sulla gestione della sicurezza, che non può essere discussa, e sulla strategicità di un settore che ha un respiro sempre più europeo con la direttiva Single European Sky. Si tratta di elementi di garanzia sugli obiettivi di gestione dell’azienda”. 

 

Il mestiere della politica: che lavoro fanno i parlamentari della nuova legislatura

forbesitalia.com 23 marzo 2018

Il mestiere della politica: che lavoro fanno i parlamentari della nuova legislatura

Oggi si tiene la prima riunione delle Camere della XVIII legislatura, e contestualmente a essa inizieranno le – strategicamente fondamentali – votazioni per l’elezione dei presidenti di Camera e Senato. Chi sono, e da dove vengono, i nuovi eletti di Montecitorio e Palazzo Madama? Le elezioni del 4 marzo hanno portato in parlamento esponenti di ceti sociali molto diversi fra loro, e anche sotto il profilo delle professioni di provenienza il campo è davvero vario. FBLab, il centro studi della società di consulenza FB&Associati, ha passato in rassegna i mestieri dei parlamentari appena eletti, e come cambiano a seconda della forza politica di appartenenza.

 

Dal report di FBLab emergono una serie di trend e dati rilevanti: la categoria più rappresentata, contrariamente ai proclami rivoluzionari della campagna elettorale, è ancora quella dei politici e degli amministratori locali, che conta per il 25% del totale dei neo eletti. Le altre professioni – ripartite in tre aree classificate dal centro studi in ordine decrescente di reddito – sono rappresentate in modo equamente ripartito: i ceti alti (manager, accademici, medici e avvocati) sono in totale al 33%; i liberi professionisti costituiscono un quinto (il 20%) dei nuovi parlamentari; i ceti medio bassi (dipendenti pubblici e privati, studenti e disoccupati), per finire, arrivano al 22% dei nuovi eletti.

M5S porta in parlamento i ceti medio-bassi 

È interessante notare come le diverse provenienze sono rappresentate a livello dei singoli partiti: a discostarsi dal trend generale sono soprattutto i parlamentari del Movimento 5 stelle, in minima parte politici di professione e perlopiù appartenenti al mondo delle libere professioni e, soprattutto, ai ceti medio-bassi, estrazione di quasi il 37% dei suoi eletti.

Lega e Forza Italia privilegiano politici di professione e ceti alti

Viceversa, il centrodestra di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia ha tra gli eletti una selezione molto contenuta delle fasce più povere e iper-rappresenta due altre fasce: le classi medio-alte (con Forza Italia) e gli amministratori di professione (quasi la metà dei parlamentari leghisti).

I dati del Pd sono in linea con la media 

Il Partito democratico, invece, presenta dati in linea con le medie generali, portando a Palazzo Madama e Montecitorio una ripartizione piuttosto equa dei ceti analizzati: un 29,3% dei suoi eletti proviene dai ceti alti, il 25,6% dai ceti-medio bassi, e c’è anche una quota del 28% di amministratori locali e politici di professione.

 

Un articolo di Annalisa Cuzzocrea su Repubblica racconta dei crescenti problemi fra i parlamentari del Movimento 5 Stelle, due dei quali, Alessandro Furnari e Vincenza Labriola, hanno chiesto ufficialmente di passare al gruppo misto.

La scena si ripete da giorni. Sempre uguale. I deputati e i senatori 5 stelle sono attesi in assemblea, magari di giovedì sera, come ieri. E invece, li si vede imboccare veloci l’uscita già nel primo pomeriggio: trolley al seguito, taxi da prendere al volo. Si torna a casa. Non si tratta di “dissidenti”. A prendere il treno ieri sera non sono stati solo Alessandro Furnari e Vincenza Labriola (che hanno formalizzato la loro intenzione di uscire dal gruppo e passare al misto con una lettera inviata alla presidenza della Camera). A disertare le assemblee sono molti di più: non ne capiscono più il senso, le vedono scavalcate da decisioni prese dall’alto, le trovano – per dirla con Adriano Zaccagnini: «Farraginose, lente, elefantiache, burocratiche».

 

(Continua a leggere sul blog di Giacomo Salerno)

Le curiose schiere dei legionari onorari francesi in Italia: quante Legion d’Honneur tra i PD?

 scenarieconomici.it 24 marzo 2018

Incuriositi da qualche notizia di cronaca su recenti conferimenti abbastanza singolari della Legion d’Onore abbiamo fatto una rapida ricerca online. Chi sono i politici italiani insigniti della Legion d’Onore francese? I risultati hanno sorpreso anche noi. Ben 13 politici del PD (e affini) hanno ricevuto la Legion d’Onore francese, contro quasi nessuno degli altri partiti.

Ecco l’elenco dei politici (o affini) recensiti finora. Spicca l’elevata proporzione di politici del PD (o affini) ritenuti meritevoli della prestigiosa onorificenza francese. 

Politico (o affine) Partito Onorificenza francese Anno Motivazione ufficiale
Franco Bassanini PD Ufficiale della Legion d’Onore 2002  “forti legami intrattenuti durante il suo incarico da Ministro con la Francia”
Emma Bonino +Europa Commendatore della Legion d’Onore  2009  “militante europea”
Carlo De Benedetti simp. PD Commendatore della Legion d’Onore  2015  “avvicinamento di Italia e Francia”
Massimo D’Alema DS Grand’Ufficiale della Legion d’Onore 2001 “volontà di costruire un’ Europa comune”
Piero Fassino PD Legion d’Onore 2013 “forte impulso alle relazioni con la Francia”
Dario Franceschini PD Legion d’Onore 2017 “amicizia dimostrata alla Francia”
Sandro Gozi PD Legion d’Onore 2014 “sincero europeista che lotta per l’Europa”
Enrico Letta PD Commendatore della Legion d’Onore 2016 “personalità straniera che vive in Francia”
Giovanna Melandri PD Ufficiale della Legion d’Onore 2003 non note
Roberta Pinotti PD Ufficiale della Legion d’Onore 2017 “impegno per una sempre più stretta collaborazione con la Francia nel campo della Difesa”
Giuliano Pisapia PD Ufficiale della Legion d’Onore 2015 “francofilia”
Romano Prodi  PD Gran Croce della Legion d’Onore 2014 “Europeo convinto, economista brillante e politico al servizio dello Stato”
Beppe Sala PD Legion d’Onore 2016 “riconoscimento per il successo mondiale di Expo”
Walter Veltroni PD Legion d’Onore 2000 “per l’attività svolta a salvaguardia die beni culturali”
Stefania Prestigiacomo FI Ufficiale della Legion d’Onore 2016 non note
Franco Frattini FI Commendatore della legion d’Onore 2015 “impegno italiano, internazionale ed europeo”

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Lasciamo ai lettori ogni altra considerazione.

 

Veneto Banca, battaglia sulla cassa per lo stato di insolvenza

di Denis Barea il gazzrettino.it 24 marzo 2018

Veneto Banca, battaglia sulla cassa per lo stato di insolvenza
TREVISO Dopo le due ore e mezza della prima udienza il procedimento davanti ai giudici fallimentari del Tribunale di Treviso per la dichiarazione dello stato di insolvenza di Veneto Banca si è concluso come atteso con un nulla di fatto. Si è trattato infatti solo del primo passaggio, vissuto sulla sfida a colpi di interpretazioni giurisprudenziali fra la Procura e i legali dell’ultimo consiglio di amministrazione della ex popolare, costituitosi a giudizio insieme ai commissari liquidatori.

Tutto viene rimandato per ora al prossimo 19 aprile, quando si tornerà in aula per valutare una ulteriore memoria del cda della banca sostegno della tesi secondo cui, al momento della messa in liquidazione amministrativa coatta, Veneto Banca era in stato di dissesto ma non insolvente. Protagonisti della sfida giocata sul filo del codice civile e delle leggi bancarie andata in scena nell’aula C al primo piano del Tribunale di Treviso sono il legale del cda Lorenzo Stanghellini, i tre commissari liquidatori Alessandro Leproux, Giuliana Scognamiglio e Fabrizio Viola e il sostituto procuratore Massimo De Bortoli, il magistrato che ha presentato l’istanza per la dichiarazione di insolvenza. È lui a prendere la parola per primo e davanti al giudice istruttore Antonello Fabbro illustra le dieci pagine con cui ha chiesto l’insolvenza, un documento la cui parte fondamentale è rappresentata dalle conclusioni a cui è arrivata la consulenza tecnica chiesta dalla Procura di Roma in relazione al procedimento in corso nella capitale per ostacolo alla vigilanza bancaria. Per De Bortoli il punto fondamentale non è tanto il mancato pagamento della cedola decennale agli obbligazionisti subordinati, la cui sospensione è diventata parte integrante del decreto con cui il governo Renzi ha definito la cessione delle attività di Veneto Banca e Popolare di Vicenza a Intesa San Paolo, quanto l’impossibilità dell’istituto di credito montebellunese di continuare a fare la banca.
Per Stanghellini e per i commissari liquidatori c’era invece uno stato di dissesto ma non l’insolvenza. Confortati da una memoria inviata dalla Banca d’Italia, che fa il punto sulla situazione economica di Veneto Banca alla data della liquidazione amministrativa coatta, viene risposto alla Procura che il saldo fra attività e passività corrispondeva in quel momento a 1 miliardo e 660 milioni di euro. Risorse sufficienti, è stato sottolineato, a pagare tutti i crediti se la banca fosse stata messa in liquidazione secondo le procedure ordinarie. 

È la situazione in cui, a giudizio della Procura di Treviso, si sarebbe ritrovata Veneto Banca nel giugno dell’anno scorso, quando la liquidità precipita a soli 600 milioni. Troppo pochi perché l’ex cassaforte della Marca possa proseguire ad esercitare il credito, tanto che, sottolinea il pubblico ministero, viene decisa la liquidazione coatta. E sull’ammontare del patrimonio netto De Bortoli solleva una obiezione sostanziale: tra le voci di attivo infatti compaiono 14 miliardi di crediti, di cui certamente almeno 4 sono deteriorati. I crediti, anche quelli performanti, sarebbe caratterizzati comunque da quella incertezza che di fatto depotenzia la teorica capacità della banca, al momento della liquidazione coatta, di poter disporre di quanto sarebbe servito a far fronte alle proprie obbligazioni. Di certo alla fine c’è solo che il Tribunale non ha ammesso la costituzione degli ex soci, al contrario di quanto avvenuto per l’istanza presentata al tribunale di vicentino per l’insolvenza della Popolare di Vicenza.

Se 14,17 euro vi sembran tanti

 lettera43.it 23 marzo 2018

26/05/2012 Roma, trasmissione In 1/2 ora in onda su Rai Tre, nella foto Alessandro Profumo

 

 

Ecco quanto vale il reato di cui è accusato Profumo, ad di Leonardo, dal tribunale di Salerno. Sotto la lente i tassi di una singola fideiussione del 2012, quando era presidente di Mps. Così il vertice del maggiore gruppo italiano della difesa rischia di rimanere azzoppato per l’esaltazione di un cavillo.

Ci sarà pure un giudice a Berlino, chiedeva quel mugnaio tedesco in cerca della giustizia perduta. In Italia, invece, abbiamo un giudice di Salerno che, senza offesa, pare la perfetta incarnazione di quel burocratico zelo il cui spirito spesso aleggia tra le aule di giustizia. La vicenda in questione riguarda un potente, non un mugnaio qualunque. Ovvero Alessandro Profumo, ex banchiere e oggi amministratore delegato di Leonardo, quella che un tempo si chiamava, e che ci piacerebbe tanto continuare a farlo, Finmeccanica. Il reato di cui lo si accusa, che rischia di azzoppare il vertice del maggiore gruppo italiano della difesa, vale 14,17 euro. Uno scherzo? Per nulla.

QUELLA FIDEIUSSIONE SOTTO ACCUSA. La vicenda risale al 2012, quando Profumo era presidente del Monte Paschi e la banca avrebbe applicato a una singola fideiussione concessa a un cliente un tasso usurario quantificato dai pm salernitani, appunto, in poco più del costo di due risme di carta per stampare i documenti. Secondo quanto riportato dalle cronache, il tribunale di Salerno ha rinviato a giudizio l’allora presidente di Rocca Salimbeni e il suo predecessore, Giuseppe Mussari, colpevoli secondo l’accusa di aver applicato nei confronti di Pietro Luigi Merola, un imprenditore del Cilento cliente della banca, un tasso di interesse dell’1% oltre il limite ad una fideiussione aperta a garanzia di una impresa familiare. Con ciò spalmando gli interessi eccessivi dal luglio 2010 al dicembre 2012, per una somma complessiva di 5 mila euro di cui, si legge nelle motivazioni del rinvio, 4.985,83 imputabili a Mussari e gli altri 14,17 a Profumo.

Amorale della favola. Questo procedimento a carico di Profumo va a sommarsi agli oltre 1,5 milioni di arretrati che intasano i tribunali italiani

Ora, Profumo non sarà certo un mostro di simpatia, non a caso quando governava con pugno di ferro Unicredit l’avevano soprannominato “arrogance” e lascio immaginare perché. Ma la giustizia non dovrebbe, almeno si spera, guardare all’indole delle persone ma ai loro comportamenti. E con questa storia siamo al paradosso. A parte il fatto che l’accusa a occhio ha sbagliato bersaglio, poiché non tocca al presidente decidere la politica dei tassi di una banca, la cosa surreale è che solo gli ultimi due trimestri dei due anni e mezzo presi in considerazione dai magistrati sono riferibili a Profumo. Il quale quindi avrebbe commesso reato di «usura» per interessi dello 0,024% applicati tra luglio e settembre (pari a 4,68 euro) e dello 0,049% tra ottobre e dicembre (pari a 9,49 euro). Il manager, oltretutto, finisce alla sbarra «per responsabilità oggettiva», come avviene quando gli istituti di credito sbagliano i calcoli o, comunque, vanno oltre i limiti.

L’ESALTAZIONE DEL CAVILLO. Ora, al di là dell’utilità di questa procedura, è evidente che qui siamo all’esaltazione del cavillo. Una domanda su cui la Corte dei conti forse potrebbe dire qualcosa sorge spontanea: è giusto perseguire un reato che vale 14,17 euro, meno di una marca da bollo? Perché, semplice constatazione, se si somma il costo delle notifiche giudiziarie, quello del personale impiegato, delle ore di dibattimento e dell’occupazione delle aule dei tribunali, altro che 14,17 euro. Un importo talmente risibile per il quale montare un processo penale sembra assai sproporzionato.

Amorale della favola. Questo procedimento a carico di Profumo va a sommarsi agli oltre 1,5 milioni di arretrati che intasano i tribunali italiani. Lo stesso primo presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Mammone, nell’ultima inaugurazione dell’anno giudiziario aveva sottolineato quanto sia importante cestinare i ricorsi manifestamente infondati. E anche qualora questo non lo fosse, per un “crimine” da 14 euro non sarebbe meglio prevedere una depenalizzazione e un rimborso diretto? Male che vada, trattasi di spedire un bollettino postale all’indirizzo giusto.
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