Bpvi, sequestrato il vino di Zonin

http://mattinopadova.gelocal.it/ 24 marzo 2018

E ora gli avvocati agiranno sui compensi nei cda dei professionisti sotto inchiesta

MONTEBELLO VICENTINO. La cantina occupa tutto il piano interrato della villa di Montebello, salvo un’area che è dedicata a una sorta di museo della civiltà vignaiola, con gli antichi strumenti di lavoro in esposizione. Ieri alle 19 gli ufficiali giudiziari hanno completato il sequestro dei beni presenti nella proprietà dell’ex presidente Bpvi Gianni Zonin, inventariando le migliaia di bottiglie di vini pregiati custodite nel sotterraneo. Si tratta di un piccolo tesoro liquido, finito anch’esso nell’elenco dei beni sui quali i risparmiatori potranno agire nel caso in cui non scatti il dissequestro del Riesame e ci sia la condanna in via definitiva dell’ex banchiere. Le bottiglie appartengono perlopiù alla produzione di Zonin. La stima dei sequestri eseguiti dagli avvocati dei risparmiatori Michele Vettore e Renato Bertelle è di gran lunga inferiore ai 19 milioni di euro complessivi autorizzati dal giudice vicentino Roberto Venditti. «Era giusto procedere», ha spiegato l’avvocato Bertelle, «tutto contribuirà a dare ristoro ai risparmiatori». E il collega Vettore: «Il valore è limitato rispetto ai sequestri immobiliari con i quali stiamo procedendo». E se i beni aggredibili sono stati ora messi “sotto chiave”, i legali si stanno muovendo anche in altre direzioni. È il caso dell’avvocato Sergio Calvetti che rappresenta oltre 2 mila ex soci: «Siamo sulle tracce di tutti i beni, anche di quelli intestati a fiduciarie o ad amici prestanomi», spiega il legale. Ma non basta: lo studio punta anche a recuperare fondi intervenendo sui compensi ricevuti nei vari Cda da parte dei professionisti che sono finiti sotto inchiesta per il tracollo Bpvi. (s.t.)

David Rossi, parla un escort: “Ai festini magistrati, politici, sacerdoti” | VIDEO

Antonino Monteleone raccoglie una nuova clamorosa testimonianza che getta nuove ombre sulla misteriosa morte del dirigente della banca MPS

Antonino Monteleone torna ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi con nuove, clamorose rivelazioni. La Iena ha raccolto la testimonianza di un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune feste o cene private, cui aveva già fatto riferimento l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, che andrà in onda questa sera nel corso della nostra trasmissione. 

I festini di cui parla l’escort si sarebbero svolti nelle campagne toscane, nei dintorni di Siena e in altre città d’Italia. Lo scopo era quello di “intrattenere degli ospiti di alto profilo che avevano una certa importanza per le persone che organizzavano queste feste”. E avrebbero partecipato personaggi di spicco della società senese, come un importante ex dirigente della Banca Monte dei Paschi, un sacerdote con un incarico di rilievo nella Diocesi, un magistrato, un politico, un giornalista e persino un ex Ministro. Tutte persone che l’escort riconosce da alcune foto che Monteleone gli mostra. L’escort sarebbe arrivato a guadagnare in questi festini fino a “10.000 euro in due o tre giorni di incontri. Secondo lui ci sarebbe anche chi ha registrato quegli incontri, e ci sarebbero quindi in circolazione dei video. 

In numerosi servizi la nostra Iena si è occupata della morte dell’allora capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato da una finestra della sede bancaria il 6 marzo 2013 in circostanze ancora oggi misteriose. L’inchiesta sulla sua morte è stata in un primo tempo archiviata come caso di suicidio dalla Procura di Siena. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de “Le Iene”, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Siena e due presso la Procura di Genova (competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi). Le due indagini della Procura di Genova, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione, sono state aperte in seguito alle dichiarazioni di Pierluigi Piccini, raccolte da Le Iene, in riferimento a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. Dichiarazioni che corrispondono a quelle dell’escort.

 

Distratti al volante e omicidi stradali

Di Marzio Pescia e Silvana Rodriguez, Falò tvsvizzera.it 25 marzo 2018

Quando ci mettiamo alla guida delle nostre auto siamo sempre più distratti. Le conseguenze in termini di sicurezza sono evidenti: la distrazione al volante causa ormai più incidenti degli eccessi di velocità o dell’alcool. Vediamo anche un confronto tra Italia e Svizzera per quanto riguarda le pene.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/falo/video/distratti-al-volante?id=10215641&startTime=2632.992673&station=rete-uno

Eppure in Svizzera un conducente su due continua ad usare il cellulare mentre guida per telefonare, ma ancora peggio per chattare o navigare su Internet. A Falò, settimanale di approfondimento della RSI, le storie di chi ha causato incidenti per colpa del telefonino. E i tentativi delle autorità di arginare il fenomeno. 

Omicidio stradale, le differenze tra Italia e Svizzera

Il 10 novembre scorso un padre di famiglia di 36 anni, mentre viaggia in autostrada al volante di uno scooter viene travolto e ucciso dal conducente di un’auto. Sin dai primi riscontri appare chiaro che l’investitore è completamente ubriaco. Il dramma commuove l’opinione pubblica. Il procuratore pubblico incaricato dell’inchiesta, ancora in corso, formula da subito l’accusa di omicidio intenzionale, estremamente rara nei casi d’incidenti stradali. A Falò un confronto tra la nostra prassi e quella della vicina Italia, dove per punire maggiormente i colpevoli è stata introdotta una legge specifica sugli omicidi stradali.

I presidenti Fico e Alberti Casellati: le promesse, le parole

Sara Dellabella panorama.it 24 marzo 2018

 

Con l’elezione dei vertici di Camera e Senato, la legislatura prende ufficialmente il via. Promettono rigore e cambiamento, nel rispetto dei cittadini

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Ex BPVi e Veneto Banca, Intesa paga 79 mln ai fornitori e riconosce saldi anche ai revisori: 646 mila euro a Pwc e 146 mila a Kpmg

Rassegna Stampa vicenzapiu.it 25 marzo 2018

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Ex popolari, Intesa paga 79 milioni di euro di fatture ai fornitori. Dalle bollette dei rifiuti della Contarina a quelle della luce dell’Enel, dalle spese per le auto di servizio in leasing della Arval a quelle informatiche di Sec Servizi. Fino alle parcelle della lunga fila di studi legali e di consulenza che si sono affiancati alle due banche, da Orrick a Chiomenti, a Boston Consulting. Fino all’agenzia di viaggi, al bar sotto la sede e alla stamperia dietro casa. Ma anche al milione di euro di compensi rimasto da pagare ai due consigli d’amministrazione diBanca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al momento della liquidazione.

Il lungo elenco di fatture rimaste da pagare il 25 giugno, oltre 4o0pagine doppie fitte di tabelle, forma l’allegato 3.7.1, da cui emerge uno degli elementi di maggior rilievo dell’«Atto ripetitivo dell’atto ricognitivo del contratto di cessione», firmato il 17 gennaio 2018. Documento firmato davanti al notaio Carlo Marchetti di Milano, con cui tre dei sei commissari liquidatori di Bpvi e Veneto Banca (Giuliana Scognamiglio, Claudio Ferrario e Fabrizio Viola che vale doppio, essendo presente in entrambe le terne delle due banche) firmano con i rappresentanti di Intesa Sanpaolo, a valle della due diligence che a fine 2017 ne ha precisato definitivamente il perimetro, la consistenza definitiva del cosiddetto «Insieme aggregato», ovvero la parte «buona» delle due banche venete che Intesa aveva preso con il contratto di cessione del 26 giugno 2017, a valle della liquidazione. Ma l’accordo precisa meglio anche i rapporti e i problemi tra le due parti, apertisi o ancora da risolvere rispetto al contratto firmato nei giorni frenetici della liquidazione.

A partire dai «debiti nei confronti di fornitori, consulenti e cessati componenti degli organi sociali». Debiti rilevanti maturati fino al 25 giugno 2017, per un totale di 79,1 milioni di euro, stando ai conti di riepilogo dei quattro blocchi di tabelle che compongono l’allegato 3.7.1, rimasti in capo alle liquidazioni (in fondo, ndr). Ma che le due Lca e Intesa «concordano di includere nell’Insieme aggregato, quali Passività incluse». E in sostanza di accollare ad Intesa, visto che le parti, si legge nel documento, «ritengono che i fornitori e i consulenti specificamente elencati abbiano contribuito ciascuno con l’attività e i servizi effettivamente e utilmente prestati alla continuità e al funzionamento delle due aziende bancarie». Secondo uno schema, da quel che si capisce, già presente al momento della liquidazione, probabilmente per rendere meno traumatica la fine delle due ex popolari venete, che i commissari si sono trovati ad ereditare, e che è stato riconfermato a gennaio.

Un lungo elenco che si apre con i debiti per i compensi rimasti da pagare per i due consigli di amministrazione e collegi sindacali, 561 mila euro nel caso di Popolare di Vicenza e 453 mila in quello di Veneto Banca. Si va dai 118 mila euro del presidente di Bpvi Gianni Mion ai 48 mila dell’Ad Fabrizio Viola, dai 59 mila euro della presidente del collegio sindacale Rosalba Casiraghi ai 28 mila euro da consigliere dell’ex rettore di Ca’ Foscari ed attuale direttore scientifico di Fondazione Nordest, Carlo Carraro. A Montebelluna si va dai 53 mila euro di arretrati del vicepresidente Maurizio Lauri ai 73 mila del presidente del collegio sindacale, Marcello Condemi, fino ai 160 mila euro dei cedolini amministratori, ovvero della parte rimasta da pagare dei consiglieri il cui compenso non arrivava dietro la presentazione di fatture.

Il saldo ha allineato i compensi ricevuti dai vari componenti di cda e collegi sindacali. «Erano i compensi del mese di maggio e della prima parte di giugno rimasti da pagare, e tra l’altro ancora non pagati del tutto – spiega l’ex vicepresidente Lauri -. Tutti siamo stati messi nella stessa posizione, tra chi veniva pagato con un cedolino mensile e chi invece quando presentava fattura. E che non aveva chiesto i soldi, concentrati com’eravamo a cercare di portar a casa la ricapitalizzazione precauzionale. Ma mi creda, lì nessuno l’ha fatto per i soldi».

Al fianco degli amministratori sta poi il lungo elenco di fornitori. L’aspetto più immediato e rilevante riguarda gli studi legali e di consulenza che hanno affiancato le due banche negli ultimi mesi, soprattutto nel periodo di studio della fusione tra Bpvi e Veneto Banca, che avrebbe dovuto rappresentare la via di salvataggio delle due venete e che è invece naufragato a giugno, con il no di Bce e Unione europea. Così, secondo i primi conteggi approssimativi, tra le fatture da saldare ci sono arretrati per 1,4 milioni di euro allo studio Chiomenti, per 708 mila euro allo studio Orrick, consulente che aveva affiancato fin dall’inizio della vicenda delle venete Quaestio Capital, gestore del fondo Atlante (che tra l’altro ha fatture per undicimila euro tra quelle riconosciute). E ancora, 731 mila euro sono riconosciuti a Boston Consulting, che aveva studiato il piano di fusione Bpvi-Veneto Banca, 727 mila euro a Deloitte e 550 mila a Ernest & Young. Tra le societa di revisione, 646 mila euro sono riconosciuti a Pwc e 146 mila a Kpmg.

di Federico Nicoletti, da Il Corriere del Veneto

METODO URBANO – OGNI GIORNO CAIRO SI SVEGLIA E TAGLIA 300 MILA EURO IN RCS – IL PATRON DEL TORINO HA ELIMINATO “COSTI SUPERFLUI” PER 117 MILIONI NEL SOLO 2017: IL 90% DAL COMPARTO SERVIZI E IL 10% TRA IL PERSONALE – IN VISTA SFORBICIATE PER ALTRI 28 MILIONI – LA “CAIRO COMMUNICATION” NON HA MAI CHIUSO IN PERDITA ANCHE NEGLI ANNI DELLA CRISI E SFORNA UNA MEDIA DI UTILI DI 20 MILIONI L’ANNO

dagospia.com 25 marzo 2018

Fabio Pavesi per “la Verità”

 

urbano cairo ceccherini tim cookURBANO CAIRO CECCHERINI TIM COOK

Ci deve essere del genio sicuramente in quell’ uomo, ma soprattutto ci deve essere molta tenacia e meticolosità. Il metodo è fondamentale. Lui è Urbano Cairo l’ imprenditore, patron del Torino (di fatto l’ unico editore puro in Italia) che in poco tempo ha fatto rinascere Rcs dalle ceneri. In neanche 20 mesi, da quando conquistò l’ editrice del Corriere della Sera, nella piena estate del 2016, Urbano Cairo è riuscito nel miracolo di resuscitare dalle ceneri il primo gruppo editoriale italiano, reduce da perdite per oltre un miliardo negli ultimi anni.

 

Pensavano in molti allora che per uno, certo molto capace ma che veniva dall’ editoria periodica di stampo nazional popolare, l’ impresa della conquista del colosso Rcs fosse un azzardo. Di fatto c’ era il rischio che l’ impegno finanziario messo nella partita dell’ esangue Rizzoli-Rcs potesse travolgere lui è la sua Cairo communication.

lapo elkann andrea monti urbano cairoLAPO ELKANN ANDREA MONTI URBANO CAIRO

 

Ha smentito molti. Lo dicono le cifre sfornate nel primo anno intero della sua gestione, il 2017 appena chiuso. Pur con ricavi in calo (come accade per tutta l’ editoria italiana ormai dal lontano 2010) di 72 milioni tra il 2016 e il 2017 è riuscito, e qui si misura la sua tenacia e abilità gestionale, a restituire la redditività perduta del gruppo Rcs. Il margine industriale, salito da 90 milioni a 138 milioni, valeva a fine 2017 il 15,4% dei ricavi, una profittabilità che ben pochi oggi vantano nel settore.

 

urbano cairo lilli gruberURBANO CAIRO LILLI GRUBER

Già a fine del 2016 quando da neanche cinque mesi Cairo era salito sulla tolda di comando la redditività industriale era sì salita, ma si fermava a meno del 10% del fatturato. Ma la velocità con cui Cairo ha messo mani ai conti del gruppo è impressionante.

 

A giugno del 2016 un mese prima della conquista, il margine operativo lordo del gruppo Rcs era a quota 34 milioni su 504 milioni di ricavi non andando oltre il 7%. Un anno e mezzo è bastato all’ imprenditore alessandrino cresciuto in gioventù a pane e pubblicità alla scuola di Silvio Berlusconi, per raddoppiare di fatto la profittabilità industriale. Il segreto non è poi così oscuro e miracoloso.

 

urbano cairoURBANO CAIRO

Bastava affondare le mani, mani di forbice vien da dire, nelle colossali inefficienze gestionali del primo editore italiano cui i vecchi, plurimi e litigiosi azionisti di peso evidentemente non badavano. Nel primo anno pieno del suo controllo Cairo ha tagliato tra costi operativi e costo del lavoro la bellezza di 117,5 milioni.

 

Il ritmo metodico è di meno di 10 milioni al mese. Se volete fanno 300.000 euro al giorno, sabato e domenica compresi, di risparmi. Più del 90% della sforbiciata hanno riguardato le spese generali e i servizi, il personale ha contribuito per soli 10 milioni.

 

URBANO CAIROURBANO CAIRO

Oggi, o meglio a fine 2017 il complesso di tutti i costi valeva 749 milioni su 896 milioni di ricavi. Nel giugno del 2016, un mese prima dell’ arrembaggio riuscito alla corazzata nello scontro a colpi di Opa con Andrea Bonomi e la cordata di Mediobanca e vecchi soci, quei costi si mangiavano oltre il 92% dell’ intero fatturato. E che dire del 2015 quando su un miliardo di ricavi i costi toccavano i 998 milioni? Ora l’ equilibrio tra costi e ricavi è raggiunto e l’ utile netto è salito a 71 milioni dai soli 3,5 milioni del 2016. Un cambio di pelle radicale.

 

Non solo. Cairo ha portato i debiti con le banche a 287 milioni dai 487 milioni che gravavano su Rcs fino a tutto il 2015. Ora quei debiti, per i quali le banche, Intesa in testa, hanno seriamente temuto, sono del tutto sotto controllo. Valgono solo due volte il margine lordo e poco più di una volta e mezzo il capitale.

 

INTERVISTA A MASSIMO GILETTI SUL CORRIERE CON FOTO CON URBANO CAIROINTERVISTA A MASSIMO GILETTI SUL CORRIERE CON FOTO CON URBANO CAIRO

Tra l’ altro l’imprenditore alessandrino ha promesso di ridurre ulteriormente il debito finanziario per fine anno a 200 milioni. E di tagliare entro la fine del 2018 altri 28 milioni di euro, con la stessa proporzione tra costi operativa e costi del lavoro, ovvero nove a uno. Già oggi Rcs non è più in tensione finanziaria come è stata per anni e la crescita così sostenuta dei margini non lascia dubbio alcuno sulla rimborsabilità futura del debito.

Risanata e di nuovo fortemente redditizia.

 

Il margine operativo lordo a oltre il 15% del fatturato oggi se lo sognano tutti i concorrenti. Il gruppo l’ Espresso (oggi Gedi dopo a fusione di Repubblica con la La Stampa e il Secolo XIX), da sempre quello con la più alta profittabilità, arriva a malapena a un margine lordo sui ricavi all’ 8% quasi la metà del risultato sfornato in poco più di un anno e mezzo dalla nuova Rcs a marchio Cairo. La cura sui costi senza deprimere l’ efficienza aziendale è la specialità, riconosciuta da tutti, in cui Cairo è maestro.

urbano cairo torinoURBANO CAIRO TORINO

 

Tutte le sue attività producono profitti e flussi di cassa. La Cairo Communication non ha mai chiuso in perdita anche negli anni della crisi e sforna una media di utili di 20 milioni l’ anno. In cassa ci sono tuttora 125 milioni di liquidità, praticamente intonsa dalla quotazione nel lontano Duemila. La7 che perdeva 100 milioni quando l’ acquisì nel 2013, pur con qualche tribolazione in più, farà il primo utile quest’ anno.

 

urbano cairoURBANO CAIRO

Che ci sappia fare a giostrare tra costi e ricavi è indubbio. Ma anche lui sa che se i ricavi nella grande editoria non smettono di flettere, allora raschiato il barile dei costi da tagliare ci sarà da arrendersi. Ma lui nasce e viene dalla pubblicità e non a caso anziché ridurre formati e pagine, come fan tutti, lui rilancia e allarga. Nuovi dorsi, più carta, più contenitori. Sarà da lì che un domani Cairo si aspetta di fermare l’ emorragia dei fatturati dell’ industria editoriale. Un’ altra scommessa. Vincerà anche questa?

TAJANI, IL BUROCRATE NEMICO DEGLI ITALIANI.

 SCENARIECONOMICI.IT 25 MARZO 2018

A Bruxelles deve esserci una sorta di malvagio virus per cui quando un personaggio politico, spesso mediocre, si siede su scranni europeizzanti, si scorda del suo Paese, dei suoi cittadini, del suo bene, e diventa pure un un persecutore nel nome del “Bene Supremo” de LEUROPA.

Ora non che ci potesse aspettare qualcosa di diverso da Antonio Tajani, emigrato a presidente della Parlamento Europeo perchè troppo scarso per fare il politico in Italia. Però in quest’intervista rivela un lato antitaliano esplicito.

 

 

Tajani: “Ho aperto una procedura d’infrazione per l’Italia che costerà un sacco di soldi ai cittadini”.https://scenarieconomici.it/tajani-il-burocrate-nemico-degli-italiani/ 

 

Il tema è quello dei tempi di pagamento, mostruosamente lunghi , della Pubblica Amministrazione …” Inaccettabile che per l’incuria di burocrati e politici paghino i cittadini” a causa delle sanzioni europee, ma intanto pagano, e vedo che l’Onorevole Tajani ne è molto soddisfatto. Ricordiamo che era il candidato di Berlusconi alla presidenza del Consiglio.

Potremmo dire che gli italiani AVREBBERO VOLUTO CAMBIARE I POLITICI GIÀ DA TEMPO, e che proprio la necessità di “Stabilità”, voluta da LEUROPA, ci ha fatto pagare all’ultimo minuto. Vorremmo anche dire che questi ritardi sono dovuto ai VINCOLI DI BILANCIO VOLUTI DA LEUROPA, proprio quella che Tajani vuol veder intervenire, per cui da un lato rendono difficile il pagamento, dall’altro ti puniscono per i ritardi, ma tutto questo TAJANI NON LO DICE, per lui devono essere puniti gli italiani, che il loro dovere, quando chiamati, lo hanno fatto, cambiando governo.

Comunque urgono due  misure :

a) che BORGHI si svegli e faccia di tutto per far approvare i MINIBOT in modo da poter pagare gli imprenditori fornitori dello Stato. E sarebbe meglio che M5s capisse rapidamente che non ci sono altre vie;

b) che venisse fissata una legge per cui le sanzioni in caso di violazioni delle direttive sono applicate solo se le direttive non sono contrarie all’interesse nazionale, e se applicate devono ricadere esclusivamente sugli organi politici eletti, anche decaduti o a Bruxelles, e sulle alte burocrazie, perché il popolo, se chiamato, il proprio dovere lo fa. 

Poi sarebbe ancor più necessario che l’onorevole ANTONIO TAJANI si ricordasse, per sbaglio, di essere italiano, pur non essendo Presidente del Consiglio, e risiedendo a Bruxelles.

JACQUES SAPIR CELEBRA IL GENDARME EROE, E CONDANNA MACRON E LA GUERRA DA UN ANTISLAMISMO INESISTENTE

 SCENARIECONOMICI.IT 25 MARZO 2018

 

 

Cari amici,

come sempre Jacques Sapir mette il dito nella piaga dell’ipocrisia del governo Macron, prono verso i poteri forti. L’economista francese inizia con un giusto omaggio al tenente colonnello Arnaud Beltrame , che si è volontariamente sostituito ad un ostaggio del terrorista assassino a Trebes, finendo ucciso a sangue  freddo.

 “Il y a, dans ce geste d’humanité de la part du lieutenant-colonel Beltrame, chef exemplaire qui avait préparé ses hommes à ce type de prise d’otages, quelque chose qui dépasse notre simple condition humaine et qui impose le respect. Cet homme a marché à la mort les yeux ouverts pour que d’autres vivent.”

C’è qualcosa, nel gesto d’umanità da parte del tenente colonnello Beltrame, capo esemplare che aveva prrparato suoi uomini a queste crisi con ostaggi, qualcosa che va oltre la nostra semplice condizione umana e che impone rispetto. Quest’Uomo ha marciato verso la morte con gli occhi aperti, affinchè altri potessero vivere” 

Non credo che si possano usare parole migliori per omaggiare l’eroico gendarme, ma Sapir non si ferma qui e coglie, dopo gli attentati del Bataclan, di Nizza, di Charlie Hebdo, il senso di abbandono dei francesi da parte del governo verso una finanza sempre più aggressiva e verso un islamismo aggressivo. La politica economica e sociale di Macron non fa nulla contro l’islamismo, ma , al contrario, si dà molto da fare verso una minaccia “Antislamica” che, in realtà non esiste, se non nella propria propaganda, e che si converte, tout court, in una compiacenza anche verso i suoi rami più radicali, quelli che letteralmente puntano verso il genocidio.

Perchè l’antislamismo è un mito che non esiste, ma che viene combattuto  da Macron come mostrano i dati presentati da Sapir:

2016 et 2017

  2016 2017
Azioni contro i musulmani 67 72
Minacce contro i musulmani 118 59
Totale 185 131
Azioni contro gli ebrei 77 97
Minacce contro gli ebrei 258 214
Totale 335 311
Altre azioni 84 85
Altre micacce 524 433

Cifre fornite dal Service Central du Renseignement Territorial (SCRT).

Gli atti antislamici sono pochi, in calo e probabilmente con un rapporto di fra le otto e le dieci volte inferiori a quelli che avvengono nei confronti degli altri attori, e , diciamolo, spesso da parte dei musulmani. Eppure il governo Macron si rifiuta di prendere le necessarie azioni nei confronti degli estremisti, quali:

  1. Chiusura delle moschee dove si predica l’odio con espulsione degli Imam, dove questi siano stranieri, o loro interdizione se francesi;
  2. Interdizione  di propaganda alle alle organizzazioni  che predicano contro i diritti costituzionali, soprattutto quelli riguardanti l’uguaglianza fra  uomo e donna;
  3. Interdizione della propaganda delle organizzazioni che predicano contro i diritti costituzionali, sia che avvenga per video, scritto o per segni espliciti.

Dall’originale: https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-trebes-et-lattentat-de-trop-par-jacques-sapir/


BPVi, Il Sole 24 Ore: i Pm e l’insolvenza tardiva. Si appesantirebbero i reati per Gianni Zonin & c. e i tempi di prescrizione si allungherebbero

VICENZAPIU.IT 24 MARZO 2018

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Fa discutere la decisione dei pm vicentini Gianni Pipeschi Luigi Salvadori che nei giorni scorsi hanno chiesto al Tribunale berico di dichiarare l’insolvenza della Banca Popolare di Vicenza, in liquidazione coatta amministrativa dal 25 giugno 2017. Un’iniziativa forte, che ha spiazzato molti osservatori, a cominciare dai legali che su più fronti stanno seguendo la vicenda. Si dava unanimemente per scontato, infatti, che gli inquirenti avessero abbandonato definitivamente l’ipotesi di perseguire Gianni Zonin e soci per reati fallimentari.

Se avessero avuto l’intenzione di farlo – si diceva a Vicenza – lo avrebbero fatto molto tempo fa. Evidentemente ci si sbagliava. Ora se il Giudice Stefano Limitone dovesse accogliere la richiesta dei pm, il quadro giudiziario complessivo muterebbe drasticamente. La liquidazione coatta è una procedura concorsuale che ha natura amministrativa e non ha conseguenze sul piano penale. Infatti, sino a questo momento, i protagonisti del dissesto, a cominciare da Gianni Zonin, a lungo presidente della Banca, sono indagati per ostacolo alla vigilanza, aggiotaggio e falso in prospetto.

Già il primo di luglio del 2017, due settimane dopo che la Bce previa consultazione con il Cru (Comitato unico di risoluzione) aveva accertato che la Bpvi era «prossima al dissesto», su queste stesse colonne sollevavamo il problema. Scriveva Plus24: «La liquidazione coatta amministrativa cui sono sottoposte entrambe le banche venete non è stata preceduta da una dichiarazione di insolvenza: questo potrebbe precludere la possibilità di procedere per bancarotta».

Oggi, a distanza di quasi un anno e mezzo, se l’insolvenza dovesse essere dichiarata, gli indagati potrebbero finire a processo anche per bancarotta fraudolenta con riflessi non soltanto sulle pene irrogabili (la bancarotta è punita sino a dieci anni di reclusione), ma anche sui tempi di prescrizione e financo sulle conseguenze civilistiche della vicenda. Secondo i pm è emerso che la banca anche prima del giugno 2017 stesse vivendo una situazione patrimoniale pesantemente compromessa. E nel ricostruire le tappe della vicenda si risale al settembre del 2015: anno nel quale dopo le perquisizioni della Guardia di Finanza, si era registrato un significativo deflusso dei depositi (1,5 miliardi). Ma gli inquirenti riavvolgono il film del dissesto addirittura al novembre del 2014 (subito dopo l’istituzione del Meccanismo unico di vigilanza della Bce) e citano il documento di “valutazione in dissesto o a rischio dissesto” della Bce del 23 giugno 2017 laddove si sottolineava come la BpVi abbia «dimostrato la sua incapacità strutturale di rispettare costantemente i requisiti patrimoniali (…) dimostrando l’inadeguatezza del suo modello per garantire la redditività a medio e lungo termine». Ora i civilisti si interrogano sui possibili scenari probabilistici. Nel frattempo cominciano a moltiplicarsi le iniziative legali dirette a congelare il patrimonio della famiglia Zonin: martedì due ufficiali giudiziari si sono presentati nella villa di famiglia a Montebello esibendo un decreto di sequestro conservativo sui beni mobili. Iniziativa di due diverse associazioni di risparmiatori (una ne rappresenta 245 e una 41). Primo sequestro per 15,5 milioni di euro, 3 milioni e 800 mila euro il secondo.

di Stefano Elli, da Il Sole 24 Ore

MA I POLITICI E GLI INTELLETTUALI “ILLUMINATI”, CHE TIFAVANO PER SARKOZY E PER LA GUERRA IN LIBIA, OGGI NON PARLANO PIU’? – PRIMO FRA TUTTI, GIORGIO NAPOLITANO E POI LE “PENNE ALL’ARRABBIATA” EUGENIO SCALFARI E VITTORIO ZUCCONI – GLI UNICI APERTAMENTE CONTRARI ALL’INTERVENTO? BERLUSCONI E PAPA RATZINGER…

DAGOSPIA.COM 25 MARZO 2018

Antonio Socci per “Libero quotidiano”

 

SCALFARI NAPOLITANOSCALFARI NAPOLITANO

Ma i giornali e gli intellettuali “illuminati”, a proposito della sciagurata guerra alla Libia, oggi non hanno nulla da dichiarare? Dilaga l’ amnesia? Hanno perso tutti la favella? A riportarci a quei giorni sono state – in queste ore – le sventure giudiziarie di Nicolas Sarkozy, l’ ex presidente francese accusato dai magistrati di presunti finanziamenti occulti dalla Libia di Gheddafi per le presidenziali del 2007. Lui nega tutto, ma è stato messo “sotto controllo giudiziario”. La vicenda potrebbe gettare una nuova luce sulla guerra alla Libia del 2011 che portò all’ uccisione di Gheddafi, dal momento che proprio Sarkozy fu tra i suoi principali promotori.

SCALFARI E NAPOLITANO ALLA FESTA DEL 2 GIUGNOSCALFARI E NAPOLITANO ALLA FESTA DEL 2 GIUGNO

 

Oggi possiamo dire che in quell’ assurda avventura degli “esportatori della democrazia” – come era prevedibile – furono esportati solo distruzioni, caos e morte e furono fatti importare all’ Italia valanghe di immigrati. È noto il protagonismo dell’ allora presidente Napolitano in quel frangente. L’ ex capo dello Stato, in un’ intervista dell’ estate scorsa, riconobbe la contrarietà di Silvio Berlusconi – allora premier – a quella guerra.

Moftah Missouri con Sarkozy e GheddafiMOFTAH MISSOURI CON SARKOZY E GHEDDAFI

 

Era contrario sia per il trattato d’ amicizia che aveva firmato con Gheddafi (che aveva messo fine all’ emigrazione irregolare) sia per la difesa degli interessi nazionali (la posizione privilegiata che l’ Eni aveva in Libia). Tuttavia Berlusconi poi si arrese alla pressione internazionale. Per capire il ruolo di Napolitano basta rileggere il titolo della Stampa del 19 marzo 2011: «Libia, Napolitano: Non possiamo restare indifferenti alla repressione». Sottotitolo: «Il ruolo decisivo del Colle per superare i dubbi del premier».

 

Vittorio ZucconiVITTORIO ZUCCONI

Era appena arrivato il nulla osta dell’ Onu all’intervento armato (incredibile guerra dichiarata a uno Stato sovrano). Con Sarkozy e Cameron in assetto di guerra c’ era il premio Nobel per la pace Obama (il Segretario di Stato Usa era Hillary Clinton). Berlusconi, titubante, alla fine segue la determinazione di Napolitano il quale tuona che «Gheddafi sta sfidando il mondo». Il Capo dello Stato, che era anche capo delle forze armate, invitava alle «decisioni difficili» con abbondanza di retorica («non lasciamo calpestare il Risorgimento arabo»).

 

«Senza le parole del Presidente», scriveva Ugo Magri sulla Stampa «Bersani forse non avrebbe offerto con altrettanta prontezza quel vasto ombrello parlamentare che il governo nemmeno s’è premurato di chiedere in prestito». E l’ Italia pacifista che solo pochi anni prima aveva riempito le strade di bandiere arcobaleno? Svanita. E i grandi giornali? E gli intellettuali illuminati?

Moftah Missouri con Sarkozy e GheddafiMOFTAH MISSOURI CON SARKOZY E GHEDDAFI

 

Due esempi. Il Corriere della sera del 20 marzo 2011 aveva un editoriale in prima pagina di Massimo Nava intitolato: «Una scelta inevitabile». Vi si leggeva: «Per la nostra immagine, come ha promesso il presidente Napolitano, speriamo che il Paese si prepari a fare la propria parte». Poi elogiava il «merito del presidente francese Sarkozy, il quale non si è curato di accuse di impulsività e protagonismo elettorale e ha superato inerzie europee e riserve americane». Sarkozy ovviamente sbandierava alti ideali umanitari. E il Corriere glieli accreditava: «I popoli arabi – ha promesso Sarkozy – devono essere padroni del proprio destino. Coloro che temono il dopo Gheddafi forse sottovalutano le insidie della sua permanenza al potere».

 

gheddafi sarkozy xGHEDDAFI SARKOZY X

Lo stesso giorno Repubblica aveva l’editoriale di Eugenio Scalfari che tuonava già nel titolo: «Rombano i motori dell’armata dell’occidente». Questa la sua conclusione: «L’Italia ha una missione da adempiere e una grande occasione da cogliere. Noi ci auguriamo che ne sia all’ altezza. Le esortazioni di Giorgio Napolitano ci siano, anche in questo, di insegnamento e di stimolo. In questi mesi la figura del nostro Presidente ha acquistato uno spessore etico e politico che ne fa il punto di riferimento di tutto il Paese».

 

A lato un commento di Vittorio Zucconi avvertiva i pacifisti che – se intendevano scendere nelle piazze – stavolta non dovevano inveire solo contro gli americani, ma anche contro i propri governi «assumendosi la responsabilità di confondersi con Muhammar Gheddafi».

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Come se opporsi alle bombe fosse complicità con Gheddafi. D’ altronde nessuno scese in piazza. Solo Benedetto XVI lanciò struggenti appelli per la pace.

 

Su queste colonne io firmai due editoriali contro la folle guerra, riportando le parole drammatiche del vescovo di Tripoli, monsignor Martinelli, sulle devastazioni e le troppe vittime dei bombardamenti. Mi chiesi, in quegli articoli, dove erano finiti tutti i giornalisti progressisti: «Nessuno fa una piega. Nessuno s’ indigna. Nessun programma tv, nessun editoriale».

 

Anzi, in un programma c’ era stato pure chi aveva elogiato la Francia dei bombardieri che in questo modo testimoniava i valori della rivoluzione francese, mentre l’ Italia non faceva nulla. È una vicenda da ricordare ogni volta che ci verrà ripetuto – da giornali, intellettuali e politici progressisti – che l’ Italia è provinciale e sovranista, mentre dovrebbe accodarsi alle altre nazioni europee e occidentali.

 

JOHN BOLTON NEL NSC: “GLI UOMINI DI OBAMA É MEGLIO CHE INIZINO A IMPACCHETTARE LA LORO M..A”

 SCENARIECONOMICI.IT 25 MARZO 2018

Cari amici,

cambio nel Consiglio di Sicurezza Nazionale USA, quello che coordina la politica e lo strumento militare negli USA. Se ne va il generale McMaster e viene sostituito da John Bolton.

John Bolton, il baffuto, non è sicuramente un moderato. Recentemente in un intervento sul WSJ ha affermato che un intervento militare preventivo in Corea del Nord sarebbe sia legale sia desiderabile.

Non è un mistero che John Bolton voglia dare una bella scossa al NSC, ed i primi ad andarsene saranno i residui di Obama ed i sostenitori di McMaster. Quest’ultimo pare aver rinunciato a resistere nella posizione quando Trump ha deciso di congratularsi con Putin, andando contro alcune linee guida fissate da tempo. Un’altra figura che probabilmente se ne andrà sarà Nadia Schadlow, vice capo del NSC e colei che ha redatto delle linee guida estremamente moderate ed in linea con le linee tradizionali del governo.  Al contrario potrebbero tornar protagonisti i Flynnstones, cioè le figure vicine al precedente consigliere presidenziale Michael Flynn, che aveva posizioni molto vicine a quelle di Bolton.

Insomma si torna alle “Origini” di Trump, anche se la politica distensiva di Bolton dovrà affrontare due grossi problemi:

  • le ricadute del caso Skripal, con gli USA che dovranno prendere una posizione filo inglese ed antirussa;
  • dovrà lavorare con il capo della Staff John Kelly, che ha una visione molto più tradizionale della politica estera USA.

Vedremo cosa potrà accadere…

 

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Data atto costituzione 22 Dicembre 2017 – Data iscrizione 27 Dicembre 2017 – Sede Legale Milano Via Fatebenefratelli 10.

Presidente Consiglio di Amministrazione Corbella Silvia

Socio unico Algebris NPL Partnership II – Domicilio Rue De La Poste 20 LUSEMBURGO

oSTUDI LEGALI: ALLEN & OVERY CON ALGEBRIS IN ACQUISIZIONE NPL DA BANCO BPM

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Roma, 26 giu – Allen & Overy ha assistito Algebris (UK) Limited e il fondo Algebris NPL Fund II nell’acquisizione da Banco BPM, tramite un veicolo di cartolarizzazione italiano, di un portafoglio di crediti in sofferenza assistiti da ipoteche su immobili ad uso alberghiero, residenziale e commerciale, avente un gross book value di circa 693 milioni di euro. L’operazione ha visto il coinvolgimento, per conto di Algebris Investments, della legal counsel interna Silvia Corbella e, per Allen & Overy, di un team guidato dal counsel Pietro Bellone. Lo Studio, informa una nota, aveva inoltre prestato assistenza ad Algebris Investments nel dicembre 2016 in relazione alla costituzione del fondo di investimento Algebris NPL Fund in Lussemburgo e alla strutturazione della piattaforma di cartolarizzazione per l’acquisto di crediti deteriorati in Italia.

Com-Fmg

(RADIOCOR) 26-06-17 12:45:57 (0298)AVV 5 NNNNDAL 2004 IL MERCATO LEGALE

venerdì 5 gennaio 2018

 

Ecco come il fondo Algebris di Davide Serra sta provando a battere York su Porta Vittoria

26 giu 2017

Crediti in sofferenza

Allen & Overy con Algebris per l’acquisizione degli Npl di Project Raimbow

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L’operazione ha visto il coinvolgimento, per conto di Algebris Investments, della legal counsel interna Silvia Corbella

Allen & Overy ha assistito Algebris Limited e il fondo Algebris Npl Fund II nell’acquisizione da Banco Bpm, tramite un veicolo di cartolarizzazione italiano, di un portafoglio di crediti in sofferenza assistiti da ipoteche su immobili ad uso alberghiero, residenziale e commerciale, avente un gross book value di circa 693 milioni di euro. Algebris si è aggiudicata il portafoglio di crediti all’esito di un processo competitivo denominato Project Rainbow, cui hanno partecipato circa 30 investitori internazionali.

L’operazione ha visto il coinvolgimento, per conto di Algebris Investments, della legal counsel interna Silvia Corbella e, per Allen & Overy, di un team guidato dal counsel Pietro Bellone (in foto).

Lo studio aveva inoltre prestato assistenza ad Algebris Investments nel dicembre 2016 in relazione alla costituzione del fondo di investimento Algebris Npl Fund in Lussemburgo e alla strutturazione della piattaforma di cartolarizzazione per l’acquisto di crediti deteriorati in Italia.

del titolare o rappresentante comune LUSSEMBURGO RUE DE LA POSTE 20

ALCUNE NOTIZIE GIORNALISTICHE SUL SOCIO UNICO:

Banco Bpm, ad Algebris 693 mln di npl del portafoglio Project Rainbow

Si tratta di un pacchetto di crediti in sofferenza assistiti da garanzie reali secured. La vendita attorno al 40% del nominale. A partire dal 2016 la banca ha ceduto 2,5 miliardi di sofferenze

di Claudia Cervini (MF-DowJones)

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Il cda di Banco Bpm  ha deliberato di la vendita pro-soluto di un portafoglio di crediti in sofferenza assistiti da garanzie reali secured (portafoglio Project Rainbow) per un ammontare nominale complessivo pari a 693 milioni lordi di euro al 31 marzo 2017. La cessione sarà perfezionata entro il 30 giugno 2017, previa sottoscrizione di un contratto con un veicolo di Algebris. L’operazione porterà a circa 2,5 miliardi (2,7 miliardi tenuto conto della pipeline di cessioni single name prossime alla conclusione) il totale delle cessioni di sofferenze realizzate a partire dal 2016, a valere sul programma di de-risking incluso nel piano strategico 2016-19 che prevede la cessione di 8 miliardi di npl entro il 2019. L’operazione è quasi un unicum nel panorama italiano degli npl per la composizione del portafoglio (interamente assistito da garanzie ipotecarie) e per la dimensione dello stesso; inoltre la valutazione intorno al 40% attribuita ai crediti ceduti è ampiamente superiore rispetto a quanto previsto nel piano strategico. Il portafoglio in cessione, composto da posizioni con sottostanti immobili ad uso commerciale, turistico alberghiero e residenziale, presenta una distribuzione equilibrata in termini di valutazione dei singoli asset. Banco Bpm  si è avvalsa dell’assistenza di Banca Akros e di Kpmg Corporate Finance in qualità di advisor finanziari e dello Studio Chiomenti in qualità di advisor legale.

«Siamo orgogliosi di avere concluso con successo questo processo competitivo, gestito da Banco Bpm  con professionalità e rigore. Investire in Npl in Italia permette alle banche di fare pulizia nei propri bilanci, condizione necessaria affinché possano riprendere l’attività a cui sono deputate, ovvero concedere prestiti all’economia reale», ha dichiarato Davide Serra, patron di Algebris.

L’Algebris Npl Fund II, lanciato dal gruppo Algebris lo scorso dicembre, è focalizzato su investimenti in non-perfoming loan in Italia: il veicolo si propone di raccogliere 1,25 miliardi entro la fine dell’anno e si avvale dell’esperienza di Serra, coadiuvato dal team npl coordinato da Massimo Massimilla. Il team ha a disposizione una squadra di professionisti qualificati con forti competenze nei settori finanziario e immobiliare che supportano Algebris nel processo di analisi, acquisizione e valorizzazione dei portafogli di crediti in sofferenza.

Banco Bpm cede ad Algebris Npl Progetto Rainbow

La società di investimenti di Davide Serra ha vinto la concorrenza di Bain, Cerberus e Blackstone per rilevare sofferenze per un valore di circa 700 milioni di euro

Rosario Murgida

Finanza Report

martedì 13 giugno 2017 18:48

Banco Bpm porta avanti il “Project Rainbow” scegliendo l’acquirente per il relativo portafoglio di Npl per un valore di circa 700 milioni di euro.

L’operazione, entrata nel vivo a fine aprile con la selezione di quattro investitori finanziari, ha visto la società Algebris vincere la concorrenza di circa 30 investitori internazionali, tra cui colossi del calibro di Blackstone, Cerberus e Bain Capital.

Banco Bpm avrebbe incassato circa 263 milioni di euro dalla cessione del portafoglio di Npl ad Algebris. Il valore nominale del portafoglio ammontava a 693 milioni di euro e dunque la vendita è stata fatta al 37-38% del valore facciale dei crediti. L’incasso, ha spiegato Banco Bpm in una nota, è stato superiore a quanto previsto dal piano industriale.

Nello specifico è stato Algebris NPL Fund II, lanciato dal gruppo Algebris lo scorso primo dicembre 2016 per investire in non-perfoming loans in Italia, ad aggiudicarsi da Banco Bpm un portafoglio di crediti in sofferenza interamente assistito da garanzie reali con un valore di libro di circa 693 milioni di euro lordi al 31 marzo scorso.

Il portafoglio è rappresentato da crediti in sofferenza con garanzie ipotecarie su immobili ad uso alberghiero, residenziale e commerciale. L’operazione verrà perfezionata, tramite un veicolo di cartolarizzazione italiano, entro il 30 giugno 2017, previa sottoscrizione di un contratto di cessione.

Algebris si conferma così uno degli investitori più attivi nel mercato degli Npl, avendo concluso dal 2014 70 operazioni con 36 banche.

“Siamo orgogliosi di avere concluso con successo questo processo competitivo, gestito da Banco BPM con professionalità e rigore”, ha dichiarato Davide Serra, Ceo di Algebris. “Investire in NPL in Italia permette alle banche di fare pulizia nei propri bilanci, condizione necessaria affinché possano riprendere l’attività a cui sono deputate, ovvero concedere prestiti all’economia reale”.

Per Banco Bpm l’operazione porta a circa 2,5 miliardi (2,7 miliardi tenuto conto della pipeline di cessioni “single name” prossime alla conclusione) il totale delle cessioni di sofferenze realizzate a partire dal 2016, a valere sul programma di de-risking incluso nel Piano Strategico 2016-19 che prevede la dismissione di 8 miliardi di NPL.

Così le banche italiane hanno spedito centinaia di milioni in Lussemburgo

DI VITTORIO MALAGUTTI E GLORIA RIVA 30 GIUGNO 2016

http://espresso.repubblica.it/

Grazie a un broker con decine di clienti cifre importanti sono transitate nelle filiali di Intesa e Ubi. La procura di Milano indaga, e poi archivia. Ma la Cassazione può riaprire il caso. E qui riveliamo i nomi coinvolti

Così le banche italiane hanno spedito centinaia di milioni in Lussemburgo

Questa è una storia di straordinario malaffare. Centinaia di milioni di euro decollati dall’Italia per rimbalzare fino in Lussemburgo, via Svizzera, Montecarlo e i paradisi offshore dei Caraibi. I documenti che “l’Espresso” ha potuto consultare raccontano una trama con un cast davvero assortito. Un ruolo decisivo viene svolto da grandi banche come Intesa e Ubi. E tra i protagonisti della storia troviamo imprenditori, manager e professionisti. Nomi già noti alle cronache come il gruppo guidato da Giuseppe Pasini, l’immobiliarista milanese coinvolto e poi assolto sei mesi fa in primo grado nel processo per le tangenti del cosiddetto “sistema Sesto” di Filippo Penati, pezzo grosso del Pd lombardo anche lui prosciolto. E poi Marco Marenco, imprenditore arrestato un anno fa per un crac da 3,5 miliardi e titolare, tra l’altro, della Borsalino, il famoso marchio dei cappelli. Nella lista troviamo anche l’azienda meccanica friulana Brovedani con il patron Benito Zollia, le acciaierie Valbruna della famiglia Amenduni, la Laworwash un tempo quotata in Borsa.

La grande centrifuga del denaro nero ha girato a pieno regime per almeno una dozzina di anni. Fino a quando, nel 2012, una lite tra gli eredi del gruppo piemontese Giacomini ha portato alla luce gli ingranaggi del sistema. La procura di Verbania e poi quella di Milano hanno raccolto e analizzato migliaia di documenti che disegnano i contorni di quella che appare come una gigantesca frode fiscale. Si è scoperto che grandi marchi del credito nazionale come Intesa e Ubi hanno fatto soldi a palate aprendo le porte delle loro filiali in Lussemburgo ai clienti italiani in fuga dalle tasse. C’è di più. I file raccolti dagli investigatori rivelano che all’occorrenza Intesa inviava propri dirigenti ad amministrare le società lussemburghesi da cui transitavano i flussi di denaro sospetti.

LEGGI LA LISTA DELLE PERSONE COINVOLTE 

Nelle carte della procura di Milano compare anche il nome del banchiere Giuseppe Castagna, da poco promosso amministratore delegato del nuovo grande gruppo che nascerà dalla fusione tra Popolare Milano e Banco Popolare. All’epoca dei fatti, cioè tra il 2003 e il 2009, Castagna era un manager di punta della divisione Corporate and investment banking (Cib) di Intesa nonché consigliere di amministrazione della Société Européenne de banque (Seb), filiale lussemburghese del gruppo bancario all’epoca guidato da Corrado Passera.

Nell’estate del 2012 i riflettori della cronaca hanno illuminato solo la vicenda dei Giacomini, che nell’arco di una ventina di anni avevano nascosto all’estero oltre 200 milioni di euro. “L’Espresso”, sulla base di documenti giudiziari e carte riservate, è però in grado di rivelare che molti altri imprenditori e professionisti hanno utilizzato sistemi simili per trasferire denaro all’estero. Tutti i nomi della lista, a cominciare dai Giacomini, avevano un unico broker di riferimento, uno spallone d’alto bordo in grado di garantire ai suoi clienti un servizio rapido, discreto ed efficiente.

L’uomo del Lussemburgo si chiama Alessandro Jelmoni, 49 anni, un veneto di San Donà di Piave che ha imparato in banca i segreti del mestiere per poi mettersi in proprio come consulente. Era lui, Jelmoni, il capo di quella che i pm di Milano, Giordano Baggio e Andrea Civardi, descrivono come un’organizzazione criminale creata allo scopo di favorire l’evasione fiscale.

La giostra del denaro nero ruotava attorno a una società lussemburghese, la Titris, organizzata come una scatola con molti cassetti, ciascuno dei quali era intestato a un cliente, oppure serviva per uno specifico affare. Un report di un centinaio di pagine agli atti dell’inchiesta segnala 38 comparti in totale. Secondo questo rapporto, affidato dalla Procura di Milano al consulente tecnico Roberto Pireddu, gran parte dei movimenti di denaro transitavano su conti bancari di Ubi international.

Diverse operazioni risalgono molto indietro negli anni, fino al 2004 e a volte la documentazione recuperata dagli investigatori è incompleta, probabilmente distrutta o messa al sicuro prima dell’inizio delle indagini. In alcuni casi diventa quindi difficile associare una persona a un singolo affare sospetto. C’è un comparto (numero 21) denominato Borsalino, che fa riferimento al già citato Marco Marenco. Un altro, il numero 15, è intestato all’immobiliarista milanese Michele Carasi. Alla famiglia Di Leo, proprietaria della Astor immobiliare di Atella (Potenza) era stata messa disposizione la piattaforma 28, su cui sono transitati 8 milioni di euro. All’azienda Brovedani, guidata da Benito Zollia, comparto numero 29, è invece associata un’operazione del valore di 21,4 milioni. Il “cassetto” 25 della grande scatola Titris risulta assegnato a Paolo Monteverdi, uomo d’affari finito sui giornali qualche anno fa come il titolare del residence in via Olgettina a Milano dove Silvio Berlusconi ospitava le sue amiche, da allora in poi meglio conosciute come “Olgettine”.

Giunti ai numeri 36 e 37, gli investigatori sono inciampati in un rebus difficile da risolvere. Si legge infatti nella relazione tecnica agli atti dell’indagine che quei comparti erano intestati al commercialista Lorenzo Barbone insieme a un non meglio identificato Maurizio Lupi. Nome e cognome corrispondono a quelli del parlamentare del Nuovo Centrodestra, nonché ex ministro del governo di Matteo Renzi. Nelle carte però non compare nessun altro elemento utile a individuare la persona: niente data di nascita, residenza, professione. Solo quel nome e cognome. Va però segnalato che Barbone è socio di studio del tributarista Raffaello Lupi ed entrambi hanno assistito Jelmoni per alcuni affari all’estero.

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L’intestazione dei comparti 36 e 37 potrebbe essere quindi il frutto di un errore materiale: un Lupi al posto di un altro. Maurizio invece di Raffaello. L’ipotetico errore è stato ripetuto più volte, almeno quattro, in diverse pagine dello stesso faldone di atti, dove non compare mai Raffaello Lupi, ma sempre e soltanto Maurizio. Il nome dell’ex ministro ha ovviamente incuriosito i magistrati che hanno chiesto spiegazioni a Jelmoni. Interrogato dal pm Civardi il 12 settembre 2012, il broker risponde che «Lorenzo Barbone è in rapporti stretti di lavoro con il professore Raffaello Lupi. Sicché per me è un errore l’indicazione di Maurizio».

Caso risolto? Non proprio, perché Jelmoni era in ottimi rapporti con gli ambienti milanesi di Comunione e Liberazione, gli stessi da cui proviene il politico Lupi. Quei rapporti si erano a suo tempo trasformati in una relazione d’affari. La società di gestione di fondi di proprietà di Jelmoni, la RMJ sgr, compariva infatti tra i finanziatori di “Tempi”, periodico di riferimento di Cl. In quello stesso interrogatorio del settembre di quattro anni fa, il finanziere ha liquidato la questione come una semplice coincidenza. «Replico che non conosco nemmeno il parlamentare (cioè Lupi, ndr)», ha tagliato corto il patron di Titris, aggiungendo però che forse in passato l’aveva «conosciuto in una occasione» con Simone (Antonio Simone, ciellino, a processo con Roberto Formigoni per le tangenti sulla clinica Maugeri, ndr) senza che però siano «stati presentati». La vicenda, a quanto pare, si è chiusa qui. Dagli atti dell’inchiesta non risulta che i pm abbiano svolto ulteriori approfondimenti.

Sta di fatto che i comparti 36 e 37 sono serviti a gestire alcuni affari immobiliari in Germania, a Berlino, conclusi attraverso la società tedesca Capital Investment spv 2. Quest’ultima è solo una delle tante operazioni descritte nella relazione del consulente della procura. Semplificando al massimo, il canovaccio seguito da Jelmoni era il seguente. I soldi in arrivo dal cliente in Italia venivano triangolati dal Lussemburgo verso sigle offshore nei Caraibi per poi affluire su conti bancari, anche questi all’estero, riferibili ai presunti evasori fiscali. Anche lo studio panamense Mossack Fonseca aveva dato una mano: alcune delle società schermo risultano costituite con l’assistenza dei legali diventati famosi nel mondo per via dello scandalo dei Panama Papers.

Il processo contro Jelmoni e i suoi principali collaboratori (Nerina Cucchiaro, Mario Iacopini e altri) è iniziato ai primi di giugno, quattro anni dopo l’arresto del broker. Procedimenti separati, anche in altre città italiane, sono invece stati avviati contro gli imprenditori e i professionisti accusati di aver dribblato il Fisco nostrano. È il caso dei fratelli Giacomini (Andrea, Corrado ed Elena) che però potranno essere giudicati per frode fiscale solo per i fatti successivi al 2011. Tutte le altre accuse, che riguardano giochi di sponda finanziari per decine di milioni di euro, sono già state azzerate dalla prescrizione.

E le banche? Nel 2012 i pm Baggio e Civardi hanno iscritto nel registro degli indagati anche Intesa e la sua controllata in Lussemburgo, la Seb, insieme all’amministratore delegato di quest’ultima, Marco Bus, e al già citato Castagna. In sostanza, i manager erano sospettati di riciclaggio per aver gestito il denaro frutto dell’evasione fiscale dei Giacomini. Gli istituti di credito erano invece chiamati a rispondere in base alla legge sulla responsabilità amministrativa degli enti.

A ottobre dell’anno scorso, però, i due pubblici ministeri hanno chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone d’inchiesta che riguarda Intesa, un provvedimento deciso dal giudice per le indagini preliminari (Gip), Cristina Di Censo. La partita non è ancora chiusa. L’avvocato Mario Zanchetti, il legale di parte civile che assiste l’azienda Giacomini spa, ha fatto ricorso in Cassazione contro l’archiviazione. Motivo: il decreto del Gip, datato 19 ottobre 2015, non ha tenuto conto dell’opposizione formulata da Zanchetti a tutela delle ragioni del gruppo Giacomini.

Secondo l’accusa infatti, l’azienda novarese, che ha un migliaio di dipendenti e filiali in tutto il mondo, sarebbe stata depredata dai suoi proprietari che hanno nascosto all’estero un vero tesoro. Il ricorso della parte civile riguarda il solo Bus. Il 12 luglio la Cassazione deciderà quindi se rimandare al Gip gli atti che riguardano l’ex amministratore delegato di Seb, che ha lasciato il suo incarico in Lussemburgo ma lavora ancora nel gruppo Intesa come manager di Imi. In teoria è quindi possibile che l’archiviazione venga annullata. Di conseguenza ripartirebbero le indagini sul banchiere che quindi rischia di andare a processo.

Numerose testimonianze, decine di documenti societari e anche un rapporto riservato redatto dagli ispettori interni della banca, confermano che Intesa aveva rapporti strettissimi con i Giacomini. Nei file agli atti dell’inchiesta giudiziaria vengono ricostruiti versamenti e prelievi per milioni di euro, anche in contanti, senza che i funzionari abbiano mai segnalato queste operazioni sospette all’antiriciclaggio di Bankitalia. In una nota della direzione internal audit di Intesa, si legge che tra il 2002 e il 2005 dai conti della Giacomini spa in Italia sono usciti 22 milioni verso la società lussemburghese The Net. Nei sei anni successivi, fino al 2011, sono volati in Lussemburgo 33 milioni, questa volta a favore di un’altra società del Granducato, la J&Be. La famiglia piemontese aveva collaudato un sistema per portare all’estero milioni di euro all’anno mascherandoli come pagamenti di fatture per prestazioni inesistenti. Ed erano Jelmoni e i suoi collaboratori a gestire il flusso di denaro attraverso le lussemburghesi The Net e J&Be. Quest’ultima aveva un conto corrente a Ubi bank international, filiale nel Granducato della bergamasca Ubi banca.

Lo stesso Bus, interrogato a più riprese dei magistrati, ha parlato dei fondi offshore gestiti da Seb per conto dei Giacomini. Nei verbali viene tra l’altro citata una società delle British Virgin Island, la Henderson services group, costituita, dichiara Bus ai pm, «su incarico di Seb» per conto di Alberto Giacomini (deceduto l’anno scorso). E il Fisco? «In pratica non ci era richiesto di verificare che le somme che gestivamo fossero effettivamente dichiarate», ha precisato il manager alla domanda dei pm milanesi. Nel 2009, secondo Bus, «la sensibilità su questo tema si sarebbe modificata». Risultato: solo allora alla Seb di Lussemburgo sarebbero cessati i rapporti con le società situate nei paradisi offshore.

Per il gruppo bancario italiano, però, il colpo grosso porta la data del 2006. Nei primi mesi di quell’anno, infatti, la famiglia Giacomini decide di riportare sui conti di Intesa nel Granducato oltre 100 milioni di euro che cinque anni prima aveva ritirato e accreditato presso altri istituti. L’operazione viene gestita da Bus insieme a Jelmoni. Il patron di Titris era una vecchia conoscenza nei corridoi della Seb. Per anni infatti, fin dal 1993, il broker poi finito agli arresti, aveva lavorato per conto di Cariplo International in Lussemburgo, poi diventata Intesa e infine Société Européenne de banque.

Nel 2001 Jelmoni si mette in proprio, ma continua a fare da consulente per i Giacomini che in quell’anno avevano deciso di azzerare i loro depositi alla Seb. Nel 2006 gli industriali piemontesi fanno marcia indietro e circa 116 milioni tornano sui conti della filiale lussemburghese di Intesa. I soldi arrivano dall’isola di Man, un altro paradiso fiscale, dove erano nella disponibilità del “Giacomini trust”. Jelmoni recita più parti in commedia. È consulente della famiglia e allo stesso tempo è il protector del trust all’isola di Man, cioè il garante della correttezza della gestione del patrimonio. In pratica il broker di San Donà di Piave doveva controllare se stesso.

Per Intesa quei soldi di un cliente come i Giacomini significano milioni di euro di profitti sotto forma di commissioni. Per questo i vertici di Seb decidono di premiare Jelmoni. La banca sigla un contratto di consulenza con Rmj, la piccola società di gestione del broker. È lo stesso Bus, interrogato dai pm, ad ammettere che quello fu il prezzo da pagare «per recuperare il cliente». A due anni di distanza, quei 116 milioni, a cui se ne sono aggiunti nel frattempo un’altra quarantina, vengono utilizzati come garanzia per un prestito di 129 milioni erogato da Seb ad Alberto Giacomini e ai suoi tre figli Andrea, Corrado ed Elena. I soldi del finanziamento servivano per liquidare altri due rami della famiglia e invece di smontare il trust si decise di indebitarsi con la banca. Di lì a poco, però, Andrea comincia a litigare con Corrado ed Elena. L’azienda diventa un ring dove i parenti si parlano a suon di carte bollate.

La fine è nota. Nel 2011, arriva la Guardia di Finanza e poi i pm. Tutti a processo, salvo la banca e i banchieri. Secondo i pm Baggio e Civardi, non sarebbe infatti possibile sostenere in giudizio l’ipotesi d’accusa di riciclaggio perché non «si può ritenere raggiunta la prova» che quei 116 milioni confluiti nel Giacomini trust e accreditati a Seb siano di «provenienza delittuosa». In altri termini, non è detto che i soldi volati via da Intesa Lussemburgo nel 2001, denaro frutto di evasione fiscale, siano gli stessi che i Giacomini hanno poi collocato nel trust dell’isola di Man con il conto (dal 2006) alla Seb.

Quindi, secondo i pm, Bus poteva non sapere che i soldi che gestiva, intestati a un trust offshore, erano provviste in nero. Eppure, lo stesso Bus in uno dei suoi interrogatori ammette la “sostanziale identità” tra le somme uscite nel 2001 e rientrate cinque anni dopo. Niente da fare. Per Baggio e Civardi il processo al manager d’Intesa non s’ha da fare.

Aggiornamento del 18 luglio 2016, ore 17,43Banca d’affari e di evasione