Bpvi, sequestrato il vino di Zonin

http://mattinopadova.gelocal.it/ 24 marzo 2018

E ora gli avvocati agiranno sui compensi nei cda dei professionisti sotto inchiesta

MONTEBELLO VICENTINO. La cantina occupa tutto il piano interrato della villa di Montebello, salvo un’area che è dedicata a una sorta di museo della civiltà vignaiola, con gli antichi strumenti di lavoro in esposizione. Ieri alle 19 gli ufficiali giudiziari hanno completato il sequestro dei beni presenti nella proprietà dell’ex presidente Bpvi Gianni Zonin, inventariando le migliaia di bottiglie di vini pregiati custodite nel sotterraneo. Si tratta di un piccolo tesoro liquido, finito anch’esso nell’elenco dei beni sui quali i risparmiatori potranno agire nel caso in cui non scatti il dissequestro del Riesame e ci sia la condanna in via definitiva dell’ex banchiere. Le bottiglie appartengono perlopiù alla produzione di Zonin. La stima dei sequestri eseguiti dagli avvocati dei risparmiatori Michele Vettore e Renato Bertelle è di gran lunga inferiore ai 19 milioni di euro complessivi autorizzati dal giudice vicentino Roberto Venditti. «Era giusto procedere», ha spiegato l’avvocato Bertelle, «tutto contribuirà a dare ristoro ai risparmiatori». E il collega Vettore: «Il valore è limitato rispetto ai sequestri immobiliari con i quali stiamo procedendo». E se i beni aggredibili sono stati ora messi “sotto chiave”, i legali si stanno muovendo anche in altre direzioni. È il caso dell’avvocato Sergio Calvetti che rappresenta oltre 2 mila ex soci: «Siamo sulle tracce di tutti i beni, anche di quelli intestati a fiduciarie o ad amici prestanomi», spiega il legale. Ma non basta: lo studio punta anche a recuperare fondi intervenendo sui compensi ricevuti nei vari Cda da parte dei professionisti che sono finiti sotto inchiesta per il tracollo Bpvi. (s.t.)

David Rossi, parla un escort: “Ai festini magistrati, politici, sacerdoti” | VIDEO

Antonino Monteleone raccoglie una nuova clamorosa testimonianza che getta nuove ombre sulla misteriosa morte del dirigente della banca MPS

Antonino Monteleone torna ad occuparsi della vicenda della morte di David Rossi con nuove, clamorose rivelazioni. La Iena ha raccolto la testimonianza di un uomo che afferma di aver partecipato come escort ad alcune feste o cene private, cui aveva già fatto riferimento l’ex sindaco di Siena Pierluigi Piccini, che andrà in onda questa sera nel corso della nostra trasmissione. 

I festini di cui parla l’escort si sarebbero svolti nelle campagne toscane, nei dintorni di Siena e in altre città d’Italia. Lo scopo era quello di “intrattenere degli ospiti di alto profilo che avevano una certa importanza per le persone che organizzavano queste feste”. E avrebbero partecipato personaggi di spicco della società senese, come un importante ex dirigente della Banca Monte dei Paschi, un sacerdote con un incarico di rilievo nella Diocesi, un magistrato, un politico, un giornalista e persino un ex Ministro. Tutte persone che l’escort riconosce da alcune foto che Monteleone gli mostra. L’escort sarebbe arrivato a guadagnare in questi festini fino a “10.000 euro in due o tre giorni di incontri. Secondo lui ci sarebbe anche chi ha registrato quegli incontri, e ci sarebbero quindi in circolazione dei video. 

In numerosi servizi la nostra Iena si è occupata della morte dell’allora capo della comunicazione del Monte dei Paschi di Siena, precipitato da una finestra della sede bancaria il 6 marzo 2013 in circostanze ancora oggi misteriose. L’inchiesta sulla sua morte è stata in un primo tempo archiviata come caso di suicidio dalla Procura di Siena. Dopo la messa in onda dei precedenti servizi de “Le Iene”, sono state aperte quattro nuove indagini: due presso la Procura di Siena e due presso la Procura di Genova (competente a indagare per fatti che riguardano i magistrati senesi). Le due indagini della Procura di Genova, una per abuso d’ufficio e una per diffamazione, sono state aperte in seguito alle dichiarazioni di Pierluigi Piccini, raccolte da Le Iene, in riferimento a presunti festini che si sarebbero svolti “in una villa fra Siena e Arezzo”. Dichiarazioni che corrispondono a quelle dell’escort.

 

Distratti al volante e omicidi stradali

Di Marzio Pescia e Silvana Rodriguez, Falò tvsvizzera.it 25 marzo 2018

Quando ci mettiamo alla guida delle nostre auto siamo sempre più distratti. Le conseguenze in termini di sicurezza sono evidenti: la distrazione al volante causa ormai più incidenti degli eccessi di velocità o dell’alcool. Vediamo anche un confronto tra Italia e Svizzera per quanto riguarda le pene.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/falo/video/distratti-al-volante?id=10215641&startTime=2632.992673&station=rete-uno

Eppure in Svizzera un conducente su due continua ad usare il cellulare mentre guida per telefonare, ma ancora peggio per chattare o navigare su Internet. A Falò, settimanale di approfondimento della RSI, le storie di chi ha causato incidenti per colpa del telefonino. E i tentativi delle autorità di arginare il fenomeno. 

Omicidio stradale, le differenze tra Italia e Svizzera

Il 10 novembre scorso un padre di famiglia di 36 anni, mentre viaggia in autostrada al volante di uno scooter viene travolto e ucciso dal conducente di un’auto. Sin dai primi riscontri appare chiaro che l’investitore è completamente ubriaco. Il dramma commuove l’opinione pubblica. Il procuratore pubblico incaricato dell’inchiesta, ancora in corso, formula da subito l’accusa di omicidio intenzionale, estremamente rara nei casi d’incidenti stradali. A Falò un confronto tra la nostra prassi e quella della vicina Italia, dove per punire maggiormente i colpevoli è stata introdotta una legge specifica sugli omicidi stradali.

I presidenti Fico e Alberti Casellati: le promesse, le parole

Sara Dellabella panorama.it 24 marzo 2018

 

Con l’elezione dei vertici di Camera e Senato, la legislatura prende ufficialmente il via. Promettono rigore e cambiamento, nel rispetto dei cittadini

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Ex BPVi e Veneto Banca, Intesa paga 79 mln ai fornitori e riconosce saldi anche ai revisori: 646 mila euro a Pwc e 146 mila a Kpmg

Rassegna Stampa vicenzapiu.it 25 marzo 2018

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Ex popolari, Intesa paga 79 milioni di euro di fatture ai fornitori. Dalle bollette dei rifiuti della Contarina a quelle della luce dell’Enel, dalle spese per le auto di servizio in leasing della Arval a quelle informatiche di Sec Servizi. Fino alle parcelle della lunga fila di studi legali e di consulenza che si sono affiancati alle due banche, da Orrick a Chiomenti, a Boston Consulting. Fino all’agenzia di viaggi, al bar sotto la sede e alla stamperia dietro casa. Ma anche al milione di euro di compensi rimasto da pagare ai due consigli d’amministrazione diBanca Popolare di Vicenza e Veneto Banca al momento della liquidazione.

Il lungo elenco di fatture rimaste da pagare il 25 giugno, oltre 4o0pagine doppie fitte di tabelle, forma l’allegato 3.7.1, da cui emerge uno degli elementi di maggior rilievo dell’«Atto ripetitivo dell’atto ricognitivo del contratto di cessione», firmato il 17 gennaio 2018. Documento firmato davanti al notaio Carlo Marchetti di Milano, con cui tre dei sei commissari liquidatori di Bpvi e Veneto Banca (Giuliana Scognamiglio, Claudio Ferrario e Fabrizio Viola che vale doppio, essendo presente in entrambe le terne delle due banche) firmano con i rappresentanti di Intesa Sanpaolo, a valle della due diligence che a fine 2017 ne ha precisato definitivamente il perimetro, la consistenza definitiva del cosiddetto «Insieme aggregato», ovvero la parte «buona» delle due banche venete che Intesa aveva preso con il contratto di cessione del 26 giugno 2017, a valle della liquidazione. Ma l’accordo precisa meglio anche i rapporti e i problemi tra le due parti, apertisi o ancora da risolvere rispetto al contratto firmato nei giorni frenetici della liquidazione.

A partire dai «debiti nei confronti di fornitori, consulenti e cessati componenti degli organi sociali». Debiti rilevanti maturati fino al 25 giugno 2017, per un totale di 79,1 milioni di euro, stando ai conti di riepilogo dei quattro blocchi di tabelle che compongono l’allegato 3.7.1, rimasti in capo alle liquidazioni (in fondo, ndr). Ma che le due Lca e Intesa «concordano di includere nell’Insieme aggregato, quali Passività incluse». E in sostanza di accollare ad Intesa, visto che le parti, si legge nel documento, «ritengono che i fornitori e i consulenti specificamente elencati abbiano contribuito ciascuno con l’attività e i servizi effettivamente e utilmente prestati alla continuità e al funzionamento delle due aziende bancarie». Secondo uno schema, da quel che si capisce, già presente al momento della liquidazione, probabilmente per rendere meno traumatica la fine delle due ex popolari venete, che i commissari si sono trovati ad ereditare, e che è stato riconfermato a gennaio.

Un lungo elenco che si apre con i debiti per i compensi rimasti da pagare per i due consigli di amministrazione e collegi sindacali, 561 mila euro nel caso di Popolare di Vicenza e 453 mila in quello di Veneto Banca. Si va dai 118 mila euro del presidente di Bpvi Gianni Mion ai 48 mila dell’Ad Fabrizio Viola, dai 59 mila euro della presidente del collegio sindacale Rosalba Casiraghi ai 28 mila euro da consigliere dell’ex rettore di Ca’ Foscari ed attuale direttore scientifico di Fondazione Nordest, Carlo Carraro. A Montebelluna si va dai 53 mila euro di arretrati del vicepresidente Maurizio Lauri ai 73 mila del presidente del collegio sindacale, Marcello Condemi, fino ai 160 mila euro dei cedolini amministratori, ovvero della parte rimasta da pagare dei consiglieri il cui compenso non arrivava dietro la presentazione di fatture.

Il saldo ha allineato i compensi ricevuti dai vari componenti di cda e collegi sindacali. «Erano i compensi del mese di maggio e della prima parte di giugno rimasti da pagare, e tra l’altro ancora non pagati del tutto – spiega l’ex vicepresidente Lauri -. Tutti siamo stati messi nella stessa posizione, tra chi veniva pagato con un cedolino mensile e chi invece quando presentava fattura. E che non aveva chiesto i soldi, concentrati com’eravamo a cercare di portar a casa la ricapitalizzazione precauzionale. Ma mi creda, lì nessuno l’ha fatto per i soldi».

Al fianco degli amministratori sta poi il lungo elenco di fornitori. L’aspetto più immediato e rilevante riguarda gli studi legali e di consulenza che hanno affiancato le due banche negli ultimi mesi, soprattutto nel periodo di studio della fusione tra Bpvi e Veneto Banca, che avrebbe dovuto rappresentare la via di salvataggio delle due venete e che è invece naufragato a giugno, con il no di Bce e Unione europea. Così, secondo i primi conteggi approssimativi, tra le fatture da saldare ci sono arretrati per 1,4 milioni di euro allo studio Chiomenti, per 708 mila euro allo studio Orrick, consulente che aveva affiancato fin dall’inizio della vicenda delle venete Quaestio Capital, gestore del fondo Atlante (che tra l’altro ha fatture per undicimila euro tra quelle riconosciute). E ancora, 731 mila euro sono riconosciuti a Boston Consulting, che aveva studiato il piano di fusione Bpvi-Veneto Banca, 727 mila euro a Deloitte e 550 mila a Ernest & Young. Tra le societa di revisione, 646 mila euro sono riconosciuti a Pwc e 146 mila a Kpmg.

di Federico Nicoletti, da Il Corriere del Veneto

METODO URBANO – OGNI GIORNO CAIRO SI SVEGLIA E TAGLIA 300 MILA EURO IN RCS – IL PATRON DEL TORINO HA ELIMINATO “COSTI SUPERFLUI” PER 117 MILIONI NEL SOLO 2017: IL 90% DAL COMPARTO SERVIZI E IL 10% TRA IL PERSONALE – IN VISTA SFORBICIATE PER ALTRI 28 MILIONI – LA “CAIRO COMMUNICATION” NON HA MAI CHIUSO IN PERDITA ANCHE NEGLI ANNI DELLA CRISI E SFORNA UNA MEDIA DI UTILI DI 20 MILIONI L’ANNO

dagospia.com 25 marzo 2018

Fabio Pavesi per “la Verità”

 

urbano cairo ceccherini tim cookURBANO CAIRO CECCHERINI TIM COOK

Ci deve essere del genio sicuramente in quell’ uomo, ma soprattutto ci deve essere molta tenacia e meticolosità. Il metodo è fondamentale. Lui è Urbano Cairo l’ imprenditore, patron del Torino (di fatto l’ unico editore puro in Italia) che in poco tempo ha fatto rinascere Rcs dalle ceneri. In neanche 20 mesi, da quando conquistò l’ editrice del Corriere della Sera, nella piena estate del 2016, Urbano Cairo è riuscito nel miracolo di resuscitare dalle ceneri il primo gruppo editoriale italiano, reduce da perdite per oltre un miliardo negli ultimi anni.

 

Pensavano in molti allora che per uno, certo molto capace ma che veniva dall’ editoria periodica di stampo nazional popolare, l’ impresa della conquista del colosso Rcs fosse un azzardo. Di fatto c’ era il rischio che l’ impegno finanziario messo nella partita dell’ esangue Rizzoli-Rcs potesse travolgere lui è la sua Cairo communication.

lapo elkann andrea monti urbano cairoLAPO ELKANN ANDREA MONTI URBANO CAIRO

 

Ha smentito molti. Lo dicono le cifre sfornate nel primo anno intero della sua gestione, il 2017 appena chiuso. Pur con ricavi in calo (come accade per tutta l’ editoria italiana ormai dal lontano 2010) di 72 milioni tra il 2016 e il 2017 è riuscito, e qui si misura la sua tenacia e abilità gestionale, a restituire la redditività perduta del gruppo Rcs. Il margine industriale, salito da 90 milioni a 138 milioni, valeva a fine 2017 il 15,4% dei ricavi, una profittabilità che ben pochi oggi vantano nel settore.

 

urbano cairo lilli gruberURBANO CAIRO LILLI GRUBER

Già a fine del 2016 quando da neanche cinque mesi Cairo era salito sulla tolda di comando la redditività industriale era sì salita, ma si fermava a meno del 10% del fatturato. Ma la velocità con cui Cairo ha messo mani ai conti del gruppo è impressionante.

 

A giugno del 2016 un mese prima della conquista, il margine operativo lordo del gruppo Rcs era a quota 34 milioni su 504 milioni di ricavi non andando oltre il 7%. Un anno e mezzo è bastato all’ imprenditore alessandrino cresciuto in gioventù a pane e pubblicità alla scuola di Silvio Berlusconi, per raddoppiare di fatto la profittabilità industriale. Il segreto non è poi così oscuro e miracoloso.

 

urbano cairoURBANO CAIRO

Bastava affondare le mani, mani di forbice vien da dire, nelle colossali inefficienze gestionali del primo editore italiano cui i vecchi, plurimi e litigiosi azionisti di peso evidentemente non badavano. Nel primo anno pieno del suo controllo Cairo ha tagliato tra costi operativi e costo del lavoro la bellezza di 117,5 milioni.

 

Il ritmo metodico è di meno di 10 milioni al mese. Se volete fanno 300.000 euro al giorno, sabato e domenica compresi, di risparmi. Più del 90% della sforbiciata hanno riguardato le spese generali e i servizi, il personale ha contribuito per soli 10 milioni.

 

URBANO CAIROURBANO CAIRO

Oggi, o meglio a fine 2017 il complesso di tutti i costi valeva 749 milioni su 896 milioni di ricavi. Nel giugno del 2016, un mese prima dell’ arrembaggio riuscito alla corazzata nello scontro a colpi di Opa con Andrea Bonomi e la cordata di Mediobanca e vecchi soci, quei costi si mangiavano oltre il 92% dell’ intero fatturato. E che dire del 2015 quando su un miliardo di ricavi i costi toccavano i 998 milioni? Ora l’ equilibrio tra costi e ricavi è raggiunto e l’ utile netto è salito a 71 milioni dai soli 3,5 milioni del 2016. Un cambio di pelle radicale.

 

Non solo. Cairo ha portato i debiti con le banche a 287 milioni dai 487 milioni che gravavano su Rcs fino a tutto il 2015. Ora quei debiti, per i quali le banche, Intesa in testa, hanno seriamente temuto, sono del tutto sotto controllo. Valgono solo due volte il margine lordo e poco più di una volta e mezzo il capitale.

 

INTERVISTA A MASSIMO GILETTI SUL CORRIERE CON FOTO CON URBANO CAIROINTERVISTA A MASSIMO GILETTI SUL CORRIERE CON FOTO CON URBANO CAIRO

Tra l’ altro l’imprenditore alessandrino ha promesso di ridurre ulteriormente il debito finanziario per fine anno a 200 milioni. E di tagliare entro la fine del 2018 altri 28 milioni di euro, con la stessa proporzione tra costi operativa e costi del lavoro, ovvero nove a uno. Già oggi Rcs non è più in tensione finanziaria come è stata per anni e la crescita così sostenuta dei margini non lascia dubbio alcuno sulla rimborsabilità futura del debito.

Risanata e di nuovo fortemente redditizia.

 

Il margine operativo lordo a oltre il 15% del fatturato oggi se lo sognano tutti i concorrenti. Il gruppo l’ Espresso (oggi Gedi dopo a fusione di Repubblica con la La Stampa e il Secolo XIX), da sempre quello con la più alta profittabilità, arriva a malapena a un margine lordo sui ricavi all’ 8% quasi la metà del risultato sfornato in poco più di un anno e mezzo dalla nuova Rcs a marchio Cairo. La cura sui costi senza deprimere l’ efficienza aziendale è la specialità, riconosciuta da tutti, in cui Cairo è maestro.

urbano cairo torinoURBANO CAIRO TORINO

 

Tutte le sue attività producono profitti e flussi di cassa. La Cairo Communication non ha mai chiuso in perdita anche negli anni della crisi e sforna una media di utili di 20 milioni l’ anno. In cassa ci sono tuttora 125 milioni di liquidità, praticamente intonsa dalla quotazione nel lontano Duemila. La7 che perdeva 100 milioni quando l’ acquisì nel 2013, pur con qualche tribolazione in più, farà il primo utile quest’ anno.

 

urbano cairoURBANO CAIRO

Che ci sappia fare a giostrare tra costi e ricavi è indubbio. Ma anche lui sa che se i ricavi nella grande editoria non smettono di flettere, allora raschiato il barile dei costi da tagliare ci sarà da arrendersi. Ma lui nasce e viene dalla pubblicità e non a caso anziché ridurre formati e pagine, come fan tutti, lui rilancia e allarga. Nuovi dorsi, più carta, più contenitori. Sarà da lì che un domani Cairo si aspetta di fermare l’ emorragia dei fatturati dell’ industria editoriale. Un’ altra scommessa. Vincerà anche questa?

TAJANI, IL BUROCRATE NEMICO DEGLI ITALIANI.

 SCENARIECONOMICI.IT 25 MARZO 2018

A Bruxelles deve esserci una sorta di malvagio virus per cui quando un personaggio politico, spesso mediocre, si siede su scranni europeizzanti, si scorda del suo Paese, dei suoi cittadini, del suo bene, e diventa pure un un persecutore nel nome del “Bene Supremo” de LEUROPA.

Ora non che ci potesse aspettare qualcosa di diverso da Antonio Tajani, emigrato a presidente della Parlamento Europeo perchè troppo scarso per fare il politico in Italia. Però in quest’intervista rivela un lato antitaliano esplicito.

 

 

Tajani: “Ho aperto una procedura d’infrazione per l’Italia che costerà un sacco di soldi ai cittadini”.https://scenarieconomici.it/tajani-il-burocrate-nemico-degli-italiani/ 

 

Il tema è quello dei tempi di pagamento, mostruosamente lunghi , della Pubblica Amministrazione …” Inaccettabile che per l’incuria di burocrati e politici paghino i cittadini” a causa delle sanzioni europee, ma intanto pagano, e vedo che l’Onorevole Tajani ne è molto soddisfatto. Ricordiamo che era il candidato di Berlusconi alla presidenza del Consiglio.

Potremmo dire che gli italiani AVREBBERO VOLUTO CAMBIARE I POLITICI GIÀ DA TEMPO, e che proprio la necessità di “Stabilità”, voluta da LEUROPA, ci ha fatto pagare all’ultimo minuto. Vorremmo anche dire che questi ritardi sono dovuto ai VINCOLI DI BILANCIO VOLUTI DA LEUROPA, proprio quella che Tajani vuol veder intervenire, per cui da un lato rendono difficile il pagamento, dall’altro ti puniscono per i ritardi, ma tutto questo TAJANI NON LO DICE, per lui devono essere puniti gli italiani, che il loro dovere, quando chiamati, lo hanno fatto, cambiando governo.

Comunque urgono due  misure :

a) che BORGHI si svegli e faccia di tutto per far approvare i MINIBOT in modo da poter pagare gli imprenditori fornitori dello Stato. E sarebbe meglio che M5s capisse rapidamente che non ci sono altre vie;

b) che venisse fissata una legge per cui le sanzioni in caso di violazioni delle direttive sono applicate solo se le direttive non sono contrarie all’interesse nazionale, e se applicate devono ricadere esclusivamente sugli organi politici eletti, anche decaduti o a Bruxelles, e sulle alte burocrazie, perché il popolo, se chiamato, il proprio dovere lo fa. 

Poi sarebbe ancor più necessario che l’onorevole ANTONIO TAJANI si ricordasse, per sbaglio, di essere italiano, pur non essendo Presidente del Consiglio, e risiedendo a Bruxelles.

JACQUES SAPIR CELEBRA IL GENDARME EROE, E CONDANNA MACRON E LA GUERRA DA UN ANTISLAMISMO INESISTENTE

 SCENARIECONOMICI.IT 25 MARZO 2018

 

 

Cari amici,

come sempre Jacques Sapir mette il dito nella piaga dell’ipocrisia del governo Macron, prono verso i poteri forti. L’economista francese inizia con un giusto omaggio al tenente colonnello Arnaud Beltrame , che si è volontariamente sostituito ad un ostaggio del terrorista assassino a Trebes, finendo ucciso a sangue  freddo.

 “Il y a, dans ce geste d’humanité de la part du lieutenant-colonel Beltrame, chef exemplaire qui avait préparé ses hommes à ce type de prise d’otages, quelque chose qui dépasse notre simple condition humaine et qui impose le respect. Cet homme a marché à la mort les yeux ouverts pour que d’autres vivent.”

C’è qualcosa, nel gesto d’umanità da parte del tenente colonnello Beltrame, capo esemplare che aveva prrparato suoi uomini a queste crisi con ostaggi, qualcosa che va oltre la nostra semplice condizione umana e che impone rispetto. Quest’Uomo ha marciato verso la morte con gli occhi aperti, affinchè altri potessero vivere” 

Non credo che si possano usare parole migliori per omaggiare l’eroico gendarme, ma Sapir non si ferma qui e coglie, dopo gli attentati del Bataclan, di Nizza, di Charlie Hebdo, il senso di abbandono dei francesi da parte del governo verso una finanza sempre più aggressiva e verso un islamismo aggressivo. La politica economica e sociale di Macron non fa nulla contro l’islamismo, ma , al contrario, si dà molto da fare verso una minaccia “Antislamica” che, in realtà non esiste, se non nella propria propaganda, e che si converte, tout court, in una compiacenza anche verso i suoi rami più radicali, quelli che letteralmente puntano verso il genocidio.

Perchè l’antislamismo è un mito che non esiste, ma che viene combattuto  da Macron come mostrano i dati presentati da Sapir:

2016 et 2017

  2016 2017
Azioni contro i musulmani 67 72
Minacce contro i musulmani 118 59
Totale 185 131
Azioni contro gli ebrei 77 97
Minacce contro gli ebrei 258 214
Totale 335 311
Altre azioni 84 85
Altre micacce 524 433

Cifre fornite dal Service Central du Renseignement Territorial (SCRT).

Gli atti antislamici sono pochi, in calo e probabilmente con un rapporto di fra le otto e le dieci volte inferiori a quelli che avvengono nei confronti degli altri attori, e , diciamolo, spesso da parte dei musulmani. Eppure il governo Macron si rifiuta di prendere le necessarie azioni nei confronti degli estremisti, quali:

  1. Chiusura delle moschee dove si predica l’odio con espulsione degli Imam, dove questi siano stranieri, o loro interdizione se francesi;
  2. Interdizione  di propaganda alle alle organizzazioni  che predicano contro i diritti costituzionali, soprattutto quelli riguardanti l’uguaglianza fra  uomo e donna;
  3. Interdizione della propaganda delle organizzazioni che predicano contro i diritti costituzionali, sia che avvenga per video, scritto o per segni espliciti.

Dall’originale: https://www.les-crises.fr/russeurope-en-exil-trebes-et-lattentat-de-trop-par-jacques-sapir/