Crac BpVi Nuovo sequestro per Zonin

ilgiornaledivicenza.it 26 marzo 2018

Crisi BpVi, la Fondazione Roi valuta azioni legali contro Gianni Zonin

 Un nuovo sequestro per l’ex presidente della BpVi Gianni Zonin, dopo la villa di Montebello ceduta al figlio, nominato custode dei beni sigillati.

L’ufficiale giudiziario stamattina, verso le 10,30 si è presentato nel palazzo di proprietà della famiglia Zonin in centro storico a Vicenza, in contrà del Pozzetto al civico 3. 

Ora è in corso l’inventario del materiale, custodito nella residenza a tre piani, sul quale verranno apposti i sigilli  nell’ambito dei sequestri conservativi disposti dal giudice per l’udienza preliminare, Roberto Venditti. Con lui anche gli avvocati Renato Bertelle e Michele Vettore, che rappresentano circa 300 ex soci e risparmiatori della Banca Popolare di Vicenza. Sul posto anche l’avvocato dell’ex presidente della BpVi, Enrico Ambrosetti.

 

Le operazioni di sequestro sono solo all’inizio. Fino ad ora è stato controllato l’ultimo piano della residenza cittadina, dove si trovano tre casseforti. All’interno di una di queste, già aperta, è stata trovata una banconota da 100 mila lire, qualche penny e scellino. È stato sequestrato anche un quadro di cui, però, manca il certificato di autenticità.

I controlli proseguiranno anche domani. E probabilmente si protraranno fino a dopo Pasqua.

 

RATING DEBITO ED INFLAZIONE. PERCHÉ ORA É PEGGIO CHE NEGLI ANNI OTTANTA E NOVANTA.

 scenarieconomici.it 26 marzo 2018

Cari amici,

una delle polemiche che più spesso vengono sollevate dai pro euro, i famosi “Eurinomani”, è relativa al iudizio che avrebbe la finanza internazionale nel caso di un’uscita dall’Italia dalla moneta comune.

Sembra quali che il nostro paese, dai tempi della fine dell’Impero Romani, sia stato membro di questa cosa curiosa chiamata “Unione Monetaria”, ma non è così’. L’unione è un fenomeno relativamente recente e solo dal 1998 i nostri cambi sono fissi. Alla fine sono solo venti anni.

Come era il rating de debito pubblico italiano ante l’entrata nell’area euro ? Abbiamo rcuperato i dati del rating di Moody’s sui nostri titoli ?

QustQuesto è il rating del nostro debito che fino alla crisi del 1992 era particolarmente elevato, superiore a doppia A, mantenne una A anche con la crisi del 1992 per poi decadere con la crisi dell’euro del 2011.

Ecco la tempistica delle revisioni

Quindi l’Euro ha abbassato, non migliorato, il rating della nostra valuta, soprattutto quando i mercati si sono resi conto che la BCE non agiva con la mentalità delle altre banche centrali anzionali, ma come una sorta di “Ente privato” che non aveva come obiettivo la crescita quindi il ostegno delle politiche fiscali dei singoli Paesi  ed quindi, indirettamente , del loro debito.

Possiamo far notare che il rating non è stato influenzato in modo particolare dalla nostra inflazione, anzi potremmo leggere una correlazione attiva fra rating ed inflazione.

Del resto  l’inflazione, di per se, ha un’influenza positiva sullo stock del debito. Anche la correlazione con il volume del debito  non è così rilevante:

Nei primi anni 90 il nostro debito era, letteralmente, in esplosione, eppure il rating era molto più elevato che adesso.

Alla bae di tutto c’è una semplice verità che i vari Cottarelli, Giannino etc vi nascondono: un debito pubblico espresso in valuta nazionale NON PUO’ FARE DEFAULT.  Neanche quando la moneta nazionale era la tanto vituperata liretta, che comunque garantiva occupazione e servizi sociali a tutti gli italiani. Se il debito non può fare default? Perchè deve essere basso il rating? Quando invece ci si affida ad una valuta straniera, (vedi euro) il default è dietro l’angolo.

Grazie.

PERCHE’ FINO A “IERI” IL WEB E I GRANDI SOCIAL ANDAVANO BENE?

 scenarieconomici.it 26 marzo 2018

Come mai Soros & friends sono partiti al attacco dei social e in particolare di Facebook.

L’analisi del Prof. Meluzzi rappresenta una SINTESI spettacolare della situazione italiana, europea e mondiale che stiamo subendo.
FELICITA’ – IDENTITA’- SICUREZZA (splendidamente distinte in safety e security) che sono diretta conseguenza della 4°, la più importante = la SOVRANITA’ = cioè la possibilità di un popolo con una sua chiara identità culturale e sociale, con una solida sicurezza in termini di salute individuale e collettiva (safety) e un paese sicuro a livello di confini controllati e di criminalità nelle sue infinite sfumature di NERO (security) di poter individuare il proprio percorso evolutivo teso alla piena realizzazione dei cittadini SOVRANI che lo compongono.

Ci hanno anestetizzato con la cultura neoliberista, edonista, individualista creata a tavolino col ‘68, la cultura rocchettara e psichedelica che i raduni di popolo li fa per ascoltare rocchettari ubriaconi che inneggiano allo sballo personale (che permette la SCHIAVITU’ COLLETTIVA NEOLIBERISTA), ma la canzone di Gaber “libertà” è e dovrebbe essere per tutti la sintesi del agire sano dei cittadini italiani e non, in particolare il ritornello:

“LA LIBERTA’ NON E’ STAR SOPRA UN ALBERO, LA LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE”.

Quindi cari giovani italiani dovete capire che la cultura dello sballo e dell’individualismo è stata creata per SCHIAVIZZARVI, siete una classe sociale italiana dimenticata e oppressa da decenni perché non contate nulla politicamente. Soluzione unitevi e organizzatevi sui vostri interessi collettivi e dateci sotto per ottenere diritti e dignità di vita garantiti dalla costituzione, CHE VANNO BEN OLTRE AD UNO STERILE REDDITO DI CITTADINANZA: che è uno strumento utile se ben studiato, applicato e coordinato con ben più ampie POLITICHE ECONOMICHE PER RILANCIARE IL BENESSERE COLLETTIVO DEI CITTADINI ITALIANI.

Quindi basta martellarci gli attributi perché noi italiani saremmo brutti – sporchi – cattivi – corrotti – fancazzisti, ecc., ecc.
Ci vogliono far credere INFERIORI PER DOMINARCI MEGLIO!
Vi ricordate come inizia l’inno d’Italia?
“fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta…”
Destiamoci dall’ipnosi del serpente neoliberista e ricreiamo uno Stato Libero, equo, sostenibile e soprattutto SOVRANO!

Quindi cari M5S, Lega e Fratelli d’Italia gli italiani vi hanno premiato per chiudere finalmente con l’osceno INCIUCIO che dall’attacco alla sovranità nazionale del 1992 (anche se le premesse sono iniziate nel 1981 col Divorzio Tesoro – Banca D’Italia) spolpa questo stupendo ma succube paese: l’inciucio fra Forza Italia (e la vecchia Lega Nord) e il Centro Sinistra dalemiano col regista Napolitano a fare il direttore d’orchestra dall’alto dei suoi 64 ANNI DI PARLAMENTO ININTERROTTI!!!
Complottismo? Ascoltatelo l’inciucio dalla viva voce del capogruppo alla Camera del Centro sinistra nel 2003 Violante:

notata anche la faccia del piacione Casini (appena eletto alla decima legislatura personale con dieci simboli diversi… e questo fa capire l’astuzia dei volponi come anche la Bonino, i Tabacci, le Lorenzin di turno: faccio uno pseudo partitino che non arriverà alla soglia minima di sbarramento, ma mi alleo in coalizione e mi faccio mettere capilista in un plurinominale = blindo la mia elezione e chi se ne fotte del partitino che ho creato allo scopo!)

Lega e M5S gli italiani vi hanno dato un MANDATO: rompere l’inciucio di cui sopra e far risorgere l’Italia.
Decidete voi se farlo o condannarvi alla disfatta alla prossima tornata elettorale, mentre il paese definitivamente in mano all’invasore (TROIKA) VIENE RIDOTTO COME LA GRECIA.

Marco Santero

Banco Bpm: Castagna, insegue Intesa Sanpaolo e Unicredit (Rep)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

“Banco Bpm vuole avvicinare le due Big” del settore bancario: Intesa Sanpaolo e Unicredit. Lo afferma Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm in un’intervista ad Affari & Finanza di Repubblica aggiungendo che “ci siamo ritrovati con capitale in eccesso per 2 miliardi e, così, abbiamo potuto aumentare il volume delle sofferenze da cedere. Rispetto all’impegno di vendere per 8 miliardi entro il 2020, già il prossimo giugno saremo a 10 miliardi, con un nuovo target di 13 miliardi”.

Ora il gruppo è pronto a sfidare sul mercato Intesa Sanpaolo e

Unicredit. “Essere terzi in classifica non vuol dire quasi nulla, perché il gap rispetto ai primi resta elevato e la competizione può apparire impari. Ma i numeri vanno guardati bene. Le faccio l’esempio della Lombardia: siamo i primi in termini di sportelli e, negli impieghi, abbiamo una quota del 12,5%, poco inferiore a Intesa. Ecco: in questi mesi ci siamo attrezzati per avvicinarci, perché qui non siamo distanti, come in Veneto, in Piemonte, in Emilia, in Toscana. Regioni tra le più ricche e industrializzate d’Europa”, spiega.

“Oggi possiamo presentarci con un pacchetto di servizi completo. Per sviluppare i rapporti con l’estero abbiamo preso un manager che ha lavorato 15 anni a Hong Kong è arrivato un team specializzato in merger e acquisition e abbiamo un nuovo responsabile dell’origination, che coordinerà lo sviluppo delle attività di finanziamento alle imprese. Grazie alle nuove dimensioni, siamo diventati attrattivi per manager di primo piano”, continua.

Su Carige, “come noto, a poco più di un anno dalla nascita di Banco Bpm, siamo impegnati nella realizzazione del piano industriale. Quest’anno e nel 2019 vogliamo consolidare i risultati e diventare ancora

più profittevoli. Non penseremo a altre operazioni fino al completamento del piano industriale”, sottolinea.

Secondo Castagna, “il bilancio di giugno sarà importante. Stiamo aspettando che le agenzie di rating esprimano la valutazione sul portafoglio di 5 miliardi di sofferenze per cui abbiamo chiesto la garanzia Gacs, prevediamo che entro giugno la cessione sarà completata.

E poi comincerà a essere più evidente il miglioramento dei risultati operativi. Prevediamo di raggiungere un risultato di gestione importante, superiore al 2017, che consentirebbe di pensare a un dividendo. Valuteremo allora a che punto saremo con il processo di derisking e ascolteremo i giudizi della Bce e del mercato”, conclude.

pev

(END) Dow Jones Newswires

March 26, 2018 02:43 ET (06:43 GMT)

L’Italia cresce (poco) ma l’economia muore: i dati delle imprese (Stefano Alì)

  scenarieconomici.it 25 marzo 2018

Dal Cappello Pensatore di Stefano Alì

Pubblichiamo col consenso dell’autore un articolo interessante, pieno dei dati che ISTAT non vi racconta. Il PIL cresce, ma le imprese crescono o chiudono? E sono sostituite da quale tipo di attività? Stefano Alì usa i dati delle camere di commercio per spiegarci cosa succede nel famoso “paese reale”.

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L’Italia cresce (poco) ma l’economia muore: i dati delle imprese (Stefano Alì)

Il PIL cresce, seppur di poco, e quindi l’Italia cresce. Ma le imprese chiudono. Un paradosso causato dal distorsivo sistema di calcolo del PIL.

Anche se non periodicamente, ho fatto spesso dei post con cifre reali e tabelle sullo stato di salute delle imprese italiane (quiquiqui qui), con i dati reali delle Camere di Commercio e senza fermarmi alla superficie delle “imprese registrate”. Come ho già scritto varie volte, il semplice fatto che una impresa sia iscritta nel Registro delle Imprese non significa che sia produttiva. Deve anche essere attiva.

Quando poi sento Renzi accusare altri di voler distruggere il “Made in Italy”, ecco che diventa impellente il mio bisogno di raccontare la realtà delle cifre che è ben diversa dalla narrazione.

I dati delle imprese, inoltre, costituiscono la prova evidente della distorsione creata dal calcolo del PIL. L’Italia cresce o lo strumento di misura è sbagliato?

L’esame dei dati reali

L’ultima mia analisi è relativa al 31 dicembre 2015. Purtroppo per varie ragioni ho saltato tutto il 2016.

I raffronti in questo post, quindi, non terranno conto del 2016, ma comparano gli anni 2014 e 2015 con il 2017.

I dati sono tutti relativi al 31 dicembre di ciascun anno.

Esame per settori di attività

Dal 2014 al 2017 si è avuto un incremento di 49.294 iscrizioni. Ma le imprese attive incrementano di sole 1.736 unità.

A ben analizzare i settori di attività, continua il crollo delle produzioni (agricoltura, attività manifatturiere, costruzioni) e perfino del commercio. Quest’ultimo testimonia che la crisi dei consumi è tutt’altro che superata.

Quindi, per quanto riguarda la produzione “Made in Italy” siamo ormai alla desertificazione.

E la situazione diventa ancora più drammatica se incrociamo i dati dei settori di attività con la nazionalità delle imprese.

Anche nei settori “in rosso” sono solo le imprese italiane a chiudere. Le imprese straniere (sia comunitarie sia non UE) aumentano:

E infatti, se consideriamo solo la nazionalità delle imprese il disastro italiano appare in tutta la sua evidenza:

Dal 2014 ad oggi hanno cessato le attività ben 54.177 imprese italiane, rimpiazzate da 55.913 imprese straniere.

È PIL ma non è ricchezza

Come ho già scritto nel post «PIL (Prodotto Interno Lordo). E se avesse ragione Lorenzo Fioramonti?» nel PIL si conteggiano gli investimenti che si verificano all’interno dei confini geografici.

È quindi ovvio che, a prescindere dalla nazionalità, gli investimenti delle imprese incrementano il PIL italiano. Ma aumenta davvero la ricchezza degli italiani?

Dove vanno a finire i profitti che le aziende straniere fanno in Italia – soppiantando le imprese italiane – traendo vantaggio dal lavoro italiano precario e a basso costo?

È l’identica situazione della Nigeria e del Niger di cui ho scritto nel post relativo al PIL.

E mentre l’Italia plaude alla colonizzazione, perfino il Congo sta nazionalizzando le miniere di Cobalto (ovviamente “Il Foglio” la pone come becera posizione sovranista).

La mattanza dell’ossatura economica italiana

È noto che la forza economica italiana sta nel “Made in Italy”. O forse sarebbe meglio dire stava nel “Made in Italy”.

Il “Made in Italy” si distingue per la particolare attenzione ai dettagli della produzione tipicamente italiana. Quella cura che nasce da eredità secolari. Dall’esperienza di artigiani e di micro e piccole imprese, spesso di tipo familiare.

Ribolle il sangue quando la politica che ha completamente massacrato il “Made in Italy” si permette anche solo di citarlo.

Secondo la teoria liberista l’economia dei Paesi deve evolversi. E l’evoluzione consiste nel trapasso da una economia basata sulle imprese individuali e sulle piccole società di persone a quella sostenuta dalle grandi società di capitali. Meglio se enormi multinazionali.

Sicché in Italia devono essere sterminate proprio quelle micro e piccole imprese che ne costituiscono l’ossatura economica.

Ecco la tabella dell’andamento

Dal 2014 al 2017 si sono arrese 56.719 società di persone e 65.358 imprese individuali!

Sostituite da 117.361 società di capitali.

Ovviamente per le imprese artigiane è il totale olocausto

Le imprese italiane sono ormai allo stremo

Qualcuno sostiene che la situazione sta migliorando perché diminuiscono le “procedure concorsuali” (fallimenti).

Vero. Verissimo, ma giusto perché le imprese, piuttosto che fallire, cessano l’attività o si sciolgono volontariamente e vengono in liquidazione.

Nella tabella che segue sono i numeri positivi ad essere in rosso perché una diminuzione dei fallimenti è un fatto positivo. La misura del disastro è data dall’incremento delle inattività e degli “scioglimento e liquidazione”:

L’economia migliora, l’Italia cresce ma nessuno se ne accorge

Ritengo che questo post dia la spiegazione dell’apparente paradosso “La crescita c’è, ma gli italiani non si accorgono della ripresa“.

Il PIL di una Nazione dovrebbe misurare il suo benessere. In realtà misura solo il livello di profitto che le multinazionali hanno in quella nazione.

Beatamente impipandosene dello sfruttamento delle risorse naturali e umane di quella Nazione.

Se ammettessimo che questa è la crescita di una Nazione, dovremmo pure riconoscere che gli Aztechi sono cresciuti sotto la colonizzazione spagnola, nonostante siano spariti!

Questo post (con numeri e dati certi) ne è la prova sul campo, la prova empirica.

Forse più del post che ho scritto su quanto sia perverso lo strumento del PIL «PIL (Prodotto Interno Lordo). E se avesse ragione Lorenzo Fioramonti?».

FINANZA E POLITICA/ Lega-M5s e lo scontro rinviato con l’Europa

In Italia Lega e Movimento 5 Stelle hanno aumentato il loro peso politico. L’Europa pare invece ferma. Ma presto Roma e Bruxelles rischiano di scontrarsi.

LapresseLapresse

Un’atmosfera di attesa carica di ansia sembra attraversare la politica, non solo quella italiana, ma quella europea e internazionale. L’Italia, è ovvio, attende un governo; l’Unione europea attende che maturino i tempi per compiere delle scelte di riforma che tutti dichiarano inevitabili, ma che alla resa dei conti nessuno sembra disposto ad accettare; le grandi potenze che ormai si dividono questo mondo tripolare, Stati Uniti, Cina e Russia, attendono l’una la risposta dell’altra: ai dazi di Donald Trump, al trionfo di Vladimir Putin, all’impero a vita di Xi Jinping.

In Italia la nuova legislatura parte segnata da un accordo tra il Movimento 5 Stelle e un centrodestra a trazione leghista con Matteo Salvini che ha avuto l’ardire di sfidare Silvio Berlusconi sul suo stesso terreno. Se il voto per la presidenza del Senato (andata alla berlusconiana Elisabetta Alberti Casellati) e della Camera (ad Alberto Fico considerato l’ala sinistra dei pentastellati) avesse un significato politico più ampio, si dovrebbe ripercuotere sul governo in termini di alleanza tra i due vincitori delle elezioni, magari con un compromesso attorno a un capo del governo condiviso (dunque né Di Maio, né Salvini) e a una spartizione delle poltrone ministeriali. Non sarà facile, né, allo stato attuale, si intravede la figura idonea a incarnare un patto che in teoria smentisce le solenni promesse politiche fatte agli elettori (gli uni hanno giurato mai con i cinquestelle, gli atri mai con Berlusconi).

Salvini ha detto, incassando un indubbio successo tattico, che adesso dovrà nascere un governo che dia agli italiani meno tasse e più pensioni. Fico vuole tagli ai costi della politica e reddito di cittadinanza, insomma i cavalli di battaglia grillini. Secondo i calcoli di Tito Boeri, il reddito di cittadinanza dovrebbe costare 30 miliardi di euro, mentre “stracciare” la riforma Fornero, come ha platealmente detto Salvini in campagna elettorale, costerebbe almeno 90 miliardi. Intanto, il conto della spesa parte già da 30 miliardi che bisogna trovare quest’anno: 12,4 per impedire che scatti l’aumento dell’Iva previsto dalla clausola di salvaguardia, 12 per rispettare gli impegni presi con ‘Ue facendo scendere il deficit pubblico allo 0,9%, il resto per i contratti del pubblico impiego e le spese incomprimibili. A qualcosa bisognerà rinunciare.

Wait and see, aspettiamo a vedere quali altri solenni impegni verranno rinviati se non persino violati. Non sappiamo, del resto, quanto tempo ci vorrà per formare un nuovo governo e se l’accordo per la guida delle due camere terrà davvero. L’attesa, dunque, si fa ansiosa anche in questa Italia che per altri versi ha scelto in quale direzione andare, punendo i due partiti che l’hanno guidata quasi per un quarto di secolo con una alternanza che avrebbe dovuto mandare in sollucchero i seguaci del bipartitismo perfetto.

Come reagirà l’Unione europea a un governo che, in ogni caso, pur ridimensionando una parte degli impegni elettorali, nasce con l’intento di aumentare la spesa pubblica e redistribuirla, sia pure in modo diverso? Secondo le stime degli economisti, la flat tax dovrebbe avvantaggiare per due terzi il nord, il reddito di cittadinanza il sud ed entrambi pesare sul disavanzo dello Stato.

Il Consiglio europeo di primavera si è concluso con un nulla di fatto. Tutto rinviato a maggio o in autunno. A cominciare dal completamento della riforma bancaria sulla quale grava il veto dei paesi del nord al fondo di garanzia dei depositi. Il loro messaggio è chiaro: non vogliamo condividere i rischi che provengono dai paesi più esposti. E tra questi c’è l’Italia dove le banche sono ancora gravate da crediti deteriorati in quantità e percentuale superiore a ogni altro membro della zona euro, esclusa la Grecia. Con questo clima, appare chiaro che l’Ue, seppur disposta ad attendere il nuovo governo italiano prima di esprimere qualsiasi giudizio sulla politica fiscale, non è pronta ad accettare un ulteriore aumento del deficit pubblico. Dire che si parte in salita, dunque, è un eufemismo.

L’Unione europea, del resto, si presenta particolarmente debole all’interno del nuovo scenario tripolare, nel quale non gioca nessun ruolo da protagonista. Graziata, per il momento, dai dazi di Trump sull’acciaio e l’alluminio, è costretta a piatire di essere risparmiata, minacciando rappresaglie (sui mirtilli rossi, sul bourbon, sulle Harley Davidson) che sembrano poco più di punture di spillo. L’Ue ha fatto la voce grossa contro Putin “l’avvelenatore”, ma è divisa su un ulteriore inasprimento delle sanzioni (l’Italia per esempio è contraria). Intanto, ha dovuto accettare lo status quo sull’Ucraina e l’annessione della Crimea dove il nuovo zar ha ottenuto un risultato bulgaro (oggi si direbbe nordcoreano).

In questa situazione, l’Italia (debole sul fronte economico dove non può ottenere molto) potrebbe giocare alcune carte diplomatiche, a cominciare dalla sua posizione di raccordo tra Mosca e Bruxelles rafforzata dalla vittoria della Lega filorussa (e filo Trump) o dallo stesso M5S che ambisce a trovare uno spazio meno atlantista ed europeista. Ma un valzer diplomatico del genere, giocando sulle contradizioni degli alleati, richiede un Cavour a palazzo Chigi e un Costantino Nigra alla Farnesina. Intanto, non ci resta che attendere.

MONTE DEI PASCHI DI SIENA/ Mps, la soddisfazione dei sindacati

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa riparte sotto quota 2,7 euro ad azione. La soddisfazione dei sindacati.  26 marzo 2018

Monte dei Paschi, LapresseMonte dei Paschi, Lapresse

LA SODDISFAZIONE DEI SINDACATI

In una nota congiunta Cgil, Cisl e Uil esprimono soddisfazione per la decisione presa dal Ministero dei Beni Culturali e del Turismo sul patrimonio artistico di Mps. “Ricordiamo che – prontamente – le scriventi organizzazioni sindacali, non più tardi di alcuni mesi fa (vedi documento unitario datato 30 ottobre 2017) insorsero su questo argomento in maniera abbastanza netta, circostanziata e scandalizzata quando fu palesata l’ipotesi di un diktat europeo criticata a 360 gradi”, si legge nel documento, che ricorda come fosse paventabile la possibilità di vendere le opere artistiche della banca, che di fatto sono però anche della comunità senese. Un’ipotesi che, a parere dei sindacati e non solo, “era da considerarsi alquanto anomala e offensiva per i suoi risvolti sociali e affettivi”.

Dunque sembra essere scampato il pericolo, per la città e la comunità, di vedere perduto “un patrimonio di alto valore economico ma anche di difficile stima di mercato, considerata la raffinatezza e la secolarità che lo contraddistingue nella sua bellezza e integrità, intriso di storia, nonché frutto di sacrifici perpetrati nel tempo da chi ci ha preceduto”. Tuttavia non bisognerà abbassare la guardia “ed è per questo motivo che richiamiamo gli organismi competenti a svolgere il loro compito con massima attenzione e sensibilità, con la certezza che questa decisione abbia giustamente ripagato e riconosciuto a Siena e all’Italia tutta, un patrimonio universalmente valido che altrimenti avrebbe rischiato di essere svilito come mera merce di scambio o peggio ancora di scomparire dalla nostra storia”.

Federica Bieller, dalle terme ha scalato il Monte Bianco

PATRIZIA CAPUA REPUBBLICA.IT 25 MARZO 2018

La manager del gruppo QC Terme è diventata presidente di Skyway Monte Bianco, capolavoro di ingegneria per attrarre i turisti da tutto il mondo. In agenda per il futuro c’è lo sbarco di spa e piscine ai piedi della Statua della Libertà 

Senza piccozze e ramponi ha conquistato la cima dell’ottava meraviglia del mondo e nemmeno con la pretesa di rivaleggiare con giganti dell’alpinismo come Reinhold Messner. Si chiama Skyway Monte Bianco la sfida di Federica Bieller, 46 anni, neo presidentessa delle Funivie della montagna più alta d’Europa, un’ambiziosa opera ingegneristica che sale da Courmayer, in Valle d’Aosta, fino a 3500 metri fra i ghiacci perenni. Le cabine sono dotate di un sistema che permette la rotazione su se stesse per cui i visitatori possono godere di una vista a 360 gradi della salita. A Punta Helbronner, la stazione in cima, c’è una terrazza circolare affacciata sulla vetta del Bianco (4810 metri), sul dente del Gigante, a picco sulla Vallée Blanche.

“Questo ascensore che porta sul ghiacciaio – dice Bieller – aperto tutto l’anno, costruito con una tecnologia che non ha uguali in altri impianti, non è solo per gli sciatori, ma è una bellissima esperienza panoramica. Il mio compito è farla conoscere a più persone possibile, renderla un incredibile attrattore del turismo alpino”. Come i suoi genitori, Ottavio e Lia, maestro di sci e insegnante, Federica Bieller si sente “figlia del Monte Bianco, qui ho le mie radici”. Nata ad Aosta e cresciuta a Courmayeur dove ha frequentato elementari e medie, è nel capoluogo per il liceo scientifico, ospite di un collegio di suore “perché andarci ogni mattina in pullman era troppo faticoso. Ma stare fuori casa a 15 anni per me è stato un percorso educativo, un’esperienza che mi ha resa autonoma e mi ha dato anche delle regole che nella vita servono sempre, oggi più che mai”. Sugli sci a cinque anni, appena ha avuto l’età si è diplomata maestra e ha insegnato a sciare a schiere di bambini.

Una tappa comune a tanti ragazzi nati nella Vallé Blanche. Dopo il diploma di maturità è entrata alla Bocconi, a Milano per i primi due anni o poi nell’università della Valle d’Aosta. Ne è uscita con una laurea in Economia e una specialistica in Economia del Turismo, integrata da un master di un anno al Sole24ore in marketing e comunicazione.

La sua vita lavorativa comincia nel 2004, anno in cui l’impresa edile valtellinese Quadrio Curzio, specializzata in grandi infrastrutture con cantieri in Italia e nel mondo, aveva appena vinto il bando emesso nel 2001 dalla Regione Valle d’Aosta per la riqualificazione delle Terme Pré Saint Didier. Era uno stabilimento storico della Valle, fin dal 1800 famoso per le acque termali naturali, al tempo del suo massimo splendore frequentato dai Savoia, dotato anche di un Casinò. Poi la crisi agli inizi del ‘900 durata fino agli anni Cinquanta, e con la guerra di mezzo, è rimasto chiuso per 40 anni.

“Volevo fare uno stage nel mondo del turismo – racconta la manager -, e nel 2004, quando in una riunione pubblica ho incontrato i fratelli Andrea e Saverio Quadrio Curzio, proprietari dell’impresa che si era aggiudicata l’appalto dei lavori, mi sono buttata e ho chiesto: potrei venire a lavorare da voi? Sono passati quindici anni e sono ancora qui”. Per i primi mesi Federica Bieller è a Bormio, dove nel 1982, Pericle Quadrio Curzio, fondatore del gruppo che ormai gestisce nove centri benessere e quattro alberghi di lusso, dalle Alpi alle Dolomiti, da Torino a Roma con 76 milioni di euro di fatturato 2017, aveva acquisito i Bagni vecchi e Bagni nuovi. Un’altra struttura abbandonata con sorgenti di acque termali naturali all’interno, grotte sudatorie e vasche con acqua calda. Negli anni, partendo dai Bagni Vecchi, è stata trasformata in una moderna spa con vista sulla valle, che aveva tra i suoi clienti più assidui proprio gli sciatori, con una piscina esterna fumante diventata iconica per tutti quelli che passavano diretti allo Stelvio. I proprietari, in una logica industriale, hanno cominciato a pensare non solo alla cura ma anche alla prevenzione: ‘Per chi sta bene e vuole stare megliò è stato uno dei loro primi slogan. Federica Bieller si guadagna la fiducia e la stima degli imprenditori, assume un ruolo di primo piano nella direzione e gestione dei centri e degli hotel del gruppo, nelle strategie e nei nuovi progetti, a cominciare dal restauro di Pré Saint Didier dove è stato aperto anche un albergo con 57 camere. La prossima frontiera QC Terme si chiama estero. Un Centro benessere e terme a Chamonix e una Day Spa a New York, pronta per l’inizio del 2020, seimila metri quadrati su un isolotto di fianco alla Statua della Libertà, la Governors Island, nell’Historic District. Le terme italiane occuperanno gli spazi di vecchie ville militari, con due spettacolari piscine esterne affacciate sui ponti di Brooklyn.

“Vivo a Courmayeur ma ogni settimana mi sposto per andare ovunque ci sono le varie Qc Terme. Ho visto crescere l’azienda, oggi siamo quasi 800 persone. Nonostante le innumerevoli trasferte, sono innamorata di questa terra perché la montagna, oltre ad essere un bellissimo skyline, ha un motore energetico e spirituale a cui si possono associare molti più valori”. Nella scia del modello di sviluppo di QC Terme, dall’acqua alla neve, Federica Bieller per alcuni anni ha seguito le Courmayeur Mont Blanc funivie, nate nel dopoguerra, che si occupano dello sci tradizionale, aperte da settembre ad aprile. Ha lavorato a fianco di Gioachino Gobbi proprietario della Grivel, l’azienda valdostana in attività da 200 anni, che ha realizzato attrezzature e equipaggiamenti per i primi alpinisti arrivati lassù per scalare il Monte Bianco.

Poi ha deciso di abbandonare la parte gestionale e di tornare al suo primo amore, marketing e comunicazione del gruppo. “I fratelli Quadrio Curzio sono molto diversi tra loro e hanno competenze diverse, ma è un giusto mix di persone che sanno dare fiducia e la libertà di mettersi in gioco”.
Ora c’è Skyway Monte Bianco, il nuovo impianto a cabina rotante, frutto di un cantiere epico, inaugurato nel 2015. “Inizio adesso, da presidente, dopo tre anni di start up. Con tutte le persone che lavorano alle funivie, ci sono quarantacinque addetti fissi che durante l’estate diventano una settantina. Proviamo a promuovere questa esperienza in tutto il mondo, a migliorare l’esperienza turistica per rendere sempre più unica questa salita che definisco un’ascesi. C’è la doppia bellezza della grande montagna e dell’opera ingegneristica”. In tre anni ci sono stati 700 mila passaggi. Salgono insieme gruppi di visitatori, scalatori del Monte Bianco, che rimane una delle salite più belle al mondo, e dei Tre Giganti. In inverno salgono i freeriders che fanno i fuori pista. “Una commistione che permette di avvicinare il turista normale ai grandi esploratori delle montagne, godere di silenzio e di panorami unici”.

S’impara anche dai rimpianti. “Mi sono occupata per sei anni a Courmayeur del festival delle ‘Nuove vie’, una manifestazione culturale ai piedi del Monte Bianco, con la partecipazione di scrittori, imprenditori, direttori di giornali che hanno raccontato la loro ‘nuova via’. Mi ha arricchito tanto. Ma poi l’anno scorso ho deciso di non proseguire, perché tutto non si può fare. Mi dispiace non essere riuscita a far crescere questa iniziativa”.

La sua vita privata per adesso è ancora nel gruppo familiare d’origine, “abbastanza allargata con una nonna, una zia, dei nipotini. Con il mio compagno che vive a Lugano e lavora nel mondo della finanza, ci incontriamo a Courmayeur perché lui ama la montagna e a Milano dove vado spesso, siamo una coppia moderna, itinerante. Dopo tanti anni totalizzanti dedicati al lavoro, spero di costruire una famiglia mia, credo che le cose siano assolutamente compatibili”.

Il legame con la natura è sempre presente nei suoi giorni. “Mio padre conduce un’azienda agricola di cui andiamo tutti fieri, mio nonno ha un orto meraviglioso, un campo di patate di montagna e io lo aiuto a seminarlo, oggi i giovani quasi si vergognano di fare certi lavori. Ma il mondo va oltre l’iPhone”. Ha sempre viaggiato molto grazie al lavoro di diplomatico di suo fratello Cesare, di quattro anni più grande, in Georgia, Colombia, Vietnam, India, “viaggi bellissimi, non da semplice turista ma entrando nelle case delle persone che vivono lì. Quest’anno, però, con la mia nuova carica penso di aver molto da fare”.

È tornata alle letture legate alla montagna, “sono ripartita da Walter Bonatti, il Monte Bianco era la sua seconda casa, mi piacerebbe ridargli valore, a lui come tanti altri grandi alpinisti che portano con sé non solo il gesto sportivo. E visto che faccio tanti chilometri in macchina, uso gli audiolibri”. Federica Bieller non disdegna nuove vie. “C’è anche il mare, perché il mio compagno è appassionato e ha una barca in Liguria. Tutte le estati navighiamo tra Corsica e Sardegna. Lo patisco un po’, il mare, ma da brava montanara tengo duro”

La terza repubblica che i media ancora non capiscono e accettano

SIMONE SANTUCCI ofcsreport.it 25 marzo 2018

CON L’ACCORDO SU CASELLATI E FICO SIAMO AD UNA FASE NUOVA. MA L’INFORMAZIONE ITALIANA NON LO SA

Con l’elezione di Casellati e Fico si è aperta una fase politica totalmente nuova, per quanto incerta. Basti il fatto che si sia virato su una figura, quella della Casellati, indubbiamente rappresentativa della seconda repubblica e dei governi che hanno contraddistinto quella fase storica e politica mentre, alla Camera, la scelta sia caduta su un profilo da “homo novus“, giovane e movimentista, due caratteristiche, queste, che riassumono un po’ il passato, un po’ il presente e un po’ il futuro di questa terza repubblica nascente. Figure diversissime ma elette con la stessa identica maggioranza.

Un dato che non si può trascurare. Spiace che, sia per Casellati quanto per Fico, alcuni giornali, invece di rimarcare le profonde novità come la prima volta di una donna alla presidenza del Senato o come la prima volta – piaccia o no – di un Cinquestelle nelle prime cinque alte cariche dello Stato, si concentrino a ricordare vecchie dichiarazioni di entrambi, rese in un’epoca politicamente ormai morta e sepolta e che nulla aggiungono e nulla tolgono alla novità in atto nei palazzi della Repubblica. E dire che questo sarebbe, e dico sarebbe, il loro mestiere.

Ancora una volta i nostri media, come fu nel ’94 e come accaduto solo un giorno prima del 4 marzo, non riescono a cogliere, a rappresentare e a descrivere l’Italia che cambia, salvo poi svegliarsi -tardi – e cercare frettolosi, deboli e improbabili ricollocamenti politici. Il quadro che è emerso da queste elezioni ci descrive un Paese frammentato e non più polarizzato come accadeva solo qualche anno fa. Ma i mezzi di informazione sembrano non accorgersene. E gli spazi dedicati a ciò che “è stato” continuano ad essere sempre prevalenti rispetto a ciò che “sarà”.

Non vediamo altra motivazione se non una certa inadeguatezza culturale (e in alcuni casi, dispiace dirlo, professionale) nel saper carpire, fiutare e commentare un tessuto sociale che è molto più avanti rispetto a chi governa, da decenni e decenni, l’informazione italiana. E per una volta – va detto a voce alta e senza paura di essere smentiti – come la politica del Palazzo questo segnale lo abbia colto eccome mentre i media, che vivono ancora nella loro prima repubblica, siano invece sordi alla profonda mutazione in corso. Non si può vivere di retroscena, non si può morire con le stesse identiche analisi (firmate dalle medesime persone) di venti e trenta anni fa e, soprattutto, non si può campare continuando a dire “eh ma tu dieci anni fa hai detto questo”. Questa non è informazione, è gossip e civetteria di bassa lega. Sarebbe bene che qualcuno si svegliasse invece di lamentarsi della grave situazione in cui versano molti quotidiani, soprattutto cartacei, da anni in calo di lettori: viste le premesse non possiamo dar certo torto a chi ha scelto (e ripeto, come dargli torto) di non informarsi più su questo o quel giornale. Se comprassimo una copia di un qualsiasi quotidiano del 1994, 1998, 2005 o 2013 non ci accorgeremmo nemmeno di essere nel 2018, salvo il full color e qualche firma passata da una testata all’altra. Insomma, c’è qualcuno che ancora se la canta e se la suona. Davvero, tanti ma tanti auguri.

Milioni di disoccupati e prezzi delle case in picchiata: ecco lo scenario apocalittico dello stress test delle banche britanniche nel 2018

  • Will Martin businessinsider.com 26 marzo 2018

Reuters/John Gress

 

 
  • La Bank of England ha annunciato lo scenario previsto per lo stress test del 2018, studiato per verificare la capacità delle banche britanniche di resistere agli shock negativi
  • I punti principali dello scenario del test sono un crollo dell’economia mondiale e una flessione ancora più marcata dell’economia del Regno Unito
  • “Nel complesso lo scenario considerato per lo stress test del 2018 è più grave di quanto non lo sia stata la crisi finanziaria”, ha dichiarato la banca centrale britannica.

LONDRA – La Bank of England (BoE) ha descritto venerdì scorso lo scenario che userà per lo stress test di quest’anno sulle banche britanniche, per assicurarsi che abbiano una resilienza sufficiente per resistere a un grave shock negativo sul fronte dell’economia mondiale.

Il test è studiato in modo da garantire che le banche siano in possesso degli strumenti giusti – come una liquidità sufficiente e una posizione patrimoniale relativamente solida – per resistere a una tempesta economica.

Lo scenario considerato è piuttosto apocalittico, in quanto prevede gravi crolli di un vasto gruppo di asset e un enorme peggioramento delle condizioni economiche.

“Nel complesso, lo scenario considerato per lo stress test del 2018 è più grave di quanto non lo sia stata la crisi finanziaria” ha dichiarato la banca centrale britannica.

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Il test prevede tre tipologie distinte di shock economici, ovvero, come spiega la BoE:

  • “Stress macroeconomico nel Regno Unito e a livello mondiale”
  • “Stress sul fronte del rischio negoziato, associato a uno scenario sui mercati finanziari in linea con il contenuto e la taratura dello scenario di stress macroeconomico”
  • “Stress dovuto ai costi derivanti da condotte illecite, a sè stante e aggiuntivo rispetto ai due scenari di stress sul fronte macroeconomico e su quello del rischio negoziato”

I punti principali previsti dal test sono essenzialmente un crollo dell’economia mondiale, una flessione ancora più marcata dell’economia britannica, un enorme calo dei prezzi degli immobili residenziali e un incremento molto significativo della disoccupazione e dei tassi d’interesse di base stabiliti dalla BoE.

Ecco i principali fattori di shock previsti dalla banca:

  • Calo del 2,4% del PIL mondiale
  • Calo del 4,7% del PIL del Regno Unito
  • Calo del 33% dei prezzi degli immobili residenziali nel Regno Unito
  • Calo del 40% dei prezzi degli immobili commerciali nel Regno Unito
  • Tasso record di disoccupazione nel Regno Unito: 9,5%
  • Incremento al 4% del tasso d’interesse della Banca d’Inghilterra.

Ed ecco un grafico della BoE che propone un confronto fra gli scenari del test e ciò che avvenne realmente durante la crisi finanziaria:

Bank of England

“Lo scenario per lo stress test prevede una contrazione della crescita economica, sincronizzata a livello mondiale. In rapporto allo scenario baseline, la crescita subisce ripercussioni particolarmente negative in Cina, Hong Kong e Singapore” ha detto la BoE venerdì scorso.

“La propensione per il rischio degli investitori diminuisce e i soggetti che partecipano ai mercati finanziari cercano di ridurre il rischio dei propri portafogli, generando modesti flussi di capitali verso i paradisi fiscali e incrementi significativi dei premi per il rischio sui mercati finanziari e immobiliari.”

“Si registra volatilità sui mercati finanziari, e le valute dei mercati emergenti perdono valore in rapporto al dollaro statunitense. I prezzi di altri asset, compresi gli immobili, subiscono un netto calo. Il calo dei prezzi degli immobili in Cina e Hong Kong è particolarmente marcato.”

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È importante sottolineare che lo scenario previsto dallo stress test non riflette gli sviluppi effettivi previsti dalla BoE per l’economia britannica e quella mondiale, ma piuttosto rappresenta il worst case scenario assoluto.

Gli stress test sono diventati molto popolari tra le banche centrali dai tempi della crisi finanziaria, in cui numerose banche nel mondo sono fallite o hanno dovuto subire un bail out da parte dei rispettivi governi nazionali. Il Paese più colpito è stato proprio il Regno Unito, in cui il governo (all’epoca diretto dal primo ministro Gordon Brown) ha dovuto iniettare miliardi di sterline in due banche, RBS e Lloyds, per tenerle a galla.

Nel 2017, per la prima volta da quando la BoE ha iniziato a condurre stress test, tutte le principali banche britanniche hanno superato la prova.

“Per la prima volta da quando la Bank of England ha introdotto i suoi stress test, nel 2014, nessuna banca deve rafforzare la propria posizione patrimoniale a seguito dello stress test”, ha dichiarato la banca centrale in un comunicato diffuso in quell’occasione.

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