BANCO BPM: AL VIA PROGETTO INTEGRAZIONE DI BPM SPA NELLA CAPOGRUPPO

http://www.borsaitaliana.it/ 27 marzo 2018

Operazione in anticipo rispetto a piano industriale (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 27 mar – Al via il progetto di integrazione di Bpm Spa nella capogruppo Banco Bpm. Lo comunica l’istituto in una nota. L’operazione, si legge, consente alla banca di raggiungere “un altro importante step del piano industriale in anticipo rispetto ai tempi previsti”. La fusione, infatti, consentira’ di ottenere “da subito ulteriori sinergie e una maggiore efficienza operativa, grazie a una semplificazione della struttura societaria coerente con la nuova organizzazione della rete commerciale”. La fusione, approvata dai rispettivi cda, rientra tra le iniziative di semplificazione dell’assetto societario e operativo previste dal Piano Strategico 2016/2019 del gruppo Banco Bpm (completando cosi’ il processo di integrazione tra i due ex gruppi Banco Popolare e Bpm). La fusione avra’ decorrenza giuridica entro l’esercizio in corso e gli effetti contabili e fiscali della fusione partiranno dal primo gennaio 2018.

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(RADIOCOR) 27-03-18 18:30:32 (0574) 5 NNNN

Italia bomba a orologeria, troppo grande per essere salvata

Livia Liberatore wallstreetitalia.com 27 marzo 2018

Una guerra commerciale, una recessione economica globale e l’Italia. Sono queste le tre fonti potenziali di instabilità della zona euro, secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times. L’Italia è la più prevedibile. Dal periodo successivo alla crisi finanziaria l’Italia ha un’unica ricetta possibile: restrizioni fiscali e riforme economiche permanenti per garantire la sostenibilità del debito. Ma, nota l’editorialista, i due partiti vincitori nelle recenti elezioni politiche, il Movimento 5 Stelle e la Lega, hanno sostenuto tutto il contrario.

Il primo momento critico sarà il bilancio del 2019, che dovrà essere approvato entro questo autunno. I partiti populisti rappresentano circa il 60% dei parlamentari e senatori italiani. La loro priorità non sarà quella di seguire le regole fiscali dell’Unione europea: la maggioranza del parlamento non sembra avere intenzione di approvare un budget di austerità. “Quindi perché i mercati finanziari sono così calmi?” si chiede Munchau.

La tranquillità dei mercati sull’Italia è dovuta a due errori di valutazione, che l’editorialista del Ft smentisce. Il presidente della Banca centrale europea non verrà in aiuto di uno Stato membro che si oppone in modo deliberato alle regole fiscali. E l’establishment italiano non riuscirà a tenere lontani gli estremisti dal potere: il voto per Lega e M5S è “la prevedibile risposta a due decenni di politica economica che non è riuscita a creare posti di lavoro per i giovani“. Nessun Paese può mantenere uno spirito europeista in presenza di una calamità economica permanente come questa, spiega Munchau.

Le proposte economiche avanzate dai due partiti vincitori, come quella del reddito di cittadinanza, sono incoerenti con l’adesione alle regole fiscali dell’Ue. “L’Italia è troppo grande per essere salvata e troppo grande per fallire”, si legge nel commento. L’eurozona non ha strumenti per affrontare con efficacia la crisi di un grande Paese. Soltanto l’istituzione di una singola risorsa sicura come supporto per i mercati finanziari e di uno strumento di finanziamento per creare capacità di risanamento economico per gli Stati in difficoltà della zona euro potrebbe avere qualche effetto. Ma, secondo Munchau, siamo ancora lontani da questa prospettiva.

DAGOSPIA È IN GRADO DI ANTICIPARE CHI SONO I FONDI STRANIERI SUI QUALI SI STA CONCENTRANDO LA LOBBY DI ELLIOTT, SUPPORTATA DAI TANTI AMICI CHE CONTI E GUBITOSI STANNO CHIAMANDO DI QUA E DI LÀ DELL’OCEANO – LEGA E M5S PRO-ELLIOTT – UNA SCONFITTA DI BOLLORÈ SUL SUOLO ITALIANO NON DISPIACE A MACRON CHE GUARDA AL BRETONE COME L’ULTIMO EPIGONO DEL POTERE DI SARKOZY, OGGI MESSO FUORI GIOCO DALLE INDAGINI GIUDIZIARIE

dagospia.com 27 marzo 2018

DAGOREPORT

 

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

Non ci sarà Pasqua per i finanzieri di Elliott e i loro consulenti. Proseguono infatti intensi i contatti con i fondi esteri che possiedono azioni della società telefonica controllata da Vivendì con il 23,94% delle azioni. La mossa di dimettere i componenti del Cda in quota Vivendi e rinviare lo scontro dal 24 aprile al 5 maggio è letta solo come un diversivo, che consente ai francesi di prendere tempo, ma ne concede anche a Elliott per convincere gli investitori istituzionali stranieri a passare dalla loro parte e votare il candidato presidente Fulvio Conti e i consiglieri Luigi Gubitosi, Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Dante Roscini e Rocco Sabelli.

impero BolloreIMPERO BOLLORE

 

Il bacino sul quale Paul Singer fondatore e gestore del fondo Elliott Management Corporation e suo figlio Andrew che presiede gli interessi europei è di circa il 58%. A tanto ammonta infatti la quota posseduta dai fondi istituzionali stranieri, alla quale si aggiunge un misero 1% circa degli investitori italiani, il 3,78% posseduto da Telecom stessa, il 23,9% di Vivendi e un 13% circa di altri azionisti minori e retail.

Fulvio ContiFULVIO CONTI

 

Dagospia è in grado di anticipare chi sono i fondi stranieri sui quali si sta concentrando la lobby di Elliott, supportata dai suoi advisor, in primis Vitale & Co., e dai tanti amici che Conti e Gubitosi stanno chiamando di qua e di là dell’oceano. Oltre a Elliott che ha già dichiarato di possedere il 5,74% di Tim, i soci del colosso telefonico italiano sono gli americani Brandes Investment Partners, il fondo lanciato nel 1974 a San Diego che gestisce 31 miliardi di dollari di asset ed è guidato da Benjamin Graham,  il fondo di Boston Norhern Cross guidato da Howard Appleby, The Vanguard Group che gestisce circa 3 mila miliardi di dollari, basato in Pennsilvanya e guidato da Mortimer J. Buckley.

BLACKROCK ANDREA VIGANOBLACKROCK ANDREA VIGANO

 

Di Blackrock Investment Management e Blackrock Fund Advisors c’è poco da dire: sono presenti in quasi tutte le grandi aziende italiane, mentre gli inglesi Majedie Asset Management gestiscono circa 20 miliardi di dollari e Invesco Asset Management, i canadesi del Canada Pension Plan Invesment board, i norvegesi di Norges Bank Investment Management e gli spagnoli di Caixabank Asset Management, rimasti nel capitale forse dai tempi di Telefonica.

 

A questi e ad una ulteriore lista di fondi che possiedono quote più piccole, Elliott promette un piano che possa dare più soddisfazione di quello annunciato da Vivendi. Un piano al quale guarda con favore tutto l’arco costituzionale italiano e soprattutto i vincitori di queste elezioni, Lega e M5S, che hanno annunciato anche in campagna elettorale di guardare con grande favore una pubblicizzazione, attraverso Cdp e Open Fiber, della rete di Telecom Italia.

SARKOZY MACRONSARKOZY MACRON

 

Ma forse una sconfitta di Bollorè sul suolo italiano non dispiace nemmeno a Emanuel Macron che guarda al finanziere bretone come l’ultimo epigono del potere di Sarkozy, oggi messo fuori gioco dalle indagini giudiziarie.

 

 

BUFALA Intesa San PAOLO rimuove Katia da Direttrice dopo il Video Virale “IO CI STO” – bufale.net

http://www.parestrano.it/ 7 ottobre 2017

Su FACEBOOK e Whatsapp sta girando uno screenshoot relativo ad un post Facebook di Intesa San Paolo che comunicherebbe la rimozione di Katia ******** dal Ruolo di direttrice della Filiale dove è stato girato il video incriminato. L’immagine è Falsa, basta fare un ingrandimento per osservare la differenza di caratteri nella parte incriminata, senza contare […]

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Su FACEBOOK e Whatsapp sta girando uno screenshoot relativo ad un post Facebook di Intesa San Paolo che comunicherebbe la rimozione di Katia ******** dal Ruolo di direttrice della Filiale dove è stato girato il video incriminato.

L’immagine è Falsa, basta fare un ingrandimento per osservare la differenza di caratteri nella parte incriminata, senza contare che manca una “t” a direttrice.

Il vero post è il seguente:

Oggi con la tappa di Bari Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, ha concluso una serie di incontri con i direttori di filiale e i gestori: in apertura del suo intervento ha affrontato il caso dei video interni diffusi sul web. In particolare quello di Katia Ghirardi, la direttrice della filiale di Castiglione delle Stiviere.

“Katia non è mai stata sola, in nessun momento di queste giornate, il nostro Consigliere Delegato Carlo Messina l’ha immediatamente sentita, le ha parlato, le ha comunicato la sua vicinanza e quella di tutta Intesa Sanpaolo…

In tutto ciò che facciamo noi siamo una banca che ci mette la faccia, ci mette il cuore e ci mette la testa. Ma la faccia e il cuore ancora prima della testa…

La nostra era una raccolta di video interna sulla quale tanti di voi hanno anche lavorato e giocato.

Alcuni di questi video sono usciti e pubblicati abusivamente su Facebook.

È stato commesso un errore, abbiamo sottovalutato il modo con il quale andavano raccolte queste informazioni, quindi lo abbiamo fatto anche con degli strumenti che fanno parte della nostra vita quotidiana, i telefonini.

Quindi questo ci serve, e ci servirà, per costruirci sopra.

Staremo più attenti ma il nostro modo di lavorare, il nostro spirito, i nostri comportamenti sono quelli giusti.

Carlo Messina l’ha detto tante volte, noi lavoriamo come una famiglia.

I comportamenti che abbiamo nelle nostre filiali, l’allegria che ci mettiamo, la collaborazione, questo è essere famiglia.

Noi siamo questo e quello che volevamo fare con questa iniziativa era rappresentarlo a noi e a coloro che non l’avevano fatto per dare l’idea di quello che siamo.

Questo siamo noi e lo testimoniamo nelle cose concrete che facciamo ogni giorno. Quindi quando capiterà, perché capita, è già capitato a ognuno di noi, che ci chiederanno “Ma cosa? Ma come?”, glielo diremo. Noi diremo che quello che è successo è qualcosa che non doveva succedere, il video è stato pubblicato nostro malgrado, la filiale di Castiglione delle Stiviere ha tutta la nostra solidarietà, che l’azienda le è vicina, lo è stata in ogni momento e lo è tuttora, come lo è a Katia. E con Katia anche io dico “IO CI STO!”

Sono anche molto belli alcuni dei commenti di risposta del post fra colleghi e persone comuni dopo essere stati informata sulla reale natura del video e della sua abusiva diffusione. Questo dimostra  che la rete ha ancora un lato buono:

“Vorrei mille Katia negli uffici pubblici, invece delle musone annoiate incompetenti che mi tocca spesso incontrate per lavoro.”

“Brava ISP! Tutta la mia solidarietà a Katia! Ha fatto uscire l’aspetto umano della banca. Un caloroso abbraccio a lei e a voi tutti!!! FF #ioCiSto #ForzaKatia #IoStoConKatia

“parole importanti, forti, giuste! Un applauso a Stefano ed un abbraccio a Katia, avuta in “squadra” anni fa , nell’allora Area Brescia-Mantova-Cremona. “

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Bufale.net

C’è Intesa (Sanpaolo) sul governo M5s-Lega

http://lospiffero.com/ 27 marzo 2018

Nessuna preclusione del gotha della finanza nostrana verso l’ipotesi di un esecutivo “dei vincitori”. Ma per il presidente della banca Gros-Pietro il nodo è il debito pubblico che va affrontato dando però prospettive di crescita

Ogni promessa (elettorale) è debito (pubblico). Ma il tempo della propaganda è finito e oggi persino gli autori di proposte a dir poco azzardate e di notevole impatto sulla tenuta dei conti dello Stato sembrano aver deciso di abbandonare i loro propositi. Mentre nei palazzi romani la trama di possibili governi si fa e si disfa come la tela di Penelope, nei salotti più o meno buoni della finanza gnomi e mandarini del potere cercano di non farsi cogliere impreparati di fronte a inediti assetti e ai nuovi potenti. “Prima bisogna vedere quali sono i programmi concretamente messi in atto e soprattutto sono importanti le modalità con le quali vengono sviluppati – ragiona il presidente di Intesa SanpaoloGian Maria Gros-Pietro –. I mercati, e le stesse istituzioni, tengono d’occhio soprattutto il debito pubblico e l’esigenza di ridare occupazione ai giovani a livello adeguato e con prospettive soddisfacenti e in modo da far cessare la migrazione dei talenti dall’Italia”.

Nessuna preclusione ad alleanze finora sconosciute, lascia intendere l’economista torinese a capo del principale istituto di credito del Paese, la banca “di sistema” per antonomasia. “In linea di principio – ha Gros-Pietro a margine della presentazione del programma di restauri di opere d’arte curato dal gruppo bancario, a proposito dell’ipotesi di un nuovo governo M5sLega – diverse formule possono essere attuate, come accade in diversi altri paesi, in materia di tassazioni meno intrusive sull’attività produttiva e di sostegno alle persone disagiate. Ci sono diverse formule nella stessa Europa”. Secondo il presidente di Intesa San Paolo un punto chiave riguarda il debito pubblico: “non c’è dubbio – ha spiegato – che quello italiano ha un livello rispetto al Pil che indebolisce l’Italia nel confronto agli altri Paesi, perché’ la rende troppo dipendente dalle valutazioni di mercati finanziari”. L’altro aspetto fondamenta “è l’esigenza di dare ai giovani occupazione di livello adeguato e far cessare l’emigrazione di giovani di talento che vanno ad arricchire altri sistemi produttivi principalmente nella Ue, ma non solo”

Bruxelles, è già allarme per i conti italiani

avanti,it 27 marzo 2018

 

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È allarme preventivo da Bruxelles. Il governo ancora non c’è. Non c’è neanche un presidente del consiglio incaricato, ma dalla commissione europea arrivano già le prime preoccupazioni per le conseguenze che potrebbe avere sui conti pubblici un governo 5 Stelle o uno a guida Salvini. La Lega infatti ha costruito il proprio risultato elettorale sull’abolizione della legge Fornero. Un’operazione che costerebbe molto cara alle casse dello stato. Fare un conto preciso non è facile. A occuparsene con dati e cifre precise sono stati di recente sia la Ragioneria dello Stato, sia il Ministero dell’Economia e delle finanze. Nel report precisa che la riforma Fornero realizza “una riduzione della spesa in rapporto al Pil che si protrae per circa 30 anni, a partire dal 2012” con un effetto di contenimento che passa da “da 0,1 punti percentuali del 2012 a circa 1,4 punti percentuali del 2020”, mentre poi “decresce a 0,8 punti percentuali intorno al 2030 per poi annullarsi sostanzialmente attorno al 2045” e che complessivamente “l’effetto di contenimento del rapporto spesa/PIL, cumulato al 2060, assomma a circa 21 punti percentuali”. Si può quindi calcolare sia quanto costerebbe cancellare la Fornero nell’arco dei prossimi 42 anni sia quanto costerebbe cancellarla solo in un anno come il 2020, quello con maggiore effetto di contenimento della spesa. Secondo il Fondo monetario internazionale, il Pil italiano nel 2020 ammonterà a 2.160 miliardi di dollari, mentre secondo il nostro Ministero dell’Economia e delle finanze sarà di 1.877 miliardi di euro. Ecco allora che abolire la legge Fornero costerebbe alle casse dello Stato, nel solo 2020, circa 26 miliardi di euro (1,4% del Pil).

Altre spesa non calcolabile è quella del reddito di cittadinanza promesso dai Cinque Stelle. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. La selezione è stata fatta, si spiega, includendo ”tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”. Dalle indicazioni fornite si può immaginare, di conseguenza, che la proposta dei grillini si potrebbe collocare a metà tra il ‘salario minimo garantito’ e il ‘reddito minimo garantito’.

Qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece sta ad indicare un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone. Ma gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane nel 2016 è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Numeri che spaventano. E la commissione ha cominciato a preoccuparsi e sottolineando comunque che “non vuole entrare nel processo democratico italiano o chiedere riforme che siano impopolari” ha messo in evidenza il male storico del nostro Paese: quello del debito. Ma anche quello della debolezza della produttività. Per questo bisogna condurre “politiche di bilancio responsabili” ha detto il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici. Un invito a una gestione responsabile dopo anni in si è riportato il paese in sicurezza. “L’Italia è la terza economia europea e uno dei Paesi fondatori” dell’Ue, e “deve applicare le regole comunitarie che ha contribuito a forgiare” per “ridurre il suo debito elevato che pesa sulle generazioni future”, ha sottolineato ancora Moscovici. “Restiamo estremamente calmi, prudenti e rispettosi del ritmo democratico italiano”, ha aggiunto il commissario. “Non speculo assolutamente sulle riforme di un futuro governo italiano che non conosciamo nemmeno ancora”, ha detto, rifiutando di “nutrire preoccupazioni polemiche quando siamo ancora allo stadio dell’elezione dei presidenti” di Camera e Senato “e cominciano le discussioni” sulla formazione di una coalizione di governo. Ma l’avvertimento è stato lanciato.

 

L’ULTIMA LETTERA DEL GOVERNATORE PAOLO BAFFI (da Attivismo.info)

  scenarieconomici.it 27 marzo 2018

 

Le considerazioni di Paolo Baffi, ex governatore della Banca d’Italia, sul ruolo dell’Europa

«Quando si è eretto il feticcio dei cambi fìssi le conseguenze sono state nefaste» – «Pochi bambini e tanti vecchi. Ecco il vero problema della comunità» – Una nuova ondata di immigrati è inevitabile

Il dibattilo in corso, specialmente vivace in Gran Bretagna, intorno alte forme e ai limiti dell’integrazione economica e politica nell’Europa occidentale, non può lasciare indifferente ogni persona sensibile ai problemi dell’ordine sociale. Gli è perciò che desidero contriburvi con le osservazioni che seguono.

1. La lesi federalista di Einaudi muove dalla constatazione che gli Stati sovrani sono eternamente impegnati in una lotta per lo spazio vitale e l’egemonia, che giunge sino alla guerra ed ha, fra i suoi strumenti, il protezionismo. La stessa impostazione si trova in Spinelli e Rossi (Manifesto di Ventotene) che hanno letto le analisi di Robbins. Da questo Malo di cose derivano, sul piano dei beni materiali: a) la destinazione ad usi bellici di una parte delle ritorse prodotte, b) l’abbassamento dei livelli produttivi sotto il potenziale di libero scambio a causa delle dìstorsioni introdotte dal protezionismo. Inoltre ne segue c) una sottoutilizzazione delle infrastrutture apprestate dall’uomo, con impiego di risorse materiali e talenti, per la promozione dei traffici: impianti di trasporto e comunicazione, reti distributive e cosi via.
La federazione, si argomentava, eliminando la guerra e lasciando campo alla libera fioritura dei commerci, avrebbe rimosso queste tre ragioni di abbattimento del benessere e di dissipazione di risorse.

2. Gli obiettivi indicati dai federalisti italiani sono già stati sostanzialmente raggiunti, fuorché sotto due rispetti: a) l’ambito territoriale al quale essi si riferivano comprende i Paesi dell’Europa centro-orientale, fino alla linea che va dal Baltico al Mar Nero; è quindi più ampio di quello della CEE e giustificalo dall’insieme di ragioni geografiche, storiche e culturali che fanno di Varsavia, Praga, Vienna e Budapest sostanza d’Europa altrettanto viva quando lo siamo noi; b) nel settore agricolo, il Mercato Comune, in luogo della concorrenza, ha instaurato un pesante apparato protezionistico che si distingue per l’entità delle distorsioni produttive ed uno spreco di mezzi finanziari in cui alligna la frode. Su questi due fronti, la tesi federalista merita ulteriore impegno.

3. Sul piano monetario, l’assetto finale preconizzato dai nostri federalisti è quello della valuta unica che ritroviamo nel rapporto Delors. La fase di transizione verso di essa merita di essere gestita con il riguardo dovuto alle profonde trasformazioni in atto nelle economie della fascia di Paesi compresa fra la CEE e l’Unione Sovietica, e in quest’ultima. Poiché è eccessivo attendersi da tali Paesi un balzo improvviso verso schermi di piena convertibilità per merci, servizi e capitali, conviene che gli ordinamenti monetari del Mercato Comune in oggi, della Federazione domani, offrano loro meccanismi di associazione caratterizzati da convertibilità parziale, sistemi di credilo, qualche latitudine nella variazione dei tassi di cambio. In quest’ottica, la non definizione dei tempi di passaggio alla seconda ed alla terza fase del piano Delors è opportuna, perché consente di meglio raccordare il nostro progresso intemo con quello dei potenziali Paesi partecipi di un’Europa allargata ai confini tracciati dai nostri federalisti.
Sembra peraltro eccessiva la irrevocabilità dei tassi di cambio prevista dal rapporto Delora per la seconda fase, che è ancora di monete distinte: la distinzione non avendo senso alcuno se non associata alla possibilità di variazione del cambio. La gestione della seconda fase, se i cambi fossero totalmente rigidi, sarebbe più difficile di quella della terza, per il minor potere dell’organo centrale di coordinamento.
La storia monetaria d’Europa ci rivela che, ogni qual volta la parità di cambio è stata eretta a feticcio o imposta senza adeguato riguardo alle sottostami condizioni dell’economia, le conseguenze sono state nefaste. Mi riferisco in particolare al costo economico e sociale della riconduzione della sterlina alla parità antebellica nel 1925-26; all’imposizione alta Germania, da parte degli Alleati, di una parità aurea immutabile del marco che portò alla deflazione del 1931-32 e, con Hitler e Schacht, al controllo dei cambi; al futile tentativo, dopo la svalutazione della sterlina (settembre 1931 ), di costituzione di un blocco oro che condusse, in Francia, alla deflazione e a disordini sociali e, in Italia, all’instaurazione del controllo dei cambi sin dal 1934.
Queste riflessioni sono applicabili non soltanto ai vicini dell’Est, bensì anche ai tre Paesi mediterranei che si sono da ultimi associati alla Cee a venturi candidati come la Turchia. L’insistenza perche essi subiscano il giogo di un ordine guidato da una moneta dura come il marco, collocandosi entro fasce di oscillazione sempre più strette o nulle, ignora che ad ogni grado di maturazione economica e sociale corrisponde un sistema di vincoli appropriato. Una disciplina rigida in termini di prezzi e cambi, se può essere adatta ai grandi Paesi di antica industrializzazione legati fra di loro da una fitta rete di commerci che rende meno probabili ampie variazioni nelle mutue ragioni di scambio, male si addice ad economie, come quelle citate, impegnate a recuperare il ritardo rispello alle prime.

4. Nello stesso ambito delle economie sviluppale, si deve osservare che un sistema a guida marco, fondato sulla stabilità dei prezzi, e sulla rigidità del cambio, impone a qualsiasi Paese che subisca uno shock riduttivo della sua capacità di produrre reddito (come furono i due del prezzo del petrolio negli Anni Settanta) la scelta fra il finanziamento estero e il ricorso all’abbattimento dei prezzi interni e, maggiormente, dei salari, che da Keynes in poi sappiamo essere oltremodo difficile e costoso in termini di tranquillità sociale e di produzione di reddito. L’aggiustamento relativo di prezzi e salari sarebbe più facile su un’onda di moderata inflazione diffusa al sistema, ma l’obiettivo essendo quello più severo dei prezzi stabili, questa agevolezza non si dà e di tanto si aggrava il vincolo della fissità del cambio.

5. Osservazioni di ugual senso sono sollecitate dall’istanza di stretto coordinamento delle politiche economiche e sociali in ambiti diversi da quello monetario.
Una lettura teorica corretta dell’opposta tesi propugnata in passato da De Gaulle, oggi dalla Thatcher — tesi che si trova anche nei nostri federalisti, gelosi della sopravvivenza di una pluralità di piccole patrie — ritengo estere quella recentemente proposta a Bruges dal professor Roland Vaubel. Secondo questa lettura, un coordinamento troppo spinto di politiche economiche elimina l’elemento di concorrenza, caratteristico del Mercato Comune, dal livello più alto in cui la concorrenza può esplicarsi, che è quello della formazione delle politiche medesime; esso è quindi contraddittorio con la filosofia del sistema, che in uno schema di piena coerenza interna dovrebbe consentire agli agenti opzioni diverse nelle loro decisioni di offerta di lavoro, di investimento di capitali, di culture e stili di vita.
L’argomento delle distorsioni che seguirebbero ad ordinamenti tributari diversi perde peso qualora ciascuno di essi soggiaccia al vincolo di un equilibrio finanziario complessivo: è su questo vincolo, piuttosto che sull’omogeneità degli assetti tributari nazionali, che dovrebbe portarsi lo sforzo di convergenza.

6. Il problema della sottoutilizzazionc delle infrastrutture, richiamato da Einaudi (1.), potrà ripresentarsi, anziché per effetto del protezionismo, a causa del declino demografico in atto nell’Europa occidentale. Le grosse coorti di nati nel ventennio 1945-65 toccheranno l’età della pensione nel primo quarto del prossimo secolo. In quel torno di tempo, sia l’indice di vecchiaia (vecchi/giovani) sia l’indice di dipendenza degli anziani (vecchi/adulti) della popolazione europea segneranno purtroppo una nuova impennata. Le folte schiere dei vecchi continueranno a presentarti sul mercato come compratrici, con i mezzi forniti dagli estesi sistemi di previdenza sociale e privata. Gli equilibri di mercato non soffriranno dunque di un difetto di domanda, bensì di una possibile carenza di offerta del fattore produttivo lavoro. In una condizione siffatta, l’immigrazione si presenterà come un meccanismo riequilibrante, un innesto naturale che sarà attivato dalle chiamate delle imprese produttive (e delle stesse famiglie). Poiché essa proverrà inevitabilmente da Paesi di civiltà diversa dalla nostra, il problema della preservazione del nostro sistema di valori ne risulterà aggravato e tanto più meritevole dell’attenzione che per esso chiedono gli assertori delle piccole patrie, del genio europeo della varietà, contro possibili processi di entropia culturale.

7. Se si fa idealmente centro a Bruxelles, e con moto rotatorio si gira, seguendo il sole da Est ad Ovest, lungo un arco di 180°, si incontrano prima i problemi dei rapporti con gli Stati ad economia socialista e di quelli con i Paesi del Golfo produttori di energia. Indi si affacciano quelli dell’immigrazione che configurano un ritorno pacifico del turco e del saraceno. Questo stesso problema di massicce migrazioni si ripropone sulle sponde del continente africano, tormentato da eccesso di popolazione, fame e desertificazione. Procedendo ancora, l’esplosione demografica si trova associata, in America Latina, a quella del debito estero, che ha raggiunto livelli incompatibili con ogni speranza di puntuale assolvimento. Infine, a tutto Ovest, ci si imbatte nel persisterne disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti della più ricca fra le economie sviluppate (che nel sessennio 1983-1988 ha toccato il quasi incredibile importo di 700 miliardi di dollari) gemellato allo squilibrio delle finanze pubbliche e fonte di tendenze protezionistiche che minacciano sempre più gravemente l’ordinato sviluppo dei commerci mondiali.
Nessun altro sistema politico è complessivamente interessato a queste fondamentali tematiche quanto l’Europa occidentale e, in seno a questa, la Germania: centrale, competitiva, tuttora ricca di tecnologie e di capitali, seppure divisa ed in preda ad un pauroso declino demografico.

8. Il nostro arco, dopo averci offerto la visione esaltante di processi di trasformazione sociale atti a colmare il fossato tra sistemi politici rivali, ci propone dunque quella, angosciante, di una molteplicità di equilibri infranti — nei rapporti tra sviluppo economico e conti esteri, tra demografia e sviluppo, tra economia e ambiente — che è arduo ricomporre o sostituire con nuovi. In ognuna di queste situazioni ricorre l’aspetto finanziario. Si danno infatti problemi di realizzare una minore instabilità delle ragioni di scambio nei rapporti fra produttori di materie prime, fonti di energia e manufatti. In Africa si incontrano problemi di difetto di accumulazione, cui fa d’uopo sovvenire con investimenti agevolati e donazioni. Nell’America Latina, spiccano le esigenze di finanziamento condizionato da parte delle istituzioni internazionali e di regolazione dei flussi di credito bilaterali, ufficiali e privati; più a Nord, il problema della instabilità dei cambi fra le tre grandi aree monetarie (del dollaro, della CEE e dello yen) e quello del disavanzo americano.
Sembra quindi giunto per tutti il momento di allargare gli orizzonti e di innalzare i traguardi verso alcune prime attuazioni di un governo mondiale che era pure negli auspici di Einaudi. Un contesto in cui anche ai massimi responsabili dell’economia e della finanza dell’Europa occidentale, ministri e governatori, incombe l’obbligo di modellare le politiche di quest’area subcontinentale nel senso della sollecitazione, ad Oriente, delle virtualità positive insite nei processi in atto; a Mezzogiorno e ad Occidente, nel senso della correzione degli squilibri globali. Magari lasciando  in grembo al tempo e all’esperienza problemi minori, quale quello dell’eliminazione dei residui gradi di flessibilità di un sistema regionale di cambi già abbastanza stabile ed efficiente.
Paolo Baffi

Cybercriminalità nel settore bancario

Gli attacchi informatici sono diventati il maggiore rischio operativo per il settore finanziario: lo sostiene Mark Branson, direttore dell’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari (Finma), che invita a far fronte comune contro la criminalità cibernetica.

video

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/27-03-2018-la-finma-teme-i-cyberattacchi?id=10294562&startTime=0.000333&station=rete-uno

Il pericolo di aggressioni informatiche aumenta di pari passo con la crescente digitalizzazione, ha spiegato Branson nella conferenza stampa annuale della Finma. In questo ambito la Finma ha maturato in modo mirato un bagaglio di conoscenze specialistiche: serve però un’ulteriore intensificazione dello scambio interdisciplinare, sia all’interno del settore pubblico, sia con il comparto finanziario. “Unendo le forze possiamo ottenere molto di più che agendo da soli”, si è detto convinto l’ex manager di UBS e Credit Suisse.

La gran parte degli attacchi viene parata, “ma il migliore sistema di difesa è buono solo quanto il più debole dei suoi elementi”, ha proseguito Branson. La messa in guardia concerne l’industria della finanza, certo, ma non solo: i rischi “vanno al di là del semplice furto di denaro o di dati”, possono assumere dimensioni sistemiche, ha detto.

Secondo il funzionario la Svizzera fa meno di altri paesi per difendersi nella sua globalità. Anche la Confederazione dovrebbe applicare sistemi di monitoraggio centrali: la Finma è pronta a svolgere un ruolo importante in quest’ambito.

Sempre nel campo dei cambiamenti tecnologici Branson ha sottolineato come i nuovi modelli operativi, in particolare quelli basati sulle criptovalute, comportano sia opportunità che rischi per i clienti, così come per gli istituti finanziari. “Il nostro obiettivo è fare in modo che gli innovatori diano vita a una concorrenza sana”.

La Svizzera deve fare di più contro la corruzione transfrontaliera

27 MARZO 2018 tvsvizzera.it

banconote svizzere.
Il campo svizzero delle esportazioni è particolarmente esposto ai rischi di corruzione transfrontaliera. 

(Keystone)

Pur avendo compiuto passi avanti, la Svizzera deve ancora progredire nella lotta internazionale contro la corruzione: è quanto indica l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che chiede a Berna di proteggere i “whistleblower”.

In un rapporto pubblicato oggi, il Gruppo di lavoro dell’OCSE che valuta l’attuazione da parte della Svizzera della Convenzione sulla lotta contro la corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali e formula raccomandazioni, indica di aver constatato un aumento significativo del numero di procedimenti e di condanne in questo campo.

Forti esportazioni, forti rischi

Dal 2011 alla fine del 2017, nella Confederazione sono state condannate sei persone fisiche e cinque persone giuridiche in cinque vicende di corruzione transnazionale. Numerosi casi erano oggetto di un procedimento al momento della stesura del rapporto.

La Svizzera è particolarmente esposta alla corruzione estera per vari motivi, rammenta l’OCSE. La ragione principale è legata al fatto che l’economia elvetica è orientata all’esportazione: il 62,9% del prodotto nazionale lordo (Pnl) della Svizzera è generato dalle esportazioni (il doppio rispetto ad altre economie ad alto reddito, cfr. grafico). Ma è più precisamente la natura delle esportazioni elvetiche che aumenta i “gravi rischi di corruzione estera”: transazioni finanziarie, prodotti farmaceutici e commercio di materie prime e metalli.

Molto resta da fare

Il Gruppo di lavoro riconosce al Ministero pubblico della Confederazione (MPC) il merito di condurre un’azione repressiva “che sta producendo effetti sia a livello nazionale che internazionale”. Tuttavia si aspetta che la Svizzera rafforzi gli sforzi nella repressione del reato di corruzione internazionale.

Tra le note dolenti sull’operato della Svizzera nel periodo in esame, il Gruppo di lavoro rileva che le sanzioni inflitte non sono state abbastanza dissuasive, come prevede la Convenzione, in particolare nei confronti delle persone giuridiche.

L’OCSE chiede alla Svizzera di far meglio conoscere l’azione repressiva, rendendola più trasparente, grazie a una maggiore pubblicità degli affari in corso. Si tratterebbe di consentire la pubblicazione più ampia possibile dei contenuti di una vicenda. Questo fattore è sempre più importante dal momento che la grande maggioranza degli affari di corruzione transnazionale si sono conclusi senza l’intervento di un giudice, rileva il Gruppo di lavoro.

Proteggere gli informatori

Per quanto riguarda la segnalazione di casi di corruzione, il Gruppo di lavoro sottolinea il ruolo chiave svolto dall’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS). Deplora tuttavia il fatto che avvocati, notai, contabili e revisori non siano in grado di contribuire a queste segnalazioni, non essendo associati alla lotta contro il riciclaggio di capitali come prevedono gli standard internazionali.

L’OCSE si rammarica d’altra parte dell’assenza di un quadro legale e istituzionale volto a tutelare i cosiddetti “whistleblower”, ovvero chi segnala casi di corruzione, nel settore privato. Perciò esorta Berna ad effettuare una riforma rapida in tal senso.

Assistenza giudiziaria sulla buona strada

Soddisfazione è invece espressa in merito alla politica volontaristica della Svizzera in materia di sequestro e confisca, che sta dando frutti. L’OCSE sottolinea la partecipazione sempre più attiva e dinamica di Berna all’assistenza giudiziaria.

Il Gruppo di lavoro dell’OCSE sostiene così la revisione della legge svizzera sull’assistenza giudiziaria, che è in fase di attuazione, al fine di formalizzare questa assistenza più dinamica e di favorire una cooperazione internazionale più efficace.

La Svizzera presenterà un rapporto verbale al Gruppo nel marzo del 2019. Quest’ultimo avrà come tema l’adozione di una legislazione appropriata destinata a proteggere da ogni azione discriminatoria o disciplinare i dipendenti del settore privato che segnalano casi di presunta corruzione di pubblici ufficiali stranieri.

Entro due anni, la Confederazione presenterà inoltre un rapporto scritto sull’attuazione di tutte le raccomandazioni del Gruppo e sugli sforzi in vista dell’applicazione della Convenzione.

 

Tim, che cosa si stanno dicendo Elliott, Asati, Assogestioni e Arca contro Vivendi

  stratmag.it 27 marzo 2018

tim

“Occorre che venga presentata un’unica lista per il board e un’unica lista per il collegio sindacale, inserendo nominativi suggeriti da tutti: investitori istituzionali, e perché no anche dai piccoli azionisti”. E’ uno dei brani-clou della lettera che Asati, l’associazione dei piccoli azionisti di Tim, ha inviato a Fondo Elliott, Assogestioni, Arca, Elliott Advisors (UK) Limited, Verini& Associati e Georgeson. Una lettera non a caso pubblicata sul sito promosso dal fondo americano proprio per la contesa di Tim.

LA SCELTA DI ASATI

I piccoli soci dell’ex Telecom Italia, dunque, come preannunciato dal presidente Franco Lombardi giorni fa a Start Magazine (qui l’intervista), si schierano definitivamente con il fondo americano nella partita per sottrarre a Vivendi il controllo del gruppo di tlc e trasformarlo in una sorta di una “vera public company”, come si legge nella lettera inviata da Asati.

MODELLO PUBLIC COMPANY

“Non si tratta di divenire i “padroni” della società, quindi passare da investitori ad industriali, ma promotori della governance, della buona governance di una vera public company – è scritto nella missica di Asati – così come avviene in Prysmian ed è avvenuto nel passato per Parmalat prima dell’avvento dei francesi di Lactalis”, scrive Lombardi in quella che in ambienti finanziari è definita una “chiamata alle armi” contro il colosso francese di Vincent Bolloré. Tanto che alla fine della lettera si legge: “Vi è il presumibile rischio che oggi Telecom sia eterodiretta da Vivendi, e su questo punto siamo prossimi alla presentazione di una serie di esposti alla Consob, per le verifiche del caso”.

I CONTATTI E LA TEMPISTICA

Un eventuale accordo di desistenza tra Elliott e Assogestioni, con la presentazione di un’unica lista contrapposta a quella di Vivendi, potrebbe aprire la strada a un’operazione analoga anche per il consiglio di amministrazione, aumentando così le chance degli americani di esautorare i francesi. Secondo alcune indiscrezioni, ci sarebbero stati già contatti tra Elliott e i fondi italiani, anche prima della lettera formale di Asati. La lista andrebbe presentata entro venerdì 30 marzo, 25 giorni prima dell’assemblea che il 24 aprile eleggerà il nuovo organo di controllo. Ma Vivendi, ovviamente, auspicherebbe che Assogestioni presenti una propria lista intralciano così i piani di Elliott.

TUTTI GLI APPROFONDIMENTI DI START MAGAZINE SULLA PARTITA TIM:

COME IL GOVERNO GENTILONI HA OSCILLATO FRA VIVENDI ED ELLIOTT SU TIM

ECCO COME I PICCOLI AZIONISTI DI TIM CRITICANO VIVENDI E ATTENDONO ELLIOTT

TUTTI I DETTAGLI (E LE POSIZIONI POLITICHE) SUL DOSSIER RETE TIM

PROGETTI E MANAGER ITALIANI DEL FONDO USA ELLIOTT PER TIM

 

ECCO I BRANI PIU’ SIGNIFICATIVI DELLA LETTERA

“Occorre che venga presentata un’unica lista per il Board ed un’unica lista per il Collegio Sindacale, inserendo nominativi suggeriti da tutti: Investitori Istituzionali, e perché no anche dai piccoli azionisti. In caso di sconfitta i primi 5 candidati della lista unitaria sarebbero in ogni caso eletti garantendo 5 consiglieri indipendenti che potrebbero essere un mix tra consiglieri indipendenti uscenti tratti dalla lista Assogestioni e quelli recentemente candidati da Elliott. I successivi 5, che scatterebbero, in caso di successo, potrebbero raccogliere il nome del futuro AD che andrebbe definito in accordo tra i gruppi che sostengono la lista, assieme alle principali linee di indirizzo della Società. Stessa cosa è ipotizzabile per il collegio sindacale dove gli attuali due sindaci tratti dalla lista Assogestioni potrebbero diventare 3 in caso di vittoria. Non si tratta di divenire i “padroni” della Società, quindi passare da investitori ad industriali, ma promotori della governance, della buona governance di una vera public company, così come avviene in Prysmian ed è avvenuto nel passato per Parmalat prima dell’avvento dei francesi di Lactalis. Vi Richiamiamo ad un forte Senso di responsabilità, Telecom non può essere governata con un semplice 25%, da un solo gruppo di interesse, ove i propri interessi, possano prevalere sugli interessi della Società stessa: Telecom deve essere gestita da consiglieri indipendenti, competenti e rappresentativi delle professionalità necessarie ad un buon governo societario. Oggi, credeteci, vi è una grande opportunità di dimostrare al Mercato e a tutti gli stakeholders che si può governare Telecom in modo indipendente e senza abdicare a favore dell’industriale di turno, che con una quota di minoranza, faccia di Telecom uno strumento del proprio business, invece che sia Telecom a fare business e creare valore. Vi è il presumibile rischio che oggi Telecom sia eterodiretta da Vivendi, e su questo punto siamo prossimi alla presentazione di una serie di esposti alla Consob, per le verifiche del caso”. (la lettera integrale si può leggere qui)

 

Deutsche Bank starebbe per estromettere l’amministratore delegato John Cryan. Mustier tra i papabili per la successione

Il Ceo di Deutsche Bank, John Cryan, REUTERS/Kai Pfaffenbach
  • Il COO di Deutsche Bank Kim Hammonds avrebbe dichiarato a una conferenza che la banca è la società “più disfunzionale” per cui abbia mai lavorato.
  • Hammonds ha fatto i commenti a una conferenza manageriale interna.
  • I suoi commenti arrivano mentre sono sempre più insistenti le voci per cui il presidente, Paul Achleitner, si starebbe preparando a estromettere l’amministratore delegato John Cryan dopo uno scontro sulla strategia.
 

Un dirigente della Deutsche Bank ha definito la banca come la società “più disfunzionale” per cui abbia mai lavorato, tra le voci che il presidente Paul Achleitner si starebbe apprestando a cacciare l’amministratore delegato John Cryan.

Secondo un rapporto in lingua tedesca della Frankfurter Allgemeine Zeitung, il COO di Deutsche Kim Hammonds – che in precedenza era Chief Information Officer globale della Boeing, e ha ricoperto posizioni di vertice sia in Ford sia in Dell – ha fatto i commenti in una conferenza di management in Germania.

Hammonds non ha negato di aver fatto i commenti, secondo il quotidiano Handelsblatt, ma ha dichiarato di averlo fatto o in un “meeting manageriale interna e confidenziale”. Un portavoce di Deutsche Bank non ha risposto a una richiesta di commento.

“La situazione in Deutsche Bank è molto più complessa [che altrove], il che non è affatto sorprendente: siamo una banca globale in una difficile trasformazione”, ha aggiunto.

Deutsche Bank è nel bel mezzo di un’importante ristrutturazione, guidata da John Cryan con l’obiettivo di porre fine ad anni di prestazioni poco brillanti.

La banca ha cercato di tagliare i costi dopo aver segnalato la sua terza perdita consecutiva annualeperdendo quasi mezzo miliardo di euro nel 2017. Il più grande istituto di credito tedesco sta cercando di tagliare anche 500 posti di lavoro dalla sua banca di investimento.

Separatamente, il Times ha riferito che il presidente della Deutsche Bank, Paul Achleitner, si sta preparando a estromettere il Ceo Cryan, e che la banca ha iniziato ad avvicinarsi a possibili candidati per sostituire Cryan dopo che lui e Achleitner si sono scontrati su questioni strategiche.

Cryan è entrato in Deutsche Bank nel 2015 per guidare un’inversione di tendenza, ma si ritiene che abbia incontrato resistenza sul ritmo del cambiamento che vuole implementare. “È abbastanza chiaro che la relazione tra l’amministratore delegato e il presidente è interrotta”, ha detto al Times una fonte anonima.

The Times elenca Richard Gnodde, Ceo di Goldman Sachs, con sede a Londra, Standard Billtered, capo Bill Winters, e Jean Pierre Mustier, a capo della più grande banca italiana, Unicredit (che al momento non ha rilasciato dichiarazioni), come possibili sostituti di Cryan.

Si dice che Gnodde sia già stato contattato dalla Deutsche Bank, ma si ritiene che abbia rifiutato le avances.

Sia Deutsche Bank sia Goldman Sachs hanno rifiutato di commentare i rapporti del Times quando sono stati contattati da varie organizzazioni giornalistiche.

Anche Marcus Schenck, attuale co-responsabile delle attività bancarie aziendali e di investimento, è considerato un possibile sostituto interno di Cryan. La scorsa settimana Schenck ha dichiarato a una conferenza a Londra che i conti bancari come li conosciamo ora potrebbero scomparire in soli cinque anni.

A CHE SERVE BANKITALIA? A MONITORARE TWITTER – L’ISTITUTO TIENE D’OCCHIO CINGUETTII PER “CALCOLARE LE ASPETTATIVE D’INFLAZIONE E VALUTARE LA FIDUCIA DEI DEPOSITANTI”. BENISSIMO, MA CHE SUCCEDE QUANDO UNA SOCIETÀ FIORENTINA (BITGRAIL) BRUCIA 150 MILIONI CON LA CRIPTOVALUTA ‘NANO’? NIENTE – IL FUTURO DELLE BANCHE È IN MANO ALLA SILICON VALLEY, VIA NAZIONALE È PRONTA?

dagospia.com 27 marzo 2018

IGNAZIO VISCOIGNAZIO VISCO

Sergio Luciano per Libero Quotidiano

 

 Mica dormono, in via Nazionale! Sono vigili sull’ innovazione, magari si perdono qualche puntata ma poi si mettono in pari. Al punto che – parola di Fabio Panetta, vicedirettore generale della Banca d’ Italia – l’ istituto che fu di emissione monitora i social media «e in particolare Twitter per calcolare le aspettative d’ inflazione o per valutare la fiducia dei depositanti»!

 

schiavi dei social networkSCHIAVI DEI SOCIAL NETWORK

Cioè, è chiaro? Il mondo si è accorto che Facebook è al soldo di chiunque voglia arraffare profili privati dei suoi utenti per tentare di coartarne le opinioni politiche e lo scandalo ha costretto Mark Zuckerberg, padrone del social media, a chiedere scusa; Francia, Germania, Commissione europea e Parlamento Ue preparano leggi per la prevenzione e la repressione delle “fake news” – insomma, le bufale – che inquinano i social media; e la Banca d’ Italia che fa?

 

Lei, beata, monitora Twitter per valutare la fiducia dei depositanti. Emozione a Wall Street: chissà che domani il titolo dell’ uccellino blu non recuperi un po’ di quel 20% di quotazione che ha perso nelle ultime due settimane.

donald trump tweetDONALD TRUMP TWEET

 

Del resto, sempre meglio essere monitorati dalla Banca d’ Italia – almeno qualcuno che li prenda sul serio! – quando, come Twitter, si ha il proprio amministratore delegato e cofondatore Jack Dorsey che venti giorni fa ha pubblicato proprio sul suo social un enorme mea culpa: «Non siamo orgogliosi di come le persone hanno approfittato del nostro servizio», ha scritto, «o della nostra capacità di affrontare il problema in tempi sufficientemente veloci». Nessuno è profeta in patria, avranno pensato i dipendenti di Twitter: se il nostro fondatore ci fustiga, consoliamoci con Panetta!

twitterTWITTER

 

SOCIETÀ QUOTATE

Ma c’ è di più. Il banchiere ha aggiunto che la Banca d’ Italia usa i social-media anche «per monitorare la fiducia dei consumatori verso determinate società quotate e i suoi effetti sulla volatilità e i volumi di scambi». E questo già si capisce meglio, perché la gente si confessa sui social, anche se magari più che altre per vomitare insulti o innalzare inni: diciamo che le opinioni pacate e le analisi lucide scarseggiano.

 

Quindi per carità: meglio monitorare questa roba qui che le nomination del Grande Fratello. Oppure le quotazioni immobiliari: «Facciamo ricerche sui singoli annunci immobiliari online che servono ai ricercatori della Banca d’ Italia», ha fatto sapere Panetta, «per capire la microstruttura del mercato immobiliare italiano».

 

twitter 3TWITTER 3

E come dargli torto, visto che ormai l’ 80% delle transazioni immobiliari nascono dal web? Veramente ci sarebbe anche il catasto, le conservatorie notarili eccetera, ma sanno di vecchio e poi vuoi mettere la antica e condivisa truffa di non dichiarare mai nel rogito di compravendita il prezzo vero su cui pagare le tasse, con la nuova e più eccitante possibilità di sparare prezzi folli sul web, tanto poi si sa che nessuno ci crede? Peraltro, c’ è tanto da fare e da studiare – ma veramente – per le banche centrali sul web.

 

CRIPTOVALUTE

Per esempio le famose criptovalute, quelle robe digitali che sostituiscono il denaro, nel senso che prendono quello vero dalle tasche dei gonzi e lo sostituiscono con quello finto.

 

FABIO PANETTAFABIO PANETTA

C’ è una società a Firenze, Bitgrail, che ha bruciato 150 milioni di dollari investiti in una criptovaluta dell’ Arizona chiamata “nano”, un buco peggiore di Banca Etruria: una bella monitorata ci poteva pure stare, col senno di poi. Insomma, le tecnologie digitali, dopo aver spappolato il settore della musica, quello delle agenzie di viaggio, in buona parte quello dell’ informazione, stanno per spappolare anche le banche.

 

Per ora sottraendogli il business dei pagamenti: buon per noi, che paghiamo meno commissioni sulle carte di credito, male per le banche, cui noi però continuiamo ad affidare i nostri soldi. Ora inizia l’ attacco concentrico: prestiti digitali, factoring digitale, tutto in mano ad Amazon o Apple o Google & Co. Giusto che la Banca d’ Italia (7mila dipendenti) se ne occupi: un po’ per capire, un po’ per difendere.

Nano Francesco FiranoNANO FRANCESCO FIRANO

 

Non il passato ammuffito, ma i diritti della gente, che non ammuffiscono mai. E che sui social finora sono stati solo e sempre calpestati. Con buona pace dei trend-topic di Twitter, dove si descrive un mondo che spesso, e per fortuna, con quello reale c’ ha poco a che fare.

 

 

 

TUTTE LE VERITÀ NON DETTE SUL MONTE DEI PASCHI DI STATO – LE CASSE PUBBLICHE HANNO PERSO 3 MILIARDI DI VALORE DA QUANDO MPS È TORNATA IN BORSA – L’ECONOMISTA SEMINERIO: ‘SOFFERENZE, PAURA DI INTERVENTO BCE, SCOMMESSE DEGLI INVESTITORI, INSTABILITA’ POLITICA, CAUSE PER 836 MILIONI…ECCO COSA ANDAVA FATTO, SUBITO, CON LA BANCA”

dagospia.com 27 marzo 2018

 

MONTE DEI PASCHIMONTE DEI PASCHI

1. IERI – MPS: CONTINUA LA DISCESA IN BORSA (-3%), STATO PERDE 3,4 MLD

 (ANSA) – Banca Mps ha chiuso la prima seduta di Borsa della settimana in perdita del 3% a 2,6 euro, dopo essere stata anche sospesa al ribasso. Venerdì il titolo aveva guadagnato l’1,1%, interrompendo una serie negativa di 12 giornate consecutive in rosso. La quota del ministero dell’Economia, che controlla Mps con il 68% del capitale, vale ora 3 miliardi in meno dei 5,4 miliardi investiti dallo Stato per salvare la banca.

 

Dal suo ritorno in Piazza Affari, il 25 ottobre, quando chiuse a 4,55 euro, in Borsa Mps ha perso oltre il 40%. Molti osservatori ritengono che sia auspicabile un consolidamento del sistema bancario italiano, che potrebbe concretizzarsi con una serie di aggregazioni. Uno scenario che vedrebbe il Monte fra i protagonisti. Nei giorni scorsi Ubi ha comunque smentito che il consiglio di gestione abbia discusso una operazione straordinaria riguardante Mps.

 

 

2. OGGI: BORSA MILANO CORRE (+1,5%) MA MPS CALA ANCORA

MARCO MORELLIMARCO MORELLI

 (ANSA) – Borse europee in deciso rialzo a metà giornata in scia all’allentamento delle tensioni commerciali tra Usa e Cina, che già ha fatto correre Wall Street e i listini asiatici. Francoforte avanza del 2%, Londra dell’1,9%, Parigi dell’1,5%, al pari di Milano. Il dollaro si rafforza sull’euro (che cede lo 0,2% a 1,2415 sul mercato di Londra). Poco mossi i titoli di Stato dopo l’asta dei bot, andata a segno con tassi in calo e domanda in crescita. Il rendimento del btp cede un paio di punti base all’1,88%.

 

A Piazza Affari corrono Unieuro (+6,5%) e Amplifon (4,5%) dopo i conti, Tiscali (+6,2%) in scia al mandato conferito a Mediobanca per analizzare opzioni strategiche. Sul Ftse Mib maglia rosa è Exor (+3,72%) in scia ai conti 2017, davanti a Buzzi (+3,28%), Stm (+3,2%), Ferrari (2,9%), Leonardo (+2,8%) e Fca (+2,5%). Deboli solo le utility Snam (-0,1%) e Terna (-0,9%) mentre gira in negativo Mps (-0,96%). Nel pomeriggio attesi dagli Usa dati su fiducia consumatori, scorte di petrolio e prezzi delle case.

 

 

3. MPS, TUTTE LE VERITÀ NON DETTE SUL MONTE DEI PASCHI DI STATO

Da www.startmag.it

 

GENTILONI PADOANGENTILONI PADOAN

Il commento di Mario Seminerio, curatore del blog Phastidio.net, sulle ragioni dei capitomboli del titolo Mps in Borsa e sul reale stato di salute della banca ora controllata dal Tesoro, estratto di un articolo più ampio pubblicato su Phastidio.net la settimana scorsa

 

Le quotazioni dell’azione di Banca Monte dei Paschi sono in continua discesa, che ha di recente preso velocità. Mentre ci si interroga sulle cause del ribasso, cresce lo strepito scandalizzato degli urlatori professionali. Che tuttavia spesso coincidono con le figure che hanno sostenuto l’attuale assetto proprietario della banca.

 

La capitalizzazione di borsa è di circa [2,5] miliardi di euro. Quali le cause di questa ennesima operazione-altoforno? Non c’è scarsità di motivazioni: dai timori sull’implementazione del piano industriale, a quelli che vedono la Bce pronta a chiedere temibili “tagli lineari” in caso di ritardo sulla tabella di marcia del rilancio (che finirebbero ad avvitare la situazione, probabilmente), a scommesse di grandi fondi internazionali contro la banca-bersaglio di un paese privo di governo e che rischia di restare tale ancora a lungo oppure di vedere l’ascesa di forze sfasciste dei conti pubblici, sino alla sottovalutazione delle reali condizioni dei crediti deteriorati, ed alla loro migrazione a sofferenze anziché al rientro tra i crediti in bonis, c’è solo l’imbarazzo della scelta.

renzi padoanRENZI PADOAN

 

Il fatto che contro la banca siano state sinora promosse azioni legali per un petitum di 836 milioni a fronte di accantonamenti a rischi per 260 milioni è solo un dettaglio del quadro d’insieme.

 

Quello che resta oggettivo, è che la banca è oggi del Tesoro, cioè dei contribuenti italiani, al 68%, e questo è l’esito che ci è stato consegnato dalla cocciutaggine del precedente esecutivo a voler evitare la risoluzione della banca e degli strumenti finanziari passibili di essere azzerati per conseguire il riequilibrio. Si è battuta la strada della rilevanza sistemica e della ricapitalizzazione precauzionale, mettendo in rampa di lancio una cartolarizzazione-monstre da 28 miliardi di euro, assistita dalla garanzia pubblica delle Gacs, per “ripulire” la banca dalle sofferenze conclamate, ed ora potremmo scoprire che “c’è dell’altro”.

 

Sulle Gacs, peraltro, per come è stato strutturato lo strumento (col pieno avallo di Bruxelles e di Margrethe Vestager) c’è il rischio che tra qualche anno vedremo riaffiorare delle perdite che finiranno sul groppone dei contribuenti italiani, ma chi vuol esser lieto sia, eccetera.

MARIO SEMINERIOMARIO SEMINERIO

 

Quale è il punto, della vicenda MPS, ormai sempre più “alitalizzata”? Che i soggetti che oggi strepitano contro Padoan ed i governi Renzi-Gentiloni per la loro decisione di perseguire ad ogni costo la nazionalizzazione “temporanea” del Monte, sono gli stessi che ieri l’altro sbraitavano chiedendo a pieni polmoni la nazionalizzazione della banca, cioè lo stesso esito che abbiamo oggi sotto gli occhi, e che ieri si pavoneggiavano ritenendo che la storia avesse loro dato ragione, con l’immancabile giaculatoria del “chiedeteci scusa”.

 

Ma poiché gli italiani sono ormai pavlovianamente abituati a urlare “ladri, ladri!” ad ogni colpo di fischietto social, l’incoerenza non sarà notata, e proseguirà la maramalda colpevolizzazione degli uomini morti che sono usciti a pezzi dalle ultime elezioni. Stendiamo un velo pietoso su quella stessa ignoranza discernitiva che porta i grillini a credere che azioni di responsabilità contro i manager porterebbero a colmare i buchi delle sofferenze. A quello proprio non ci arrivano, e con loro moltissimi italiani, che tuttavia almeno hanno l’attenuante della buona fede e della incompetenza specifica.

 

VIOLA MPSVIOLA MPS

Noi attendiamo di sapere qualcosa di più su questo rubinetto aperto che sta abbattendo la capitalizzazione del Monte, ma voi fate un favore: prendete nota dell’antico ed immortale proverbio che recita “attenti a quello che desiderate: potrebbe avverarsi”. Volevate la nazionalizzazione di MPS? Ora l’avete davanti.

 

Serviranno altri miliardi per ricapitalizzare nuovi eventuali buchi? Ehi, ma si chiama nazionalizzazione, che credevate? A proposito, voi credete che quelli che ieri l’altro vergavano scandalizzate articolesse contro la Commissione Ue e la vigilanza Bce in caso non ci consentissero di salvare il Monte con soldi pubblici, riconosceranno che forse le cose erano un filo più complesse e forse compromesse?

 

Anche in questo caso, abbiamo di fronte l’ulteriore, ennesimo argomento per chiedere un governo monocolore grillino. Perché non solo questi signori strepitavano di voler la nazionalizzazione ma anche di voler fare del Monte la famosa “banca pubblica” che presta a condizioni agevolate a imprese e famigliole italiane, secondo il mantra ripetuto anche dai fantaministri economici pentastellati. Nel frattempo, il tempo resta galantuomo anche in un paese di treccartari come l’Italia, e si incaricherà di dimostrare che la riduzione del danno stava nel bail-in della banca senese, e non in altro.

 

 

Carige, incagli sotto la lente del Cda

Rosario Murgida
 
martedì 27 marzo 2018 finanzareport.it
Fiorentino aggiorna il board sul nuovo progetto di cessione di crediti deteriorati con un particolare focus sugli incagli

 
 

Paolo Fiorentino mette nel mirino i crediti incagliati di Carige. Oggi, secondo le ultime indiscrezioni di stampa, l’amministratore delegato della banca genovese ha infatti intenzione di aggiornare il consiglio di amministrazione sul piano di smaltimento delle sofferenze con un accento particolare sulla situazione degli incagli. 

Del resto Fiorentino sembra ormai aver deciso di imprimere un colpo di acceleratore al programma di dismissione degli Npl anche per anticipare i target al 2018 imposti dalla Bce. Si parla, nello specifico, di un avvio a breve per il processo di cessione di un pacchetto da 1,5 miliardi circa di crediti deteriorati, di cui 1 miliardo di sofferenze e 500 milioni di incagli. 

Oggi il banchiere dovrebbe non solo fornire un aggiornamento su un progetto denominato Isabel ma perfino stabilire termini e modalità della cessione in modo da sostenere una pulizia di bilancio che l’anno scorso ha già portato alla dismissione di quasi 2,2 miliardi di euro di sofferenze (940 milioni cartolarizzati con le garanzie statali e 1,2 miliardi con l’accordo raggiunto con Credito Fondiario). 

L’aggiornamento dovrebbe avere un particolare focus sugli incagli perchè la situazione sembra molto fluida. Alcune posizioni, fino a poco tempo fa incluse nel pacchetto, sono state cancellate o comunque in fase di cancellazione con possibile disappunto per gli eventuali investitori interessati. Una riguarda, per esempio, la Fingiochi dell’imprenditore Enrico Preziosi dopo l’accordo per il dimezzamento della posizione debitoria, ma si parla anche del gruppo armatoriale Messina dopo l’intesa per l’ingresso nel suo capitale della Msc e di altre posizioni legate a progetti immobiliari come la collina degli Erzelli o il porto turistico di Imperia.

Eventuali notizie positive potrebbero rappresentare un ulteriore fattore di sostegno per un titolo che oggi è tra i più brillanti a Piazza Affari con rialzi fino a +2,5%.