BANCO BPM: AL VIA PROGETTO INTEGRAZIONE DI BPM SPA NELLA CAPOGRUPPO

http://www.borsaitaliana.it/ 27 marzo 2018

Operazione in anticipo rispetto a piano industriale (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) – Milano, 27 mar – Al via il progetto di integrazione di Bpm Spa nella capogruppo Banco Bpm. Lo comunica l’istituto in una nota. L’operazione, si legge, consente alla banca di raggiungere “un altro importante step del piano industriale in anticipo rispetto ai tempi previsti”. La fusione, infatti, consentira’ di ottenere “da subito ulteriori sinergie e una maggiore efficienza operativa, grazie a una semplificazione della struttura societaria coerente con la nuova organizzazione della rete commerciale”. La fusione, approvata dai rispettivi cda, rientra tra le iniziative di semplificazione dell’assetto societario e operativo previste dal Piano Strategico 2016/2019 del gruppo Banco Bpm (completando cosi’ il processo di integrazione tra i due ex gruppi Banco Popolare e Bpm). La fusione avra’ decorrenza giuridica entro l’esercizio in corso e gli effetti contabili e fiscali della fusione partiranno dal primo gennaio 2018.

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(RADIOCOR) 27-03-18 18:30:32 (0574) 5 NNNN

Italia bomba a orologeria, troppo grande per essere salvata

Livia Liberatore wallstreetitalia.com 27 marzo 2018

Una guerra commerciale, una recessione economica globale e l’Italia. Sono queste le tre fonti potenziali di instabilità della zona euro, secondo Wolfgang Munchau, editorialista del Financial Times. L’Italia è la più prevedibile. Dal periodo successivo alla crisi finanziaria l’Italia ha un’unica ricetta possibile: restrizioni fiscali e riforme economiche permanenti per garantire la sostenibilità del debito. Ma, nota l’editorialista, i due partiti vincitori nelle recenti elezioni politiche, il Movimento 5 Stelle e la Lega, hanno sostenuto tutto il contrario.

Il primo momento critico sarà il bilancio del 2019, che dovrà essere approvato entro questo autunno. I partiti populisti rappresentano circa il 60% dei parlamentari e senatori italiani. La loro priorità non sarà quella di seguire le regole fiscali dell’Unione europea: la maggioranza del parlamento non sembra avere intenzione di approvare un budget di austerità. “Quindi perché i mercati finanziari sono così calmi?” si chiede Munchau.

La tranquillità dei mercati sull’Italia è dovuta a due errori di valutazione, che l’editorialista del Ft smentisce. Il presidente della Banca centrale europea non verrà in aiuto di uno Stato membro che si oppone in modo deliberato alle regole fiscali. E l’establishment italiano non riuscirà a tenere lontani gli estremisti dal potere: il voto per Lega e M5S è “la prevedibile risposta a due decenni di politica economica che non è riuscita a creare posti di lavoro per i giovani“. Nessun Paese può mantenere uno spirito europeista in presenza di una calamità economica permanente come questa, spiega Munchau.

Le proposte economiche avanzate dai due partiti vincitori, come quella del reddito di cittadinanza, sono incoerenti con l’adesione alle regole fiscali dell’Ue. “L’Italia è troppo grande per essere salvata e troppo grande per fallire”, si legge nel commento. L’eurozona non ha strumenti per affrontare con efficacia la crisi di un grande Paese. Soltanto l’istituzione di una singola risorsa sicura come supporto per i mercati finanziari e di uno strumento di finanziamento per creare capacità di risanamento economico per gli Stati in difficoltà della zona euro potrebbe avere qualche effetto. Ma, secondo Munchau, siamo ancora lontani da questa prospettiva.

DAGOSPIA È IN GRADO DI ANTICIPARE CHI SONO I FONDI STRANIERI SUI QUALI SI STA CONCENTRANDO LA LOBBY DI ELLIOTT, SUPPORTATA DAI TANTI AMICI CHE CONTI E GUBITOSI STANNO CHIAMANDO DI QUA E DI LÀ DELL’OCEANO – LEGA E M5S PRO-ELLIOTT – UNA SCONFITTA DI BOLLORÈ SUL SUOLO ITALIANO NON DISPIACE A MACRON CHE GUARDA AL BRETONE COME L’ULTIMO EPIGONO DEL POTERE DI SARKOZY, OGGI MESSO FUORI GIOCO DALLE INDAGINI GIUDIZIARIE

dagospia.com 27 marzo 2018

DAGOREPORT

 

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

Non ci sarà Pasqua per i finanzieri di Elliott e i loro consulenti. Proseguono infatti intensi i contatti con i fondi esteri che possiedono azioni della società telefonica controllata da Vivendì con il 23,94% delle azioni. La mossa di dimettere i componenti del Cda in quota Vivendi e rinviare lo scontro dal 24 aprile al 5 maggio è letta solo come un diversivo, che consente ai francesi di prendere tempo, ma ne concede anche a Elliott per convincere gli investitori istituzionali stranieri a passare dalla loro parte e votare il candidato presidente Fulvio Conti e i consiglieri Luigi Gubitosi, Massimo Ferrari, Paola Giannotti De Ponti, Dante Roscini e Rocco Sabelli.

impero BolloreIMPERO BOLLORE

 

Il bacino sul quale Paul Singer fondatore e gestore del fondo Elliott Management Corporation e suo figlio Andrew che presiede gli interessi europei è di circa il 58%. A tanto ammonta infatti la quota posseduta dai fondi istituzionali stranieri, alla quale si aggiunge un misero 1% circa degli investitori italiani, il 3,78% posseduto da Telecom stessa, il 23,9% di Vivendi e un 13% circa di altri azionisti minori e retail.

Fulvio ContiFULVIO CONTI

 

Dagospia è in grado di anticipare chi sono i fondi stranieri sui quali si sta concentrando la lobby di Elliott, supportata dai suoi advisor, in primis Vitale & Co., e dai tanti amici che Conti e Gubitosi stanno chiamando di qua e di là dell’oceano. Oltre a Elliott che ha già dichiarato di possedere il 5,74% di Tim, i soci del colosso telefonico italiano sono gli americani Brandes Investment Partners, il fondo lanciato nel 1974 a San Diego che gestisce 31 miliardi di dollari di asset ed è guidato da Benjamin Graham,  il fondo di Boston Norhern Cross guidato da Howard Appleby, The Vanguard Group che gestisce circa 3 mila miliardi di dollari, basato in Pennsilvanya e guidato da Mortimer J. Buckley.

BLACKROCK ANDREA VIGANOBLACKROCK ANDREA VIGANO

 

Di Blackrock Investment Management e Blackrock Fund Advisors c’è poco da dire: sono presenti in quasi tutte le grandi aziende italiane, mentre gli inglesi Majedie Asset Management gestiscono circa 20 miliardi di dollari e Invesco Asset Management, i canadesi del Canada Pension Plan Invesment board, i norvegesi di Norges Bank Investment Management e gli spagnoli di Caixabank Asset Management, rimasti nel capitale forse dai tempi di Telefonica.

 

A questi e ad una ulteriore lista di fondi che possiedono quote più piccole, Elliott promette un piano che possa dare più soddisfazione di quello annunciato da Vivendi. Un piano al quale guarda con favore tutto l’arco costituzionale italiano e soprattutto i vincitori di queste elezioni, Lega e M5S, che hanno annunciato anche in campagna elettorale di guardare con grande favore una pubblicizzazione, attraverso Cdp e Open Fiber, della rete di Telecom Italia.

SARKOZY MACRONSARKOZY MACRON

 

Ma forse una sconfitta di Bollorè sul suolo italiano non dispiace nemmeno a Emanuel Macron che guarda al finanziere bretone come l’ultimo epigono del potere di Sarkozy, oggi messo fuori gioco dalle indagini giudiziarie.

 

 

BUFALA Intesa San PAOLO rimuove Katia da Direttrice dopo il Video Virale “IO CI STO” – bufale.net

http://www.parestrano.it/ 7 ottobre 2017

Su FACEBOOK e Whatsapp sta girando uno screenshoot relativo ad un post Facebook di Intesa San Paolo che comunicherebbe la rimozione di Katia ******** dal Ruolo di direttrice della Filiale dove è stato girato il video incriminato. L’immagine è Falsa, basta fare un ingrandimento per osservare la differenza di caratteri nella parte incriminata, senza contare […]

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Su FACEBOOK e Whatsapp sta girando uno screenshoot relativo ad un post Facebook di Intesa San Paolo che comunicherebbe la rimozione di Katia ******** dal Ruolo di direttrice della Filiale dove è stato girato il video incriminato.

L’immagine è Falsa, basta fare un ingrandimento per osservare la differenza di caratteri nella parte incriminata, senza contare che manca una “t” a direttrice.

Il vero post è il seguente:

Oggi con la tappa di Bari Stefano Barrese, responsabile della Divisione Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo, ha concluso una serie di incontri con i direttori di filiale e i gestori: in apertura del suo intervento ha affrontato il caso dei video interni diffusi sul web. In particolare quello di Katia Ghirardi, la direttrice della filiale di Castiglione delle Stiviere.

“Katia non è mai stata sola, in nessun momento di queste giornate, il nostro Consigliere Delegato Carlo Messina l’ha immediatamente sentita, le ha parlato, le ha comunicato la sua vicinanza e quella di tutta Intesa Sanpaolo…

In tutto ciò che facciamo noi siamo una banca che ci mette la faccia, ci mette il cuore e ci mette la testa. Ma la faccia e il cuore ancora prima della testa…

La nostra era una raccolta di video interna sulla quale tanti di voi hanno anche lavorato e giocato.

Alcuni di questi video sono usciti e pubblicati abusivamente su Facebook.

È stato commesso un errore, abbiamo sottovalutato il modo con il quale andavano raccolte queste informazioni, quindi lo abbiamo fatto anche con degli strumenti che fanno parte della nostra vita quotidiana, i telefonini.

Quindi questo ci serve, e ci servirà, per costruirci sopra.

Staremo più attenti ma il nostro modo di lavorare, il nostro spirito, i nostri comportamenti sono quelli giusti.

Carlo Messina l’ha detto tante volte, noi lavoriamo come una famiglia.

I comportamenti che abbiamo nelle nostre filiali, l’allegria che ci mettiamo, la collaborazione, questo è essere famiglia.

Noi siamo questo e quello che volevamo fare con questa iniziativa era rappresentarlo a noi e a coloro che non l’avevano fatto per dare l’idea di quello che siamo.

Questo siamo noi e lo testimoniamo nelle cose concrete che facciamo ogni giorno. Quindi quando capiterà, perché capita, è già capitato a ognuno di noi, che ci chiederanno “Ma cosa? Ma come?”, glielo diremo. Noi diremo che quello che è successo è qualcosa che non doveva succedere, il video è stato pubblicato nostro malgrado, la filiale di Castiglione delle Stiviere ha tutta la nostra solidarietà, che l’azienda le è vicina, lo è stata in ogni momento e lo è tuttora, come lo è a Katia. E con Katia anche io dico “IO CI STO!”

Sono anche molto belli alcuni dei commenti di risposta del post fra colleghi e persone comuni dopo essere stati informata sulla reale natura del video e della sua abusiva diffusione. Questo dimostra  che la rete ha ancora un lato buono:

“Vorrei mille Katia negli uffici pubblici, invece delle musone annoiate incompetenti che mi tocca spesso incontrate per lavoro.”

“Brava ISP! Tutta la mia solidarietà a Katia! Ha fatto uscire l’aspetto umano della banca. Un caloroso abbraccio a lei e a voi tutti!!! FF #ioCiSto #ForzaKatia #IoStoConKatia

“parole importanti, forti, giuste! Un applauso a Stefano ed un abbraccio a Katia, avuta in “squadra” anni fa , nell’allora Area Brescia-Mantova-Cremona. “

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Bufale.net

C’è Intesa (Sanpaolo) sul governo M5s-Lega

http://lospiffero.com/ 27 marzo 2018

Nessuna preclusione del gotha della finanza nostrana verso l’ipotesi di un esecutivo “dei vincitori”. Ma per il presidente della banca Gros-Pietro il nodo è il debito pubblico che va affrontato dando però prospettive di crescita

Ogni promessa (elettorale) è debito (pubblico). Ma il tempo della propaganda è finito e oggi persino gli autori di proposte a dir poco azzardate e di notevole impatto sulla tenuta dei conti dello Stato sembrano aver deciso di abbandonare i loro propositi. Mentre nei palazzi romani la trama di possibili governi si fa e si disfa come la tela di Penelope, nei salotti più o meno buoni della finanza gnomi e mandarini del potere cercano di non farsi cogliere impreparati di fronte a inediti assetti e ai nuovi potenti. “Prima bisogna vedere quali sono i programmi concretamente messi in atto e soprattutto sono importanti le modalità con le quali vengono sviluppati – ragiona il presidente di Intesa SanpaoloGian Maria Gros-Pietro –. I mercati, e le stesse istituzioni, tengono d’occhio soprattutto il debito pubblico e l’esigenza di ridare occupazione ai giovani a livello adeguato e con prospettive soddisfacenti e in modo da far cessare la migrazione dei talenti dall’Italia”.

Nessuna preclusione ad alleanze finora sconosciute, lascia intendere l’economista torinese a capo del principale istituto di credito del Paese, la banca “di sistema” per antonomasia. “In linea di principio – ha Gros-Pietro a margine della presentazione del programma di restauri di opere d’arte curato dal gruppo bancario, a proposito dell’ipotesi di un nuovo governo M5sLega – diverse formule possono essere attuate, come accade in diversi altri paesi, in materia di tassazioni meno intrusive sull’attività produttiva e di sostegno alle persone disagiate. Ci sono diverse formule nella stessa Europa”. Secondo il presidente di Intesa San Paolo un punto chiave riguarda il debito pubblico: “non c’è dubbio – ha spiegato – che quello italiano ha un livello rispetto al Pil che indebolisce l’Italia nel confronto agli altri Paesi, perché’ la rende troppo dipendente dalle valutazioni di mercati finanziari”. L’altro aspetto fondamenta “è l’esigenza di dare ai giovani occupazione di livello adeguato e far cessare l’emigrazione di giovani di talento che vanno ad arricchire altri sistemi produttivi principalmente nella Ue, ma non solo”

Bruxelles, è già allarme per i conti italiani

avanti,it 27 marzo 2018

 

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È allarme preventivo da Bruxelles. Il governo ancora non c’è. Non c’è neanche un presidente del consiglio incaricato, ma dalla commissione europea arrivano già le prime preoccupazioni per le conseguenze che potrebbe avere sui conti pubblici un governo 5 Stelle o uno a guida Salvini. La Lega infatti ha costruito il proprio risultato elettorale sull’abolizione della legge Fornero. Un’operazione che costerebbe molto cara alle casse dello stato. Fare un conto preciso non è facile. A occuparsene con dati e cifre precise sono stati di recente sia la Ragioneria dello Stato, sia il Ministero dell’Economia e delle finanze. Nel report precisa che la riforma Fornero realizza “una riduzione della spesa in rapporto al Pil che si protrae per circa 30 anni, a partire dal 2012” con un effetto di contenimento che passa da “da 0,1 punti percentuali del 2012 a circa 1,4 punti percentuali del 2020”, mentre poi “decresce a 0,8 punti percentuali intorno al 2030 per poi annullarsi sostanzialmente attorno al 2045” e che complessivamente “l’effetto di contenimento del rapporto spesa/PIL, cumulato al 2060, assomma a circa 21 punti percentuali”. Si può quindi calcolare sia quanto costerebbe cancellare la Fornero nell’arco dei prossimi 42 anni sia quanto costerebbe cancellarla solo in un anno come il 2020, quello con maggiore effetto di contenimento della spesa. Secondo il Fondo monetario internazionale, il Pil italiano nel 2020 ammonterà a 2.160 miliardi di dollari, mentre secondo il nostro Ministero dell’Economia e delle finanze sarà di 1.877 miliardi di euro. Ecco allora che abolire la legge Fornero costerebbe alle casse dello Stato, nel solo 2020, circa 26 miliardi di euro (1,4% del Pil).

Altre spesa non calcolabile è quella del reddito di cittadinanza promesso dai Cinque Stelle. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. La selezione è stata fatta, si spiega, includendo ”tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”. Dalle indicazioni fornite si può immaginare, di conseguenza, che la proposta dei grillini si potrebbe collocare a metà tra il ‘salario minimo garantito’ e il ‘reddito minimo garantito’.

Qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece sta ad indicare un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone. Ma gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane nel 2016 è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Numeri che spaventano. E la commissione ha cominciato a preoccuparsi e sottolineando comunque che “non vuole entrare nel processo democratico italiano o chiedere riforme che siano impopolari” ha messo in evidenza il male storico del nostro Paese: quello del debito. Ma anche quello della debolezza della produttività. Per questo bisogna condurre “politiche di bilancio responsabili” ha detto il commissario Ue agli affari economici Pierre Moscovici. Un invito a una gestione responsabile dopo anni in si è riportato il paese in sicurezza. “L’Italia è la terza economia europea e uno dei Paesi fondatori” dell’Ue, e “deve applicare le regole comunitarie che ha contribuito a forgiare” per “ridurre il suo debito elevato che pesa sulle generazioni future”, ha sottolineato ancora Moscovici. “Restiamo estremamente calmi, prudenti e rispettosi del ritmo democratico italiano”, ha aggiunto il commissario. “Non speculo assolutamente sulle riforme di un futuro governo italiano che non conosciamo nemmeno ancora”, ha detto, rifiutando di “nutrire preoccupazioni polemiche quando siamo ancora allo stadio dell’elezione dei presidenti” di Camera e Senato “e cominciano le discussioni” sulla formazione di una coalizione di governo. Ma l’avvertimento è stato lanciato.

 

L’ULTIMA LETTERA DEL GOVERNATORE PAOLO BAFFI (da Attivismo.info)

  scenarieconomici.it 27 marzo 2018

 

Le considerazioni di Paolo Baffi, ex governatore della Banca d’Italia, sul ruolo dell’Europa

«Quando si è eretto il feticcio dei cambi fìssi le conseguenze sono state nefaste» – «Pochi bambini e tanti vecchi. Ecco il vero problema della comunità» – Una nuova ondata di immigrati è inevitabile

Il dibattilo in corso, specialmente vivace in Gran Bretagna, intorno alte forme e ai limiti dell’integrazione economica e politica nell’Europa occidentale, non può lasciare indifferente ogni persona sensibile ai problemi dell’ordine sociale. Gli è perciò che desidero contriburvi con le osservazioni che seguono.

1. La lesi federalista di Einaudi muove dalla constatazione che gli Stati sovrani sono eternamente impegnati in una lotta per lo spazio vitale e l’egemonia, che giunge sino alla guerra ed ha, fra i suoi strumenti, il protezionismo. La stessa impostazione si trova in Spinelli e Rossi (Manifesto di Ventotene) che hanno letto le analisi di Robbins. Da questo Malo di cose derivano, sul piano dei beni materiali: a) la destinazione ad usi bellici di una parte delle ritorse prodotte, b) l’abbassamento dei livelli produttivi sotto il potenziale di libero scambio a causa delle dìstorsioni introdotte dal protezionismo. Inoltre ne segue c) una sottoutilizzazione delle infrastrutture apprestate dall’uomo, con impiego di risorse materiali e talenti, per la promozione dei traffici: impianti di trasporto e comunicazione, reti distributive e cosi via.
La federazione, si argomentava, eliminando la guerra e lasciando campo alla libera fioritura dei commerci, avrebbe rimosso queste tre ragioni di abbattimento del benessere e di dissipazione di risorse.

2. Gli obiettivi indicati dai federalisti italiani sono già stati sostanzialmente raggiunti, fuorché sotto due rispetti: a) l’ambito territoriale al quale essi si riferivano comprende i Paesi dell’Europa centro-orientale, fino alla linea che va dal Baltico al Mar Nero; è quindi più ampio di quello della CEE e giustificalo dall’insieme di ragioni geografiche, storiche e culturali che fanno di Varsavia, Praga, Vienna e Budapest sostanza d’Europa altrettanto viva quando lo siamo noi; b) nel settore agricolo, il Mercato Comune, in luogo della concorrenza, ha instaurato un pesante apparato protezionistico che si distingue per l’entità delle distorsioni produttive ed uno spreco di mezzi finanziari in cui alligna la frode. Su questi due fronti, la tesi federalista merita ulteriore impegno.

3. Sul piano monetario, l’assetto finale preconizzato dai nostri federalisti è quello della valuta unica che ritroviamo nel rapporto Delors. La fase di transizione verso di essa merita di essere gestita con il riguardo dovuto alle profonde trasformazioni in atto nelle economie della fascia di Paesi compresa fra la CEE e l’Unione Sovietica, e in quest’ultima. Poiché è eccessivo attendersi da tali Paesi un balzo improvviso verso schermi di piena convertibilità per merci, servizi e capitali, conviene che gli ordinamenti monetari del Mercato Comune in oggi, della Federazione domani, offrano loro meccanismi di associazione caratterizzati da convertibilità parziale, sistemi di credilo, qualche latitudine nella variazione dei tassi di cambio. In quest’ottica, la non definizione dei tempi di passaggio alla seconda ed alla terza fase del piano Delors è opportuna, perché consente di meglio raccordare il nostro progresso intemo con quello dei potenziali Paesi partecipi di un’Europa allargata ai confini tracciati dai nostri federalisti.
Sembra peraltro eccessiva la irrevocabilità dei tassi di cambio prevista dal rapporto Delora per la seconda fase, che è ancora di monete distinte: la distinzione non avendo senso alcuno se non associata alla possibilità di variazione del cambio. La gestione della seconda fase, se i cambi fossero totalmente rigidi, sarebbe più difficile di quella della terza, per il minor potere dell’organo centrale di coordinamento.
La storia monetaria d’Europa ci rivela che, ogni qual volta la parità di cambio è stata eretta a feticcio o imposta senza adeguato riguardo alle sottostami condizioni dell’economia, le conseguenze sono state nefaste. Mi riferisco in particolare al costo economico e sociale della riconduzione della sterlina alla parità antebellica nel 1925-26; all’imposizione alta Germania, da parte degli Alleati, di una parità aurea immutabile del marco che portò alla deflazione del 1931-32 e, con Hitler e Schacht, al controllo dei cambi; al futile tentativo, dopo la svalutazione della sterlina (settembre 1931 ), di costituzione di un blocco oro che condusse, in Francia, alla deflazione e a disordini sociali e, in Italia, all’instaurazione del controllo dei cambi sin dal 1934.
Queste riflessioni sono applicabili non soltanto ai vicini dell’Est, bensì anche ai tre Paesi mediterranei che si sono da ultimi associati alla Cee a venturi candidati come la Turchia. L’insistenza perche essi subiscano il giogo di un ordine guidato da una moneta dura come il marco, collocandosi entro fasce di oscillazione sempre più strette o nulle, ignora che ad ogni grado di maturazione economica e sociale corrisponde un sistema di vincoli appropriato. Una disciplina rigida in termini di prezzi e cambi, se può essere adatta ai grandi Paesi di antica industrializzazione legati fra di loro da una fitta rete di commerci che rende meno probabili ampie variazioni nelle mutue ragioni di scambio, male si addice ad economie, come quelle citate, impegnate a recuperare il ritardo rispello alle prime.

4. Nello stesso ambito delle economie sviluppale, si deve osservare che un sistema a guida marco, fondato sulla stabilità dei prezzi, e sulla rigidità del cambio, impone a qualsiasi Paese che subisca uno shock riduttivo della sua capacità di produrre reddito (come furono i due del prezzo del petrolio negli Anni Settanta) la scelta fra il finanziamento estero e il ricorso all’abbattimento dei prezzi interni e, maggiormente, dei salari, che da Keynes in poi sappiamo essere oltremodo difficile e costoso in termini di tranquillità sociale e di produzione di reddito. L’aggiustamento relativo di prezzi e salari sarebbe più facile su un’onda di moderata inflazione diffusa al sistema, ma l’obiettivo essendo quello più severo dei prezzi stabili, questa agevolezza non si dà e di tanto si aggrava il vincolo della fissità del cambio.

5. Osservazioni di ugual senso sono sollecitate dall’istanza di stretto coordinamento delle politiche economiche e sociali in ambiti diversi da quello monetario.
Una lettura teorica corretta dell’opposta tesi propugnata in passato da De Gaulle, oggi dalla Thatcher — tesi che si trova anche nei nostri federalisti, gelosi della sopravvivenza di una pluralità di piccole patrie — ritengo estere quella recentemente proposta a Bruges dal professor Roland Vaubel. Secondo questa lettura, un coordinamento troppo spinto di politiche economiche elimina l’elemento di concorrenza, caratteristico del Mercato Comune, dal livello più alto in cui la concorrenza può esplicarsi, che è quello della formazione delle politiche medesime; esso è quindi contraddittorio con la filosofia del sistema, che in uno schema di piena coerenza interna dovrebbe consentire agli agenti opzioni diverse nelle loro decisioni di offerta di lavoro, di investimento di capitali, di culture e stili di vita.
L’argomento delle distorsioni che seguirebbero ad ordinamenti tributari diversi perde peso qualora ciascuno di essi soggiaccia al vincolo di un equilibrio finanziario complessivo: è su questo vincolo, piuttosto che sull’omogeneità degli assetti tributari nazionali, che dovrebbe portarsi lo sforzo di convergenza.

6. Il problema della sottoutilizzazionc delle infrastrutture, richiamato da Einaudi (1.), potrà ripresentarsi, anziché per effetto del protezionismo, a causa del declino demografico in atto nell’Europa occidentale. Le grosse coorti di nati nel ventennio 1945-65 toccheranno l’età della pensione nel primo quarto del prossimo secolo. In quel torno di tempo, sia l’indice di vecchiaia (vecchi/giovani) sia l’indice di dipendenza degli anziani (vecchi/adulti) della popolazione europea segneranno purtroppo una nuova impennata. Le folte schiere dei vecchi continueranno a presentarti sul mercato come compratrici, con i mezzi forniti dagli estesi sistemi di previdenza sociale e privata. Gli equilibri di mercato non soffriranno dunque di un difetto di domanda, bensì di una possibile carenza di offerta del fattore produttivo lavoro. In una condizione siffatta, l’immigrazione si presenterà come un meccanismo riequilibrante, un innesto naturale che sarà attivato dalle chiamate delle imprese produttive (e delle stesse famiglie). Poiché essa proverrà inevitabilmente da Paesi di civiltà diversa dalla nostra, il problema della preservazione del nostro sistema di valori ne risulterà aggravato e tanto più meritevole dell’attenzione che per esso chiedono gli assertori delle piccole patrie, del genio europeo della varietà, contro possibili processi di entropia culturale.

7. Se si fa idealmente centro a Bruxelles, e con moto rotatorio si gira, seguendo il sole da Est ad Ovest, lungo un arco di 180°, si incontrano prima i problemi dei rapporti con gli Stati ad economia socialista e di quelli con i Paesi del Golfo produttori di energia. Indi si affacciano quelli dell’immigrazione che configurano un ritorno pacifico del turco e del saraceno. Questo stesso problema di massicce migrazioni si ripropone sulle sponde del continente africano, tormentato da eccesso di popolazione, fame e desertificazione. Procedendo ancora, l’esplosione demografica si trova associata, in America Latina, a quella del debito estero, che ha raggiunto livelli incompatibili con ogni speranza di puntuale assolvimento. Infine, a tutto Ovest, ci si imbatte nel persisterne disavanzo di parte corrente della bilancia dei pagamenti della più ricca fra le economie sviluppate (che nel sessennio 1983-1988 ha toccato il quasi incredibile importo di 700 miliardi di dollari) gemellato allo squilibrio delle finanze pubbliche e fonte di tendenze protezionistiche che minacciano sempre più gravemente l’ordinato sviluppo dei commerci mondiali.
Nessun altro sistema politico è complessivamente interessato a queste fondamentali tematiche quanto l’Europa occidentale e, in seno a questa, la Germania: centrale, competitiva, tuttora ricca di tecnologie e di capitali, seppure divisa ed in preda ad un pauroso declino demografico.

8. Il nostro arco, dopo averci offerto la visione esaltante di processi di trasformazione sociale atti a colmare il fossato tra sistemi politici rivali, ci propone dunque quella, angosciante, di una molteplicità di equilibri infranti — nei rapporti tra sviluppo economico e conti esteri, tra demografia e sviluppo, tra economia e ambiente — che è arduo ricomporre o sostituire con nuovi. In ognuna di queste situazioni ricorre l’aspetto finanziario. Si danno infatti problemi di realizzare una minore instabilità delle ragioni di scambio nei rapporti fra produttori di materie prime, fonti di energia e manufatti. In Africa si incontrano problemi di difetto di accumulazione, cui fa d’uopo sovvenire con investimenti agevolati e donazioni. Nell’America Latina, spiccano le esigenze di finanziamento condizionato da parte delle istituzioni internazionali e di regolazione dei flussi di credito bilaterali, ufficiali e privati; più a Nord, il problema della instabilità dei cambi fra le tre grandi aree monetarie (del dollaro, della CEE e dello yen) e quello del disavanzo americano.
Sembra quindi giunto per tutti il momento di allargare gli orizzonti e di innalzare i traguardi verso alcune prime attuazioni di un governo mondiale che era pure negli auspici di Einaudi. Un contesto in cui anche ai massimi responsabili dell’economia e della finanza dell’Europa occidentale, ministri e governatori, incombe l’obbligo di modellare le politiche di quest’area subcontinentale nel senso della sollecitazione, ad Oriente, delle virtualità positive insite nei processi in atto; a Mezzogiorno e ad Occidente, nel senso della correzione degli squilibri globali. Magari lasciando  in grembo al tempo e all’esperienza problemi minori, quale quello dell’eliminazione dei residui gradi di flessibilità di un sistema regionale di cambi già abbastanza stabile ed efficiente.
Paolo Baffi

Cybercriminalità nel settore bancario

Gli attacchi informatici sono diventati il maggiore rischio operativo per il settore finanziario: lo sostiene Mark Branson, direttore dell’Autorità di vigilanza sui mercati finanziari (Finma), che invita a far fronte comune contro la criminalità cibernetica.

video

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/27-03-2018-la-finma-teme-i-cyberattacchi?id=10294562&startTime=0.000333&station=rete-uno

Il pericolo di aggressioni informatiche aumenta di pari passo con la crescente digitalizzazione, ha spiegato Branson nella conferenza stampa annuale della Finma. In questo ambito la Finma ha maturato in modo mirato un bagaglio di conoscenze specialistiche: serve però un’ulteriore intensificazione dello scambio interdisciplinare, sia all’interno del settore pubblico, sia con il comparto finanziario. “Unendo le forze possiamo ottenere molto di più che agendo da soli”, si è detto convinto l’ex manager di UBS e Credit Suisse.

La gran parte degli attacchi viene parata, “ma il migliore sistema di difesa è buono solo quanto il più debole dei suoi elementi”, ha proseguito Branson. La messa in guardia concerne l’industria della finanza, certo, ma non solo: i rischi “vanno al di là del semplice furto di denaro o di dati”, possono assumere dimensioni sistemiche, ha detto.

Secondo il funzionario la Svizzera fa meno di altri paesi per difendersi nella sua globalità. Anche la Confederazione dovrebbe applicare sistemi di monitoraggio centrali: la Finma è pronta a svolgere un ruolo importante in quest’ambito.

Sempre nel campo dei cambiamenti tecnologici Branson ha sottolineato come i nuovi modelli operativi, in particolare quelli basati sulle criptovalute, comportano sia opportunità che rischi per i clienti, così come per gli istituti finanziari. “Il nostro obiettivo è fare in modo che gli innovatori diano vita a una concorrenza sana”.

La Svizzera deve fare di più contro la corruzione transfrontaliera

27 MARZO 2018 tvsvizzera.it

banconote svizzere.
Il campo svizzero delle esportazioni è particolarmente esposto ai rischi di corruzione transfrontaliera. 

(Keystone)

Pur avendo compiuto passi avanti, la Svizzera deve ancora progredire nella lotta internazionale contro la corruzione: è quanto indica l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE), che chiede a Berna di proteggere i “whistleblower”.

In un rapporto pubblicato oggi, il Gruppo di lavoro dell’OCSE che valuta l’attuazione da parte della Svizzera della Convenzione sulla lotta contro la corruzione di pubblici ufficiali stranieri nelle operazioni economiche internazionali e formula raccomandazioni, indica di aver constatato un aumento significativo del numero di procedimenti e di condanne in questo campo.

Forti esportazioni, forti rischi

Dal 2011 alla fine del 2017, nella Confederazione sono state condannate sei persone fisiche e cinque persone giuridiche in cinque vicende di corruzione transnazionale. Numerosi casi erano oggetto di un procedimento al momento della stesura del rapporto.

La Svizzera è particolarmente esposta alla corruzione estera per vari motivi, rammenta l’OCSE. La ragione principale è legata al fatto che l’economia elvetica è orientata all’esportazione: il 62,9% del prodotto nazionale lordo (Pnl) della Svizzera è generato dalle esportazioni (il doppio rispetto ad altre economie ad alto reddito, cfr. grafico). Ma è più precisamente la natura delle esportazioni elvetiche che aumenta i “gravi rischi di corruzione estera”: transazioni finanziarie, prodotti farmaceutici e commercio di materie prime e metalli.

Molto resta da fare

Il Gruppo di lavoro riconosce al Ministero pubblico della Confederazione (MPC) il merito di condurre un’azione repressiva “che sta producendo effetti sia a livello nazionale che internazionale”. Tuttavia si aspetta che la Svizzera rafforzi gli sforzi nella repressione del reato di corruzione internazionale.

Tra le note dolenti sull’operato della Svizzera nel periodo in esame, il Gruppo di lavoro rileva che le sanzioni inflitte non sono state abbastanza dissuasive, come prevede la Convenzione, in particolare nei confronti delle persone giuridiche.

L’OCSE chiede alla Svizzera di far meglio conoscere l’azione repressiva, rendendola più trasparente, grazie a una maggiore pubblicità degli affari in corso. Si tratterebbe di consentire la pubblicazione più ampia possibile dei contenuti di una vicenda. Questo fattore è sempre più importante dal momento che la grande maggioranza degli affari di corruzione transnazionale si sono conclusi senza l’intervento di un giudice, rileva il Gruppo di lavoro.

Proteggere gli informatori

Per quanto riguarda la segnalazione di casi di corruzione, il Gruppo di lavoro sottolinea il ruolo chiave svolto dall’Ufficio di comunicazione in materia di riciclaggio di denaro (MROS). Deplora tuttavia il fatto che avvocati, notai, contabili e revisori non siano in grado di contribuire a queste segnalazioni, non essendo associati alla lotta contro il riciclaggio di capitali come prevedono gli standard internazionali.

L’OCSE si rammarica d’altra parte dell’assenza di un quadro legale e istituzionale volto a tutelare i cosiddetti “whistleblower”, ovvero chi segnala casi di corruzione, nel settore privato. Perciò esorta Berna ad effettuare una riforma rapida in tal senso.

Assistenza giudiziaria sulla buona strada

Soddisfazione è invece espressa in merito alla politica volontaristica della Svizzera in materia di sequestro e confisca, che sta dando frutti. L’OCSE sottolinea la partecipazione sempre più attiva e dinamica di Berna all’assistenza giudiziaria.

Il Gruppo di lavoro dell’OCSE sostiene così la revisione della legge svizzera sull’assistenza giudiziaria, che è in fase di attuazione, al fine di formalizzare questa assistenza più dinamica e di favorire una cooperazione internazionale più efficace.

La Svizzera presenterà un rapporto verbale al Gruppo nel marzo del 2019. Quest’ultimo avrà come tema l’adozione di una legislazione appropriata destinata a proteggere da ogni azione discriminatoria o disciplinare i dipendenti del settore privato che segnalano casi di presunta corruzione di pubblici ufficiali stranieri.

Entro due anni, la Confederazione presenterà inoltre un rapporto scritto sull’attuazione di tutte le raccomandazioni del Gruppo e sugli sforzi in vista dell’applicazione della Convenzione.