Giuseppe Castagna – Banco Bpm – per 1.508.000.000,00 Euro di compenso rispondi alle domande che un azionista ti chiede – e’ un Tuo dovere rispondere nel rispetto del codice deontologico – immediatamente

Banco Bpm, il compenso di Castagna nel 2017

Dopo Unicredit e Carige anche la banca di Piazza Meda rende note le buste paga dei suoi manager in vista dell’assemblea


S. N.
 
mercoledì 21 marzo 2018 11:18
 

Giuseppe Castagna, numero uno del Banco Bpm

Giuseppe Castagna, numero uno del Banco Bpm
 

Nell’anno della fusione e primo anno di vita del nuovo istituto, l’Ad del Banco Bpm Giuseppe Castagna ha ottenuto compensi per oltre 1,508 milioni di euro. 

L’indicazione, come per altri manager della banca lombardo-veneta, si ricava dalla relazione sulla remunerazione predisposta in vista dell’assemblea dei soci sul bilancio 2017. A Carlo Fratta Pasini, sono stati corrisposti 560 mila euro. Il fair value del compenso equity per Castagna ammonta a 249,8 mila euro. 

Nelle scorse settimane erano stati resi i noti i compensi di Jean Pierre Mustier (Unicredit)e di Paolo Fiorentino (Carige), quest’ultimo da sommare alla paga ricevuta dal suo predecessore Bastianini. 

Tornando a Banco Bpm, il direttore generale Maurizio Faroni ha avuto una remunerazione complessiva nello scorso esercizio di 778 mila, e i suoi condirettori Domenico De Angelis e Salvatore Poloni rispettivamente di 805 mila e 510 mila euro. Al presidente del comitato esecutivo, Pier Francesco Saviotti, sono stati corrisposti 793 mila euro.

 
 
 

Porta Vittoria – ancora Giuseppe Castagna Banco – Bpm (ex Banco Popolare) non risponde alle mie domande – nessuna – dal concordato presentato da Davide Serra e da me documentato e l’eventuale accordo con York Capital – Castagna ci vediamo all’Assemblea ben agguerriti?

A Porta vittoria case di lusso fra erbacce, topi e rifiuti

Dopo i sogni di gloria finiti in crac dell’immobiliarista Coppola, ai cittadini resta solo il degrado

 

di ANNA MARIA LAZZARI

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Cantiere abbandonato a Porta Vittoria (Newpress)

 

Cantiere abbandonato a Porta Vittoria (Newpress)

 

Milano, 18 marzo 2017 – Doveva sorgere perfino la Beic, la biblioteca europea, sui terreni dell’ex stazione ferroviaria di Porta Vittoria. Ma gli unici libri che si trovano, oggi, sono stati gettati a terra fra le sterpaglie di un’uscita del passante ferroviario, chiusa al pubblico. E sono dei volumi rubati da una biblioteca rionale.

La triste vicenda dell’allora regno del “furbetto del quartierino” (copyright Stefano Ricucci) Danilo Coppola si trascina da dieci anni. La società promotrice della gigantesca opera di trasformazione urbanistica, riconducibile appunto all’immobiliarista romano Coppola, è fallita a settembre dell’anno scorso. Il progetto prevedeva edifici, un’area verde, impianti sportivi. Tutto di lusso. Ma reali sono solo tre torrette bianche e un palazzone rosso nuovi di zecca. «Belli ma inquietanti, gli appartamenti non sono mai stati abitati – racconta il giovane architetto Daniele Zerbi –. Questo è stato un intervento speculativo partito dall’alto che non ha condotto a nulla».

«Un acquirente in cerca di una casa ci penserebbe due volte a sborsare i soldi per vivere in mezzo al degrado». Anche perché qui, ai tempi d’oro, si volevano vendere appartamenti fino a settemila euro al metro quadrato. Dopo il crac dei “furbetti”, all’inizio del 2015 sembrava affare fatto la vendita del complesso immobiliare di Porta Vittoria a Prelios, ma poi l’intesa sfumò. Tra preconcordato e concordato fallimentare effettivo, l’agonia della società Porta Vittoria spa, riconducibile a Coppola, si trascinò per un anno. L’ultimo atto fu il fallimento sancito dal Tribunale di Milano il 15 settembre dell’anno scorso. Almeno non era stata ancora avviata la vendita degli edifici oggetto del fallimento, dunque al momento non ci sono acquirenti che rischiano di perdere i loro soldi. L’unica vendita è stato lo spazio occupato dal supermercato Esselunga di via Cena. L’unica cosa che funziona bene, in un complesso sfregiato dal degrado.

Tutto ora è finito nelle mani del curatore fallimentare che dovrà occuparsi di rivendere l’area tramite asta. Si spera nel più breve tempo possibile, perché intanto decine di appartamenti vuoti sono esposti al trascorrere inesorabile del tempo. E la criminalità prospera. Lorenzo Gulotta, dipendente del bar tabacchi Serena, racconta: «Negli ultimi tre mesi abbiamo subìto tre rapine in orario serale, l’ultima con un machete. Abbiamo dovuto far installare i vetri antisfondamento per garantire la nostra incolumità nostra e dei lienti che avevano smesso di venire». La residente Concetta Pandolfini rincara la dose: «Non solo rapine, tante persone negli ultimi tempi sono state scippate e malmenate vicino al portone di casa. Dopo le 19 non esco mai…». Mario Pala, per 30 anni custode dell’ex macello, ricorda con emozione una Porta Vittoria diversa: «Bellissima. Adesso – sospira – è diventata una zona malfamata. Nell’ex macello ci sono palazzine in stile Liberty diventate dormitorio di sbandati o, peggio, il loro bagno a cielo aperto». E, con l’estate che arriva, i cittadini si attendono la solita invasione di topi e zanzare.

A Torri chiude Omba dei Malacalza, ovvero la sconfitta del lavoro: i sindacati firmano un incentivo di 1000 euro…

Giorgio Langella vicenzapiu.com 28 marzo 2018

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Da quello che si legge sui giornali si è arrivati a un accordo tra lavoratori e padroni (la famiglia dei Malacalza a cui fa capo il controllo di Banca Carige, ndr) per la chiusura definitiva dell’Omba di Torri di Quartesolo e il licenziamento collettivo di tutti gli 88 operai rimasti (una trentina avevano sottoscritto una lettera di dimissioni). Si legge, anche, che «la proprietà ha promesso un “incentivo all’esodo” di mille euro», si presume, per lavoratore. Un’elemosina. I sindacati firmeranno l’accordo che prevede una sospensione della procedura di una trentina di giorni. Solo verso fine aprile, quindi, i licenziamenti saranno effettivi.

Questa è una sconfitta del lavoro. Un’ulteriore dimostrazione di come chi vive del proprio lavoro è considerato quando la proprietà decide di chiudere tutto. Un esubero, uno scarto. I mille euro pro capite sono, ed è un paragone triste ma realistico, una specie di tassa di smaltimento.

Rendiamocene conto, quello che succede alla Omba accade in ogni parte del nostro paese e dimostra l’assenza delle Istituzioni in queste vertenze. La loro assoluta sudditanza rispetto alla volontà del padrone. Tutto il contrario di quanto previsto dalla Costituzione che le Istituzioni dovrebbero attuare. Il lavoro non è più un diritto ma una merce deteriorabile che può diventare un rifiuto.

Ora, e anche questo è imbarazzante, si spera che accada qualcosa. La dichiarazione di Carla Grandi della UILM (“In questi trenta giorni di sospensione dei licenziamenti l’unica speranza è che vengano formalizzate delle manifestazione di interesse per l’acquisto dell’azienda. Sono quattro i gruppi che hanno visitato l’azienda in queste settimane, firmando la clausole di riservatezza e accedendo al data center. Tra questi, ci sono un gruppo belga e uno ucraino. Al momento, però, di scritto nero su bianco non c’è niente“) è disarmante. Emblema di una sconfitta.

Va bene che la speranza sia l’ultima a morire, ma qualcosa di più non potrebbe essere fatto?

Da parte istituzionale soprattutto, invece di subire i capricci e i ricatti padronali, non potrebbero essere fatte opportune forme di pressione verso la proprietà che, da quello che si legge, è stata assente e non ha nemmeno risposto agli inviti del Ministero? Per carità, non lo si può fare (dicono lorsignori), non si deve interferire con le decisioni del padrone. Così è ed è facile supporre che anche con il prossimo governo le cose non cambieranno.

Ormai vale più il profitto individuale del diritto al lavoro. Non c’è nulla di giusto in tutto questo, ma è così. Forse è venuto il tempo di aprire gli occhi, alzare la testa e lottare perchè questo stato di cose cambi radicalmente.

Addio Roma, anche l’Abi dalla capitale si sposta verso Milano

askanews.it 28 marzo 2018

Baricentro al Nord, prima grande organizzazione imprenditoriale
Addio Roma, anche l’Abi dalla capitale si sposta verso Milano

Roma, 28 mar. (askanews) – L’associazione bancaria da Roma si sposta verso Milano, un altro colpo negativo per l’immagine della capitale. Il progetto, secondo alcune fonti dell’Abi, è di cominciare a trasferire una parte dei dipendenti, favorendo allo stesso tempo l’uscita di quelli più vicini alla pensione. Non è un vero addio, perchè l’Abi probabilmente manterrà una sede romana. Ma sarà la prima grande organizzazione imprenditoriale a compiere un passo del genere, ridimensionando la sua presenza nella città più importante per l’attività di lobby. L’obiettivo dichiarato è ridurre i costi, ma anche questo sembra un nuovo capitolo della “fuga dalla capitale” avviata dalle imprese negli ultimi anni. E del resto “Roma è un po’ meno capitale”, avrebbe detto il presidente Antonio Patuelli ai suoi collaboratori.

A Roma da decenni l’Abi ha la sua sede principale, nello storico palazzo Altieri in pieno centro. In piazza del Gesù, e in alcuni edifici poco distanti, lavorano alcune centinaia di dipendenti. A Milano c’è l’altra sede dell’associazione bancaria, nata proprio nel capoluogo lombardo nell’aprile del 1919. Radici importanti confermate ancora oggi dall’alternarsi delle riunioni del comitato esecutivo: un mese in piazza del Gesù e un mese in via Olona, a due passi da Sant’Ambrogio. Spostare il baricentro verso nord sarebbe come un ritorno alle origini, giustificato dai cambiamenti significativi degli ultimi anni.

“Le banche ormai sono tutte nella valle del Po”, spiegano ad Askanews fonti di palazzo Altieri, perchè i maggiori istituti di credito sono tutti al Nord. E poi c’è l’unione bancaria, che ha spostato i poteri di vigilanza sulle banche più grandi dalla Banca d’Italia alla Bce, e quindi da Roma a Francoforte. La riorganizzazione sarebbe quindi legata a esigenze pragmatiche, in linea con il pragmatismo del presidente Patuelli. Dal 1995 alla guida della Cassa di risparmio di Ravenna, dal 2013 Patuelli è al vertice dell’Abi ed è stato confermato fino al 2020, con un mandato extra votato all’unanimità con la piena fiducia dei banchieri.

Deutsche Bank, la Cina decapita il gruppo. La verità sull’uscita del Ceo Cryan

Luca Spoldi affariitaliani.it 27 marzo 2018

I principi di Doha perdono quasi 1,5 miliardi, il miliardario Cheng Feng oltre 1,1 miliardi.Il Ceo ha ridotto i costi ma non è riuscito a rilanciare il business

Deutsche Bank, la Cina decapita il gruppo. La verità sull'uscita del Ceo Cryan

 

Complici minusvalenze latenti nell’ordine di alcuni miliardi di euro, i grandi azionisti di Deutsche Bank sono sempre più nervosi e insoddisfatti dei risultati ottenuti finora dal Ceo John Cryan. Delusi dalle prestazioni del banchiere inglese, che pure poteva vantare esperienze professionali di tutto rispetto (da Arthur Andersen a SG Warbug, per poi passare in Ubs, di cui fu il direttore finanziario durante la crisi del 2008, e quindi nel fondo di Singapore, Temasek, e in Man), sono sia fondi come BlackRock (6,56%), Cerberus Capital Management (3%), Vanguard Group (2,36%) o Norges Bank (1,71%), sia soprattutto la famiglia reale del Qatar e il miliardario cinese Cheng Feng.

DeutscheBank JohnCryan

 

 

Gli sceicchi di Doha sono azionisti della principale banca tedesca sin dal 2014, avendo investito inizialmente 1,75 miliardi di euro con la società veicolo Paramount Service gestita dall’ex primo ministro Hamad Bin Jassim Bin Jabr al-Thani e dall’ex emiro del paese, Hamad Bin Khalifa al-Thani per un primo 3,05% poi portato al 4,07% attuale.

Hanno poi partecipato all’aumento di capitale da 8 miliardi di euro dello scorso anno arrivando al 6,1%. Quanto abbiano speso non è dato sapere, ma non si dovrebbe andare lontano ipotizzando una cifra tra i 2,5 e i 2,6 miliardi, equivalente a una minusvalenza latente di quasi 1,5 miliardi.

Cheng Feng, per contro, si è mosso inizialmente con la holding Hna (cui fanno capo anche investimenti in Uber, Nh Hotel, nei duty free svizzeri della Dufry, negli alberghi di Hilton e nella finanza di Skybridge Capital), è partito da una quota del 3%, è poi salito prima al 5% (sempre a seguito dell’aumento di capitale dello scorso anno) per poi raggiungere il 9,92% attraverso la holding di investimenti austriaca C-Quadrat. In questo caso la cifra messa sul piatto dovrebbe aggirarsi sui 3,4 miliardi, il che significa una minusvalenza latente di oltre 1,1 miliardi alle quotazioni correnti.

sceicco qatar
 

Minusvalenze che non spaventano i due azionisti (entrambi avrebbero già chiesto a Bafin, la Consob tedesca, di poter salire sopra il 10%) ma certamente possono indurli a guardarsi attorno per cercare un sostituto a Cryan (i nomi fatti e puntualmente smentiti sono stati quelli di Richard Gnodde, un alto dirigente di Goldman Sachs, di Bill Winter, Ceo di Standard Chartered, e del numero uno di Unicredit, Jean Pierre Mustier).

Ma perché Cryan ha deluso le attese? Sull’operato del banchiere ha pesato anzitutto l’eredità delle maxi multe pagate negli usa di cui 7,2 miliardi concordati a fine 2016(pari a circa la metà di quanto ipotizzato inizialmente) ed altri 630 milioni lo scorso anno.

In tutto, a causa di una condotta, dal 2005 al 2007, definita “inaccettabile” dallo stesso Cryan, Deutsche Bank ha finito col pagare multe per oltre 13 miliardi di dollari.

Cheng Feng ape
Cheng Feng

Per cercare di rimediare a Cryan non è rimasto altro da fare che iniziare a tagliare tutti i costi tagliabili, tra cui 6 mila posti di lavoro, compresi alcuni nelle divisioni corporate e investment banking, senza però riuscire ad evitare di perdere terreno nel trading, un tempo uno dei punti di forza del gruppo ma da diversi trimestri fonte di continue delusioni.

Cryan ha poi cercare di cedere o chiudere attività e asset non più “strategici” a partire dalla banca retail, ma anche in questo caso non ha avuto troppa fortuna. Postbank, ad esempio, è rimasta sul mercato per un paio d’anni, tra il 2015 e il 2017, prima che Cryan rinunciasse a venderla e avviasse una riorganizzazione per reintegrarla nel gruppo che da sola costerà altri 1,5-2 miliardi di euro.

Dws, la divisione di asset management, il cui 22,25% è stato collocato la scorsa settimana in borsa sulla base di una valutazione di 6,5 miliardi.

Anche così Cryan ha dovutoaccontentarsi di raccogliere meno di 1,5 miliardi contro i 2 miliardi auspicati inizialmente, col risultato di irritare ulteriormente i suoi soci quatarioti e cinesi, che accusano il banchiere di essere sì riuscito a ridurre i costi, ma non aver saputo innovare e rilanciare il modello di business, come pure ancora in questi giorni ha suggerito alle banche europee di fare lo stesso Mario Draghi, presidente della Bce.

Banco Bpm, avviato il progetto di integrazione di Bpm s.p.a.

https://www.simplybiz.eu 28 marzo 2018

 

I consigli di amministrazione di Banco Bpm e di Banca Popolare di Milano hanno approvato il progetto di fusione per incorporazione di Bpm s.p.a. in Banco Bpm. L’operazione, si legge in una nota, si inserisce nell’ambito delle iniziative di semplificazione dell’assetto societario ed operativo previste dal Piano Strategico 2016/2019 del Gruppo Banco Bpm, ponendosi in logica successione alle azioni già realizzate nell’ambito del processo di integrazione tra i due ex-Gruppi Banco Popolare e Bpm.

L’incorporazione di Bpm nella Capogruppo rappresenta uno snodo importante per affermare la piena identità del nuovo gruppo senza richiedere nessuna ulteriore riorganizzazione o modifica della rete commerciale, rispetto al modello organizzativo già adottato a inizio anno, completando anzi il disegno già definito sotto il profilo distributivo e portando a piena coerenza lo stesso con l’assetto societario del Gruppo unificando in un’unica entità giuridica le Direzioni Territoriali e la complessiva struttura commerciale.

L’operazione, inoltre, contribuisce all’ottenimento di maggiori sinergie rispetto a quelle originariamente previste, favorendo una migliore efficienza operativa grazie alla semplificazione della struttura societaria e di governo del Gruppo, alla più tempestiva ed efficace implementazione delle strategie commerciali e all’ottimizzazione della presenza fisica sui territori.

L’operazione consente a Banco Bpm di raggiungere un altro importante passaggio del piano industriale, in largo anticipo rispetto ai tempi previsti, come già per tutte le sinergie di integrazione e gli obiettivi di de-risking.

Il consiglio di amministrazione di Banco Bpm nel ringraziare il presidente Umberto Ambrosoli, i consiglieri e il collegio sindacale di Bpm s.p.a., sottolinea che Bpm continuerà la sua tradizione storica di banca di territorio caratterizzata da un forte legame con la propria clientela e proseguirà il suo percorso virtuoso dopo aver concorso alla creazione della terza banca del Paese.

Bpm, cosi come gli Istituti di credito di tradizione centenaria confluiti in Banco Bpm, contribuirà a costruire il futuro di una grande banca nazionale che mantiene le sue radici e una forte attenzione sui territori e sulle persone che in essi vivono e lavorano.

L’incorporazione di Bpm si realizzerà secondo le forme semplificate previste per le società interamente possedute, senza determinazione di concambio e senza predisposizione della relazione illustrativa da parte dell’Organo amministrativo, tenuto conto che in data 26 marzo 2018 Banco Bpm, a seguito dell’operazione di raggruppamento delle azioni Bpm perfezionatasi in tale data, ha conseguito il controllo totalitario della banca incorporanda.

La fusione, fatto salvo il rilascio delle previste autorizzazioni da parte delle autorità competenti, avrà decorrenza giuridica entro l’esercizio in corso e gli effetti contabili e fiscali della fusione decorreranno dal 1° gennaio 2018.

La fusione in argomento si configura come operazione con parti correlate ai sensi del Regolamento Consob n. 17221 del 12 marzo 2010 e successive modifiche (il “Regolamento Opc Consob”) e della relativa normativa aziendale adottata dalla Banca (la “Procedura Banco Bpm”, disponibile sul sito internet http://www.bancobpm.it, sezione corporate governance, documenti societari) e si qualifica in particolare come operazione “di maggiore rilevanza” e “infragruppo”, potendo quindi beneficiarie delle esenzioni previste dal Regolamento Opc Consob e dalla Proceduta Banco Bpm, essendo stato rilevato che non sussistono interessi significativi di altre parti correlate.

Sequestri Zonin, fari puntati su proprietà in Usa e Sudafrica

Vvox.it 28 marzo 2018

Continua la caccia ai beni dell’ex presidente di Banca Popolare di Vicenza Gianni Zonin. Come scrive il Giornale di Vicenza a pagina 17, dopo i blitz nella villa a Montebello e nella dimora nel centro storico del capoluogo berico, gli avvocati dei risparmiatori ora puntano alle proprietà oltremare nel tentativo di far sequestrare il sequestrabile e raggiungere il valore di 19 milioni di euro autorizzati dal giudice. Tuttavia, dato che i beni finora sequestrati non si avvicinano lontanamente a tale somma, i legali degli ex soci stanno indagando in un’altra direzione: sotto i riflettori sono finite i possedimenti di Zonin in Usa(la tenuta da 500 ettari a Barboursville Vineyards in Virginia, in foto) e Sudafrica.

Nel mirino anche le altre nove tenute vitivinicole in Italia gestite da Zonin1821 (Il Bosco in Lombardia; Castello del Poggio in Piemonte; Ca’ Bolani in Friuli; Castello di Albola, Abbazia Monte Oliveto e Rocca Montemassi in Toscana; Masseria Altamura in Puglia; Principi di Butera in Sicilia; Podere Il Giangio in Veneto). Bisognerà però aspettare la decisione del tribunale del Riesame sul ricorso contro i sequestri che verrà presentato dall’avvocato dell’ex presidente di Bpvi.

TIM, SCHIAFFO AI FRANCESI: ‘LE RICHIESTE DEL FONDO ELLIOTT SARANNO ALL’ORDINE DEL GIORNO NELL’ASSEMBLEA DEL 24 APRILE’. IL COLLEGIO SINDACALE RENDE INUTILI LE DIMISSIONI IN MASSA DEL BOARD – GLI AMERICANI GONGOLANO: ‘SE AVREMO IL NUOVO BOARD, L’ASSEMBLEA DI MAGGIO NON SI FARÀ’ – COSTAMAGNA: ‘CI SONO STATI CONTATTI CON ELLIOTT. FUSIONE CON OPEN FIBER? PER ORA BALLIAMO DA SOLI’

dagospia.com 28 marzo 2018

  1. TIM:COSTAMAGNA,CONTATTI CON ELLIOTT MA NO DECISIONI 

 (ANSA) – “E’ inutile dire di no, contatti ci sono stati. Per ora nessuna decisione. Noi siamo convinti di Open Fiber. Lo dice il presidente di Cdp, Claudio Costamagna ad una domanda se ci sono stati contatti con il fondo Elliott su Tim in merito ad eventuale ipo della rete con la Cassa azionista.

 

  1. TIM:COSTAMAGNA,FUSIONE CON OPEN FIBER? BALLIAMO SOLI

 (ANSA) – “Per il momento siamo soli e balliamo da soli”. Cosi’ il presidente di Cdp, Claudio Costamagna ad una domanda su una fusione tra Open Fiber e Tim per creare una società unica della rete. “Continuiamo i nostri investimenti con Open Fiber siamo convinti che avere una rete in fibra sia una priorità per modernizzare il Paese, questa è l’unica alternativa che abbiamo, poi vediamo cosa succederà”, aggiunge.

 

  1. TIM:ELLIOTT,NIENTE ASSEMBLEA MAGGIO SE ELETTI IN CDA

AMOS GENISHAMOS GENISH

 (ANSA) – Nel caso in cui nell’assemblea di Tim del 24 aprile “gli azionisti dovessero sostenere la proposta di Elliott di reintegrare un cda nel pieno dei suoi poteri e indipendente”, il fondo Usa “ritiene che non debba aver luogo un’altra assemblea il 4 maggio”, come chiesto da Vivendi per eleggere l’intero Cda. Lo si legge nella nota in cui Elliott “saluta” la decisione dei sindaci di Tim, che spera “metta fine al regno di disinteresse e deliberato abuso dei diritti degli azionisti di Vivendi”.

 

Nella nota il fondo Usa “saluta” la scelta del collegio sindacale di Tim che “ha deciso all’unanimità di portare la richiesta di Elliott ad integrare l’agenda dell’assemblea del 24 aprile”. Richiesta che, ricorda il fondo, prevede la revoca di cinque consiglieri dimissionari e la nomina di sei nuovi consiglieri. “La decisione del collegio sindacale segue il cinico e egoistico tentativo di Vivendi di sopprimere la democrazia degli azionisti attraverso le apparentemente coordinate dimissioni di sette suoi amministratori, un’azione su cui sta indagando la Consob”.

DE PUYFONTAINE BOLLOREDE PUYFONTAINE BOLLORE

 

Alla luce di questa decisione Elliott ritiene che, in caso di vittoria nell’assemblea del 24 aprile, quella del 4 maggio non debba tenersi. Elliott “è ansiosa” che Tim “pubblichi il suo supplemento all’ordine del giorno dell’assemblea senza ulteriore ritardo e con quello, della prospettiva di un board realmente indipendente”. Il fondo Usa “spera che la decisione dei sindaci Elliott metta fine al regno di disinteresse e deliberato abuso dei diritti degli azionisti di Vivendi e non vede l’ora che la società possa muovere un passo verso una nuova era di best practice nella corporate governance e nella duratura creazione di valore per tutti i suoi azionisti”.

 

 

  1. TIM, CONSOB E SINDACI VANNO IN PRESSING SUL CDA VIA ALLO SCORPORO DELLA RETE

Sara Bennewitz per la Repubblica

 

Tutto da rifare in Telecom Italia.

 

bollore de puyfontaine assemblea vivendiBOLLORE DE PUYFONTAINE ASSEMBLEA VIVENDI

La Consob ha aperto un nuovo fascicolo sull’ effettiva indipendenza dei consiglieri di nomina Vivendi – azionista di maggioranza della società con il 23,9% – che si sono dimessi il 22 marzo. E il collegio sindacale, proprio dopo le delibere del cda del 22 marzo, ha chiesto all’ unanimità di integrare l’ ordine del giorno, così come richiesto dal fondo Elliott, azionista con il 5,75% di Telecom.

 

Quel consiglio avrebbe dovuto procedere all’ integrazione dell’ ordine del giorno con le richieste di Elliott – tra cui quella di sostituire sei consiglieri – ma non l’ ha fatto. Quindi il collegio sindacale « richiederà senza indugio di procedere all’ integrazione dell’ ordine del giorno» entro il 9 aprile. Intanto la Consob indaga sulle ragioni per cui 8 consiglieri in quota Vivendi su 15, hanno simultaneamente deciso di dimettersi facendo decadere l’ intero consiglio Telecom.

 

AMOS GENISHAMOS GENISH

Tanto più che il cda del 22 marzo, presentandosi dimissionario, ha deciso autonomamente di non prendere atto della richiesta di Elliott anche se proprio quella richiesta era il motivo per cui era stato convocato il consiglio. Così domani il cda Telecom – in teoria convocato per discutere del bonus in milioni di azioni riservato all’ ad Amos Genish e ai suoi manager – discuterà di come sia stato possibile commettere un simile errore.

 

Intanto se gli 8 consiglieri di Vivendi che si sono dimessi lo hanno fatto anche per evitare l’ onta della revoca di sei di loro in assemblea, l’ obiettivo non sarà raggiunto. Infatti l’ assise del 24 aprile voterà a maggioranza se Arnaud de Puyfontaine e altri 5 amministratori possono restare in cda, anche se hanno già rassegnato le dimissioni, per poi ripresentarsi al voto del 4 maggio. « Il tentativo di colpo di mano di Vivendi – spiegano fonti vicine a Elliott che sta arrotondando la sua quota – ha avuto un effetto boomerang: l’ assemblea del 24 è pienamente legittimata a revocare e nominare 6 consiglieri indipendenti » .

 

gallia costamagna padoanGALLIA COSTAMAGNA PADOAN

Ma se il collegio sindacale, la Consob e una parte del cda di Telecom, indagando sulle ” dimissioni in massa”, appureranno che è stata commessa qualche irregolarità, i legali di Elliott e quelli di Vivendi avranno molto da discutere sul fatto che a quel punto sia legittima la convocazione di un’ assemblea il 4 maggio, per il rinnovo di un consiglio che in teoria scadrebbe nella primavera 2020.

 

Vivendi resta convinta di aver operato nell’ interesse di tutti i soci, ed è per questo che è pronta a riproporre un cda diverso all’ assise di maggio, dove il presidente de Puyfontaine non avrà incarichi operativi e tutte le deleghe saranno in mano a Genish, con un vice presidente italiano. Un ruolo per cui potrebbe essere confermato Franco Bernabè, che ha appena assunto le deleghe per la sicurezza e per la rete. E in proposito ieri Genish ha incontrato il ministro dello Sviluppo, Carlo Calenda, dando il via alla scorporo della rete fissa di Telecom in una società separata.

claudio costamagna di cdpCLAUDIO COSTAMAGNA DI CDP

 

Si tratta del primo passo di un lungo percorso che, stando a quando spiegato da Genish all’ ultimo cda, dovrebbe poi portare alla quotazione in Borsa della rete in un entità separata, sulla falsariga di quanto fatto con le torri di Inwit.

 

 

 

 

 

LE INUTILI CONSIDERAZIONI DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE. LO 0,35% NON SERVE A NULLA….

 scenarieconomici.it

 28 marzo 2018

 

Cari amici,

un po’  gli impegni, un po’ la stanchezza, mi hanno impdito di scrivere subito sulle ultime novità della SigìRa Lagarde, la pupilla di Sarkozy, per quanto riguarda l’Eurozona.

Ricordiamo che il FMI; dopo il disastro Grecia, ha affermato di capirci ben poco sull’Eurozona, e viste le ultime mosse  conferma di non poter fare quasi nulla. La proposta della signora Lagarde è di creare un fondo di garanzia con l’accantonamento annuo dello 0,35% dl PIL europeo in un fondo che, in teoria , dovrebbe agire in modo anticiclico  e fornire dei prestiti ai paesi in difficoltà. Parlo di prestiti perchè non si tratterebbe di aiuti a fondo perduto, ma di somme da restituire. Ci sembra una pessima idea, e ne elenchiamo rapidamente i motivi:

  • Iniziamo subito parlando di cifre. Lo 0,35% del PIL dell’area euro è pari a circa 40 miliardi l’anno, euro più, euro meno. Sembra una cifra impressionante, ma il solo debito pubblico italiano è pari a 2300 miliardi. perfino il debito del Portogallo, economia relativamente piccola, è di 250 miliardi di euro. Ci vorrebbero 8-10  anni di cumulo, senza utilizzo, per giungere a cifre che possano esser sensibili a livello di singolo stato, figuramoci di fronte alla crisi di aree dell’eurozona.
  • A cosa serve uno strano doppione del European Stability Mechanism, che ha già 70 miliardi versati, 700 di impegni e che attualmente non serve assolutamente a nulla?
  • Dati i tempi di intervento macroeonomico l’utilizzo di questo  fondo sarebbe comunque sottoposto ad una mediazione politica riguardo le regole e rischierebbe di essere prociclico, non anticiclico. Se pensate che possiamo essere troppo pessimisti vi consigliamo di andare a vedere tutta la polemica relativa al calcolo del NAWRU (Not Accelerating wages rate of unemplyment, tasso di disoccupazione che non accellera le paghe) che i Soloni europei volevano al 12% per l’Italia
  • Cosa significherebbe per l’Italia e per gli italiani?  Un aumento del surplus primario per 6 miliardi, cioè o maggiori tasse per 6 miliardi, o minori spese (quindi minore sanità, sicurezza etc ) per una pari cifra. Rimaniamo nel pratico; 6 miliardi sono l’importo delle accise su gas e luce pagati dagli italiani nel 2017.

Quindi gli Italiani pagherebbero il doppio di accise gas e luce per costituire un fondo che, in teoria, dovrebbe essere anticiclico, ma che in realtà, almeno per noi, sarebbe pro ciclico perchè quei soldi dovremmo tirarli fuori.

Chi svolge la politica anticiclica nel resto del mondo? Solitamente le politiche anticicliche sono finanziate tramite le banche centrali. L’attivo della BCE è pari a 4500 miliardi di euro, ed i 40 miliardi di accantonamento dell’euroarea sarebbero pari allo 0,88% dell’attivo. Non solo, ma il fondo accumulato per 10 anni sarebbe pari all’8% dell’attivo della BCE.

 

Quindi noi ci chiediamo questa domanda:

Perchè la funzione anticiclica non viene svolta dalla BCE e deve invece essere svolta da un fondo fiscale che, per sua natura, risulta essere depressivo in fase di accumulo?

In attesa che la signora Lagarde mi risponda, vi saluto.

 

ESCLUSIVO – NEI PROSSIMI DUE MESI BOLLORE’ POTREBBE TROVARSI DI FRONTE A UN ALTRO ATTACCO: L’INGRESSO IN ITALIA DI XAVIER NIEL CHE PUNTA A CONQUISTARE IL MERCATO DELLA TELEFONIA MOBILE, COME HA GIÀ FATTO IN FRANCIA – DI PIÙ: NIEL SI È MESSO IN TESTA DI FONDERE IL SUO GRUPPO EDITORIALE CON IL GRUPPO GEDI COL PLACET DI ELKANN CHE HA DA SEMPRE AMBIZIONE DI CREARE IL PIÙ GRANDE GRUPPO EDITORIALE EUROPEO. FUTURI OBIETTIVI? GLI SPAGNOLI DI PRISA E SI VOCIFERA UN GRUPPO SVIZZERO

dagospia.com 28 marzo 2018

DAGONEWS

 

vincent bollore al telefonoVINCENT BOLLORE AL TELEFONO

Nei prossimi due mesi Bollorè e Amos Genish potrebbero avere un pensiero in più. Oltre a dover fronteggiare l’assalto del fondo Elliott, nella prossima assemblea il ceo di Telecom Italia, infatti, si troverà di fronte a un altro attacco: l’ingresso in Italia del nuovo operatore Iliad che punta a conquistare il mercato della telefonia mobile, come ha già fatto in Francia.

 

Il gruppo che fa capo all’intraprendente imprenditore Xavier Niel si sta preparando ad aggredire Telecom su più fronti. Già maggiore azionista de ‘Le Monde’ e ‘Le Nuovel Observateur’ in Francia, Niel si è messo in testa di fondere il suo gruppo editoriale con il gruppo Gedi, ovvero il gruppo Repubblica-Stampa-Secolo XIX.

xavier nielXAVIER NIEL

 

Ed è per questo motivo che, negli ultimi due mesi Monica Mondardini, ceo di Gedi, si è recata più volte a Parigi da Niel. Mettere le mani sul più grande gruppo editoriale italiano consentirebbe a Niel, compagno di Delphine Arnault, di avere una relazione privilegiata con il mondo politico italiano.

 

RODOLFO DE BENEDETTI MONICA MONDARDINI JOHN ELKANNRODOLFO DE BENEDETTI MONICA MONDARDINI JOHN ELKANN

L’operazione, segretissima, denominata in gergo operazione Cleopatra, avrebbe il placet sia dei fratelli De Benedetti (con la fusione Stampa-Repubblica il titolo Gedi ha perso pù del 40%) sia del secondo azionista di Gedi John Elkann, grande amico di Niel, che soffre di aver “fallito” l’unica operazione che ha fatto senza Marchionne.

 

Elkann, poi, ha de sempre ambizioni europee e l’idea di ritrovarsi azionista di un gruppo dai confini più ampi gli fa gola. Ma il progetto di Elkann e Niel è anche più ambizioso. E prevede in futuro, la creazione del più grande gruppo editoriale europeo. Futuri obiettivi? Probabilmente gli spagnoli di Prisa e si vocifera un gruppo svizzero.

xavier nielXAVIER NIELCARLO DE BENEDETTI JOHN ELKANNCARLO DE BENEDETTI JOHN ELKANNAMOS GENISHAMOS GENISHxavier nielXAVIER NIELxavier nielXAVIER NIELXAVIER NIEL DELPHINE ARNAULTXAVIER NIEL DELPHINE ARNAULT

 

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