Renzi è caduto ma i renziani stanno molto bene. Il caso di Serra, il finanziere diventato in pochi anni banchiere, che ora naviga su 3 miliardi di euro

 

di Stefano Sansonetti lanotizia.it
Davide Serra
Da finanziere “rompiscatole”, che si presentava alle assemblee di Generali per contestarne la gestione, è arrivato a fare il banchiere. Non c’è che dire, l’escalation del renzianissimo Davide Serra può essere riassunta in questi termini, soprattutto dopo la partecipazione all’aumento di capitale del Credito valtellinese, ex banca popolare, che ora vede la sua Algebris potenziale azionista al 5,2%. Certo, è difficile resistere alla tentazione di far notare che questa ascesa abbia coinciso con il periodo di Matteo Renzipremier, avviato nel 2014. Un’alchimia, quella tra i due, risalente almeno al 2012, con tanto di finanziamenti elargiti da Serra alla renziana Fondazione Open, che organizza la Leopolda.

Il business – Quello che non sempre viene messo a fuoco è il modo in cui in questi anni Serra è riuscito a diventare azionista pesante di banche. Per lui, come per tanti altri, l’Eldorado è stato il settore dei crediti marci delle banche, i cosiddetti npl (non performing lonas). Un recente rapporto di Ernst&Young, dall’eloquente titolo “navigare nelle opportunità italiane del credito”, ha messo in fila tutti i primi colpi di Algebris tra il 2015 e il 2016: 172 milioni di npl rilevati da Deutsche Bank, 320 milioni dalla Cassa di risparmio di Bolzano, 450 milioni dalla Bper (in coppia con il fondo Cerberus). In effetti Serra, che nel 2006 aveva lanciato Algebris un po’ come hedge fund (fondo di investimento speculativo), con uffici a Londra e Lussemburgo, nel 2014 ha deciso di buttarsi forte sul settore degli non performing loans. Il salto di qualità, dopo le operazioni censite da Ernst&Young, arriva però nel 2017, quando Algebris riesce a fersi assegnare dal Banco Bpm un portafoglio di crediti difficili della bellezza di 693 milioni di euro. Cifra niente male per l’Algebris Npl Fund II, il veicolo creato da Serra nel dicembre del 2016 proprio per fare incetta di questi asset sul mercato italiano. Gli ultimi aggiornamenti dicono che dal lancio questo fono ha investito già 1,4 miliardi di euro, frutto di 41 operazioni concluse con 20 banche.

Il saldo – Più in generale, da quando nel 2014 ha acceso un faro sul settore, Algebris avrebbe rilevato npl del valore nominale di 2,6 miliardi, frutto di 75 operazioni con 35 banche. Ma presto gli investimenti complessivi in crediti difficili potrebbero salire a 3 miliardi: dietro l’intervento in Creval, infatti, Serra punta a farsi assegnare un portafoglio npl di circa 500 milioni (“progetto Gimli”). Insomma, il super renziano sembra aver sfruttato alla grande il momento in cui il suo amico era sulla cresta dell’onda. E così appaiono piuttosto lontani i tempi del 2007-2008, quando da investitore “movimentista” in Generali l’allora giovanissimo Serra criticava nientemeno che il presidente dell’epoca della compagnia di assicurazioni, Antoine Bernheim, nonché la gestione generale del colosso di Trieste soprattutto per quel che riguardava le politiche di remunerazione del management.

I fedelissimi – Al suo fianco, in quei blitz che lo imposero all’attenzione mediatica, c’era Massimo Massimilla, socio di Algebris che tutt’ora gli è accanto. Così come di recente Serra ha stretto ottimi rapporti con Massimiliano Bertolino, amministratore delegato di Frontis Npl, gestore milanese di crediti bancari difficili a cui Algebris si affida sempre di più per la profilazione dei vari debitori. Il tutto, naturalmente, nell’ottica di un più vantaggioso recupero delle posizioni. Oggi Renzi non è più a palazzo Chigi. Ma ormai Serra, sfruttando quell’onda, è riuscito a surfare addirittura sulle banche. Un percorso che è ancora in atto e che nei prossimi mesi potrebbe presentare nuove tappe.

La società è fantasma ma le banche le concedono prestiti: truffa a Umbertide

https://cityjournal.it/ 30 marzo 2018

Polizia stradale. Archivio
Polizia stradale. Archivio
 

La polizia sequestra beni per 600mila euro: due indagati. Auto e mezzi presi in leasing e rivenduti all’estero

PERUGIA – Bilanci falsificati, una società che di fatto non esiste e la truffa alle banche e alla finanziarie che hanno concesso prestiti per noleggi di mezzi mai restituiti.

Questi i particolari dell’indagine partita dalla questura di Pescara e culminata con l’esecuzione di un’ordinanza di misura cautelare reale, per il reato di truffa e appropriazione indebita, nei confronti di due soggetti, un 47enne originario di Chieti ma residente a Giulianova, e di un 41enne di Isernia, con la quale il gip del tribunale di Perugia ha disposto il sequestro delle quote della società Caimeli srl di Umbertide.
Contestualmente, i poliziotti della squadra mobile di Perugia hanno eseguito perquisizioni personali e domiciliari a carico dei due indagati disposti dalla procura di Perugia.

Il provvedimento cautelare è stato emesso su richiesta della procura del capoluogo, a seguito di una complessa attività investigativa secondo le cui risultanze i due uomini, in concorso tra loro e con altri soggetti in corso di identificazione, hanno falsificato i bilanci della società facendola apparire come attiva ed economicamente florida, quando in realtà era di fatto inesistente. In questo modo, secondo le accuse, hanno tratto in inganno diversi istituti di credito, società finanziarie e aziende, inducendoli a stipulare numerosi contratti per la concessione di crediti, per il noleggio di autoveicoli in leasing e per la fornitura di merci. Tutti beni di cui gli indagati si sono appropriati omettendo di restituirli.

Le indagini, inizialmente coordinate dalla procura di Pescara (dove gli indagati hanno tentato di piazzare uno dei veicoli trafugati), sono state poi trasmesse per competenza territoriale alla procura di Perugia che ha chiesto ed ottenuto dal gip appunto l’emissione di un decreto di sequestro preventivo delle quote sociali della Caimeli srl, nonché di 20 autoveicoli e di 5 mezzi meccanici di cui gli indagati si sono appropriati, per un valore totale che si attesta all’incirca sui 600mila euro.

In particolare, per quanto riguarda gli autoveicoli, alcuni dei quali di elevato valore commerciale, gli indagati hanno sistematicamente cessato di corrispondere i canoni di locazione pattuiti con le società finanziarie, per poi rivenderli, anche all’estero, attraverso l’utilizzo di documenti falsi, tanto che, nel corso delle indagini, sono state sottoposte a sequestro preventivo cinque vetture per un valore totale di circa 300mila euro. Analoghe attività di perquisizione sono state svolte dalle questure di Teramo, Isernia e Campobasso.

Banche, la ex Bcc di Castenaso e quei mutui con le anomalie. Dai contratti incompleti ai tassi sopra l’usura

http://www.ilfattoquotidiano.it Paolo Fior 30 marzo 2018

BCC CASTENASO

Sito istituzionale della Banca di Credito Cooperativo di Castenaso.

Un piccolo caso che accende una volta in più i riflettori su un grande problema: quello dei rapporti banca-cliente, dei tassi usurari, dei controlli e della tutela dei consumatori

Un piccolo caso che accende una volta in più i riflettori su un grande problema: quello dei rapporti banca-cliente, dei tassi usurari, dei controlli e della tutela dei consumatori. La banca in questione è la ex Bcc di Castenaso, ora Bcc Felsinea, di cuiilfattoquotidiano.it si è occupato nelle scorse settimane ricevendo poi nuove segnalazioni da parte di altri clienti. Uno di questi, titolare di conto corrente e di mutuo ipotecario, si è rivolto alla società Anatos per analizzare i rapporti intercorsi negli anni con l’istituto e sono emerse diverse criticità segnalate prontamente alladirezione generale della banca stessa e alla Banca d’Italia. Oltre a contestare la metodologia utilizzata per il calcolo dell’effettivo interesse applicato sul conto che sarebbe ampiamente superiore al tasso soglia, Anatos ha rilevato alcune anomalie sostanziali nel contratto di mutuo. La prima, purtroppo molto comune in Italia, è l’assenza del piano d’ammortamento che non solo non sarebbe stato consegnato al cliente in fase di proposta del mutuo in violazione del codice di condotta europeo sottoscritto dall’Abi e dalle stesse Bcc, ma non risulta nemmeno allegato all’atto notarile. La seconda anomalia, anch’essa purtroppo piuttosto comune, riguarda il tasso di moraprevisto dal contratto (Tan + 3%, nel caso di questo contratto 8,60%) che si collocava direttamente al di sopra del tasso soglia usura con riferimento alle tabelle Bankitalia relative sia ai mutui a tasso variabile, sia a quelli a tasso fisso.

 

Il contratto in questione – un mutuo a tasso misto – apre poi la grande (e controversa) questione dell’usura “sopravvenuta”: nel primo periodo (2009-2010) il prestito si configurava come un normale mutuo a tasso fisso ma già pochi mesi dopo la stipula, l’interesse richiesto risultava essere superiore al tasso soglia e il cliente – senza nemmeno saperlo – si è ritrovato a pagare per un anno e mezzo un tasso usurario. Posto che la Bcc Felsinea (ex Castenaso) si è dichiarata più che disponibile a un incontro con il cliente per chiarire le questioni sollevate, l’ufficio legale della banca fa notare che sulla questione dell’usura “sopravvenuta” si è recentemente pronunciata la Cassazione (sentenza del 19 ottobre 2017 delle Sezioni Unite) giudicandola inammissibile: “Allorché il tasso degli interessi concordato tra mutuante e mutuatario superi, nel corso dello svolgimento del rapporto, la soglia dell’usura come determinata in base alle disposizioni della L. n. 108 del 1996, non si verifica la nullità o l’inefficacia della clausola contrattuale di determinazione del tasso degli interessi stipulata anteriormente all’entrata in vigore della predetta legge, o della clausola stipulata successivamente per un tasso non eccedente tale soglia quale risultante al momento della stipula; né la pretesa del mutuante di riscuotere gli interessi secondo il tasso validamente concordatopuò essere qualificata, per il solo fatto del sopraggiunto superamento di tale soglia, contraria al dovere di buona fede nell’esecuzione del contratto”.

Parole che sembrano mettere una pietra tombale su una questione che invece – soprattutto sotto il profilo politico oltre che giurisprudenziale – resta apertissima. E intanto il tema dell’usura bancaria (non solo di quella eventualmente “sopravvenuta”) attualmente viene sollevato dai singoli che – trovandosi in situazioni di difficoltà economiche – fanno analizzare la documentazione bancaria e scoprono così di aver pagato, magari per anni, tassi usurari e per far valere le proprie ragioni sono costretti ad adire le vie legali, sostenendone le spese. Alla fine di un iter che spesso dura parecchi anni e che presenta molte incognite, talvolta è possibile arrivare a ottenere ragione e ricevere un risarcimento: è capitato ad esempio pochi giorni fa a Padova, dove Mps è stata condannata per aver praticato tassi usurari tra il 1996 e il 2014 (cioè per 18 anni) a un albergatore di Abano assistito da Confedercontribuenti Veneto.

Non si tratta di un caso isolato, ma le denunce sono poche, anche perché la maggior parte delle persone spesso non si accorge nemmeno di essere soggetta a usura e non è previsto alcun meccanismo di rimborso automatico, qualora che nel corso di un raro controllo emerga il fatto. La logica è sempre quella premoderna del “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato” ed è una logica che non aiuta certo a costruire un clima di fiducia attorno alle banche e al sistema finanziario in generale. Sconcertanti da questo punto di vista anche le risposte che vengono date da Banca d’Italia a coloro che si rivolgono alla vigilanza per denunciare determinati fenomeni: “Si fa presente che, rispetto alle singole posizioni contrattuali, non rientra fra le competenze di questo Istituto la risoluzione di eventuali controversie essendo la verifica dell’usurarietà dei tassi applicati e le conseguenti valutazioni di carattere civile e/o penale, rimesse esclusivamente al vaglio dell’Autorità giudiziaria”.

In sostanza, sull’usura bancaria il cliente-consumatore si ritrova solo, senza tutela alcuna. Molti lasciano perdere pur di non sobbarcarsi ulteriori spese, ma ogni anno, tra mutui, finanziamenti personali, scoperti di conto corrente, carte di credito etc. banche e società finanziarie incassano somme enormi frutto di usura. Da parte della politica lasciare le cose come stanno significa dare l’ennesima bastonata ai consumatori e l’ennesimo aiuto di Stato alle banche, dopo peraltro una vergognosa gestione delle crisi che ha comportato la distruzione dei risparmi per molte famiglie e miliardi di euro di costi a carico dei contribuenti. Sale quindi l’attesa non tanto per il rinnovo di un’inutile Commissione parlamentare d’inchiesta, quanto perché la questione banche venga affrontata da subito e con serietà arrivando a una riforma profonda del sistema anche sotto il profilo dei risarcimenti (ad esempio estendendo anche al campo finanziario la confisca obbligatoria “per equivalente” che trova già applicazione nella normativa sui beni “dual use” e che prevede appunto la confisca immediata dei beni di cui il reo ha disponibilità per un valore corrispondente al prezzo o al profitto del reato) oltre che attraverso un rafforzamento delle tutele dei consumatori-clienti che preveda anche il risarcimento automatico e obbligatorio nel caso in cui banche o altre istituzioni finanziarie abbiano fatto ricorso (anche per mero errore) a pratiche illegittime.

“Aspettiamo il nuovo governo italiano”

tvsvizzera.it 29 marzo 2018

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/29-03-2018-primo-incontro-cassis-consiglio-di-stato?id=10304606&startTime=0.000333&station=rete-uno

Ci sono tanti dossier aperti, alcuni ostici, che interferiscono sui buoni rapporti tra Svizzera e Italia. Temi che ora dovranno aspettare l’insediamento del nuovo governo italiano per trovare una soluzione. Così il responsabile della diplomazia elvetica, il ticinese Ignazio Cassis.

Incontro a Bellinzona, capitale del Canton Ticino, tra il governo cantonale e il Consigliere federale Ignazio Cassis, Capo del Dipartimento federale degli affari esteri. Incontro voluto per discutere soprattutto dello stato delle relazioni fra il Cantone Ticino e la Confederazione e di approfondire alcuni temi politici d’attualità.

Temi che riguardano i rapporti tra il Canton Ticino e la vicina Lombardia e l’Italia in generale. Pensiamo all’accordo sui frontalieri, alla chiusura dei valichi doganali minori durante le ore notturne e alla difficoltà degli istituti finanziari ticinesi (e svizzeri) ad entrare nel mercato italiano. Tutti dossier fermi da anni che i governi italiani che si sono succeduti in questi anni non hanno mai veramente affrontato con la volontà di trovare a breve una soluzione.

Come ha ricordato ancora oggi Ignazio Cassis, ora si deve aspettare l’insediamento del nuovo governo italiano per capire come muoversi. Certo è che già negli ultimi mesi del governo Gentiloni, Ignazio Cassis si è incontrato con il suo omologo italiano Angelino Alfano senza che si muovesse nulla. L’impressione è che all’Italia interessi ben poco l’accordo contro la doppia imposizione (accordo fiscale) che ha quale corollario, tra l’altro, anche l’accordo sui frontalieri.

Per quanto riguarda invece la chiusura dei valichi doganali minori durante le ore notturne – in via sperimentale sono state chiuse per sei mesi durante il 2017 – Ignazio Cassis ha promesso che una decisione definitiva sarà presa a breve.

 

Terrorismo, un altro fermo e allerta alta in Italia

tvsvizzera.it 30 marzo 2018

Due militari armati di mitra schierati nei pressi dell'Arco di Costantino in centro a Roma
Preoccupa la propaganda contro Roma come sede della cristianità, in un periodo simbolo come quello di Pasqua.

(Keystone)

Un marocchino è stato fermato all’alba di venerdì in Piemonte in un’operazione antiterrorismo, la terza in pochi giorni in Italia. La minaccia di attentati, ha dichiarato giovedì il ministro dell’Interno, “resterà seria per un certo periodo di tempo”.

Al centro delle indagini coordinate dalla Procura distrettuale di Roma, indicano gli investigatori, ci sono le “attività criminali” dell’uomo, “fortemente indiziato” di istigazione a delinquere per finalità di terrorismo e di appartenenza a un’associazione terroristica.

Il marocchino, 19 anni, è stato arrestato dai carabinieri nel suo appartamento di Fossano, Cuneo. Consultava assiduamente siti di propaganda dell’Isis ed è a sua volta accusato di propaganda jihadista sui social media. Secondo le autorità, era un soggetto pericoloso.

Tra arresti ed espulsioni

Giovedì, una retata tra Lazio e Campania aveva portato all’arrestoLink esterno di cinque persone appartenenti alla rete dell’attentatore al mercatino di Berlino, Anis Amri. A far scattare l’allarme, la radicalizzazione del più pericoloso dei cinque, un palestinese.

Pochi giorni fa, era invece stato rimandato in patria un marocchino 35enne, ex imam del carcere di Alessandria. Le espulsioni dall’Italia “per motivi di sicurezza dello Stato” sono già 28 da inizio 2018 e comprendono una ventina di imam.

Sicurezza rafforzata

Pochi giorni fa, il capo della polizia Franco Gabrielli aveva parlato di “minaccia incombente”. Giovedì, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha confermatoLink esterno “la minaccia era, è e resterà seria per un certo periodo di tempo nei confronti dell’Italia”.

I recenti arresti e le espulsioni non fanno che sottolinearlo: gli apparati di sicurezza sono in allerta, per la propaganda contro Roma come sede della cristianità e contro i “crociati”, in un periodo simbolo come quello delle festività pasquali.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/30-03-2018-operazione-antiterrorismo-a-torino?id=10307027&startTime=0.000333&station=rete-uno

Minniti ha invitato a rafforzare ulteriormente i controlli nelle aree affollate, come i luoghi religiosi e le città d’arte, piene di turisti in questi giorni. “Le operazioni di polizia dimostrano una straordinaria capacità di prevenzione”, ha detto.

Polizia e intelligence coordinate

Segnalazioni su possibili attacchi arrivano in continuazione e sono esaminate dal Comitato di analisi strategica antiterrorismo (Casa), che riunisce esponenti di forze di polizia e dei servizi informativi.

Non ci sono evidenze di minacce concrete, ma il momento richiede la massima attenzione. 

Il pericolo numero uno sono i cosiddetti lupi solitari. Giovani, disadattati, di recente radicalizzazione, possono passare all’azione stimolati dai continui appelli al jihadismo che viaggiano su Internet.

Quando i soldi della Cdp finiscono dove non dovrebbero

 lettera43.it 30 marzo 2018

Cdp
 

Aziende vendute all’estero, fatturati in picchiata, scontri con i vecchi proprietari estromessi dal Cda. Le operazioni di Star Capital – con i soldi della Cassa – che fanno dubitare del «sostegno alle Pmi».

Aziende vendute all’estero, fatturati in picchiata, altre ancora dove le nuove proprietà – fondi d’investimento – ingaggiano un corpo a corpo con i vecchi padroni, lasciando sul terreno un campo di macerie. Non sempre i soldi della Cdp, pur impiegati in maniera indiretta, vanno a sostegno del tessuto imprenditoriale italiano e delle Pmi in particolare. Anzi. Il post chirurgico con cui il candidato ministro dei Cinque Stelle Andrea Roventini ha raffreddato gli entusiasmi della Cdp, proprio nel giorno in cui la cassaforte dello Stato presentava i dati di bilancio, racconta come potrebbe cambiare la sua missione qualora Luigi Di Maio arrivasse nella stanza dei bottoni. Le direttive sono chiare: il M5s punta fortemente su un “braccio armato” della politica a sostegno soprattutto dell’innovazione e dell’hi-tech.

IL PALLINO DI RENZI. Una Cdp meno di mercato e più di sostegno al “sistema Paese” in realtà era già un pallino di Matteo Renzi che, con il tandem Costamagna–Gallia, ha incassato l’intervento in Saipem, quello in Atlantia 1 e 2 per il salvataggio delle banche, l’investimento in Open Fiber che, ad oggi, ancora non si è capito bene quale direzione prenderà. Tutti dossier molto onerosi e poco profittevoli.

Roventini M5s

Ma il ruolo della Cdp va pesato a tutti i livelli e, a questo proposito, conviene dare un’occhiata anche ad affari più piccoli che, riguardando le piccole e medie imprese, sono quelli che in teoria interesserebbero di più all’elettorato di riferimento dei Cinque Stelle. Intanto diciamo che dei 5,03 miliardi di raccolta dei fondi di private equity e venture capital in Italia nel 2017, 4,11 miliardi sono stati raccolti da tre soggetti tutti partecipati da Cdp: F2i Sgr, QuattroR Sgr, Fondo italiano d’investimento. Questo per dire il ruolo predominante in questo settore specifico.

COSA FA IL FONDO ITALIANO D’INVESTIMENTO. Il Fondo italiano d’investimento, in particolare, fa capo al 43% a Cdp, per il resto alle principali banche italiane e il suo obiettivo è «supportare la crescita delle piccole e medie imprese italiane, con particolare attenzione alla tecnologia e all’innovazione». Parte delle risorse raccolte sono utilizzate per finanziare altri veicoli dedicati al private equity, al private debt e al venture capital e che, ovviamente, dovrebbero aderire alla stessa filosofia del Fondo italiano e quindi della Cdp. Ma con quali controlli?

Cdp

Peculiare, in questo senso, è il caso di Star Capital, una Sgr indipendente che, per il Fondo Star III, ha ricevuto dal Fondo italiano d’investimento 15 milioni. Come sono stati usati questi soldi? Star Capital ha investito con quote di maggioranza in sette società ma i risultati, in almeno due casi, sono opinabili.

VENDITE ALL’ESTERO. Partiamo da Codyeco, un’azienda toscana di prodotti chimici per la conceria che a fine 2016 dava lavoro a 110 dipendenti per un fatturato di 27,8 milioni di euro. Il fondo Star Capital ne acquisisce il 95% nel luglio 2013, comprando dallo storico proprietario, Donato Berini. L’azienda, per cui si parlava di un interessamento di imprenditori tedeschi, resta così in Italia, ma per poco. Nell’autunno del 2017, Star Capital passa la mano a Smit & Zoon, gruppo olandese che opera nello stesso mercato dei prodotti chimici per la concia, ma con un focus su imbottiti e automotive. Quattro anni dopo, quindi, Codyeco entra sì in un network più grande, ma solo come “preda” di gruppi stranieri.

Star Capital, finanziata dal Fondo italiano d’investimenti, alla guida di Goldplast. Ma invece del rilancio i conti sono in rosso e fioccano le cause

Ancora più controverso è il caso di Goldplast, un’azienda fondata negli Anni 70 dalla famiglia Magri e che, dalla fine degli Anni 90, si era specializzata nella produzione di stoviglie di plastica di alta gamma, dai calici in tecnopolimeri alle vaschette per il finger food. Quando la famiglia Magri decide di vendere, nel 2015, il gruppo dà lavoro a 700 persone (contando anche l’indotto) e ha una proiezione internazionale: ideazione e progettazione in Italia, produzione spostata in larga parte all’estero, in Romania, vendite all’estero.

LITE CON I FONDATORI. Meno di tre anni dopo, l’azienda è in seria difficoltà: la nuova proprietà, che fa capo a Star Capital, ha in piedi cause con la famiglia Magri (i figli hanno ricomprato il 20% credendo di poter giocare un ruolo) per oltre 13 milioni. Oggetto della discordia: la decisione di estromettere i Magri dal consiglio d’amministrazione in violazione, sostiene la famiglia, degli accordi presi tra le parti (abbiamo chiesto chiarimenti a Star Capital su questo tema e sull’andamento dell’azienda lo scorso 26 marzo, ma non abbiamo ricevuto risposta). L’amministratore delegato scelto da Star Capital per rafforzare e ingrandire l’azienda, Domenico Zaccone, è stato licenziato a fine 2017 e contro lui è stata intentata una causa di responsabilità. A quanto risulta, l’azienda si trova adesso nella necessità di ricapitalizzare e, negli ultimi tre esercizi, ha sommato perdite intorno agli otto milioni di euro. I consigli d’amministrazione sono diventati campi di battaglia dove parlano soprattutto gli avvocati e, senza un nuovo rilancio da parte dei soci, è difficile che le banche facciano la loro parte.

I CONTROLLI? SOLO SUL PASSATO. Tutto è successo, insomma, tranne che il rafforzamento del tessuto imprenditoriale nazionale. Certo, il Fondo italiano d’investimento non può seguire passo dopo passo i singoli investimenti che riguardano in prima battuta altri gestori. La scelta di dove investire, viene spiegato, viene fatto anche sulla base delle esperienze pregresse. Star Capital, insomma, sarebbe stato scelto come soggetto affidabile sulla base di quanto fatto fino ad allora, sul capitale reputazionale. Ciò non toglie che, ovviamente, il dossier verrà seguito nei suoi sviluppi.

Costamagna

Tra gli investimenti passati spicca però anche quello in De Fonseca (in minoranza, la maggioranza è di un altro fondo: Consilium). L’azienda di calzature per la casa piemontese nel 2010, prima del passaggio ai fondi, aveva un fatturato di 50 milioni di euro, adesso viaggia a quota 37 milioni, con una perdita di esercizio di oltre 700 mila euro. A gennaio è stata chiusa una nuova operazione di finanziamento a medio-lungo termine con Bpm e, secondo il Sole 24 Ore, Consilium sta provando a uscire. La storia di De Fonseca, d’altronde, è stata tormentata fin dall’inizio: nel 2013 una ventilata chiusura dello storico stabilimento di Leinì aveva portato i lavoratori in sciopero e costretto le istituzioni locali a intervenire. Pericolo scampato, ma anche in questo caso il rilancio a sostegno dell’imprenditoria nazionale non sembra all’ordine del giorno.

Se i mediocri hanno preso il potere, siamo sicuri che la meritocrazia ci salverà?

http://angelomincuzzi.blog.ilsole24ore.com/ 30 marzo 2018

la-teoria-della-relativita-di-einstein

I mediocri hanno preso il potere, sostiene il filosofo canadese Alain Deneault. Ma se è così, a salvarci sarà davvero la meritocrazia?
Esattamente sessant’anni fa, nel 1958, viene pubblicato in Gran Bretagna un libro di fanta-sociologia ambientato in un futuro per noi non molto lontano. Il racconto è collocato infatti nel 2033 in una società finalmente governata dalla meritocrazia, dove l’unico metro di valutazione dei cittadini è il Quoziente intellettivo e dove il 5% dei più intelligenti governa sul rimanente 95%.
L’autore del libro “L’avvento della meritocrazia” (pubblicato anche in Italia nel 2014 dalle Edizioni di Comunità) è il sociologo ed economista inglese Michael Young, all’epoca membro influente del Partito laburista britannico. A distanza di sessant’anni dalla sua uscita, il fanta-racconto fornisce ancora significative chiavi di lettura per interpretare il mondo di oggi.

LEGGI IL POST La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere

L’inventore della parola “meritocrazia”

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Young (nella foto in alto) è il vero padre del termine “meritocrazia”, ma a differenza del significato positivo che oggi attribuiamo a questa parola (considerata la medicina ideale per una società malata, governata dalla mediocrazia), il sociologo inglese ne aveva una considerazione del tutto negativa, addirittura dispregiativa.
Young segnala infatti il rischio che un’applicazione rigidamente ideologica del principio meritocratico possa generare una società ancora più ineguale di quella del suo tempo.

Il mondo descritto da Young è un mondo ormai proiettato verso un cupio dissolvi, con una società dominata da una nuova casta meritocratica e una maggioranza che, alla fine, si rivolta sanguinosamente. Young finge che l’autore del libro sia un sociologo che nel 2033 ripercorre le vicende storiche della Gran Bretagna dal 1870 all’anno in cui scrive. Alla fine del libro apprendiamo da una frase in corsivo che «poiché l’autore di questo saggio è stato ucciso anch’egli a Peterloo, gli editori, con rincrescimento, non hanno potuto sottoporgli le bozze del manoscritto per quelle correzioni che forse avrebbe voluto apportargli prima della pubblicazione». Peterloo è il luogo dove nel maggio 2034 si svolge uno sciopero generale organizzato dai “populisti”, l’unica organizzazione che si oppone alla società meritocratica e che vorrebbe ripristinare alcuni principi democratici e socialisti.

Intelligenza ed efficienza

Il racconto e le parole del libro sono dunque quelle di un uomo entusiasta della meritocrazia (a differenza del vero Young, che non lo era affatto) e devono essere lette inforcando i suoi occhiali. «Se non si può giocare altro che un calcio di prima fascia – scrive Young -, che cosa si deve fare di tutti quelli che non sono abbastanza bravi per essere ammessi nella squadra? Gli uomini, dopotutto, si distinguono non per l’uguaglianza ma per l’ineguaglianza delle loro doti. Se valutassimo le persone non solo per la loro intelligenza o la loro efficienza, ma anche per il loro coraggio, per la fantasia, la sensibilità e la generosità, chi si sentirebbe più di sostenere che lo scienziato è superiore al facchino che ha ammirevoli qualità di padre, o che l’impiegato straordinariamente efficiente è superiore al camionista straordinariamente bravo a far crescere le rose?».

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Intelligenza ed efficienza sono dunque i parametri in base ai quali gli uomini vengono giudicati nella futuribile società meritocratica descritta da Young. In passato, invece, le cose andavano diversamente: «A quei tempi nessuna classe era omogenea dal punto di vista dell’intelligenza: i membri intelligenti delle classi superiori avevano tanto in comune con i membri intelligenti delle classi inferiori quanto ne avevano con i membri stupidi della propria classe. Ora che gli individui vengono classificati secondo l’intelligenza, la distanza tra le classi è diventata inevitabilmente maggiore. Da una parte, le classi superiori non sono più indebolite dai dubbi su se stesse e dall’autocritica. Oggi le persone in vita sanno che il successo è la giusta ricompensa della loro capacità, dei loro sforzi e delle loro innegabili conquiste. Esse meritano di appartenere a una classe superiore. Inoltre sanno non solo che il loro valore è alto in partenza, ma che sopra le loro doti naturali è stata costruita un’istruzione di prim’ordine».

Una società ineguale

Dunque, la società meritocratica è profondamente ineguale ma poiché la divisione per classi è basata su un parametro accettato come oggettivo da tutti (l’intelligenza), anche le differenze vengono accettate da tutti. O quasi. «Anche la situazione delle classi inferiori è diversa – scrive l’autore -. Oggi ogni individuo, per quanto umile, sa di aver avuto tutte le possibilità… Per la prima volta nella storia umana l’uomo inferiore non ha a portata di mano alcun sostegno per il suo amor proprio».

Ma ecco cosa aggiunge l’entusiasta sociologo che descrive le mirabolanti caratteristiche della società meritocratica. «Gli uomini dopotutto si distinguono non per l’uguaglianza, ma per l’ineguaglianza delle loro doti. Una volta che tutti i geni stiano nell’élite, e tutti gli stupidi tra i lavoratori, quale significato può avere l’uguaglianza? Quale ideale è sostenibile fuorché il principio dell’uguaglianza di rango a parità di intelligenza?».

E ancora: «L’assioma del pensiero moderno è che gli individui sono ineguali; e da esso dipende il precetto morale che si debba dare a ciascuno una posizione nella vita proporzionata alla sua capacità. Dopo una lunga battaglia si è potuto costringere alla fine la società a conformavisi: i mentalmente superiori sono stati innalzati al vertice, e i mentalmente inferiori sono stati calati al fondo.Entrambi portano vestiti fatti su misura…».

L’élite diventa ereditaria

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Il cammino vero la meritocrazia inizia più di 40 anni prima rispetto alla data nel quale l’ignoto sociologo scrive il suo resoconto. «Intorno al 1990 tutti gli adulti che avevano un QI superiore a 125 appartenevano alla meritocrazia. Un’alta percentuale dei ragazzi dotati di un QI superiore a 125 erano figli di questi stessi adulti. I migliori di oggi partoriscono i migliori di domani in una misura che non ha precedenti nel passato. L’élite si avvia a diventare ereditaria; i principi dell’ereditarietà e del merito tendono a fondersi. Quella trasformazione fondamentale per la quale sono occorsi più di due secoli è ormai quasi perfezionata». E poi: «Sotto questo nuovo regime la divisione tra le classi è diventata più netta, la posizione delle classi superiori più alta e quella delle classi inferiori più bassa».

La meritocrazia, dunque, si trasforma in un governo ereditario,dove i figli dei più intelligenti frequentano le scuole migliori, vivono in un ambiente competitivo e dunque tendono a essere mediamente più intelligenti di coloro che appartengono alle classi inferiori.

Young, naturalmente, estremizza, utilizza un linguaggio da iperbole, quasi satirico. Il suo è un romanzo distopico, che descrive una immaginaria società indesiderabile e spaventosa, simile a quelle raccontate da Aldous Huxley ne “Il mondo nuovo” e “L’isola” e da George Orwell in “1984“.

Il desiderio di meritocrazia

L’avvento della meritocrazia” fu scritto da Young per mettere in guardia contro i cedimenti che alla fine degli anni 50 del secolo scorso si intravedevano fra i laburisti nel campo dell’istruzione pubblica e che rischiavano di compromettere la concezione egalitaria e democratica della società propugnata dal Partito laburista. Non a caso nel giugno 2001, Young scrive un’intervento (“Abbasso la meritocrazia”), pubblicato dal Guardian, nel quale si scaglia contro la politica di Tony Blair.

Certamente il ragionamento antimeritocratico di Young può sembrare del tutto fuori traccia nell’Italia di oggi, dove desideriamo ardentemente un po’ più di autentica meritocrazia nella selezione della classe dirigente di ogni ordine e grado. In Italia – è fuor di dubbio- c’è un bisogno disperato di meritocrazia.
Young considera invece la meritocrazia come un sistema ideato dalle classi dirigenti per cooptare i più intelligenti tra le classi più umili per disinnescare la possibilità di attuare un cambiamento politico.

Ma forse il significato autentico del libro lo fornisce lo stesso Young nel suo intervento sul Guardian, quando scrive che «è di buon senso inserire le singole persone nei posti di lavoro sulla base del loro merito. Ma accade il contrario quando coloro ai quali viene riconosciuto un merito particolare si irrigidiscono in una nuova classe sociale che non lascia spazio agli altri».

angelo.mincuzzi@ilsole24ore.com

Mutui, le banche azzerano gli spread (o quasi). Cosa cambia per i debitori?

(Fotolia)
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Molte novità bollono nella pentola dei mutui. Negli ultimi due anni il mercato è stato obiettivamente trainato dall’exploit delle surroghe, ovvero i trasferimenti di vecchi mutui presso nuove banche che offrono condizioni migliori. Un segnale importante che ha dimostrato una certa maturità finanziaria da parte delle famiglie italiane che hanno così adeguato il mutuo alla nuova era dei tassi bassi (non farlo sarebbe peraltro un suicidio finanziario considerato il crollo dei tassi nell’ultimo lustro).

Il compitino è stato svolto quasi da tutti e adesso per le banche che vogliono aumentare il monte erogabile di mutui la faccenda si fa un po’ più complicata. La ripresa delle compravendite immobiliari c’è ma siamo lontanissimi dal boom del 2006-2007 quando si vendevano 800mila case l’anno. Oggi siamo a poco più di 400mila e “appena” la metà di queste viene finanziata con l’aiutino del mutuo.

Di fronte a questo scenario le banche, pur di erogare, stanno aprendo il varco ai mutui oltre l’80% del valore dell’immobile. Un atteggiamento più rischioso (il tasso di default in questa categoria è circa il triplo rispetto a chi resta sotto la barriera dell’80%) ma che evidentemente tra pro e contro vale la pena di percorrere. Ma non è l’unica novità del 2018. L’altra riguarda gli spread applicati. Anche in questo primo scorcio d’anno sta proseguendo spedito il trend di riduzione avviato a cavallo tra il 2012 e il 2013.

Lo spread è, sintetizzando alquanto, il margine lordo della banca sull’operazione mutuo. Viene anche usato come leva per defilarsi momentaneamente dal mercato (in questo caso le banche alzano di molto lo spread come accaduto a inizio 2012 quando in media chiedevano oltre il 3%) oppure per aumentare le erogazioni. In questo momento siamo nettamente su questa seconda sponda dato che nei casi migliori le banche hanno portato lo spread allo 0,18%. Per la cronaca non si era mai visto prima d’ora un livello così basso.

Mutui, la caduta degli spread 
Il confront tra tasso fisso e variabile (Fonte: MutuiSupermarket.it)
Miglior Spread Mutui Tasso VariabileMiglior Spread Mutui Tasso Fisso
2011Lug2012Lug2013Lug2014Lug2015Lug2016Lug2017Lug201801234

Gli sconti maggiori sono sul tasso fisso – opzione preferita dalle banche in questo momento perché offrendo un fisso finito molto basso riducono al lumicino i rischi di perdere un cliente appena acquisito attraverso la spada di Damocle della surroga – ma a marzo sono scesi anche gli spread sul variabile, dallo 0,9% allo 0,7% (sempre stando alle migliori offerte).

È senza dubbio una bella notizia per i nuovi mutuatari che potranno sperimentare nei prossimi anni piani di ammortamento favorevoli, tanto nell’opzione del fisso quanto di quella del variabile. Ma c’è da chiedersi comunque come mai le banche stanno (quasi) azzerando gli spread e quindi (quasi) rinunciando a portare a casa un margine da un prodotto che per molti anni è stato uno dei cavalli di battaglia del fatturato derivante da attività tradizionali.

Le banche stanno tagliando gli spread, principalmente per due motivi. Il primo è certamente più tecnico. «Probabilmente lo spread non è più un indicatore efficace, come in passato, del margine applicato dalle banche nella concessione di mutui casa – sottolinea di Guido Bertolino di MutuiSupermarket.it -. Questo perché gli indici di riferimento (Irs per il fisso ed Euribor per il variabile) che sommati agli spread determinano gli effettivi tassi di interesse applicati sui mutui, presumibilmente non sono rappresentativi dell’effettivo costo del denaro sostenuto dalle banche: i valori attuali dell’Irs scontano le attese di riduzione del quantitative easing e quindi potrebbero sovrastimare il costo dell’approvvigionamento di liquidità da parte delle banche, l’Euribor, dall’altro canto, ha registrato valori costantemente negativi dal maggio 2015 e sicuramente sottostima tale costo».

Quindi il primo motivo è che le banche starebbero pagando un po’ di più la liquidità oggi per il futuro (sovrastimando il costo) e quindi possono permettersi di girare una parte nella riduzione dello spread.

Il secondo motivo è meno tecnico è molto anche più significativo. « Il mutuo oggi può essere considerato uno strumento, a disposizione delle banche, per acquisire e fidelizzare nuova clientela su cui provare a sviluppare nel tempo una molteplicità di rapporti: dal conto corrente, agli strumenti di pagamento, alla gestione del risparmio», spiega Bertolino.

La verità è quindi che il mutuo sta cambiando pelle. Da prodotto di punta si sta trasformando in uno strumento pensato per attirare nuovi clienti a cui poi successivamente proporre prodotti finanziari (polizze, Pir, fondi comuni) ben più remunerativi per le casse delle banche. Quindi il mutuatario avveduto farà anche bene ad approfittare di questa irripetibile scontistica lato mutui ma dovrà allo stesso tempo fare attenzione a non cascare nel sottoscrivere contestualmente altri prodotti molti più cari rispetto alla media del mercato. Altrimenti quello che risparmierebbe da un lato lo volatizzerebbe dall’altro.

C’È CHI HA UN CAPO E CHI UN CAPONE – IL FONDO ELLIOTT HA TROVATO UN ALLEATO IN ROBERTO CAPONE, IL PRESIDENTE DEL COLLEGIO SINDACALE DI TIM CHE HA SMONTATO IL PIANO DI VIVENDI E REINTRODOTTO QUELLO DEGLI AMERICANI – C’È UN DETTAGLIO NON INSIGNIFICANTE: CAPONE È PRESIDENTE ANCHE DEL COLLEGIO DI CDP EQUITY, LA HOLDING CHE CONTROLLA IL 50% DI OPEN FIBER. QUELLA CHE ELLIOTT VUOLE FONDERE CON LA RETE DI TIM…

DAGOSPIA.COM 30 MARZO 2018

roberto ruggero caponeROBERTO RUGGERO CAPONE

 

DAGONEWS

 

C’è chi ha un capo e chi ha un Capone. Il fondo Elliott, che ha messo nel mirino Telecom Italia sollevando numerosi quesiti sulla governance del socio francese Vivendi, ha trovato tra i suoi principali alleati il presidente del collegio sindacale di Tim, Roberto Ruggero Capone, uno dei componenti del board più attivi e determinanti nel prendere la controversa decisione di reintegrare l’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile con le richieste di Elliott.

 

Un amministrativo sicuramente capace che serve con la sua professionalità numerosi consigli di amministrazione. Uno di troppo però. Capone è infatti anche il presidente del Collegio di CdP Equity, la holding di partecipazioni della Cassa Depositi e Prestiti, proprietaria del 50% di Open Fiber (il restante 50% è di Enel).

 

paul singerPAUL SINGER

Un incrocio e un conflitto di interesse – Elliott vorrebbe fondere la Rete di Tim proprio con Open Fiber –  che ha sollevato numerosi quesiti negli ambienti finanziari e ha fatto storcere il naso in Consob dove non vedono di buon occhio certi intrecci in una partita già resa complessa dalla presenza di Paul Singer, un signore che in passato ha confiscato l’aereo di stato argentino per recuperare dei crediti e che da oltre due anni tiene sotto scacco quello che una volta era uno dei gioielli dell’industria italiana, Ansaldo STS.

 

Curiosamente, ma non troppo, proprio l’intreccio tra gli interessi di Elliott e CdP Equity rende inopportuno riproporre il nome di Capone nel collegio sindacale del prossimo CdA di Tim che verrà nominato nell’assemblea del 24 aprile.

 

 

bollore de puyfontaine assemblea vivendiBOLLORE DE PUYFONTAINE ASSEMBLEA VIVENDI