Quando i soldi della Cdp finiscono dove non dovrebbero

 lettera43.it 30 marzo 2018

Cdp
 

Aziende vendute all’estero, fatturati in picchiata, scontri con i vecchi proprietari estromessi dal Cda. Le operazioni di Star Capital – con i soldi della Cassa – che fanno dubitare del «sostegno alle Pmi».

Aziende vendute all’estero, fatturati in picchiata, altre ancora dove le nuove proprietà – fondi d’investimento – ingaggiano un corpo a corpo con i vecchi padroni, lasciando sul terreno un campo di macerie. Non sempre i soldi della Cdp, pur impiegati in maniera indiretta, vanno a sostegno del tessuto imprenditoriale italiano e delle Pmi in particolare. Anzi. Il post chirurgico con cui il candidato ministro dei Cinque Stelle Andrea Roventini ha raffreddato gli entusiasmi della Cdp, proprio nel giorno in cui la cassaforte dello Stato presentava i dati di bilancio, racconta come potrebbe cambiare la sua missione qualora Luigi Di Maio arrivasse nella stanza dei bottoni. Le direttive sono chiare: il M5s punta fortemente su un “braccio armato” della politica a sostegno soprattutto dell’innovazione e dell’hi-tech.

IL PALLINO DI RENZI. Una Cdp meno di mercato e più di sostegno al “sistema Paese” in realtà era già un pallino di Matteo Renzi che, con il tandem Costamagna–Gallia, ha incassato l’intervento in Saipem, quello in Atlantia 1 e 2 per il salvataggio delle banche, l’investimento in Open Fiber che, ad oggi, ancora non si è capito bene quale direzione prenderà. Tutti dossier molto onerosi e poco profittevoli.

Roventini M5s

Ma il ruolo della Cdp va pesato a tutti i livelli e, a questo proposito, conviene dare un’occhiata anche ad affari più piccoli che, riguardando le piccole e medie imprese, sono quelli che in teoria interesserebbero di più all’elettorato di riferimento dei Cinque Stelle. Intanto diciamo che dei 5,03 miliardi di raccolta dei fondi di private equity e venture capital in Italia nel 2017, 4,11 miliardi sono stati raccolti da tre soggetti tutti partecipati da Cdp: F2i Sgr, QuattroR Sgr, Fondo italiano d’investimento. Questo per dire il ruolo predominante in questo settore specifico.

COSA FA IL FONDO ITALIANO D’INVESTIMENTO. Il Fondo italiano d’investimento, in particolare, fa capo al 43% a Cdp, per il resto alle principali banche italiane e il suo obiettivo è «supportare la crescita delle piccole e medie imprese italiane, con particolare attenzione alla tecnologia e all’innovazione». Parte delle risorse raccolte sono utilizzate per finanziare altri veicoli dedicati al private equity, al private debt e al venture capital e che, ovviamente, dovrebbero aderire alla stessa filosofia del Fondo italiano e quindi della Cdp. Ma con quali controlli?

Cdp

Peculiare, in questo senso, è il caso di Star Capital, una Sgr indipendente che, per il Fondo Star III, ha ricevuto dal Fondo italiano d’investimento 15 milioni. Come sono stati usati questi soldi? Star Capital ha investito con quote di maggioranza in sette società ma i risultati, in almeno due casi, sono opinabili.

VENDITE ALL’ESTERO. Partiamo da Codyeco, un’azienda toscana di prodotti chimici per la conceria che a fine 2016 dava lavoro a 110 dipendenti per un fatturato di 27,8 milioni di euro. Il fondo Star Capital ne acquisisce il 95% nel luglio 2013, comprando dallo storico proprietario, Donato Berini. L’azienda, per cui si parlava di un interessamento di imprenditori tedeschi, resta così in Italia, ma per poco. Nell’autunno del 2017, Star Capital passa la mano a Smit & Zoon, gruppo olandese che opera nello stesso mercato dei prodotti chimici per la concia, ma con un focus su imbottiti e automotive. Quattro anni dopo, quindi, Codyeco entra sì in un network più grande, ma solo come “preda” di gruppi stranieri.

Star Capital, finanziata dal Fondo italiano d’investimenti, alla guida di Goldplast. Ma invece del rilancio i conti sono in rosso e fioccano le cause

Ancora più controverso è il caso di Goldplast, un’azienda fondata negli Anni 70 dalla famiglia Magri e che, dalla fine degli Anni 90, si era specializzata nella produzione di stoviglie di plastica di alta gamma, dai calici in tecnopolimeri alle vaschette per il finger food. Quando la famiglia Magri decide di vendere, nel 2015, il gruppo dà lavoro a 700 persone (contando anche l’indotto) e ha una proiezione internazionale: ideazione e progettazione in Italia, produzione spostata in larga parte all’estero, in Romania, vendite all’estero.

LITE CON I FONDATORI. Meno di tre anni dopo, l’azienda è in seria difficoltà: la nuova proprietà, che fa capo a Star Capital, ha in piedi cause con la famiglia Magri (i figli hanno ricomprato il 20% credendo di poter giocare un ruolo) per oltre 13 milioni. Oggetto della discordia: la decisione di estromettere i Magri dal consiglio d’amministrazione in violazione, sostiene la famiglia, degli accordi presi tra le parti (abbiamo chiesto chiarimenti a Star Capital su questo tema e sull’andamento dell’azienda lo scorso 26 marzo, ma non abbiamo ricevuto risposta). L’amministratore delegato scelto da Star Capital per rafforzare e ingrandire l’azienda, Domenico Zaccone, è stato licenziato a fine 2017 e contro lui è stata intentata una causa di responsabilità. A quanto risulta, l’azienda si trova adesso nella necessità di ricapitalizzare e, negli ultimi tre esercizi, ha sommato perdite intorno agli otto milioni di euro. I consigli d’amministrazione sono diventati campi di battaglia dove parlano soprattutto gli avvocati e, senza un nuovo rilancio da parte dei soci, è difficile che le banche facciano la loro parte.

I CONTROLLI? SOLO SUL PASSATO. Tutto è successo, insomma, tranne che il rafforzamento del tessuto imprenditoriale nazionale. Certo, il Fondo italiano d’investimento non può seguire passo dopo passo i singoli investimenti che riguardano in prima battuta altri gestori. La scelta di dove investire, viene spiegato, viene fatto anche sulla base delle esperienze pregresse. Star Capital, insomma, sarebbe stato scelto come soggetto affidabile sulla base di quanto fatto fino ad allora, sul capitale reputazionale. Ciò non toglie che, ovviamente, il dossier verrà seguito nei suoi sviluppi.

Costamagna

Tra gli investimenti passati spicca però anche quello in De Fonseca (in minoranza, la maggioranza è di un altro fondo: Consilium). L’azienda di calzature per la casa piemontese nel 2010, prima del passaggio ai fondi, aveva un fatturato di 50 milioni di euro, adesso viaggia a quota 37 milioni, con una perdita di esercizio di oltre 700 mila euro. A gennaio è stata chiusa una nuova operazione di finanziamento a medio-lungo termine con Bpm e, secondo il Sole 24 Ore, Consilium sta provando a uscire. La storia di De Fonseca, d’altronde, è stata tormentata fin dall’inizio: nel 2013 una ventilata chiusura dello storico stabilimento di Leinì aveva portato i lavoratori in sciopero e costretto le istituzioni locali a intervenire. Pericolo scampato, ma anche in questo caso il rilancio a sostegno dell’imprenditoria nazionale non sembra all’ordine del giorno.