In ricordo di Pietro Marzotto, capitalista etico

David Grieco globalist.it 26 aprile 2018

Se la nostra classe padronale avesse preso esempio da lui e da suo padre Gaetano vivremmo in un paese tanto straordinario quanto invece orrendo e ingiusto purtroppo ora ci appare

Pietro Marzotto

Mi preparavo da tempo, ma non è servito a niente. La morte di Pietro Marzotto mi addolora profondamente. Mi addolora come amico, come parente (è il nonno adorato di mia figlia Viola, alla quale ha dispensato tutta la tenerezza che aveva lesinato ai figli a causa del troppo lavoro), come comunista (non c’è stato capitalista più etico di lui) e soprattutto come italiano. Perché se la nostra classe padronale avesse preso esempio da lui e da suo padre Gaetano noi vivremmo oggi in un paese tanto straordinario quanto invece orrendo e ingiusto purtroppo ora ci appare.
Più di dieci anni fa, quando sua figlia Marina ed io andammo per la prima volta, quasi in incognito, a Valdagno, non credevo ai miei occhi. 
In quella piccola valle nascosta tra le montagne e un tempo abbandonata da dio, trovai le case degli operai, le scuole per i figli degli operai, l’ospedale per gli operai, lo spaccio alimentare a chilometro zero per gli operai, le case di riposo per gli anziani, e le foto delle colonie estive, a Jesolo, per i figli degli operai. Per non parlare dello stadio interamente coperto, il primo in Italia, “perché non è giusto che gli operai debbano prendere la pioggia mentre il padrone sta seduto al riparo in tribuna”, e del sontuoso Teatro Rivoli, quello del Premio Marzotto, dove è passato persino il surrealista Duchamp, “perché la cultura è importante, molto importante”. 
Questa insolita considerazione per gli operai e i figli degli operai veniva da suo padre Gaetano Marzotto, che all’indomani della fine della guerra disse con straordinaria semplicità che sarebbe scoppiata un’altra guerra, chiamata lotta di classe. Ma anziché predisporre misure ricattatorie e repressive nei confronti degli operai, il padre di Pietro Marzotto spiegò che la lotta di classe si sconfigge soltanto facendo vivere nel modo migliore possibile gli operai e le loro famiglie, perché gli operai sono il vero patrimonio degli imprenditori, e perché non è giusto che il padrone intaschi per se’ tutti i profitti e se ne infischi di come vivono loro.
Davanti a una piccola società creata e organizzata in modo mirabolante, ricordo che dissi a Marina “ma questo è il socialismo reale, è l’Unione Sovietica riuscita bene”. Lei invece, per tutta risposta, scoppiò a piangere. Perché tutto questo apparteneva al passato. Resisteva e resiste ancora, ma era stato fermato per sempre dalla forza distruttiva del neocapitalismo arrembante.
Pietro Marzotto era il settimo figlio di Gaetano Marzotto. Sua madre morì poco dopo la sua nascita e lui non la vide mai. 
Come spesso accade, questo bambino che non aveva conosciuto sua madre pensò di essere in qualche modo responsabile della sua morte. Si dedicò prestissimo all’azienda di famiglia, cominciò come semplice operaio, svolse per tre anni le più umili mansioni in fabbrica senza nemmeno percepire i contributi, e riuscì in seguito ad espandere la Marzotto in tutto il mondo investendo tutto ciò che la famiglia possedeva per acquistare i più grandi marchi dell’abbigliamento (da Hugo Boss a Valentino, a Lacoste) e superare così una grave crisi provocata ad arte dal ricatto della corruzione politica che lo aveva letteralmente messo in ginocchio. 
Quasi senza accorgersene, Pietro aveva creato il più grande polo tessile del mondo. E quando si presentarono gli avvoltoi della finanza per indurlo a fare i soldi con i soldi e a moltiplicare in modo spregiudicato i suoi profitti con gli stratagemmi azionari, Pietro li mise alla porta spiegando loro che aveva creato quello che aveva creato soltanto per mantenere in vita le fabbriche, gli operai e le loro famiglie. 
Ma la maledetta finanza riuscì a rientrare dalla finestra con la forza corruttrice del denaro e Pietro Marzotto venne “cacciato”, come rivelò lui stesso al Corriere della Sera nel 2012. 
“Sono un uomo poco incline al compromesso, non sono mai stato molto amato”, disse un giorno. Per questo stesso motivo, io l’ho amato molto.
Nel Natale del 2016, Pietro Marzotto sapeva già di non aver più molto da vivere. Radunò figli e nipoti e disse loro che era venuto il momento di consegnargli, in vita, tutto quello che possedeva con allegata una sola, precisa raccomandazione: “Sarete molto meno ricchi di tanti vostri parenti, ma ricordatevi che i soldi non sono importanti. È importante ciò che si crea, è importante il lavoro. Investite sempre i soldi nel lavoro, non cercate di speculare, la speculazione è nemica del lavoro”.
Pietro Marzotto ha sempre avuto uno spiccato, quasi infantile senso di giustizia e ha combattuto a viso aperto tante battaglie contro i cosiddetti “industriali di Stato”. Gli hanno spesso offerto la presidenza di Confindustria, ma lui rispondeva dicendo “sono un industriale, non sono un confindustriale. Un industriale deve stare in fabbrica sei giorni su sette, un confindustriale fa l’esatto contrario, sta sei giorni su sette in Confindustria”.
Pietro è stato l’unico che ha sempre detto quello che pensava di Berlusconi. Più che detto, fatto. Restituì l’onorificenza di Cavaliere del Lavoro perché pretendeva la radiazione di Berlusconi che ne infangava il prestigio. Alla fine, Berlusconi fu convinto a rinunciarvi (non avrebbero mai avuto il coraggio di cacciarlo via) ma non ha mai smesso di farsi chiamare Cavaliere.
Nel Natale del 2013, parlammo di Matteo Renzi. Lui disse che bisognava per forza fidarsi di Renzi perché non c’erano alternative. Gli risposi che era difficile fidarsi di Renzi. Lui mi guardò come si guarda un vecchio comunista impenitente. Ma nel dicembre scorso a Vicenza, nella sua ultima apparizione pubblica, disse senza mezze misure che Renzi lo aveva gravemente deluso, e quando subito dopo gli domandarono di Berlusconi, rispose che in Berlusconi non aveva mai creduto.
Marina Marzotto mi ha raccontato che ieri un signore ha chiesto di poter entrare nella stanza dove Pietro si trovava ormai in coma irreversibile. Lei lo ha lasciato entrare e lui, piangendo, gli ha spiegato di essere un piccolo imprenditore che aveva fallito ed era stato salvato in extremis da Pietro. Ma non ho idea di quanti possano essere i piccoli imprenditori veneti che furono salvati prima da Gaetano Marzotto e poi da Pietro Marzotto. Tanti. Tanti e poi tanti. Scommetto che li vedremo tutti, il 2 maggio, al suo funerale a Valdagno.
Voglio chiudere con un particolare che mi ha sempre affascinato e di cui Marina mi ha raccontato il retroscena soltanto 24 ore fa. 
Pietro Marzotto, per tutta la vita, ha portato in viaggio con se’ un cuscino. Diceva che i cuscini degli alberghi erano scomodi. Ho fantasticato per anni su questo dettaglio e io questo cuscino l’ho messo sempre in qualche modo in relazione con la mancanza d’affetto che ha patito fin dalla nascita per la perdita di sua madre. Ma non l’ho mai visto quel cuscino. Ieri Marina mi ha rivelato che quel cuscino era il cuscino della sua culla.
Per trattenere le lacrime, mi faccio come sempre aiutare dal cinema. Quel cuscino era esattamente il suo Rosebud, cioè l’oggetto infantile e misterioso che ossessiona il Cittadino Kane di Orson Welles fino alla morte e fino alla fine del film. Prima di morire, Welles affermò che l’idea di Rosebud, dopo tanti anni, gli sembrava un inutile orpello del film. Invece era forse la sua intuizione più straordinaria. 
Grazie Pietro, anche per questo.

Almaviva: due storie di vita, un solo sfruttamento

redazione globalist.it 17 aprile 2018

Appena pubblicato da Sensibili alle Foglie il libro ‘2113 Rm’ della sociologa Cristiana Di Giorgi. Attraverso la vicenda umana di due operatrici di call center, il dramma di migliaia di lavoratori

La copertina del libro

Basta pronunciare il nome Almaviva, per ricordarsi la vicenda dei mille-seicento-sessanta-sei operatori di call center licenziati a Natale, due anni fa.  “2113 Rm” , è una di loro. E’ Serena, ma dentro non lo è. E soprattutto, non è solo un numero di matricola. E’ un vissuto di lotta alla disoccupazione,  raccontato tanto da vicino da sembrare di poter riconoscere Serena tra le tante facce di quei lavoratori visti nei servizi dei tg. (Io l’ho conosciuta e intervistata, tanto per dirvi). In “2133 Rm”, (sottotitolo ‘ Storia di due operatrici di call center’)  il libro della sociologa Cristiana Di Giorgi, edito da Sensibili alle Foglie, la incontriamo sotto il palazzone del Ministero dello Sviluppo Economico dove per mesi ha intonato i cori, ha soffocato in gola la sua vergogna, si è seduta per strada e si è scaldata coprendosi le spalle nello striscione di un sindacato.
Serena ha la lettera di licenziamento in tasca e non la leggerà subito, perché mentre lei è alle prese con uno tsunami sociale, costretta a fare i conti con un mondo lavorativo che si sta hiudendo, ogni giorno di più scopriremo un’altra vita e un’altra lei. Jetmira è l’altra protagonista di questa storia. Diciannovenne albanese parla in perfetto italiano da un call center di Tirana.  E’ più che una minaccia per Serena e per tutti. Guadagna 300 euro al mese di stipendio, vede l’Italia come un posto meraviglioso ed è disposta ad ogni sacrificio pur di venire a Roma. 
Nel nulla del futuro, le due donne si vengono incontro, senza saperlo. I giorni di Serena trascorrono tra le cronache dei sit in dei lavoratori, le attese spietate e l’aspettativa
di avere intere giornate da dedicare a sé stessa, a sua figlia, a un nuovo amore e al desiderio di una vita da ricostruire. Quelli di Jetmira, invece, sono giorni di lavoro pieno, carichi dell’entusiasmo di una neo-assunta che vede come un eroe il suo datore di lavoro e s’innamora del suo collega vicino di banco. Jetmira, anche quando non capisce quel le dicono, cinguetta al telefono. Serena medita il suo canto del cigno. E’ una melodia distopica quella che intonerà per allontanare da sé l’immagine triste e immeritata. Questo libro ne è la prova, non è mai detta l’ultima parola.

Storia di Giovanni, 30 anni, morto suicida per colpa della crisi agricola

Onofrio Dispenza globalist.it 8 aprile 2018

Coperto dai debiti ha deciso di impiccarsi in campagna: Vittoria, nel ragusano, era l’Eldorado. Ma ora non più

Le campagne siciliane

Si è impiccato all’interno della sua azienda agricola. Giovanni Viola, sposato, padre di una bambina di pochi mesi, 30 anni o poco più, era prigioniero di debiti figli della crisi agricola che sta attraversando Vittoria, il più grande centro agricolo siciliano, negli anni scorsi divenuto un vero Eldorado. Giovanni si è ucciso nelle campagne alle spalle di Scoglitti, Come accade in questi casi, i familiari non vedendolo rientrare sono andati a cercarlo e lo hanno trovato impiccato.
Giovanni Viola è la piu giovane vittima della crisi agricola di questi mesi.
Giovanni non fa notizia, in un Paese alle prese con le cronache della politica, fatta di incontri, di pranzi, di veti, di furbizie e di appetiti personali che hanno poco a che fare con le ragioni, la rimozione delle ragioni, che hanno spinto un giovane padre di famiglia a togliersi la vita. La terra è coraggio e può dare lavoro e futuro. A Vittoria ha dato lavoro, sì, ma ricchezze a pochi. Chance che si è smarrita nel vento, come spazzata da quello scirocco che di tanto in tanto attraversa le immagini della fiction di Montalbano, girato in quest’angolo di Isola. L’occasione di cambiare le cose, non governato, reso permeabile agli appetiti di Cosa nostra, si è persa per strada. I piccoli hanno visto i boss ingrassarsi e si sono ritrovati col culo per terra. Sì, è vero, qui ci sono tanti arresti, e altrettanti sequestri di beni. Ma non è bastato, non basta.
Lo Stato non può essere – anche se deve pure essere – solo polizia e magistratura. Occorre altro. Qui la mafia s’era ingrassata mettendo le proprie regole ad uno dei mercati agricoli più importanti del Paese. Cassette e imballaggi, un giro milionario, era e resta in gran parte dominio della mafia. Mafia potente, tanto da scoraggiare la denuncia della diffusa regola del “pizzo”. Potente perché spesso tutt’uno con la politica: l’una cerca l’altra. E la politica qui non ha colore, spesso destra e sinistra si sono ritrovati all’ombra dello stesso ombrello. Pesante la presenza nelle competizioni elettorali. Pesante e sfacciata, con inviti e veti pubblicati sui social, con minacce aperte e “firmate” ai pochi che restano con la schiena dritta e denunciano, anche con inchieste giornalistiche. Si, è vero, a tagliare le gambe all’economia agricola di questa zona ci sono i prodotti a basso costo che arrivano nei nostri mercati da Cina e Africa, ma è anche vero che un settore allo sbando e senza governo è fragile, facile da colpire e affondare. E Giovanni era un piccolo seme che si è lasciato che seccasse.

L’Italia reale: quelli che si vendono le fedi per mandare i figli a scuola

Riccardo Valdes globalist.it 27 aprile 2018

L’Italia vera che non arriva a fine mese

Quelli che puliscono i cessi, quelli che vivono con i 700 euro della mobilità, quelli che a 50 anni perdono il lavoro ma ce la mettono tutta per garantire ai loro ragazzi un’istruzione e un futuro

Viene rabbia quando i Tg danno i dati sull’occupazione e va sempre tutto bene, più 4%, più 10%. Poi c’è la realtà. Poi c’è un’Italia dignitosa che non ce la fa a campare. Ci sono genitori che puliscono i cessi per mandare i figli a scuola mentre un ex Presidente pregiudicato mortifica chi è costretto a fare i lavori più umili.C’è chi vende le fedi per far studiare i figli. Questa storia la racconta oggi l’Ansa. E’ la storia piccola ma emblematica di un pezzo di Paese invisibile, che non incide sul paniere Istat, che non sa cosa siano gli influencer e soprattutto dove sbattere la testa. E’ la storia di “Emanuele Zappulla, 46 anni, tecnico elettro-strumentale, licenziato dalla sua ditta di installazione di impianti di refrigerazione industriale e che per la crisi ha dovuto chiudere i battenti”. Viene da Gela, ha 4 figli, una moglie casalinga. Dice con amarezza ma tanta dignità “Io e mia moglie dopo avere esaurito ogni risparmio, abbiamo dovuto vendere quel poco oro che avevamo in casa. Perfino le fedi del matrimonio abbiamo venduto per potere garantire ai nostri quattro figli il diritto allo studio comprandogli i libri”.

 

Lavorava all’Eni, poi nel 2014 l’azienda ha deciso di chiudere la raffineria perchè il mercato dei carburanti era saturo. In pericolo tremila posti di lavoro: 1100 nel diretto, gli altri nell’indotto. Emanuele Zappulla non si è dato per vinto. Pur di lavorare è andato in Kazakistan, Malesia, Turchia, Francia, Caraibi. Scrive ancora l’Ansa: “Ma anche quel tempo è finito. Ora Emanuele è tornato e “per sopravvivere – ammette, desolato – ci sono solo i 700 euro della mobilità che sta per scadere ma soprattutto l’aiuto dei nostri genitori e dei nonni”. “La nostra è una vita di rinunce, specie per i ragazzi, due maschi, di 19 e 9 anni, e due femmine, di 13 e di 4 anni”, spiega”. 
Ed è così nel Sulcis Iglesiente, così ad Augusta dove il più grande polo petrolchimico d’Europa ha lasciato solo morte: bambini che nascono malfarmati, un’incidenza oncologica altissima. Sono arrivate le multinazionali, si sono prese manodopera a basso costo, e poi la terra, l’acqua, il mare. Hanno sfruttato quello che serviva e poi via, a cercare nuovi disperati, nuove terre di conquista. Eppure c’è chi con 700 euro di mobilità i figli a scuola ce li manda a dispetto degli elzeviri da salotto o delle battuttace di un vecchio miliardario. E saranno questi figli che conoscono i sacrifici dei genitori ad essere il vero, grande futuro di questo Paese. Speriamo. 

CONDOTTE ALZA BANDIERA BIANCA – ERA UN GIGANTE DELLE COSTRUZIONI, MA ORA LA SOCIETA’ GUIDATA DA BASSANINI CHIEDE LI CONCORDATO IN TRIBUNALE PER EVITARE L’ASSALTO DEI CREDITORI – RITARDI NEI PAGAMENTI E UN DEBITO CHE SALE A DIECI VOLTE IL CAPITALE SOCIALE

dagospia.com 30 aprile 2018

Estratto dell’articolo di Fabio Pavesi per Il Fatto Quotidiano

CONDOTTECONDOTTE

Un gigante delle costruzioni. Il suo nome è Condotte ed è il terzo gruppo italiano dietro Salini-Impregilo e Astaldi a contendersi il business rischioso e impegnativo delle grandi opere ferroviarie e stradali. Non solo in Italia ma in giro per tutto il mondo con un portafoglio ordini per il gruppo lievitato a fine del 2016 a oltre 5 miliardi di valore e salito a oltre 6 miliardi nel 2017. Poi il buio, giunto apparentemente inaspettato, come un fulmine a ciel sereno: il quasi crac con la richiesta a inizio del 2018 del concordato in bianco. Una sorta di resa, di bandiera bianca; un salvagente chiesto al tribunale per evitare l’assalto dei creditori…

CONDOTTE SICILIACONDOTTE SICILIA

Si riuscirà a convincere le banche e i fornitori a concedere tempo per il rimborso dei debiti? Per la società che è controllata dalla holding Ferfina, guidata da Isabella Bruno Tolomei Frigerio, la strada del concordato era divenuta obbligata per, come ha spiegato la società, l’oggettiva difficoltà di incasso dei crediti vantati nei confronti delle pubbliche amministrazioni.

Un fatto, certo. Ma se si scava nei conti della antica e blasonata società di engineering si scopre che non di un fulmine a ciel sereno si è trattato. Condotte è un gigante dai piedi d’argilla sul piano finanziario e non da ieri. Il capitale netto con cui lavora è di soli 220 milioni. Il resto a comporre un attivo di bilancio di 2,3 miliardi sono soldi di altri.

CONDOTTE CANTIERECONDOTTE CANTIERE

In particolare le banche: Condotte prima della resa aveva debiti finanziari con quasi tutti gli istituti di credito del Paese per oltre 600 milioni; poi ci sono i debiti con la galassia di oltre 50 società collegate per 313 milioni e infine dulcis in fondo i fornitori che di fatto finanziavano con le banche la gestione operativa: con i soli fornitori Condotte aveva a fine 2016 esposizioni debitorie per 700 milioni.

CONDOTTE ALGERIACONDOTTE ALGERIA

Alla fine il cumulo di debiti totali del gruppo dalla storia centenaria, che rischia ora di finire amaramente, ammontava un anno prima della richiesta di concordato al Tribunale alla cifra monstre di 2,1 miliardi di euro. Dieci volte il patrimonio netto; oltre una volta e mezza il fatturato annuo e 20 volte il margine operativo lordo fermo a fine 2016 a soli 115 milioni. Su 1,3 miliardi di fatturato i costi si portano via quasi tutto…

….. Basta che un committente ritardi i pagamenti o addirittura non paghi e si rischia di saltare all’istante. E fonti della società raccontano al Fatto Quotidiano dei continui appostamenti a riserva per centinaia di milioni per ritardi dei pagamenti per la Nuvola di Fuksas a Roma per le difficoltà di Eur Spa. O gli oltre 100 milioni accantonati per la Tav a Firenze e l’atto di citazione contro Rfi per i ritardi dovuti anche agli stop ambientali per le presunte mancate bonifiche. O le difficoltà dei grandi lavori in Algeria.

CONDOTTE CANTIERE1CONDOTTE CANTIERE1

Tutte pendenze che hanno reso precaria la già gracile struttura finanziaria del gruppo. Certo pesano i crediti aperti con i clienti. Valgono oltre 400 milioni. Se fai fatica a incassare non hai i flussi di cassa per pagare fornitori e banche. Già i fornitori. A loro spettavano a fine 2016 pagamenti per oltre 700 milioni quasi il doppio dei crediti che Condotte vantava verso i clienti…..

 Un circolo vizioso che ora sembra giunto al capolinea. Nessuno pare essersi accorto del disastro in arrivo. Né la società che si descriveva, come abbiamo visto, in salute finanziaria né tanto meno il consiglio di Sorveglianza presieduto da Franco Bassanini ex Cdp. Con il bilancio 2016 fu approvato anche il piano triennale: il margine lordo sarebbe passato tra il 2017 e il 2019, secondo la relazione di Duccio Astaldi da 120 a 133 milioni; l’utile operativo da 65 a 87 milioni e l’utile netto da 8 a 18 milioni.

CONDOTTE CANTIERECONDOTTE CANTIERE

Tutto bene? Non il debito: solo quello con le banche stazionava costantemente fino al 2019 sopra il mezzo miliardo. Il vizio di lavorare, contando solo sui soldi a prestito, continuava, anche pochi mesi prima della richiesta di aiuto al Tribunale, ad aleggiare come un fatto fisiologico nei vertici di Condotte. Poi di colpo l’amaro risveglio. Una storia, l’ennesima di capitalismo privato senza capitali.

L’ITALIA TOCCA IL FONDO (MONETARIO) – L’FMI TORNA ALLA CARICA SULLE RIFORME CHE IL NOSTRO PAESE DEVE FARE – I COMPITI A CASA NEL SOLITO DOCUMENTO DI LAVORO SUPPONENTE CON CUI LAGARDE E SOCI RIPRONGONO LA STESSA RICETTA DI SEMPRE: PENSIONI, TASSE, E SPENDING REVIEW – 37 PAGINE DI BANALIZZAZIONI, IN CUI NON VIENE FATTO NEPPURE UN ACCENNO AI PROGRAMMI ELETTORALI O A…

dagospia.com 30 aprile 2018

Guido Salerno Aletta per www.startmag.it

La sede dell FMI a WashingtonLA SEDE DELL FMI A WASHINGTON

La tregua è finita: con un documento di lavoro dal titolo suadente, “Verso una riforma fiscale favorevole alla crescita” (WP/18/59), il Fmi è tornato alla carica sulla necessità che l’Italia continui sulla strada delle riforme intraprese, intervenendo nuovamente sulle pensioni, sul sistema tributario e sulla razionalizzazione della spesa.

Si parte dalla considerazione che, sin dal 1996, la spesa primaria è cresciuta più velocemente del pil potenziale, notando però che l’alto costo del debito pubblico implica che il totale delle spese sia superiore alla media dell’eurozona: nel 2015, è ammontata al 50,4% del pil, rispetto al 48,5%. Sempre nel 2015, gli interessi sul debito sono stati pari al 4,2% del pil, rispetto al 4% delle spese destinate all’istruzione ed all’1,2% di quelle destinate alla difesa.

STIGLITZ LAGARDESTIGLITZ LAGARDE

Si comincia dalle pensioni. Il sistema attuale è troppo generoso con le prestazioni in corso: andando molto per le spicce, perché è impossibile un ricalcolo su basi retributive, si propone di intervenire togliendo direttamente la quattordicesima e la tredicesima mensilità a tutti coloro che beneficiano del sistema retributivo o misto. Occorre poi far pagare i contributi sanitari sulle pensioni, ed imporre una serie di limitazioni ai trattamenti di reversibilità, che ammontano al 28% della spesa pensionistica. Le prospettive di sostenibilità del nostro sistema pensionistico sarebbero catastrofiche già nel brevissimo periodo: per far esplodere la spesa è bastato aggiungere in un grafico la stima dell’Onu sull’andamento demografico, oppure abbattere la percentuale della popolazione attiva.

CHRISTINE LAGARDECHRISTINE LAGARDE

Anche il sistema fiscale va riformato: le imposte sul reddito sono caratterizzate da aliquote assai elevate, ma si applicano su una base tributaria molto ristretta. Inoltre, ci sono troppe deduzioni e detrazioni, su cui un ampio spazio di razionalizzare da fare per aumentare il gettito. Ad esempio, andrebbe introdotta una “tassa moderna” sulla proprietà della prima casa, aggiornando i valori catastali. Inoltre, andrebbe eliminata in quanto “inefficiente” anche la detrazione della spesa per interessi sui mutui.

renzi lagarde obamaRENZI LAGARDE OBAMA

Lo studio non tiene conto di quanto è accaduto in questi anni: per le abitazioni esistenti, la caduta dei prezzi accumulata dal 2013 al terzo trimestre del 2017 è stata del 9,1%. Tra il terzo trimestre del 2017 ed il corrispondente periodo del 2016, c’è stato ancora un calo dell’1,3%. Aumentare il gettito fiscale e colpire ancora con la tassazione il comparto immobiliare avrebbe conseguenze devastanti: si ripeterebbe lo scenario iniziato nel 2011, quando per aumentare la competitività attraverso la deflazione salariale, si distrusse la domanda interna si introdusse l’Imu anche sulla prima casa, e si proseguì aumentando l’Iva e le accise sui carburanti. Ne è risultata una recessione assai più profonda del previsto, per cui anche il Fmi ha dovuto rivedere le sue valutazioni sul moltiplicatore fiscale. Il rapporto debito/pil è aumentato per il crollo di quest’ultimo e della disinflazione. Le imposte patrimoniali e la crisi della domanda hanno contribuito insieme ad abbattere il valore di mercato degli immobili e quello delle garanzie assunte dalle banche. Queste hanno dovuto effettuare accantonamenti e ridurre le erogazioni, avvitando la caduta del mercato. Di tutto questo, non si tiene conto.

christine lagardeCHRISTINE LAGARDE

Il dibattito sulla politica economica è tornato a concentrarsi sull’elevato livello del debito pubblico, in vista di una normalizzazione dei tassi di interesse dopo la conclusione del Qe da parte della Bce. Generalmente, si propende per l’aumento dell’avanzo primario, prospettiva quanto mai difficile da raggiungere: il Def per il 2012 presentato dal governo Monti prevedeva di passare dall’1% del 2011 al 5,5% nel 2015, per arrivare al 5,7% nel 2016. In realtà, il saldo primario è stato dall’1,5% ancora nel 2015 e dell’1,7% del 2017; quest’anno dovrebbe arrivare al 2%, e poi al 3% nel 2020. Il nodo risiede nell’effetto fortemente deflattivo di questa strategia, soprattutto se si basa su misure fiscali strutturali: gli operatori economici sanno che lo Stato restituirà con le spese finali assai meno di quanto preleva con la tassazione e quindi diminuiscono sia la propensione ad investire che quella a spendere. Chi più fa avanzo primario, più riduce il ritmo di crescita, e così facendo si allontana dall’obiettivo cui tende.

Christine Lagarde direttore del Fondo Moneteario internazionaleCHRISTINE LAGARDE DIRETTORE DEL FONDO MONETEARIO INTERNAZIONALE

Ci saremmo aspettati una rilettura organica di quanto è successo in questi anni, con l’aggrovigliarsi di effetti che nessuno aveva previsto. Ma, soprattutto, una critica serrata, conti alla mano, dei programmi elettorali presentati in vista delle elezioni tenutesi il 4 marzo scorso. Ed invece, in appena 37 pagine, indice compreso, gli economisti del Fondo hanno ripetuto analisi e proposte che è fin troppo generoso definire trite, sommarie, e francamente deludenti. Non si sono dati neppure la briga di considerare le proposte di tassazione patrimoniale avanzate da alcuni politici e studiosi italiani, per abbattere il debito e finanziare contemporaneamente gli investimenti pubblici.

ario Draghi e Christine Lagardee cf fc e df c a dARIO DRAGHI E CHRISTINE LAGARDEE CF FC E DF C A D

Neppure un accenno al dibattito sul futuro delle detenzioni di titoli pubblici acquisite nell’ambito del Qe, che per l’Italia sono di 337 miliardi di euro, una somma che vale da sola il 15% del debito in essere. Neanche un accenno al timore che vengano imposte condizioni alle detenzioni di titoli pubblici da parte del sistema bancario, che a fine 2016 ne aveva per ben 595 miliardi di euro.

Questioni politiche, sociali ed economiche di enorme rilievo vengono banalizzate, trattate come gli ingredienti per la preparazione del tacchino di Natale: un atteggiamento supponente, e francamente urticante. Non aver capito la lezione degli ultimi anni è grave, soprattutto da parte di chi si propone di suscitare il dibattito ai livelli più alti. Con gli occhi chiusi, si va a sbattere.

Banche zona euro, per Bce taglio sofferenze è continuato in ultimo trimestre 2017

Monte dei Paschi di Siena/ Mps, profitto netto a 14 milioni secondo Credit Suisse (oggi, 30 aprile)

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa resta sopra quota 2,65 euro ad azione. Le stime di Credit Suisse sui conti trimestrali. Ultime notizie live di oggi 30 aprile 2018

Monte dei Paschi, LapresseMonte dei Paschi, Lapresse

PROFITTO NETTO A 14 MILIONI SECONDO CREDIT SUISSE

Mps in Borsa guadagna lo 0,1%, mantenendosi sopra i 2,65 euro ad azione. Montepaschi renderà noti i conti del primo trimestre dell’anno solo il prossimo 11 maggio. Secondo Credit Suisse, la banca toscana chiuderà i primi tre mesi del 2018 con un profitto netto di 14 milioni di euro, contro i 502 milioni di perdita dell’ultimo trimestre del 2017. Tutto questo grazie alla ripresa dei ricavi e alla diminuzione dei costi operativi e di un costo per il rischio tornato su livelli più normali. Secondo quanto spiega Milano Finanza, questa previsione è nettamente contraria al consenso Bloomberg, secondo cui Mps chiuderà il trimestre ancora in rosso, seppur di 6 milioni di euro. “Noi tendiamo a credere che Mps  registrerà un trimestre in miglioramento e che chiuderà il periodo con un piccolo profitto, ma resta la sfida dell’incremento dei ricavi”, è la posizione degli analisti di Credit Suisse, secondo cui solo un netto incremento dei ricavi può portare a rivedere il valore dell’azione. Il rating di Credit Suisse resta underperform, con un target price pari a 3 euro.

I RIMBORSI AI RISPARMIATORI AZZERATI

Repubblica ha dedicato un articolo ai rimborsi ai risparmiatori coinvolti nei dissesti bancari, che finora sono stati pari a circa 2,2 miliardi di euro sui 30 persi da azionisti e obbligazionisti. Le cause non mancano e “i primi a incassare dall’unica procedura conclusa – qualche giorno fa – sono i 15.443 detentori di obbligazioni delle banche in crisi nel novembre 2015: Marche, Etruria, Cariferrara, Carichieti. Si azzerarono 780 milioni in bond subordinati, ma l’esborso del Fondo interbancario volontario (costituito dagli operatori del credito in Italia) ha restituito 181 milioni, per il 90% in piccoli assegni sotto i 20 mila euro”, si legge sul quotidiano romano, che ricorda anche che sono state presentate all’Anac 1.695 istanze, “con 79 milioni richiesti: un mese fa la prima udienza dei collegi Anac ha accolto ben 29 delle prime 32 istanze, pari a 473mila euro che pagherà ancora il Fondo interbancario”. I tempi però per i ricorrenti sembrano essere piuttosto lunghi.

L’articolo di Andrea Greco e Franco Vanni si sofferma anche sulle vicende giudiziarie di Montepaschi. “I vari filoni partono dalle manovre sui derivati per occultare le perdite Mps del 2009. Sono a processo Mussari, Vigni e Baldassarri per aggiotaggio, falso in bilancio e ostacolo. Due nuovi filoni riguardano la gestione successiva: in uno la procura ha chiesto l’archiviazione dell’accusa di ostacolo alla vigilanza per Alessandro Profumo (all’epoca presidente) e Fabrizio Viola (ad): presto si pronuncerà il gip”. Sappiamo poi com’è andata a finire. “I nuovi filoni diranno molto anche della ‘tenuta’ dell’azione di responsabilità che qualche socio Mps chiede alle passate gestioni e a Deutsche Bank e Nomura, le controparti di quei derivati. Richiesta da ben 11 miliardi”.

ROSSO DI SORU, MALTEMPO SI AVVICINA – INDAGATO PER BANCAROTTA PER IL CRAC DELL’”UNITA’” – SECONDO I MAGISTRATI, LE INTENZIONE DELL’EX GOVERNATORE SARDO ERANO DI ALTERARE I BILANCI ATTRAVERSO FINTI AUMENTI DI CAPITALE

dagospia.com 30 aprile 2018

Da Il Fatto Quotidiano

Renato SoruRENATO SORU

Un’ altra tegola per Renato Soru: è indagato per bancarotta fraudolenta aggravata, in merito al crac della società che ha pubblicato il quotidiano L’ Unità dal 2008 al 2015. Soru – ex governatore della Sardegna, patron di Tiscali ed eurodeputato del Pd – allora era anche il maggiore azionista della società editrice del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.

maria elena boschi unitaMARIA ELENA BOSCHI UNITA

L’ ipotesi dei magistrati è che Soru abbia trasferito azioni di sua proprietà, per un valore di circa tre milioni di euro, tra due società – la Nuova iniziative editoriale (Nie) e la Nuova società editrice finanziaria (Nsef) – che in tempi diversi hanno controllato il giornale fondato da Antonio Gramsci. Sempre secondo i magistrati, non ci sarebbe stata un’ autentica ragione economica nell’ operazione.

l unitaL UNITA

L’ intento era di alterare i bilanci per creare finti aumenti di capitale e futuri crediti. Soru ieri ha commentato su Facebook la vicenda: “Ritengo di poter dimostrare facilmente la totale infondatezza dei fatti di cui sono stato accusato e pertanto chiederò di essere sentito al più presto possibile”.

GLI OMISSIS DEL CORRIERONE – IL QUOTIDIANO “NASCONDE” IL RINVIO A GIUDIZIO PER UBI BANCA DI GIOVANNI BAZOLI: LA NOTIZIA RELEGATA A PAG. 45, SENZA NESSUN RIFERIMENTO “IN PRIMA” – SOLO UN CASO? MICA TANTO, LA CRONACA INIZIA COSI’: “L’ INCHIESTA ‘NON DOVEVA INIZIARE, PERCHÉ NON C’ È ALCUN ELEMENTO PENALE RILEVANTE’”

dagospia.com 30 aprile 2018

Da Il Fatto Quotidiano

giovanni bazoliGIOVANNI BAZOLI

Si possono immaginare i patemi che venerdì attraversavano il Corriere della Sera. Il Gup di Bergamo aveva rinviato a processo il vertice di Ubi banca, a partire dall’ ad Massiah e dal presidente Andrea Moltrasio, insieme a 28 banchieri, tra cui il presidente emerito di Intesa Sanpaolo Giovanni Bazoli. Il Corsera l’ ha derubricata a notizia economica (pagina 45), non meritevole della prima pagina. Magari è un caso, ma Bazoli è, per così dire, uomo storicamente assai caro a via Solferino.

victor massiahVICTOR MASSIAH

Nelle sue mani, gli piace ricordare sempre, sul letto di morte Gianni Agnelli gli affidò i destini del Corsersa. E dall’ alto di Intesa, banca creditrice, ha vegliato sui destini di Rcs, fino a pilotarla nelle mani di Urbano Cairo nell’ estate 2016. La notizia viene riportata con un titolo che dà conto della versione di Bazoli (“sempre corretto e trasparente”) ma non di cosa sono accusati gli imputati.

CORRIERE DELLA SERACORRIERE DELLA SERA

Parliamo dei vertici in carica della terza banca italiana, peraltro assai cara alla vigilanza, accusati di aver diretto il patto di sindacato occulto che ha garantito ai due gruppi di potere, bergamasco e bresciano, un dominio assoluto sull’ istituto. Il pezzo iniziava così: “L’ inchiesta ‘non doveva iniziare, perché non c’ è alcun elemento penale rilevante’. Così, a margine delle arringhe, commentavano gli avvocati dei vertici di Ubi”. Di cui nei titoli non compare il nome.

URBANO CAIRO CON CORRIERE DELLA SERAURBANO CAIRO CON CORRIERE DELLA SERA

Intesa Sp, al via il più grande fondo di venture capital italiano

S.N. FINANMZAREPORT.IT 30 APRILE 2018

La Sgr vede coinvolti una squadra di manager guidata da Davide Turco, la Fondazione Cariplo e il gruppo bancario. Già sul piatto da domani 130 milioni

Nasce Indaco Venture Partners Sgr, società di gestione del risparmio che gestirà il più grande fondo di venture capital italiano, il Fondo Indaco Ventures I, con un obiettivo di raccolta complessiva superiore ai 200 milioni di euro, di cui i primi 130 milioni sottoscritti entro il primo maggio 2018.

La Sgr vede coinvolti una squadra di manager guidata da Davide Turco, la Fondazione Cariplo e il Gruppo Intesa Sanpaolo e ha come obiettivo quello di creare la prima realtà italiana del settore in grado di competere a livello europeo. Futura Invest (i cui principali azionisti sono Fondazione Cariplo e Fondazione Enasarco) e Intesa Sanpaolo deterranno, con quote paritetiche, il 49% di Indaco Venture Partners SGR mentre il 51% della Società sarà posseduto dai cinque key-manager: Davide Turco (Amministratore Delegato), Elizabeth Robinson (Vicepresidente Esecutivo) e dagli Investment Director Antonella Beltrame, Alvise Bonivento e Valentina Bocca.

Indaco SGR gestirà il Fondo Indaco Ventures I che ha già raccolto 130 milioni di euro da Intesa Sanpaolo, Fondo Italiano d’Investimento e Fondazione Cariplo.

ntro la fine dell’anno il Fondo Indaco Ventures I ha un obiettivo di raccolta complessiva superiore a 200 milioni di euro (fino ad un massimo di 250 milioni di euro) da investitori istituzionali italiani e da istituzioni europee interessati sia ai rendimenti attesi di questa asset class e dalla qualità del management team sia alla opportunità di finanziare l’economia reale, la crescita e lo sviluppo di aziende innovative del nostro Paese.

Il Fondo investirà in 20-30 società, principalmente startup late stage, attive nei seguenti settori chiave: digitale, elettronica e robotica, medtech e nuovi materiali.

Il Fondo Indaco I ha già all’attivo due promettenti investimenti nel medicale ed in elettronica, nonché dispone di una pipeline di start up innovative che potrebbero affrontare con successo il mercato europeo e globale se dotate di adeguati capitali e sostegno manageriale.

ùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùùù

le incongruenze italiane eccole qui si paga 1 euro due banche e tutti i beni immobili e poi fanno i grandeur.

a s s u r d o

Banche, la Bce alza il costo della vigilanza

Stefano Neri FINANZAREPORT.IT 30 APRILE 2018

Quest’anno un aggravio di quasi il 12% per Brexit e stress test. La metà delle commissioni destinata a pagare stipendi e benefit del personale europeo


La banche europee versano una parcella annuale alla Bce per i servizi di vigilanza. E questa nel 2018 ha subito un aggravio di circa il 12%, giustificato in parte con i costi previsti per adeguarsi alla Brexit e quelli per gli stress test a cui saranno sottoposti gli istituti del Vecchio Continente (fra cui 4 italiani).

Il conto per il 2018 salirà così a 474,78 milioni di euro commissioni, in aumento appunto di circa il 12% rispetto ai 425 milioni richiesti nel 2017. Le banche riceveranno la nota di pagamento ad ottobre.

L’Eurotower in un comunicato spiega che la stima di aumento dei costi di Vigilanza si spiega innanzitutto con la Brexit e poi con costi connessi all’esame stress test 2018 per le banche significant (significative, con asset totali per oltre 30 miliardi).

In realtà il totale ammonterebbe a 502,5 milioni ma la Bce avanza 27,7 milioni non spesi nel 2017. Oltre la metà (247,5 milioni) è destinato al pagamento di “stipendi e benefici”, e circa 54 milioni a locazione e spese connesse con il mantenimenti degli edifici. Le commissioni pagate alla Vigilanza Bce ricadono in gran parte (90%) sulle banche significant.

Gli alberghi Mövenpick passano in mano francese

TVSVIZZERA.IT 30 APRILE 2018

strada di Doha con sullo sfondo il grattacielo in vetro della catena alberghiera Moevenpick
In Medio Oriente (nella foto l’albergo di Doha inaugurato nel 2007) la catena Mövenpick è presente con una quarantina di hotel.

(Keystone)

Per anni è stato un simbolo della qualità del settore alberghiero svizzero all’estero. Oggi però il marchio elvetico è diventato troppo piccolo per competere con le grandi catene internazionali.

Tutte le attività riunite sotto il marchio Mövenpick Hotels and Resorts saranno cedute al gruppo francese Accor per 560 milioni di franchi. La transazione, annunciata lunedì, deve ancora essere approvata dalle autorità della concorrenza.

Il ramo alberghiero di MövenpickLink esterno è stato creato nel 1973, quale estensione delle attività di ristorazione del gruppo, fondato nel 1948 a Zurigo dall’imprenditore di origine tedesca Ueli PragerLink esterno. Oggi comprende 84 alberghi in 27 paesiLink esterno, in particolare in Europa e Medio Oriente, e dà lavoro a circa 16’000 persone. Nel corso degli anni, gli alberghi Mövenpick hanno saputo ritagliarsi una reputazione di qualità associata a un certo lusso, senza però eccessivi sfarzi.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/30-04-2018-moevenpick-vende-i-suoi-alberghi?id=10418219&startTime=0.000333&station=rete-uno

“L’integrazione in AccorHotels consentirà a Mövenpick Hotels & Resorts di proseguire la sua lunga storia e accelerare la propria crescita”, ha indicato la holding con sede a Baar, nel cantone Zugo. La catena approfitterà della forza del gruppo francese, principalmente dei canali di distribuzione e del programma fedeltà.

Il colosso francese riunisce dal canto suo oltre 4’300 alberghi in 100 paesi, con noti marchi come Novotel, Ibis, Sofitel o Mercure.

Per diversificare e resistere meglio alla concorrenza delle piattaforme online, negli ultimi mesi AccorHotels ha moltiplicato le acquisizioni, investendo principalmente nel segmento del lusso. Con l’acquisto di Mövenpick, il gruppo francese può espandersi in mercati come il Medio Oriente, l’Africa e l’Asia-Pacifico.

I supermercati italiani guadagnano dall’ecommerce lo 0,5% del fatturato

Michele Chicco WIRED.IT 30 APRILE 2018

I ricavi che le catene della grande distribuzione ottengono dalle vendite online sono ancora marginali. Esselunga campione del settore, Crai lancia il servizio di prossimità

Shopping cart in a grocery store
Shopping cart in a grocery store

La liaison tra la grande distribuzione organizzata (gdo) e l’ecommerce è ancora di stampo adolescenziale, ma se le frequentazioni dovessero proseguire con questo ritmo, le cose potrebbero presto cambiare. Per far sì che la relazione maturi davvero, però, il primo passo tocca alle società della gdo. “In Italia la bassa penetrazione dell’ecommerce è più legata a una scarsità dell’offerta che a poca domanda dei consumatori”, sintetizza Lucio Lamberti, docente di marketing multicanale della School of management del Politecnico di Milano

I numeri aiutano a inquadrare un mercato in rapida evoluzione. A raccogliere i dati è l’osservatorio ecommerce B2B della stessa università. Le cifre sono eloquenti. Nel 2017 il valore delcommercio online di prodotti alimentari ha raggiunto quota849 milioni di euro, con una crescita del 43% sul 2016. Nell’ultimo anno il 28% delle vendite è finita nelle casse di chi commercia via web prodotti della ristorazione – ad esempio, Just Eat – e il 38% ha sostenuto il fatturato dell’enogastronomia.

Gli acquisti online di prodotti alimentari da supermercato hanno raccolto poco più di un terzo della spesa, per un valore che è rimasto un po’ sotto l’asticella dei 300 milioni di euro.

Il tasso di crescita strabiliante non deve ingannare. Le vendite online di cibo e ortofrutta rappresentano in Italia lo 0,5% del fatturato di settore. Poco se paragonato ad altri mercati simili per capacità di spesa e dedizione al consumo. In Germania e negli Stati Uniti l’ecommerce di prodotti alimentari vale il 2% delle vendite, in Francia il 6% e nel Regno Unito l’8%.

“Tra gli operatori internazionali l’incidenza dell’ecommerce risulta intorno al 4-5% del fatturato totale“, ha scritto Mediobanca in un suo report. E in Italia queste percentuali sono a distanza siderale anche per il leader del commercio sul web:Esselunga. Nel bilancio 2017 della società fondata da Bernardo Caprotti si legge che nel 2017 sono stati pari a 180 milioni di euro i ricavi da prodotti venduti via internet, poco più del 2,3% del fatturato complessivo (7,75 miliardi).

“I margini di crescita sono enormi”, assicura Lamberti. E spiega: “Sono centinaia gli esercenti che in questo momento stanno considerando l’opzione di aprire un canale di vendita ecommerce, con diversi livelli di entratura: c’è chi punta a vendere direttamente online e chi vuole veicolare le proprie offerte su piattaforme già esistenti“, come ad esempio Supermercato24.

Chi si sta affacciando ora sul mercato con una propria piattaforma è Crai. Da gennaio la catena di supermercati ha lanciato il sito craispesaonline.it per intercettare i consumatori dell’ecommerce. Accedendo al portale, chi vorrà far la spesa potrà entrare virtualmente nello negozio più vicino e procedere all’acquisto, da ritirare in negozio o aspettare a casa. A metà aprile i supermercati che hanno aderito all’iniziativa sono 41, ma entro fine anno l’obiettivo è coinvolgerne 250.

L’amministratore delegato di Crai, Marco Bordoli, lo definisceecommerce di prossimità, l’attivazione di un servizio che aiuta a soddisfare i clienti vecchi e nuovi” della catena di supermercati. Crai, con 6,2 miliardi di euro di fatturato nel 2017 e una quota di mercato del 3,6%, ha investito “5 milioni di euro” (escluso il budget di comunicazione) per realizzare il progetto -commerce e ciascun negozio che ha aderito all’iniziativa ha l’obiettivo di vendere online nel primo anno 4 spese al giorno da 35 euro l’una per ottenere una buona marginalità.

A differenza di quanto ci si potrebbe aspettare, Crai ha avviato ilprogetto in periferia, lasciando per ora da parte i grandi centri metropolitani. Se allora a Milano e Roma, al momento, non è possibile fare la spesa online, la provincia di Treviso pullula di negozi connessi. “Siamo partiti proprio da Trevignano”, ricorda Rolando Toto-Brocchi, a guida del team ecommerce di Crai. I dati delle prime settimane di servizio sono confortanti e lo scontrino medio delle spese online dei 41 negozi già in campo ha toccato i 46 euro: “La scommessa è far maturare la richiesta tra i nostri clienti e raggiungere la maggior copertura possibile, indipendentemente dal potenziale del mercato locale”.

Che cosa serve davvero all’Italia

 STARTMAG.IT 30 APRILE 2018

partiti

Il commento di Gianfranco Polillo, blogger di Start Magazine

L’unica cosa che l’Italia non può permettersi è perseverare diabolicamente nell’errore. Nella passata legislatura si è tentato di tutto. Le riforme istituzionali, proposte da Matteo Renzi, non hanno superato lo scoglio del referendum popolare, ma stessa sorte era toccata al governo Berlusconi nel 2006.

Quindi una prima lezione: le riforme costituzionali – di cui il Paese ha estremo bisogno – richiedono la maggioranza relativa (i due terzi) prevista dall’articolo 138 della Costituzione. Affidarsi al referendum, al tempo delle semplificazioni dei social, è solo una pia illusione, che nasconde i limiti della classe dirigente e la sua incapacità di giungere ad una sintesi condivisa.

Altro fallimento, la riforma della legge elettorale. Finché l’impianto costituzionale resta sostanzialmente proporzionale ogni tentativo di schema bipolare é semplicemente impossibile. Lo si è visto nella Seconda Repubblica. Ancora più evidente è stato il fallimento dell’ibrido appena proposto: un po’ proporzionale (preminenza del singolo partito) un po’ bipolare (primato della coalizione). Alla fine un corto circuito che ha finora impedito la formazione di un qualsiasi governo.

Nel frattempo il ruolo puramente conservativo dei poteri forti (le grandi corporazioni amministrative-giudiziarie di cui parla Angelo Panebianco) è riuscito a mantenere il suo opaco primato. Colpa soprattutto della politica. Della sua incapacità di competere sullo stesso terreno, selezionando un personale in grado di contrastare, sul piano culturale, le posizioni dei mandarini di Stato. Chi ha avuto esperienza di governo, sa quanto sia difficile smontare un‘ortodossia amministrativa che replica l’istinto del gattopardo.

L’esperienza più antica dimostra che progressi, seppur limitati, nella governance complessiva, si sono avuti quando al vecchio potere assoluto della Ragioneria dello Stato sono stati giustapposti poteri parlamentari, come l’Ufficio del bilancio. Da allora non fu più sufficiente rispondere “parola di re”, come avveniva in precedenza.

Il confronto sui dati, disposizioni legislative, regole contabili divenne sempre più approfondito e vincolante. Realizzare quell’obiettivo fu tutt’altro che facile. Forti furono le resistenze degli apparati centrali dell’esecutivo. Ci vollero uomini come Nino Andreatta e Giuseppe La Loggia, per vincere la partita.

Ora per allora, l’insegnamento può ancora servire. La crisi italiana sta toccando il fondo. Ed è da qui che si deve ripartire. Non servono allora soluzioni rabberciate. Procedere come se nulla fosse alla ricerca di un Governo impossibile. Si prenda atto che é giunto il momento di prendere il toro per le corna. Realizzare quelle riforme minime (legge elettorale ed assetti costituzionali coerenti) che sono indispensabili e solo dopo tornare a votare.

Per fortuna aiuta la congiuntura politica. Nel 2019 saremo, comunque, chiamati alle urne per eleggere il Parlamento europeo. Abbiamo un anno di tempo ed un’occasione unica per vedere chi vuole restare nel Vecchio continente e chi se ne vuole allontanare, alla ricerca di un incerto destino.