Una giornata dietro le quinte della Scala

tvsvizzera.it 1 aprile 2018

Dettaglio (lampadari e palchi) del Teatro alla Scala di Milano
Teatri alla Scala di Milano, un dettaglio degli interni (lampadari e palchi).

(RSI-SWI)

È il più famoso teatro italiano, e uno dei più importanti palcoscenici di musica classica, balletto e opera lirica al mondo. Un servizio di metà anni Sessanta ci porta dietro le quinte.

Si dice che nel luogo dove oggi è la Scala, un tempo sorgesse una chiesa. Se ne è poi fatto un tempio consacrato alla celebrità.

Ma non sono solo le voci più famose del mondo, a esibirsi. C’è anche la “Milano bene”, che arriva a teatro con grosse auto e sfoggia abiti da sera.

“Ogni industriale che si rispetti ha un palco, e se una famiglia non rinnova l’abbonamento sarà immediatamente giudicata: gli affari vanno male, si penserà”.

La Televisione svizzera mostra però soprattutto il ‘dietro le quinte’. Si assiste così alle prove di danza della ‘Carmen’ di Bizet e del ‘Barbiere di Siviglia’ di Rossini.

VIDEO:

https://www.rsi.ch/play/tv/decadi-anni-60/video/alla-scoperta-del-teatro-alla-scala–?id=2299372&startTime=90.197499

Nei camerini, intanto, gli artisti tengono le ugole al caldo, cantando allo specchio.

Il servizio sul Teatro alla Scala, di Tiziano Colotti, fu trasmesso per la prima volta il 29 aprile del 1964 nell’ambito di ‘Telemondo’, un magazine di “cronache e curiosità del nostro tempo”.

BREVE STORIA DEL GRUPPO L’ESPRESSO E DI DE BENEDETTI. VERAMENTE QUALCUNO CI CREDE?

 scenarieconomici.it 1 aprile 2018

 

 

Dato che qualche rivista pensa di rovinare il natale con pseudo ricerche che nulla dicono o aggiungono, seminando solo  caos e banalità, direi che è il caso di fare un elenco delle responsabilità di chi si pone come moralizzatore dell’Italia , pro domo sua:

a) L’editore del l’Espresso, Carlo De Benedetti è stato condannato a 5 anni e 2 mesi per omicidio colposo per i morti di amianto all’Olivetti, essendo a conoscenza dei pericoli dell’Amianto non fece nulla per evitarlo. Quindi De Benedetti rischia di finire in prigione. Uno dei vari link sulla materia:

http://www.ilgiornale.it/news/politica/processo-sullamianto-che-fa-tremare-lingegnere-1483006.html

 

b) Lo stesso editore è ancora sotto inchiesta per insider trading sul caso Banca Etruria, per aver utilizzato le notizie circa il decreto popolari  ottenute dal Renzi in anticipo rispetto alla loro diffusione, così come riscontrato da registrazioni telefoniche. L’inchiesta è in corso:

http://www.affaritaliani.it/politica/palazzo-potere/renzi-de-benedetti-stato-un-insider-trading-ma-alla-fine-consob-archivia-518662.html

 

c) Carlo de Benedetti e la CIR sono stati al controllo di Sorgenia, società che ha causato 600 milioni di perdit a MPS e quindi contribuendo in modo sostanziale al dissesto della banca.

https://scenarieconomici.it/sorgenia-mps-de-benedetti-predatore-dei-risparmi-degli-italiani-di-vladimiro-iuliano/embed/#?secret=7tv3o73pc3

d) Recentemente i vertici de L’editoriale L’espresso sono stati inquisiti per una truffa milionaria ai danni dell’INPS

https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/i-vertici-del-gruppo-espresso-indagati-per-truffa-allinps/

e) Secondo una pubblicazione di Zeno Zencovich (università Roma 3) fra il 2003 ed il 2008 il Gruppo l’Espresso era in testa per il numero di cause perse per diffamazione a mezzo stampa , con quasi 2 milioni di danni pagati.

Questo giornale , strumento del potere del suo editore, si  vanta di fare ricerche indipendenti, gettando fango con precisione temporale non sospetta, nel senso che è quasi banalmente prevedibile: potremmo ricordare la risibile inchiesta sui finanziamenti di CasaPound, per scoprire che alcuni membri di CPI hanno aperto dei ristoranti…. Del resto come non ricordare certi articoli di attualità….

Oggi il motivo dell’inchiesta ad olorogeria è banale: impedire un patto fra Lega e M5s, cioè il risultato peggiore per i vari poteri sporchi Sorosiani. Qualcuno deve fare il lavoro sporco, sbadilare il letame, ed ecco che saltano fuori i volontari….

La fine del (petro)dollaro, da settembre prossimo: partito il future sul petrolio trattato in yuan. Le conseguenze per l’Europa.

 SCENARIECONOMICI.IT 1 APRILE 2018

C’è un filo conduttore che lega le guerre energetiche che si sono succedute negli ultimi 40 anni: la preminenza del dollaro. Specifico meglio, Saddam Hussen voleva trattare il petrolio in oro, abbattuto. Stessa cosa per Chavez, Gheddafi, l’Iran prima dell’accordo sul nucleare – in effetti Teheran con l’accordo Obamiano si è impegnata a non trattare il suo petrolio in altra valuta che non fosse il dollaro -. E poi la Russia di alcuni anni fa.

Oggi la Cina va oltre e fa partire la vera sfida al petrodollaro, dal 26.3.2018 è attivo il futures del petrolio in yuan in alternativa al dollaro. Gli scambi sono appoggiati alla borsa di Shanghai ossia la stessa borsa che tratta oro fisico assieme a Londra ed al Comex statunitense, uniche piazze “fisiche” di metalli preziosi al mondo. Ossia a seguito del settlement petrolifero sarà anche possibile fare uno swap di yuan su oro se non si volesse tenere liquidità in valuta cinese.

Per ora a Shanghai i depositi a garanzia (mediamente circa 1/100 del nominale transattivo aggregato) saranno permessi in dollari ma ciò non toglie che saranno marcati a mercato (mark to market), ossia le fluttuazioni di valore yuan su dollaro dovranno comunque essere compensate. Gli effetti si vedranno da settembre prossimo, prima data di consegna fisica.

Faccio presente che oggi tutti hanno bisogno di dollari, almeno per un attimo prima dell’acquisto del petrolio. E tutti comprano petrolio perchè ognuno di noi ne ha bisogno, per i carburanti, per le plastiche, per i semilavorati; ed il primo acquirente mondiale di petrolio è ormai la Cina. Questa è contemporaneamente una forza ed una debolezza.
Vediamo di questi giorni Trump scagliarsi contro la Cina, che questa volta incredibilmente accetta la sfida ed anzi ha anche stabilizzato Xi Jin Ping al potere a tempo indefinito per poter rispondere meglio alle provocazioni.

Va però capito il motivo di dette provocazioni USA: sono certamente a causa del deficit commerciale eccessivo ma ritengo che ci sia anche una sostanziale componente data dalla vera sfida cinese, quella al petrodollaro.
Trump infatti sa perfettamente che oggi gli USA possono scambiare dollari cartacei di dubbio valore contro merci fisiche solo perchè il dollaro è valuta globale di scambio, una magia durata 70 anni. Ed il dollaro è valuta globale di scambio perchè il petrolio viene trattato in dollari. Ossia se il progetto Cinese sul petrolio in yuan prende quota – e prenderà quota – non passerà troppo tempo prima che NON ci sia tutto questo bisogno di dollari nel mondo.
Un cataclisma.

Bisogna però notare come la debolezza della Cina risieda nell’essere fortemente dipendente dal petrolio. Ed infatti la sfida in corso in medio oriente serve anche come arma di ricatto: un paese di 1.5 miliardi di persone è comunque difficile da gestire, soprattutto se partisse una spirale inflattiva di dimensioni ciclopiche.

Il principio più importante riportato dal famoso trattato cinese L’Arte della Guerra sta nell’accettare il conflitto solo quando si è sicuri di vincere. Oggi la Cina pensa di vincere, dunque non teme la sfida americana, restando difficile comprendere chi ha iniziato a provocare per primo (il progetto della borsa del petrolio in yuan parte con Obama alla presidenza, il quale non fece nulla per impedirlo, ndr).
Non so chi vincerà tra i due mega-contendenti, sperando comunque siano gli USA per questioni storiche e culturali. So però chi sarà il vero perdente: l’EUropa, troppo divisa e con enormi asimmetrie di interesse al suo interno per poter reggere gli effetti dello scontro. E tra i paesi perdenti in assoluto ce ne sarà uno che conosciamo molto bene, si chiama Italia: infatti Trump e gli USA, visto che andranno inevitabilmente alla sfida – costretti, pena morte successiva se il dollaro venisse spodestato dal ruolo di valuta di riferimento –, non potranno difendere l’alleato italiano. Dunque Francia e Germania ne approfitteranno, come stanno facendo dal 2011.

L’Italia, paese ricco e con scarso senso nazionale, si farà inevitabilmente irretire dall’EUropa austera, che da anni tiene a libro paga i suoi primi ministri – inetti ed affamati di denaro, li vogliono così – per “affondare il paese dal di dentro”: dunque arriverà la troika e la gente comune arriverà alla fame. Da lì inizieranno le sfide interne all’ordine costituito che temo fortemente avranno come epilogo la divisione in due o tre della Penisola (chi starà meglio sarà la parte rimasta slegata dall’Europa, ndr). Ossia tempo 5 o 10 anni al massimo e l’Italia unita, benestante ed in pace sarà un ricordo. Riprendendo il paradosso di Della Pergola, restando nell’EU e nell’euro, solo due delle suddette tre condizioni possono essere rispettate contemporaneamente dal Belpaese (unità, benessere, pace).

Anche alla luce dei fatti recenti (Bardonecchia), Roma dovrà prestare estrema attenzione alle destabilizzazioni iniziate dalla Francia, la falsa amica di Roma fin dal Medioevo: iniziare una guerra prima commerciale e poi con chiusura reciproca delle frontiere rischia purtroppo di diventare questione di sopravvivenza italica. Anche in tale caso come nella guerra commerciale di Trump chi avrebbe più da perdere sarebbe vicino al centro Europa.

Marco Rocco

La forza di mia madre

(Peter Turnley, Corbis/Getty Images)

Dilema VecheRomania 1 APRILE 2018 INTERNAZIONALE.IT

Ogni volta che viene da me e la lascio in casa da sola per qualche ora o per qualche giorno, sto sempre in apprensione. Mi è capitato di ritrovarla arrampicata su una scala di due metri che puliva i vetri, o che spostava un armadio, lucidava il parquet, cucinava roba per un esercito, o che cercava di convincere un vicino a sistemarmi il giardino e un altro a dipingermi il recinto di casa.

Una volta ha chiesto a Gigilica Bourosu di rivestire i davanzali della casa con le piastrelle. Per non sprecare le piastrelle avanzate, Gigilica ha ricoperto l’intera base della recinzione del giardino, cosa che ha contribuito in modo significativo al miglioramento delle condizioni igieniche per i cani e gli ubriaconi del quartiere. Mia madre ha 79 anni.

È incredibilmente testarda. Durante gli anni del comunismo preparava spesso la pizza. Aveva una ricetta assolutamente originale: fette di pane inzuppate nel latte sulle quali metteva ogni cosa che trovava in casa. Poi infilava tutto in una teglia e lo metteva a cuocere in forno, incrociando le dita. Avrebbe potuto rivoluzionare la cucina italiana: sono certo che nessuno ha mai pensato di aggiungere alla pizza i ciccioli di maiale oppure il formaggio di pecora mischiato con l’uovo.

Una passione inesauribile
Nell’estate del 1992 l’ho portata a pranzo in una pizzeria della città. È rimasta totalmente sconvolta da quanto ho pagato e ha calcolato velocemente che con quei soldi avrebbe potuto fare almeno dieci pizze molto più buone. Ancora oggi è scettica sul fatto di andare a mangiare al ristorante: è convinta che qualsiasi cosa preparino, lei sarebbe in grado di farla meglio e in modo molto più economico.

Troppe volte è stata chiamata zingara. Non mi è mai sembrato che se la prendesse, ma allo stesso tempo non ha mai esitato a scontrarsi con i razzisti che la circondavano. Non ha mai accettato che mi nascondessi dietro alla scusa delle mie origini. Mi ha sempre detto dritto in faccia che dovevo lavorare più e meglio degli altri, di quelli più alti, più biondi e più belli di me, altrimenti sarei finito a guidare i trattori.

Non conosco nessuno che abbia avuto una vita più difficile di mia madre

Mia madre mette passione in tutto quello che fa. È parecchio bassina: a dirla tutta non ho mai visto una donna bassa come lei. Tuttavia mi è sembrata sempre più alta di quanto fosse. Mi sono accorto che ero più alto di lei quando avevo all’incirca undici anni. Allora ero il più basso della classe.

Una volta mio padre era ubriaco e l’ha insultata pesantemente, offendendo anche mia nonna che era morta da poco. Allora lei ha afferrato la paletta di ferro per raccogliere la spazzatura e gli si è avvicinata decisa a dargliela in testa. A quel punto mi sono messo in mezzo e l’ho fermata. In quel momento mi sono reso conto di essere più grande e forse anche più forte di lei.

Non conosco nessuno che abbia avuto una vita più difficile di mia madre e che allo stesso tempo conservi un ottimismo paragonabile al suo. Ha cominciato a cavarsela da sola quando aveva quindici anni. Ha avuto due matrimoni, entrambi catastrofici. Ha lavorato – quando aveva un lavoro – almeno 13-14 ore al giorno, tutti i giorni.

Mia madre non si lamenta mai. Dice sempre che ha tutto quello di cui ha bisogno. Ha aiutato sempre le persone che aveva intorno a sé nonostante abbia vissuto l’intera vita nell’indigenza. Ha fatto tutto quello che era in suo potere per crescerci bene. Quando mio fratello, un adolescente ribelle e stufo della nostra povertà, ha rubato delle magliette, mia madre gli ha fatto fare il giro del palazzo con un cartello appeso al collo: c’era scritto che aveva rubato.

Legge molto e ha una memoria incredibile. Ho sempre pensato che non avesse debolezze.

“Valeriu, stai bene?”.

“Sì, sto bene, perché?”.

“Be’, ho visto in tv che è caduto un aereo e che sono morti tutti i passeggeri”.

“Quello in Australia?”.

“Sì, quello”.

“E che c’entro io?”.

“Be’, tu viaggi sempre in aereo”.

Sei ore fa l’ho accompagnata alla stazione. Mia madre ha avuto sempre paura che mi potesse succedere qualcosa. Questa è stata la sua unica debolezza. Da qualche anno capisco questa sua paura. Perché anch’io temo che mia madre non sia più così invulnerabile come credevo.

(Traduzione di Mihaela Topala)

Questo articolo è stato pubblicato sul settimanale romeno Dilema Veche.

 

Venete, si aspetta il decreto-rimborsi. Baretta: «Soluzione a breve»

«Confido che a giorni avremo il decreto. La costituzione del fondo è stata approvata a larghissima maggioranza in Parlamento. Attuare il decreto è solo una questione tecnica, fa parte dell’ordinaria amministrazione». Il sottosegretario all’Economia del Governo uscente Pier Paolo Baretta si dice più che fiducioso a proposito dell’emanazione del decreto attuativo relativo al Fondo di ristoro inserito nella Legge di Bilancio 2018, destinato ai risparmiatori vittime dei reati bancari, i cui termini erano previsti ieri, il 30 marzo. C’è solo bisogno di una presa d’atto formale dalle forze politiche uscite vincitrici dalle urne del 4 marzo. «Stiamo completando l’iter delle verifiche tecniche e degli aspetti giuridici che determineranno i criteri di accesso, le modalità di erogazione, l’entità dei rimborsi e le tempistiche», ha specificato Baretta, aggiungendo che «in ogni caso, siamo tutti d’accordo che l’entità del Fondo sia insufficiente e che vada aumentata».

Sulla possibilità di accedere al Fondo di ristoro – 100 milioni di euro in quattro anni (2018- 2021) finanziati dal Fondo interbancario di garanzia e dal Fondo dei conti dormienti – ci sperano in molti. Non solo gli obbligazionisti e gli azionisti delle ex Popolare di Vicenza e Veneto Banca, ma anche quelli delle quattro banche poste in liquidazione (CariChieti, Banca Etruria, CariFerrara e Banca Marche). Il riconoscimento del danno deve, però, arrivare attraverso una sentenza del giudice o il ricorso alla Camera arbitrale dell’Anac, l’autorità anticorruzione, ed è proprio questo punto che preoccupa maggiormente i risparmiatori delle ex banche venete, a tutt’oggi alle prese con procedimenti penali e civili sempre più intricati.

Il colpo di scena di qualche giorno fa, cioè la disposizione della Procura di Roma, nell’ambito del procedimento a carico di Veneto Banca, di trasferire il processo a Treviso per competenza territoriale, ha sparigliato le carte, rendendo di fatto nullo tutto il lavoro fatto finora, costringendo gli inquirenti a ricominciare da capo e mettendo a rischio prescrizione l’intero procedimento, visto che ci sarebbero all’incirca tre anni a disposizione per concludere tutto (l’aggiotaggio sarà prescritto nel 2021, l’ostacolo alla Vigilanza dal 2022). Gli 11 imputati – tra cui l’ex dg Vincenzo Consoli e l’ex presidente Flavio Trinca, accusati di aggiotaggio e di aver omesso alla Banca d’Italia e a Consob la reale situazione finanziaria e patrimoniale della banca – non possono che esserne soddisfatti, in particolare Trinca per il quale si ipotizza la sola responsabilità morale, ma dalla Procura di Treviso si alzano voci preoccupate: «Un gran lavoro da fare in fretta», «La maxi udienza dove la facciamo? Non basta nemmeno l’aula della Corte d’Assise», «Qui problema di risorse e di spazi». E sconcerto è stato espresso da parte delle associazioni dei risparmiatori, che vedono vanificate le speranze di recuperare il valore delle azioni azzerate. A Treviso, poi, c’è già un secondo troncone di indagini, quello relativo a truffa, falso in bilancio, falso in prospetto che sta portando avanti il Tribunale fallimentare. Il prossimo 19 aprile si attende la decisione sulla richiesta di dichiarazione di insolvenza, che, in caso positivo, prevederebbe per Veneto Banca il reato di bancarotta e quindi un allungamento dei termini di prescrizione. Si parla da tempo dell’ipotesi di unificare i due procedimenti, ma questo filone sta seguendo il suo iter e potrebbe restare diviso da quello penale che migrerà da Roma.

Il trasferimento di sede deciso dal Gup di Roma, Lorenzo Ferri, mette in “stand by” anche il ruolo di Banca Intesa. Nei mesi scorsi Ferri aveva accolto la richiesta delle parti civili di chiamare Intesa a rispondere dei danni derivanti dalle gestioni precedenti di Veneto Banca (non così era accaduto nel procedimento parallelo a carico di Popolare di Vicenza, in cui invece la Procura della città berica aveva escluso responsabilità dell’istituto torinese): lo scorso martedì il Gup romano doveva pronunciarsi sulle eccezioni con cui Intesa chiedeva di essere esclusa come responsabile, ma il trasferimento ha di fatto reso impossibile una decisione su questo punto (che dovrà dirimere Treviso). Punto che per i risparmiatori resta fondamentale, anche se un atto formale firmato a gennaio tra Banca Intesa e i commissari liquidatori della Lca avrebbe decretato che l’onere di far fronte alle cause sarebbe in ogni caso della società liquidatrice, pena la vanificazione del contratto stesso con cui Intesa ha acquistato le due banche venete. Gli avvocati veneti promettono comunque battaglia, in virtù del fatto che la decisione iniziale del Gup Ferri è stata messa agli atti e ha già prodotto conseguenze – ad un ex socio di Bassano del Grappa è stato permesso da un giudice civile di continuare la causa nei confronti di Banca Intesa.

L’altro fronte processuale, cioè quello che riguarda Banca Popolare di Vicenza, prosegue intanto il suo cammino. Anche in questo caso i tronconi di indagine sono due: quello più recente riguarda il presunto ostacolo messo in atto nei confronti di Consob, Banca d’Italia e Bce, ed è quello nell’ambito del quale è stato eseguito il sequestro preventivo di 106 milioni di euro su un conto corrente depositato a Milano. L’altro filone riguarda le accuse di aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto. A dare speranza ai risparmiatori azzerati sono, qui, i sequestri che in questi giorni sono scattati ai danni di Gianni Zonin; si tratta di sigilli a beni mobili nelle ville dell’ex presidente della BpVi per circa 20 milioni, somma che rientra nel via libera a sequestri conservativi per 250 milioni a carico di tutti gli imputati. La Procura teme che il patrimonio possa essere disperso, ceduto o donato, e congela i beni non solo per le spese processuali ma anche, alla fine del processo, per i risarcimenti. Il 21 aprile il Gup di Vicenza Roberto Venditti sarà chiamato a decidere sull’unificazione dei due tronconi d’indagine.

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BARETTA:

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Un hedge fund di New York primo azionista di Creval

http://carlofesta.blog.ilsole24ore.com/ 31 marzo 2018

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Un hedge fund di New York sale in Valtellina. L’aumento di capitale da 700 milioni di euro del Creval ha rimescolato le carte dell’istituto basato a Sondrio e nella nuova compagine azionaria stanno cominciando ad emergere fondi anglosassoni e americani.
Si tratta di un vero e proprio “ribaltone” per un istituto che è stato sempre storicamente collegato al territorio. I nuovi soci sono soprattutto investitori istituzionali, di più lungo periodo, ed hedge fund, con una strategia più breve come orizzonte temporale, che hanno visto nel Creval una buona opportunità.
L’istituto valtellinese è infatti tra i maggiori candidati per essere attore del nuovo processo di consolidamento nel settore bancario.
Il nuovo primo azionista del Creval, con una quota dell’8,5%, si chiama Steadfast Capital Management ed è un hedge fund di New York fondato da Robert Pitts, uno dei cosiddetti ‘Tiger cubs’ (‘cuccioli di tigre’), come sono chiamati i discepoli del leggendario Julian Robertson, fondatore di uno dei primi hedge fund di Wall Street, in grado di trasformare una società con 8 milioni di dollari all’inizio degli anni ’80 in un colosso da 22 miliardi di asset alla fine degli anni ’90.
La quota di Staedfast, il cui valore supera i 60 milioni di euro, è emersa dopo che, lo scorso 21 marzo, è stato depositato il nuovo capitale sociale del Creval. Nella cui compagine sociale sono già affiorati il colosso dell’asset manageent Blackrock (5%, in gran parte in azioni) e Algebris (5,2%, quota costituita contratti ‘total return swap’) e dovrebbero confermarsi con quote attorno al 5% sia il finanziere francese Denis Dumont che il fondo inglese Hosking.
Ora si tratterà di vedere se i nuovi azionisti saliranno fino a Morbegno (Sondrio), dove il 27 aprile si terrà l’assemblea dei soci per l’approvazione del bilancio. O, più pragmaticamente, faranno sapere in via riservata al management, in scadenza nella primavera del 2019, i loro desiderata. Certo è che l’accalcarsi di fondi e investitori esteri nel capitale aumenta le chance di veder presto l’istituto valtellinese convolare a nozze con un’altra banca.

 

UN INFERMIERE MESSO A OPERARE A CUORE APERTO…

 scenarieconomici.it 31 marzo 2018

UN INFERMIERE MESSO A OPERARE A CUORE APERTO…
(con il massimo rispetto per una professione faticosa sia a livello fisico che mentale come l’infermiere, ma per operare a cuore aperto ci vuole il cardiochirurgo esperto e preparato, soprattutto per gli “IMPREVISTI”).

Cari 5 Stelle se pensate di combattere una squadra d’assalto neo liberista come la Gruber e la De Romanis con un novizio inesperto di comunicazione ne avete ancora di strada da fare!
Bastava metterla al proprio posto come ultraliberista rappresentante dei poteri forti e del ex membro del “DIRETTORIO” della BCE Bini Smaghi, invece si è fatto mettere alle corde fino a balbettare come un pivello!

Portare Di Maio alla City per rassicurare gli Investitori ISTITUZIONALI… chiamali Usurai Internazionali?
Quindi pensi di continuare a farti dissanguare col giochino dello SPREAD di cifre colossali?
Vuol dire che non fai capito nulla come Varoufakis (pensare come un pirla di poter combattere l’Euro-Dittatura economica senza avere una PROPRIA banca centrale che garantisca il debito) o forse come lui hai “capito tutto”:

http://www.ilgiornale.it/news/politica/dolce-vita-varoufakis-marxista-caviale-1105322.html

Un’immagine che sintetizza la vera divisione che esiste nella società: e Varoufakis dovrebbe essere uno di sinistra, addirittura marxista a parole, ma è pieno di grano e quindi sa da che parte stare!
Ma dove vuoi andare?
Cari 5 Stelle mandate Fioramonti a fare un corso accelerato di economia da Borghi e Bagnai della Lega!
La De Romanis si è ben guardata, infatti, da andare a scontrarsi con Borghi e Bagnai che di economisti rampanti e fighetti ne hanno “affondati” diversi: dai Taddei ai Marattin e qualcuno (onesto intellettualmente) lo hanno anche convertito come Fassina, che anni fa era il responsabile economico del PD, ma appena incominciò a svegliarsi dalla favola liberista e a diventarne critico fu PRONTAMENTE ESPULSO!

La De Romanis, sposata col nobile fiorentino Lorenzo sotto specificato, ma soprattutto ultraliberista, diciamo non rappresenta esattamente la media delle donne italiane che per lavorare sostanzialmente devono fare le schiave per ottenere un reddito da fame!

https://it.wikipedia.org/wiki/Lorenzo_Bini_Smaghi

passiamo al OSSERVATORIO DEI CONTI PUBBLICI (dove la nobile De Romanis lavora “duramente”), per capire come la pensano basta vedere chi li finanzia:

http://osservatoriocpi.unicatt.it/cpi-l-osservatorio-finanziatori

cioè la crema della finanza e dell’industria italiana.
Quindi passiamo alla domanda provocatoria: PERCHE’ la maestrina dalla penna rossa De Romanis viene pompata dai media? Per quale motivo? Forse per proporla come primo ministro delle Finanze DONNA italiana di un governo “Multi ideologico” in cui per il bene del paese i 5 Stelle aprono un rapporto “incestuoso” col PD ULTRAEUROPEISTA?
ATTENTI ALLE TRAPPOLE CARI 5 STELLE!

Infatti proprio a lei stessa “scappa” nel dibattito dove stende Fioramonti la frase finale: “forse sarebbe il caso che il prossimo ministro delle finanze sia una donna” (questo è il senso, riguardatevi il video alla fine).

L’Italia ha una sola soluzione per salvarsi: unire e rendere simbiotici i programmi economici (migliori su piazza) concreti e pragmatici della Lega (grazie ai prof. Borghi e Bagnai) con la spinta moralizzatrice e di controllo popolare dei 5 Stelle (svolta epocale per l’Italia del Magna-Magna incancrenito), con l’aggiunta di una spruzzata di sano patriottismo di Fratelli d’Italia!
Buona Pasqua a tutti e un augurio di Resurrezione anche per questo splendido paese che è l’Italia, troppo bello e ricco per non stimolare appetiti da parte di popoli che vivono in posti con un clima di cacca e quindi da millenni sono pirati che rapinano (prima fisicamente e ora economicamente e finanziariamente) le risorse dei paesi più ricchi di risorse naturali utili ad una elevata qualità della vita umana.

Marco Santero

Chi è Luis De Guindos, il nuovo vice presidente della Banca Centrale Europea

Sergi Cutillas lacittafutura.it 31 marzo 2018

Dall’amicizia con Varoufakis alla subordinazione a Schäuble, una storia di ordinario opportunismo.

 

Yanis Varoufakis [ex ministro delle finanze del primo governo Tsipras, NdT] ha dichiarato che avrebbe volentieri bevuto qualcosa con il suo collega dell’Eurogruppo Luis de Guindos (all’epoca ministro dell’economia spagnolo), dato che nonostante le differenze ideologiche si trovavano bene insieme e dato che De Guindos sarebbe uno dei pochi membri dell’Eurogruppo [la riunione dei ministri delle finanze europei, NdT] a capire come funziona davvero il capitalismo moderno. Nella prima metà del 2015 De Guindos ha dato il pieno appoggio al ministro tedesco Schäuble e alla sua posizione distruttiva contro la Grecia e il primo governo Tsipras. Il commento di Varoufakis è significativo sia per la pericolosità delle amicizie dell’ex ministro greco, sia per le buone doti comunicativo e la mancanza di sostanza di Luis De Guindos.

De Guindos, 58 anni, nato a Madrid, membro dell’Opus Dei, ha frequentato la scuola cattolica di élite Santa Maria del Pilar. Ha studiato Economics and Business allo University College of Financial Studies (CUNEF), una università privata rinomata nel settore della finanza e dell’economia, dove De Guindos si è laureato con lote. Successivamente, ha conseguito il dottorato di ricerca in economia all’Università Complutense di Madrid, pubblica.

De Guindos appartiene all’Ordine Superiore degli economisti e dei commercialisti, noto per essere un gruppo selettivo di funzionari statali legato all’Opus Dei, creato negli anni ’50 da alcuni ministri del regime di Franco. Questi ministri, ammiratori della dottrina ordoliberale della Scuola di Friburgo, diedero forma allo stato spagnolo moderno e alle sue strutture economiche. Questo gruppo selezionato ha promosso il Piano di Stabilizzazione del 1959 e i negoziati per l’ingresso della Spagna nel Fondo Monetario Internazionale, nella Banca Mondiale, nel GATT e nella Comunità Economica Europea. Questo gruppo è stata la piattaforma delle élite vicine alla Chiesa Cattolica per raggiungere posizioni burocratiche di alto prestigio nelle grandi imprese pubbliche o private collegato allo stato, nel governo e nelle organizzazioni internazionale come la Banca Mondiale, il FMI e così via. Tre vice presidenti e cinque degli ultimi sei governatori della Banca di Spagna, undici ministri e ventidue segretari di stato sono stati membri di questo Ordine.

Dalla fine degli anni ’80 De Guindos ha ricoperto diversi incarichi nel settore privato, fino a quando è diventato ministro della finanze tra il 1996 e il 2004 […]. Nel 2004, quando il Partito Popolare viene estromesso dal governo, De Guindos ritorna al settore privato. Nel 2006 diventa membro del consiglio di amministrazione di Lehman Brothers, presidente esecutivo per Spagna e Portogallo fino al fallimento del 2008. A metà del 2008, mentre era ancora nel settore privato, ha partecipato alla vendita abusiva delle azioni della Banca CAM, il cui valore era ridotto a zero tre anni dopo (qui il video in cui De Guindos sostiene che quei prodotti finanziari avrebbero fatto la storia). De Guindos è stato anche membro dei consigli di amministrazione dell’ex monopolio pubblico dell’energia ENDESA e della banca pubblica Mare Nostrum fino al 2011, quando divenne ministro. Da allora il governo spagnolo ha avuto di fatto due ministri finanziari, De Guindos come ministro dell’economia e Cristobal Montoro come ministro del tesoro. Essendo uno dei pochi ministri che sappia fluentemente l’inglese e con esperienza nel settore finanziario, De Guindos ha ottenuto tra i due il profilo più in vista all’estero.

Poco dopo essere entrato in carica nel 2011, De Guindos ha dovuto affrontare le pressioni dei mercati dei debiti sovrani, con la minaccia da parte dell’Eurogruppo di un “salvataggio” in piena regola con intervento della Troika. Durante i primi mesi del 2012 l’Eurogruppo ha continuato a spingere la Spagna sulla riduzione del deficit fiscale (immagine memorabile quella di Juncker che “strangola” De Guindos all’ingresso di una riunione dell’Eurogruppo nel Marzo 2012). Il 9 Giugno 2012, Guindos dovette capitolare alle pressioni dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale, chiedendo per un “salvataggio” fino a 100 miliardi di euro destinati al settore finanziario spagnolo. Alla fine, la Spagna ricevette 41,3 miliardi di euro dal Meccanismo di Stabilità Europeo per ricapitalizzare le banche di risparmio e per creare la Sareb, una “bad bank” per i beni immobili. Per questo De Guindos è stato considerato nel 2012 il peggior ministro delle finanze dal Financial Times, mentre in patria continuava a giurare di aver scongiurato una versione più dura del “salvataggio”. Il programma si limitava alla ristrutturazione del settore bancario e il prestito, secondo De Guindos, non era un “salvataggio” ma una “linea di credito a condizioni migliorate” per cui gli spagnoli sarebbero dovuti essere contenti.

De Guindos ama presentarsi come un pragmatico che evita le posizioni troppo ideologiche. In questo c’è una parte di verità, dato che egli può essere ferocemente di destra o centrista neokeynesiano a seconda di cosa gli convenga di più nella scalata al potere. Egli ha dichiarato, per esempio, che nonostante sia un membro del Partito Popolare Europeo, all’Eurogruppo abbia assunto spesso posizioni più a sinistra di “socialisti” come l’olandese Jeroen Dijsselbloem o lo slovacco Peter Kazimir. D’altra parte, nel 2010 ha coordinato la pubblicazione del libro “Spagna: le chiavi per la prosperità”, promosso dalla fondazione neo conservatrice FAES, con una prefazione dell’ex capo del governo José Maria Aznar. Il libro tesseva le lodi, senza nessuna traccia di autocritica, delle politiche economiche di Aznar, Rato e dello stesso De Guindos nel periodo 1996-2004, che portarono alla bolla immobiliare e che furono l’asse portante del Partito Popolare anche in seguito. Queste politiche si sarebbero presto materializzate in forma di terapia d’urto nel 2011, quando il primo governo Rajoy impose quasi simultaneamente dannosi tagli alla spesa pubblica, la riforma del lavoro contro i diritti sindacali, la riforma finanziaria che spazzava via il sistema spagnolo di banche di risparmio e una riforma fiscale regressiva.

Nel Luglio 2015 De Guindos si è proposto per la presidenza dell’Eurogruppo ma è stato sconfitto dal “socialista” olandese Jeroen Dijsselbloem, nonostante il sostegno del ministro Schäuble e nonostante un anno di martellante “campagna elettorale”. Da quel momento la relazione tra Dijsselbloem e De Guindos è andata peggiorando e l’olandese ha criticato frequentemente la gestione economica dello spagnolo. De Guindos rispondeva rimproverando a Dijsselbloem il commento misogino e razzista secondo cui gli stadi del sud Europa avevano sprecato i loro soldi in “donne e alcool”.

De Guindos ha avuto un ruolo importante anche nell’inaugurazione dello European Single Resolution Mechanism. Il 7 Giugno 2017, la crisi del Banco Popular, noto per essere la banca dell’Opus Dei, è stata ristrutturata dal ESRM tramite bail-in [salvataggio con risorse interne alla banca, NdT] e poi venduta al Banco Santander per un euro. L’operazione sul Banco Popular è circondata da sospetti di frode, per restare cauti, e si è basata su un report riservato della società di consulenza Deloitte, di cui solo recentemente sono state pubblicate alcune parti. Nel report, stilato in pochi giorni, si calcolavano correzioni per un valore di 15 miliardi, l’esatto ammontare per coinvolgere nel bail-in tutti gli azionisti e i detentori di debiti subordinati, risparmiando però i correntisti e detentori di bond. Una felice coincidenza, se si calcolano i costi politici di far pagare il bail-in ai risparmiatori e ai piccoli investitori. Appena tre mesi prima della crisi, il valore del Popular superava gli 11 miliardi di euro, e la banca superava comodamente gli stress test del Luglio 2016. Nonostante le correzioni sul valore netto, l’intervento di bail-in è stato giustificato dalla mancanza di liquidità. Poco dopo, divenne chiaro che la Pubblica Amministrazione aveva ritirato ingenti somme di contanti pochi giorni prima dell’intervento, contribuendo alla fuga di 17 miliardi dai depositi del Popular. De Guindos, che ha gestito l’operazione, ha avuto successo su molti fronti. Ha aiutato Santander a ricapitalizzarsi vendendogli a costo zero la banca con più clienti tra le piccole-medie imprese della Spagna, consolidando le due banche all’interno del gruppo Santander. A livello europeo, ha potuto mostrare che la Spagna era il primo paese ad applicare correttamente il meccanismo di risoluzione e bail-in, dando lustro all’Unione Bancaria che aveva appena avuto problemi di credibilità a causa della crisi del Monte dei Paschi. Questo nuovo lustro è stato usato per attutire gli effetti, pochi giorni dopo, del bail-out [salvataggio con risorse di stato, NdT] di Veneto Banca, Popolare di Vicenza e Monte dei Paschi, fatto senza applicare le direttive di risoluzione.

Infine, è importante notare che De Guindos ha avuto un ruolo molto importante nella crisi catalana a fine 2017. De Guindos ha messo sotto pressione i leader e la società catalana con gli avvisi sull’impatto economico dell’indipendenza, cercando di frenare il movimento usando toni minacciosi a proposito degli ipotetici impatti catastrofici della secessione. D’altra parte, De Guindos si è sottilmente smarcato dalla linea del governo suggerendo la possibilità di spazi fiscali più larghi per la Catalogna in cambio della sospensione del referendum, probabilmente perché vedeva la crisi catalana come una minaccia alla sua scalata alla BCE. In ogni caso Rajoy ha chiuso ogni possibile trattativa […]. Il 6 Ottobre De Guindos ha aperto la strada alla fuga delle imprese dalla Catalogna, firmando un decreto che permetteva alle aziende quotate in borsa di cambiare residenza fiscale senza passare dall’approvazione degli azionisti soci. In questa maniera il ministro De Guindos cercava di rompere la coesione tra leader catalani, intenzionati a dichiarare l’indipendenza. Questa mossa di “soft power” rispondeva alla richiesta di europea di cessare l’uso della forza e ristabilire la stabilità politica con altri mezzi il prima possibile.

L’ultima “carambola” di De Guindos riguarda le difficoltà di Angela Merkel nel formare il nuovo governo. Dopo più di due mesi di negoziati tra CDU e SPD, l’accordo è stato annunciato l’8 Febbraio. Data la debolezza di Merkel nella CDU, l’SPD è riuscita ottenere ministeri importati, soprattutto le finanze. In ogni caso, la deboleza di Merkel non è abbastanza per spiegare la cessione del ministero delle finanze, un posto chiave per il controllo della Germania e della Zona Euro. La CDU aveva bisogno di una contropartita, ovvero il controllo della Banca Centrale Europea nel 2019, per cui aveva bisogno anche del sostegno del governo spagnolo nel Consiglio Europeo che eleggerà il nuovo presidente della BCE. La nomina di De Guindos a vice presidente compensa la lealtà di Rajoy a Merkel e il suo sostegno nell’elezione del presidente della BCE.

Sulle politiche monetarie, De Guindos vede le banche centrali come un gioco globale, per quanto sia favorevole alle politiche restrittive dice di essere cosciente che tutte le banche centrale stanno “dopando” le loro economie, il che dovrebbe voler dire che sarà più flessibile. C’è chi dice che l’esperienza politica faciliterà un ruolo di facilitazione nelle trattative con la Germania a favore dei paesi del sud Europea. In ogni caso, è chiaro che i suoi colleghi nel board della BCE sono più preparati per il lavoro. Come ammette lo stesso De Guindos, “ci sono volte in cui sono considerato un tecnocrate, a volte un politico, dipende dal punto di vista. Io mi considero un economista che lavora in politica”.

In conclusione, come per Rajoy, i maggiori risultati raggiunti da De Guindos sono il risultato dalla sua mancanza di principi e dalla capacità tattica di essere nel posto giusto al momento giusto per aumentare il proprio potere. In questo senso, la sua azione più proficua è stata senza dubbio la fedeltà nell’alleanza subordinata col ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble. Per questo è difficile immaginare che, quando si troverà di fronte alla nuova presidenza della BCE, De Guindos possa avere idee personali su come proteggere i paesi della periferia europea.

Originariamente apparso in inglese sul sito dello European Research Network for Social and Economic Policies(EReNSEP)
L’autore è coordinatore nazionale per la Spagna di EReNSEP
Traduzione per La Città Futura di Paolo Rizzi

Terrorismo, tutti i dati dei passeggeri sotto la lente della fedpol

tvsvizzera.it 31 marzo 2018

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https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/31-03-2018-la-polizia-federale-vuole-i-dati-di-chi-viaggia-in-aereo?id=10310744&startTime=0.000333&station=rete-uno

Dopo Stati Uniti, il Canada e l’Unione europea anche la Svizzera intende accedere ai dati personale dei passeggeri aerei (PNR) allo scopo di prevenire potenziali atti terroristici.

Circa 50 milioni di dati PNR (Passenger Name Record) raccolti per lo più dalle compagnie aeree circolano ogni anno attraverso la Svizzera, secondo quanto fa sapere la direttrice della Polizia federale (fedpol) Nicoletta Della Valle. A partire dalla fine di maggio Berna sarà tenuta a consegnare all’Unione europea tutti i dati relativi ai passeggeri in volo verso l’Europa, come già avviene con gli Stati Uniti e il Canada.

Ma Berna, che dovrà apportare una modifica legislativa, intende a sua volta usufruire di queste informazioni di cui si occuperà un’unità speciale (Passenger Information Unit) presso la Polizia federale chiamata a individuare eventuali minacce gravi. “Fedpol vorrebbe poter trattare questi dati per poter lottare meglio contro la criminalità grave e non un qualsiasi reato”, ha precisato la direttrice degli inquirenti federali.

Secondo Nicoletta Della Valle l’unità dovrebbe essere composta da 15-30 dipendenti dei cantoni, di fedpol e del Corpo delle guardie di confine di modo che solo un numero molto limitato di persone potrà avere accesso a questi dati riservati.

PNR: le informazioni includono nome, numero di carta di credito, dati di viaggio, numero del posto a sedere, numero di bagagli, indirizzi di contatto e persino preferenze alimentari. Dopo molti anni di discussioni, l’Unione europea ha adottato le direttive sui PNR nel 2016. Queste entreranno in vigore in maggio e obbligheranno le compagnie aeree che gestiscono rotte da e verso l’Ue a trasmettere i dati dei passeggeri agli Stati membri. Le informazioni rimarranno registrate per sei mesi allo scopo di prevenire attentati e altri crimini gravi.

Fine della finestrella

 Intanto sempre in ambito di sicurezza gli Stati Uniti intendono andare oltre: una nuova proposta dell’amministrazione Trump prevede di accedere ai profili social degli stranieri che vogliono richiedenti un visto d’entrata. Una misura che sta già facendo discutere ma che non toccherebbe i 38 paesi che, come la Svizzera, sono esenti da visto per visite di durata inferiore ai 90 giorni. 

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https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/31-03-2018-usa-accesso-ai-social-per-rilasciare-i-visti?id=10311071&startTime=0.000333&station=rete-uno

Vaticano, Pell e le altre grane giudiziarie della Santa Sede

 lettera43.it 1 aprile 2018

Se il tribunale di Melbourne è chiamato a decidere se rinviare o meno a giudizio il porporato accusato di abusi sessuali, a Roma continua il procedimento Caloia. Mentre i bilanci della Santa Sede sono in un limbo. Il punto. 

È nelle mani di una giudice, l’australiana Belinda Wallington del tribunale di Melbourne, Stato di Victoria, almeno un pezzo del futuro delle finanze vaticane. Sarà infatti lei a dover decidere se avrà luogo o meno il processo contro il cardinale George Pell, 76 anni, accusato di aver commesso abusi sessuali su minori nella seconda metà degli Anni 90, quando era arcivescovo di Melbourne, e ancora molti anni prima, all’epoca in cui operava nella diocesi di Ballarat, località di cui è originario.

LA SEGRETERIA PER L’ECONOMIA SENZA GUIDA. Il fatto è che Pell, fino a poco meno di un anno fa, si trovava alla guida della Segreteria per l’Economia del Vaticano, il nuovo dicastero della Curia romana incaricato di garantire una gestione corretta, trasparente ed efficiente delle risorse finanziarie di ogni organismo della Santa Sede e di chiudere la lunga stagione dell’opacità o, più semplicemente, della confusione finanziaria. Papa Francesco ha spedito il suo ‘ministro’ in Australia a rispondere delle gravi accuse che lo riguardavano, lo ha sospeso dall’incarico senza nominare un sostituto.

OCCHI PUNTATI AL 17 APRILE. Dal 5 al 29 marzo davanti al Tribunale dello Stato di Victoria, nel frattempo, si sono svolte numerose udienze – in gran parte a porte chiuse – durante le quali sono stati ascoltati più di 50 testimoni e ora si attende la decisione del giudice Wallington. Il 17 aprile accusa e difesa presenteranno le loro conclusioni e successivamente il magistrato dovrà prendere una decisione: o valuterà che vi siano sufficienti elementi per far proseguire il processo, oppure il procedimento si concluderà. Un’ipotesi, quest’ultima, che non è così remota.

LE CARTE DELLA DIFESA. Le testimonianze contro Pell, che fanno riferimento a fatti molto lontani negli anni, non sempre sono coerenti, ma soprattutto la difesa del cardinale contesta una certa volontà persecutoria nei suoi confronti da parte degli investigatori, tradottasi nell’omissione di elementi che potevano indebolire l’impianto accusatorio. Inoltre, ci sono una serie di testimonianze importanti a favore del cardinale. D’altro canto è pure emerso che un’indagine sull’alto prelato australiano era iniziata già nel 2013, segno che un lungo e complesso lavoro giudiziario è stato portato avanti.

Pell, sono innocente,aborrisco gli abusi

Il cardinale George Pell.

ANSA

Pell, per altro, era stato ascoltato negli anni scorsi da una commissione d’inchiesta governativa australiana che ha ricostruito i casi di abusi sessuali sui minori in vari ambiti educativi, compresa la Chiesa. Ne era emerso un quadro sconcertante, in particolare per le responsabilità del clero nell’arco di diversi decenni.

IL LIBRO SCANDALO. In quel frangente il cardinale era stato chiamato in causa, insieme con altri prelati, per aver insabbiato casi anche gravi di violenze. A far da detonatore alle accuse rivolte questa volta direttamente al cardinale, era stato, giusto un anno fa, un libro della giornalista Louise Mulligan, The Cardinal: The Rise And Fall of George Pell (Il cardinale: ascesa e caduta di George Pell) nel quale si faceva riferimento a presunti abusi da parte di Pell su due coristi nella cattedrale di St. Patrick a Melbourne a metà degli Anni 90.

UN CASO CONTROVERSO. Il caso, dal punto di vista giudiziario, appare piuttosto controverso. Settori dell’opinione pubblica hanno contestato la campagna condotta contro il cardinale da parte di alcuni media e commentatori; sul fronte opposto si sostiene che l’ex arcivescovo di Melbourne e Sydney deve rispondere dei propri comportamenti. Il clima generale non è certo favorevole al porporato australiano che, per altro, si è dichiarato sempre innocente in modo deciso. A suo favore gioca il fatto che non si sia sottratto al processo e che in questi anni abbia sempre risposto alle sollecitazioni delle autorità australiane. Tuttavia una parte significativa della verità risiede nel valore delle testimonianze ascoltate nelle ultime settimane dalla corte.

IL LIMBO DEI BILANCI VATICANI. In ogni caso, se il giudice Wallington deciderà che non ci sono elementi sufficienti per processare il cardinale, potremmo assistere a un colpo di scena clamoroso. E cioè il ritorno di Pell in Vaticano. Il porporato, infatti, avrebbe manifestato, anche in questi giorni, la volontà di portare a termine il suo lavoro alla guida della Segreteria per l’Economia. Al contrario la decisione di un rinvio a giudizio costituirebbe la fine della carriera di Pell ai vertici vaticani e della Chiesa. A quel punto è probabile che Papa e Segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, procedano alla scelta di un nuovo prefetto per il dicastero economico della santa Sede. Il tempo perso, infatti, è già molto, senza contare la turbolenta uscita di scena di Libero Milone, ex revisore generale dei conti vaticani, accusato di aver indagato indebitamente su alcune personalità di alto rango della Chiesa (Milone ha replicato di aver operato cercando di portare avanti la politica di trasparenza finanziaria). L’unica certezza è che i nuovi bilanci vaticani, redatti in base a principi contabili aggiornati, restano sepolti in qualche limbo.

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Angelo Caloia.

Sul fronte processuale ci sono però anche altre novità di rilievo in arrivo. Il 9 maggio, infatti, prenderà il via il procedimento – interno al Vaticano questa volta – contro Angelo Caloia, presidente dello Ior per un ventennio, dal 1989 al 2009. Gli succedette Ettore Gotti Tedeschi che restò in carica per altri tre anni, fino al 2012, quando si dimise per contrasti con il board laico dell’istituto e con il Segretario di Stato Tarcisio Bertone.

IL VENTENNIO DI CALOIA ALLO IOR. Caloia è stato un protagonista della finanza ‘bianca’ italiana. La sua storia allo Ior è legata a una fase di riorganizzazione della banca vaticana dopo gli anni drammatici degli scandali del Banco Ambrosiano, di Michele Sindona, Roberto Calvi e monsignor Paul Marcinkus. Ma le cronache – come il lavoro di riforma avviato in questi anni nei sacri palazzi – hanno raccontato come pure nel ventennio di Caloia l’istituto non sia stato un modello di trasparenza finanziaria, anzi. L’ex presidente dello Ior è stato accusato – insieme con l’ex direttore generale dello ior Lelio Scaletti, scomparso qualche anno fa, e l’avvocato Gabriele Liuzzo – di peculato e autoriciclaggio.

L’AVVERTIMENTO DEL MONEYVAL. In breve, i tre, dal 2001 al 2008, avrebbero svenduto pezzi importanti del patrimonio immobiliare dello Ior per ricomprarli tramite società fittizie a loro riconducibili e rivendere gli stessi immobili a prezzo di mercato (per un guadagno – e un danno per l’istituto – di circa 60 milioni di euro). Nel 2014, mentre era iniziata l’opera di revisione dei conti dello Ior, secondo l’accusa circa 17 milioni derivanti da quell’operazione sarebbero stati bloccati, da lì la denuncia interna. L’indagine ha un suo valore perché ha coinvolto altre giurisdizioni oltre quella vaticana, tuttavia il processo Caloia, come altri relativi a indagini per riciclaggio, si è rimesso improvvisamente in moto in seguito all’avvertimento che Moneyval – l’organismo vigilante su riciclaggio e finanziamento al terrorismo del Consiglio d’Europa – ha lanciato al Vaticano.

IN GIOCO LA CREDIBILITÀ VATICANA. Nel suo ultimo rapporto risalente al dicembre scorso, Moneyval ha elogiato la normativa antiriciclaggio della Santa Sede ma ha chiesto soprattutto di passare dalle parole ai fatti visto che in questi anni non è stato avviato dalle autorità vaticane alcun processo in materia di contrasto al riciclaggio di denaro. Da qui l’accelerazione sul caso Caloia – pure annunciata dal promotore di giustizia vaticano, Gian Piero Milano in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario un paio di mesi fa – che languiva da qualche anno. Quel che è certo è che si tratta di un procedimento delicato, ne va infatti della credibilità finanziaria e giudiziaria internazionale del Vaticano.

LA CONDANNA DI CIPRIANI E TULLI. Infine, sempre a febbraio, è arrivata la condanna del tribunale vaticano di Paolo Cipriani e Massimo Tulli, rispettivamente ex direttore generale dello Ior e il suo vice, per “mala gestione”. I due erano già stati condannati esattamente un anno prima dal tribunale di Roma per violazione della normativa antiriciclaggio.

Anche i tedeschi hanno i loro grattacapi con le banche. Il caso Deutsche Bank

Gianluca Zapponini formiche.net 1 aprile 2018

Anche i tedeschi hanno i loro grattacapi con le banche. Il caso Deutsche Bank

Giorni difficili per la prima banca tedesca. Il ceo Cyran sulla graticola per i mancati traguardi. Merkel in silenzio

Il terremoto, seppur di magnitudo non altissima c’è stato. Deutsche Bank, prima banca tedesca, sta vivendo giorni di grande nervosismo al proprio vertice. Colpa delle tensioni crescenti tra il ceo John Cyran e il potente presidente Paul Achleitner. I due manager, a dirla tutta, non sono mai andati un granché d’accordo. Visioni strategiche diverse, si è vociferato in ambienti Deutsche Bank. Nelle ultime settimane c’è stato un peggioramento della situazione, con la conclusione che uno dei due era di troppo.

In realtà c’è una ragione di fondo a tutto questo. A Cryan si imputa infatti l’ormai terzo anno consecutivo con bilancio in rosso e con un titolo oberato nelle quotazioni dai timori di ulteriori difficoltà. All’ad inglese sono pure contestati il rapporto col colosso cinese Hna, uno dei maggiori investitori, pure esso in difficoltà, e la politica di pesanti tagli del personale Db in tutto il mondo, compresa l’Italia. Il tutto a dispetto dell’aumento di capitale da 8 miliardi nel 2017.

Lo scorso anno la principale banca tedesca ha registrato un risultato netto negativo per 512 milioni di euro a causa degli effetti fiscali negativi, del calo dei ricavi e dei costi di ristrutturazione. Nel solo quarto trimestre il rosso è salito a 2,18 miliardi a causa di 1,4 miliardi di euro di oneri legati alla riforma fiscale Usa, rispetto agli 1,89 miliardi dello stesso periodo 2016. Senza di questi il 2017 si sarebbe chiuso in utile per 900 milioni.

Il problema, però, è che i ricavi complessivi degli ultimi tre mesi dello scorso anno sono scesi del 19% a 5,71 miliardi, mentre gli analisti si aspettavano 6,17 miliardi, per via del risultato delle attività di corporate e investment bank le cui entrate sono diminuite del 16% a 2,73 miliardi. Di qui la richiesta di far cadere qualche testa, ovvero quella del manager britannico.

Pochi giorni fa aveva contattato Richard Gnodde, senior executive di Goldman Sachs, il quale però, al momento, sembra aver declinato l’offerta. Ma l’istituto tedesco avrebbe sondato soprattutto l’attuale numero uno di Unicredit, Jean Pierre Mustier, alla guida della banca italiana solo da un anno, già ventilato in gennaio e che ha suo tempo aveva già fatto capire di preferire il gruppo con sede a Milano. Fra altri papabili si è parlato dell’ad di Standard, Bill Winter, ma non solo.

A frenare l’ipotesi Mustier alla guida della banca tedesca c’è però il parere negativo degli analisti di banca Imi, che non vedono di buon occhio un’uscita anzitempo del manager francese, proprio mentre è impegnato nel rilancio dell’istituto italiano: “Il mercato reagirebbe negativamente, perché Mustier è il punto di riferimento della ristrutturazione in atto”, hanno scritto.

Tornando alla girandola dei nomi in lizza, si penserebbe anche al presidente di Ubs Axel Weber, già a capo della Bundesbank, e perfino a una soluzione interna a Deutsche, promuovendo alla poltrona di ad il nuovo direttore finanziario James Von Moltke, che è entrato nel gruppo appena un anno fa provenendo da Citigroup.

Ma cosa dice la diretta interessata, Angela Merkel (nella foto), visto che si tratta della maggiore banca teutonica? In realtà, poco o nulla. “Deutsche Bank è un’impresa privata e non abbiamo nulla da commentare”. Più loquace ed esplicito l’economista socialdemocratico Bernd Westphal: “Il management della Deutsche Bank deve fare il suo lavoro. Chi riceve 2,3 miliardi di bonus deve anche dare risultati. Le questioni relative al personale non chiarite richiedono un management lucido e professionalità. Questo è quel che la politica può aspettarsi dalla Deutsche Bank”. Un invito a lasciare piuttosto chiaro.

 

Perché c’è il pesce d’aprile?

il post.it 1 aprile 2018

L’antica storia del “giorno degli scherzi”, con dentro l’equinozio di primavera, il cambio del calendario nel XVI secolo e il primo dell’anno

 (AP Photo/Anupam Nath)

Oggi è il giorno del cosiddetto “Pesce d’aprile”, l’espressione con cui tradizionalmente chiamiamo lo scherzo che si fa il primo giorno di aprile, che quest’anno coincide anche con la Pasqua. Nella maggior parte delle culture antiche, nello stesso periodo del nostro “pesce d’aprile”, si tenevano riti o feste di “rinascita” per festeggiare la fine della stagione invernale e l’inizio della stagione primaverile, feste a cui il “giorno degli scherzi” sembra collegato.

L’Encyclopædia Britannica individua alcune possibili origini di questa tradizione in quella romana e in quella indiana. Nell’antica Roma la fine di marzo era il periodo delle feste di Hilaria – in onore della dea Cibele, la “grande madre”, dea della terra – che avevano il loro culmine il 25 marzo, giorno dedicato ai festeggiamenti per la resurrezione del dio Attis, mentre la tradizione indiana alla fine del mese di marzo celebrava la festa di Holi, conosciuta anche come festa dei colori. Entrambe le feste sancivano il passaggio dall’inverno alla primavera, festeggiandolo come una rinascita.

 

Il rito contemporaneo dello scherzo del primo aprile potrebbe avere origine, secondo l’Encyclopædia Britannica, in Francia nella seconda metà del Cinquecento, quando l’editto di Roussillion (1564) prima e poi l’applicazione del calendario gregoriano (1582), spostarono le celebrazioni per l’inizio dell’anno dal 25 marzo del calendario giuliano al 1 gennaio. Dopo l’introduzione del nuovo calendario, chi continuò a festeggiare la fine dell’anno durante l’ultima settimana di marzo veniva considerato uno stupido e fatto oggetto di scherzi.

Ma il primo aprile come “giorno degli scherzi” sembra avere un collegamento con il primo giorno dell’anno anche da molto prima del XVI secolo: in Iran, il primo giorno del nuovo anno cade sempre l’1 o il 2 aprile, e farsi scherzi durante questa festa è una tradizione che sembra attestata già diversi secoli prima di Cristo. Gli antichi romani festeggiavano poi, negli ultimi giorni dell’anno, i Saturnalia, una festa di diversi giorni collegata al culto del Sole in cui, temporaneamente, gli schiavi si sedevano a tavola per essere serviti dai padroni, in un’atmosfera di festa in cui anche il gioco d’azzardo era eccezionalmente permesso.

(La linea del Post sui pesci d’aprile)

Nella tradizione anglosassone si fa riferimento a questa data come al “giorno delle prese in giro” o “degli sciocchi” (April Fools’ day). In Scozia il primo aprile si chiama il Gowkie Day, alludendo alla stupidità, ma anche alla licenziosità sessuale. In Italia e in Francia, invece, il primo aprile è chiamato “pesce d’aprile” – “poisson d’avril” in francese. Questo riferimento ai pesci per indicare gli scherzi che vengono fatti oggi ha origini incerte.

L’Encyclopædia Britannica ipotizza un legame tra la stupidità di chi viene preso di mira e la facilità con cui si fanno prendere alcuni pesci e cita la tradizione francese, ma anche italiana, che vuole che tra bambini e compagni di scuola si attacchino piccoli pesci ritagliati sulla schiena delle vittime. Per altri invece questo accostamento tra gli scherzi del primo aprile e i pesci deriverebbe dall’uscita del Sole dalla costellazione dei Pesci, che avviene alla fine di marzo. In Spagna e in diversi paesi dell’America Latina, il giorno tradizionalmente destinato agli scherzi è il 28 dicembre, festività cristiana dei Santi Innocenti.