Anche i tedeschi hanno i loro grattacapi con le banche. Il caso Deutsche Bank

Gianluca Zapponini formiche.net 1 aprile 2018

Anche i tedeschi hanno i loro grattacapi con le banche. Il caso Deutsche Bank

Giorni difficili per la prima banca tedesca. Il ceo Cyran sulla graticola per i mancati traguardi. Merkel in silenzio

Il terremoto, seppur di magnitudo non altissima c’è stato. Deutsche Bank, prima banca tedesca, sta vivendo giorni di grande nervosismo al proprio vertice. Colpa delle tensioni crescenti tra il ceo John Cyran e il potente presidente Paul Achleitner. I due manager, a dirla tutta, non sono mai andati un granché d’accordo. Visioni strategiche diverse, si è vociferato in ambienti Deutsche Bank. Nelle ultime settimane c’è stato un peggioramento della situazione, con la conclusione che uno dei due era di troppo.

In realtà c’è una ragione di fondo a tutto questo. A Cryan si imputa infatti l’ormai terzo anno consecutivo con bilancio in rosso e con un titolo oberato nelle quotazioni dai timori di ulteriori difficoltà. All’ad inglese sono pure contestati il rapporto col colosso cinese Hna, uno dei maggiori investitori, pure esso in difficoltà, e la politica di pesanti tagli del personale Db in tutto il mondo, compresa l’Italia. Il tutto a dispetto dell’aumento di capitale da 8 miliardi nel 2017.

Lo scorso anno la principale banca tedesca ha registrato un risultato netto negativo per 512 milioni di euro a causa degli effetti fiscali negativi, del calo dei ricavi e dei costi di ristrutturazione. Nel solo quarto trimestre il rosso è salito a 2,18 miliardi a causa di 1,4 miliardi di euro di oneri legati alla riforma fiscale Usa, rispetto agli 1,89 miliardi dello stesso periodo 2016. Senza di questi il 2017 si sarebbe chiuso in utile per 900 milioni.

Il problema, però, è che i ricavi complessivi degli ultimi tre mesi dello scorso anno sono scesi del 19% a 5,71 miliardi, mentre gli analisti si aspettavano 6,17 miliardi, per via del risultato delle attività di corporate e investment bank le cui entrate sono diminuite del 16% a 2,73 miliardi. Di qui la richiesta di far cadere qualche testa, ovvero quella del manager britannico.

Pochi giorni fa aveva contattato Richard Gnodde, senior executive di Goldman Sachs, il quale però, al momento, sembra aver declinato l’offerta. Ma l’istituto tedesco avrebbe sondato soprattutto l’attuale numero uno di Unicredit, Jean Pierre Mustier, alla guida della banca italiana solo da un anno, già ventilato in gennaio e che ha suo tempo aveva già fatto capire di preferire il gruppo con sede a Milano. Fra altri papabili si è parlato dell’ad di Standard, Bill Winter, ma non solo.

A frenare l’ipotesi Mustier alla guida della banca tedesca c’è però il parere negativo degli analisti di banca Imi, che non vedono di buon occhio un’uscita anzitempo del manager francese, proprio mentre è impegnato nel rilancio dell’istituto italiano: “Il mercato reagirebbe negativamente, perché Mustier è il punto di riferimento della ristrutturazione in atto”, hanno scritto.

Tornando alla girandola dei nomi in lizza, si penserebbe anche al presidente di Ubs Axel Weber, già a capo della Bundesbank, e perfino a una soluzione interna a Deutsche, promuovendo alla poltrona di ad il nuovo direttore finanziario James Von Moltke, che è entrato nel gruppo appena un anno fa provenendo da Citigroup.

Ma cosa dice la diretta interessata, Angela Merkel (nella foto), visto che si tratta della maggiore banca teutonica? In realtà, poco o nulla. “Deutsche Bank è un’impresa privata e non abbiamo nulla da commentare”. Più loquace ed esplicito l’economista socialdemocratico Bernd Westphal: “Il management della Deutsche Bank deve fare il suo lavoro. Chi riceve 2,3 miliardi di bonus deve anche dare risultati. Le questioni relative al personale non chiarite richiedono un management lucido e professionalità. Questo è quel che la politica può aspettarsi dalla Deutsche Bank”. Un invito a lasciare piuttosto chiaro.