“€SPORTA O MORIRAI” RINFACCIATO NEL COUNTRY REPORT! “ACCETTARE QUESTO STRANO AGGIUSTAMENTO E’ STATA UNA FOLLIA”?

http://orizzonte48.blogspot.it/ 2 aprile 2018

Risultati immagini per pasquetta 2018
Poi l’Italia brucia e i viadotti crollano? Accettate virilmente…
1. Un “memorandum” per Pasquetta; una ricorrenza che trascorre, non dico placidamente (dipende dal grado di autonomia di pensiero del singolo rispetto alle ossessive manipolazioni del mainstream mediatico-istituzionale) ma perlomeno in uno stato di quiete.
Esaminiamo perciò, in quieto raccoglimento, alcuni dei dati sull’economia italiana “in breve”offerti dal più recente studio di tale serie compiuto dalla Banca d’Italia: per alcuni potrà risultare una lettura rilassante, in quanto pienamente confermativa delle priorità che un prossimo governo dovrà tentare di affrontare, con auspicabili cambiamenti intelligenti di politiche economico-fiscali.
2. Sceglierò, perciò, pochi dati indicativi, perché eloquenti nel senso appena auspicato.
Anzitutto, cominciamo dall’andamento del PIL scomposto nelle principali componenti della domanda (e già questo rammenta che la domanda – che include la spesa pubblica– è l’aggregato che rappresenta il reddito, ovverosia la capacità di spesa effettuata, prodotto nel Paese):
 
3. Si può immediatamente notare come la famosa ripresa (fattoide ormai abbandonato in fase post-elettorale, in favore del rinverdito allarme per la tenuta dei conti fiscali e per il debito pubblico-fatepr€sto!abbia appena riportato il livello dei consumi delle famiglie non a quello del 2007, cioè pre-crisi, ma appena a quello dell’inizio del 2012
Cioè relativo all’epoca in cui il combinato delle manovre di Tremonti (iniziate peraltro già nell’estate del 2010 sul versante della spesa pubblica strutturale), insieme con quelle di Monti (legge Fornero e patrimoniale sulle prime case incluse), aveva riportato l’Italia in unarecessione dalla quale era già uscita nel 2010
Per consumi e investimenti, ma anche per le esportazioni, quell’iniziale fragile ripresa del PIL (e dell’occupazione) si può riconoscere nel tracciato soprastante: mancava però, appunto, ladrastica contrazione indotta delle importazioni che, come ci dice pure Draghi parlando dell’aggiustamento dentro l’eurozona, si può ottenere solo, come disse Monti, con la sua più brutale schiettezza, “distruggendo la domanda interna” (qui, p.10). Cioè, piombando nella caduta verticale che emerge chiaramente dal grafico, sia i consumi – che inizieranno una lenta e ondivaga ripresa solo nella seconda parte del 2014, che, soprattutto, gli investimenti.
L’andamento di questi ultimi, si noti bene (a prescindere dal concomitante calo forzoso delle “importazioni”) scende mentre, sempre nello stesso periodo che va dall’inizio 2012 alla seconda parte del 2014, le esportazioni salgono (non in modo spettacolare, inizialmente, ma prendendo l’abbrivio nel corso del 2013).
4. Cosa stava accadendo? L’aggiustamento stava funzionando nel suo modo peculiare, tanto amato dai sostenitori post-litteram (keynesiana e, soprattutto, costituzionale) del gold standard
E ha funzionato contraendo repentinamente la struttura stessa del capitale; diminuisce la produzione industriale ad un tale livello che fallimenti e disoccupazione vengono acutizzati, in modo del tutto pro-ciclico, sacrificando il benessere e le speranze di lavoro dignitoso di intere generazioni di italiani.
Ora, questo aggiustamento pro-ciclico, svolto nella selezione schumpeteriana degli alberi nella forestanon è evidentemente piaciuto alla massa degli elettori, in quanto lavoratori che perdono il lavoro o se lo vedono precarizzare, mentre si tagliano pensioni e sanità pubbliche,e neppure alla grande maggioranza dei piccoli e medi imprenditori, sostanzialmente falcidiati dalla corsa alla sopravvivenza export-led – popolo italiano, o tedesco che sia, “esporta o muori!”-, ma certamente è piaciuto alla grande impresa “internazionalizzata” che, nel frattempo, sempre più, passava nel controllo azionario di mani straniere. Il che costituisce un debole richiamo al consenso elettorale…
(Rammentiamo che la parallela esortazione di Hitler al popolo tedesco si accompagnò al fatto che il nazismo non rinunciò mai al gold-standard, esattamente come l’Italia mussoliniana).
5. E lo si può vedere dal sottostante ulteriore grafico Bankitalia. dove la “fiducia” che porta a una certa ripresa degli investimenti lordi non implica una corrispondente crescita complessiva della produzione industriale. 
Si badi bene: s’è trattato, evidentemente, di una propensione alla mera ricostituzione di capitale fisico da sostituire, in vista del mantenimento della produzione (solo) esportativa, in luogo della chiusura (darwinistica) che continuava a incombere su tutti gli altri. Una “fiducia” che anticipa, già nel 2013, la vera e propria ripresa (ma sempre moderata) di investimenti e consumi (del 2014). 
L’andamento della produzione industriale che ne consegue, perciò, non registra certo un incremento spettacolare, anzi; a malapena, ad oggi, siamo ai livelli del “fatidico” inizio del 2012; segno che la riduzione della capacità industriale si struttura sulla nuova linea della compressione della domanda interna, mentre la fiducia cresce in divergenza dalla stessa produzione industriale, segno che i soggetti che esprimono questa fiducia coincidono con isopravvissuti nella foresta e non con la platea complessiva degli imprenditori che, prima della crisi, potevano credere di appartenere ad…un’unitaria categoria contrassegnata da interessi omogenei:
 
5.1. Da rimarcare ancora e a conferma: la produzione industriale, allo stato attuale, è appena tornata ai livelli dell’inizio 2012, segno che, dopo circa 6 anni, la deindustrializzazione ha lasciato il suo retaggio strutturale esattamente come voluto. Sull’aumento delle esportazioni lasciamo la parola (e che parola! Come vedremo…) al Country Report appena sfornato dalla Commissione…
6. Molti altri dati, possono essere considerati, con un minimo di ragionevolezza, e conoscendo i caposaldi della dottrina politico-filosofica del neo-liberismo imposto ai paesi dell’eurozona, nel perfetto schema dell’ordine internazionale del mercato. 
E questi dati, specie sull’andamento della spesa pubblica in termini reali, nei settori più nevralgici per la qualità di vita dei cittadini-elettori, li trovate, oltre che nello studio di Bankitalia, anche in questo del Senato, che tiene conto dell’ultima nota di aggiornamento al Def: alcuni dati sono impressionanti, per un lettore dotato di normale senso comune e ordinarie competenze economiche, circa la correlazione tra prolungata contrazione della spesa pubblica, in termini reali e anche nominali, e salute o tenuta del territorio nelle sue più fondamentali infrastrutture di prevalente interesse generale. Come quelli che trovate nella figura 15 dello studio da ultimo linkato, e che dipingono icasticamente (sempre per chi è dotato di buon senso) il futuro di tante categorie di cittadini e lavoratori, come, esemplificando, i pendolari – sempre più precarizzati- che dovranno usare ferrovie e viabilità pubblica senza rischiare la vita…
7. Un addendum conclusivo, però, merita di essere compiuto: Bankitalia ci fornisce l’andamento della posizione patrimoniale netta sull’estero e delle partite correnti della bilancia dei pagamenti:
Nota a margine dell’andamento delle partite correnti: la deflazione salariale da aggiustamento fiscale “giova” alle esportazioni (di merci); ma, naturalmente, non al volume complessivo della coeva produzione industriale, come abbiamo visto e, appunto, dimostra uno stato di salute industriale vitale solo nelle esportazioni.
Il QE di Draghi, a sua volta, ha giovato un pochino al saldo della partita dei “redditi primari” (rimesse dei lavoratori italiani all’estero e compensi dal capitale nazionale investito sempre all’estero; v. poi Country Report della Commissione Ue per il 2018) mentre rimane in deficit e quasi invariata la voce dei “redditi secondari”: puri trasferimenti senza contropartita:pensioni dello Stato italiano erogate a non residenti, aiuti internazionali vari – tra cui anche le missioni militari e navali all’estero, di ogni tipo-, e, last but not least, il sistematico trasferimento di risorse all’Ue, in qualità di contributori netti al suo bilancio.
8. La PNE, per suo conto, risulta, allo stato, inferiore al 10% su PIL; e persino l’ultimo Country Report della Commissione Ue, sull’Italia, dà atto che sia solo “lievemente negativa”: e ci mancherebbe. 
In questo recente paper, infatti, Eurostat, prende atto (senza fare stranamente un classifica) che l’Italia, entro l’eurozona, sta messa certamente meglio di quasi tutti gli altri paesi-membri (…virtuosi? Si vedano, in primis, l’Irlanda, ma anche la Spagna-facciamocome e il Portogallo…), inclusa la Francia (che, pure, può effettuare sistematicamente IDE a credito bancario nazionale politicamente illimitato), e con la sola (ovvia) eccezione di Germania-Olanda-Lussemburgo-Austria e di qualche altro paradiso fiscale societario…
Empiricamente: una forte posizione debitoria patrimoniale corrisponde anche ad una costante ricattabilità di un’economia nazionale, e delle sue istituzioni formalmente democratiche, da parte degli investitori esteri che possono ritirare i capitali se insoddisfatti delle condizioni istituzionali da loro auspicate, e imporre una forte austerità fiscale deflattiva a loro conveniente, che conduce, a sua volta, all’aumento di salvataggi bancari pubblici da insolvenze diffuse nonché all’aumento parallelo della spesa pubblica per varie forme di stabilizzatori automatici per la disoccupazione-precarizzazione, funzionali al costo del lavoro ritenuto “competitivo”. 
E questo dà luogo ad aumento dei deficit pubblici del paese in posizione negativa, simultaneo al drenaggio di liquidità, con conseguente ricorso crescente, e a tassi sempre più alti, del collocamento del debito pubblico sui “mercati”.
10. Il Country Report (pag. 10), peraltro, sottolinea una prospettiva curiosa e quasi sorprendente (almeno per la linea tenuta dall’Italia dal 2011 in esecuzione dell’euro-aggiustamento deindustrializzante e esterocontrollato, quanto alle politiche di crescita “export-led only”). 
Ve lo riporto perché suscita un certo stupore (sia pure dovendo essere contestualizzato): 
11. Tra l’ultima frase (“l’avanzo delle partite correnti rimane superiore al livello suggerito dai fondamentali (+ 0.5% del PIL), il che è in contrasto con un disavanzo dello 0,2% che sarebbe sufficiente per mantenere stabile la posizione patrimoniale sull’estero dell’Italia“) e la nota 8(“il saldo delle partite correnti corretto per il ciclo (o saldo sottostante) in percentuale del PIL è il saldo delle partite correnti che prevarrebbe se l’economia nazionale i suoi maggiori 42 partner commerciali si trovassero al loro PIL potenziale…”), si assiste all’€spressione di un ossimoro ideologico
Ma allora, visto che il vincolo esterno può anche essere visto in modo Kaldoriano, alla Germania e all’Olanda cosa dovrebbe essere detto? Anzi: prescritto (e sanzionato veramente)?
L’effetto di un invito a essere meno export-led mentre, (nello stesso Report!), si predica il pareggio di bilancio (cfr; pagg. 20 e ss, dove i tagli strutturali della spesa pubblica sono giustificati per il…bene della “produttività”) per rispettare la “regola del debito” pubblico, risulta quasi comico, se non fosse tragico: cioè cornuti e mazziati. Ad personam, però… 
 

MESSINA FOR PRESIDENT – L’AD DI BANCA INTESA ANNUNCIA IL SUO PROGRAMMA DI GOVERNO: LOTTA AL DEBITO PUBBLICO ED ALLA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE, SOPRATTUTTO AL SUD – L’ISTITUTO OFFRE 10 MILA PASTI AL GIORNO E 3 MILA POSTI LETTO – L’ANALISI DEL VOTO: HA VINTO CHI HA OFFERTO “CRESCITA PIU’ EQUA E MAGGIORE SICUREZZA”

dagospia.com 2 aprile 2018

Dario Di Vico per il Corriere della Sera

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

 

IntesaSanpaolo ha deciso di finanziare direttamente la lotta contro la povertà offrendo 10 mila pasti al giorno, 3 mila posti letto e aiuti per l’ acquisto di medicine. L’ annuncio a sorpresa è venuto ieri dall’ amministratore delegato Carlo Messina che l’ ha spiegato così: «Siamo un’ istituzione e non solo una banca e vogliamo essere vicini a chi ha bisogno».

 

L’ Italia sta conoscendo una buona ripresa economica che però non copre tutta la società e così convivono l’ eccellenza di chi esporta e il disagio dei ceti più poveri. Da qui il doppio binario di IntesaSanpaolo. Messina, infatti, difende a spada tratta l’ Italia, «un Paese forte», e non ha timore a paragonarne i fondamentali a quelli di Francia e Germania. Annuncia che la banca erogherà 250 miliardi di credito in 4 anni per sostenere il sistema delle imprese ma chiede anche a chi andrà a governare di avere due priorità: «La riduzione del debito pubblico e la lotta alla disoccupazione giovanile, specie nel Sud».

 

dormitorio senzatettoDORMITORIO SENZATETTO

Il giudizio del ceo di Intesa sul terremoto elettorale del 4 marzo è riassumibile così: «Il trend è europeo e si è manifestato anche in Italia. Si sono spostati i pesi verso le forze politiche che hanno interpretato meglio le richieste di crescita più equa e di maggiore sicurezza». Quanto alle difficoltà di formare il governo Messina ha buttato acqua sul fuoco («anche i tedeschi ci hanno messo sei mesi») ma ci ha tenuto a ribadire che «uscire dall’ euro è semplicemente inimmaginabile». Non c’ è solo la vivacità delle imprese a rappresentare un valore di fondo per l’ Italia ma anche l’ elevato stock di risparmio privato («ben sei trilioni di euro al cospetto di due trilioni di debito»).

 

DisoccupatoDISOCCUPATO

Infine il sistema bancario che «non sta peggio degli altri Paesi e i supervisori europei dovrebbero guardare anche ai rischi delle banche spagnole, tedesche e francesi». Il secondo binario di IntesaSanpaolo porta a farsi carico direttamente della riduzione delle disuguaglianze e a puntare addirittura ad essere «la prima banca impact bank al mondo». Secondo Messina la società italiana ha bisogno di essere ricucita e gli squilibri vanno combattuti con l’ obiettivo di «portare a bordo quelle fasce sociali che non hanno avuto benefici dalla ripresa».

L’ELENCO DELLA TASSE SUGGERITE DAL FONDO MONETARIO (ANCHE SE I DATI SUGGERIREBBERO UNA POLITICA OPPOSTA)

 scenarieconomici.it 2 aprile 2018

Cari amici,

una decina di giorni fa sono giunti i suggerimenti del Fondo Monetario Internazionale. Infarciti di dati  anche interessanti , sembrano però scritti direttamente dalla Commissione Europea. Ricordiamo che la signora Lagarde è stata spinta da Sarkozy alla guida del FMI e, come ha mostrato il caso Grecia, non è stato in grado di mostrare una propria autonomia, almeno sino a quando i risultati economici disastrosi non sono stati evidenti, ma nonostante ciò guadagna 550 mila dollari annui esentasse …

Scusatemi, ma io valgo ognuno dei 550 mila dollari esentasse che guadagno, le tasse sono per i poveri che possono pagarli. Tra l’altro loro posso mangiare torte. 

 

Come notato perfino dai loro uffici interni si sono utilizzati giri di parole come “Specificità europea” per riuscire a giustificare politiche economiche che , altrimenti, non sarebbero state mai implementate.

Non vorrei qui fare un’analisi approfondita dei dati FMI, ma vorrei mettere in luce un paio di grafici interssanti:

Qui viene confrontata la  crescita della produttività dei fattori produttivi e la crescita del PIL. L’Italia ha bassi entrambi gli elementi, con addirittura una diminuzione della produttività . Ora da to che non  credo che gli italiani siano diventati pigri da un momento all’altro, mi sa che ci sia , al contrario di quanto dicano i soliti disturbatori radiofonici, un problema non di offerta , ma di domanda, colossale: la capacità produttiva nazionale è talmente sottoutilizzata da mostrare un’inefficienza. Bisognerebbe aumentare l’utilizzo degli impianti, ma nessuna politica che venga proposta dal FMI o dalla UE va in questa direzione.

Ora che cosa soggerisce invece il FMI: Tasse e tagli.

a) Sotto la scusa di una “Ridefinizione delle aliquote, soprattutto le più basse” un innalzamento dell’IVA. Praticamente si vogliono eliminare le aliquote agevolate al 4% ed al 12% ed innalzare tutto al 22%. In questo modo si assicurano entrate extra , ma a quale prezzo ?

  • una stretta sui consumi, perchè qualsiasi aumento delle imposte indirette li verrà a ridurre;
  • una stretta socialmente regressiva, perchè le aliquote agevolate sono, non casualmente, su beni di largo consumo necessari soprattutto per chi ha redditi più bassi.

b) L’eliminazione dei crediti fiscali , sia di carattere sanitario, sia sugli interessi dei mutui. Questo significa:

  • una bella manovra antisociale, eliminando anche quel poco di detraibilità rimasta per le spese sanitarie:
  • un ulteriore colpo al mercato immobiliare, tra l’altro quello delle famiglie che cercano la prima casa.

c) Risistemazione delle pensioni con :

  • eliminazione della quattordicesima, appena introdotta;
  • forti limiti alla reversibilità;
  • equiparazione dei lavoratori autonomi ai dipendenti, per quanto riguarda i contributi, con un forte appesantimento contributivo per i primi.

Cioè l’ennesima manovra depressiva ed antisociale.

I consiglio del FMI sono banali: più investimenti e più incentivi per la ricerca e sviluppo. Parliamoci chiaro: perchè bisognerebbe investire o fare ricerca e sviluppo in un paese che punisce i consumi interni? La domanda genera l’offerta, soprattutto se questa è incentivata, ma qui si pensa solo a deprimere la domanda ancora di più tramite un incremento della pressione fiscale indiretta ed un calo dei trasferimenti. Un’operazione incredibilmente antisociale, ed economicamente illogica, ma che ci si può fare: questa è la politica europea, riflessa da certi enti internazionali.

Atac e il favore di Raggi alle banche creditrici

Massimo Solani il foglio.it 1 aprile 2018

Le carte al vaglio dei pm. Fu la giunta ad autorizzare i pagamenti quando l’azienda insolvente si avviava al concordato

Atac e il favore di Raggi alle banche creditrici

Virginia Raggi (foto LaPresse)

Ora che le carte su quei pagamenti milionari alle banche sono stati inviati dai giudici del Tribunale Fallimentare di Roma al pubblico ministero Alessia Miele, titolare del fascicolo sui rapporti fra Bnl e Atac e sulle pressioni che il dirigente dell’istituto di credito Giuseppe Pignataro avrebbe fatto per scongiurare la richiesta di concordato dell’azienda dei trasporti, in molti negli uffici del Campidoglio e in quelli della municipalizzata hanno iniziato ad aver paura.

“Prescindendo da qualsiasi riflessione circa la possibile illiceità degli stessi”, è infatti scritto nel decreto del Tribunale dove raccogliendo anche il parere favorevole della procura si ipotizza addirittura la possibilità di revocare quei pagamenti che hanno permesso alle banche di rientrare di buona parte dei propri crediti nei giorni immediatamente precedenti all’avvio della procedura di concordato. Un trattamento che, di fatto, avrebbe quindi permesso agli istituti di essere trattati come creditori privilegiati pur non avendone il diritto e che di conseguenza potrebbe configurarsi come una violazione della legge fallimentare della quale qualcuno sarebbe chiamato a rispondere in un’aula di tribunale. Già, ma chi?

I vertici dell’Atac che si sono affrettati a spiegare che “i rimborsi sono avvenuti nei mesi anteriori alla presentazione del ricorso, tramite meccanismi di rimborso automatico previsti in contratti stipulati negli anni precedenti  anteriormente all’ingresso dell’attuale Consiglio di Amministrazione”? O anche i vertici capitolini, sindaco Virginia Raggi in testa, che a quell’accordo siglato il 9 maggio scorso dall’allora amministratore unico Manuel Fantasia hanno dato il via libera quando l’ipotesi del concordato era già sul tavolo?

Per capire infatti qual è stato il percorso che ha portato a quella firma occorre fare due passi indietro. Il primo fino al 12 ottobre del 2016 quando la giunta capitolina approvò il piano di rientro di Atac nei confronti del Comune, posticipando da luglio 2017 a gennaio 2019 il termine per l’inizio dei pagamenti della rateizzazione del debito da 429 milioni di euro. “Ci permetterà di ricontrattare il debito di Atac con le banche in scadenza al 16 ottobre 2016 – spiegava l’assessora alla Città in movimento Linda Meleo – Quelle risorse potranno essere dirottate alle banche per liquidare il prestito per un piano di ammortamento con chiusura al 2019”.

Forte di questo atto di “indirizzo politico”, e siamo a primavera 2017, Fantasia prova a chiudere l’accordo con gli istituti di credito ma davanti al notaio serve un’altra e ben più solida garanzia. Così, il 27 aprile la giunta capitolina approva la deliberazione numero 80 con oggetto “Determinazioni di Roma Capitale in ordine agli argomenti iscritti all’Ordine del Giorno dell’Assemblea Ordinaria dei Soci di ATAC S.p.A.”. E’ il via libera che serve a Fantasia per sedersi di nuovo al tavolo con gli istituti bancari e chiudere il 3 maggio l’accordo per rinegoziare il debito e dilazionare in tre anni il pagamento di 167 milioni al costo di altri 5.795.985 euro di soli interessi: 84 milioni 820 mila euro, prevede l’accordo che ricalca quanto approvato dalla giunta una settimana prima, saranno rimborsati nel 2017 dei quali 25.000.000,00 alla data di stipula dell’accordo, 59 milioni 170 mila euro nel 2018, 23 milioni diecimila euro nel 2019.

Così un’azienda già insolvente, con difficoltà di pagamento degli stipendi (il Comune si fece garante ad agosto) e delle fatture per i contratti di manutenzione ordinaria come quelli per l’aria condizionata, si impegnava a versare alle banche circa 8 milioni e mezzo di euro al mese quando già circolava l’idea di accedere al concordato (la domanda sarà presentata in tribunale il 18 settembre). Un impegno gravoso che, sottolineano fonti interne all’Atac è stato fra le cause principali della grave mancanza di liquidità che ha messo in ginocchio l’azienda durante l’estate.

Eppure, scrivono i giudici del Tribunale Fallimentare nel decreto con cui la scorsa settimana hanno duramente contestato il piano di concordato chiedendo profondi cambiamenti, “alla data del 31 agosto 2017 Atac ha rimborsato al ceto bancario l’importo di 55 milioni in linea capitale” senza che “la restituzione sia stata effettuata a fronte di nuove linee di credito”. Regista dell’operazione, si racconta a via Prenestina, è Paolo Simioni: il fedelissimo dell’allora assessore Massimo Colomban, ai tempi assunto da Acea con contratto da 240 mila euro spacchettato in parti uguali con Ama e Atac per guidare il gruppo di lavoro per la riorganizzazione delle partecipate, forse non a caso nominato ai primi di agosto presidente, amministratore delegato e direttore generale dell’azienda capitolina dei trasporti. Un triplice incarico (ma non è il solo, ci sono anche i suoi predecessori) su cui indaga la procura romana.

Ora però quell’accordo “di favore” con le banche è uno degli argomenti con cui i giudici del Tribunale Fallimentare Antonino La Malfa, Lucia Odello e Luigi Argan hanno di fatto bocciato il piano concordatario dando all’Atac settanta giorni di tempo (l’udienza è stata fissata per il 30 maggio) per rivedere radicalmente un progetto costato quattro mesi di lavoro e 12 milioni di euro di parcelle dei consulenti.

Nonostante il conto salato, però, per i giudici quello depositato in Tribunale è un piano “inidoneo”, infarcito di progetti generici, perizie superficiali e soluzioni di efficientamento dei servizi a dir poco approssimative. Per questo in Campidoglio la Raggi ha riunito attorno a sé una sorta di task force per provare a rimediare e sventare il rischio di una bocciatura definitiva che porterebbe Atac al fallimento e il trasporto pubblico romano al collasso.

LE BANCHE CENTRALI DI LIBIA, TUNISIA E ALGERIA INSIEME CONTRO IL FINANZIAMENTO AL TERRORISMO

Vanessa Tomassin notiziegeopolitiche.net 2 aprile 2018

 

 

I governatori delle banche centrali di Libia, Tunisia e Algeria si sono incontrati ad Algeri per discutere su come coordinarsi e rafforzare la cooperazione nella lotta al finanziamento del terrorismo e crimini finanziari. All’incontro nella capitale algerina hanno partecipato Saddek Omar Ali Elkaber, governatore della Libyan Central Bank, Marwan Abbassi, governatore della Banca Centrale di Tunisia e Mohamed Lukal, governatore della Banca Centrale dell’Algeria. A controllare che il terrorismo non venga sovvenzionato attraverso attività illecite e per contrastare il riciclaggio di denaro ci pensa il Gruppo d’Azione Finanziaria Internazionale (GAFI), meglio noto con l’acronimo inglese FATF, che sta per Financial Action Task Force. Il GAFI rappresenta infatti il principale organismo internazionale attivo nel contrasto del riciclaggio, del finanziamento al terrorismo e della proliferazione delle armi di distruzione di massa, con la predisposizione delle cosiddette “40 Raccomandazioni”, un set di standard internazionali da rispettare da ciascuna banca nazionale alle quali nel 2001, in seguito agli attacchi terroristici dell’11 settembre a New York, si sono aggiunte 9 raccomandazioni speciali in materia di contrasto al finanziamento del terrorismo internazionale. Le linee guida proposte prevedono: attuare le convenzioni internazionali pertinenti, criminalizzare il riciclaggio di denaro e consentire alle autorità di confiscare i proventi del riciclaggio di denaro, implementare la due diligence dei clienti, come la verifica dell’identità, la tenuta dei registri e i requisiti di segnalazione delle operazioni sospette per gli istituti finanziari e le attività e le professioni non finanziarie designate (comprese le organizzazioni no-profit), stabilire un’unità di informazione finanziaria per ricevere e diffondere rapporti sulle transazioni sospette, e cooperare a livello internazionale nell’indagare e perseguire il riciclaggio di denaro. Oltre alle raccomandazioni “40+9”, nel 2000 il FATF ha pubblicato una lista di “Paesi o territori non cooperativi “, comunemente denominata lista nera del FATF che indica le giurisdizioni ritenute non collaborative, qualora si manifesti la mancanza di volontà o incapacità, a volte anche giuridica, di fornire ai funzionari delle forze dell’ordine straniere informazioni relative al conto bancario, ai record di intermediazione o l’identificazione del cliente o la proprietà di utili relativi a tali conti bancari e di intermediazione. La Libia è stata rimossa dalla lista il 20 febbraio 2018 e continua ad essere seriamente interessata coi paesi vicini a portare avanti la battaglia contro il terrorismo, non solo sul piano militare, ma anche su quello economico nonostante le sfide che attagliano l’ex colonia italica dal 2011.

La Bce all’assalto delle banche del territorio? Attenzione alla nuova mossa di Draghi sui crediti deteriorati

MAURIZIO PAGLIASSOTTI diariodelweb.it 2 aprile 2018

La crisi indotta del settore finanziario nella fase più acuta: tutto finisce sul mercato, all’asta. Il caso italiano

Il presidente della Bce Mario Draghi
Il presidente della Bce Mario Draghi (ARNE DEDERT/DPA

BRUXELLES – La crisi provocata dal settore finanziario comincia, a dieci anni di distanza dalla sua origine, ad essere più chiara. Il tonfo della grande finanza, uscita indenne, altro non è stato che un processo per distruggere il settore creditizio medio-piccolo. Un processo nato, probabilmente, per ragioni endogene, ma che oggi sta trovando la sua piena espressione nelle nuove regole emanate dalla Bce di Mario Draghi, in materia di NPL (Not performing Loans). Le metastasi del tumore si vedono ogni giorno sulle pagine dei quotidiani: decine, centinaia di annunci di immobili in vendita a prezzi stracciati. Ville, appartamenti, terreni, cascine: le aste giudiziarie sono diventate terreno di caccia per chi vuole fare un buon affare. Ovunque sono nate agenzie specializzate nelle aste giudiziarie e interi studi di avvocati, civilisti, stanno offrendo servizi solo in tal senso. La loro densità sul territorio rappresenta l’indicatore economico più genuino e trasparente della realtà: a Torino ad esempio, in alcune zone della città, la presenza massiccia di immobili venduti all’asta ha fatto crollare i prezzi del 70-80 per cento rispetto i valori iniziali. Gli alloggi si possono acquistare, se modesti, con meno di diecimila euro, mentre quelli di lusso, che un tempo valevano anche mezzo milione di euro, oggi si prendono con poco più di centomila euro. Ma è un processo in corso in tutta Italia, evidentemente. Con particolare incidenza laddove la crisi del settore industriale sta colpendo ancora pesantemente. E’ un fenomeno dilagante, che tenderà ad acuirsi. Perché gli immobili, gettati dalle banche sul mercato delle aste giudiziarie, sono l’ultimo tentativo di copertura dei cosiddetti Not Performing Loans, un inglesismo che si traduce nell’alleggerente «crediti deteriorati»: ovvero i prestiti concessi dalle banche a imprese e famiglie e mai più recuperati.

Dati preoccupanti per l’Italia
In linea teorica l’intero settore bancario europeo potrebbe subire la sorte toccata a Monte Paschi Siena. La banca senese, salvata per il rotto della cuffia dallo Stato, come noto è finita sul lastrico per la concessione di prestiti mai più restituiti – miliardi di euro – nonché per una pericolosissima attività specultativa sul mercato secondario dei derivati. La Banca centrale europea ha in questi giorni prodotto uno studio, e gli esiti sono molto preoccupati: gli ispettori dell’istituto di Francoforte hanno rintracciato nel 2017 carenze di capitali e calcoli errati per un valore superiore a 10 miliardi di euro. Lo ha comunicato la BCE nel rapporto annuale. Il documento evidenzia come l’Italia sia uno dei Paesi con i maggiori livelli di incidenza di crediti deteriorati in seno alle banche, anche se risulta uno degli Stati dove questa voce è maggiormente diminuita. Osservando l’ammontare assoluto di NPL, il nostro paese risulta invece primo con 196 miliardi di euro, seguita da Francia (138 miliardi), Spagna (112 miliardi) e Grecia (106 miliardi). Da notare che la Grecia, nonostante la cura da cavallo che ha distrutto la società, non sta riscontrando alcun progresso significativo: segnale evidente che la politica di austerità acuisce la crisi. Cose note, ovviamente volute,.
Assalto alle banche del territorio
Ma quali sono gli istituti che hanno maggiore difficoltà in questo momento? Senza dubbio coloro che verranno travolti dai piani di rientro dei crediti deteriorati sono gli istituti legati al territorio. L’operazione che si intravede sullo sfondo è la distruzione completa della finanza legata al mondo cooperativo, cattolico, in generale di piccole medie dimensioni. La Bce di Mario Draghi ha annunciato le nuove disposizioni inerenti il recupero dei crediti deteriorati: misure che di fatto azzererebbero quasi completamente il settore bancario italiano. La svalutazione, per la Bce, potrà iniziare, per gli Npl garantiti, solo dal terzo anno per un valore pari al 40% del credito, che crescerà al 55% dopo quattro anni di anzianità, al 70% dopo cinque, all’85% al sesto anno e del residuo 15% nel settimo anno. I grandi gruppi bancari quindi, sicuramente non italiani, acquisteranno a prezzo stracciato i crediti deteriorati del settore bancario medio piccolo, di fatto mettendo le mani sulle banche stesse. La sorte per quasi tutti i gruppi bancari che non siano Intesa o Unicredit – per altro quest’ultima non è nemmeno più una banca italiana, e anche la prima è sul viale del tramonto – è essere accorpati, nella migliore delle ipotesi, a maxi gruppi bancari mondiali.

M5s in Europa sulle barricate
Nel corso di un’audizione al Parlamento Europeo, il Presidente del Consiglio della vigilanza unica Bce, Daniele Nouy, rispondendo alle domande dell’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Marco Valli, ha confermato che non è stato condotto alcuno studio d’impatto prima dell’adozione delle nuove disposizioni sugli Npl. “È davvero inconcepibile come un cambiamento così invasivo sulla gestione del credito possa essere adottato senza valutare prima le eventuali ripercussioni negative sui prestiti e sull’economia reale. L’Addendum potrebbe incidere sulla stabilità stessa dei singoli Istituti e sulla tenuta del nostro sistema bancario accelerando le scalate bancarie da parte dei grandi gruppi stranieri. Ma di questo non si è voluto minimamente tener conto”, commenta Marco Valli. “È davvero stupefacente che, mentre si intensifica l’azione della vigilanza contro gli Npl, il problema dell’esposizione in titoli di livello 2 e livello 3 continui a non figurare tra le priorità di supervisione per il 2018. La vigilanza bancaria europea sta sbagliando rotta”, conclude l’europarlamentare del Movimento 5 Stelle.

Arriva anche la finanza islamica
Sullo sfondo, avanza il gigante dei giganti: la finanza islamica, di cui parlammo su queste pagine già tempo addietro in un’inchiesta che fece discutere. Dotata di risorse illimitate, avanza nel nostro paese sull’onda dello stravagante aggettivo «etica»

VACCINI FINALMENTE SI INIZIA AD ARRIVARE ALLA VERITA’.

 scenarieconomici.it 2 aprile 2018

VACCINI FINALMENTE SI INIZIA AD ARRIVARE ALLA VERITA’:
LA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUI VACCINI CHE FINALMENTE, GRAZIE A 2 OTTIMI PARLAMENTARI, HA CONCLUSO I LAVORI PRIMA DELLA FINE DELLA LEGISLATURA (nelle precedenti legislature “CASUALMENTE” non ci riuscivano mai), bravi 5 Stelle.

CONCLUSIONE:
Il bravissimo parlamentare Ivan CATALANO, come il presidente Commissione d’inchiesta Scanu NON SONO STATI RICANDIDATI!
Sintesi conferenza:
1) Militari = figli minori dello stato = LAVORATORI DI SERIE B SENZA UN SINDACATO LIBERO CHE LI DIFENDA IN MODO COLLETTIVO, FACCIA GIUSTIZIA E TUTELI I SINGOLI MILITARI CHE ORA SONO SOLI CONTRO MINISTERO DIFESA E DELLA SANITA’ (A.I.F.A. che dice che tutto è a posto ma poi per dare i dati alla Commissione Parlamentare deve chiederli alle case farmaceutiche, QUINDI I DATI NON LI HA).

2) IL MINISTERO DELLA DIFESA DEVE ESSERE SOTTOPOSTO AGLI STESSI OBBLIGHI DI TUTELA E SICUREZZA SUL LAVORO DEL SETTORE PRIVATO E A GIUDICI DEL LAVORO, MENTRE ORA ANCHE PER MOBBING SI VA DAVANTI AL T.A.R. (che è un tribunale amministrativo e non esperto specificamente in materia), PERCHE’?

3) I vaccini possono procurare danni, VANNO FATTI DOPO ADEGUATE VERIFICHE, uno per volta e c’è da fare un grosso lavoro per renderli “più puliti” e privi di alluminio: come quelli per gli animali domestici! SI PENSA PIU’ ALLA SALUTE DI CANI E GATTI CHE A QUELLA DEI BAMBINI!

4) Non si riesce mai a dare una valutazione seria e scientifica sul tema senza talebanesimo culturale= I VACCINI VANNO BENE COSI’, CHI DICE CHE POSSONO ESSERE DANNOSI E’ UN PERICOLOSO CRIMINALE CHE MINA IL PROFITTO DELLE MULTINAZIONALI DEL FARMACO.

5) Come già appurato e accettato per gli antibiotici i vaccini possono essere pericolosi per le reazioni che possono esserci ai vari componenti.

6) Ma se a ragazzoni di 80 kg nel pieno dello sviluppo e forza fisica non si possono somministrare più di 5 “VACCINI” per volta come si può PENSARE DI SPARARE IN CORPO AD UN NEONATO UN ESAVALENTE (6 patologie in un colpo) IN UN CORPICINO CHE HA MENO DI UN ANNO DI VITA, UN SISTEMA IMMUNITARIO IMMATURO E UN PESO MINIMO 15 VOLTE MINORE?

7) Ribadisco UNA COSA ALLUCINANTE: NELLE VACCINAZIONI ANIMALI I VACCINI SONO “PIU’ PULITI”, IL VETERINARIO SEGUE MOLTE PIU’ PRECAUZIONI PRE-VACCINALI ED E’ PIU’ FACILE OTTENERE RISARCIMENTI!
Per l’uso dell’alluminio, ampiamente presente nei vaccini per “attivare” il sistema immunitario, possono risultare illuminanti le parole del nobel Montagnier:

qui non si parla di non vaccinare ma di cosa si usa per vaccinare e con quali precauzioni per il benessere e la sicurezza dei vaccinati, in particolare del bambini sotto l’anno di vita!!
Per non parlare di questa valente ricercatrice che collabora con le più prestigiose università del mondo.

un curriculum che “rivaleggia” abbondantemente con l’attuale ministra, fortunatamente in scadenza, Lorenzin che nella stessa conferenza spiegava queste interessanti tesi scientifiche:

Come già accaduto per gli effetti collaterali degli antibiotici ormai accertati (in particolare le allergie ai vari principi attivi) e giunta l’ora che il nuovo Ministro DELLA SALUTE PUBBLICA e non più della SANITA’ sempre più a matrice privata con un obiettivo: IL PROFITTO.

Ebbene il nuovo MINISTRO DELLA SALUTE PUBBLICA DEVE ANDARE A FONDO ALLA QUESTIONE VACCINI E FINALMENTE ATTIVARE TUTTE LE MODIFICHE NELLA PRODUZIONE DEGLI STESSI E LE PRECAUZIONI NELLA SOMMINISTRAZIONE PER RIDURRE AL MINIMO POSSIBILE (a livello di capacità tecnologica e scientifica attuale) le reazioni avverse SENZA TENERE IN MINIMO CONTO I MAGGIORI COSTI PER LA SANITA’.
VORRA’ DIRE CHE COMPREREMO QUALCHE CACCIA F35 IN MENO E AVREMO MILITARI, ADULTI E SOPRATTUTTO BAMBINI PIU’ SANI!

Italia libera, equa, sostenibile, sana e soprattutto SOVRANA.

Marco Santero

Una lettera aperta del sindacato all’ad del Banco Bpm Giuseppe Castagna

http://www.firstcisl.it/ 29 marzo 2018

I Coordinamento di First Cisl e delle altre organizzazioni sindacali del Gruppo Banco Bpm hanno indirizzato una lettera aperta all’ammionistratore delegato Giuseppe Castagna manifestando “grande indignazione e sconcerto per le dichiarazioni fatte ieri dall’Azienda durante il Comitato Ristretto. In particolar modo sulle problematiche legate all’applicazione degli accordi sottoscritti il 30.12.2017 quali: consolidamento dei percorsi professionali, riconoscimento degli inquadramenti ove previsto e, più specificatamente, sulle indennità di mancato preavviso e missioni sui trasferimenti e sull’indennità di pendolarismo giornaliero ci siamo sentiti rispondere che la sottoscrizione degli accordi di secondo livello portano ad un’applicazione alternativa tra dette norme e il Ccnl”.

I sindacati, inoltre, denunciano che “nonostante le nostre ripetute sollecitazioni, i colleghi ad oggi continuano a lavorare nel nuovo modello di rete in carenza di normativa certa e di formazione dedicata. Ciò diventa elemento ancora più rilevante alla luce dell’incremento continuo delle contestazioni disciplinari e dell’inasprimento dei provvedimenti comminati ai colleghi. Riteniamo quindi di significarLe che, a nostro avviso, in questo periodo di vacanza normativa i colleghi vadano integralmente tutelati dall’Azienda per il loro operato”.

I coordinamenti sindacali preannunciano l’intenzione di “mettere in atto tutte le azioni a tutela dei colleghi”.

In allegato il comunicato unitario riportante il testo della lettera aperta.

Comunicato unitario Banco Bpm lettera aperta ad Castagna

 

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FINANZA/ I 30 miliardi che spingono l’Italia al Governo di unità nazionale

C’è poco da stare sereni: i conti pubblici non consentono alchimie strane e obbligano l’Italia al Governo di unità nazionale, dice ALESSANDRA SERVIDORI

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In queste ore si sono scatenati gli auguri di una buona Pasqua serena: ma come si fa a stare sereni con tutto il marasma economico e finanziario che stiamo vivendo e su cui il popolo italiano è ben poco attenzionato? Complici anche i talk show in cui tutti si urlano improperi e difficilmente viene fuori la verità. Allora mi sento di fare un’azione positiva dimenticandomi le raccomandazioni che un ex ministro mi faceva sovente quando lavorando al suo fianco come tecnica e mi zittiva dicendomi: “No questa proposta no, perché politicamente non accettabile”. Ecco appunto: per me i conti prima di tutto, per la politica invece no. Allora è necessario dire agli italiani che i corvi della speculazione economica volteggiano sullo stivale: poche ore fa una delle più grandi società finanziarie del mondo, l’americana Blackrock, ha suggerito agli investitori di stare lontani dai titoli di stato italiani.

È il primo cenno che indica come i mercati siano pronti a una nuova guerra speculativa. Bruxelles, ci ha detto senza troppi convenevoli due cose: dovete fare il Def (il documento previsionale di economia e finanza) entro la data prestabilita, perché la scadenza del 30 aprile è “obbligatoria” e non facoltativa o, peggio, indicativa; ricordatevi che c’è uno scarto nei conti 2018 rispetto a quanto previsto nella manovra di bilancio presentata dal governo Gentiloni a fine 2017 (mancano all’appello circa 5 miliardi) e dunque andrà fatta una manovra correttiva, così come dovete avere ben chiaro che a saldi invariati per il 2019 occorrono 25 miliardi, se non volete che scattino le clausole di salvaguardia cioè l’aumento dell’Iva, altro che flat tax e reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero che solo lei costerebbe 100 miliardi.

Totale dunque a bocce ferme 30 miliardi e i mercati finanziari basano le loro valutazioni sulle intenzioni dei governi e aspettano di vedere se e quando ci sarà un governo italiano e il programma. La questione più importante poi a livello europeo è che tutti i Paesi dell’area – Spagna e Francia per ultimi – sono rientrati nel vincolo Ue del 3%, ovvero nelle sbarre della gabbia che Lega e non solo vogliono sforare populisticamente, così cacciandosi fuori dall’eurotendenza che invece rivede tutte le nazioni rientrare nelle braccia europee e se si apre una procedura per disavanzo eccessivo saremmo isolati e presi di mira.

Dunque le scadenze vanno onorate e subito: a ottobre la legge finanziaria, entro fine anno si arriverà a un accordo in sede Ue discusso da Ecofin e dal Consiglio sulla riforma delle istituzioni finanziarie e l’Unione bancaria e per l’Italia è importante avere una posizione certa e solida rappresentativa degli interessi del Paese: dunque il pericolo di un’asta dei titoli pubblici o una Borsa debole ci massacrerebbe.

Allora il Presidente deve proporre di fare un governo partendo dalla condivisione di alcune scelte programmatiche, e non da accordi politici cui poi far seguire un programma. E siccome tutte le scelte fondamentali sono economiche o ricadono sul terreno della finanza pubblica, tanto vale iniziare subito. Dicano tutti mercoledì cosa andrebbe scritto nel documento di programmazione economica, e su quei pronunciamenti si tenti di costruire le necessarie alleanze di governo. La coperta è cortissima e i margini di manovra, salvo voler fare la fine della Grecia, non ci sono. Si prenderà atto che la distanza che separa ciò che si può e si deve fare con ciò che si è raccontato agli italiani in vista del voto è talmente siderale e vergognosa da richiedere un concorso solidale di tutte le forze. Si scoprirà, cioè, che nessuna delle combinazioni di cui si blatera nei talk show che sono teoricamente disponibili a far sì che qualcuno formi una maggioranza di governo e qualcun altro l’opposizione, è davvero praticabile.

Il Presidente Mattarella dovrà prendere seriamente in considerazione, un governo di unità nazionale, con tutti dentro. Che politicamente avrebbe il vantaggio di evitare alleanze dirette considerate scomode per tutti i partiti vittime consapevoli dei veti incrociati, e sul piano delle opzioni programmatiche, in particolare della politica economica, consentirebbe di condividere l’onere di scelte difficili e sicuramente lontane dalle promesse affidate alla propaganda elettorale.

Dunque c’è da stare poco sereni.

Chi finanzia armi e nucleare

http://www.atlanteguerre.it/ 27 marzo 2018

 

Chi investe in armamenti? Quante e quali sono le banche in prima linea in questo  business?

Questo approfondimento vuol tentare di rispondere a queste domande. Per farlo è possibile  partire dal rapporto 2018 “Don’t bank on the bomb” (‘Non investire nella bomba’) redatto dal Premio Nobel per la pace ICAN (Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari) e dalla Ong olandese PAX. Il testo è stato rilanciato in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo (vedi focus 1).

“Una nuova corsa agli armamenti nucleari – dice commentando il rapporto Beatrice Fihn, direttrice esecutiva di ICAN – ha avvicinato l’orologio del giorno del Giudizio, il cosiddetto Doomsday Clock, a un vero Armageddon, ma ha anche avviato una nuova corsa all’oro nucleare per coloro che vogliono trarre profitto da ipotesi di distruzione di massa”,

Ma prima di gridare all’apocalisse c’è da sottolineare che nel rapporto non ci sono solo aspetti negativi: accanto al massiccio aumento degli investimenti nella distruzione di massa si individuano infatti 63 istituzioni finanziarie con politiche che limitano o proibiscono gli investimenti in qualsiasi tipo di produzione di armi nucleari. Gli investimenti degli istituti finanziari non riguardano comunque solo il nucleare. Per avere un quadro della situazione c’è da considerare tutte le tipologie di armamento.

Il rapporto rileva che nel 2017 sono stati messi a disposizione 525 miliardi di dollari, con un aumento di 81 miliardi di dollari alle aziende produttrici di armi nucleari.

Tra questi 110 miliardi di dollari provenivano da tre società: BlackRock, Vanguard e Capital Group.

Inoltre il rapporto sottolinea che 329 banche, compagnie di assicurazione, fondi pensione e gestori patrimoniali di 24 paesi investono in modo significativo in armi nucleari.

Un altro punto fondamentale sta nelle venti maggiori compagnie produttrici di armi nucleari. La maggior parte di queste ha a propria disposizione significative risorse di lobbying a Washington, e secondo il dossier, trarranno beneficio dalla minaccia nucleare.

Emerge poi una nota positiva: dopo l’adozione del Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari trenta società hanno cessato di investire in armi nucleari e due dei cinque maggiori fondi pensione al mondo stanno disinvestendo dalle armi nucleari.

Il caso Italia 

Per parlare di banche e armi è necessario fare riferimento alla Campagna Banche Armate, mobilitazione sorta nel 2000, con la discussione sul debito dei paesi poveri, in parte composto dalle spese che regimi autoritari o dittatoriali avevano effettuato per l’acquisto di armamenti. La campagna è portata avanti da Missione Oggi, Nigrizia e Mosaico di pace.

Ogni anno la campagna realizza una relazione sull’Export di armi e riporta sul sito www.banchearmate.it la tabella delle banche armate.

Secondo la campagna, la Relazione 2017 del governo Gentiloni sull’export di armamenti non ha ripristinato la trasparenza sulle operazioni svolte dalle banche: non solo non ha reintrodotto l’elenco di dettaglio delle operazioni bancarie (scomparso dal 2008), ma invece dell’elenco delle “Operazioni Autorizzate” riporta anche quest’anno solo quello delle “Operazioni segnalate”, quelle cioè che ogni anno svolge ogni banca, ma che non permettono di risalire all’intera operazione autorizzata.

Nella lista delle Banche Armate appare la Sace Fct, la società per azioni del gruppo italiano Cassa depositi e prestiti (Cdp), specializzata nel settore assicurativo-finanziario.

Da nominare poi la piccola banca cooperativa del bresciano: la Banca Valsabbina che in un anno ha visto lievitare le sue transazioni armate del 763,8% passando dai 42,7 milioni di euro del 2015, ai 369 circa dell’anno scorso.

Buone posizioni in classifica anche dalle banche popolari: la Popolare di Sondrio, il Banco Popolare, la Banca popolare dell’Emilia Romagna e la Banca popolare dell’Etruria.

I Paesi mediorientali sono ottimi clienti per le aziende italiane: hanno fatto transitare sui conti bancari del Belpaese quasi 4,3 miliardi di euro, pari al 59% del totale.

Significativa anche l’Africa, passata dai 300 milioni del 2015 ai quasi 320 milioni del 2016. Tra i paesi africani che hanno utilizzato maggiormente i servizi messi a disposizione degli istituti italiani spicca l’Angola con 78 milioni di euro. Nel Nordafrica il principale paese pagatore resta l’Algeria.

Venendo alla questione nucleare fiore all’occhiello in Italia è Banca Etica, una banca cooperativa italiana che opera esclusivamente nel campo della sostenibilità e finanziamento alternativo.

Dalla politica di finanziamento di Banca Etica sono escluse le industrie del settore delle armi. Il rapporto Dont bank the bomb analizza poi anche il caso di Intesa San Paolo. La politica sulle armi di Intesa Sanpaolo afferma che il gruppo vieta “qualsiasi tipo di attività bancaria o finanziamento relativo alla produzione o alla vendita di armi vietate da trattati internazionali”, comprese le armi nucleari. Tuttavia, questo esclude solo i produttori di armi nucleari. Altre attività di gestione patrimoniale, compresi gli investimenti effettuati per proprio conto, gli investimenti effettuati per conto di terzi, i mandati discrezionali e i fondi gestiti passivamente non sono coperti dalla policy.

Un capitolo speciale è poi riservato ad Unicredit. Il gruppo bancario dichiara che “Qualsiasi coinvolgimento di UniCredit nelle transazioni commerciali relative alle armi è limitato ai Paesi che aderiscono al più importanti trattati e convenzioni internazionali sui seguenti temi: armi nucleari, armi biologiche e chimiche, armi convenzionali, missili, armi leggere” Inoltre, la banca “si astiene dal finanziare transazioni che coinvolgono produzione, manutenzione o commerciano prodotti controversi non convenzionali come armi nucleari, biologiche e chimiche di massa distruzione, bombe a grappolo, mine e uranio. ” Unicredit però non esclude le società intere, ma solo le transazioni relative alle attività connesse alle armi nucleari di una società.

La Dichiarazione della posizione di UniCredit per il settore della difesanon rinnega il business in toto. “Siamo altrettanto consapevoli – si legge – che alcuni tipi di armi sono necessarie al perseguimento di obiettivi legittimi, accettati dalla comunità internazionale, quali le missioni di pace e la difesa nazionale”.

La Relazione al parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2016 fa, ad esempio, i nomi degli istituti coinvolti nel nostro Paese.

Unicredit occupa il primo posto nell’elenco delle banche che più appoggiano l’industria bellica: oltre 2,1 miliardi di euro pari a circa il 30% dell’ammontare complessivo movimentato per le sole esportazioni definitive, con una crescita del 356% rispetto al 2015 (474 milioni di euro).

Segue il gruppo Deutsche Bank con oltre un miliardo di euro fatti transitare sui propri conti e con una crescita 2,6% rispetto al 2015. Al terzo posto la banca britannica Barclays bank con oltre 771 milione di euro e con una crescita del 113,8% rispetto ai dati del 2015 (360,9 milioni). I primi tre gruppi da soli rappresentano il 57% dell’ammontare complessivo per le sole esportazioni definitive.

Una novità riguarda poi la comparsa in classifica di due istituti finanziari giapponesi: The bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj Ltd e la Sumitomo Mitsui banking corporation.

La classifica ha subito variazioni rispetto al 2014. In quell’anno, infatti, il podio era occupato da Deutsche Bank, dalla francese Bnp Paribas  e dalla britannica Barclays. I tre Istituti, da soli, controllavano oltre il 55% del valore complessivo (quasi 2,6 miliardi di euro) delle transazioni legate all’export definitivo.

Inghilterra e sionismo?

Nel luglio 2017 l’organizzazione britannica ‘War on Want’ ha pubblicato il rapporto  ‘Deadly Investments’ per sottolineare tutti quegli Istituti bancari e società che intraprendono rapporti commerciali con l’esercito israeliano. Il rapporto rileva che la Banche del Regno Unito e le istituzioni finanziarie detengono azioni per più di 10,8 miliardi di sterline nelle aziende che vendono armi, equipaggiamento militare e tecnologia a Israele

Nel rapporto emerge l’indagine  sulla relazione tra banche del Regno Unito, istituzioni finanziarie e un campione di 19 aziende che traggono profitto dal militarismo israeliano. Queste compagnie avevano fornito alle forze armate israeliane e al governo israeliano armi e o tecnologia che erano state usate nell’oppressione dei palestinesi.

Nel rapporto sono state incluse anche le aziende che avevano venduto attrezzature ‘civili’ come i bulldozer utilizzati per effettuare demolizioni di case palestinesi in Cisgiordania. Il rapporto ha esaminato due modi in cui nel Regno Unito le banche e le istituzioni finanziarie avevano supportato queste società: come detentori di azioni e come creditori. Nel rapporto emerge infine che Lloyds Banking Group aveva fornito 28 prestiti per un valore di 43,2 miliardi di sterline a società che stavano approfittando del militarismo israeliano.

Anche le banche del gruppo HSBC sono attori chiave nel Regno Unito per commercio di armi e forniscono finanziamenti e servizi alle aziende che consentono vendite di armi mortali.