Chi finanzia armi e nucleare

http://www.atlanteguerre.it/ 27 marzo 2018

 

Chi investe in armamenti? Quante e quali sono le banche in prima linea in questo  business?

Questo approfondimento vuol tentare di rispondere a queste domande. Per farlo è possibile  partire dal rapporto 2018 “Don’t bank on the bomb” (‘Non investire nella bomba’) redatto dal Premio Nobel per la pace ICAN (Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari) e dalla Ong olandese PAX. Il testo è stato rilanciato in Italia dalla Rete Italiana per il Disarmo (vedi focus 1).

“Una nuova corsa agli armamenti nucleari – dice commentando il rapporto Beatrice Fihn, direttrice esecutiva di ICAN – ha avvicinato l’orologio del giorno del Giudizio, il cosiddetto Doomsday Clock, a un vero Armageddon, ma ha anche avviato una nuova corsa all’oro nucleare per coloro che vogliono trarre profitto da ipotesi di distruzione di massa”,

Ma prima di gridare all’apocalisse c’è da sottolineare che nel rapporto non ci sono solo aspetti negativi: accanto al massiccio aumento degli investimenti nella distruzione di massa si individuano infatti 63 istituzioni finanziarie con politiche che limitano o proibiscono gli investimenti in qualsiasi tipo di produzione di armi nucleari. Gli investimenti degli istituti finanziari non riguardano comunque solo il nucleare. Per avere un quadro della situazione c’è da considerare tutte le tipologie di armamento.

Il rapporto rileva che nel 2017 sono stati messi a disposizione 525 miliardi di dollari, con un aumento di 81 miliardi di dollari alle aziende produttrici di armi nucleari.

Tra questi 110 miliardi di dollari provenivano da tre società: BlackRock, Vanguard e Capital Group.

Inoltre il rapporto sottolinea che 329 banche, compagnie di assicurazione, fondi pensione e gestori patrimoniali di 24 paesi investono in modo significativo in armi nucleari.

Un altro punto fondamentale sta nelle venti maggiori compagnie produttrici di armi nucleari. La maggior parte di queste ha a propria disposizione significative risorse di lobbying a Washington, e secondo il dossier, trarranno beneficio dalla minaccia nucleare.

Emerge poi una nota positiva: dopo l’adozione del Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari trenta società hanno cessato di investire in armi nucleari e due dei cinque maggiori fondi pensione al mondo stanno disinvestendo dalle armi nucleari.

Il caso Italia 

Per parlare di banche e armi è necessario fare riferimento alla Campagna Banche Armate, mobilitazione sorta nel 2000, con la discussione sul debito dei paesi poveri, in parte composto dalle spese che regimi autoritari o dittatoriali avevano effettuato per l’acquisto di armamenti. La campagna è portata avanti da Missione Oggi, Nigrizia e Mosaico di pace.

Ogni anno la campagna realizza una relazione sull’Export di armi e riporta sul sito www.banchearmate.it la tabella delle banche armate.

Secondo la campagna, la Relazione 2017 del governo Gentiloni sull’export di armamenti non ha ripristinato la trasparenza sulle operazioni svolte dalle banche: non solo non ha reintrodotto l’elenco di dettaglio delle operazioni bancarie (scomparso dal 2008), ma invece dell’elenco delle “Operazioni Autorizzate” riporta anche quest’anno solo quello delle “Operazioni segnalate”, quelle cioè che ogni anno svolge ogni banca, ma che non permettono di risalire all’intera operazione autorizzata.

Nella lista delle Banche Armate appare la Sace Fct, la società per azioni del gruppo italiano Cassa depositi e prestiti (Cdp), specializzata nel settore assicurativo-finanziario.

Da nominare poi la piccola banca cooperativa del bresciano: la Banca Valsabbina che in un anno ha visto lievitare le sue transazioni armate del 763,8% passando dai 42,7 milioni di euro del 2015, ai 369 circa dell’anno scorso.

Buone posizioni in classifica anche dalle banche popolari: la Popolare di Sondrio, il Banco Popolare, la Banca popolare dell’Emilia Romagna e la Banca popolare dell’Etruria.

I Paesi mediorientali sono ottimi clienti per le aziende italiane: hanno fatto transitare sui conti bancari del Belpaese quasi 4,3 miliardi di euro, pari al 59% del totale.

Significativa anche l’Africa, passata dai 300 milioni del 2015 ai quasi 320 milioni del 2016. Tra i paesi africani che hanno utilizzato maggiormente i servizi messi a disposizione degli istituti italiani spicca l’Angola con 78 milioni di euro. Nel Nordafrica il principale paese pagatore resta l’Algeria.

Venendo alla questione nucleare fiore all’occhiello in Italia è Banca Etica, una banca cooperativa italiana che opera esclusivamente nel campo della sostenibilità e finanziamento alternativo.

Dalla politica di finanziamento di Banca Etica sono escluse le industrie del settore delle armi. Il rapporto Dont bank the bomb analizza poi anche il caso di Intesa San Paolo. La politica sulle armi di Intesa Sanpaolo afferma che il gruppo vieta “qualsiasi tipo di attività bancaria o finanziamento relativo alla produzione o alla vendita di armi vietate da trattati internazionali”, comprese le armi nucleari. Tuttavia, questo esclude solo i produttori di armi nucleari. Altre attività di gestione patrimoniale, compresi gli investimenti effettuati per proprio conto, gli investimenti effettuati per conto di terzi, i mandati discrezionali e i fondi gestiti passivamente non sono coperti dalla policy.

Un capitolo speciale è poi riservato ad Unicredit. Il gruppo bancario dichiara che “Qualsiasi coinvolgimento di UniCredit nelle transazioni commerciali relative alle armi è limitato ai Paesi che aderiscono al più importanti trattati e convenzioni internazionali sui seguenti temi: armi nucleari, armi biologiche e chimiche, armi convenzionali, missili, armi leggere” Inoltre, la banca “si astiene dal finanziare transazioni che coinvolgono produzione, manutenzione o commerciano prodotti controversi non convenzionali come armi nucleari, biologiche e chimiche di massa distruzione, bombe a grappolo, mine e uranio. ” Unicredit però non esclude le società intere, ma solo le transazioni relative alle attività connesse alle armi nucleari di una società.

La Dichiarazione della posizione di UniCredit per il settore della difesanon rinnega il business in toto. “Siamo altrettanto consapevoli – si legge – che alcuni tipi di armi sono necessarie al perseguimento di obiettivi legittimi, accettati dalla comunità internazionale, quali le missioni di pace e la difesa nazionale”.

La Relazione al parlamento italiano sulle operazioni autorizzate e svolte per il controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento del 2016 fa, ad esempio, i nomi degli istituti coinvolti nel nostro Paese.

Unicredit occupa il primo posto nell’elenco delle banche che più appoggiano l’industria bellica: oltre 2,1 miliardi di euro pari a circa il 30% dell’ammontare complessivo movimentato per le sole esportazioni definitive, con una crescita del 356% rispetto al 2015 (474 milioni di euro).

Segue il gruppo Deutsche Bank con oltre un miliardo di euro fatti transitare sui propri conti e con una crescita 2,6% rispetto al 2015. Al terzo posto la banca britannica Barclays bank con oltre 771 milione di euro e con una crescita del 113,8% rispetto ai dati del 2015 (360,9 milioni). I primi tre gruppi da soli rappresentano il 57% dell’ammontare complessivo per le sole esportazioni definitive.

Una novità riguarda poi la comparsa in classifica di due istituti finanziari giapponesi: The bank of Tokyo-Mitsubishi Ufj Ltd e la Sumitomo Mitsui banking corporation.

La classifica ha subito variazioni rispetto al 2014. In quell’anno, infatti, il podio era occupato da Deutsche Bank, dalla francese Bnp Paribas  e dalla britannica Barclays. I tre Istituti, da soli, controllavano oltre il 55% del valore complessivo (quasi 2,6 miliardi di euro) delle transazioni legate all’export definitivo.

Inghilterra e sionismo?

Nel luglio 2017 l’organizzazione britannica ‘War on Want’ ha pubblicato il rapporto  ‘Deadly Investments’ per sottolineare tutti quegli Istituti bancari e società che intraprendono rapporti commerciali con l’esercito israeliano. Il rapporto rileva che la Banche del Regno Unito e le istituzioni finanziarie detengono azioni per più di 10,8 miliardi di sterline nelle aziende che vendono armi, equipaggiamento militare e tecnologia a Israele

Nel rapporto emerge l’indagine  sulla relazione tra banche del Regno Unito, istituzioni finanziarie e un campione di 19 aziende che traggono profitto dal militarismo israeliano. Queste compagnie avevano fornito alle forze armate israeliane e al governo israeliano armi e o tecnologia che erano state usate nell’oppressione dei palestinesi.

Nel rapporto sono state incluse anche le aziende che avevano venduto attrezzature ‘civili’ come i bulldozer utilizzati per effettuare demolizioni di case palestinesi in Cisgiordania. Il rapporto ha esaminato due modi in cui nel Regno Unito le banche e le istituzioni finanziarie avevano supportato queste società: come detentori di azioni e come creditori. Nel rapporto emerge infine che Lloyds Banking Group aveva fornito 28 prestiti per un valore di 43,2 miliardi di sterline a società che stavano approfittando del militarismo israeliano.

Anche le banche del gruppo HSBC sono attori chiave nel Regno Unito per commercio di armi e forniscono finanziamenti e servizi alle aziende che consentono vendite di armi mortali.