FINANZA/ I 30 miliardi che spingono l’Italia al Governo di unità nazionale

C’è poco da stare sereni: i conti pubblici non consentono alchimie strane e obbligano l’Italia al Governo di unità nazionale, dice ALESSANDRA SERVIDORI

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In queste ore si sono scatenati gli auguri di una buona Pasqua serena: ma come si fa a stare sereni con tutto il marasma economico e finanziario che stiamo vivendo e su cui il popolo italiano è ben poco attenzionato? Complici anche i talk show in cui tutti si urlano improperi e difficilmente viene fuori la verità. Allora mi sento di fare un’azione positiva dimenticandomi le raccomandazioni che un ex ministro mi faceva sovente quando lavorando al suo fianco come tecnica e mi zittiva dicendomi: “No questa proposta no, perché politicamente non accettabile”. Ecco appunto: per me i conti prima di tutto, per la politica invece no. Allora è necessario dire agli italiani che i corvi della speculazione economica volteggiano sullo stivale: poche ore fa una delle più grandi società finanziarie del mondo, l’americana Blackrock, ha suggerito agli investitori di stare lontani dai titoli di stato italiani.

È il primo cenno che indica come i mercati siano pronti a una nuova guerra speculativa. Bruxelles, ci ha detto senza troppi convenevoli due cose: dovete fare il Def (il documento previsionale di economia e finanza) entro la data prestabilita, perché la scadenza del 30 aprile è “obbligatoria” e non facoltativa o, peggio, indicativa; ricordatevi che c’è uno scarto nei conti 2018 rispetto a quanto previsto nella manovra di bilancio presentata dal governo Gentiloni a fine 2017 (mancano all’appello circa 5 miliardi) e dunque andrà fatta una manovra correttiva, così come dovete avere ben chiaro che a saldi invariati per il 2019 occorrono 25 miliardi, se non volete che scattino le clausole di salvaguardia cioè l’aumento dell’Iva, altro che flat tax e reddito di cittadinanza e abolizione della legge Fornero che solo lei costerebbe 100 miliardi.

Totale dunque a bocce ferme 30 miliardi e i mercati finanziari basano le loro valutazioni sulle intenzioni dei governi e aspettano di vedere se e quando ci sarà un governo italiano e il programma. La questione più importante poi a livello europeo è che tutti i Paesi dell’area – Spagna e Francia per ultimi – sono rientrati nel vincolo Ue del 3%, ovvero nelle sbarre della gabbia che Lega e non solo vogliono sforare populisticamente, così cacciandosi fuori dall’eurotendenza che invece rivede tutte le nazioni rientrare nelle braccia europee e se si apre una procedura per disavanzo eccessivo saremmo isolati e presi di mira.

Dunque le scadenze vanno onorate e subito: a ottobre la legge finanziaria, entro fine anno si arriverà a un accordo in sede Ue discusso da Ecofin e dal Consiglio sulla riforma delle istituzioni finanziarie e l’Unione bancaria e per l’Italia è importante avere una posizione certa e solida rappresentativa degli interessi del Paese: dunque il pericolo di un’asta dei titoli pubblici o una Borsa debole ci massacrerebbe.

Allora il Presidente deve proporre di fare un governo partendo dalla condivisione di alcune scelte programmatiche, e non da accordi politici cui poi far seguire un programma. E siccome tutte le scelte fondamentali sono economiche o ricadono sul terreno della finanza pubblica, tanto vale iniziare subito. Dicano tutti mercoledì cosa andrebbe scritto nel documento di programmazione economica, e su quei pronunciamenti si tenti di costruire le necessarie alleanze di governo. La coperta è cortissima e i margini di manovra, salvo voler fare la fine della Grecia, non ci sono. Si prenderà atto che la distanza che separa ciò che si può e si deve fare con ciò che si è raccontato agli italiani in vista del voto è talmente siderale e vergognosa da richiedere un concorso solidale di tutte le forze. Si scoprirà, cioè, che nessuna delle combinazioni di cui si blatera nei talk show che sono teoricamente disponibili a far sì che qualcuno formi una maggioranza di governo e qualcun altro l’opposizione, è davvero praticabile.

Il Presidente Mattarella dovrà prendere seriamente in considerazione, un governo di unità nazionale, con tutti dentro. Che politicamente avrebbe il vantaggio di evitare alleanze dirette considerate scomode per tutti i partiti vittime consapevoli dei veti incrociati, e sul piano delle opzioni programmatiche, in particolare della politica economica, consentirebbe di condividere l’onere di scelte difficili e sicuramente lontane dalle promesse affidate alla propaganda elettorale.

Dunque c’è da stare poco sereni.