Rapina al Casinò, oltre 600’000 euro il bottino

TVSVIZZERA.IT 29 MARZO 2018

Casinò di Campione d'Italia visto dal molo antistante; lago in primo piano.
Immagine d’archivio.

(Ti-Press)

Un bandito solitario è riuscito a rapinare mercoledì mattina l’ufficio cassa del Casinò di Campione d’Italia. L’uomo, armato di pistola, ha malmenato un addetto prima di fuggire con 647’000 euro.

Erano le 7, quando il rapinatore ha preso un ascensore riservato ai dipendenti e ha raggiunto l’ufficio dove gli impiegati stavano contando l’incasso della nottata. 

Li ha minacciati con una pistola, ha aggredito uno di loro e si è fatto consegnare il denaro, che ha messo in uno zaino prima di fuggire.

Nel cuore dell’edificio

L’uomo, di età apparente sulla quarantina, si è espresso in italiano senza particolari accenti. Non è chiaro come sia riuscito a entrare e raggiungere il terzo piano della casa da gioco in un orario chiuso al pubblico, senza destare sospetti.

L’ascensore funziona solo con una tessera, in dotazione alle persone autorizzate. Forse il rapinatore ha approfittato dell’uscita di una di queste.

È tutto filmato, ma…

Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza portano a escludere che l’uomo si sia nascosto nel Casinò la sera prima. Difficile tuttavia identificarlo: non aveva il viso coperto, ma indossava una cuffia fin sopra gli occhi e baffi probabilmente finti.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/28-03-2018-rapina-al-casino-di-campione-d-italia?id=10300700&startTime=0.000333&station=rete-uno

Il rapinatore è riuscito a fuggire prima che scattasse l’allarme e a far perdere le sue tracce, nonostante l’unico accesso stradale a Campione sia stato bloccato pochi minuti dopo e lo sia rimasto fino alle 13.

Un colpo preciso

Le indagini non escludono nessuna ipotesi, ma puntano verso qualcuno che conosce bene l’edificio e la sicurezza: potrebbe trattarsi di un ex dipendente, un collaboratore o ex collaboratore di un fornitore, oppure avere un complice all’interno della struttura.

Eurostat: il salvataggio delle banche venete impatta sul deficit per 4,7 miliardi

http://corrieredelveneto.corriere.it/ 3 aprile 2018

L’operazione pesa anche sul debito per 11,2 miliardi di euro

ROMA Il salvataggio delle banche venete pesa sia sul deficit sia sul debito italiano. Secondo il «verdetto» arrivato da Eurostat (atteso dall’Istat per ricalcolare i valori delle due grandezze rispetto al Pil 2017), l’impatto sul deficit delle operazioni Veneto Banca e Popolare di Vicenza è stato di 4,7 miliardi (pari all’intervento di cassa a favore di Intesa San Paolo), vale a dire tra lo 0,2 e lo 0,3% del rapporto deficit/Pil (considerando il valore del Pil 2017, calcolato dall’Istat il primo marzo a 1.716.238 milioni di euro). Per quanto riguarda il debito, invece, va considerato sia l’intervento diretto per cassa dello Stato pari a 4,8 miliardi (3,5 miliardi a copertura del fabbisogno di capitale generatosi in capo a Intesa San Paolo in seguito all’acquisizione della «parte buona» delle attività delle due banche e 1,3 miliardi per la ristrutturazione aziendale sostenuta dalla stessa Intesa per rispettare le regole sugli aiuti di Stato), sia la garanzia di massimo 6,4 miliardi concessa a Intesa San Paolo sul credito vantato nei confronti delle Banche in liquidazione per lo sbilancio di cessione. L’impatto totale, diretto e indiretto, è dunque pari a 11,2 miliardi.

Il comunicato

In un comunicato l’Istat spiega che nei giorni scorsi «si sono completate le elaborazioni dei conti economici nazionali 2017». Ciò ha riguardato, in particolare, il Conto delle amministrazioni pubbliche che, come ogni anno, è stato rivisto rispetto alla versione pubblicata il primo marzo incorporando le ulteriori informazioni disponibili ai fini della trasmissione ad Eurostat il 30 marzo del conto aggiornato, oggetto della notifica sull’indebitamento netto e sul debito delle Amministrazioni Pubbliche (AP) in applicazione del protocollo sulla Procedura per i Deficit Eccessivi (PDE). Le nuove stime del Conto delle Amministrazioni Pubbliche includono, in particolare, la contabilizzazione degli effetti delle «disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.» che sono stati definiti sulla base della valutazione di Eurostat, fornita all’Istat nei giorni scorsi e pubblicata martedì sul sito web di Eurostat. «A seguito delle modifiche di alcuni aggregati del conto delle amministrazioni pubbliche – scrive l’Istat – si sono resi necessari degli aggiustamenti, seppure di entità limitatissima, sulle stime per il 2017 di molte altre variabili dei conti, incluso lo stesso Pil».

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MA CHE SALVATAGGIO E’?

CARLO MESSINA RACCONTACI LA VERITA’

I SOLDI DEI CONTRIBUENTI SONO SACRI

E’ INUTILE RACCONTARCI LE FAVOLE OGNI PERSONA CHE HA AUTORIZZATO QUESTA OPERAZIONE L’HA RACCONTATA A MODO SUO – STOP.

Doccia fredda da Eurostat: da banche venete impatto sul deficit di 4,7 miliardi

Una delle banche coinvolte nel salvataggio
Una delle banche coinvolte nel salvataggio

L’intervento del Governo italiano per il salvataggio di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca pesa sui conti pubblici 2017, sia sul debito che sul deficit. Lo ha stabilito Eurostat in una valutazione («advice») fornita all’Istat nei giorni scorsi. In base a questa valutazione, si legge sul sito dell’Eurostat, «nel 2017 l’impatto sull’indebitamento è stimato pari a 4,7 miliardi. L’impatto diretto e indiretto sul debito è pari a 11,2 miliardi». I nuovi dati aggiornati sul Conto delle Pa saranno resi noti mercoledì dall’Istat.

I calcoli di Eurostat 
Nella sua valutazione Eurostat considera il procedimento seguito per la liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e calcola il saldo tra le uscite totali pari a 14,7 miliardi e le entrate stimate, come recuperi soprattutto dai crediti deteriorati, pari a 10 miliardi: «Il risultato è un impatto negativo di 4,7 miliardi da registrare» a valere sul deficit 2017. In relazione al debito Eurostat considera le obbligazioni pari a 6,4 miliardi verso Intesa Sanpaolo come prestito e il finanziamento necessario per l’intervento di cassa a favore di Intesa per 4,8 miliardi: l’impatto sul debito, diretto e indiretto, ammonta dunque a 11,2 miliardi.

Revisione al rialzo di deficit e debito 
Il deficit/Pil 2017 in base ai dati diffusi il primo marzo scorso era pari all’1,9% (2,5% nel 2016); il debito risultava sceso al 131,5% del Pil dal 132% del 2016. Due cifre destinate inevitabilmente a salire dopo la revisione dell’Istituto di statistica europeo. Il maggior deficit di 4,7 miliardi equivale allo 0,2-0,3% del rapporto deficit/Pil(considerando il valore del Pil 2017, calcolato dall’Istat il primo marzo a 1.716.238 milioni di euro). Il rapporto deficit/Pil inizialmente stimato all’1,9% potrebbe quindi salire, raggiungendo – o superando – il 2,1% stimato dal governo nella Nota al Def di settembre. Revisione al rialzo anche per il debito, stimato dall’Istat al 131,5% nel 2017 (contro il 131,6% della Nota al Def), in cui si dovrà tenere conto degli 11,2 miliardi di impatto dei salvataggi calcolato da Eurostat.

«A seguito delle modifiche di alcuni aggregati del Conto delle Pa si sono resi necessari aggiustamenti, seppure di entità limitatissima, sulle stime per il 2017 di molte altre variabili dei conti, incluso lo stesso Pil». Questa la prima reazione dell’Istat dopo aver ricevuto la valutazione di Eurostat.

Banche nel guado: un terzo del business nelle mani di Amazon & co. L’allarme di Intesa Sanpaolo

https://www.corrierecomunicazioni.it 3 aprile 2018

Hi-Tech Vector

 

Dalle colonne del Financial Times il ceo Carlo Messina apre a uno scenario che rischia di stravolgere il comparto. In ballo soprattutto i pagamenti. E uno studio di Citigroup rafforza la tesi

Igruppi dell’hitech sono destinati a sottrarre quote crescenti di business alle banche: i timori suscitati nel settore finanziario tradizionale dall’apertura del mercato del prestito e dei pagamenti a nuovi attori del mondo tecnologico vengono confermati sul Financial Times dal Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, e da un nuovo studio di Citigroup che traccia gli andamenti del settore bancario tradizionale di qui al 2025 e indica che il 34% del business potrebbe sparire a vantaggio di colossi come Amazon e Google e di start-up del fintech altamente innovative.

Le aziende tecnologiche faranno concorrenza agli istituti di credito consolidati con una serie di servizi finanziari per il mercato di massa disegnati con le caratteristiche di agilità e facilità d’uso che hanno determinato il successo di gruppi come Google e Facebook. Intesa Sanpaolo, la numero uno delle banche italiane per capitalizzazione di mercato, ha già messo in preventivo la possibile perdita di quote di mercato che si spostano verso rivali “focalizzati sul digitale”in alcune delle attività mainstream, soprattutto i pagamenti, indica Messina. “E’ chiaro che si profila una minaccia e nel nostro piano strategico abbiamo già previsto che la porzione di guadagno che oggi deriva dal business dei pagamenti potrebbe ridursi”, ha dichiarato il Ceo del gruppo bancario italiano sul Financial Times, pur aggiungendo che i clienti più facoltosi, e nelle fasce di età più elevate, saranno restii ad affidare i loro risparmi ai player del digitale e vorranno rimanere fedeli alle banche; per questo gli istituti tradizionali dovranno concentrarsi sui servizi a valore aggiunto, come assicurazioni e asset management.

La visione di Messina è condivisa nel settore banario internazionale: la ricerca condotta da Citigroup intitolata “Bank of the Future” prevede che, entro il 2025, le banche del Nord America potrebbero perdere oltre un terzo delle entrate dalle attività tradizionali – gestione del risparmio, pagamenti, prestiti, investimenti – a favore di nuovi entranti del mondo finanziario fortemente basati sulle tecnologie digitali. Il mercato bancario di Stati Uniti e Canada subirebbe l’impatto più profondo, capace di modificare radicalmente il business degli incumbent per effetto dei “disrupters”, attori rivoluzionari che includono fintech, società tecnologiche e le stesse start-up che le banche hanno recentemente avviato o finanziato nel tentativo di farsi trovare pronte alla trasformazione digitale. Società dei prestiti peer-to-peer come Funding Circle e Lending Club contano quote crescenti di clienti, così come le app dei pagamenti o le banche solo online Atom (nel Regno Unito) e Bank of the internet UsaIn Europa è anche la nuova direttiva sui pagamenti Pds2 a favorire la digitalizzazione del settore aprendo il mercato a attori finora esterni al mondo finanziario grazie all’open banking, che impone agli istituti tradizionali di condividere informazioni dei clienti con terze parti accreditate che possono costruire servizi a valore aggiunto.

“La maggior parte dei cambiamenti su scala globale deve ancora verificarsi”, commenta Ronit Ghose, direttore della divisione Global banks research di Citi. “Ci sono ampi spazi per spostamenti nelle quote di mercato di qui al 2025 e rischi anche di uscire dal business per alcuni incumbent che non tengono il passo”. Ghose nota che negli Usa sono attivi colossi hitech, con Amazon in prima fila, molto interessati a entrare nel business della finanza e che esiste una nutrita schiera di start-up del fintech; gli istituti tradizionali sono ancora troppo lenti nel rispondere ai cambiamenti.

In particolare, lo studio di Citi mostra che la spesa It delle banche dell’eurozona è invariata dal 2009, mentre quella delle banche Usa è cresciuta di circa il 2% – ancora troppo poco, per un settore alle prese con la digital transformation. Lo ha sottolineato di recente anche il Disruptive Index di Accenture: quello bancario sarà il settore tra i più coinvolti dalla disruption tecnologica nei prossimi tre anni e gli attori tradizionali dovranno saper cogliere velocemente l’opportunità di ripensare i posizionamenti strategici e le logiche competitive e collaborative e rifocalizzare gli investimenti in innovazione.

Debito pubblico, Il Fatto: il “salvataggio” di BPVi e Veneto Banca e dote concessa a Intesa Sanpaolo lo fa salire di 11,2 miliardi e smentisce Gentiloni

Rassegna Stampa vicenzapiu.com 3 aprile 2018

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Il verdetto dell’Eurostat è arrivato. E cambia pesantemente le carte in tavola: altro che “calo del debito/pil rispetto al 2016″, come rivendicato dal premier uscente Paolo Gentiloni l’1 marzo quando Istat aveva diffuso le sue statistiche su pil e indebitamento del 2017. Il rapporto in realtà è aumentato anche lo scorso anno. L’Ufficio europeo di statistica ha infatti sancito che i soldi stanziati dallo Stato per liquidare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca e cederle a Intesa Sanpaolo con una ricca dote pesano eccome sul debito pubblico. Che sale ben oltre i 2.256 miliardi di euro stimati dall’Istat l’1 marzo in attesa di questa decisione.

La cifra va ritoccata all’insù di 11,2 miliardi, incluse le garanzie. L’operazione sulle ex popolari venete ha invece un impatto di 4,7 miliardi sul deficit: in questo caso si prende in considerazione solo l’intervento di cassa a favore dell’istituto guidato da Carlo Messina.

Per Eurostat “gli interventi del governo relativi alla liquidazione” delle due banche “devono essere classificati sulla base del loro impatto netto”. Quando all’impatto sul deficit 2017 “i flussi totali attesi in uscita possono essere stimati a 14,7 miliardi di euro, mentre il totale delle somme recuperate è atteso a 10 miliardi di euro. Come risultato dovrebbe essere dunque registrato nei conti un impatto negativo sul deficit per 4,7 miliardi”, intorno a 0,3 punti percentuali di pil in più rispetto alla stima del marzo. Quanto al debito pubblico, tenendo conto delle garanzie da 6,4 miliardi e dei 4,8 miliardi pagati cash a Intesa San Paolo, l’effetto “sia diretto che indiretto è pari a 11,2 miliardi”.

Mercoledì Istat rivedrà di conseguenza i valori delle due grandezze rispetto al pil 2017. “Udite udite, cala il debito pubblico, è passato dal 132 (del 2016, ndr) al 131.5%”, aveva commentato Paolo Gentiloni un mese fa. Alla luce dei nuovi dati, però, il calo scompare: anzi, dal 132% si passa a 132,1.

Il rapporto deficit/Pil inizialmente stimato all’1,9% dovrebbe a sua volta salire raggiungendo o superando il 2,1% stimato dal governo nella Nota al Def di settembre. 

L’e-commerce e il suo contributo all’inquinamento globale

Milena Gabanelli corriere.it 

D’accordo, acquistare online è proprio comodo. Nell’ultimo anno 22 milioni di italiani hanno comprato scarpe, cellulari, frullatori, libri e cibo per cani rimanendo seduti sul divano: clicchi, paghi e in pochi giorni il prodotto è recapitato in casa. In Italia nel 2017 si stima siano stati fatti 150 milioni di ordini, che vuol dire 150 milioni di pacchi spediti, e altrettanti citofoni suonati.
Soltanto Poste italiane fa sapere di aver movimentato 81 milioni di pacchi nei primi nove mesi del 2017 grazie all’e-commerce. La merce comprata su internet è trasportata solo su strada, attraverso una pianificazione logistica che punta a ridurre il più possibile i tempi di consegna. Nella sola città di Milano, ogni giorno, si registrano almeno 23 mila consegne. Vale la pena di fare qualche considerazione sulla ricaduta ambientale di tutti questi pacchi in circolazione? Forse sì.
Il packaging: quanto cartone e plastica

Qualunque articolo di solito arriva nei negozi in stock. Se per esempio compri un maglione, la commessa lo infila in un sacchetto e te lo porti a casa. Se lo ordini on-line dovrà invece essere impacchettato prima in una busta di plastica e poi riconfezionato dentro una scatola di cartone. Magari sigillato con delle fascette. Nel 2016 sono state immesse 2 milioni 200mila tonnellate di plastica. Il consorzio per il riciclo degli imballaggi di plastica Corepla, riferisce che l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo, ovvero 300 mila tonnellate. In dieci anni il volume è aumentato del +200%. Per il cartone si registra un +3 %. Se è vero che l’88% viene riciclato, è altrettanto vero che la richiesta aumenta, e si prevede l’apertura di due nuove cartiere (Avezzano e Mantova).

Quanti camion vanno su e giù

Il 90% dei consumatori si fa recapitare il pacco a casa o in ufficio. Nel 2012 si stimavano circa 6 milioni di delivery al mese. Nel 2017 siamo arrivati a 15 milioni. Vuol dire che su strada e in città il traffico è più che raddoppiato in soli 5 anni. Secondo uno studio americano, fatto da Bloomberg New Energy Finance e McKinsey, come diretta conseguenza del fenomeno degli acquisti on line, il numero dei veicoli commerciali impiegati nel mondo è cresciuto del 32%, passando da 250 milioni del 2006 a 330 milioni di unità nel 2014. Entro il 2050, nelle grandi città, si stima un aumento del 40%.

La Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica, nei primi sei mesi del 2017 ha registrato un incremento del 6,5% delle consegne dei corrieri, con un numero delle immatricolazioni dei veicoli pesanti del +21,5%. Nella sede dell’Interporto di Bologna, i camion in transito hanno registrato un +10,3%; un fenomeno legato anche alla presenza dell’azienda di e-commerce per l’abbigliamento Yoox .
Il trasporto dei pacchi e-commerce è solo su gomma

Le consegne di Amazon sul territorio nazionale avvengono solo su gomma. In Italia gestisce, oltre ai centri di distribuzione di Castel San Giovanni (Pc), Passo Corese (Ri), Vercelli e Milano, anche altri otto depositi di smistamento, proprio per rispondere nel più breve tempo possibile alle richieste dei clienti. Ordinando quindi un maglione da Palermo, il pacco partirà dal deposito di Passo Corese con un corriere che percorrerà su strada 939 km, fino al citofono.

VEICOLI VECCHI ED INQUINANTI+
Secondo il più recente rapporto Ispra, l’80% dei veicoli commerciali leggeri che transitano nelle città ogni giorno appartengono a una classe inferiore euro 5. A Londra (dice lo studio Bloomberg e McKinsey) i veicoli commerciali sono responsabili del 30% delle emissioni di CO2 e di ossido di Azoto, mentre a livello europeo, nel 2013 hanno generato il 46% delle emissioni totali di Nox nell’Unione. L’Organizzazione mondiale della sanità (Who) ha stimato che ci sono stati tre milioni di morti premature a causa dell’inquinamento dell’aria, causato dalle emissioni dei mezzi su gomma.
Il trasporto aereo

E poi ci sono gli aerei: secondo uno studio del Parlamento europeo, il trasporto aereo produrrà il 22 % delle emissioni globali di CO2 nel 2050. L’International Air Transport Association (Iata) ha pubblicato le sue statistiche sui mercati globali delle merci aviotrasportate: la domanda è aumentata del 10,4% nella prima metà del 2017, rispetto al 2016. Anche in Italia il traffico cargo nei primi sei mesi del 2017 ha aumentato le tonnellate in transito del +11,2%, e Malpensa ha di recente annunciato la creazione di una nuova area di 125 mila mq per la realizzazione di magazzini per le spedizioni e-commerce.

AUMENTO TRAFFICO AEREO+
Soluzioni per ridurre i danni ambientali

Investire nei veicoli elettrici è il primo passo. Un’ipotesi più efficace è quella degli armadietti situati nelle aree di maggior transito. Ottimizzando i viaggi, possono diminuire i tempi di lavoro del 60% e i costi di consegna del 35%. I box possono essere situati nei supermercati, negli uffici, nei centri commerciali o nelle stazioni delle metropolitane, dove gli acquirenti possono recuperare la merce comprata on line, di giorno o di notte 7 giorni su 7, usando il codice di accesso per aprire il proprio armadietto. In Germania oggi la Dhl ha installato 3 mila terminali con 300 mila box in più di 1600 città. Il tema è come incentivare i cittadini ad usarli, rinunciando ad aspettare il pacco a casa. Poi ci sono i droni, ma il volo è condizionato dal meteo, possono sopportare un carico inferiore agli otto Kg, percorrere distanze contenute, e disponibilità di un’area di almeno 2 metri. Poco adatto ai condomini.

Alternativa possibile: quando lo stesso prodotto è in vendita nel negozio vicino a casa, comprarlo lì. Eviteremo di vederlo chiudere e sostituito con una sala giochi.
 

(ha collaborato Carla Falzone)

LE PANTERE GRIGIE TORNANO IN AZIENDA – I VECCHI FONDATORI DELLE DINASTIE INDUSTRIALI SCALZANO I PARGOLI INADEGUATI E RIPRENDONO LA GUIDA, CON NUOVA ENERGIE, DELLE IMPRESE CHE HANNO LANCIATO – I CASI DI DEL VECCHIO, FERRAGAMO E BENETTON

dagospia.com 3 aprile 2018

 

Daniela Polizzi per L’Economia- Corriere della Sera

 

E adesso è la volta di Giuseppe De’ Longhi, classe 1934, l’ imprenditore artefice del successo della multinazionale dei piccoli elettrodomestici, tra macchine per il caffè, robot da cucina e aspirapolvere, arrivata a 2 miliardi di ricavi. Torna in azienda, dove sta per arrivare anche Massimiliano Benedetti, 47 anni, ingegnere, una carriera in Ynap dove è stato responsabile del marketing . La sua nomina nel board sarà all’ assemblea convocata il 19 aprile a Treviso. Obiettivo, integrare le competenze in consiglio nel digitale e nell’ e-commerce.

 

leonardo del vecchioLEONARDO DEL VECCHIO

Come dire, il futuro delle aziende può tornare a intrecciarsi con chi quell’ impresa l’ ha fondata. Anche solo per una fase. In fila ci sono Luciano Benetton, che a 82 anni ha ripreso il timone della United Colors, Ferruccio Ferragamo (72 anni) che ha assunto ad interim le deleghe operative in attesa di trovare un nuovo Ceo, Patrizio Bertelli (71) sempre più impegnato nella gestione quotidiana di Prada. Tutti casi diversi ma che segnano un nuovo ritmo di coinvolgimento dell’ imprenditore.

 

L’ apripista è stato Leonardo Del Vecchio (82) che nel 2014 ha ripreso le redini della strategia del gruppo, anche per portarlo verso l’ aggregazione con la francese Essilor. Obiettivo, creare un campione mondiale degli occhiali e delle lenti il cui esordio è atteso entro il primo semestre di quest’ anno.

 

Quando il gioco si fa duro, i fondatori delle aziende rientrano in partita moltiplicando l’ impegno nell’ azienda, che forse non hanno mai lasciato veramente. Lo fanno senza necessariamente rivestire incarichi operativi. Danno la rotta. Niente a che vedere con situazioni di crisi. Sono tutte aziende che si sono guadagnate il podio, contribuiscono a fare correre l’ economia nazionale e portano il made in Italy nel mondo. Sono eccellenze, investono e crescono.

 

luciano benetton imago mundiLUCIANO BENETTON IMAGO MUNDI

Ma è chiaro che devono affrontare cambiamenti profondi. Non solo innescati da Amazon e dalle vendite online che stanno imprimendo una rivoluzione nel mondo del retail, dove peraltro la maggior parte di queste aziende lavora. «Le tecnologie e i social network impongono nuovi modelli e nuovi approcci di marketing, di concezione di prodotto e servizio che implicano trasformazioni profonde nella vendita e nella distribuzione. Il ritorno degli imprenditori che hanno creato le aziende è determinato e reso necessario, anche se solo per una fase, dal bisogno di una migliore convergenza tra strategia della proprietà e azione manageriale», spiega Roberto Crapelli, presidente della società di consulenza Roland Berger in Italia.

 

ferruccio ferragamoFERRUCCIO FERRAGAMO

Ferragamo ha preso la carica di ceo al board dell’ 8 marzo, dopo l’ uscita di Eraldo Poletto (un passato in Furla e Brooks Brothers), rimasto alla guida della griffe fiorentina solo un anno e mezzo. Ma sarà solo per una fase, spiegano nella maison, il tempo necessario per individuare un top manager. Insomma, il gruppo conferma la scelta fatta nel 2006 di affidarsi a una guida operativa esterna alla famiglia.

 

Sono già stati attivati head hunter e relazioni personali della dinastia della moda. Il profilo? Un’ esperienza nel lusso globale e dimestichezza nel mondo delle aziende quotate. Ferragamo non vuole cedere l’ azienda. Anzi, rilancia. Sarà l’ esponente della famiglia fondatrice ad accelerare quel piano impostato nel febbraio dell’ anno scorso e focalizzato su marchio, innovazione del prodotto, retail e legame con il cliente.

 

Obiettivo, recuperare anche i margini in un settore complesso nel quale l’ ecommerce guadagna posizioni ma non compensa la minore redditività dei negozi «fisici». «Evidentemente l’ offerta di manager non è adeguata, dice Crapelli -. Comunque, il ritorno al timone di un imprenditore è sempre un atto di coraggio».

 

miuccia prada e Patrizio BertelliMIUCCIA PRADA E PATRIZIO BERTELLI

Poi c’ è Benetton group. E qui il tema è diverso rispetto a quello di altri. Ma il coraggio di Luciano Benetton e della sorella Giuliana forse ancora è più forte. L’ azienda che ha inventato il retail nella moda ha macinato profitti fino al 2008. Poi ha smesso di innovare e quei concorrenti a marchio Zara e H&M, nati imitando gli United Colors, hanno superato l’ apripista italiano. Aveva provato a passare il timone al figlio Alessandro che alla fine aveva concluso che era meglio trovare un alleato. E forse l’ aveva trovato negli Stati Uniti. Non ha funzionato. La soluzione del management esterno nemmeno.

 

E così Benetton ora si fa carico del rilancio. Lo fa ricostituendo il «dream team» con lo storico fotografo Oliviero Toscani e tanti manager della vecchia squadra. Ricomincia dalle cose che avevano fatto la fortuna del gruppo: rifà i negozi e lavora per ricostituire la rete di agenti che all’ estero (gli storici «partner») avevano guidato lo sviluppo.

 

alessandro benetton jpegALESSANDRO BENETTON JPEG

Il modello? Un numero più limitato di store immensi e una rete di negozi più piccoli, più accoglienti, che fanno da sponda all’ ecommerce grazie alla relazione con il cliente. Il punto di partenza è che Benetton non è Zara: è meno standard, molto più artigianale. La sintesi è che non si corre dietro agli altri. In una seconda fase Benetton prenderà altre figure professionali e avrà bisogno di un profilo che al suo fianco interpreti il momento nuovo.

 

Patrizio Bertelli la sua azienda non l’ ha mai lasciata. Ma il cambiamento dei mercati ha moltiplicato il suo impegno e quello di Miuccia Prada, entrambi chief executive, affiancati da manager abituati alle nuove sfide. Il digitale per primo. E la risposta del gruppo Prada è arrivata. «Il 2018 sarà l’ anno della ripresa. Ci sono i primi importanti risultati che derivano dalle iniziative strategiche avviate su molti fronti», ha detto con ottimismo l’ imprenditore nella conference call di marzo. La griffe quotata a Hong Kong corre. Non solo sulle passerelle o nei negozi.

 

Tra i punti chiave della strategia c’ è l’ incremento della produttività della rete retail, ma anche l’ integrazione tra offline e online, con l’ obiettivo da una parte di migliorare l’ esperienza del consumatore che entra nei negozi fisici e, dall’ altro, di portare l’ ecommerce dal 4-5% attuale al 15% nel 2020. Un punto centrale, quest’ ultimo, per il gruppo che in Cina, a dicembre, ha tenuto a battesimo il primo portale del lusso, coniando un modello che ora è esteso a livello globale. La spinta dei ricavi è arrivata già la scorsa estate con le nuove collezioni nei negozi, molti rinnovati.

 

Siluro Cinquestelle a Malagò

lospiffero.it 3 aprile 2018

Nel giorno in cui il Cio annuncia i nomi delle città candidate alle Olimpiadi 2026, tra cui Torino, dalla Sala Rossa il fronte del No spara bordate contro il numero uno del Coni e imbarazza Appendino. Carretto (M5s): “È inadeguato, si dimetta”

Giovanni Malagò è “inadeguato”, Expo a Milano è “un pessimo precedente” e infine la richiesta di dimissioni del numero uno del Coni, “ente che negli anni ha dimostrato in molti casi di non essere in grado di fare gli interessi dello sport italiano”. Se non fosse stato scritto da un consigliere comunale di Torino, per giunta della maggioranza che sostiene Chiara Appendino, il post su facebook di Damiano Carretto potrebbe essere velocemente liquidato come una delle tante farneticazioni di attivisti pentastellati. Ma in Sala Rossa Carretto è la testa d’ariete di un fronte sempre più ampio come dimostrano i like al suo commento via social da parte di altri consiglieri come Maura Paoli Daniela Albano. In tutto cinque consiglieri, sei contando la fuoriuscita Deborah Montalbano, senza i cui voti la maggioranza semplicemente non c’è più.

“Davvero vogliamo far organizzare un evento ad un ente guidato da un personaggio ambiguo come Malagò? Un personaggio capace, a quanto si legge sui media, di spendere milioni di euro per la non-candidatura di Roma 2024? Un personaggio al vertice del comitato promotore capace di generare nel 2009 il disastro dei mondiali del nuoto della Capitale?” scrive Carretto. Un attacco durissimo che mal si concilia con il passo felpato e il basso profilo adottato finora da Appendino e dallo stesso presidente del Coni nelle sue interlocuzioni con le amministrazioni cittadine e a livello centrale col Cio che proprio oggi ha annunciato l’elenco dei sette paesi candidati a organizzare la kermesse olimpica del 2026 con l’Italia che schiera una triade formata da Milano, Torino e Cortina d’Ampezzo, anche se a quanto sembra le tre città non sarebbero in competizione tra loro giacché la candidatura sarà unitaria.

“Malagò e il Coni hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza con la comunicazione ambigua inviata al Cio per la candidatura di Milano/Torino. Comunicazione inviata, da quel che sappiamo, senza nemmeno comunicarlo ai rispettivi sindaci. Una modalità di candidatura che non mostra alcun rispetto per la città di Torino e per le sue valli”. Sfugge, evidentemente, a Carretto che per rientrare nel novero delle città ammesse alla fase di dialogo Appendino aveva inoltrato una manifestazione d’interesse al Coni, seguita da un riscontro da Palazzo H e dalla conseguente nascita dell’associazione Torino 2026, su iniziativa della giunta comunale.

L’esponente del M5s arriva a preconizzare un tacito accordo risalente a prima delle elezioni e che prevedeva la candidatura di Milano attraverso un asse tra Malagò, il ministro dello sport Luca Lotti e il sindaco di Milano Giuseppe Sala. Un’intesa saltata dopo le elezioni del 4 marzo, con il successo del M5s e la possibile (ma tutt’altro che scontata) ascesa a Palazzo Chigi di Luigi Di Maio. Infine l’attacco al capoluogo lombardo che “ha già fallito nell’organizzare Expo 2015 e ha fallito miseramente nel tentare di fare un proprio salone del libro”. Di qui il gran finale: “Mi aspetto, quindi, le dimissioni immediate di Malagò e una revisione dei vertici del Coni, ente che negli anni ha dimostrato in molti casi di non essere in grado di fare gli interessi dello sport italiano (innumerevoli gli scandali che hanno colpito il Coni negli anni). Nessuna ipotesi di candidatura può essere presa in considerazione senza un immediato ricambio ai vertici del Coni”.

  

C’E’ TALMENTE TANTA GRANA IN GIRO CHE PURE PIAZZA AFFARI DIVENTA ATTRAENTE – I FONDI ESTERI SI BUTTANO SULLA BORSA ITALIANA: PREFERISCONO LE GRANDI BANCHE ED ASSICURAZIONI, MA NON DISDEGNANO NEMMENO I TITOLI DOVE SCORRE IL SANGUE. UNO A CASO? TIM

dagospia.com 3 aprile 2018

Nino Sunseri per Libero Quotidiano

 

bernheim bolloreBERNHEIM BOLLORE

Quando il fondo Elliott ha iniziato l’ assedio a Telecom un brivido ha percorso il settore corporate del Paese. Una volta abituata a risolvere i propri problemi senza scalpore, a porte chiuse, Piazza Affari sta diventando terreno di scorreria per i soci attivisti. Certo Telecom non è stato il primo caso.

 

Come dimenticare l’ offensiva di Algebris su Generali che aveva portato alle tumultuose dimissionI di Antoine Bernheim dalla presidenza? Oppure l’ attacco contro Parmalat concluso con l’ ingresso di Lactalis? Si trattava però di situazioni particolari. Nel caso di Generali una classica battaglia di successione. In Parmalat aveva sbagliato il presidente Enrico Bondi tenendo in cassa la liquidità ottenuta con i risarcimenti delle banche.

ENRICO BONDIENRICO BONDI

 

Ora invece investitori nordamericani e britannici, che preferiscono stili di investimento più aggressivi, stanno stabilmente costruendo una presenza in Italia dove la rete di partecipazioni incrociate si sta smantellando dopo la crisi. I fondi anglosassoni detengono il 60% della quota delle blue chip italiane in mano agli istituzionali, secondo Borsa Italiana.

 

Piazza Affari non fornisce paragoni storici ma gli esperti di governance dicono che l’ influenza di questi fondi è in crescita. In particolare nel settore bancario. Gli investitori professionali sono ai primi posti in tutte le banche tranne Intesa, dove la leadership italiana è garantita da Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo. Ci sarebbe anche Mps con il Tesoro. Ma è un’ altra storia. Per il resto il nocciolo duro dell’ azionariato è costituito da fondi americani e inglesi.

 

padoan montepaschiPADOAN MONTEPASCHI

L’ avanzata e’ stata semplice: le ex popolari diventate Spa erano facilmente penetrabili avendo un libro soci frammentato dal voto capitario. Nel resto del sistema è venuto meno il bastione delle Fondazioni distrutto dalla raffica di aumenti di capitale. Finora i fondi che controllano le banche hanno fatto gli azionisti dormienti. Si sveglieranno quando i bilanci si saranno stabilizzati.

 

«Il mercato italiano sembra ormai maturo per l’ attivismo, in particolare negli ultimi tre anni», commenta Fabio Bianconi della società di consulenza sulla corporate governance Morrow Sodali. Tim rappresenta la prima verifica. Elliott ha sfidato Vivendi chiedendo un deciso cambio di rotta. Il titolo ha perso oltre un terzo del suo valore da quando il gruppo francese guidato da Vincent Bolloré ha rilevato la partecipazione iniziale a metà 2015. Elliott, fondata dal pioniere degli hedge fund Paul Singer, vuole che Tim venda parzialmente la rete fissa, possibilmente attraverso la quotazione e ha chiesto la sostituzione dei consiglieri nominati dai francesi.

paul singerPAUL SINGER

 

Questa settimana è scoppiata la battaglia dei fondi attivisti nella società di infrastrutture tlc Retelit. I tedeschi di Shareholder Value Management si sono schierati contro i progetti di altri investitori che volevano allontanare l’ attuale amministratore delegato e hanno dichiarato il proprio sostegno all’ attuale business plan.

 

RETE TELECOM1RETE TELECOM1

Il peso degli investitori istituzionali nelle aziende italiane è più che raddoppiato negli ultimi 20 anni, secondo i dati di Bankitalia. Fino al 2010, quando una legge ha chiarito la questione dei diritti di voto, non era chiaro, per l’ azionista che muoveva le azioni nelle settimane che precedevano l’ assemblea, se poteva votare o meno.

 

La legge ha introdotto una «record date», di solito fissata in sette giorni lavorativi antecedenti l’ assemblea. Tuttavia l’ attivismo dei soci ha ancora parecchi ostacoli da affrontare perché il patrimonio familiare controlla il 33 per cento del capitale quotato. Facile bloccare le iniziative non gradite.

 

Sga: entra nel vivo; altre 40 assunzioni e mandato ai servicer in arrivo (fonti)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Definizione delle strutture operative con nuove assunzioni, mandato ai servicer in dirittura d’arrivo, scelta delle modalità di finanziamento per il supporto dei rapporti ancora vivi, inclusa l’ipotesi di raccolta delle risorse sul mercato.

Così – secondo quanto riferito da fonti a MF-Dowjones – si sta rafforzando la Sga, società di gestione attività controllata dal Tesoro. L’ex bad bank del Banco di Napoli guidata da Marina Natale e presieduta da Alessandro Rivera si appresta a entrare nel vivo dell’attività dopo l’avvenuto trasferimento dei 17,7 miliardi di bad loans delle due banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) messe in liquidazione e i cui attivi sono entrati nel perimetro di Intesa Sanpaolo.

Molti osservatori negli scorsi mesi si sono chiesti come avrebbe fatto la società a gestire una tale mole di crediti. Allo scopo Sga sta ampliando gli organici con l’obiettivo di raggiungere un target di 230 risorse nei prossimi tre mesi. Dalle 71 risorse iniziali operative su Napoli, l’ex bad bank della banca partenopea ha infatti inserito (attraverso un distacco da Intesa Sanpaolo) altre 70 risorse circa, provenienti dalle ex banche venete creando due sedi operative a Vicenza e Montebelluna, oltre a una struttura a Milano dedicata alla gestione dei crediti a sofferenze o Unlikely to pay. Sga ha poi concluso negli ultimi tre mesi 23 assunzioni dirette, e un’ulteriore decina di assunzioni in corso di firma. Un altro potenziamento degli organici è stato attuato con una serie di accordi di body rental con aziende partner per una quindicina di professionisti che stanno entrando in servizio. Al momento quindi la società ha più che raddoppiato l’organico (da 71 a circa 190), e prevede nei prossimi due-tre mesi di aggiungere ancora una quarantina di addetti arrivando a un target iniziale di circa 230 risorse.

Vista la complessità della materia e l’evoluzione delle normative in corso l’ex bad bank del Banco di Napoli ha avviato un percorso di sviluppo professionale – a partire dalla struttura di Napoli che si svilupperà per tutto il 2018 – focalizzato sulle soft-skills e competenze avanzate per tutti i dipendenti, a cui seguirà entro l’estate un aggiornamento professionale in materia di normativa, di specializzazioni tecniche e di comunicazione in lingua inglese.

Oltre alle sofferenze Sga dovrà gestire circa 9 miliardi di inadempienze probabili, cioè crediti che pur non essendo più in bonis non sono ancora scivolati in default. È buona prassi dell’attività bancaria evitare il deterioramento di queste esposizioni e fare il possibile per riportarle in bonis, incoraggiando il turnaround industriale e finanziario. Sga è chiamata quindi a svolgere anche attività di finanziamento a supporto dei rapporti ancora vivi. Al momento le strade possibili sembrano due: utilizzare gli incassi derivanti dai recuperi, magari ottenendo un anticipo da parte della Liquidazione coatta amministrativa (Lca), e andare a raccogliere risorse direttamente sul mercato.

Un altro tassello in fase di definizione è quello relativo alla scelta dei servicer che gestiranno una parte del portafoglio delle due banche venete. Una fonte spiega che il contratto è in fase di negoziazione e che potrebbero esserci novità entro nell’arco di un paio di settimane.

cce

claudia.cervini@mfdowjones.it

(END) Dow Jones Newswires

April 03, 2018 10:05 ET (14:05 GMT)

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NON CAPISCO PERCHÉ INTESA SAN PAOLO E DENTRO DAPPERTUTTO ANCHE NELLA SGA NONOSTANTE LA CESSIONE – ADESSO OFFRE ANCHE I SERVIZI. C’E’ QULACOSA CHE NON MI TORNA!