Rapina al Casinò, oltre 600’000 euro il bottino

TVSVIZZERA.IT 29 MARZO 2018

Casinò di Campione d'Italia visto dal molo antistante; lago in primo piano.
Immagine d’archivio.

(Ti-Press)

Un bandito solitario è riuscito a rapinare mercoledì mattina l’ufficio cassa del Casinò di Campione d’Italia. L’uomo, armato di pistola, ha malmenato un addetto prima di fuggire con 647’000 euro.

Erano le 7, quando il rapinatore ha preso un ascensore riservato ai dipendenti e ha raggiunto l’ufficio dove gli impiegati stavano contando l’incasso della nottata. 

Li ha minacciati con una pistola, ha aggredito uno di loro e si è fatto consegnare il denaro, che ha messo in uno zaino prima di fuggire.

Nel cuore dell’edificio

L’uomo, di età apparente sulla quarantina, si è espresso in italiano senza particolari accenti. Non è chiaro come sia riuscito a entrare e raggiungere il terzo piano della casa da gioco in un orario chiuso al pubblico, senza destare sospetti.

L’ascensore funziona solo con una tessera, in dotazione alle persone autorizzate. Forse il rapinatore ha approfittato dell’uscita di una di queste.

È tutto filmato, ma…

Le immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza portano a escludere che l’uomo si sia nascosto nel Casinò la sera prima. Difficile tuttavia identificarlo: non aveva il viso coperto, ma indossava una cuffia fin sopra gli occhi e baffi probabilmente finti.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/28-03-2018-rapina-al-casino-di-campione-d-italia?id=10300700&startTime=0.000333&station=rete-uno

Il rapinatore è riuscito a fuggire prima che scattasse l’allarme e a far perdere le sue tracce, nonostante l’unico accesso stradale a Campione sia stato bloccato pochi minuti dopo e lo sia rimasto fino alle 13.

Un colpo preciso

Le indagini non escludono nessuna ipotesi, ma puntano verso qualcuno che conosce bene l’edificio e la sicurezza: potrebbe trattarsi di un ex dipendente, un collaboratore o ex collaboratore di un fornitore, oppure avere un complice all’interno della struttura.

Eurostat: il salvataggio delle banche venete impatta sul deficit per 4,7 miliardi

http://corrieredelveneto.corriere.it/ 3 aprile 2018

L’operazione pesa anche sul debito per 11,2 miliardi di euro

ROMA Il salvataggio delle banche venete pesa sia sul deficit sia sul debito italiano. Secondo il «verdetto» arrivato da Eurostat (atteso dall’Istat per ricalcolare i valori delle due grandezze rispetto al Pil 2017), l’impatto sul deficit delle operazioni Veneto Banca e Popolare di Vicenza è stato di 4,7 miliardi (pari all’intervento di cassa a favore di Intesa San Paolo), vale a dire tra lo 0,2 e lo 0,3% del rapporto deficit/Pil (considerando il valore del Pil 2017, calcolato dall’Istat il primo marzo a 1.716.238 milioni di euro). Per quanto riguarda il debito, invece, va considerato sia l’intervento diretto per cassa dello Stato pari a 4,8 miliardi (3,5 miliardi a copertura del fabbisogno di capitale generatosi in capo a Intesa San Paolo in seguito all’acquisizione della «parte buona» delle attività delle due banche e 1,3 miliardi per la ristrutturazione aziendale sostenuta dalla stessa Intesa per rispettare le regole sugli aiuti di Stato), sia la garanzia di massimo 6,4 miliardi concessa a Intesa San Paolo sul credito vantato nei confronti delle Banche in liquidazione per lo sbilancio di cessione. L’impatto totale, diretto e indiretto, è dunque pari a 11,2 miliardi.

Il comunicato

In un comunicato l’Istat spiega che nei giorni scorsi «si sono completate le elaborazioni dei conti economici nazionali 2017». Ciò ha riguardato, in particolare, il Conto delle amministrazioni pubbliche che, come ogni anno, è stato rivisto rispetto alla versione pubblicata il primo marzo incorporando le ulteriori informazioni disponibili ai fini della trasmissione ad Eurostat il 30 marzo del conto aggiornato, oggetto della notifica sull’indebitamento netto e sul debito delle Amministrazioni Pubbliche (AP) in applicazione del protocollo sulla Procedura per i Deficit Eccessivi (PDE). Le nuove stime del Conto delle Amministrazioni Pubbliche includono, in particolare, la contabilizzazione degli effetti delle «disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.» che sono stati definiti sulla base della valutazione di Eurostat, fornita all’Istat nei giorni scorsi e pubblicata martedì sul sito web di Eurostat. «A seguito delle modifiche di alcuni aggregati del conto delle amministrazioni pubbliche – scrive l’Istat – si sono resi necessari degli aggiustamenti, seppure di entità limitatissima, sulle stime per il 2017 di molte altre variabili dei conti, incluso lo stesso Pil».

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MA CHE SALVATAGGIO E’?

CARLO MESSINA RACCONTACI LA VERITA’

I SOLDI DEI CONTRIBUENTI SONO SACRI

E’ INUTILE RACCONTARCI LE FAVOLE OGNI PERSONA CHE HA AUTORIZZATO QUESTA OPERAZIONE L’HA RACCONTATA A MODO SUO – STOP.

Doccia fredda da Eurostat: da banche venete impatto sul deficit di 4,7 miliardi

Una delle banche coinvolte nel salvataggio
Una delle banche coinvolte nel salvataggio

L’intervento del Governo italiano per il salvataggio di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca pesa sui conti pubblici 2017, sia sul debito che sul deficit. Lo ha stabilito Eurostat in una valutazione («advice») fornita all’Istat nei giorni scorsi. In base a questa valutazione, si legge sul sito dell’Eurostat, «nel 2017 l’impatto sull’indebitamento è stimato pari a 4,7 miliardi. L’impatto diretto e indiretto sul debito è pari a 11,2 miliardi». I nuovi dati aggiornati sul Conto delle Pa saranno resi noti mercoledì dall’Istat.

I calcoli di Eurostat 
Nella sua valutazione Eurostat considera il procedimento seguito per la liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza e calcola il saldo tra le uscite totali pari a 14,7 miliardi e le entrate stimate, come recuperi soprattutto dai crediti deteriorati, pari a 10 miliardi: «Il risultato è un impatto negativo di 4,7 miliardi da registrare» a valere sul deficit 2017. In relazione al debito Eurostat considera le obbligazioni pari a 6,4 miliardi verso Intesa Sanpaolo come prestito e il finanziamento necessario per l’intervento di cassa a favore di Intesa per 4,8 miliardi: l’impatto sul debito, diretto e indiretto, ammonta dunque a 11,2 miliardi.

Revisione al rialzo di deficit e debito 
Il deficit/Pil 2017 in base ai dati diffusi il primo marzo scorso era pari all’1,9% (2,5% nel 2016); il debito risultava sceso al 131,5% del Pil dal 132% del 2016. Due cifre destinate inevitabilmente a salire dopo la revisione dell’Istituto di statistica europeo. Il maggior deficit di 4,7 miliardi equivale allo 0,2-0,3% del rapporto deficit/Pil(considerando il valore del Pil 2017, calcolato dall’Istat il primo marzo a 1.716.238 milioni di euro). Il rapporto deficit/Pil inizialmente stimato all’1,9% potrebbe quindi salire, raggiungendo – o superando – il 2,1% stimato dal governo nella Nota al Def di settembre. Revisione al rialzo anche per il debito, stimato dall’Istat al 131,5% nel 2017 (contro il 131,6% della Nota al Def), in cui si dovrà tenere conto degli 11,2 miliardi di impatto dei salvataggi calcolato da Eurostat.

«A seguito delle modifiche di alcuni aggregati del Conto delle Pa si sono resi necessari aggiustamenti, seppure di entità limitatissima, sulle stime per il 2017 di molte altre variabili dei conti, incluso lo stesso Pil». Questa la prima reazione dell’Istat dopo aver ricevuto la valutazione di Eurostat.

Banche nel guado: un terzo del business nelle mani di Amazon & co. L’allarme di Intesa Sanpaolo

https://www.corrierecomunicazioni.it 3 aprile 2018

Hi-Tech Vector

 

Dalle colonne del Financial Times il ceo Carlo Messina apre a uno scenario che rischia di stravolgere il comparto. In ballo soprattutto i pagamenti. E uno studio di Citigroup rafforza la tesi

Igruppi dell’hitech sono destinati a sottrarre quote crescenti di business alle banche: i timori suscitati nel settore finanziario tradizionale dall’apertura del mercato del prestito e dei pagamenti a nuovi attori del mondo tecnologico vengono confermati sul Financial Times dal Ceo di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, e da un nuovo studio di Citigroup che traccia gli andamenti del settore bancario tradizionale di qui al 2025 e indica che il 34% del business potrebbe sparire a vantaggio di colossi come Amazon e Google e di start-up del fintech altamente innovative.

Le aziende tecnologiche faranno concorrenza agli istituti di credito consolidati con una serie di servizi finanziari per il mercato di massa disegnati con le caratteristiche di agilità e facilità d’uso che hanno determinato il successo di gruppi come Google e Facebook. Intesa Sanpaolo, la numero uno delle banche italiane per capitalizzazione di mercato, ha già messo in preventivo la possibile perdita di quote di mercato che si spostano verso rivali “focalizzati sul digitale”in alcune delle attività mainstream, soprattutto i pagamenti, indica Messina. “E’ chiaro che si profila una minaccia e nel nostro piano strategico abbiamo già previsto che la porzione di guadagno che oggi deriva dal business dei pagamenti potrebbe ridursi”, ha dichiarato il Ceo del gruppo bancario italiano sul Financial Times, pur aggiungendo che i clienti più facoltosi, e nelle fasce di età più elevate, saranno restii ad affidare i loro risparmi ai player del digitale e vorranno rimanere fedeli alle banche; per questo gli istituti tradizionali dovranno concentrarsi sui servizi a valore aggiunto, come assicurazioni e asset management.

La visione di Messina è condivisa nel settore banario internazionale: la ricerca condotta da Citigroup intitolata “Bank of the Future” prevede che, entro il 2025, le banche del Nord America potrebbero perdere oltre un terzo delle entrate dalle attività tradizionali – gestione del risparmio, pagamenti, prestiti, investimenti – a favore di nuovi entranti del mondo finanziario fortemente basati sulle tecnologie digitali. Il mercato bancario di Stati Uniti e Canada subirebbe l’impatto più profondo, capace di modificare radicalmente il business degli incumbent per effetto dei “disrupters”, attori rivoluzionari che includono fintech, società tecnologiche e le stesse start-up che le banche hanno recentemente avviato o finanziato nel tentativo di farsi trovare pronte alla trasformazione digitale. Società dei prestiti peer-to-peer come Funding Circle e Lending Club contano quote crescenti di clienti, così come le app dei pagamenti o le banche solo online Atom (nel Regno Unito) e Bank of the internet UsaIn Europa è anche la nuova direttiva sui pagamenti Pds2 a favorire la digitalizzazione del settore aprendo il mercato a attori finora esterni al mondo finanziario grazie all’open banking, che impone agli istituti tradizionali di condividere informazioni dei clienti con terze parti accreditate che possono costruire servizi a valore aggiunto.

“La maggior parte dei cambiamenti su scala globale deve ancora verificarsi”, commenta Ronit Ghose, direttore della divisione Global banks research di Citi. “Ci sono ampi spazi per spostamenti nelle quote di mercato di qui al 2025 e rischi anche di uscire dal business per alcuni incumbent che non tengono il passo”. Ghose nota che negli Usa sono attivi colossi hitech, con Amazon in prima fila, molto interessati a entrare nel business della finanza e che esiste una nutrita schiera di start-up del fintech; gli istituti tradizionali sono ancora troppo lenti nel rispondere ai cambiamenti.

In particolare, lo studio di Citi mostra che la spesa It delle banche dell’eurozona è invariata dal 2009, mentre quella delle banche Usa è cresciuta di circa il 2% – ancora troppo poco, per un settore alle prese con la digital transformation. Lo ha sottolineato di recente anche il Disruptive Index di Accenture: quello bancario sarà il settore tra i più coinvolti dalla disruption tecnologica nei prossimi tre anni e gli attori tradizionali dovranno saper cogliere velocemente l’opportunità di ripensare i posizionamenti strategici e le logiche competitive e collaborative e rifocalizzare gli investimenti in innovazione.

Debito pubblico, Il Fatto: il “salvataggio” di BPVi e Veneto Banca e dote concessa a Intesa Sanpaolo lo fa salire di 11,2 miliardi e smentisce Gentiloni

Rassegna Stampa vicenzapiu.com 3 aprile 2018

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Il verdetto dell’Eurostat è arrivato. E cambia pesantemente le carte in tavola: altro che “calo del debito/pil rispetto al 2016″, come rivendicato dal premier uscente Paolo Gentiloni l’1 marzo quando Istat aveva diffuso le sue statistiche su pil e indebitamento del 2017. Il rapporto in realtà è aumentato anche lo scorso anno. L’Ufficio europeo di statistica ha infatti sancito che i soldi stanziati dallo Stato per liquidare Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca e cederle a Intesa Sanpaolo con una ricca dote pesano eccome sul debito pubblico. Che sale ben oltre i 2.256 miliardi di euro stimati dall’Istat l’1 marzo in attesa di questa decisione.

La cifra va ritoccata all’insù di 11,2 miliardi, incluse le garanzie. L’operazione sulle ex popolari venete ha invece un impatto di 4,7 miliardi sul deficit: in questo caso si prende in considerazione solo l’intervento di cassa a favore dell’istituto guidato da Carlo Messina.

Per Eurostat “gli interventi del governo relativi alla liquidazione” delle due banche “devono essere classificati sulla base del loro impatto netto”. Quando all’impatto sul deficit 2017 “i flussi totali attesi in uscita possono essere stimati a 14,7 miliardi di euro, mentre il totale delle somme recuperate è atteso a 10 miliardi di euro. Come risultato dovrebbe essere dunque registrato nei conti un impatto negativo sul deficit per 4,7 miliardi”, intorno a 0,3 punti percentuali di pil in più rispetto alla stima del marzo. Quanto al debito pubblico, tenendo conto delle garanzie da 6,4 miliardi e dei 4,8 miliardi pagati cash a Intesa San Paolo, l’effetto “sia diretto che indiretto è pari a 11,2 miliardi”.

Mercoledì Istat rivedrà di conseguenza i valori delle due grandezze rispetto al pil 2017. “Udite udite, cala il debito pubblico, è passato dal 132 (del 2016, ndr) al 131.5%”, aveva commentato Paolo Gentiloni un mese fa. Alla luce dei nuovi dati, però, il calo scompare: anzi, dal 132% si passa a 132,1.

Il rapporto deficit/Pil inizialmente stimato all’1,9% dovrebbe a sua volta salire raggiungendo o superando il 2,1% stimato dal governo nella Nota al Def di settembre. 

L’e-commerce e il suo contributo all’inquinamento globale

Milena Gabanelli corriere.it 

D’accordo, acquistare online è proprio comodo. Nell’ultimo anno 22 milioni di italiani hanno comprato scarpe, cellulari, frullatori, libri e cibo per cani rimanendo seduti sul divano: clicchi, paghi e in pochi giorni il prodotto è recapitato in casa. In Italia nel 2017 si stima siano stati fatti 150 milioni di ordini, che vuol dire 150 milioni di pacchi spediti, e altrettanti citofoni suonati.
Soltanto Poste italiane fa sapere di aver movimentato 81 milioni di pacchi nei primi nove mesi del 2017 grazie all’e-commerce. La merce comprata su internet è trasportata solo su strada, attraverso una pianificazione logistica che punta a ridurre il più possibile i tempi di consegna. Nella sola città di Milano, ogni giorno, si registrano almeno 23 mila consegne. Vale la pena di fare qualche considerazione sulla ricaduta ambientale di tutti questi pacchi in circolazione? Forse sì.
Il packaging: quanto cartone e plastica

Qualunque articolo di solito arriva nei negozi in stock. Se per esempio compri un maglione, la commessa lo infila in un sacchetto e te lo porti a casa. Se lo ordini on-line dovrà invece essere impacchettato prima in una busta di plastica e poi riconfezionato dentro una scatola di cartone. Magari sigillato con delle fascette. Nel 2016 sono state immesse 2 milioni 200mila tonnellate di plastica. Il consorzio per il riciclo degli imballaggi di plastica Corepla, riferisce che l’e-commerce ha rappresentato il 15% del totale della plastica immessa al consumo, ovvero 300 mila tonnellate. In dieci anni il volume è aumentato del +200%. Per il cartone si registra un +3 %. Se è vero che l’88% viene riciclato, è altrettanto vero che la richiesta aumenta, e si prevede l’apertura di due nuove cartiere (Avezzano e Mantova).

Quanti camion vanno su e giù

Il 90% dei consumatori si fa recapitare il pacco a casa o in ufficio. Nel 2012 si stimavano circa 6 milioni di delivery al mese. Nel 2017 siamo arrivati a 15 milioni. Vuol dire che su strada e in città il traffico è più che raddoppiato in soli 5 anni. Secondo uno studio americano, fatto da Bloomberg New Energy Finance e McKinsey, come diretta conseguenza del fenomeno degli acquisti on line, il numero dei veicoli commerciali impiegati nel mondo è cresciuto del 32%, passando da 250 milioni del 2006 a 330 milioni di unità nel 2014. Entro il 2050, nelle grandi città, si stima un aumento del 40%.

La Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica, nei primi sei mesi del 2017 ha registrato un incremento del 6,5% delle consegne dei corrieri, con un numero delle immatricolazioni dei veicoli pesanti del +21,5%. Nella sede dell’Interporto di Bologna, i camion in transito hanno registrato un +10,3%; un fenomeno legato anche alla presenza dell’azienda di e-commerce per l’abbigliamento Yoox .
Il trasporto dei pacchi e-commerce è solo su gomma

Le consegne di Amazon sul territorio nazionale avvengono solo su gomma. In Italia gestisce, oltre ai centri di distribuzione di Castel San Giovanni (Pc), Passo Corese (Ri), Vercelli e Milano, anche altri otto depositi di smistamento, proprio per rispondere nel più breve tempo possibile alle richieste dei clienti. Ordinando quindi un maglione da Palermo, il pacco partirà dal deposito di Passo Corese con un corriere che percorrerà su strada 939 km, fino al citofono.

VEICOLI VECCHI ED INQUINANTI+
Secondo il più recente rapporto Ispra, l’80% dei veicoli commerciali leggeri che transitano nelle città ogni giorno appartengono a una classe inferiore euro 5. A Londra (dice lo studio Bloomberg e McKinsey) i veicoli commerciali sono responsabili del 30% delle emissioni di CO2 e di ossido di Azoto, mentre a livello europeo, nel 2013 hanno generato il 46% delle emissioni totali di Nox nell’Unione. L’Organizzazione mondiale della sanità (Who) ha stimato che ci sono stati tre milioni di morti premature a causa dell’inquinamento dell’aria, causato dalle emissioni dei mezzi su gomma.
Il trasporto aereo

E poi ci sono gli aerei: secondo uno studio del Parlamento europeo, il trasporto aereo produrrà il 22 % delle emissioni globali di CO2 nel 2050. L’International Air Transport Association (Iata) ha pubblicato le sue statistiche sui mercati globali delle merci aviotrasportate: la domanda è aumentata del 10,4% nella prima metà del 2017, rispetto al 2016. Anche in Italia il traffico cargo nei primi sei mesi del 2017 ha aumentato le tonnellate in transito del +11,2%, e Malpensa ha di recente annunciato la creazione di una nuova area di 125 mila mq per la realizzazione di magazzini per le spedizioni e-commerce.

AUMENTO TRAFFICO AEREO+
Soluzioni per ridurre i danni ambientali

Investire nei veicoli elettrici è il primo passo. Un’ipotesi più efficace è quella degli armadietti situati nelle aree di maggior transito. Ottimizzando i viaggi, possono diminuire i tempi di lavoro del 60% e i costi di consegna del 35%. I box possono essere situati nei supermercati, negli uffici, nei centri commerciali o nelle stazioni delle metropolitane, dove gli acquirenti possono recuperare la merce comprata on line, di giorno o di notte 7 giorni su 7, usando il codice di accesso per aprire il proprio armadietto. In Germania oggi la Dhl ha installato 3 mila terminali con 300 mila box in più di 1600 città. Il tema è come incentivare i cittadini ad usarli, rinunciando ad aspettare il pacco a casa. Poi ci sono i droni, ma il volo è condizionato dal meteo, possono sopportare un carico inferiore agli otto Kg, percorrere distanze contenute, e disponibilità di un’area di almeno 2 metri. Poco adatto ai condomini.

Alternativa possibile: quando lo stesso prodotto è in vendita nel negozio vicino a casa, comprarlo lì. Eviteremo di vederlo chiudere e sostituito con una sala giochi.
 

(ha collaborato Carla Falzone)

LE PANTERE GRIGIE TORNANO IN AZIENDA – I VECCHI FONDATORI DELLE DINASTIE INDUSTRIALI SCALZANO I PARGOLI INADEGUATI E RIPRENDONO LA GUIDA, CON NUOVA ENERGIE, DELLE IMPRESE CHE HANNO LANCIATO – I CASI DI DEL VECCHIO, FERRAGAMO E BENETTON

dagospia.com 3 aprile 2018

 

Daniela Polizzi per L’Economia- Corriere della Sera

 

E adesso è la volta di Giuseppe De’ Longhi, classe 1934, l’ imprenditore artefice del successo della multinazionale dei piccoli elettrodomestici, tra macchine per il caffè, robot da cucina e aspirapolvere, arrivata a 2 miliardi di ricavi. Torna in azienda, dove sta per arrivare anche Massimiliano Benedetti, 47 anni, ingegnere, una carriera in Ynap dove è stato responsabile del marketing . La sua nomina nel board sarà all’ assemblea convocata il 19 aprile a Treviso. Obiettivo, integrare le competenze in consiglio nel digitale e nell’ e-commerce.

 

leonardo del vecchioLEONARDO DEL VECCHIO

Come dire, il futuro delle aziende può tornare a intrecciarsi con chi quell’ impresa l’ ha fondata. Anche solo per una fase. In fila ci sono Luciano Benetton, che a 82 anni ha ripreso il timone della United Colors, Ferruccio Ferragamo (72 anni) che ha assunto ad interim le deleghe operative in attesa di trovare un nuovo Ceo, Patrizio Bertelli (71) sempre più impegnato nella gestione quotidiana di Prada. Tutti casi diversi ma che segnano un nuovo ritmo di coinvolgimento dell’ imprenditore.

 

L’ apripista è stato Leonardo Del Vecchio (82) che nel 2014 ha ripreso le redini della strategia del gruppo, anche per portarlo verso l’ aggregazione con la francese Essilor. Obiettivo, creare un campione mondiale degli occhiali e delle lenti il cui esordio è atteso entro il primo semestre di quest’ anno.

 

Quando il gioco si fa duro, i fondatori delle aziende rientrano in partita moltiplicando l’ impegno nell’ azienda, che forse non hanno mai lasciato veramente. Lo fanno senza necessariamente rivestire incarichi operativi. Danno la rotta. Niente a che vedere con situazioni di crisi. Sono tutte aziende che si sono guadagnate il podio, contribuiscono a fare correre l’ economia nazionale e portano il made in Italy nel mondo. Sono eccellenze, investono e crescono.

 

luciano benetton imago mundiLUCIANO BENETTON IMAGO MUNDI

Ma è chiaro che devono affrontare cambiamenti profondi. Non solo innescati da Amazon e dalle vendite online che stanno imprimendo una rivoluzione nel mondo del retail, dove peraltro la maggior parte di queste aziende lavora. «Le tecnologie e i social network impongono nuovi modelli e nuovi approcci di marketing, di concezione di prodotto e servizio che implicano trasformazioni profonde nella vendita e nella distribuzione. Il ritorno degli imprenditori che hanno creato le aziende è determinato e reso necessario, anche se solo per una fase, dal bisogno di una migliore convergenza tra strategia della proprietà e azione manageriale», spiega Roberto Crapelli, presidente della società di consulenza Roland Berger in Italia.

 

ferruccio ferragamoFERRUCCIO FERRAGAMO

Ferragamo ha preso la carica di ceo al board dell’ 8 marzo, dopo l’ uscita di Eraldo Poletto (un passato in Furla e Brooks Brothers), rimasto alla guida della griffe fiorentina solo un anno e mezzo. Ma sarà solo per una fase, spiegano nella maison, il tempo necessario per individuare un top manager. Insomma, il gruppo conferma la scelta fatta nel 2006 di affidarsi a una guida operativa esterna alla famiglia.

 

Sono già stati attivati head hunter e relazioni personali della dinastia della moda. Il profilo? Un’ esperienza nel lusso globale e dimestichezza nel mondo delle aziende quotate. Ferragamo non vuole cedere l’ azienda. Anzi, rilancia. Sarà l’ esponente della famiglia fondatrice ad accelerare quel piano impostato nel febbraio dell’ anno scorso e focalizzato su marchio, innovazione del prodotto, retail e legame con il cliente.

 

Obiettivo, recuperare anche i margini in un settore complesso nel quale l’ ecommerce guadagna posizioni ma non compensa la minore redditività dei negozi «fisici». «Evidentemente l’ offerta di manager non è adeguata, dice Crapelli -. Comunque, il ritorno al timone di un imprenditore è sempre un atto di coraggio».

 

miuccia prada e Patrizio BertelliMIUCCIA PRADA E PATRIZIO BERTELLI

Poi c’ è Benetton group. E qui il tema è diverso rispetto a quello di altri. Ma il coraggio di Luciano Benetton e della sorella Giuliana forse ancora è più forte. L’ azienda che ha inventato il retail nella moda ha macinato profitti fino al 2008. Poi ha smesso di innovare e quei concorrenti a marchio Zara e H&M, nati imitando gli United Colors, hanno superato l’ apripista italiano. Aveva provato a passare il timone al figlio Alessandro che alla fine aveva concluso che era meglio trovare un alleato. E forse l’ aveva trovato negli Stati Uniti. Non ha funzionato. La soluzione del management esterno nemmeno.

 

E così Benetton ora si fa carico del rilancio. Lo fa ricostituendo il «dream team» con lo storico fotografo Oliviero Toscani e tanti manager della vecchia squadra. Ricomincia dalle cose che avevano fatto la fortuna del gruppo: rifà i negozi e lavora per ricostituire la rete di agenti che all’ estero (gli storici «partner») avevano guidato lo sviluppo.

 

alessandro benetton jpegALESSANDRO BENETTON JPEG

Il modello? Un numero più limitato di store immensi e una rete di negozi più piccoli, più accoglienti, che fanno da sponda all’ ecommerce grazie alla relazione con il cliente. Il punto di partenza è che Benetton non è Zara: è meno standard, molto più artigianale. La sintesi è che non si corre dietro agli altri. In una seconda fase Benetton prenderà altre figure professionali e avrà bisogno di un profilo che al suo fianco interpreti il momento nuovo.

 

Patrizio Bertelli la sua azienda non l’ ha mai lasciata. Ma il cambiamento dei mercati ha moltiplicato il suo impegno e quello di Miuccia Prada, entrambi chief executive, affiancati da manager abituati alle nuove sfide. Il digitale per primo. E la risposta del gruppo Prada è arrivata. «Il 2018 sarà l’ anno della ripresa. Ci sono i primi importanti risultati che derivano dalle iniziative strategiche avviate su molti fronti», ha detto con ottimismo l’ imprenditore nella conference call di marzo. La griffe quotata a Hong Kong corre. Non solo sulle passerelle o nei negozi.

 

Tra i punti chiave della strategia c’ è l’ incremento della produttività della rete retail, ma anche l’ integrazione tra offline e online, con l’ obiettivo da una parte di migliorare l’ esperienza del consumatore che entra nei negozi fisici e, dall’ altro, di portare l’ ecommerce dal 4-5% attuale al 15% nel 2020. Un punto centrale, quest’ ultimo, per il gruppo che in Cina, a dicembre, ha tenuto a battesimo il primo portale del lusso, coniando un modello che ora è esteso a livello globale. La spinta dei ricavi è arrivata già la scorsa estate con le nuove collezioni nei negozi, molti rinnovati.

 

Siluro Cinquestelle a Malagò

lospiffero.it 3 aprile 2018

Nel giorno in cui il Cio annuncia i nomi delle città candidate alle Olimpiadi 2026, tra cui Torino, dalla Sala Rossa il fronte del No spara bordate contro il numero uno del Coni e imbarazza Appendino. Carretto (M5s): “È inadeguato, si dimetta”

Giovanni Malagò è “inadeguato”, Expo a Milano è “un pessimo precedente” e infine la richiesta di dimissioni del numero uno del Coni, “ente che negli anni ha dimostrato in molti casi di non essere in grado di fare gli interessi dello sport italiano”. Se non fosse stato scritto da un consigliere comunale di Torino, per giunta della maggioranza che sostiene Chiara Appendino, il post su facebook di Damiano Carretto potrebbe essere velocemente liquidato come una delle tante farneticazioni di attivisti pentastellati. Ma in Sala Rossa Carretto è la testa d’ariete di un fronte sempre più ampio come dimostrano i like al suo commento via social da parte di altri consiglieri come Maura Paoli Daniela Albano. In tutto cinque consiglieri, sei contando la fuoriuscita Deborah Montalbano, senza i cui voti la maggioranza semplicemente non c’è più.

“Davvero vogliamo far organizzare un evento ad un ente guidato da un personaggio ambiguo come Malagò? Un personaggio capace, a quanto si legge sui media, di spendere milioni di euro per la non-candidatura di Roma 2024? Un personaggio al vertice del comitato promotore capace di generare nel 2009 il disastro dei mondiali del nuoto della Capitale?” scrive Carretto. Un attacco durissimo che mal si concilia con il passo felpato e il basso profilo adottato finora da Appendino e dallo stesso presidente del Coni nelle sue interlocuzioni con le amministrazioni cittadine e a livello centrale col Cio che proprio oggi ha annunciato l’elenco dei sette paesi candidati a organizzare la kermesse olimpica del 2026 con l’Italia che schiera una triade formata da Milano, Torino e Cortina d’Ampezzo, anche se a quanto sembra le tre città non sarebbero in competizione tra loro giacché la candidatura sarà unitaria.

“Malagò e il Coni hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza con la comunicazione ambigua inviata al Cio per la candidatura di Milano/Torino. Comunicazione inviata, da quel che sappiamo, senza nemmeno comunicarlo ai rispettivi sindaci. Una modalità di candidatura che non mostra alcun rispetto per la città di Torino e per le sue valli”. Sfugge, evidentemente, a Carretto che per rientrare nel novero delle città ammesse alla fase di dialogo Appendino aveva inoltrato una manifestazione d’interesse al Coni, seguita da un riscontro da Palazzo H e dalla conseguente nascita dell’associazione Torino 2026, su iniziativa della giunta comunale.

L’esponente del M5s arriva a preconizzare un tacito accordo risalente a prima delle elezioni e che prevedeva la candidatura di Milano attraverso un asse tra Malagò, il ministro dello sport Luca Lotti e il sindaco di Milano Giuseppe Sala. Un’intesa saltata dopo le elezioni del 4 marzo, con il successo del M5s e la possibile (ma tutt’altro che scontata) ascesa a Palazzo Chigi di Luigi Di Maio. Infine l’attacco al capoluogo lombardo che “ha già fallito nell’organizzare Expo 2015 e ha fallito miseramente nel tentare di fare un proprio salone del libro”. Di qui il gran finale: “Mi aspetto, quindi, le dimissioni immediate di Malagò e una revisione dei vertici del Coni, ente che negli anni ha dimostrato in molti casi di non essere in grado di fare gli interessi dello sport italiano (innumerevoli gli scandali che hanno colpito il Coni negli anni). Nessuna ipotesi di candidatura può essere presa in considerazione senza un immediato ricambio ai vertici del Coni”.

  

C’E’ TALMENTE TANTA GRANA IN GIRO CHE PURE PIAZZA AFFARI DIVENTA ATTRAENTE – I FONDI ESTERI SI BUTTANO SULLA BORSA ITALIANA: PREFERISCONO LE GRANDI BANCHE ED ASSICURAZIONI, MA NON DISDEGNANO NEMMENO I TITOLI DOVE SCORRE IL SANGUE. UNO A CASO? TIM

dagospia.com 3 aprile 2018

Nino Sunseri per Libero Quotidiano

 

bernheim bolloreBERNHEIM BOLLORE

Quando il fondo Elliott ha iniziato l’ assedio a Telecom un brivido ha percorso il settore corporate del Paese. Una volta abituata a risolvere i propri problemi senza scalpore, a porte chiuse, Piazza Affari sta diventando terreno di scorreria per i soci attivisti. Certo Telecom non è stato il primo caso.

 

Come dimenticare l’ offensiva di Algebris su Generali che aveva portato alle tumultuose dimissionI di Antoine Bernheim dalla presidenza? Oppure l’ attacco contro Parmalat concluso con l’ ingresso di Lactalis? Si trattava però di situazioni particolari. Nel caso di Generali una classica battaglia di successione. In Parmalat aveva sbagliato il presidente Enrico Bondi tenendo in cassa la liquidità ottenuta con i risarcimenti delle banche.

ENRICO BONDIENRICO BONDI

 

Ora invece investitori nordamericani e britannici, che preferiscono stili di investimento più aggressivi, stanno stabilmente costruendo una presenza in Italia dove la rete di partecipazioni incrociate si sta smantellando dopo la crisi. I fondi anglosassoni detengono il 60% della quota delle blue chip italiane in mano agli istituzionali, secondo Borsa Italiana.

 

Piazza Affari non fornisce paragoni storici ma gli esperti di governance dicono che l’ influenza di questi fondi è in crescita. In particolare nel settore bancario. Gli investitori professionali sono ai primi posti in tutte le banche tranne Intesa, dove la leadership italiana è garantita da Compagnia di San Paolo e Fondazione Cariplo. Ci sarebbe anche Mps con il Tesoro. Ma è un’ altra storia. Per il resto il nocciolo duro dell’ azionariato è costituito da fondi americani e inglesi.

 

padoan montepaschiPADOAN MONTEPASCHI

L’ avanzata e’ stata semplice: le ex popolari diventate Spa erano facilmente penetrabili avendo un libro soci frammentato dal voto capitario. Nel resto del sistema è venuto meno il bastione delle Fondazioni distrutto dalla raffica di aumenti di capitale. Finora i fondi che controllano le banche hanno fatto gli azionisti dormienti. Si sveglieranno quando i bilanci si saranno stabilizzati.

 

«Il mercato italiano sembra ormai maturo per l’ attivismo, in particolare negli ultimi tre anni», commenta Fabio Bianconi della società di consulenza sulla corporate governance Morrow Sodali. Tim rappresenta la prima verifica. Elliott ha sfidato Vivendi chiedendo un deciso cambio di rotta. Il titolo ha perso oltre un terzo del suo valore da quando il gruppo francese guidato da Vincent Bolloré ha rilevato la partecipazione iniziale a metà 2015. Elliott, fondata dal pioniere degli hedge fund Paul Singer, vuole che Tim venda parzialmente la rete fissa, possibilmente attraverso la quotazione e ha chiesto la sostituzione dei consiglieri nominati dai francesi.

paul singerPAUL SINGER

 

Questa settimana è scoppiata la battaglia dei fondi attivisti nella società di infrastrutture tlc Retelit. I tedeschi di Shareholder Value Management si sono schierati contro i progetti di altri investitori che volevano allontanare l’ attuale amministratore delegato e hanno dichiarato il proprio sostegno all’ attuale business plan.

 

RETE TELECOM1RETE TELECOM1

Il peso degli investitori istituzionali nelle aziende italiane è più che raddoppiato negli ultimi 20 anni, secondo i dati di Bankitalia. Fino al 2010, quando una legge ha chiarito la questione dei diritti di voto, non era chiaro, per l’ azionista che muoveva le azioni nelle settimane che precedevano l’ assemblea, se poteva votare o meno.

 

La legge ha introdotto una «record date», di solito fissata in sette giorni lavorativi antecedenti l’ assemblea. Tuttavia l’ attivismo dei soci ha ancora parecchi ostacoli da affrontare perché il patrimonio familiare controlla il 33 per cento del capitale quotato. Facile bloccare le iniziative non gradite.

 

Sga: entra nel vivo; altre 40 assunzioni e mandato ai servicer in arrivo (fonti)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Definizione delle strutture operative con nuove assunzioni, mandato ai servicer in dirittura d’arrivo, scelta delle modalità di finanziamento per il supporto dei rapporti ancora vivi, inclusa l’ipotesi di raccolta delle risorse sul mercato.

Così – secondo quanto riferito da fonti a MF-Dowjones – si sta rafforzando la Sga, società di gestione attività controllata dal Tesoro. L’ex bad bank del Banco di Napoli guidata da Marina Natale e presieduta da Alessandro Rivera si appresta a entrare nel vivo dell’attività dopo l’avvenuto trasferimento dei 17,7 miliardi di bad loans delle due banche venete (Popolare di Vicenza e Veneto Banca) messe in liquidazione e i cui attivi sono entrati nel perimetro di Intesa Sanpaolo.

Molti osservatori negli scorsi mesi si sono chiesti come avrebbe fatto la società a gestire una tale mole di crediti. Allo scopo Sga sta ampliando gli organici con l’obiettivo di raggiungere un target di 230 risorse nei prossimi tre mesi. Dalle 71 risorse iniziali operative su Napoli, l’ex bad bank della banca partenopea ha infatti inserito (attraverso un distacco da Intesa Sanpaolo) altre 70 risorse circa, provenienti dalle ex banche venete creando due sedi operative a Vicenza e Montebelluna, oltre a una struttura a Milano dedicata alla gestione dei crediti a sofferenze o Unlikely to pay. Sga ha poi concluso negli ultimi tre mesi 23 assunzioni dirette, e un’ulteriore decina di assunzioni in corso di firma. Un altro potenziamento degli organici è stato attuato con una serie di accordi di body rental con aziende partner per una quindicina di professionisti che stanno entrando in servizio. Al momento quindi la società ha più che raddoppiato l’organico (da 71 a circa 190), e prevede nei prossimi due-tre mesi di aggiungere ancora una quarantina di addetti arrivando a un target iniziale di circa 230 risorse.

Vista la complessità della materia e l’evoluzione delle normative in corso l’ex bad bank del Banco di Napoli ha avviato un percorso di sviluppo professionale – a partire dalla struttura di Napoli che si svilupperà per tutto il 2018 – focalizzato sulle soft-skills e competenze avanzate per tutti i dipendenti, a cui seguirà entro l’estate un aggiornamento professionale in materia di normativa, di specializzazioni tecniche e di comunicazione in lingua inglese.

Oltre alle sofferenze Sga dovrà gestire circa 9 miliardi di inadempienze probabili, cioè crediti che pur non essendo più in bonis non sono ancora scivolati in default. È buona prassi dell’attività bancaria evitare il deterioramento di queste esposizioni e fare il possibile per riportarle in bonis, incoraggiando il turnaround industriale e finanziario. Sga è chiamata quindi a svolgere anche attività di finanziamento a supporto dei rapporti ancora vivi. Al momento le strade possibili sembrano due: utilizzare gli incassi derivanti dai recuperi, magari ottenendo un anticipo da parte della Liquidazione coatta amministrativa (Lca), e andare a raccogliere risorse direttamente sul mercato.

Un altro tassello in fase di definizione è quello relativo alla scelta dei servicer che gestiranno una parte del portafoglio delle due banche venete. Una fonte spiega che il contratto è in fase di negoziazione e che potrebbero esserci novità entro nell’arco di un paio di settimane.

cce

claudia.cervini@mfdowjones.it

(END) Dow Jones Newswires

April 03, 2018 10:05 ET (14:05 GMT)

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NON CAPISCO PERCHÉ INTESA SAN PAOLO E DENTRO DAPPERTUTTO ANCHE NELLA SGA NONOSTANTE LA CESSIONE – ADESSO OFFRE ANCHE I SERVIZI. C’E’ QULACOSA CHE NON MI TORNA!

ARGENTARII BONI VIRI; SISTEMA BANCARIO MALA GESTIO?

24 GIUGNO 2017 orizzonti48.blogspot.it 

Ma sì…mettiamoceli tutti che ci stanno comunque bene
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1. Come risulta del tutto prevedibile, la stampa mainstream si affretta a ri-raccontare la storia dell’insolvenza delle banche venete in termini di casta-cricca-malcostume, in modo da escludere, agli occhi del suo lettore-tipo, ogni possibile connessione tra l’euro, le politiche fiscali indispensabili per mantenere l’Italia dentro l’eurozona, e la disciplina dell’Unione bancaria. La narrazione è la stessa che c’è stata propinata con riguardo ai precedenti delle “3 banche” e del MPS:
“Consoli e Zonin sono stati travolti dai prestiti che loro stessi hanno concesso, spesso ad amici e senza valutazioni obiettive, perché anno dopo anno si sono trasformati in sofferenze che hanno eroso il patrimonio delle loro banche. Un patrimonio, per di più, che non sempre era vero capitale, perché in non pochi casi le azioni che le due banche emettevano per rafforzarlo venivano sottoscritte dai correntisti finanziati dalla stessa banca. Era solo un circolo vizioso”.
1.1. Se ne deduce che se i prestiti fossero stati fatti ai “nemici”, o comunque, seguendo non ben identificabili (e diversi) criteri di merito del credito, che avessero prudenzialmente giustificato la “fiducia” elargita in un dato momento storico, nessuna banca, specie quelle “locali-brutte” che fanno gestioni allegre e poco trasparenti, sarebbe incorsa in una procedura di risoluzione.
2. Il credito, sostiene il mainstream, in Italia c’è chi è bravo e onesto nel concederlo e chi no: problemi SOPRAVVENUTI di difficoltà sistemica di restituzione non sono in alcun modo contemplati nelle sue spiegazioni
E non solo, ma a nessuno viene in mente, in queste occasioni, di parlare di credit crunch e di come, amici-brutti o beneficiari-meritevoli che siano, la situazione delle imprese – e di un numero crescente di famiglie, con mutuo e concomitante perdita o precarizzazione del lavoro– era ed è tale che, senza erogazione o mantenimento delle linee di credito, ogni attività e ogni asset, nel mondo reale, andrebbero perduti.
E infatti, siccome il credit crunch invece c’è, poi accade che, ai suoi effetti di soffocamento senz’altro sistemico, si uniscano le perdite di questa strana categoria mista, che non è certamente casuale ma piuttosto congiunturale: la categoria delle famiglie e imprese che, in quanto beneficiarie di credito (di sopravvivenza), divengono pure azionisti e/o obbligazionisti della banca erogatrice. 
A questa erano abituate a rivolgersi, in condizioni fisologiche, come interlocutore territorialenaturale.
3. Ma, nonostante nessuno si interroghi sul perché non ci siano più queste condizioni fisiologiche nei vari “territori”, la reiterata spiegazione che viene standardizzata per tutti i casi di insolvenze bancarie, più o meno “risolte” all’€uropea, continua ad essere che non ci sarebbe alcun problema per il sistema bancario italiano.
Perfettamente in linea con questa spiegazione ostinatamente fondata sulla esclusiva efficienza causale della malagestio, Visco di recente conferma:
“E’ grave che si parli della crisi del sistema bancario italiano, perché potrebbe essere strumentalizzato dai mercati. Non c’è una crisi del sistema bancario, ma una gravissima crisi italiana che ha colpito alcune banche’‘. Così il governatore Ignazio Visco in audizione al parlamento ”Ci siamo accorti della crisi banca per banca e una per una abbiamo informato sempre gli organi giudiziari”.
3.1. E quindi, dobbiamo supporre che la pubblica opinione che si forma sul mainstreammediatico sia fermamente convinta che l’euro, l’austerità fiscale e i suoi effetti sulla domanda e sull’occupazione – quindi sulla solvibilità di imprese e famiglie- non c’entrino nulla.
Con fiera pervicacia, autorità bancarie e espertologia mediatica rivendicano la correttezza metodologica del non interrogarsi mai sull’esistenza di cause sistemiche. E procedono empiricamente, a posteriori: ogni volta è come se fosse una sorpresa, un inconveniente anomalo in cui ci si imbatte e di cui ci si deve rammaricare a posteriori.
4. Ma questa foglia di fico, naturalmente autorazzista e basata sul senso di colpa – ogni male economico e sociale che ci troviamo a fronteggiare, è conseguenza di un modo di essere degli italiani e va corretto con dosi aggiuntive di €uropa-, non dovrebbe accontentare l’italianomedio (a meno che non “sappia di sapere”).  
4.1. Alberto Bagnai, un anno e mezzo fa, aveva invece descritto con ben maggiore attendibilità il meccanismo in cui si trovavano gli imprenditori (e investitori e azionisti nelle “banche” di riferimento territoriale) “in quanto veneti“, ovviamente cercando di far inutilmente capire che questo riguardava tutti gli italiani “in quanto €sternamente vincolati“:
“Ai cari amici imprenditori del Veneto, dai quali sarei dovuto andare oggi, ma mi sono rifiutato di farlo quando ho visto che l’evento prendeva una piega non costruttiva, mi limito a dire una cosa.
Voi avete difeso finora l’euro per due motivi: uno etnico e uno economico.
Il motivo etnico: purtroppo voi veneti prendete il meglio delle altre regioni italiane: siete spocchiosi come un fiorentino (prendete me ad esempio), e piagnoni come un napoletano. Voi credete veramente che se non vi avesse rovinato Campoformio (pianto), a quest’ora potreste competere da pari a pari con la Germania (spocchia), e quindi che se siete costretti a chiudere le vostre aziende la colpa non è del fatto che l’euro soffoca l’economia italiana, ma dello Stato ladro, dei terroni, ecc.
Preciso subito una cosa: voi non siete la Germania (perché non avete il suo peso geopolitico): siete meglio della Germania, e lo avete dimostrato tutte le volte che avete avuto le mani libere. E allora perché avete difeso un sistema che vi legava le mani?
Subentra il motivo economico: purtroppo voi imprenditori (rectius: i meno brillanti di voi) siete entrati nel simpatico schema Ponzi che qui descrive un vostro collega: le banche, pare, vi finanziavano se voi partecipavate alla loro ricapitalizzazione. Non è mica una novità, succede dappertutto. Sarà la magistratura a accertare i fatti e la loro rilevanza giuridica. Quella economica la si può intuire.
Ora, cari amici, vorrei farvi notare una cosa. Per anni avete creduto che, una volta entrati in questo giro, l’euro vi tutelasse, e questo perché persone prezzolate dal grande capitale (che non siete voi, e che è vostro nemico) vi dicevano che recuperare sovranità monetaria vi avrebbe fatto perdere dall’oggi al domani il 20% del vostro capitale. Una cosa che non è mai successa: mai e da nessuna parte una svalutazione è stata accompagnata da un pari crollo della ricchezza in termini reali (motivo e dati per l’Italia sono qui). Lo capite ora che è l’euro che distrugge i vostri risparmi, e non il ritorno alla lira? Perché se lo capite, vi consiglio di dare un cenno concreto di appoggio a questo progetto. Se invece ancora non lo capite, mi dispiace, ma vale per voi quello che vale per gli altri: vi meriterete quello che vi accadrà. E vi accadrà, purtroppo per voi, per i vostri dipendenti, e per noi.
Questo dovevo dirvi, e per dirvelo non ho bisogno di ascoltare le supponenti menzogne di Brunetta. A voi documentarvi. Qui gli elementi li avete. Senza il vostro sostegno il paese non può liberarsi. Quelli che creano il valore di cui le banche altrui vogliono appropriarsi siete (anche) voi. Siete veramente sicuri che farsi espropriare da uno Stato altrui per odio ideologico verso il proprio Stato sia un’ottimissima idea? Perché se avete accettato l’euro è per questo: perché pensavate che avrebbe costretto lo Stato ladro a disciplinarsi (e per tutelare il valore nominale di quei risparmi che ora i tedeschi vi hanno detto in faccia che si prenderanno).
Amici: avete fatto una grossa stupidaggine.
Qualsiasi imprenditore ne fa: solo chi non fa non sbaglia.
Ma solo i grandi ammettono l’errore e si adattano alle mutate circostanze”.
5. Eppure, quando non ci si trova di fronte all’immediata esigenza di “risolvere” una specifica crisi bancaria in qualche modo, un qualsiasi modo purché subordinato alla imprevedibile e capricciosa supervisione €uropea, la consapevolezza della dimensione sistemica del problema bancario italiano (quella negata da Visco a tutt’oggi), emerge.
Le banche a rischio travolgimento sotto il “peso abnorme di sofferenze e incagli“, come ci dice il Sole 24 ore, sarebbero ben 114 (su 500 banche complessivamente monitorate da uno studio di Mediobanca), la maggior parte delle quali istituti legati al territorio: cioè a quel rapporto fiduciario che lega il credito alla conoscenza diretta della realtà produttiva locale. 
Se sono 114, non solo pare un problema molto poco episodico e molto sistemico, ma imporrebbe di interrogarsi sulle cause di questo vertiginoso aumento delle sofferenze e delle difficoltà di restituzione. 
5.1. L’Espresso concorda sulla dimensione del problema e parrebbe scartare la spiegazione episodica. Il problema rimane sempre la malagestio ma (almeno) è generalizzato (cioè, più che mai, “colpa di popolo”): infatti a rischio sono “quegli istituti che dovrebbero sostenere l’economia dei territori, erogando il credito alle piccole e piccolissime imprese. Di fatto le centinaia di piccole banche sparse per l’Italia sono strumenti di potere sempre più spesso autoreferenziali e collusi con i partiti, che se ne servono per alimentare su scala locale i loro interessi affaristico-clientelari. Ed è proprio la commistione tra banche, politica e affari (lo stesso tarlo che ha divorato Monte dei Paschi) ad avere messo in ginocchio decine di piccoli istituti salvati a un passo dal baratro con i soldi dei contribuenti.
Salvo poi dare un po’ di cifre che si compendiano nel dato comune dell’ammontare delle sofferenze:
“Il 66 per cento delle banche del campione è considerato a rischio: un terzo abbondante a rischio elevato e oltre un quarto mediamente rischioso . Le banche a basso rischio rappresentano il 34 per cento, la minoranza.
Per determinare il livello di rischio, il parametro più frequentemente utilizzato è il rapporto tra crediti deteriorati netti e patrimonio netto tangibile. Quando il rapporto supera il 100 per cento l’equilibrio patrimoniale della banca comincia ad essere compromesso
“.  
6. Prescindiamo ipoteticamente dalla capacità delle grandi banche di riconoscere il “merito” del profilo di rischio, elemento che pure ci fornisce dati non dissimili sull’incremento di sofferenze e incagli (specialmente perché L’80% DELLE SOFFERENZE E’ DELLE GRANDI IMPRESE). Prescindiamone, dunque, sapendo che

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Ebbene, pur facendo questa ipotesi, tutta la versione ufficiale della crisi di “singole” banche si può logicamente fondare solo su una sopravvenuta obnubilazione cognitiva e sensoriale del relativo management circa le condizioni dell’economia territoriale di riferimento e italiana in genere. 

Ma cosa potrebbe spiegare questo impazzimento collettivo che prolifera, ben distribuito, in ogni ambito territoriale e, dunque, questo subentrare di un’irreferenabile voglia di far “clientelismo & cricca”, anche a costo di mandare a rotoli l”impresa in cui si lavora magari da una vita intera?
7. Vediamo la (già vista in precedenza) storia delle sofferenze e degli incagli in Italia.
La crisi del 2008 non c’entra (più) e con ogni evidenza. Basta guardare a questo arcinoto grafico dell’Economist su dati BCE:
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non performing loans scendono tra il 2009 e il 2010, dopo un aumento tra il 2007 e l’inizio del 2009 stesso. L’aumento era stato comunque contenuto e la situazione si avviava ad un certo ritorno alla normalità. 
Ma ecco che dall’estate 2010, quando già si concretizzano i six packs e il fiscal compacts, nei vari Consigli europei brillantemente dediti alla soluzione della crisi finanziaria da oltreoceano,iniziano le manovre correttive di Tremonti, che, come ormai dovrebbe essere noto, si moltiplicano e intensificano nell’estate del 2011, fino ad arrivare a Monti
L’austerità fiscale, nell’arco di pochi mesi successivi all’adozione delle misure “di bilancio”, dispiega i suoi effetti (molte disposizioni agiscono sull’anno fiscale successivo a quello dell’adozione delle manovrone). Tra il 2010 e il 2015 i NPLs decollano
8. Dalla fine del 2011 e fino a tutto il 2013, a sua volta, il credit crunch aumenta, in un modo senza precedenti (e non spiegabile con la crisi dei subprime…). 
Tanto da far ragionevolmente pensare che, essendo gli istituti bancari costretti dalle condizioni recessive fiscalmente indotte (un violento drenaggio di liquidità tramite tasse & tagli che serve a correggere il deficit della partite correnti con l’estero, uccidendo la domanda interna), specie a partire dal governo Monti, il credito concesso, e finito in sofferenze, sia in buona parte coincidente con quello, elargito in precedenza all’acutizzarsi dell’austerità fiscale, quando, tra il 2010 e la prima parte del 2011, si pensa che la crisi e la recessione siano state messe alle spalle.
9. Accade poi, come si può vedere da qui, che il fenomeno si stabilizzi, nei primi mesi del 2015: ma il suo livello in rapporto al PIL non scende sostanzialmente, indicando solo che una massa di insolvenze pesano, appunto, sui patrimoni bancari:
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E possiamo vedere la stessa vicenda anche in correlazione alla produzione industriale:

https://i0.wp.com/www.verona-in.it/wp-content/uploads/2017/01/BANCHE01.jpg

9.1. Non a caso il PIL, passando per la crescita praticamente 0 (virgola) del 2014-2015 (che almeno non è recessione), risale nel 2016, ovviamente di poco, sebbene neppure al livello del 2010, anno in cui eravamo sostanzialmente usciti dalla crisi “importata” del 2007-2008 (sono i dati più “ufficiali”, cioè governativi, rinvenibili):
Il livello del PIL italiano, misurato su base trimestrale, ha conosciuto una fase di crescita dal 2000 fino al primo trimestre del 2008, pur con una fase di ristagno dal secondo trimestre 2001 al secondo trimestre 2003. Dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009 si è concretizzata la più intensa fase di crollo del PIL dal dopoguerra ad oggi, seguita da una ripresa dal terzo trimestre 2009 al secondo trimestre 2011. Dal terzo trimestre 2011, il PIL ha subito un ulteriore forte calo, e dal secondo trimestre 2013 si è stabilizzato e poi ha ricominciato a crescere.
10. Ma poi… oggi (e non solo da oggi), ci si viene a dire che la colpa di popolo degli italiani è di crescere meno del resto dell’UE e, specialmente, dell’eurozona. Il nostro governo questo lo sa benissimo:
Il tasso di crescita italiano ha toccato il 3,7% nel 2000, subendo successivamente un calo del tasso di crescita più pronunciato rispetto a quello della media dell’UE27, pur rimanendo positivo fino al 2007. Si sono poi verificate due fasi durante le quali il PIL è diminuito in valore assoluto, nel 2008-2009 e nel 2012-13. Il DEF di aprile 2017 prevede la prosecuzione del sentiero di crescita nel prossimo quadriennio.
 
10.1. Ma forse una ragione c’è: la ragione del differenziale di crescita del PIL è quasi riscontrabile icto oculi. E questa ragione si chiama, proprio nel raffronto con l’eurozona, saldo primario:
 

Saldo primario di bilancio: Italia ed Eurozona

(% del PIL – Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Commissione europea)
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Le sofferenze e gli incagli, dunque, si legano alla crisi fiscalmente indotta per ragioni di correzione dei conti con l’estero: è nella fase di “aggiustamento” che decollano e in relazione a crediti erogati presumibilmente per lo più (ovviamente su scadenze pluriennali) prima che si intraprendesse l’aggiustamento stesso
11. Ma le sopravvenute insolvenze giungono in concreto a mettere in crisi il nostro sistema finanziario con l’entrata in vigore dell’Unione bancaria (sulla cui escogitazione neo-hayekiana, v.qui, pp.2-4), che obbliga a svalutare i crediti in sofferenza e incagliati, iscritti in bilancio; e tutto questo sulla base dell’ipotesi normativizzata – cioè de iure fiscale €uropeo condito– che, come vuole l’€uropa, gli italiani non possano mai più essere in grado di restituirli. 
Chi impone di svalutare i NPLs in bilancio in una misura drastica e repentiva, infatti, sa che “l’aggiustamento” deve proseguire e la domanda interna deve continuare a essere soffocata, in modo da portare la disoccupazione strutturale a livelli tali da completare la svalutazione interna (via salari).
Questo, (nel sottostante grafico, sempre “governativo”) infatti, è l’andamento dellaspesapubblicaimproduttivabrutta
Nonostante si neghi persino l’esigenza di qualsiasi indagine sistemica sul “perché” dell’aumento e della conclamata impossibilità di restituzione dei debitori, il grafico sottostante ci dice invece come, senza la volgare spesa primaria corrente (cioè al netto di investimenti e onere degli interessi sul debito pubblico), l’incapacità di restituzione non possa che permanere ed aggravarsi.  
La spesa pubblica totale in percentuale del PIL e di quella al netto degli interessi passivi e degli investimenti sono caratterizzate da un trend nettamente crescente dal 2000 al 2009. Il picco massimo della spesa totale viene raggiunto nel 2009 con una percentuale sul PIL pari al 51,1% (il dato è quello successivo rispetto alla revisione del Pil di settembre 2014). Il Documento di economia e finanza prevede cali consistenti nei prossimi anni, mentre le spese correnti primarie scenderanno al 40,1% nel 2020.
E, quindi, le 114 banche in potenziale crisi di insolvenza rimarranno tali. Semmai ne aumenterà il numero. E l’intero sistema è sempre più a rischio domino, in modo del tutto ovvio

12. Anzi, a dirla tutta, la futura stretta fiscale, pre-elettorale ma pure, a maggior ragione, quella post-elettorale, dovrebbe, a rigor di numeri autoevidenti, portare ad un nuovo aumento dei NPLs, per la stabilizzazione dell’effetto cumulativo dei tagli di spesa che, prontamente, hanno continuato ad essere effettuati al minimo accenno di crescita, nonché dei tagli ulteriori che verranno acuiti a furor di “sogno €uropeo”.
Infatti, non dimentichiamo che la riforma dei trattati va decisamente nel senso di rendere più cogente e sanzionabile, da parte dell’€uropa, la stessa austerità fiscale.
13. Rammentiamo infatti (qui, p.10) che dopo i pronunziamenti favorevoli di Parlamento e Commissione europea, la prospettiva è questa:
“Ferma la “irrealistica” praticabilità di un adeguato bilancio fiscale federale, il massimo che si tenterà di fare, e che Macron è predisposto ad accettare per sua “forma mentis”, è uninadeguato bilancio di tal genere: cioè composto con risorse fornite, da tutti i paesi dell’eurozona, in proporzione maggiorata in rapporto al PIL, rispetto all’attuale contribuzione, ma senza alcun intervento solidale-compensativo a carico della Germania. 
Questo pseudo bilancio federale – che non avrebbe alcuna funzione di riequilibrio delle asimmetrie interne, ma solo la veste di un’esosa esazione aggiuntiva aggravante la situazione fiscale dei paesi in crisi di competitività -, sarebbe semmai, in più, farcito di un ESM trasformato in trojka permanente, intenta a “sorveglianze” di bilancio direttamente sostitutive delle politiche fiscali residue dei paesi dediti all’aggiustamento (quindi moltiplicando il “trattamento Grecia” per chiunque non correggesse di qualche decina di punti percentuali il costo del lavoro, tramite il dilagare della disoccupazione e la distruzione del welfare) e con un ministro euro-finanziario fantoccio della “guida” tedesca”.
 
14. E per quanto riguarda il fronte bancario, poi, la “solidarietà €uropea”, a guida tedesca, ma col contributo entusiasta della Francia macronizzata, sarà immediatamente orientata a realizzare il rating del debito pubblico come risk weighted asset che, inevitabilmente porta a ulteriori perdite di bilancio, inoppugnabilmente sistemiche, sui titoli detenuti dal nostro settore finanziario (che non sono pochi…):
“Parliamo della proposta della Commissione UE di ulteriore regolamento e (anche) direttiva sui requisiti patrimoniali delle banche che, in mezzo a un oceano di bla-bla-bla, per cui si vuole uscire dalla crisi e aumentare la stabilità finanziaria, senza dire una parola sulla generazione della crisi €uropea da parte della stessa…disciplina €uropea (e fingendo sfacciatamente di non vedere l’applicazione discriminatoria e distruttiva, unicamente per Italia, dell’Unione bancaria), si parla, con nonchalance, di “ridurre i costi di emissione/derivanti dalla detenzione di determinati strumenti (obbligazioni garantite, strumenti di cartolarizzazione di alta qualità,strumenti di debito sovrano, derivati a fini di copertura)
Insomma, si vuol introdurre una graduazione di rischio, una sorta di rating, concernente il debito sovrano, e porre l’intero sistema bancario italiano (o, più o meno, rimasto tale) di fronte all’obbligo di cederne comunque la parte eccedente un certo ammontare “limite”, nonché, in aggiunta, di cedere i titoli, deprezzati drasticamente in base a tale indicizzazione di rischio, se non si sia in grado di aumentare in misura adeguata, – e oggi impensabile, senza ricorrere a capitale estero, e quindi perdendo il controllo proprietario del capitale-, il capitale di “garanzia”.

 
Ma il suo Ministro delle Finanze comune ha altre caratteristiche, no? Lei vorrebbe che avesse possibilità di intervento sui bilanci.
 “Sì, altrimenti non ha senso. E Macron e io la pensiamo esattamente allo stesso modo. Però bisognerebbe cambiare i Trattati europei”.

…E non si può fare? Neanche dopo le elezioni tedesche?
 “Non è certo un problema della Germania. Il trasferimento di pezzi di sovranità nazionali all’Europa non è mai fallito per colpa della Germania o l’Italia, ma piuttosto della Francia. Il presidente Macron e io siamo totalmente d’accordo su questo: ci sono due modi di rafforzare l’eurozona: cambiare i Trattati oppure farlo con pragmatismo attraverso l’intergovernativo. Modifiche dei Trattati richiedono l’unanimità e la ratifica nei Parlamenti nazionali o in alcuni Paesi addirittura un referendum. Siccome al momento non è realistico, dobbiamo provare ad andare avanti con gli strumenti esistenti, dunque attraverso uno sviluppo del trattato che regola il fondo salva-Stati Esm”.
Il fondo salva-Stati Esm deve diventare un Fondo monetario europeo, come lei lo sostiene da tempo?
“Sì, ne ho parlato spesso con Mario Draghi: bisognerebbe rafforzare le istituzioni perché la Bce non debba sempre portare il peso di tutto. Ma ci vogliono cambiamenti dei Trattati. Però non possiamo neanche non fare nulla, perché rischiamo che si disgreghi l’Europa. La seconda migliore soluzione, dunque, è quella di creare un Fondo monetario europeo, sviluppando lo statuto dell’Esm”.

 
16. Per le banche italiane non c’è alcuno scampo: ma, prima di tutto, perché non c’è alcuno scampo per la sopravvivenza del nostro tessuto industriale “territoriale”, (che possa realmente ancora ricorrere o meno al credito). 
Tutto ciò è molto sistemico: Schauble lo sa e a lui piace molto. La nostra classe di governo (dei vari settori), NON LO SA: MA GLI PIACE LO STESSO.
Continueranno a credere in episodi di malagestio e a negare il problemino fino alla fine…di tutti noi.

GIUSEPPE CASTAGNA – BANCO BPM

 

Giuseppe Castagna, numero uno del Banco Bpm

 

Giuseppe Castagna,

continua a non rispondere alle domande fatte – quindi gli ricordiamo qualche articolo pubblicato:

Soldi in Lussemburgo, ecco i nomi

Centinaia di milioni nascosti nel Granducato. Grazie a un broker con decine di clienti. La procura di Milano indaga sul ruolo di Banca Intesa. E poi archivia. Ma ora la Cassazione può riaprire il caso

DI VITTORIO MALAGUTTI E GLORIA RIVA 30 giugno 2016 l’espresso
Soldi in Lussemburgo, ecco i nomi

Centinaia di milioni di euro decollati dall’Italia per rimbalzare fino in Lussemburgo, via Svizzera, Montecarlo e i paradisi offshore dei Caraibi. E un lungo elenco di imprenditori e professionisti che hanno scelto un rifugio offshore per il loro denaro. Un’inchiesta dell’Espresso, in edicola da venerdì 1 luglio , racconta una nuova storia di straordinaria evasione fiscale. E svela il ruolo giocato da due grandi banche come Intesa e Ubi.

Tra i protagonisti della vicenda troviamo nomi già noti alle cronache come il gruppo guidato da Giuseppe Pasini, l’immobiliarista milanese coinvolto e poi assolto sei mesi fa in primo grado nel processo per le tangenti del cosiddetto “sistema Sesto”. E poi Marco Marenco, imprenditore arrestato un anno fa per un crac da 3,5 miliardi e titolare, tra l’altro, della Borsalino, il famoso marchio dei cappelli.

ESPRESSO+  LEGGI L’INCHIESTA INTEGRALE 

Nella lista compare anche l’azienda meccanica friulana Brovedani con il patron Benito Zollia, le acciaierie Valbrunadella famiglia Amenduni, la Laworwash un tempo quotata in Borsa, la Electa Financial Engineering di Simone Strocchi, vice presidente del gruppo vitivinicolo Italian Wine Brands. Nelle carte giudiziarie vengono citati anche gli imprenditori di Potenza Giuseppe e Pasquale Di Leo con la loro Astor Immobiliare, insieme a numerosi altri nominativi che saranno pubblicati nel numero de l’Espresso. Professionisti e imprenditori erano tutti clienti del broker Alessandro Jelmoni, arrestato a maggio del 2012 e fino ad allora attivissimo in Lussemburgo.

Quattro anni fa, una lite tra gli eredi del gruppo piemontese Giacomini ha portato allo scoperto gli ingranaggi del sistema. La procura di Verbania e poi quella di Milano hanno raccolto e analizzato migliaia di documenti che disegnano i contorni di quella che appare come una gigantesca frode fiscale. Si è così scoperto, per esempio,  che all’occorrenza Intesa inviava propri dirigenti ad amministrare le società lussemburghesi da cui transitavano i flussi di denaro sospetti. Nelle carte della procura di Milano compare anche il nome del banchiere Giuseppe Castagna, all’epoca dei fatti in forza a Intesa, da poco promosso amministratore delegato del nuovo grande gruppo che nascerà dalla fusione tra Popolare Milano e Banco Popolare.

Il processo contro Jelmoni e i suoi principali collaboratori (Nerina Cucchiaro, Mario Iacopini e altri) è iniziato ai primi di giugno. Nel 2012 i pm Baggio e Civardi avevano iscritto nel registro degli indagati anche Intesa e la sua controllata in Lussemburgo, la Société Européenne de banque (Seb), insieme all’amministratore delegato di quest’ultima, Marco Bus, e a Castagna.

A ottobre dell’anno scorso, i due pubblici ministeri hanno però chiesto e ottenuto l’archiviazione del filone d’inchiesta che riguarda Intesa, Seb e i due manager, Bus e Castagna. Adesso però la vicenda potrebbe riaprirsi. Il prossimo 12 luglio la Cassazione sarà chiamata a decidere sul ricorso presentato dai legali del gruppo Giacomini contro l’archiviazione del manager Bus.

AZIONI SURGELATE – BOLLORE’ FA IL BRAVO BAMBINO – DOPO LE SCOPPOLE PRESE IN ITALIA (FONDO ELLIOTT E SKY-PREMIUM), VIVENDI METTE IL 20% DI MEDIASET NEL FREEZER PER RISPETTARE GLI ORDINI DELL’AGCOM – SONO DESTINATE AD UN TRUST INDIPENDENTE DALLA VOLONTA’ DEL GRUPPO FRANCESE

dagospia.com 3 aprile 2018

R.Amo. per il Messaggero

 

vincent bolloreVINCENT BOLLORE

Chissà fino a che punto l’intesa epocale tra Sky e Premium, ma anche la recente alleanza tra Sky e Netflix, spingeranno Vivendi a correggere il tiro e accelerare la strategia di fare leva su Tim per creare un grande polo europeo, cioè una Netflix in salsa Ue. Questo si vedrà. Ma intanto, a tenere banco nei prossimi giorni saranno i dossier aperti con le Autorità di vigilanza, sul fronte della partecipazione in Mediaset, e quelli aperti con i sindaci e il fondo Elliot sul fronte della governance Tim.

 

berlusconi bollore vivendi mediasetBERLUSCONI BOLLORE VIVENDI MEDIASET

Nel primo caso, come andrà a finire la causa civile a suon di risarcimenti tra Mediaset e Vivendi si capirà il 23 ottobre, ma è atteso invece a breve, non oltre una quindicina di giorni, l’indicazione del trust da parte della società francese per i diritti di voto eccedenti il 9,9% che possiede nel capitale di Cologno.

 

In tal modo Vivendi intende ottemperare alla delibera dell’Autorità per le comunicazioni che in base ai tetti Antitrust gli ha imposto entro il 19 aprile di scegliere tra la partecipazione in Tim e la presenza in Mediaset come secondo azionista con circa il 29% dei diritti di voto.

 

angelo cardani agcomANGELO CARDANI AGCOM

Secondo la bozza presentata all’Agcom, Vivendi si impegnerà ad affidare a un blind trust una quota di azioni Mediaset pari a circa il 20%. Il trust dovrebbe essere totalmente indipendente dalla volontà del gruppo francese secondo l’ultimo schema presentato all’Autorità e Vivendi ne dovrebbe inviare puntualmente la comunicazione all’Autorità entro il 19 aprile. A quel punto, però, ci sarà ancora un po’ di tempo per tentare una trattativa per chiudere il dossier senza strappi tra Parigi e Cologno, visto che il 4 luglio è fissata la decisione del Tar sul ricorso presentato da Vivendi proprio contro i paletti dell’Agcom in questione.

 

mediaset premiumMEDIASET PREMIUM

La causa civile che vede contrapposti Mediaset e Fininvest da un lato contro Vivendi è stata invece rinviata al 23 ottobre prossimo. Un rinvio deciso il 27 febbraio per favorire il deposito delle tre memorie difensive entro il termine del 30 luglio. Al centro del caso i ricorsi con cui Fininvest e Mediaset hanno chiesto complessivamente circa 3 miliardi di danni al gruppo francese guidato da Vincent Bollorè, che lo scorso anno ha stracciato l’accordo per acquisire Mediaset-Premium per poi aumentare la sua partecipazione in Mediaset.

mediaset vivendiMEDIASET VIVENDI

 

LE CONTROMOSSE

Un capitolo a parte, seppure legato a doppio filo secondo l’Antitrust, è quello Vivendi-Tim. Su questo fronte, il gruppo francese (primo azionista con il 23,9%) è alle prese con la sfida lanciata dal fondo Usa Elliott. Dunque il cda del 9 aprile, ultimo giorno utile per una decisione, dovrà discutere sull’eventuale integrazione dell’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile, come da richiesta del fondo Elliott e secondo le indicazioni del collegio sindacale.

mediaset vivendi 3MEDIASET VIVENDI 3

 

Un’integrazione che permetterebbe al fondo Usa di nominare i suoi consiglieri al posto di quelli espressi da Vivendi (che hanno già dato le dimissioni operative dal 24 aprile), senza arrivare alla nuova assemblea convocata invece per il 4 maggio per il rinnovo dell’intero consiglio.

 

Lo stesso cda del 9 aprile si troverà a quanto pare anche a valutare un ricorso di urgenza contro la decisione dei sindaci di appoggiare la richiesta di Elliott. Un affare non da poco anche considerando che si tratta dello stesso collegio sindacale guidato da Roberto Capone, promotore già di diverse critiche, riproposto da Assogestioni con l’appoggio di Elliott

 

 

Banche, addendum Bce al via con alcune incognite

Mirko Molteni finanzareport.it 3 marzo 2018
 
In vigore le indicazioni della Bce alle banche sui crediti deteriorati, che saranno seguite da direttive, stavolta vincolanti, della Commissione europea. L’Abi attende chiarezza

Danièle Nouy, presidente della vigilanza Bce

Danièle Nouy, presidente della vigilanza Bce
 

Entra oggi in vigore l’addendum della Vigilanza Bce che aggiorna le linee guida della stessa Eurotower in materia di coperture dei crediti deteriorati, o Npl (non performing loans). 

Indicazioni non vincolanti, in termini tecnici non di Primo pilastro, ma che l’autorità di vigilanza della Bce applicherà caso per caso. E sulle quali comunque Francoforte sembra intenzionata a “presentare il conto” agli istituti.

Il punto però è che tali disposizioni si sono già rivelate ridondanti rispetto alle regole, stavolta vincolanti, che ha presentato la Commissione europea, sebbene questa debbano essere ancora approvate in via definitiva.

La stessa presidente della vigilanza Bce, Danièle Nouy, ha osservato nei giorni scorsi che gli interventi dei due enti europei potrebbero sovrapporsi, pur notando che è ancora presto per affermarlo con certezza: “Non è il momento di fare paragoni: se l’addendum venisse reso ridondante dalle norme di primo pilastro, sarebbe un’ottima notizia”. Piuttosto, la Nouy ha visto tale processo come preparatorio di stress test visti dalla Bce come cruciali: “La prova di stress test della vigilanza europea del 2018 sarà il momento della verità; permetterà di verificare la capacità di tenuta delle banche in condizioni di difficoltà”.

Nello specifico, l’addendum della Bce suggerisce alle banche di accantonate coperture per gli Npl garantiti nell’arco di 7 anni, laddove invece la Commissione è orientata a dar tempo 8 anni. Più allineati sono Bce e Commissione nel porre due anni come limite temporale per coprire al 100% gli Npl non garantiti. Più a fondo, nei 7 anni concessi dalla Bce, i deteriorati garantiti potranno essere svalutati a partire dal terzo anno del 40%, dopodiché le svalutazioni successive di anno in anno sarebbero del 55% per il quarto, 70% al quinto, 85% al sesto e del restante 15% entro il settimo anno. Queste indicazioni della Bce si applicano a tutti i crediti che venissero classificati deteriorati a partire dal 1° aprile, praticamente da oggi considerate le appena concluse festività pasquali. Significa non solo i crediti eventualmente aperti da oggi in poi, ma anche crediti preesistenti che decadessero successivamente a deteriorati.

Sulla questione dei tempi c’è una certa discrepanza rispetto ai vincoli in via di approvazione da parte della Commissione europea, poiché questa vorrebbe regolamentare i crediti erogati, in retrospettiva, a partire dallo scorso 14 marzo, che dovessero deteriorarsi in seguito.

Certo, la mancanza di chiarezza sulla materia non fa che alimentare i timori di “credit crunch”, ossia di una gelata del credito, quanto meno di una frenata, per famiglie e aziende.

Del resto già l’Abi, al termine del suo ultimo comitato esecutivo, ha emesso una nota rilevando che l’addendum non è coercitivo, e auspicando che “siano chiariti i necessari raccordi tra quanto indicato dall’addendum e l’applicazione dei principi contabili e gli obblighi di rendicontazione pubblica”. E che “i contenuti dell’addendum dovranno essere valutati e giuridicamente inquadrati rispetto alle modifiche del quadro normativo europeo, in necessario raccordo con le proposte della Commissione sul trattamento delle esposizioni verso i crediti deteriorati, superando i disallineamenti oggi prospettati”.

Liikanen post-Draghi? Intanto Bce acquista più corporate bond e obbligazioni banche tedesche

Gli insiders ora ritengono che Liikanen si trovi in una posizione migliore rispetto a quella del presidente della Bundesbank Jens Weidmann, comunque favorito a diventare numero uno della banca centrale.
Mentre il Financial Times rivela che, in pole position per prendere il posto di Mario Draghi alla guida della Bce c’è anche Erkki Liikanen, numero uno della banca centrale finlandese, gli investitori continuano a interrogarsi sul futuro del QE. QE che non comporta soltanto l’acquisto di debiti sovrani, ma anche di corporate bond.
Ebbene, dai calcoli di Goldman Sachs emerge che la Bce, per ora, più che ridurre gli acquisti delle obbligazioni societarie, li sta aumentando.

E’ stata la stessa banca centrale a riportare che, nella settimana terminata lo scorso 23 marzo,  ha aumentato l’acquisto dei corporate bond dell’Eurozona, nell’ambito del suo programma Corporate Sector Purchase Programme.

Dai calcoli di Goldman Sachs, emerge che, dopo una media di acquisti di corporate bond – su base settimanale – pari a 1,4 miliardi di euro, la Bce ha acquistato nella settimana di riferimento corporate bond per 2,2 miliardi, il 55% in più rispetto alla media del 2018 e quasdi il doppio rispetto agli acquisti per 1,26 miliardi della settimana precedente.

Obiettivo: calmare i mercati in un momento in cui i tassi stavano esplodendo.

Sempre dai calcoli del colosso bancario Usa è emerso che, nel mese di marzo, la Bce ha allocato il 22% dei suoi acquisti complessivi del programma APP nel settore delle obbligazioni corporate: si tratta di un chiaro incremento rispetto al 18% di gennaio e di febbraio, e contro il 10% appena, in media, dei primi 18 mesi del piano fino a dicembre dello scorso anno.

Intanto, tra le altre “curiosità” sulla Bce emerse a fine marzo, risulta anche quella riportata da Reuters secondo cui l’istituto, già in difficoltà nel proseguire nel piano di acquisti di bond sovrani tedeschi, per il problema della scarsità degli stessi sul mercato, starebbe acquistando bond emessi da alcune banche tedesche regionali, sette per l’esattezza, che includono Investitionsbank Berlin e la bavarese LFA Förderbank Bayern.

Tornando al tema della successione della Bce, l’FT rivela per l’appunto che Liikanen sta emergendo come candidato a prendere il posto di Draghi, il cui mandato scade nel novembre del 2019.

“Il tedesco Jens Weidmann è il favorito per la carica – conferma il quotidiano britannico – Ma gli insiders ora ritengono che Liikanen si trovi in una posizione migliore rispetto a quella dello schietto presidente della Bundesbank (Jens Weidmann) nella guerra tra le culture combattuta tra i falchi dell’Europa del Nord e le colombe del Sud Europa”.

Di fatto, sebbene “sia il membro del Consiglio direttivo della Bce che rappresenti il paese più a nord (dell’Eurozona), il banchiere ha auspicato pazienza nel rimuovere lo stimolo monetario straordinario che la Germania e altri paesi del Nord non vedono l’ora che finisca.

Ed è lui stesso a ritenersi adatto a guidare la Bce: “Voglio avere un impatto sulle decisioni. Voglio lavorare per le soluzioni”, ha detto all’FT. Allo stesso tempo, preferisce non rilasciare commenti sulla possibilità di diventare il numero uno dell’Eurotower:

“Per molto tempo nella mia vita, sono stato considerato troppo giovane. Ora sono troppo vecchio? No, non dirò niente, lasciamo stare”.