ARGENTARII BONI VIRI; SISTEMA BANCARIO MALA GESTIO?

24 GIUGNO 2017 orizzonti48.blogspot.it 

Ma sì…mettiamoceli tutti che ci stanno comunque bene
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1. Come risulta del tutto prevedibile, la stampa mainstream si affretta a ri-raccontare la storia dell’insolvenza delle banche venete in termini di casta-cricca-malcostume, in modo da escludere, agli occhi del suo lettore-tipo, ogni possibile connessione tra l’euro, le politiche fiscali indispensabili per mantenere l’Italia dentro l’eurozona, e la disciplina dell’Unione bancaria. La narrazione è la stessa che c’è stata propinata con riguardo ai precedenti delle “3 banche” e del MPS:
“Consoli e Zonin sono stati travolti dai prestiti che loro stessi hanno concesso, spesso ad amici e senza valutazioni obiettive, perché anno dopo anno si sono trasformati in sofferenze che hanno eroso il patrimonio delle loro banche. Un patrimonio, per di più, che non sempre era vero capitale, perché in non pochi casi le azioni che le due banche emettevano per rafforzarlo venivano sottoscritte dai correntisti finanziati dalla stessa banca. Era solo un circolo vizioso”.
1.1. Se ne deduce che se i prestiti fossero stati fatti ai “nemici”, o comunque, seguendo non ben identificabili (e diversi) criteri di merito del credito, che avessero prudenzialmente giustificato la “fiducia” elargita in un dato momento storico, nessuna banca, specie quelle “locali-brutte” che fanno gestioni allegre e poco trasparenti, sarebbe incorsa in una procedura di risoluzione.
2. Il credito, sostiene il mainstream, in Italia c’è chi è bravo e onesto nel concederlo e chi no: problemi SOPRAVVENUTI di difficoltà sistemica di restituzione non sono in alcun modo contemplati nelle sue spiegazioni
E non solo, ma a nessuno viene in mente, in queste occasioni, di parlare di credit crunch e di come, amici-brutti o beneficiari-meritevoli che siano, la situazione delle imprese – e di un numero crescente di famiglie, con mutuo e concomitante perdita o precarizzazione del lavoro– era ed è tale che, senza erogazione o mantenimento delle linee di credito, ogni attività e ogni asset, nel mondo reale, andrebbero perduti.
E infatti, siccome il credit crunch invece c’è, poi accade che, ai suoi effetti di soffocamento senz’altro sistemico, si uniscano le perdite di questa strana categoria mista, che non è certamente casuale ma piuttosto congiunturale: la categoria delle famiglie e imprese che, in quanto beneficiarie di credito (di sopravvivenza), divengono pure azionisti e/o obbligazionisti della banca erogatrice. 
A questa erano abituate a rivolgersi, in condizioni fisologiche, come interlocutore territorialenaturale.
3. Ma, nonostante nessuno si interroghi sul perché non ci siano più queste condizioni fisiologiche nei vari “territori”, la reiterata spiegazione che viene standardizzata per tutti i casi di insolvenze bancarie, più o meno “risolte” all’€uropea, continua ad essere che non ci sarebbe alcun problema per il sistema bancario italiano.
Perfettamente in linea con questa spiegazione ostinatamente fondata sulla esclusiva efficienza causale della malagestio, Visco di recente conferma:
“E’ grave che si parli della crisi del sistema bancario italiano, perché potrebbe essere strumentalizzato dai mercati. Non c’è una crisi del sistema bancario, ma una gravissima crisi italiana che ha colpito alcune banche’‘. Così il governatore Ignazio Visco in audizione al parlamento ”Ci siamo accorti della crisi banca per banca e una per una abbiamo informato sempre gli organi giudiziari”.
3.1. E quindi, dobbiamo supporre che la pubblica opinione che si forma sul mainstreammediatico sia fermamente convinta che l’euro, l’austerità fiscale e i suoi effetti sulla domanda e sull’occupazione – quindi sulla solvibilità di imprese e famiglie- non c’entrino nulla.
Con fiera pervicacia, autorità bancarie e espertologia mediatica rivendicano la correttezza metodologica del non interrogarsi mai sull’esistenza di cause sistemiche. E procedono empiricamente, a posteriori: ogni volta è come se fosse una sorpresa, un inconveniente anomalo in cui ci si imbatte e di cui ci si deve rammaricare a posteriori.
4. Ma questa foglia di fico, naturalmente autorazzista e basata sul senso di colpa – ogni male economico e sociale che ci troviamo a fronteggiare, è conseguenza di un modo di essere degli italiani e va corretto con dosi aggiuntive di €uropa-, non dovrebbe accontentare l’italianomedio (a meno che non “sappia di sapere”).  
4.1. Alberto Bagnai, un anno e mezzo fa, aveva invece descritto con ben maggiore attendibilità il meccanismo in cui si trovavano gli imprenditori (e investitori e azionisti nelle “banche” di riferimento territoriale) “in quanto veneti“, ovviamente cercando di far inutilmente capire che questo riguardava tutti gli italiani “in quanto €sternamente vincolati“:
“Ai cari amici imprenditori del Veneto, dai quali sarei dovuto andare oggi, ma mi sono rifiutato di farlo quando ho visto che l’evento prendeva una piega non costruttiva, mi limito a dire una cosa.
Voi avete difeso finora l’euro per due motivi: uno etnico e uno economico.
Il motivo etnico: purtroppo voi veneti prendete il meglio delle altre regioni italiane: siete spocchiosi come un fiorentino (prendete me ad esempio), e piagnoni come un napoletano. Voi credete veramente che se non vi avesse rovinato Campoformio (pianto), a quest’ora potreste competere da pari a pari con la Germania (spocchia), e quindi che se siete costretti a chiudere le vostre aziende la colpa non è del fatto che l’euro soffoca l’economia italiana, ma dello Stato ladro, dei terroni, ecc.
Preciso subito una cosa: voi non siete la Germania (perché non avete il suo peso geopolitico): siete meglio della Germania, e lo avete dimostrato tutte le volte che avete avuto le mani libere. E allora perché avete difeso un sistema che vi legava le mani?
Subentra il motivo economico: purtroppo voi imprenditori (rectius: i meno brillanti di voi) siete entrati nel simpatico schema Ponzi che qui descrive un vostro collega: le banche, pare, vi finanziavano se voi partecipavate alla loro ricapitalizzazione. Non è mica una novità, succede dappertutto. Sarà la magistratura a accertare i fatti e la loro rilevanza giuridica. Quella economica la si può intuire.
Ora, cari amici, vorrei farvi notare una cosa. Per anni avete creduto che, una volta entrati in questo giro, l’euro vi tutelasse, e questo perché persone prezzolate dal grande capitale (che non siete voi, e che è vostro nemico) vi dicevano che recuperare sovranità monetaria vi avrebbe fatto perdere dall’oggi al domani il 20% del vostro capitale. Una cosa che non è mai successa: mai e da nessuna parte una svalutazione è stata accompagnata da un pari crollo della ricchezza in termini reali (motivo e dati per l’Italia sono qui). Lo capite ora che è l’euro che distrugge i vostri risparmi, e non il ritorno alla lira? Perché se lo capite, vi consiglio di dare un cenno concreto di appoggio a questo progetto. Se invece ancora non lo capite, mi dispiace, ma vale per voi quello che vale per gli altri: vi meriterete quello che vi accadrà. E vi accadrà, purtroppo per voi, per i vostri dipendenti, e per noi.
Questo dovevo dirvi, e per dirvelo non ho bisogno di ascoltare le supponenti menzogne di Brunetta. A voi documentarvi. Qui gli elementi li avete. Senza il vostro sostegno il paese non può liberarsi. Quelli che creano il valore di cui le banche altrui vogliono appropriarsi siete (anche) voi. Siete veramente sicuri che farsi espropriare da uno Stato altrui per odio ideologico verso il proprio Stato sia un’ottimissima idea? Perché se avete accettato l’euro è per questo: perché pensavate che avrebbe costretto lo Stato ladro a disciplinarsi (e per tutelare il valore nominale di quei risparmi che ora i tedeschi vi hanno detto in faccia che si prenderanno).
Amici: avete fatto una grossa stupidaggine.
Qualsiasi imprenditore ne fa: solo chi non fa non sbaglia.
Ma solo i grandi ammettono l’errore e si adattano alle mutate circostanze”.
5. Eppure, quando non ci si trova di fronte all’immediata esigenza di “risolvere” una specifica crisi bancaria in qualche modo, un qualsiasi modo purché subordinato alla imprevedibile e capricciosa supervisione €uropea, la consapevolezza della dimensione sistemica del problema bancario italiano (quella negata da Visco a tutt’oggi), emerge.
Le banche a rischio travolgimento sotto il “peso abnorme di sofferenze e incagli“, come ci dice il Sole 24 ore, sarebbero ben 114 (su 500 banche complessivamente monitorate da uno studio di Mediobanca), la maggior parte delle quali istituti legati al territorio: cioè a quel rapporto fiduciario che lega il credito alla conoscenza diretta della realtà produttiva locale. 
Se sono 114, non solo pare un problema molto poco episodico e molto sistemico, ma imporrebbe di interrogarsi sulle cause di questo vertiginoso aumento delle sofferenze e delle difficoltà di restituzione. 
5.1. L’Espresso concorda sulla dimensione del problema e parrebbe scartare la spiegazione episodica. Il problema rimane sempre la malagestio ma (almeno) è generalizzato (cioè, più che mai, “colpa di popolo”): infatti a rischio sono “quegli istituti che dovrebbero sostenere l’economia dei territori, erogando il credito alle piccole e piccolissime imprese. Di fatto le centinaia di piccole banche sparse per l’Italia sono strumenti di potere sempre più spesso autoreferenziali e collusi con i partiti, che se ne servono per alimentare su scala locale i loro interessi affaristico-clientelari. Ed è proprio la commistione tra banche, politica e affari (lo stesso tarlo che ha divorato Monte dei Paschi) ad avere messo in ginocchio decine di piccoli istituti salvati a un passo dal baratro con i soldi dei contribuenti.
Salvo poi dare un po’ di cifre che si compendiano nel dato comune dell’ammontare delle sofferenze:
“Il 66 per cento delle banche del campione è considerato a rischio: un terzo abbondante a rischio elevato e oltre un quarto mediamente rischioso . Le banche a basso rischio rappresentano il 34 per cento, la minoranza.
Per determinare il livello di rischio, il parametro più frequentemente utilizzato è il rapporto tra crediti deteriorati netti e patrimonio netto tangibile. Quando il rapporto supera il 100 per cento l’equilibrio patrimoniale della banca comincia ad essere compromesso
“.  
6. Prescindiamo ipoteticamente dalla capacità delle grandi banche di riconoscere il “merito” del profilo di rischio, elemento che pure ci fornisce dati non dissimili sull’incremento di sofferenze e incagli (specialmente perché L’80% DELLE SOFFERENZE E’ DELLE GRANDI IMPRESE). Prescindiamone, dunque, sapendo che

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Ebbene, pur facendo questa ipotesi, tutta la versione ufficiale della crisi di “singole” banche si può logicamente fondare solo su una sopravvenuta obnubilazione cognitiva e sensoriale del relativo management circa le condizioni dell’economia territoriale di riferimento e italiana in genere. 

Ma cosa potrebbe spiegare questo impazzimento collettivo che prolifera, ben distribuito, in ogni ambito territoriale e, dunque, questo subentrare di un’irreferenabile voglia di far “clientelismo & cricca”, anche a costo di mandare a rotoli l”impresa in cui si lavora magari da una vita intera?
7. Vediamo la (già vista in precedenza) storia delle sofferenze e degli incagli in Italia.
La crisi del 2008 non c’entra (più) e con ogni evidenza. Basta guardare a questo arcinoto grafico dell’Economist su dati BCE:
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non performing loans scendono tra il 2009 e il 2010, dopo un aumento tra il 2007 e l’inizio del 2009 stesso. L’aumento era stato comunque contenuto e la situazione si avviava ad un certo ritorno alla normalità. 
Ma ecco che dall’estate 2010, quando già si concretizzano i six packs e il fiscal compacts, nei vari Consigli europei brillantemente dediti alla soluzione della crisi finanziaria da oltreoceano,iniziano le manovre correttive di Tremonti, che, come ormai dovrebbe essere noto, si moltiplicano e intensificano nell’estate del 2011, fino ad arrivare a Monti
L’austerità fiscale, nell’arco di pochi mesi successivi all’adozione delle misure “di bilancio”, dispiega i suoi effetti (molte disposizioni agiscono sull’anno fiscale successivo a quello dell’adozione delle manovrone). Tra il 2010 e il 2015 i NPLs decollano
8. Dalla fine del 2011 e fino a tutto il 2013, a sua volta, il credit crunch aumenta, in un modo senza precedenti (e non spiegabile con la crisi dei subprime…). 
Tanto da far ragionevolmente pensare che, essendo gli istituti bancari costretti dalle condizioni recessive fiscalmente indotte (un violento drenaggio di liquidità tramite tasse & tagli che serve a correggere il deficit della partite correnti con l’estero, uccidendo la domanda interna), specie a partire dal governo Monti, il credito concesso, e finito in sofferenze, sia in buona parte coincidente con quello, elargito in precedenza all’acutizzarsi dell’austerità fiscale, quando, tra il 2010 e la prima parte del 2011, si pensa che la crisi e la recessione siano state messe alle spalle.
9. Accade poi, come si può vedere da qui, che il fenomeno si stabilizzi, nei primi mesi del 2015: ma il suo livello in rapporto al PIL non scende sostanzialmente, indicando solo che una massa di insolvenze pesano, appunto, sui patrimoni bancari:
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E possiamo vedere la stessa vicenda anche in correlazione alla produzione industriale:

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9.1. Non a caso il PIL, passando per la crescita praticamente 0 (virgola) del 2014-2015 (che almeno non è recessione), risale nel 2016, ovviamente di poco, sebbene neppure al livello del 2010, anno in cui eravamo sostanzialmente usciti dalla crisi “importata” del 2007-2008 (sono i dati più “ufficiali”, cioè governativi, rinvenibili):
Il livello del PIL italiano, misurato su base trimestrale, ha conosciuto una fase di crescita dal 2000 fino al primo trimestre del 2008, pur con una fase di ristagno dal secondo trimestre 2001 al secondo trimestre 2003. Dal secondo trimestre del 2008 al secondo trimestre del 2009 si è concretizzata la più intensa fase di crollo del PIL dal dopoguerra ad oggi, seguita da una ripresa dal terzo trimestre 2009 al secondo trimestre 2011. Dal terzo trimestre 2011, il PIL ha subito un ulteriore forte calo, e dal secondo trimestre 2013 si è stabilizzato e poi ha ricominciato a crescere.
10. Ma poi… oggi (e non solo da oggi), ci si viene a dire che la colpa di popolo degli italiani è di crescere meno del resto dell’UE e, specialmente, dell’eurozona. Il nostro governo questo lo sa benissimo:
Il tasso di crescita italiano ha toccato il 3,7% nel 2000, subendo successivamente un calo del tasso di crescita più pronunciato rispetto a quello della media dell’UE27, pur rimanendo positivo fino al 2007. Si sono poi verificate due fasi durante le quali il PIL è diminuito in valore assoluto, nel 2008-2009 e nel 2012-13. Il DEF di aprile 2017 prevede la prosecuzione del sentiero di crescita nel prossimo quadriennio.
 
10.1. Ma forse una ragione c’è: la ragione del differenziale di crescita del PIL è quasi riscontrabile icto oculi. E questa ragione si chiama, proprio nel raffronto con l’eurozona, saldo primario:
 

Saldo primario di bilancio: Italia ed Eurozona

(% del PIL – Elaborazione Ufficio Studi Confartigianato su dati Commissione europea)
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Le sofferenze e gli incagli, dunque, si legano alla crisi fiscalmente indotta per ragioni di correzione dei conti con l’estero: è nella fase di “aggiustamento” che decollano e in relazione a crediti erogati presumibilmente per lo più (ovviamente su scadenze pluriennali) prima che si intraprendesse l’aggiustamento stesso
11. Ma le sopravvenute insolvenze giungono in concreto a mettere in crisi il nostro sistema finanziario con l’entrata in vigore dell’Unione bancaria (sulla cui escogitazione neo-hayekiana, v.qui, pp.2-4), che obbliga a svalutare i crediti in sofferenza e incagliati, iscritti in bilancio; e tutto questo sulla base dell’ipotesi normativizzata – cioè de iure fiscale €uropeo condito– che, come vuole l’€uropa, gli italiani non possano mai più essere in grado di restituirli. 
Chi impone di svalutare i NPLs in bilancio in una misura drastica e repentiva, infatti, sa che “l’aggiustamento” deve proseguire e la domanda interna deve continuare a essere soffocata, in modo da portare la disoccupazione strutturale a livelli tali da completare la svalutazione interna (via salari).
Questo, (nel sottostante grafico, sempre “governativo”) infatti, è l’andamento dellaspesapubblicaimproduttivabrutta
Nonostante si neghi persino l’esigenza di qualsiasi indagine sistemica sul “perché” dell’aumento e della conclamata impossibilità di restituzione dei debitori, il grafico sottostante ci dice invece come, senza la volgare spesa primaria corrente (cioè al netto di investimenti e onere degli interessi sul debito pubblico), l’incapacità di restituzione non possa che permanere ed aggravarsi.  
La spesa pubblica totale in percentuale del PIL e di quella al netto degli interessi passivi e degli investimenti sono caratterizzate da un trend nettamente crescente dal 2000 al 2009. Il picco massimo della spesa totale viene raggiunto nel 2009 con una percentuale sul PIL pari al 51,1% (il dato è quello successivo rispetto alla revisione del Pil di settembre 2014). Il Documento di economia e finanza prevede cali consistenti nei prossimi anni, mentre le spese correnti primarie scenderanno al 40,1% nel 2020.
E, quindi, le 114 banche in potenziale crisi di insolvenza rimarranno tali. Semmai ne aumenterà il numero. E l’intero sistema è sempre più a rischio domino, in modo del tutto ovvio

12. Anzi, a dirla tutta, la futura stretta fiscale, pre-elettorale ma pure, a maggior ragione, quella post-elettorale, dovrebbe, a rigor di numeri autoevidenti, portare ad un nuovo aumento dei NPLs, per la stabilizzazione dell’effetto cumulativo dei tagli di spesa che, prontamente, hanno continuato ad essere effettuati al minimo accenno di crescita, nonché dei tagli ulteriori che verranno acuiti a furor di “sogno €uropeo”.
Infatti, non dimentichiamo che la riforma dei trattati va decisamente nel senso di rendere più cogente e sanzionabile, da parte dell’€uropa, la stessa austerità fiscale.
13. Rammentiamo infatti (qui, p.10) che dopo i pronunziamenti favorevoli di Parlamento e Commissione europea, la prospettiva è questa:
“Ferma la “irrealistica” praticabilità di un adeguato bilancio fiscale federale, il massimo che si tenterà di fare, e che Macron è predisposto ad accettare per sua “forma mentis”, è uninadeguato bilancio di tal genere: cioè composto con risorse fornite, da tutti i paesi dell’eurozona, in proporzione maggiorata in rapporto al PIL, rispetto all’attuale contribuzione, ma senza alcun intervento solidale-compensativo a carico della Germania. 
Questo pseudo bilancio federale – che non avrebbe alcuna funzione di riequilibrio delle asimmetrie interne, ma solo la veste di un’esosa esazione aggiuntiva aggravante la situazione fiscale dei paesi in crisi di competitività -, sarebbe semmai, in più, farcito di un ESM trasformato in trojka permanente, intenta a “sorveglianze” di bilancio direttamente sostitutive delle politiche fiscali residue dei paesi dediti all’aggiustamento (quindi moltiplicando il “trattamento Grecia” per chiunque non correggesse di qualche decina di punti percentuali il costo del lavoro, tramite il dilagare della disoccupazione e la distruzione del welfare) e con un ministro euro-finanziario fantoccio della “guida” tedesca”.
 
14. E per quanto riguarda il fronte bancario, poi, la “solidarietà €uropea”, a guida tedesca, ma col contributo entusiasta della Francia macronizzata, sarà immediatamente orientata a realizzare il rating del debito pubblico come risk weighted asset che, inevitabilmente porta a ulteriori perdite di bilancio, inoppugnabilmente sistemiche, sui titoli detenuti dal nostro settore finanziario (che non sono pochi…):
“Parliamo della proposta della Commissione UE di ulteriore regolamento e (anche) direttiva sui requisiti patrimoniali delle banche che, in mezzo a un oceano di bla-bla-bla, per cui si vuole uscire dalla crisi e aumentare la stabilità finanziaria, senza dire una parola sulla generazione della crisi €uropea da parte della stessa…disciplina €uropea (e fingendo sfacciatamente di non vedere l’applicazione discriminatoria e distruttiva, unicamente per Italia, dell’Unione bancaria), si parla, con nonchalance, di “ridurre i costi di emissione/derivanti dalla detenzione di determinati strumenti (obbligazioni garantite, strumenti di cartolarizzazione di alta qualità,strumenti di debito sovrano, derivati a fini di copertura)
Insomma, si vuol introdurre una graduazione di rischio, una sorta di rating, concernente il debito sovrano, e porre l’intero sistema bancario italiano (o, più o meno, rimasto tale) di fronte all’obbligo di cederne comunque la parte eccedente un certo ammontare “limite”, nonché, in aggiunta, di cedere i titoli, deprezzati drasticamente in base a tale indicizzazione di rischio, se non si sia in grado di aumentare in misura adeguata, – e oggi impensabile, senza ricorrere a capitale estero, e quindi perdendo il controllo proprietario del capitale-, il capitale di “garanzia”.

 
Ma il suo Ministro delle Finanze comune ha altre caratteristiche, no? Lei vorrebbe che avesse possibilità di intervento sui bilanci.
 “Sì, altrimenti non ha senso. E Macron e io la pensiamo esattamente allo stesso modo. Però bisognerebbe cambiare i Trattati europei”.

…E non si può fare? Neanche dopo le elezioni tedesche?
 “Non è certo un problema della Germania. Il trasferimento di pezzi di sovranità nazionali all’Europa non è mai fallito per colpa della Germania o l’Italia, ma piuttosto della Francia. Il presidente Macron e io siamo totalmente d’accordo su questo: ci sono due modi di rafforzare l’eurozona: cambiare i Trattati oppure farlo con pragmatismo attraverso l’intergovernativo. Modifiche dei Trattati richiedono l’unanimità e la ratifica nei Parlamenti nazionali o in alcuni Paesi addirittura un referendum. Siccome al momento non è realistico, dobbiamo provare ad andare avanti con gli strumenti esistenti, dunque attraverso uno sviluppo del trattato che regola il fondo salva-Stati Esm”.
Il fondo salva-Stati Esm deve diventare un Fondo monetario europeo, come lei lo sostiene da tempo?
“Sì, ne ho parlato spesso con Mario Draghi: bisognerebbe rafforzare le istituzioni perché la Bce non debba sempre portare il peso di tutto. Ma ci vogliono cambiamenti dei Trattati. Però non possiamo neanche non fare nulla, perché rischiamo che si disgreghi l’Europa. La seconda migliore soluzione, dunque, è quella di creare un Fondo monetario europeo, sviluppando lo statuto dell’Esm”.

 
16. Per le banche italiane non c’è alcuno scampo: ma, prima di tutto, perché non c’è alcuno scampo per la sopravvivenza del nostro tessuto industriale “territoriale”, (che possa realmente ancora ricorrere o meno al credito). 
Tutto ciò è molto sistemico: Schauble lo sa e a lui piace molto. La nostra classe di governo (dei vari settori), NON LO SA: MA GLI PIACE LO STESSO.
Continueranno a credere in episodi di malagestio e a negare il problemino fino alla fine…di tutti noi.