Pizza alla cannabis: dove si può mangiare in Italia

CINZIA ALFÈ dissapore.com 3 aprile 2018

Marijuana sotto forma di biscotti, snack e barrette di cioccolato,  o addirittura nei corsi per diventare “sommelier della cannabis” , dove si apprende come abbinarla al vino.

Diciamolo: i segnali per l’arrivo della pizza alla cannabis c’erano tutti; e infatti ci ha pensato Valentin von Klebelsberg.

 

Dopo la decisione della Giunta provinciale di Bolzano di farsi carico del costo dei preparati a base di cannabis per curare malattie come la sclerosi multipla, il 27enne proprietario dello storico ristorante Fink, aperto nel lontano 1945, ha deciso di inserire tra canederli e gulasch anche la pizza alla cannabis.

[Come si diventa sommelier della marijuana]

Il giovane ristoratore ha riferito al Corriere la volontà di proporre “qualcosa di nuovo” e, dopo una fase sperimentale, partita a febbraio, la pizza alla cannabis è entrata stabilmente nel menu del Fink.

Ma non aspettatevi foglie di marijuana sulla superficie della pizza, la cannabis si trova dentro l’impasto, cosa che ha dato parecchi problemi al giovane ristoratore prima di essere messo a punto: “Ci sono voluti diversi tentativi –racconta infatti Valentin– perché la pizza non si stendeva, faceva i buchi, ma è bastato diminuire il lievito e aumentare l’acqua per ottenere l’impasto perfetto”.

[Mangiando due barrette di cioccolato alla marijuana si può morire?]

Che ha avuto subito grande successo nonostante non sia stata fatta nessuna pubblicità particolare, se non un post sulla pagina Facebook del locale un paio di mesi fa.

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Ffinkbozen%2Fposts%2F909689559203344&width=500

Un successo tale che ora la pizza alla cannabis viene proposta tutte le sere, e non solo il venerdì. Il prezzo? Un euro e cinquanta in più rispetto alle pizze comuni ,perché la farina di cannabis è più costosa di quelle comuni: un chilo costa 7 euro mentre quella normale costa un euro al chilo.

E gli avventori? Chi sono i più entusiasti consumatori di questa pizza alle “erbe”?

Non i giovani, come si potrebbe pensare, ma le persone di mezza età e soprattutto gli anziani, che ne vanno letteralmente matti.

[10 cibi stupefacenti come e più della Space Cake di Amsterdam]

E che oltre a pensare che la cannabis, come molte altre erbe, sia salutare per l’organismo, spesso chiedono se la pizza provochi anche un effetto “strano, o stupefacente”, sentendosi rispondere che no, la cannabis nell’impasto non ha nessun effetto “collaterale”.

Resta da chiedersi se siano soddisfatti o delusi dalla risposta ricevuta.

MARZO 2016 -La fusione Bpm-Banco Popolare spiegata bene, dalla A alla Z

http://www.cinquantamila.it/ 25 marzo 2016

Salutata dal mercato e dal governo come la nascita del terzo polo bancario italiano, la fusione tra il Banco Popolare  e la Popolare di Milano  apre ufficialmente la stagione del risiko bancario italiano dopo una stasi durata quasi dieci anni. Il protocollo di intesa annunciato mercoledì 23 rappresenta però soltanto il primo traguardo di un’operazione ancora tutta da costruire.

Il lavoro meticoloso di amministratori, consulenti e manager si dipanerà infatti lungo tutto il 2016 per arrivare auspicalmente al closing entro la fine dell’anno. Ecco perché per il momento i giudizi degli analisti sono cauti, in attesa di conoscere i dettagli del piano industriale e dell’aumento di capitale previsto dal protocollo. Fin da ora però è possibile ricostruire l’architettura generale della superpopolare e valutare i punti di forza e le eventuali debolezze del gruppo che nascerà sull’asse Milano-Verona.

Assemblee.
 Nei prossimi mesi saranno più d’uno gli appuntamenti per i soci delle due banche coinvolte nell’integrazione. Gli azionisti di Bpm  si riuniranno sabato 30 aprile per approvare il bilancio 2015 e nominare il nuovo consiglio di sorveglianza, con deposito delle liste previsto per il 5 aprile. Poi sarà la volta del Banco, che a inizio maggio sottoporrà ai soci il piano di irrobustimento patrimoniale propedeutico alla fusione con Milano.

A ottobre, subito dopo la pausa estiva e l’aumento di Verona, le assemblee delle due banche saranno invece chiamate ad approvare il progetto di fusione, la trasformazione in spa e lo statuto della nuova capogruppo.

Bpm spa.
 La costituzione di una controllata milanese di durata temporanea è stato uno dei temi caldi della trattativa con la Bce ed è rimasta in bilico fino all’ultimo. La società nascerà da un’operazione di scorporo e conferimento e riunirà sotto il proprio cappello la rete di sportelli di Bpm  situata nelle province di Milano, Monza e Brianza, Como, Lecco e Varese. In qualità di banca-rete la Bpm  spa sarà sottoposta alla direzione e al coordinamento della nuova capogruppo e avrà una struttura organizzativa «efficiente e coerente, tale da non generare duplicazioni di costi e sovrapposizioni con quella della capogruppo», spiega il protocollo d’intesa. In accordo con la Bce è comunque previsto che la società cessi di esistere e venga incorporata «entro un ragionevole periodo di tempo dalla data di perfezionamento dello scorporo e, comunque, con effetto a partire dal terzo anno successivo alla data di efficacia dell’atto di fusione».

Che ne pensa il mercato? Secondo gli analisti, se da un lato la costituzione Bpm  spa diminuisce il rischio di esecuzione del deal, dall’altro potrebbe rappresenta un aggravio di costi per il nuovo gruppo.

Capitale.
 La superpopolare pro-forma avrà una solida situazione patrimoniale, con Cet1 pro-forma fully loaded al 13,6% e phased-in al 13,7%, considerando l’aumento di capitale del Banco, ma non i benefici del previsto passaggio di Bpm  ai modelli di rating interni e prima di ogni intervento di ottimizzazione. La media delle banche italiane è all’11,7% fully loaded. Per quanto riguarda la liquidità, l’indice Lcr sarà ampiamente superiore al 100%.


Fabbriche prodotto. 
Per quanto riguarda le potenziali cessioni, Castagna ha chiarito che saranno normali razionalizzazioni. «Qualche duplicazione ci sarà, visto che mettiamo insieme banche presenti in vari settori, dall’asset management al credito al consumo». Per cui non è esclusa la valorizzazione di alcuni asset, «anche con formule che ci inventeremo durante la stesura del piano, mettendo gli eventuali introiti a servizio del rafforzamento patrimonializzazione». In ogni caso, ha aggiunto Castagna, «vogliamo dire con orgoglio che non siamo obbligati alla cessione di alcun asset». Secondo fonti finanziarie, il Banco potrebbe mettere sul mercato la banca depositaria e le quote in Popolare Vita e Avipop e non si esclude una possibile integrazione tra Aletti Gestielle e Anima. Bpm  invece potrebbe alleggerire la propria presenza nel credito al consumo cedendo ProFamily, a cui starebbe già guardando qualche fondo di investimento. Al momento comunque i vertici non hanno dato indicazioni ufficiali.

Governance. L’accordo messo a punto dagli advisor (Citi, Lazard e gli studi legali Lombardi Molinari Segni e Marchetti per Bpm; Mediobanca, Bofa Merrill Lynch, Colombo & Associati e lo studio Gatti Pavesi Bianchi per il Banco) prevede la nascita di una capogruppo in cui il 54% del capitale sarà in mano agli azionisti del Banco e il 46% ai soci di Bpm. Il sistema di governance sarà di tipo tradizionale, con due quartier generali, uno a Verona (sede amministrativa) e uno a Milano (sede legale). Per il primo triennio il cda della capogruppo sarà composto da 19 amministratori: nove saranno designati dal Banco (tra cui il presidente Carlo Fratta Pasini), sette dalla Bpm  (tra cui il vicepresidente vicario) e due designati tra soggetti indipendenti scelti di comune accordo da Banco e da Bpm. L’amministratore delegato sarà Giuseppe Castagna, mentre Saviotti sarà presidente del comitato esecutivo, un organo composto da sei amministratori. Dopo il primo triennio il board sarà composto da 15 membri (di cui almeno 7 indipendenti).

Limite al diritto di voto. Il nuovo gruppo ha deciso di avvalersi dello strumento messo a disposizione in via temporanea dalla riforma delle banche popolari in funzione anti-scalata. Nessun soggetto potrà pertanto esercitare il diritto di voto per un quantitativo di azioni superiore al 5% del capitale fino al 26 marzo 2017.

Management. La squadra di vertice sarà così composta: Maurizio Faroni direttore generale e Domenico De Angelis (Banco) e Salvatore Poloni (Bpm ) condirettori generali. In ruoli chiave della macchina operativa potrebbero andare Carlo Bianchi in qualità di chief lending officer e Carlo Palego come chief risk officer. Il nuovo gruppo punterà al rafforzamento e all’efficientamento delle aree di business ad alto valore aggiunto, attraverso la specializzazione e il posizionamento di rilievo nell’asset management, nel corporate & investment banking, nel private banking, nella bancassurance e nel credito al consumo. A Verona, Lodi, Novara e Bergamo saranno ubicate le strutture di vertice delle rispettive divisioni territoriali, mentre a Milano avrà sede la struttura di vertice della Bpm spa.

Npl. La gestione del credito è stata oggetto di lunga discussione con Francoforte, che chiedeva una drastica riduzione degli stock. In linea con queste indicazioni il nuovo gruppo metterà in campo un incisivo programma di gestione delle sofferenze attraverso un mix di azioni. In primo luogo verrà alzato il livello di copertura dei crediti dubbi, che salirà al 48,5%, con quello delle sofferenze al 62,1%. Sarà inoltre attuato un programma di riduzione dei non performing loans fino a 10 miliardi di euro nominali al 2019. «Partiamo con un programma forte di riduzione delle sofferenze», ha sottolineato Castagna, «perché si tratta dell’area di maggior attenzione oggi. Daremo fin da subito un messaggio forte e significativo sia sulla riduzione che sulla copertura dei crediti non performanti».

Piano industriale. Il documento sarà predisposto entro la fine di aprile, dopo la conclusione della due diligence confirmatoria. Le sinergie lorde a regime sono comunque stimate preliminarmente a 365 milioni annui, di cui 290 milioni da minori costi e 75 milioni da maggiori ricavi. Il raggiungimento della situazione a regime è previsto entro il 2018. Gli oneri di integrazione una-tantum sono invece stimati in circa il 150% delle sinergie di costo, in linea con analoghe operazioni. Al netto di tali oneri, è prevista una creazione di valore per 1,9 miliardi. Il livello delle sinergie di costo è in linea con le attese degli analisti di Banca Imi, mentre prudenzialmente gli esperti non considerano le sinergie di ricavi, di solito più dipendenti dalle condizioni di mercato che non da azioni del management. Assieme al piano verrà definita anche la politica dei dividendi.
Ricapitalizzazione. Dovrà lanciarla esclusivamente il Banco Popolare  prima della fusione con Bpm  per adeguare i coefficienti patrimoniali ai target fissati dalla Bce. In particolare, l’operazione permetterà al nuovo gruppo di raggiungere il livello di coperture prefissato e di procedere in condizioni di tranquillità allo smaltimento degli stock di credito deteriorato. L’importo sarà di 1 miliardo di euro, interamente garantito da Mediobanca  e Bofa Merrill Lynch in qualità di unici global coordinator, anche se le forme tecniche dell’operazione saranno definite soltanto nelle prossime settimane, per arrivare in assemblea entro maggio. Tra le ipotesi sul tavolo ci sono l’esclusione in tutto o in parte del diritto di opzione e l’emissione di bond convertibili o convertendi (esclusi invece coco-bond e strumenti Tier1). «La riserva sul diritto di opzione dell’aumento verrà tolta all’ultimo; non vogliamo usare atteggiamenti di non attenzione nei confronti dei nostri azionisti», ha spiegato Pier Francesco Saviotti durante la conference call di giovedì 24. L’operazione dovrebbe essere lanciata subito dopo la pausa estiva, presumibilmente tra settembre e ottobre, anche se per il momento si tratta soltanto di una tempistica indicativa. Quel che è certo è l’offerta dovrebbe partire dopo gli aumenti di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, che tra aprile e giugno raccoglieranno capitale per 2,5 miliardi sul mercato. In linea teorica c’è insomma la possibilità che nei mesi centrali dell’anno si crei un ingorgo di ricapitalizzazioni in Piazza Affari.

Soci. Pur essendo ancora popolari, le due banche hanno azionisti di peso che potrebbero giocare un ruolo determinante nei futuri assetti societari. In Bpm  il primo azionista è da tempo Raffaele Mincione, che con la holding Athena Capital detiene il 5,73% del capitale. Seguono BlackRock al 5,28%, l’asset manager texano Dimensional Fund al 4,23%, Standard Life Investments (il braccio del risparmio gestito della scozzese Standard Life) al 2%, Norges Bank al 2,04% e il fondo pensione canadese Cppib al 2,01%. Anche a Verona dominano i grandi fondi esteri, con BlackRock al 3,42%, Norges Bank al 2,16% e Dimensional Fund al 2,1%. A differenza di Piazza Meda, però, il Banco Popolare  ha due forti fondazioni nel proprio capitale, ossia la CariLucca con il 2,89% e soprattutto la Cariverona con una quota ancora molto piccola. Come accade per le altre trasformazioni i banche popolari in società per azioni, anche in questo caso è previsto che i soci possano esercitare il diritto di recesso. Maggiori informazioni su questo punto saranno rese note nel corso dell’operazione.

Tempistica. Il protocollo di intesa annunciato mercoledì 23 è soltanto un traguardo inermedio nell’ambito dell’operazione. Se tutto andrà come previsto, l’autorizzazione della Vigilanza dovrebbe arrivare entro il mese di agosto, mentre le assemblee si esprimeranno soltanto a ottobre. La stipula dell’atto di fusione è dunque previsto per novembre con lo scorporo della Bpm  spa e la costituzione del nuovo gruppo.

Valore di borsa. Al 22 marzo 2016 la somma delle due capitalizzazioni arrivava a circa 5,5 miliardi di euro, senza considerare l’aumento di capitale del Banco. Secondo gli analisti, dopo la fusione il titolo del nuovo gruppo potrebbe trattare a un multiplo prezzo/capitale tangibile di 0,8 e quindi sarebbe a sconto del 30% rispetto a Intesa Sanpaolo, che attualmente scambia a 1,1. Ci sarebbe dunque spazio per un potenziale di re-rating di oltre il 30%.
Zero licenziamenti. Lo ha assicurato Saviotti. «Non ci sarà nessun licenziamento, nessun intervento che possa disturbare i colleghi, che sono un asset fondamentale per il successo del gruppo», ha rassicurato l’attuale amministratore delegato del Banco Popolare. Presumibilmente dunque le uscite saranno gestite con il fondo esuberi di categoria e saranno solo su base volontaria. In aggiunta, per gli analisti, l’alto livello di sindacalizzazione della Bpm  potrebbe ostacolare drastiche politiche di ridimensionamento del personale e impedire al management di agire con incisività sui costi. Tanto più che nello statuto sarà previsto un meccanismo di rappresentanza consiliare dei dipendenti. A proposito infine di organico, il nuovo gruppo creditizio che nascerà dalla fusione avrà oltre 25.000 dipendenti, distribuiti su 2.500 filiali, a parte le direzioni e le fabbriche prodotto. Durante la presentazione comunque i vertici hanno assicurato che la fusione non comporterà traumi sul piano occupazionale.

LUCA GUALTIERI

GIUSEPPE CASTAGNA – 24-02-2016 -PRESO IN CASTAGNA! LA FUSIONE TRA LA BPM E IL BANCO POPOLARE E’ STATA VOLUTA E STUDIATA DAL BANCHIERE NAPOLETANO GIUSEPPE CASTAGNA, UN TIPO CHE E’ SEMPRE RIMASTO UN PO’ NELL’OMBRA MA SI PORTA A CASA UNO STIPENDIO DA 2,5 MILIONI DI EURO L’ANNO

DAGOSPIA.COM 24.02.2016

Giovanni Pons per “Affari e finanza – Repubblica”

 

GIUSEPPE CASTAGNAGIUSEPPE CASTAGNA

Un banchiere napoletano, classe 1959, è l’uomo che sta pilotando la prima fusione bancaria europea da quando la vigilanza è in mano alla Bce. Forse questo spiega la grande attenzione che da Francoforte si sta dedicando ai passaggi di avvicinamento tra la Banca Popolare di Milano e il Banco Popolare. Il via libera ufficiale dei controllori europei arriverà probabilmente in estate ma già in queste fasi Giuseppe Castagna e il suo ex amministratore delegato in Comit, Pier Francesco Saviotti, ora numero uno del Banco, hanno un dialogo costante con i funzionari Bce affinchè tutto si concluda per il meglio.

 

GIUSEPPE CASTAGNAGIUSEPPE CASTAGNA

Ma non è facile vincere la diffidenza europea nei confronti del sistema bancario italiano, soprattutto dopo ciò che è successo sui mercati negli ultimi tempi. Per fare un esempio, i consigli di amministrazione delle due banche nello stato attuale contano ben 47 membri e la proposta di nuova governance prevede un cda unico, tradizionale, ridotto a 19 poltrone.

 

Ma a Francoforte hanno arricciato il naso, il cda dovrà essere composto da soli 15 consiglieri. Di una fusione tra banche il si-sterna sembra aver bisogno come il pane, e dunque si spera che le raccomandazioni siano flessibili, un passo falso in questo momento potrebbe avere effetti devastanti sui titoli bancari.

 

L’input decisivo l’ha dato un anno fa il decreto del governo Renzi che obbliga le banche popolari a trasformarsi in spa. Da lì si sono messe in moto le macchine e la Bpm guidata da Castagna, dopo diversi anni di battaglie interne, è subito apparsa come il boccone più prelibato.

 

LA SEDE DELLA BPM - BANCA POPOLARE DI MILANO - A PIAZZA MEDA A MILANOLA SEDE DELLA BPM – BANCA POPOLARE DI MILANO – A PIAZZA MEDA A MILANO

Soprattutto sta giocando in positivo il basso livello delle sofferenze nette in rapporto al capitale della banca, il famoso Texas ratio che tutti gli analisti guardano con grande attenzione. Bpm è poco sopra 0,85 contro una media delle migliori banche tra 1 e 1,1 e ben lontano dai due casi estremi di Monte dei Paschi con 2,4 e del Banco Popolare con 2,18. L’abbraccio tra Bpm e la banca di Saviotti produrrà un Texas ratio di 1,63, non certo ai livelli migliori ma migliorabile con il tempo.

 

Ed è proprio sulla tabella di marcia con cui si possono andare a sfoltire i crediti deteriorati che Castagna e Saviotti stanno discutendo in queste ore con la Bce. Smaltire tutto subito vorrebbe dire procedere a un aumento di capitale e su questo punto entrambi i banchieri hanno posto la loro linea Maginot. D’altronde era novembre quando gli Srep (gli stress test) della Bce promuovevano sia Bpm che Banco dicendo che il capitale era adeguato.

BPM BANCA POPOLARE DI MILANOBPM BANCA POPOLARE DI MILANO

 

Dunque non si capisce cosa sia cambiato da allora. Castagna a prima vista sembra un uomo docile, di buone maniere, sempre pronto al dialogo. Quando due anni fa è stato catapultato al vertice della Milano dal finanziere Andrea Bonomi, il livello di tensione nella banca era ancora elevato. Piero Montani, il banchiere che nei due anni precedenti aveva condotto una dura politica di ristrutturazione, era ai ferri corti con le componenti sindacali interne, quelle che da sempre hanno contato molto alla Bpm. E infatti nel dicembre 2013 Montani aveva deciso di mollare e di trasferirsi a Genova, alla Cari-ge, dove infuriava la tempesta per lo scandalo Bemeschi.

 

UBI BANCA BRESCIAUBI BANCA BRESCIA

Bonomi aveva già provato a portare Castagna in Bpm nel 2012, quando aveva conquistato l’assemblea del dopo Ponzellini, ma il banchiere napoletano aveva preferito rimanere in Intesa Sanpaolo, suo territorio d’origine, con la prospettiva di diventare il capo della Banca dei territori dopo i buoni risultati ottenuti nella controllata Banco di Napoli. L’esperienza nel retail andava ad aggiungersi agli anni del contatto diretto con le imprese, sotto la regia di Gaetano Miccichè.

 

Ma dopo pochi mesi le incomprensioni con il nuovo numero uno del gruppo, Enrico Tommaso Cucchiani, lo convinsero a lasciare. Dunque, a fine 2013, la nuova chiamata di Bonomi questa volta lo trova pronto, anche se nel frattempo è il fondatore di Investindustrial a subire il logoramento delle battaglie in Bpm. Bonomi vende le sue azioni nel gennaio 2014, poche settimane dopo l’insediamento di Castagna al vertice, lasciandolo senza un socio di riferimento a cui appoggiarsi.

 

Ed è da questo momento che il nuovo capoazienda deve cominciare a svolgere il suo lavoro di punta tacco. Dialogo con le componenti sindacali interne continuando però nella politica di rinnovamento ed efficientamento della banca in modo da risultare attraente agli occhi degli investitori istituzionali che un giorno potrebbero essere i veri padroni della banca.

 

BANCA UBIBANCA UBI

Nei momenti difficili il mite Castagna deve saper tirar fuori le unghie. Qualcosa di simile deve essere successo un mese fa, quando insieme a Victor Mas-siah, amministratore delegato di Ubi Banca, varcava il portone del ministero del Tesoro. Lì il ministro Pier Carlo Padoan invitava i due banchieri a non essere egoisti, a non limitarsi a una fusione a due, Bpm-Ubi, ma ad accogliere anche l’ingombrante Monte dei Paschi, per il quale la Bce ha raccomandato un accasamento in tempi stretti.

 

In quei giorni le trattative tra la banca milanese e la bresciano-bergamasca erano arrivate a un punto molto avanzato. Nello stesso giorno del faccia a faccia con Padoan a Milano si incontravano i presidenti Piero Giarda e Mario Anolli per dare la benedizione finale alla nuova creatura.

 

victor massiahVICTOR MASSIAH

Le trattative che andavano avanti da qualche mese avevano portato a prevedere per il nuovo gruppo la sede principale a Milano e quella legale a Bergamo, il mantenimento della governance duale con sette consiglieri a Ubi, cinque a Milano e tre indipendenti. I1 presidente del Cds sarebbe stato nominato da Milano, con Massiah amministratore delegato e Castagna direttore generale vicario. Ma con uguali stipendi fissati a 1,75 milioni a testa, meno dei 2,5 milioni che oggi prende il numero uno della Bpm. Il Texas ratio delle due banche unite sarebbe stato pari a 106, senza bisogno di aumentare il capitale. Un merger of equal con qualche correzione.

 

Ma dal 20 gennaio comincia a delinearsi l’ombra del Monte. Massiah viene convocato, dice che da sola Ubi non può sostenere un’operazione del genere ma può pensare di proporla alla Bpm. E la settimana dopo Castagna si sfila da un abbraccio che considera mortale. Teme di rimanere schiacciato, emarginato in un gruppo molto più grande della piccola Bpm, un gruppo da 400 miliardi di attivo nella quale la componente milanese, con 34 miliardi di impieghi, sarebbe risultata ininfluente.

 

Pier Francesco SaviottiPIER FRANCESCO SAVIOTTI

Così, con un colpo di coda, il banchiere napoletano si butta nelle braccia del vecchio collega Saviotti, in una fusione alla pari in cui è protagonista in quanto lo stato di salute del Banco non è dei migliori. Il calcolo di convenienza è presto fatto: due anni fa la Bpm valeva in Borsa il 25% di Ubi e il 33% del Banco, oggi si parla di una fusione alla pari su un bilancio dove si possono realizzare molte sinergie e questo maggior valore andrà per la metà agli azionisti Bpm. I] mercato sicuramente apprezzerà e dietro ai numeri Castagna pensa di riuscire a compatta-re anche le riottose componenti dei soci dipendenti.

 

Che hanno già piantato i loro paletti, moneta di scambio per il via libera in assemblea. Ci dovrà essere una Bpm spa, sotto la holding, secondo un modello federale già adottato da moltre altre banche (vedi Intesa), che dovrà avere una durata di almeno tre anni e un cda di sette persone. Una sorta di stanza di compensazione per la scomparsa del duale da un giorno con l’altro.

 

E poi le assemblee, quella di trasformazione in spa e quella che delibera la fusione, dovranno svolgersi contemporaneamente ed essere votate con il sistema del voto capitarlo. La Bce invece preferirebbe che fossero gli azionisti della spa a deliberare la fusione. Infine i sindacati chiedono rassicurazioni sul fatto che le sinergie non si traducano esclusivamente in esuberi, vista l’aria che tira e la latitanza del governo su questo fronte. Si vedrà se Castagna e Saviotti riusciranno a convincere gli uomini di Francoforte che un’operazione di questo genere può essere salutare per il mercato italiano ma anche per l’Europa.

 

GIUSEPPE CASTAGNA OTTOBRE 2016 – COME TACCHINI A NATALE: COSÌ I DIPENDENTI BPM VENGONO VISTI DA LONDRA

IL BANCHIERE BRUNO GLISTATIGENERALI.IT  1 OTTOBRE 2016 

 

Nel momento in cui il settore bancario e le borse soffrono a causa dei timori relativi alla solvibilità di Deutsche Bank, due titoli brillavano alla borsa di Milano, nonostante il rosso diffuso sul listino: Banco Popolare e Banca Popolare di Milano. Agli amici che mi chiedono cosa succede spiego la storia del tacchino a Natale.

Giovedì scorso a Londra alla Bank of America Merrill Lynch 2016 Financials Conference i vertici delle due banche – l’amministratore delegato della BPM Giuseppe Castagna e il direttore generale del Banco Maurizio Faroni, hanno spiegato agli investitori i benefici economici dell’operazione. La parte che è stata evidenziata maggiormente negli incontri individuali e che è piaciuta di più agli investitori è che l’integrazione tra le due banche si basa su un forte taglio di costi. Gli investitori apprezzano questa componente delle sinergie perché la ritengono più facile da stimare e da realizzare (di due risorse che si sovrappongono una si taglia, punto), mentre gli incrementi di ricavi sono basati su stime spesso più soggettive (la produttività di B nelle vendite si allinea a quella di A dopo l’aggregazione, almeno speriamo) e per questo smentite nei fatti dopo l’aggregazione. L’enfasi c’è stata negli incontri individuali per l’ovvia sensibilità del tema.

Questo del taglio dei costi è stato il principale aspetto di interesse nel momento in cui lo scetticismo degli investitori americani sulle banche europee è ai massimi. Se la storia del taglio dei costi effettivamente catturasse gli investitori, la spinta per le banche italiane ad aggregarsi per ridurre la base dei costi crescerebbe significativamente. Il che – entro una certa misura – non è un male, perché l’attività bancaria deve adeguarsi al diverso utilizzo che i clienti fanno delle filiali. Questo, però, non significa necessariamente solo tagli, ma idealmente dovrebbe portare a un diverso ruolo ed approccio al mercato del dipendente bancario. Cosa facile ma possibile se le persone si impegnano e si danno loro gli strumenti.

La cosa interessante in tutto questo è che i dipendenti della BPM (i nostri tacchini a Natale, ovviamente) dovrebbero votare l’operazione che li vede “finire nel forno”. Quindi a differenza del tacchino che viene alimentato per tutto l’anno e pensa di essere amato e riverito, per poi scoprire a Natale, all’improvviso, di essere una pietanza, ai nostri amici della BPM viene addirittura chiesto di accendere il forno.

Per farlo è stata realizzata un’ampia campagna di sensibilizzazione dei dipendenti e dei clienti della BPM, filiale per filiale. Il Banco Popolare ha affidato ad uno dei suoi migliori uomini, specializzato nella gestione delle assemblee, di supportare Castagna. Dopo le precedenti inaspettate bocciature in assemblea di Montani (voto a distanza) e Castagna (modifica dello statuto), non si poteva rischiare. Per evitare che si faccia resistenza passiva, viene chiesto a chi non va in assemblea di rilasciare deleghe. Così ci si assicura che il voto sia coerente (o si delega a votare sì o se si va in assemblea con il voto palese, non si può votare no, se non si vuole rischiare la pena capitale). Serve arrivare alla maggioranza dei 2/3. Se i pensionati restano contrari, servono tutti i voti possibili.

Come sforzo di ulteriore sensibilizzazione, Castagna ha portato tanti managers a Siviglia. Speriamo si sentano amati. La festa vera, tanto, per loro arriverà dopo.  Prima di partire Castagna ha visto in gran segreto i grandi oppositori, i pensionati. Chissà se è riuscito a convincerli, visto che le loro richieste per lui non sono poi tanto difficili da soddisfare. E tanti hanno mogli, figli, amiche, che lavorano in banca (o alla mensa).

Finora la tattica del poliziotto buono (Castagna, che spiegava quanto l’operazione era bella) e di quello cattivo (il presidente Mario Anolli, che spiegava i rischi di scalata in caso di mancata fusione) non hanno funzionato. Forse perché a qualcuno sono venuti dubbi sul fatto che difficilmente i tagli in caso di scalata potranno superare quelli che ci saranno veramente con il Banco. Non ci sono le famose sovrapposizioni che abbondano col Banco Popolare e magari se lo scalatore li fondesse con una banca in migliore stato di salute, i tagli sarebbero minori. I dipendenti del centro servizi l’hanno capito bene, quando hanno visto che la scelta del sistema informatico volgeva verso quello del Banco. Come aveva fatto notare Di Lena, l’indicazione era stata inizialmente volutamente omessa.

Vorrei capire perché la combinazione delle due banche sarebbe non scalabile. Vuole forse dire che la BPM da sola è molto appetibile e la banca combinata non lo è? Non è un’affermazione a supporto della fusione, questa. E non mi si dica per la capitalizzazione di mercato che resta risibile (oggi la nuova banca capitalizza meno  della BPM un annetto fa).

Per evitare rischi si è anche combinata la delibera di trasformazione con quella di fusione. Questo mi indigna di più, come banchiere, perché non si rispetta la libertà di determinazione degli azionisti, volendoli forzare a deliberare una cosa richiesta per legge pena la liquidazione (trasformazione) con una fortemente voluta da Castagna (fusione). Si ripropone il male che nel tempo ha creato tanti problemi in banca, e che la riforma Renzi delle popolari voleva abolire, ossia i banchieri che controllano i loro azionisti e quindi determinano le scelte della banca prescindendo dal normale check and balance di un governo societario sano.

Gli amministratori devono fare il bene dell’azienda e quindi dovrebbe essere già pronto, discusso negli organi e noto uno statuto per la nuova BPM S.p.A. nel caso in cui la fusione non venisse approvata. Nel Consiglio di Sorveglianza, qualcuno l’ha chiesto.

Faccio notare due cose a chi mi chiede come è possibile che i dipendenti ed i pensionati si facciano convincere a votare di sì, visto che tutte le promesse possono essere cancellate subito dopo la fusione, quando il loro voto non servirà più (visto che regneranno le sinergie di costo, scommetto che tali vantaggi avranno vita breve). La prima ragione è che la natura dell’italiano medio lo porta ad evitare il male certo di votare contro in assemblea, rischiando gli strali certi, ed a sperare di non essere proprio lui il tacchino che finirà in forno. Il male non è certo, magari lo si scampa. La seconda ragione è che i pensionati, che avrebbero potuto fare la loro lista all’ultima assemblea e stravincere, hanno invece optato per mettersi in lista con i sindacati (terrorizzati dal perdere), dando ai simpatizzanti dell’amministratore delegato la maggioranza del Consiglio di Sorveglianza, anche se i pensionati potevano avere la maggioranza in assemblea. Non si capisce perché ora dovrebbero comportarsi diversamente.

Se ho compreso bene quanto discusso, nella governance della nuova banca, due dei quattro sindacati (CISL e CGIL) sono stati esclusi, a dispetto delle promesse iniziali fatte al momento del supporto dell’operazione. Se fosse vero, un’altra evidenza dell’affidabilità delle speranze dei tacchini.

GIUSEPPE CASTAGNA -SETTEMBRE 2013 -Giuseppe Castagna passa a Muzinich

https://www.advisoronline.it

26/09/2013

  • L’ex d.g. di Intesa alla guida della filiale italiana della società specializzata in credito corporate

LA NEWS

Giuseppe Castagna (nella foto),  ex d.g. di Intesa Sanpaolo, banca che ha lasciato lo scorso luglio, passa al mondo del private equity con la nomina a presidente di Muzinich in Italia. La società di gestione patrimoniale specializzata nel credito alle imprese e in bond high yield, aprirà infatti una sede milanese la cui guida sarà affidata appunto all’ex manager del gruppo Intesa Sanpaolo.

Muzinich, che ha sedi a New York, Londra, Colonia, Parigi e ha attualmente in gestione circa 19 miliardi di euro e gestisce circa 2 miliardi di euro per istituzioni italiane, lancerà a breve la “Italian Private Debt Initiative”, un’iniziativa dedicata a finanziare le medie imprese italiane con soluzioni di medio termine (tipicamente con durata tra i 5 ed i 7 anni) a società che generino un fatturato compreso tra i 50 ed i 500 milioni di euro ed un margine operativo lordo (MOL o EBITDA) di almeno 7,5 milioni di euro.

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SUL SITO BANCO BPM VINE PUBBLICATO QUESTO CURRICULUM :

GIUSEPPE CASTAGNA Amministratore Delegato dell’Emittente ATTIVITÀ PROFESSIONALE Dal 21 gennaio 2014 al 31 dicembre 2016 è stato Consigliere Delegato e Direttore Generale della Banca Popolare di Milano S.c.ar.l. Ha altresì ricoperto rilevanti incarichi di direzione presso il Gruppo bancario Intesa SanPaolo, presso il quale ha prestato la propria attività dal 1981 al 2013. In particolare: (i) nel 2003 ha assunto la carica di Responsabile Servizio Large Corporate & Structured Finance della Divisione Corporate di Intesa Sanpaolo S.p.A.; (ii) dal 2005 al 2009 ha assunto la carica di Responsabile Direzione Large & Mid Corporate della Divisione Corporate di Intesa Sanpaolo S.p.A.; (iii) nel 2008 è stato Coordinatore Direzione Rete Estera della Divisione Corporate e Investment Banking di Intesa Sanpaolo S.p.A.; (iv) nel 2009 è stato Responsabile Corporate Relationship Management della Divisione Corporate e Investment Banking di Intesa Sanpaolo S.p.A.; (v) dal 2009 al 2013 ha ricoperto l’incarico di Direttore Regionale Campania, Basilicata, Calabria, Puglia nonché di Direttore Generale del Banco di Napoli S.p.A. (760 Filiali) divenendo, inoltre, dal 2011, Direttore Regionale Sicilia (940 Filiali); (vi) dal 2012 al 2013 ha assunto la gestione della Divisione Banca dei Territori del Gruppo Intesa Sanpaolo, con riporto diretto su oltre 20 Banche Rete del Gruppo e circa 47.000 dipendenti e ha ricoperto la carica di Direttore Generale del Gruppo Intesa Sanpaolo (mantenendo ad interim la Direzione Generale del Banco di Napoli). Ha ricoperto, inoltre, tra il 2003 e il 2013 anche le seguenti cariche: Consigliere di Amministrazione e membro del Comitato Esecutivo della Mediofactoring S.p.A.; Administrateur della Société Européenne de Banque S.A. Luxembourg; Consigliere di Amministrazione e membro del Comitato Esecutivo della Società Leasint S.p.A.; membro del Consiglio Direttivo presso la società SRM – Studi e Ricerche per il Mezzogiorno; membro del Consiglio di Amministrazione del Banco di Napoli S.p.A.; Consigliere di Amministrazione della società IMI Fondi Chiusi SGR S.p.A.; Presidente della Commissione Regionale ABI Campania; Consigliere di Amministrazione di Intesa Sanpaolo Private Banking S.p.A. e Consigliere di Amministrazione di Agriventure S.p.A. Dal 1° gennaio 2017 è Amministratore Delegato di Banco BPM S.p.A.

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GIUSEPPE CASTAGNA

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Cosa resta del sogno di Martin Luther King?

tvsvizzera.it 4 marzo 2018

Il 4 aprile del 1968 il leader del movimento per i diritti civili moriva sul balcone di un motel di Memphis, in Tennessee, colpito da un proiettile. A mezzo secolo di distanza, gli Stati Uniti sono ancora alle prese con i loro demoni.

murales di martin luther king
Un murales raffigurante Martin Luther King a Seattle.

(Keystone)

Delle truppe impegnate in una guerra interminabile, degli studenti in collera, delle donne in lotta contro il sessismo, degli atleti neri che denunciano il razzismo della polizia: l’America del 2018 assomiglia per alcuni aspetti a quella di 50 anni fa.

“Gli assassinii, le rivolte, le manifestazioni, il disordine e il caos: nel 1968 abbiamo vissuto degli choc straordinari che sono ancora d’attualità”, afferma David Farber, professore di storia all’Università del Kansas, intervistato dall’Agence France Presse.

Un anno – il 1968 – segnato da due omicidi che hanno profondamente scosso il paese. Quello di Martin Luther King, premio Nobel della pace nel 1964, ucciso il 4 aprile dal segregazionista bianco James Earl Ray a Memphis, in Tennessee, e quello del senatore Robert Kennedy, ferito mortalmente da un palestinese il 5 giugno a Los Angeles, la sera della sua vittoria alle primarie democratiche in California.

La morte del pastore nero, colpito alla testa da una pallottola di fucile mentre si trovava sul balcone della sua stanza di motel, fa scoppiare delle rivolte nelle grandi città americane. L’assassinio di Kennedy permetterà al repubblicano Richard Nixon di avere la strada spianata per la Casa Bianca.

La Radiotelevisione svizzera ha incontrato alcuni testimoni dell’epoca per sapere cosa resta del sogno di Martin Luther King:

VIDEO:

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/03-04-2018-lamerica-ricorda-martin-luther-king?id=10320737&startTime=76.826885&station=rete-uno

I due assassinii fanno seguito a un altro grande choc. A fine gennaio, i guerriglieri Vietcong e i nordvietnamiti avevano lanciato l’offensiva del Têt, attaccando di sorpresa praticamente tutte le grandi città del Vietnam del Sud. L’offensiva aveva fatto vacillare l’amministrazione del presidente Lyndon Johnson, in un momento in cui nei campus universitari si infiammava la protesta contro il conflitto.  

La guerra in Afghanistan non ha suscitato simili proteste, poiché è stata lanciata dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre e perché la coscrizione è stata abolita nel 1973, osserva Todd Gitlin, dell’Università di Columbia.

Nel 2018 gli studenti si mobilitano per un’altra causa: le armi da fuoco, che uccidono circa 30’000 persone all’anno.

Dal pugno alzato al ginocchio

Il movimento dei diritti civili dei neri è l’altro grande fenomeno del decennio. Come non ricordare, proprio nel 1968, i velocisti neri Tommie Smith e John Carlos che alle Olimpiadi di Città del Messico salire sul podio col pugno alzato per protestare contro la sorte riservata alla loro comunità negli Stati Uniti.

Cinquant’anni più tardi, la questione razziale è sempre d’attualità e la campagna “Black Lives Matter” denuncia le violenze della polizia contro i neri. Nel 2017, il quarterback di San Francisco, Colin Kaepernick, si è ispirato ai due velocisti, appoggiando un ginocchio a terra durante l’inno che precede le partite del campionato di football americano.

La contestazione si è velocemente allargata a tutto il mondo sportivo, suscitando la collera dei conservatori e del presidente repubblicano Donald Trump. Kaepernick e il “Black Lives Matter” sono stati aspramente criticati come lo era stato il movimento delle Black Panthers alla fine degli anni ’60, ricorda Susan Eckelmann Berghel, docente all’Università del Tennessee.

L’emancipazione femminile

E a cinquant’anni di distanza vi è un altro movimento che fa parlare di sé: quello per l’emancipazione delle donne, che nel 1968 aveva manifestato contro il concorso di Miss America organizzato ad Atlantic City.

“Avevano posto una domanda difficile: come devono essere trattate le donne? Questa domanda è ancora d’attualità”, rileva David Farber.

Nel gennaio 2017, centinaia di migliaia di donne hanno protestato contro Donald Trump per denunciare le sue dichiarazioni sessiste. In ottobre, il movimento MeToo è nato sulla scia dello scandalo Harvey Weinstein, il produttore accusato di numerosi stupri e aggressioni sessuali.

Populismo conservatore

Infine, al pari del 1968, anche il 2018 è contraddistinto dalle “promesse non mantenute di una presidenza liberale”, sottolinea Susan Eckelmann Berghel

Lyndon Johnson ha lanciato la guerra contro la povertà e le ingiustizie razziali, ma a causa della situazione in Vietnam non si ripresenta alle elezioni nel 1968. È quindi il repubblicano Richard Nixon che viene eletto, promettendo il ritorno all’ordine e alla legalità.

Barack Obama, primo presidente nero della storia americana, non è dal canto suo riuscito a costruire una “società post-razziale”. Gli è succeduto il miliardario Donald Trump, che è riuscito ad attirare la “maggioranza silenziosa” che aveva già eletto Nixon, secondo Farber. “Trump ha creato la sua versione del populismo conservatore, come aveva fatto Nixon nel 1968”, sostiene il professore dell’Università del Kansas. “Molti americani chiedono ordine (…) e vogliono mantenere le vecchie gerarchie”.

Spotify è ormai svizzera…

tvsvizzera.it 4 aprile 2018

Wall Street ha voluto rendere omaggio all’entrata in borsa della società di streaming musicale issando davanti all’entrata una bandiera… elvetica. E sui social è festa grande.

Entrata di Wall street con issate due bandiere statunitensi e una svizzera
Dopo 15 minuti l’errore è stato corretto.

(Account twitter del consolato svizzero di New York)

Iniziano entrambi con la S, sono tutti e due neutrali, hanno una popolazione simile e un prodotto interno lordo pro-capite tra i più elevati al mondo. E spesso gli americani – ma non solo loro – li scambiano con una facilità sconcertante.

“Are you swiss? Oh yeah, from Sweden, very nice country!”. I turisti svizzeri che ritornano dagli Stati Uniti riportano spesso simili aneddoti. E molto probabilmente gli svedesi fanno lo stesso.

Se a confondere Svezia e Svizzera è un allevatore che ha per orizzonte le sterminate praterie del Kansas e del Nebraska, non c’è sicuramente nulla di strano. Quando però l’errore viene commesso in pieno centro di New York, in un luogo considerato un po’ il cuore pulsante del mondo, almeno per quanto concerne la finanza, è normale che la svista non passi inosservata.

Ed è quanto successo martedì: per festeggiare l’entrata in borsa della società svedese Spotify, davanti all’ingresso principale di Wall Street è stata issata la bandiera svizzera.

L’occasione era troppo bella e sulle reti sociali è immediatamente iniziato il tam-tam.

“È il gran giorno di @Spotify! La società entra in borsa e Wall Street ha voluto rendere omaggio alle radici svedesi del gruppo, ma la bandiera che ha issato era la nostra. Ci sono voluti solo 15 minuti per porre rimedio all’errore”, ha twittato il consolato svizzero a New York. “Nessun problema però, i nostri amici nordici sono umili e noi siamo neutrali, così non ci sarà nessun battibecco”. 

(1)

tweet del consolato svizzero a new york

Swiss Consulate NY

@SwissCGNY

 
 

It’s @Spotify‘s big day! The company is going public and @NYSE intended to pay homage to the company’s Swedish roots, but flew our flag instead 🤭 It only took 15 minutes to fix this mistake, but no worries our Nordic friends are humble and we are neutral, so no tiff will ensue😉

 

Sul suo account ufficiale, la Svezia ha invece pubblicato le cartine dei due paesi, precisando: “La Svezia è quella più lunga nel nord. I paesi non si sono uniti, quindi Spotify rimane svedese”.

(2)

tweet dell’account ufficiale della svezia

Sweden.se

@swedense

 
 

Good morning! Pictured is Sweden and Switzerland. Sweden is the longer one up north. Countries have not united, so Spotify remains Swedish.

 

Chi è Miguel Díaz-Canel, il futuro presidente di Cuba

Rossana Miranda formiche.net 4 aprile 2018

Chi è Miguel Díaz-Canel, il futuro presidente di Cuba

Il vicepresidente e numero due del regime cubano sarà nominato presidente il prossimo 19 aprile. Anche se alle legislative ha avuto meno dell’1% dei voti

Se non ci sono svolte particolari, il 19 aprile i cubani avranno un nuovo presidente. L’unica vera novità: per la prima volta in 60 anni, alla presidenza di Cuba non ci sarà un membro della famiglia Castro, leader della rivoluzione del 1959. Questa volta, il favorito per la guida del Paese latino-americano è un giovane comunista, fedele al regime castrista, ma senza legami di sangue con i Castro.

LEADER SENZA VOTI

L’attuale presidente cubano, Raúl Castro, ha promesso di ritirarsi alla vita privata il 19 aprile per dare spazio a una nuova generazione politica a Cuba. Secondo gli analisti il futuro presidente cubano si chiama Miguel Díaz-Canel ed è vicepresidente e numero due del regime cubano.

Il quotidiano El Nuevo Herald di Miami sottolinea un paradosso nella novità dello scenario politico cubano: “Se Díaz-Canel, il candidato più visibile fino ad ora, diventa effettivamente il nuovo capo del governo, saremmo davanti ad un fatto insolito: il suo cammino alla presidenza sarà sostenuto da meno dell’1% dei voti degli 8,6 milioni di elettori”.

IL SISTEMA ELETTORALE CUBANO

Lo scorso 11 marzo si sono svolte le elezioni per il Parlamento cubano. I deputati si insedieranno il 19 aprile, quando sarà nominato il capo di Stato e di governo. La Costituzione cubana stabilisce che il presidente deve essere eletto tra i parlamentari, ma solo gli elettori del distretto numero tre della città di Santa Clara, dove si è presentato Díaz-Canel, sono riusciti a votare direttamente per il presidente.

In un’intervista al quotidiano statale cubano GranmaJosé Luis Toledo Santander, presidente della Commissione di Affari Costituzionali e Giuridici del Parlamento cubano, ha spiegato che Cuba non è l’unico Paese dove si sceglie il capo dello Stato in elezioni di secondo grado: “Ci sono molti Paese che hanno questo tipo di elezione, che non limita legittimità e garanzia democratica”.

Il governo cubano non pubblica le cifre ufficiali di voti per distretto né il numero di voti per ogni deputato. Secondo un conteggio approssimativo, nel municipio di Santa Clara ci sono 208.506 persone con più di 14 anni (censimento del 2016). “Con il 92,85% dei voti validi, Díaz-Canel è stato scelto da 39.305 residenti di Santa Clara, ovvero lo 0,45% degli elettori cubani”, si legge sul Nuevo Herald.

GIOVANE FEDELE DEL COMUNISMO

Nato il 20 aprile del 1960 a Placetas, provincia di Villa Clara, Díaz-Canel è sempre stato fedele al regime. Negli anni ’80 militava nell’Unione di Giovani Comunisti; dal 1994 al 2003 è stato segretario del Partito Comunista a Villa Clara, dove si è guadagnato la stima degli abitanti grazie al suo stile moderno e rock.

Díaz-Canel si è laureato in Ingegneria elettronica ed è noto per la sua discreta e paziente carriera all’interno del governo cubano.

Dalla leadership di provincia è diventato parlamentare nel 2003. Nel 2009 Raúl Castro lo nominò ministro dell’Istruzione e nel 2012 vicepresidente del Consiglio di ministri. Secondo l’attuale presidente cubano il suo delfino non è opportunista né improvvisato. Il fratello di Fidel Castro ha sempre dichiarato che stima la sobrietà e lealtà di Díaz-Canel.

Le potenziali riforme del nuovo presidente restano un’incognita che si svelerà molto presto: il primo anno di governo Díaz-Canel dovrà fare fronte all’unificazione della moneta cubana e rilanciare le concessioni di piccole e medie imprese con una nuova legge.

Nora Gámez Torres, esperta di Cuba del quotidiano americano Miami Herald, ha detto che “per arrivare dov’è, Díaz-Canel ha dovuto rispettare le regole del regime. E lui è stato molto bravo in questo. Tuttavia, si sa molto poco di cosa pensa veramente e di che cosa sarà capace”.

IL “TRAVAGLIO” DEL TROVARE UN “GOVERNO ALL’ALT€ZZA” TRA…FINANCIAL OPINION E ITALIAN-DEEP STATE

http://orizzonte48.blogspot.it/ 3 aprile 2018

cavallo di troia
1. Questa notizia (relativa ad un’opinione), in sè non “nuova”, almeno per gli italiani che seguono la reiterazione ossessiva del concetto da parte di talk show e giornaloni:
questa notizia, appunto, è rilevante per la fonte in cui viene divulgata e per due motivi: 
a) anzitutto perché, oltre a mandare un messaggio confermativo di come la si pensi nel mondo finanziario anglosassone, nonché finanziar-anglizzato ancorché “nazionale”, la notizia è destinata a essere “irradiata” nel campo del confronto politico dai media nazionali. Che infatti non hanno mancato al compito di darle un notevole risalto;
b) questa irradiazione peraltro opera come creazione mediatica – ratificata dall’analisi del FT e dal suo riverbero dei media italiani- di un fatto(ide) politico, nascente appunto da una posizione personale “influente”. 
2. Tale influenzamento (concetto ben noto alle intelligence di tutti i paesi democratici che tentano di mantenere la sovranità), in sè, non indica una soluzione diretta dell’esito delle trattative tra le forze politiche, ma pone oggettivamente un limite, uno sorta di veto, che, – data la tradizionale (e curiosa) sensibilità dell’opinione pubblica italiana alle idee sanzionate dal crisma dei media e dei gruppi di potere finanziario anglosassoni (dalla soluzione Citigroupalle indicazioni di JP. Morgan-Wall Street Journal su come riformare la nostra Costituzione)-, avrebbe anche il senso di un suggerimento, diciamo, “istituzionale”.
 
Conferme di questa suggestione mediatica in direzione politico-istituzionale sono rapidamente arrivate sui media, popolari e “autorevoli”, sia pure con diverse sfumature (ma tutte imperniate sul concetto centrale): vedi, a titolo di mero esempio ex multis, quiqui, e qui.
3. L’Huffigton, che non ha bisogno del FT per esprimere una sua ben chiara linea, prosegue comunque nel solco già tracciato da settimane che si compone di una polarizzazione di analisi: da un lato, il M5S che insisterrebbe per la premiership del governo con una certa indifferenza a chi possa essere il partner politico; dall’altro, la forte sottolineatura della “moral suasion” e della richiesta di indicazioni programmatiche “all’altezza delle esigenze dei cittadini” (concetto mediatico alquanto misterioso) che compirà il Presidente della Repubblica.
4. Mentre, peraltro, si scopre che il salvataggio bancario post-referendum 2016, com’erainevitabilegraverà sul deficit 2017 e sul rapporto debito/PIL, con tanto di ricacolo Istat dell’incidenza aggiuntiva ai fini delle comunicazioni all’Ue, e mentre incombono sia l’Addendum BCE, operativo dal 1° aprile, e le sempre più pericolanti altalene di Wall Streete dell’economia reale (o meglio subprime-founded) USA, un governo all’altezza pare sempre più dover essere quello disposto a fare welfare bancario insieme con una feroce austerità fiscale di “copertura” che, com’è ormai pacifico nel Deep State italico, è l’unica cura contro le…crisi(laddove, come abbiamo visto, l’irrealtà dei dati spadroneggia indisturbata).
Alegher! Domani si aprono le consultazioni…

Banche venete, sgambetto dell’Europa

Mirko Molteni finanza report.it 4 aprile 2018

Impatto più pesante sui conti pubblici, dopo l’indicazione Eurostat l’Istat ha rivisto oggi le sue stime


 
 

Dopo che ieri l’Eurostat ha valutato più ingente del previsto l’impatto della liquidazione di Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sui conti pubblici, oggi l’Istat ha ricalcolato i dati relativi al 2017, in particolare ritoccando leggermente in peggio le stime che aveva pubblicato in marzo.

Anzitutto, il rapporto debito-Pil, se prima era valutato al 131,5%, ora è 131,8%. Poi il deficit delle amministrazioni pubbliche, che prima era stato collocato all’1,9%, è stato corretto al 2,3%, il che tradotto in cifre significa che, se fino a ieri si pensava che fosse di 33.184 milioni di euro, ora si ritiene plausibile sfiori 40.000 milioni, per la precisione 39.691 milioni di euro. La pressione fiscale, poi, si rivela al 42,5%, anziché il 42,4, sebbene il dato rappresenti comunque un lieve miglioramento rispetto al 42,7% del 2016. Infine, il saldo primario rimane attorno all’1,5% del Pil, come nel 2016.

Tali aggiustamenti sono seguiti a ruota al ricalcolo che l’agenzia europea di statistica Eurostat ha pubblicato ieri, dopo che lo stesso era stato richiesto in precedenza dall’Istat. Secondo i contabili Eurostat la manovra di salvataggio delle banche venete ha inciso sul deficit 2017 per 4,7 miliardi, ossia pari a uno 0,2-0,3% del rapporto deficit-Pil, mentre sul debito la manovra si ripercuote per 11,2 miliardi, dovendo includere anche le garanzie per Intesa Sanpaolo, che acquisì la “parte buona” degli istituti veneti

Nello specifico, secondo l’istituto europeo, le uscite pubbliche totali per il dossier venete sono pari a 14,7 miliardi, di cui però 10 miliardi sono reputati recuperabili nei prossimi anni grazie a operazioni sugli Npl: “Il risultato è un impatto negativo di 4,7 miliardi da registrare a valere sul deficit 2017”.

Sotto l’aspetto del debito, invece, il calcolo di Eurostat parte dall’intervento diretto dello Stato pari a 4,8 miliardi, dei quali 3,5 per il fabbisogno di capitale generatosi in Intesa San Paolo in seguito all’acquisizione della “parte buona” delle due banche e 1,3 per la ristrutturazione aziendale sostenuta dalla stessa Intesa per rispettare le regole sugli aiuti di Stato. A questa cifra si aggiungono 6,4 miliardi in garanzie sul credito di Intesa verso le venete. Ecco quindi il totale di 11,2 miliardi.

I commenti dal mondo politico non si contano. Per la deputata M5S Laura Castelli: “La decisione di Eurostat su deficit e debito italiano dimostra il fallimento delle politiche bancarie dei governi Renzi e Gentiloni. Le crisi bancarie di questi anni andavano gestite con lungimiranza e in modo strutturale, ma anche nei casi di Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca l’intervento è stato intempestivo e di corto respiro. Il verdetto di Bruxelles conferma ancora una volta la validità delle nostre critiche”. E mentre il senatore dell’Udc Antonio De Poli chiede al ministro dell’Economia uscente Pier Carlo Padoan di ridefinire il fondo di ristori per i risparmiatori delle banche venete e degli altri istituti in crisi, il responsabile economico della Lega, Armando Siri osserva: “La questione banche venete non nasce certo oggi tant’è che abbiamo già indicato alcune soluzioni come l’utilizzo di più di 2 miliardi di euro depositati nei cosiddetti conti dormienti. In ogni caso per noi l’obiettivo principale resta la crescita perché è solo partendo da un aumento del Pil che possiamo controllare il deficit. Noi riteniamo di avere le ricette giuste per riuscirci e ci auguriamo di essere quanto prima messi alla prova e quindi prima si fa il governo e prima si comincia a rilanciare il Paese a partire già dalla nota di aggiornamento del Def a ottobre”.

Il peso per i contribuenti viene inoltre rimarcato dal presidente del Codacons, la nota associazione in difesa dei consumatori, Carlo Rienzi, che stimando in 662 euro per ogni famiglia italiana il costo del salvataggio di Popolare di Vicenza e Veneto Banca, sbotta: “È una vergogna che ancora una volta il Governo abbia messo le mani in tasca agli italiani per salvare le banche ridotte al fallimento da una mala-gestione i cui costi vengono scaricati sulla collettività”. Da Napoli, pure il sindaco Luigi De Magistris commenta: “Il salvataggio da delle banche venete vale oltre 10 miliardi di debito pubblico, il debito storico dei commissariamenti di Stato su Napoli (1980-2008) per 100 milioni lo scaricano tutto su di noi, sulla città e sui napoletani. Che vergogna!”.

Intanto, ora che l’Istat ha corretto i suoi conti, si guarda alle prossime scadenze importanti. Il nuovo Documento Economico Finanziario dovrebbe essere presentato al Parlamento dal Governo uscente entro il 10 aprile, ma questa data può anche essere rimandata in concomitanza con la formazione del nuovo esecutivo. Improrogabile sarà però la data del 30 aprile, entro cui il governo italiano dovrà inviare il Def alla Commissione Europea.

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