Intesa Sanpaolo: BlackRock secondo azionista

21 febbraio 2014 lo spiffero.com

BlackRock aumenta la partecipazione in Intesa Sanpaolo. Il fondo supera il 5% del capitale (precisamente il 5,004%) e diventa così il secondo azionista dell’istituto. E’ quanto si legge nell’aggiornamento dell’azionariato pubblicato sul sito di Intesa Sanpaolo. 

Al 18 febbario, ultimo aggiornamento disponibile sul sito Consob, il fondo Usa BlackRock non figurava tra i principali azionisti di Intesa Sanpaolo (quelli con partecipazione superiori al 2%). Il primo azionista dell’istituto rimane Compagnia Sanpaolo con una quota del 9,71%. Subito dopo BlackRock c’è la Fondazione Cariplo che negli ultimi giorni ha aggiornato al rialzo la quota in Intesa Sanpaolo al 4,94% rispetto al 4,68% come risulta dall’elenco dei principali azionisti sul sito Consob al 18 febbraio. 

Lieve aumento della partecipazione anche per la Fondazione CR Padova e Rovigo al 4,51% dal 4,18% (sempre al 18 febbraio). Sostanzialmente stabile la quota dell’Ente CR Firenze al 3,31%, e quella di Generali al 2,62%. Scende invece la quota detenuta da Fondazione CR Bologna al 2,02% rispetto al 2,72% al 18 febbraio scorso.

“Bav boys” in ritirata, Proverbio verso Intesa

19 ottobre 2017 lo spiffero.com

Nuovi assetti di una banca in cui Torino è sempre più ai margini. Mega operazione di outsourcing nei settori Ict e Back office con l’arrivo del responsabile Financial Services di Accenture. La cordata di Messina in affanno, i “vecchi” mugugnano

“Noi non ci stiamo”. Chissà se le istituzioni piemontesi di fronte all’ulteriore perdita di peso nella governance di Intesa Sanpaolo sapranno battere i pugni e, ribaltando il tormentone della maldestra direttrice della filiale di Castiglione delle Stiviere, protagonista a sua insaputa di un inciampo sui social? L’allarme sta suonando in questi giorni che anticipano una rivoluzione annunciata in seno alla banca e che pare destinata a vedere un pesante ricorso all’outsurcing affidato a un nome pesantissimo, quello di Accenture, la multinazionale di consulenza e direzione strategica con sede negli Usa ma ormai operante a livello globale.

Secondo indiscrezioni tra i cosiddetti Bav Boy (i manager, capitanati dal consigliere delegato Carlo Messina, provenienti dall’ex Banco Ambrosiano Veneto) sarebbe forte l’intenzione di dare vita a una mega operazione di outsourcing con la stessa Accenture sulle attività ICT e Back Office sul modello di quello che fece qualche anno fa Unicredit con Ibm, in grado di portare ossigeno (grazie ad entrate una tantum per la vendita di rami di azienda e dismissione personale) e varare un piano industriale in cui, al momento, pare tutt’altro che facile quadrare i conti. Se questa ipotesi venisse confermata, con Accenture come interlocutore e senza garanzie per il territorio, arriverebbe il colpo di grazia al già parecchio indebolito asse torinese della banca, conservato fino ad oggi grazie al polo Ict.

Per cercare di comprendere uno scenario complesso, dal quale la regione e il suo tessuto economico-finanziario potrebbe uscire ulteriormente indebolito, può essere utile osservare parte di quel che sta succedendo (e quel poco che di esso trapela) nel quartier generale di Intesa. Dove lo stesso inciampo sui social ha evidenziato non solo qualche approssimazione nel loro uso, ma anche quell’irritazione palpabile tra i padri nobili dell’istituto di credito. L’iniziativa dei video tra i dipendenti, che avrebbe dovuta rimanere ad uso interno, ha la paternità del capo della Banca dei Territori, Stefano Barrese, ma gli è scappata di mano scatenando ilarità, battute sarcastiche e pure qualche insulto alla direttrice aziendalista, con rapido ma tardivo intervento del capo delle relazioni esterne Vittorio Meloni. Ma, soprattutto, il pasticcio ha suscitato una forte irritazione in personaggi del calibro di Giuseppe GuzzettiGiovanni Bazoli  e nello stesso vecchio leone della finanza torinese, Enrico Salza. Un provvidenziale pretesto per lanciare segnali su ben più importanti questioni? Così pare.

Messina e il suo team erano già osservati speciali dopo il susseguirsi di pessime figure inanellate, una su tutte la tentata scalata a Generali miseramente fallita tra lo scherno della finanza italiana e internazionale e l’irritazione degli azionisti, questi ultimi già dubbiosi per le operazioni straordinarie destinate solo a rimpolpare bilanci lontani dalle promesse cedendo asset profittevoli (Setefi, Allfunds Bank). A dire il vero segnali di cedimento della migliore stagione della cordata dei Bav Boys iniziavano ad apparire con il susseguirsi di voci sul riassetto della guida dell’area Coo della Banca (quella deputata alla gestione delle più importanti componenti di costo della Banca:n l’Ict, l’Operations, e ancora Immobili Acquisti e Sicurezza) ora affidata a Omar Lodesani, anch’egli di provenienza ambrosiano-veneta.

In questi giorni voci accreditate indicano che la scelta di Messina, per la staffetta con Lodesani sia caduta su Massimo Proverbioattuale responsabile dei Financial Services di Accenture. Insomma, la già citata società di consulenza che ha visto in questi anni crescere il proprio fatturato verso al Banca in modo esponenziale (da 54 milioni nel 2013 a 140 milioni nel 2016) con risultati progettuali definiti da molti, e in maniera eufemistica, non sempre entusiasmanti: il nuovo portale internet della banca in ritardo cronico e scarsamente apprezzato dalla clientela, sarebbe solo un esempio a conferma. Logico, di fronte alla scelta che probabilmente farà Messina, lo stupore alimentato dal fatto che non sia stato possibile immaginare la crescita interna di uno della moltitudine di manager della banca (lo stesso Lodesani arrivava dal settore commerciale), privilegiando, invece, la scelta di un esterno sessantenne.

Il cambio sarà proposto nel cda del 24 ottobre, data in cui si prevede anche l’uscita di Maurizio Montagnese, tra l’altro numero uno di Turismo Torino e per questo finito impelagato (indagato) nell’inchiesta per i fatti di Piazza San Carlo. A lui sarebbe affidata la presidenza di una marginale società per l’innovazione, mentre la presidenza della “moritura” Isgs finirebbe a a Lodesani.

Clima tranquillo di fronte a questi giri di valzer e di poltrone? Non si direbbe: più d’uno ha iniziato a farsi qualche domanda sulla opportunità (paventando ipotesi di conflitto di interesse) dell’assunzione di un manager di uno dei principali fornitori della banca per gestire, tra le altre cose, anche le forniture sul precedente datore di lavoro. E pare che qualcuno sia pure intervenuto per tagliare fortemente le responsabilità del nuovo arrivato la cui nomina dovrebbe essere ufficializzata in poche settimane, sempre che non decida di rinunciare all’operazione, visto il pressoché certo ridimensionamento del campo di azione e del potere.

10 anni fa avevamo una banca

27 gennaio 2017 lospiffero.com 

A Torino il grattacielo e la gloria del passato, a Milano le strategie future, a partire dall’operazione su Generali. Il bilancio della fusione tra Sanpaolo e Intesa. E la sindaca Appendino sembra la “ventriloqua” di Salza

“In questi primi sei mesi del mandato ho potuto apprezzare il rapporto che Intesa Sanpaolo ha costruito con la città, un legame strutturale che le consente di ricevere un forte supporto per le proprie attività e alla banca  di mantenere salde le proprie radici”. Parole di Chiara Appendino, pronunciate ieri ai festeggiamenti per i 10 anni di fondazione della banca, che sembrano uscite dalla bocca di Enrico Salza, a lungo “tessitore” indiscusso delle trame di potere sabaude. “Oggi – ha proseguito la sindaca – possiamo constatare che in questi dieci anni il dialogo col territorio è stato mantenuto da Intesa Sanpaolo, con una partnership importante che ci consente di camminare assieme verso le sfide che ci saranno. L’invito che mi sento di rivolgere è finalizzato a rafforzare gli strumenti ed i momenti di ascolto e di restituzione nei confronti della comunità cittadina e locale”. Sottolineando, poi, che “nei prossimi cinque anni, pur non potendo fare previsioni specifiche, sappiamo che il nostro sistema economico dovrà investire molto in professionalità, idee, innovazione e capacità di attrarre imprese estere”, Appendino ha proseguito: “Tutto  questo potrà avvenire solo se tutte le Istituzioni, le imprese, il sistema bancario e i corpi intermedi saranno capaci di lavorare assieme come in un complesso orologio. Tanto più sapremo essere precisi nel rispondere alle sollecitazioni quanto più tutti assieme ne beneficeremo”.

Impeccabile nel suo tailleur d’ordinanza, la sindaca è stata altrettanto ineccepibile nel delineare le prospettive del “Sistema Torino”, di cui ormai si presenta quale vestale affidabile, al più garante della sua evoluzione in chiave meno autocratica del recente passato. “Le sfide si vincono quando la spinta al cambiamento, la motivazione e il lavoro sinergico nascono dall’animo di ogni persona, coinvolta per fornire quell’apporto unico e irripetibile correlato alla sua identità e il mio augurio a Intesa Sanpaolo,  e se mi permettete anche alla città – ha concluso – è che tra 10 anni il mio successore possa festeggiare un sistema locale che ha saputo raccogliere questa eredità e l’ha fatta fruttare per garantire prosperità e sviluppo duraturo a Torino, al Piemonte e all’Italia”.

Certo, sarebbero suonati fuori luogo riferimenti critici a quel processo di “fusione”, sancito il 25 agosto del 2006, che ha portato alla nascita della superbanca ma che al contempo ha decretato la morte del Sanpaolo Imi, della sua storia e del suo management. Certo, Appendino non poteva sottrarsi dall’onere di rendere onore a Salza e ai principali artefici dell’operazione: “Sono passati dieci anni da quando l’intuizione di poche persone è diventata realtà. Un’idea che è risultata vincente”, ha affermato appuntando la medaglia sul petto del vecchio leone di piazza San Carlo, il quale racconta di avere un ricordo ancora vivo di “persona perbene, scrupolosa e integerrima” del nonno dell’attuale sindaco. Certo, il colosso presenta numeri importanti. Ma davvero Intesa “ha mantenuto il legame con il territorio”, tanto da poter spavaldamente garantire che “noi siamo a fianco della banca e la banca è al nostro fianco”?

Le cose, viste sotto la Mole sono un po’ diverse. E non per malcelato rancore campanilistico. Giova ricordare che a partire dal metodo scelto allora per dare vita a Intesa – tecnicamente si definisce “fusione per incorporazione” – il destino di Torino era segnato. Qualcuno rammenta il famoso “concambio”? E la scomparsa del mitico codice 1025 che per mezzo secolo ha connotato le transazioni made in Turin? Sugli organigrammi, poi, la sfida con Milano si è rivelata una disfatta. Possimo dire che in questi dieci anni il priù grande contributo dato da Intesa a Torino è stato nei versamenti degli oneri di urbanizzazione del grattacielo, unito a qualche “aiutino” nei mutui di Palazzo civico?

Una marginalità che perdura se è vero che Francesco Profumo, che con la “sua” Compagnia di San Paolo è il principale azionista istituzionale, è stato tenuto completamente all’oscuro delle manovre sulle Generali, al punto che ieri il Ceo Carlo Messina è stato costretto a fare un peana sul ruolo delle fondazioni, giudicando “stupido” costringere una loro diluizione nel capitale. Contiamo poco o niente, salamelecchi a parte.

Intesa sullo stretto di Messina

30 novembre 2016 lo spiffero.com

Il numero uno del colosso bancario vara un massiccio piano di dismissioni immobiliari e predispone la vendita di alcuni asset del gruppo. Operazioni per tamponare i risultati meno brillanti del retail. E fa discutere il contratto con Accenture

Promesse da marinaio nello stretto di Messina, inteso come Carlo, ovvero il Ceo di Banca Intesa Sanpaolo? I rumors sull’inversione di rotta forzata impressa dal consigliere delegato del colosso bancario per ovviare ai risultati diversi da quelli attesi del piano industriale e garantire comunque l’annunciato significativo dividendo promesso agli azionisti, si fanno sempre più insistenti. Una vicenda dai contorni ancora non ben definiti, come la sua conclusione, che parte proprio da quelle promesse su cui oggi, più d’uno, nutre dubbi.

Carlo Messina, al vertice della banca confermata come una tra le più solide del Paese, nel Piano Industriale della banca, aveva annunciato quel dividendo per il 2016 fondando le positive prospettive, soprattutto sul presupposto dei significativi successi delle operazioni commerciali della Banca dei Territori, guidata da Stefano Barrese, che tra le altre promuoveva iniziative come la costruzione di un portale per le eccellenze alimentari  italiane del food e della moda. Un business plan, tuttavia, franato per l’assenza di clienti, o per la delusione delle aspettative affidate all’ingresso nel settore della compravendita immobiliare con Intesa Sanpaolo Casa, mai realmente decollata nonostante gli ingenti investimenti in strutture e personale.

In assenza dei presupposti per rispettare la sua promessa, con i relativi risultati di business, Messina avrebbe iniziato a cercare quelle soluzioni “una-tantum” che spesso avevano consentito, quando lui era a capo delle operazioni finanziarie di Intesa, di aggiustare i conti non brillanti della banca: vendite di partecipazioni e smobilizzi di consistenti patrimoni degli istituti di credito nel tempo raggruppate sotto il cappello Intesa com’è il caso di CommercialeCariploSan Paolo. Ora, a quanto trapela, si sta per vendere Setefi, principale azienda italiana per i pagamenti elettronici, peraltro descritta sempre come una importante fonte di ricavi e guadagni. E pare in dirittura di arrivo anche un’operazione immobiliare da 400-500 milioni di euro che ruoterebbe attorno alla vendita di  stabili e locali strumentali tra cui uffici e filiali della banca, con contemporaneo contratto di affitto a lungo termine per un canone di circa il 10% dell’importo ottenuto dalla cessione.

In aiuto a Messina si dice sia in arrivo Giulio Bellan, già autore, in passato, di operazioni simili, e, come controparte, la solita “Idea Fimmit” alla quale erano stati conferiti, in passato, gli immobili di “Immit” (azienda del gruppo Intesa Sanpaolo che lo stesso Bellan, all’epoca alto dirigente della banca, intendeva senza tuttavia riuscirvi, quotare in borsa).Tutto ciò avviene in un momento in cui il mercato immobiliare è ancora ben lungi da ripartire e che presenta condizioni non proprio favorevoli per chi vende. Ciò nonostante sembra che determinata l’intenzione di Intesa di cedere immobili pregiati, impegnandosi ad assicurare a “Idea Fimmit” rendimenti importanti nel tempo. Per meglio comprendere i termini dell’operazione può essere utile ricordare un episodio, quello che riguarda l’immobile di via della Stamperia a Roma. Venduto dalla banca a 17,4 milioni nel 2008 era stato rivenduto da “Idea Fimmit” (63,3% Gruppo De Agostini, 29.6% Inps) dopo pochi giorni a 26,5 milioni. Chi ha guadagnato da questa operazione? È solo uno degli interrogativi che serpeggiano tra gli azionisti.

In questo scorcio di fine anno Intesa Sanpaolo è impegnata anche in altre operazioni: la Direzione acquisti dell’istituto ha perfezionando un accordo di fornitura con la multinazionale Ict Accenture. Il contratto – portato lo scorso 22 novembre da Massimo Malagodi in Cda – è triennale, rinnovabile per altri tre anni, per un importo complessivo di 350 milioni di euro. Le modalità contrattuali prendono a modello l’accordo “Best” di fornitura, con la stessa società Accenture, ideato dal precedente COO della Banca Pierluigi Curcuruto e perfezionato dal servizio acquisti allora diretto da Raffaella Mastrofilippo e da Riccardo Sfondrini suo stretto collaboratore (oggi capo servizio acquisti ed in procinto di essere promosso capo direzione). Anche il nome “Penta Best” ne ricorda la genesi. Sino ad oggi i contratti stipulati con Accenture hanno sicuramente fatto lievitare il volume di affari della multinazionale, sulla quale si sono concentrati molti dei progetti principali della banca, anche se la qualità dei servizi di sviluppo applicativo offerti dalla multinazionale non sono sempre stati congrui, come evidenzia il recente flop del nuovo “portale cliente retail” poco apprezzato dalla clientela.

E allora emergono altre domande: se questa modalità contrattuale si dimostra effettivamente conveniente per la banca, per quale motivo sembrerebbe applicato solo ad Accenture? Quali sono stati i risultati dei progetti principali condotti da Accenture? È stata valutata la ricaduta, sia economica sia motivazionale, per le aziende Ict che, per forza di cose, saranno costrette o a lavorare in sotto commessa di Accenture o a non lavorare più per la banca se non a condizioni meno vantaggiose? Il rischio paventato è che molte aziende di qualità del comparto Ict sul territorio non potranno trarre vantaggi né economici né funzionali da una intermediazione così pesante indotta dal contratto Penta Best-Accenture-Banca Intesa Sanpaolo

 Insomma, il ponte di Messina verso nuovi modelli di business per non tradire le promesse fatte pare non piacere a tutti. E i dubbi se questo porterà giovamento e, nel caso, a chi restano. 

Proverbio di Natale in Intesa

22 dicembre 2017 lospifero.com 

Il manager di Accenture entra dalla porta principale di Ca’ de Sass. Ecco come l’uomo voluto dal ceo Messina ha tessuto la sua tela, scalando la gerarchia della banca. Ora, sistemati gli organigrammi, resta da capire se l’Ict resterà a Torino

E così quella che finora era stata solo un’indiscrezione (riferita per primi dallo Spiffero) è diventata realtà. Il ceo di Intesa SanpaoloCarlo Messina, nonostante i pareri discordanti di alcuni autorevoli stakeholder interni, ha tirato dritto per la sua strada e ha ingaggiato dal suo maggiore fornitore di servizi Ict, Accenture, il manager Massimo Proverbio, lo stesso che seppe tessere la “giusta tela” in occasione della fusione, acquisendo per la sua società di consulenza spazi sempre maggiori (e, conseguentemente, incrementandone il fatturato).

Partendo da una posizione tutto sommato marginale, grazie all’interessamento di una serie di influenti soggetti gravitanti attorno al mondo della politica e della finanza (il Comune di Torino, la Compagnia di San Paolo, il presidente di allora della banca Enrico Salza), Accenture ha assunto via via un ruolo centrale nelle strategie. L’ad dell’epoca, Corrado Passera, non riuscì però a sostituire alla direzione Ict della banca, a lunfo presidiata da Pierluigi Curcuruto, con uno dei suoi manager di riferimento Ambroveneto, Poste, Banca Intesa) cioè Carlo De Carlo.

Proverbio seppe, come abbiamo detto, tessere la “giusta tela” e in breve Accenture incominciò a crescere a Ca’ de Sass. Salvatore Anello e Raffaella Mastrofilippo, (già ex colleghi e amici di Curcuruto in un’azienda multinazionale americana) furono rimossi dalla Csc Italia. Anello fu arruolato da Proverbio in Accenture come interfaccia commerciale proprio su Intesa mentre la Mastrofilippo entrò direttamente nell’orbita Curcuruto all’ufficio gestione fornitori e facendola in seguito nominare capo del settore acquisti della banca.

Per questioni di salute Curcuruto dovette lasciare la banca e venne sostituito dal capo area commerciale Nord-Est, Omar Lodesani, mentre direttore dell’Ict rimase Silvio Fraternali. Lodesani, quando la banca liquidò improvvisamente e inaspettatamente il ceo Enrico Tommaso Cucchiani, licenziò il capo acquisti Riccardo Pagnanelli (senza apparenti motivazioni) sostituendolo con Massimo Malagoli, manager con un passato in Accenture e uomo di fiducia di Messina, a cui dette la responsabilità anche della direzione immobiliare e della sicurezza. Nel frattempo Fraternali divenne direttore dell’area Strategie Operative Integratee al suo posto Lodesani nominò Enrico Bagnasco, un altro manager ex Accenture. Ed è in questo periodo che la multinazionale americana incominciò a crescere vertiginosamente superando tutti i concorrenti (Ibm e Telecom compresi), raggiungendo il traguardo dei circa 140 milioni di euro di fatturato annuo.

Giallo a Intesa, suspense sotto la Mole

16 ottobre 2014 lo spiffero.com

Mentre ancora tengono banco le parole di ieri dell’ad (“Esco da tutto”), la riorganizzazione interna subisce un rinvio. Ennesimo segnale dell’impasse al vertice della banca. E Torino resta col fiato sospeso, temendo un altro ridimensionamento

Mentre continua a tenere banco il “giallo Messina”, provocato dalle sibilline dichiarazioni del ceo di ieri pomeriggio (“Io sono allergico ai poteri forti e ai salotti, io esco da tutto”), il sismografo interno a Intesa Sanpaolo registra forti movimenti tellurici che, dal centro alla periferia, passando per i vertici, percorrono i vari livelli della principale banca italiana. Un segnale che le fibrillazioni hanno ormai raggiunto livelli preoccupanti è il rinvio di quindici giorni del piano di riorganizzazione che, muovendo su due direttrici (la riduzione drastica del numero delle direzioni regionali e il riassetto di Isgs), punta a ridisegnare la prima linea dell’istituto. Un piano che avrà pesanti ripercussioni su Torino, città nella quale ha sede la società consortile del Gruppo a cui fanno capo i sistemi informativi, i servizi operativi, l’organizzazione e la sicurezza, la gestione immobiliare, gli acquisti e la Contact Unit clienti.

 

Dopo la rimozione di Sandro Gerardin, l’intraprendente ex marito di Roberta Meo sindaco di Moncalieri ed esponente di primo piano del Pd locale, altre grossi mutamenti stanno per “colpire” Isgs, branca consortile costituita per non pagare l’Iva infragruppo, una delle poche realtà pesanti ancora presenti sotto la Mole (e a Moncalieri) che “assembla” intere direzioni  della banca solo a titolo figurativo in quanto le stesse sono in realtà gestite all’interno dell’organizzazione della banca attraverso il Coo (chief operating officer) Omar Lodesani, collega dell’ad Carlo Messina sin dai  tempi di Ambroveneto. Da autorevoli fonti interne e sindacali veniamo a sapere che Isgs verrebbe spacchettata in due distinte unità organizzative: una dedicata al sistema informatico  e  direzione operations centrali, l’altra a tutto il resto (Organizzazione, Personale, Immobili, Legale,  Acquisti, ecc). La società resterebbe presieduta dal torinese Maurizio Montagnese, anche se sul suo conto peserebbe la (finora) non brillante prova nel ruolo operativo di responsabile del Centro per l’innovazione di gruppo, funzione a diretto riporto di Messina, il quale non sarebbe particolarmente soddisfatto del suo operato. A guidare la componente IT e Operations si fa il nome di Renato Dorucci (e quello di Andrea Chioatto) mentre per l’altra area  il candidato più accreditato è Salvatore Poloni. I due manager sono entrambi afferenti alla cerchia del potente ex Coo e capo del Personale Francesco Micheli, uscito dalla  banca qualche mese fa a causa di profondi dissidi con Messina. E molti leggono, anche in questi movimenti, l’avvio della fase calante dell’ex Cfo di Intesa. Chissà. Per il  momento, dopo le enigmatiche parole di ieri, la banca si è affrettata a parlare di “equivoco”, smentendo qualsiasi intenzione di lasciare anzitempo.

 

Intanto, anche nelle segrete stanze di corso Vittorio Emanuele, al quartier generale della Compagnia di San Paolo, la situazione è tenuta sotto osservazione. Come noto, la fondazione torinese pur essendo il primo azionista, ha prima subìto la nomina di Enrico Cucchiani, poi una volta stretto il patto con lui, ha subìto il suo allontanamento. Anche la scelta di Messina è opera più di Milano che di Torino. Al momento della fusione, Torino aveva anche la direzione generale della Banca dei Territori, ora ad interim nelle mani di Messina. E così la discussione interna sul cambiamento generazionale e sul ruolo del direttore generale vicario e responsabile del corporate, Gaetano Miccichè, artefice di buona parte dei profitti di Intesa, che secondo Il Fatto sarebbe in uscita (in realtà è in carica nel consiglio di gestione fino al 2016) verso la Cassa Depositi e Prestiti o addirittura in Unicredit, alimentano crescente preoccupazione.

La Compagnia blinda Intesa, ma conta sempre meno

Stefano Rizzi 6 febbraio 2018 lo spiffero.com

Con la decisione di non ridurre la propria partecipazione la fondazione Sanpaolo ha messo al riparo la banca da appetiti stranieri. Un gruppo ormai milanesizzato che punta a diventare leva di operazioni di sistema. L'”opa” su Cdp e piano industriale

Taglio dei costi, cessione ad operatori esteri di oltre 10 miliardi di crediti in sofferenza, sviluppo del risparmio gestito così come del settore assicurativo e un profilo ancor più definito di banca di sistema: la conferma di queste linee di indirizzo per Intesa Sanpaoloarriverà oggi con la presentazione del piano quadriennale approvato ieri dal cda dell’istituto di credito che, pur a fronte delle ancora recenti rassicurazioni date dal presidente Gian Maria Gros-Pietro, vede sempre più sbiadita la sua coloritura originaria piemontese, ad incominciare di ruoli di primo piano e strategici del management. E solo per una serie di circostanze e di cautele, le cui interpretazioni circolano da settimane negli ambienti finanziari, il maggior azionista istituzionale – la Compagnia di San Paolo – pare intenzionato a dilatare ulteriormente nel tempo la peraltro annunciata riduzione della partecipazione al capitale, oggi pari all’8,2% (dopo aver venduto nell’ottobre 2017 150 milioni di azioni, pari allo 0,95%).

Sul fronte degli assetti finanziari, la mancata accelerazione da parte della fondazione presieduta da Francesco Profumo nella limatura del pacchetto azionario in suo possesso (e quindi dei dividendi che dal 2014 Intesa Sanpaolo ha distribuito complessivamente per un totale di circa 6,6 miliardi) non solo è salutata con estremo favore dalle istituzioni locali che hanno nella Compagnia una sorta bancomat, ma da alcune di esse è stata anche in qualche modo perorata. Tuttavia, il fattore che, probabilmente, ha inciso in maniera maggiore e forse decisiva sulla riflessione che potrebbe durare anche qualche anno, sarebbe da ricercare oltre i confini regionali e nazionali. Il possibile affacciarsi come potenziali acquirenti delle azioni che la Compagnia deciderà di mettere sul mercato, del fondo speculativo statunitense BlackRock  che già detiene circa il 5% di Unicredit, così come della germanica Commerzbank (controllata per il 25% dallo Stato tedesco) o addirittura di istituzioni cinesi (magari introdotte dal colosso cinese Alibaba, tra i maggiori clienti di Intesa) ha indotto vertici e soci a muoversi con estrema prudenza.
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Non serve, invece, attendere la presentazione del piano industriale per avere conferma di quanto ormai noto da tempo e chi riguarda proprio il Piemonte e Torino, regione e città dove per lunghissimo tempo la banca San Paolo radicò il suo sviluppo nazionale e internazionale senza tagliare quei legami che oggi appaiono ridotti a dimensioni fino a non molti anni fa inimmaginabili. Basta guardare alla nuova struttura organizzativa dove si sostituiscono due manager torinesi come Maurizio Montagnese e Silvio Fraternali, con uffici a Torino, con un manager milanese e ufficio nel capoluogo lombardo, Massimo Proverbio di provenienza Accenture. Scendendo nella piramide, sui 18 manager con riferimento diretto al consigliere delegato Carlo Messina almeno 16 sono di stanza all’ombra della Madunina. Insomma, ciò che non era riuscito, si dice per il presidio di Enrico Salza, a Corrado Passera è stato attuato da Messina. Non sono torinesi, ovviamente, né Mauro Micillo, al vertice della divisione corporate e investment oltre che amministratore delegato di Banca Imi, né Stefano Barrese alla guida della Banca dei Territori, ovvero il retail.

Assodato un distacco con Torino da parte della banca, allungato in accordo con il Mef il tempo per il collocamento di parte delle azioni della Compagnia, il Piemonte pare sempre più rivestire il ruolo di spettatore. Magari anche del probabile passaggio dell’attuale presidente di Banca Imi, Gaetano Miccichè (fratello del politico berlusconiano, Gianfranco), al vertice di Cassa Depositi e Prestiti. Rumors, per ora. Ma quanto basta per alimentare voci su una possibile osmosi di dossier tra Intesa, sempre più banca di sistema con un ruolo chiave nei questioni più importanti  – da Alitalia alle banche venete, da Telecom a Rizzoli, solo per citarne alcune – e il gruppo controllato per l’82,7% dal governo e che negli anni ha ampliato di molto il suo raggio d’azione. Operazione che andrebbe a configure la Cdp come una sorta di “filiale” esterna di Intesa.

Nel documento della commissione parlamentare di vigilanza sulla CdP, per il gruppo presieduto da Claudio Costamagnasi indica e auspica “un ruolo più incisivo nel finanziamento delle infrastrutture, sia sotto il profilo del coinvolgimento dei promotori e dei finanziatori del settore privato, sia sotto il profilo più generale della promozione dei progetti”, una sorta di nuova Iri attiva nel risanamento aziendale e leva del rilancio produttivo del Paese. Quanto ai vertici, oltre a Costamagna, Matteo Renzi sostiene anche l’ad Fabio Gallia, e una loro riconferma o sostituzione molto, se non tutto, ovviamente dipenderà dall’esito delle elezioni e dal futuro governo.

In Intesa l’assalto dei “Bav boys”

lospiffero.com 18 giugno 2015

Il colosso bancario sta per rinnovare la prima linea dei dirigenti. In gran spolvero gli ex di Ambroveneto, pronti a colonizzare l’istituto sotto l’ala di Lodesani e Messina. Il ritorno di Salza, mentre la prima testa a saltare è stata quella del direttore acquisti

Man mano che si avvicina la data del 30 giugno – termine entro il quale, secondo l’accordo definito più di un anno fa tra i vertici di Intesa Sanpaolo e i sindacati, devono uscire dalla banca 170 dirigenti – si rincorrono voci sempre più preoccupate sui ritardi del varo dei nuovi organigrammi. Il Ceo Carlo Messina proclamava allora che l’operazione avrebbe garantito un significativo turn-over della linea manageriale, valorizzando il più possibile le competenze presenti in azienda e contenendo al massimo innesti esterni: una linea effettivamente seguita in molte strutture. Non così è avvenuto in Isgs (Intesa Sanpaolo Group Services), la società consortile del Gruppo, nata nel 2009 per accentrare servizi informatici, operativi, immobiliari, organizzativi, il cui perimetro d’azione si è poi allargato anche ai servizi di amministrazione, formazione del personale e recupero crediti delle posizioni sofferenti. Società che da qualche giorno ha un nuovo presidente, nella persona dell’ex numero uno di piazza San Carlo Enrico Salza, che ha lasciato la guida di Fideuram a Matteo Colafrancesco il quale sarà affiancato, come consigliere delegato, da Paolo Molesini.

 

La nomina di Salza, accolto calorosamente dai dipendenti nel “suo” grattacielo, ha comportato il declassamento di Maurizio Montagnese alla vicepresidenza, in realtà una retrocessione soltanto formale giacché l’ex numero dell’aeroporto di Torino mantiene ben saldo il ruolo di chief innovation officer. Ma è sulla prossima designazione di manager nelle posizioni chiave che si concentrano le attenzioni (e i pettegolezzi) tra Torino e Milano. In particolare, si vocifera che nella girandola di spostamenti e promozioni saranno gratificati i Bav-boys, dirigenti e funzionari di provenienza Banco Ambroveneto (Bav), guarda caso comune ai due big del gruppo: il Coo Omar Lodesani e l’ad Messina. Una preoccupazione, quella di una “occupazione” da parte di Bav-boys dei posti nevralgici, che sarebbe stata espressa a margine del consiglio di gestione da alcuni soci, in primis la torinese Compagnia di San Paolo. Richiami che avrebbero però finito per provocare qualche dissapore tra il presidente del Cdg Gian Maria Gros-Pietro e la prima linea operativa e, addirittura, creato qualche screzio tra Lodesani e Messina, incrinando un antico sodalizio.

 

In attesa della rivoluzione, la prima testa a saltare è stata quella del direttore acquisti Riccardo Pagnanelli. Sollevato di punto in bianco in gran segreto. Assunto dall’allora Ceo Enrico Cucchiani in sostituzione di Raffaella Mastrofilippo su suggerimento di Francesco Micheli, all’epoca Coo della banca, Pagnanelli è stato liquidato senza troppi scrupoli, pagando una scarsa affinità con i nuovi rampanti, i Bav-boys.

Intesa, dieta a punti in Compagnia

30 gennaio 2018 lospiffero.it 

La Fondazione San Paolo procederà gradualmente, nell’arco di un triennio, a diminuire il proprio peso nell’azionariato della banca. Per ora resta il primo socio. La possibilità prevista dal Mef. Gastaldo: “Così sarà un processo ordinato”

Non c’è fretta. La Compagnia di San Paolo resta e resterà ancora per un bel po’ il primo azionista istituzionale di Intesa Sanpaolo, utilizzando l’opportunità offerta dal Ministero dell’Economia che ha concesso tempi più lunghi. “Abbiamo definito con il Mef un approccio graduale per ridurre il peso della partecipazione della fondazione nella banca a un terzo del patrimonio. La nuova scadenza è più lunga di quella fissata che era aprile 2018, ora abbiamo un orizzonte pluriennale di due tre anni”. A confermare le intenzioni emerse nelle ultime settimane in seno al board dell’ente torinese è stato il segretario generale Pietro Gastaldo, a margine della presentazione delle linee programmatiche 2018 della Fondazione. “In Compagnia – ha aggiunto – abbiamo tutti apprezzato che il Mef abbia aperto questo orizzonte pluriennale perché questo rende il processo ordinato e graduale. Continuiamo a essere un azionista molto attento, siamo comunque il primo azionista”. Il ministero, ha precisato, “ci ha scritto all’inizio dell’anno per comunicarci questa proroga che noi avevamo chiesto e che è stata decisa applicando i criteri correttivi nell’ambito dei principi generali del protocollo Acri-Mef”, ha concluso Gastaldo.

Gastaldo ha poi speso qualche parole sull’imminente passaggio di testimone. “Spiritualmente sono preparato da tempo ad uscire. Compio 64 anni quest’anno, la mia canzone preferita è When I’m sixty-four dei Beatles e mi sembra giusto, dopo 20 anni in Compagnia di San Paolo lasciare entro quest’anno”, ha detto scherzando. “Consentiteci tutti i passaggi necessari. Lascerò quando ci saranno tutte le condizioni per farlo. È un processo condiviso, legato al fatto che sono vecchio” ha poi spiegato, rimanendo abbottonato sui suoi prossimi impegni, al di fuori della fondazione: “Ho due meravigliosi nipoti, un figlio che adoro e una vita personale che faccio fatica a comprimere” ha tagliato corto.

WALL STREET: IL PEGGIORE PESCE DI APRILE DALLA GRANDE DEPRESSIONE!

http://icebergfinanza.finanza.com/ 3 aprile 2018

 

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Nulla di particolare a Wall Street nel giorno di Pasquetta, un po di panico qui e la, come ai bei tempi della Grande Depressione…

A Wall Street il peggiore inizio di aprile dalla Grande Depressione

Il ritorno di venti di guerre commerciali e il continuo sell-off dei titoli tecnologici hanno provocato a Wall Street il peggiore inizio di aprile dalla Grande Depressione degli anni ’30 del secolo scorso. Il tutto è successo dopo un marzo che è stato per gli indici americani il mese peggiore dal gennaio 2016. Inoltre, il primo trimestre del 2018 è stato per il DJIA e l’S&P 500 il primo in calo dopo 9 di fila in aumento… America 24 

Gli americani sono speciali nel ricordare la storia, non hanno davvero tutti i torti visto che una nuova Grande Depressione si sta avvicinando.

Nulla di particolare, nessuna sorpresa, per gli amanti del protezionismo, la Cina reagisce come è giusto che sia e decide di …

La Cina reagisce ai dazi di Trump: tariffe su 128 prodotti Usa

La guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina è iniziata davvero: con l’entrata in vigore a partire da lunedì mattina di tariffe fino al 25% su 128 prodotti statunitensi importati dalla Cina, tra cui carne di maiale e frutta, per un valore totale 3 miliardi di dollari. È la risposta alla “mossa protezionistica” decisa dal presidente Donald Trump, dazi su acciaio e alluminio varati a marzo. Pechino, riferisce una nota del ministero del Commercio cinese, cerca così di «salvaguardare gli interessi della Cina e bilanciare le perdite» legate alle nuove tariffe Usa.

Nello stesso tempo, si sollecita Washington «a revocare le misure protettive che violano le regole del Wto» e a «riportare i rapporti bilaterali sui relativi prodotti alla normalità». Ma dall’altro fronte sta per arrivare un’altra bordata durissima: entro venerdì è atteso l’annuncio di ulteriori dazi su importazioni cinesi del settore hi-tech, beni di un valore di 50/60 miliardi di dollari.

Ma noi queste cose è oltre un anno che ve le raccontiamo osservando la storia, l’analisi empirica.

Chi sostiene che una guerra commerciale oggi è come una tempesta in un bicchiere d’acqua dovrebbe sciacquarsi la bocca, con lo stesso bicchiere. L’unico problema è che Trump, Ross e Navarro sono dei perfetti ignoranti, se vogliono vincere una guerra commerciale devono mirare ai settori giusti e in realtà stanno sparando a caso!

Fanno sorridere i burocrati europei quando chiedono a Trump di essere esentati sempre e comunque dai dazi, l’Europa è il continente più protezionista al mondo.

Qui invece il buon Donald ha il nostro più totale sostegno, il cancro Amazon va estirpato dall’economia reale…

Trump di nuovo contro Amazon: fa perdere denaro alle Poste

Ma davvero c’è ancora qualcuno che crede ai dati farlocchi alle “fake news” istituzionali sulla situazione economica globale, date un’occhiata qui sotto…

ISM manifatturiero farlocco che scende, spesa per le costruzioni sempre più anemica…

[Chart]

… ma soprattutto i nostri tesorucci che sfondano l’inimmaginabile rendimento del 3 % e arrivano sino a 2,95 punti.

Grazie al nostro amico PuntoSella… una panoramica della dinamica EUR/USD…

clicca sull’immagine per ingrandire

…il nostro obiettivo finale lo conoscete, tempo al tempo, ogni cosa a suo tempo sotto il cielo!

A proposito di tesorucci, mettetevi comodi, prendete pop-corn e bibita e godetevi lo spettacolo, se non avete capito qualcosa, chiamate il nostro Machiavelli.

Prima però rileggetevi questo articolo del Sole24OreDOPO…

(Afp)

Titoli di Stato Usa alla svolta del 3%: pronta la rotazione degli asset…

Poi dopo una risata, continuate la lettura soprattutto con questo…

Così i titoli di Stato Usa sfidano le leggi della gravità (e della logica…)

l più grande mercato mondiale di titoli di Stato, quello statunitense, sembra impazzito. Nel senso che fa esattamente il contrario di quello che dovrebbe, almeno secondo logica. Vediamo cosa sta succedendo: dall’inizio dell’anno, il rendimento del decennale statunitense era salito vertiginosamente fino a sfiorare la mitica soglia del 3 per cento. Logico, in uno scenario di rialzo dei tassi e di robusta crescita economica.

Logico cosa? Il buon Manzoni soleva dire che il buonsenso c’era ma se ne stava nascosto per paura del bene comune.

Nella finanza, invece la logica è il senso del gregge, ma la logica ad uso e consumo proprio, bastava studiare la realtà e la storia per capire che il mercato stava andando nella direzione sbagliata.

Quando la scorsa settimana la Fed guidata da un Powell più “falco” di quanto previsto alza i tassi dello 0,25% e conferma altri due aumenti per quest’anno (oltre a tre ulteriori nel 2019) tutti gli analisti obbligazionari si aspettano il trionfale sfondamento della soglia del 3 per cento. Invece esattamente il contrario: i rendimenti dei decennali Usa anziché salire iniziano a scendere, planando sotto quota 2,8% (ai minimi da due mesi) tra lo sgomento dei trader obbligazionari e di quasi tutte le previsioni delle banche d’investimento. I grafici dei titoli di Stato Usa insomma puntano verso l’alto e i rendimenti verso il basso (ricordiamo che i prezzi sono inversamente correlati ai rendimenti).

Che cosa sta succedendo? Le possibili spiegazioni sono almeno tre. Iniziamo dalla prima: il meccanismo di avversione al rischio. Secondo alcuni analisti i titoli di Stato sono in rally perché rappresentano un “porto sicuro” durante i crolli di Borsa. Analisi classica ed evergreen ma che lascia un po’ il tempo che trova, anche perché non si capisce per quale motivo i rendimenti dei T-Bond si ritrovino puntualmente al di sotto delle previsioni, sia quando l’azionario sale che quando scende.

Aria fritta!

La seconda possibile spiegazione è che i bond Usa stiano anticipando lo scenario di un rallentamento dell’economia più grande del mondo, e quindi di uno stop all’aumento dei tassi Fed. Ipotesi allarmante, legata in parte alla parziale delusione dei “surprise index” (gli indici che segnalano le sorprese positive provenienti dai dati macroeconomici) e in parte a una dinamica dell’inflazione meno vigorosa di quanto suggerisca la logica in fasi di crescita economica come queste. Ma sappiamo bene che l’innovazione tecnologica potrebbe aver mutato per sempre il comportamento dell’inflazione, mentre i “surprise index” hanno deluso soprattutto in Europa, non negli States.

Questa è la realtà, i “surprise index” in America sono fantasie, dati farlocchi, invenzioni!

La terza spiegazione è la più suggestiva, e forse la più convincente. Arriva dalla penna di Mohamed El-Erian, capoeconomista di Allianz, ex ceo di Pimco e editorialista di spicco del Financial Times, nonché una delle menti più brillanti di Wall Street in campo obbligazionario. Secondo El-Erian la ragione dello strano comportamento dei titoli di Stato Usa risiede negli enormi flussi di acquisti provenienti dai grandi investitori istituzionali mondiali, che lui conosce molto bene: colossali fondi pensione, giganti del mondo assicurativo e così via. I quali agiscono in modo perfettamente razionale.

Elementare Watson, ma lo fanno perché non c’è alternativa alla fine di un ciclo economico!

Sul fronte azionario, gli istituzionali hanno incassato profitti straordinarigrazie a un rally borsistico a tre cifre percentuali, lungo ben nove anni. Ora vogliono soprattutto una cosa: evitare di perdere i soldi guadagnati. E qual è il posto più sicuro dove parcheggiare i profitti che serviranno a pagare le future pensioni nei Paesi sviluppati? L’obbligazionario governativo statunitense. Che acquistano a mani basse, alimentando il rally.

Non è la prima volta che le Borse si comportano in modo strano quest’anno.Meno di due mesi fa, l’azionario statunitense è crollato per una buona notizia (l’aumento dell’inflazione salariale, spia di una robusta crescita economica) anziché per una cattiva. Ora invece la Federal Reserve alza i tassi ma i titoli di Stato Usa si comportano come se li avesse tagliati. Fare previsioni sui mercati è sempre stato difficile, ma ora lo è più che mai.

Non aggiungo altro il nostro Machiavelli si sta sbellicando dalle risate…

Dopo il suo ritorno dall’America nel 1493, Colombo fu invitato ad una cena in suo onore dal Cardinale Mendoza. Qui alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire la sua impresa dicendo che la scoperta del Nuovo Mondo non fosse stata poi così difficile, e che chiunque sarebbe potuto riuscirci.

Udito questo, Colombo sfidò i commensali a un’impresa altrettanto facile: far stare un uovo dritto sul tavolo.

Vennero fatti numerosi tentativi, ma nessuno riuscì a realizzare quanto richiesto. Convinti finalmente che si trattasse di un problema insolubile, i presenti pregarono Colombo stesso di cimentarsi nell’impresa. Questi si limitò a praticare una lieve ammaccatura all’estremità dell’uovo, picchiandolo leggermente contro il tavolo dalla parte più larga, e l’uovo rimase dritto. Quando gli astanti protestarono dicendo che lo stesso avrebbero potuto fare anche loro, Colombo rispose:

“La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto!”

Da tempo suggerisco pazienza e perseveranza, ribadisco che questo è l’ultimo viaggio, il più esaltante di tutti, attraverso la consapevolezza, la conoscenza della storia e la protezione dei propri risparmi.

Di questi tempi dopo il buco Lehman del 2009 ora anche la voragine immobiliare in quel che resta delle Poste Italiane… Caso Vegagest, due ipotesi e un silenzio assordante.