Il bello di un mini Def 2018

Francesco Daveri laviche.info 4 aprile 2018

Senza governo non si può scrivere un vero Documento di economia e finanza. Nell’attesa che il quadro politico si chiarisca, meglio mandare a Bruxelles un mini Def con pochi e chiari numeri. Gli obiettivi programmatici arriveranno dopo.

È primavera, è l’ora del Def

Come ogni anno, quando viene la primavera i governi Ue sono chiamati a riassumere in un documento ufficiale le loro opinioni e intenzioni sull’andamento dell’economia e della finanza pubblica. Di solito l’esercizio porta a pubblicare dati tendenziali – calcolati a politiche invariate e a legislazione vigente – e programmatici, che incorporano gli obiettivi dei governi per il futuro. Per l’Italia tali numeri fanno parte del Documento di economia e finanza (Def), da approvare entro il 10 aprile di ogni anno. L’insieme di previsioni e valutazioni contenute nel documento sono poi messe a confronto con le Spring Economic Forecasts diffuse dalla Commissione europea a distanza di un mese.

Per l’Italia questo è un anno speciale perché, dopo le elezioni del 4 marzo, le consultazioni e i negoziati che porteranno alla formazione di un governo sono in una fase preliminare. Il governo in carica è dimissionario e non ce n’è ancora uno nuovo legittimato a compilare il quadro programmatico. È nata così una discussione su cosa si debba scrivere nel Def e soprattutto su chi debba scriverlo.

I numeri di un mini Def

Considerata la scadenza ravvicinata (il 10 aprile o giù di lì) e l’incertezza sulla data di formazione del governo, si potrebbe mandare a Bruxelles un mini Def, inclusivo del solo quadro tendenziale a cui il prossimo governo potrà aggiungere in modo trasparente il suo quadro programmatico. Un Def minimale potrebbe assomigliare al quadro contabile descritto nella tabella sotto.

Tabella 1

I dati dell’Istat per il 2017 (riportati in corsivo nella prima colonna della parte alta della tabella) mostrano una crescita del Pil nominale del 2,1 per cento (+1,5 per cento per il Pil in volumi e +0,6 per cento da un’inflazione delle varie componenti del Pil). Come si vede nella tabella, la crescita del Pil nominale è stata di 0,2 punti inferiore a quanto previsto nel settembre 2017. Deficit e debito pubblico hanno chiuso l’anno piuttosto bene. Il deficit si è fermato all’1,9 per cento del Pil (poi corretto al 2,3 per includere l’effetto del salvataggio delle banche venete), mentre il rapporto tra debito pubblico e Pil è sceso al 131,8 per cento (quasi un punto percentuale in meno che a fine 2016).

Per il 2018 e il 2019, non ci sono dati ufficiali ma solo stime. Le ultime stime ufficiali del settembre 2017 (nella parte bassa della tabella) indicano un +3 per cento di crescita del Pil nominale che veniva da una leggera decelerazione nella crescita del Pil in volume (dall’1,5 al +1,2 per cento) e dalla (drastica) accelerazione nella crescita dei prezzi (al +1,8 per cento) dovuta agli aumenti automatici di imposte indirette già previsti dalla legislazione vigente. Sono le clausole di salvaguardia: sempre da disattivare in autunno con la legge di bilancio, ma che a ogni primavera consentono ai governi italiani di esibire buoni numeri di finanza pubblica, cioè elevata inflazione e basso deficit pubblico che fanno scendere il rapporto debito-Pil.

Dovendo aggiornare tali stime, è difficile riportare un numero più elevato del 3 per cento. Con i dati di oggi, per il 2018-19 è presumibile aspettarsi un’inflazione più bassa e una crescita del Pil un po’ più elevata. Nella parte alta della tabella, per il Pil nominale viene dunque mantenuta la stessa (rosea) previsione del settembre 2017. Anche per il deficit pubblico, non è chiaro se i dati 2017 migliori del previsto siano il risultato di misure episodiche o se si tratti di numeri acquisiti che possono essere proiettati nel 2018 e negli anni a venire. Nel dubbio, sembra prudente mantenere inalterato anche il dato previsto di deficit per gli anni a venire.

Ecco dunque nella tabella i numeri di un mini Def, fatto in casa. Con un Pil nominale in crescita del 3 per cento, nel 2019 potremmo ritrovarci un deficit allo 0,6 per cento e un rapporto debito-Pil al 125,9 per cento. Sarebbero numeri benvenuti a Bruxelles e sui mercati.

Un Def alternativo dettato dalla fretta dei vincitori

È però possibile che il parlamento voglia apportare cambiamenti forse anche sostanziali al quadro qui abbozzato. La Lega e il M5s hanno fretta di mostrare che la musica è cambiata. “Il Def sarà la prima occasione per incidere, con le nostre proposte, sulla qualità della vita dei cittadini” ha detto Luigi Di Maio. Matteo Salvini gli ha fatto eco: “Ho ben chiaro cosa proporremo noi: sicuramente non il reddito per chi sta a casa. Presenteremo una manovra alternativa fondata sul contrario: meno tasse”. Le misure proposte farebbero salire il rapporto deficit-Pil al di sopra del 3 per cento. Di sicuro, i nuovi leader sembrano non ricordare che il Def non “incide sul benessere”, ma fissa solo il quadro contabile su cui poi interverrà la legge di bilancio a fine anno con specifiche misure di detassazione o aumenti di spesa.

Visto l’attuale disaccordo di contenuti, i vincitori delle elezioni potrebbero voler usare il quadro programmatico del Def per predisporre una specie di spazio fiscale preventivo, aumentando gli obiettivi di deficit 2018 e 2019. Più deficit, più crescita, meno debito – ripetono gli economisti di Lega e M5s. La tabella sopra mostra che in ogni caso sarà difficile ottenere una crescita del Pil nominale superiore al 3 per cento. Una disattivazione delle clausole di salvaguardia farebbe salire il deficit (per circa 0,8 punti di Pil) e crescere il Pil in volume ma ridurrebbe anche l’inflazione attesa per il 2018. La crescita del Pil nominale sarebbe dunque sempre molto vicina al 3 per cento. Flat tax e reddito di cittadinanza (dal costo rispettivo di almeno 50 e 30 miliardi) richiederebbero coperture almeno parziali in termini di minori spese o maggiori entrate che ridurrebbero o azzererebbero il potenziale impatto sul Pil. L’effetto più probabile di questo Def alternativo sarebbe quello di far tornare a salire il rapporto debito-Pil.

É naturalmente legittimo che il nuovo governo predisponga il quadro programmatico della politica italiana. Nel frattempo, però, il rischio è di produrre un Def arlecchino su cui i vari gruppi parlamentari che ne hanno la forza mettono la loro bandierina, in nome della volontà popolare spensierata e poco incline a percepire vincoli che è uscita dalle ultime elezioni. Per il momento, meglio sarebbe spedire a Bruxelles un mini Def con pochi e chiari numeri.

I numeri sull’indebitamento netto, saldo primario, interessi sul debito e debito pubblico sono stati aggiornati con i nuovi dati Istat sui conti delle Amministrazioni pubbliche.