Intesa sullo stretto di Messina

30 novembre 2016 lo spiffero.com

Il numero uno del colosso bancario vara un massiccio piano di dismissioni immobiliari e predispone la vendita di alcuni asset del gruppo. Operazioni per tamponare i risultati meno brillanti del retail. E fa discutere il contratto con Accenture

Promesse da marinaio nello stretto di Messina, inteso come Carlo, ovvero il Ceo di Banca Intesa Sanpaolo? I rumors sull’inversione di rotta forzata impressa dal consigliere delegato del colosso bancario per ovviare ai risultati diversi da quelli attesi del piano industriale e garantire comunque l’annunciato significativo dividendo promesso agli azionisti, si fanno sempre più insistenti. Una vicenda dai contorni ancora non ben definiti, come la sua conclusione, che parte proprio da quelle promesse su cui oggi, più d’uno, nutre dubbi.

Carlo Messina, al vertice della banca confermata come una tra le più solide del Paese, nel Piano Industriale della banca, aveva annunciato quel dividendo per il 2016 fondando le positive prospettive, soprattutto sul presupposto dei significativi successi delle operazioni commerciali della Banca dei Territori, guidata da Stefano Barrese, che tra le altre promuoveva iniziative come la costruzione di un portale per le eccellenze alimentari  italiane del food e della moda. Un business plan, tuttavia, franato per l’assenza di clienti, o per la delusione delle aspettative affidate all’ingresso nel settore della compravendita immobiliare con Intesa Sanpaolo Casa, mai realmente decollata nonostante gli ingenti investimenti in strutture e personale.

In assenza dei presupposti per rispettare la sua promessa, con i relativi risultati di business, Messina avrebbe iniziato a cercare quelle soluzioni “una-tantum” che spesso avevano consentito, quando lui era a capo delle operazioni finanziarie di Intesa, di aggiustare i conti non brillanti della banca: vendite di partecipazioni e smobilizzi di consistenti patrimoni degli istituti di credito nel tempo raggruppate sotto il cappello Intesa com’è il caso di CommercialeCariploSan Paolo. Ora, a quanto trapela, si sta per vendere Setefi, principale azienda italiana per i pagamenti elettronici, peraltro descritta sempre come una importante fonte di ricavi e guadagni. E pare in dirittura di arrivo anche un’operazione immobiliare da 400-500 milioni di euro che ruoterebbe attorno alla vendita di  stabili e locali strumentali tra cui uffici e filiali della banca, con contemporaneo contratto di affitto a lungo termine per un canone di circa il 10% dell’importo ottenuto dalla cessione.

In aiuto a Messina si dice sia in arrivo Giulio Bellan, già autore, in passato, di operazioni simili, e, come controparte, la solita “Idea Fimmit” alla quale erano stati conferiti, in passato, gli immobili di “Immit” (azienda del gruppo Intesa Sanpaolo che lo stesso Bellan, all’epoca alto dirigente della banca, intendeva senza tuttavia riuscirvi, quotare in borsa).Tutto ciò avviene in un momento in cui il mercato immobiliare è ancora ben lungi da ripartire e che presenta condizioni non proprio favorevoli per chi vende. Ciò nonostante sembra che determinata l’intenzione di Intesa di cedere immobili pregiati, impegnandosi ad assicurare a “Idea Fimmit” rendimenti importanti nel tempo. Per meglio comprendere i termini dell’operazione può essere utile ricordare un episodio, quello che riguarda l’immobile di via della Stamperia a Roma. Venduto dalla banca a 17,4 milioni nel 2008 era stato rivenduto da “Idea Fimmit” (63,3% Gruppo De Agostini, 29.6% Inps) dopo pochi giorni a 26,5 milioni. Chi ha guadagnato da questa operazione? È solo uno degli interrogativi che serpeggiano tra gli azionisti.

In questo scorcio di fine anno Intesa Sanpaolo è impegnata anche in altre operazioni: la Direzione acquisti dell’istituto ha perfezionando un accordo di fornitura con la multinazionale Ict Accenture. Il contratto – portato lo scorso 22 novembre da Massimo Malagodi in Cda – è triennale, rinnovabile per altri tre anni, per un importo complessivo di 350 milioni di euro. Le modalità contrattuali prendono a modello l’accordo “Best” di fornitura, con la stessa società Accenture, ideato dal precedente COO della Banca Pierluigi Curcuruto e perfezionato dal servizio acquisti allora diretto da Raffaella Mastrofilippo e da Riccardo Sfondrini suo stretto collaboratore (oggi capo servizio acquisti ed in procinto di essere promosso capo direzione). Anche il nome “Penta Best” ne ricorda la genesi. Sino ad oggi i contratti stipulati con Accenture hanno sicuramente fatto lievitare il volume di affari della multinazionale, sulla quale si sono concentrati molti dei progetti principali della banca, anche se la qualità dei servizi di sviluppo applicativo offerti dalla multinazionale non sono sempre stati congrui, come evidenzia il recente flop del nuovo “portale cliente retail” poco apprezzato dalla clientela.

E allora emergono altre domande: se questa modalità contrattuale si dimostra effettivamente conveniente per la banca, per quale motivo sembrerebbe applicato solo ad Accenture? Quali sono stati i risultati dei progetti principali condotti da Accenture? È stata valutata la ricaduta, sia economica sia motivazionale, per le aziende Ict che, per forza di cose, saranno costrette o a lavorare in sotto commessa di Accenture o a non lavorare più per la banca se non a condizioni meno vantaggiose? Il rischio paventato è che molte aziende di qualità del comparto Ict sul territorio non potranno trarre vantaggi né economici né funzionali da una intermediazione così pesante indotta dal contratto Penta Best-Accenture-Banca Intesa Sanpaolo

 Insomma, il ponte di Messina verso nuovi modelli di business per non tradire le promesse fatte pare non piacere a tutti. E i dubbi se questo porterà giovamento e, nel caso, a chi restano.