Intesa Sanpaolo rinuncia a garanzia statale su bond banche venete

Francesca Gerosa milanofinanza.it 6 aprile 2018

Intesa Sanpaolo procederà all’annullamento di 9,3 miliardi di euro di obbligazioni delle banche venete in suo possesso e rinuncia di conseguenza alla garanzia dello Stato su questi titoli. E’ quanto ha annunciato la banca, spiegando che, avendo completato le possibili operazioni di riacquisto dei titoli obbligazionari emessi dalla Banca Popolare di Vicenza e da Veneto Banca e assistiti dalla garanzia dello Stato (sia collocati sul mercato sia utilizzati dalle due banche come collaterale in finanziamenti pronti contro termine), può procedere all’annullamento di tali titoli in suo possesso.

Di conseguenza, oggi Intesa Sanpaolo ha inviato al Ministero dell’Economia e delle Finanze comunicazione di rinuncia alla relativa garanzia dello Stato. La rinuncia alla garanzia sarà valida solo ed esclusivamente per i titoli detenuti dalla banca, pari a circa 9,3 miliardi di euro, mentre non produrrà effetti per i titoli rimasti in circolazione, pari a circa 0,8 miliardi di euro, ancora detenuti da altri obbligazionisti perché non portati in adesione alle predette operazioni di riacquisto. La rinuncia, ha precisato Intesa Sanpaolo, “estingue il rischio di un potenziale onere di circa 9,3 miliardi di euro per lo Stato”.

Al contempo Intesa Sanpaolo ha annunciato che, dopo l’autorizzazione rilasciata dalla Bce, ha depositato presso il registro delle imprese di Torino, il progetto di fusione per incorporazione di Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna (CariForlì) nel gruppo. La fusione sarà approvata dal cda di Ca’ de Sass, fatta salva la possibilità, per i soci della banca, che rappresentino almeno il 5% del capitale sociale, di chiedere, entro il 14 aprile, che tale decisione sia adottata dall’assemblea straordinaria.

A Piazza Affari il titolo Intesa Sanpaolo regge alle vendite e spunta un +0,03% a 3,004 euro. L’azione e Banco Bpm (-0,28% a 2,888 euro) restano le preferite di Barclays tra le banche italiane. Gli esperti, citati dall’agenzia Mf-DowJones, hanno confermato le raccomandazioni overweight su entrambi i titoli con target price, rispettivamente, a 3,85 euro e a 3,65 euro. Nel caso di Banco Bpm gli analisti vedono un’opportunità di acquisto grazie al minor rischio di un aumento di capitale, mentre per Intesa Sanpaolo citano il miglior mix dei ricavi e si aspettano un grosso annuncio di cessione di Npl nel breve termine.

Intesa Sanpaolo rinuncia a garanzia Stato su titoli banche venete

askanews.it 6 aprile 2018

Roma, 6 apr. (askanews) – Intesa Sanpaolo procederà all’annullamento di 9,3 miliardi di euro di obbligazioni delle banche venete in suo possesso e rinuncia di conseguenza alla garanzia dello Stato sui titoli.

Lo annuncia l’Istituto in una nota in cui spiega che “avendo completato le possibili operazioni di riacquisto dei titoli obbligazionari emessi da Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca e assistiti da garanzia dello Stato (sia collocati sul mercato sia utilizzati dalle due banche come collaterale in finanziamenti pronti contro termine), può procedere all’annullamento di tali titoli in suo possesso”.

“Conseguentemente – prosegue il comunicato – in data odierna Intesa Sanpaolo ha inviato al Ministero dell’Economia e delle Finanze comunicazione di rinuncia alla relativa garanzia dello Stato. La rinuncia alla garanzia sarà valida solo ed esclusivamente per i titoli detenuti dalla Banca (pari a circa 9,3 miliardi di euro), mentre non produrrà effetti per i titoli rimasti in circolazione (pari a circa 0,8 miliardi di euro), ancora detenuti da altri obbligazionisti perché non portati in adesione alle predette operazioni di riacquisto”.

La rinuncia, sottolinea Intesa Sanpaolo, “estingue il rischio di un potenziale onere di circa 9,3 miliardi di euro per lo Stato”.

GOVERNO SPACCATO SULL’INGRESSO DI CASSA DEPOSITI IN TIM A FIANCO DI ELLIOTT: PADOAN CONTRARIO ALLA GUERRA A VIVENDI – GENTILONI LO SCAVALCA, CON LA BENEDIZIONE DI GUZZETTI E DI TUTTO IL PARLAMENTO – OBIETTIVO DELL’OPERAZIONE, LO SCORPORO DELLA RETE ED ACCORDO CON “OPEN FIBER” DI CDP ED ENEL – BERNABE’ FRANCESE

dagospia.com 6 aprile 2018

 

Roberta Amoruso e Rosario Dimito per Il Messaggero

 

cassa depositi prestitiCASSA DEPOSITI PRESTITI

È ufficiale, Cdp farà la sua parte nel capitale di Tim, come del resto auspicato da più parti negli ultimi mesi. Ma il clima politico conta, si sa. E dunque la scelta dei tempi non è casuale. La Cdp, braccio finanziario del Tesoro, entrerà nel capitale di Tim per riconquistare l’italianità del gruppo. È questo il senso dell’operazione. Ed è abbastanza per spingere i titoli Telecom a un balzo del 5,2%, fino a quota 0,79 euro.

 

claudio costamagna di cdpCLAUDIO COSTAMAGNA DI CDP

Dunque, sarà acquistato «progressivamente» fino al 5% del capitale di Tim, non un’azione di più, e sarà fatto «con una prospettiva di lungo periodo», ha spiegato la società al termine del cda che ha deciso il blitz. L’obiettivo? Quello di stabilizzare l’azionariato di Tim facendo leva sul ruolo sempre più strategico della Cassa e magari avviare un progetto di fusione della rete con Open Fiber.

 

L’investimento, spiega il comunicato, «rientra nella missione di Cdp a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali». E vuole «rappresentare un sostegno al percorso di sviluppo e di creazione di valore, avviato dalla società in un settore di primario interesse per il Paese». Poi la puntualizzazione: «L’operazione è coerente con i criteri di sostenibilità economico-finanziaria che caratterizzano tutte le iniziative di Cdp».

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

 

Nessun dettaglio da Cdp sui tempi degli acquisti. Non c’è fretta di mettere insieme tutto il pacchetto azionario potenziale. L’importante è poter acquistare in tempo, entro il 13 aprile (record date), con operazioni ai blocchi o con altri strumenti, una manciata di azioni Telecom sufficiente per presentarsi all’assemblea del 24 aprile chiamata a deliberare anche sull’ingresso dei 6 nuovi consiglieri proposti dal fondo Elliott al posto dei rappresentanti di Vivendi. Questo vuol dire che Cdp farà asse con Elliott (ha il 5,4%) contro Vivendi (azionista con il 23,9%)?

CARLO CALENDACARLO CALENDA

 

Non è questo lo spirito dell’intervento, spiegano fonti vicine al dossier. In realtà Elliott presenterà entro lunedì 9 una lista per l’assemblea del 4 maggio che, se passasse la linea di Vivendi, dovrà nominare il nuovo cda. Ma l’assise potrebbe non tenersi se il 24 verranno nominati i sei uomini Elliott che ricostituiranno il board annullando l’assise successiva. La lista di Elliott dovrebbe essere appoggiata da Cdp che non dovrebbe candidare propri rappresentanti. Anche i fondi dovrebbero imitare.  L’arrivo di Cdp è un segnale chiaro per dare «stabilità» e equilibrio a un gruppo che controlla un asset strategico come la rete.

 

LA TENAGLIA CALENDA-GUZZETTI

giuseppe guzzettiGIUSEPPE GUZZETTI

Va rimarcato che i soci della Cassa (Tesoro con l’82% e Fondazioni con il 16,5% mentre il resto sono azioni proprie) hanno spinto per un intervento necessario per favorire lo scorporo della rete in mani pubbliche e la conversione delle risparmio: entrambe sono le opzioni strategiche proposte da Elliott assieme al ritorno al dividendo. L’operazione è stata condivisa dal governo uscente d’intesa con Lega e M5S.

 

boschi padoanBOSCHI PADOAN

Carlo Calenda l’aveva proposta a Claudio Costamagna subito dopo l’ingresso di Elliott ai primi di marzo. Il presidente Cdp però era stato frenato da Pier Carlo Padoan, con il suggerimento del capo della segreteria politica Fabrizio Pagani. Il senso politico dell’intervento di Cdp sarebbe stato subito cavalcato da Giuseppe Guzzetti, leader delle fondazioni e allineatosi ai vincitori delle elezioni anche per dare una stabilità alla gestione Tim. Giovedì 29 Costamagna, forte dell’appoggio di Calenda e Guzzetti, avrebbe presentato lo schema di intervento a Padoan che ancora una volta avrebbe espresso perplessità.

FABRIZIO PAGANIFABRIZIO PAGANI

 

Di qui il summit a Palazzo Chigi di martedì 3 provocato da una mossa congiunta di Calenda e Guzzetti: alla presenza di Gentiloni, il titolare del Tesoro si sarebbe allineato, spianando la strada all’operazione. C’è da dire che in quei giorni in seno ad Assogestioni c’erano visioni diverse su come schierarsi. Ieri pomeriggio però, in una riunione del vertice, sarebbe passata la proposta del presidente Tommaso Corcos di Eurizon (Intesa Sp): nessuna lista Assogestioni, libertà di voto agli associati. La maggioranza dovrebbe appoggiare Elliott assieme a Cdp. 

 

franco bernabeFRANCO BERNABE

Ieri Vivendi ha presentato la sua lista per l’assemblea del 4 maggio. Capolista l’ad Amos Genish seguito dal presidente confermato Arnaud de Puyfontaine, Franco Bernabè (vicepresidente) e a seguire: Marella Moretti, Frédéric Crépin, Michele Valensise, Giuseppina Capaldo, Anna Jones, Camilla Antonini, Stéphane Roussel. «Offriremo tutto il supporto a Genish per implementare la strategia Digitim», spiega Vivendi. Che poi precisa: «Abbiamo ascoltato le opinioni degli azionisti, abbiamo apportato dei cambiamenti per rafforzare le competenze tecniche del board».

AMOS GENISHAMOS GENISH

 

Creval cede Npl a Davide Serra e spunta un buon prezzo

Stefano Neri finanzareport.it 6 aprile 2018

 
 

Creval ha sottoscritto un accordo con Algebris, il fondo di Davide Serra, per la cessione di un portafoglio costituito da crediti non performing secured (per la maggior parte classificati a inadempienza probabile) per un valore lordo di libro di oltre 245 milioni di euro, ad un prezzo superiore al 43% del valore di libro lordo. 

Si consolida quindi il rapporto tra il Credito Valtellinese e il fondo di Davide Serra, entrato nel capitale dell’istituto nel recente aumento di capitale assieme a una pattuglia di altri fondi. La banca lombarda da parte sua sembra spuntare una buona valutazione dei crediti ceduti. 

Il portafoglio, fa sapere lo stesso Creval, sarà acquisito da Algebris Npl Partnership II, è costituito da esposizioni creditizie principalmente verso imprese del settore immobiliare. La cessione è coerente con gli obiettivi di de-risking previsti nell’ambito del nuovo Piano Industriale 2018-2020 con un target di Npe Ratio lordo inferiore al 10% entro il 2020. In particolare, questa operazione consente la realizzazione del 50% circa degli obiettivi di cessione di non performing loan previsti nell’ambito del cosiddetto “Project Gimli” per il 2018. 

Creval ha sinora finalizzato cessioni di Npl per un valore complessivo di 2,1 miliardi di euro, di cui la più significativa per 1,4 miliardi di euro tramite cartolarizzazione assistita dalla garanzia dello Stato (Gacs) sulla tranche senior della cartolarizzazione, conclusa a luglio dello scorso anno. L’operazione, secondo ,l’istituto, avrà effetti limitati sul conto economico dell’esercizio in corso, anche in considerazione delle rettifiche su crediti che saranno rilevate nell’ambito della prima applicazione del nuovo principio contabile ifrs9, con effetti a livello di Cet1 attraverso il meccanismo di phasing-in. 

A Piazza Affari il titolo del credito Valtellinese intorno alle 11,20 segna +4,17 a 0,125 euro.

Sequestrati ville e terreni a Zonin

Sabrina Tome’ messageroveneto.geolocal.it 4 aprile 2018

 

Dopo quadri e argenteria. Coinvolto anche Zigliotto. Restano ancora fuori quote societarie e proprietà trevigiane

Dopo i quadri e l’argenteria, tocca alle case e ai terreni. La Conservatoria vicentina ha notificato ieri la trascrizione dei sequestri sui beni immobili appartenenti agli ex vertici della Banca Popolare di Vicenza. Le operazioni, iniziate nelle scorse settimane, si sono completate soltanto ora, anche a causa di alcuni intoppi burocratici legati a un problema di corretti numeri civici.

Il risultato è che alcuni terreni e fabbricati dell’ex presidente Gianni Zonin e dell’ex consigliere del Cda (nonché ex responsabile di Confindustria Vicenza) Giuseppe Zigliotto sono stati resi indisponibili e non potranno essere venduti o donati dai proprietari.

I sigilli sono stati chiesti e ottenuti dall’avvocato Michele Vettore, in rappresentanza di un gruppo di ex soci; si tratta dello stesso legale che la scorsa settimana, insieme al collega Renato Bertelle, si è presentato con gli ufficiali giudiziari nelle ville del banchiere per sequestrare gli oggetti in esse custoditi.

Ora, dunque, è stata completata l’offensiva sugli immobili, quelli espressamente indicati dal giudice Roberto Venditti nell’ordinanza dello scorso 12 febbraio. E non su tutti: i legali hanno infatti agito soltanto sulle proprietà in territorio vicentino, escludendo quelle fuori provincia e posticipando l’intervento sulle quote societarie.

Per quanto riguarda Zonin, i sequestri hanno interessato i terreni di Gambellara (due particelle per un totale di poco più di 14 are) e quelli di Montebello Vicentino (80 are). Con riferimento agli immobili, la trascrizione è riferita a particelle dell’abitazione di Montebello, in via XXIV Maggio (che conta 24,5 vani complessivi); a un’abitazione di tipo popolare (5 vani); ad altri edifici destinati a magazzini e garage. Infine, a Vicenza, i sigilli sono scattati su particelle del palazzo di Contrà Pozzetto (28,5 vani) e su altri fabbricati destinati a garage di Contrà della Piarda.

I risparmiatori non si sono limitati alle proprietà dell’ex banchiere e hanno agito anche su quelle dell’imprenditore Zigliotto. Nel mirino sono finite particelle di svariati terreni a Longare e, sempre nella località vicentina, fabbricati e un’abitazione in villini di 16 vani.

Restano fuori dai sequestri altri beni sui quali il giudice aveva dato il via libera: una proprietà di Zigliotto a Ravenna e una dell’ex manager trevigiano Andrea Piazzetta a Pederobba. Fuori anche le quote societarie, ma solo perché per esse deve essere percorsa una strada diversa da quella della Conservatoria.

«Con queste trascrizioni abbiamo dato esecuzione all’ordinanza del giudice del 12 febbraio scorso», spiega l’avvocato Vettore, «I sequestri mobiliari sono stati veloci, quelli immobiliari hanno richiesto più tempo anche per errori nei codici fiscali. Il sequestro conservativo serve ad evitare eventuali alienazioni da parte della proprietà». I risparmiatori, va precisato, potranno agire sui beni in questione per ottenere i risarcimenti soltanto dopo una sentenza di condanna definitiva degli imputati e dopo un’azione revocatoria (per quei beni che sono stati trasferiti a figli, mogli ed ex mogli nel biennio 2015-2017).

Sempre che, naturalmente, il tribunale del Riesame a cui le difese

degli imputati si sono rivolte, non bocci i sequestri decidendo la restituzione dei beni. Nel frattempo i legali degli ex soci hanno messo da parte un “gruzzoletto”: qualche centinaia di migliaia di euro per i sequestri mobiliari e valori più significativi per gli immobili.

 

L’Ungheria è il primo paese europeo a bandire le banche Rothschild

FONTE: RESEAUINTERNATIONAL.NET 6 aprile 2018

L’Ungheria è il primo paese europeo a proibire a tutte le banche Rothschild di operare sul suo territorio.

Nel 2013 l’Ungheria ha iniziato il processo di ritiro dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e ha accettato di rimborsare integralmente il piano di salvataggio del FMI così da liberare il paese dal cartello bancario del Nuovo Ordine Mondiale.

I rapporti di Neonnettle.com:

Una lettera redatta da Gyorgy Matolcsy, governatore della banca centrale d’Ungheria, chiedeva alla direttrice generale Christine Lagarde del Fondo Internazionale della miseria, come alcuni l’hanno affettuosamente apostrofato, di chiudere l’ufficio, dato che non è più necessario.

Il Primo ministro, Viktor Orban, sembrava volesse attenuare le misure d’austerità e dimostrare che il paese fosse in grado di reggersi da solo. Infatti ha emesso la sua prima obbligazione nel 2011, ottenendo il prestito sui mercati internazionali.

L’Ungheria ha ottenuto un prestito di 20 miliardi di euro evitando così di diventare insolvente durante la crisi economica del 2008. Ma la relazione debitore-debitore non è stata così fluida.

Molti hanno rimproverato al Primo ministro di voler prendere una decisione poco opportuna solo per vincere le elezioni del 2014. Inoltre voleva evitare di attirare troppi sguardi stranieri sulle sue politiche economiche, dato che numerose riforme erano state giudicate antidemocratiche.

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Il rimborso anticipato del prestito ha permesso all’Ungheria di risparmiare 11,7 milioni di euro di interessi passivi, ma Gordan Bajnai, leader dell’alleanza elettorale E14-PM, ha dichiarato di aver perso 44,86 milioni di euro nel marzo 2014 a causa del rimborso anticipato. Ciò che hanno fatto è stato semplicemente quello di aver sostituito il prestito della Federazione Internazionale della mafia (un altro soprannome, come avrete capito parliamo sempre del FMI) con uno più caro, etichettando la mossa come Propaganda.

Da ciò sono derivate altre sciocchezze; un altro prestito a tasso di interesse elevato è stato firmato per finanziare un aggiornamento nucleare, ottenendo non solo rimborsi più elevati ma anche l’innalzamento dei costi per l’elettricità. Ma adesso hanno la sovranità economica.

Molti hanno sostenuto che il FMI ossia «Dispensatore di Miseria e Carestia», appartenga al gruppo Rothschild, il più grande gruppo bancario del mondo, immischiato in quasi tutte le banche centrali del mondo. Questo significa che non solo hanno guadagnato denaro grazie a tassi di interesse da strozzino, senza curarsi delle economie in rovina, ma possiedono letteralmente i governi e le persone di potere – detengono quindi un’influenza considerevole.

Fuggire dalle grinfie bancarie è dunque emblematico. L’Islanda ha seguito l’Ungheria nel 2014 rimborsando il suo prestito di 400 milioni di dollari in anticipo sul calendario dopo il collasso del sistema bancario nel 2008 e la Russia, che in passato si era piegata ad alcune marionette occidentali,  se ne è liberata nel 2005.

Per la prima volta, dopo la Germania degli anni Trenta, un paese europeo resiste al fondo internazionale.

 

Fonte: https://reseauinternational.net

Link: https://reseauinternational.net/la-hongrie-devient-le-premier-pays-europeen-a-interdire-les-banques-rothschild/

Popolare di Bari spera sui fondi per la Spa

Rosario Murgida finanzareport.it  6 aprile 2018 

Abortita l’ipotesi holding, la popolare pugliese auspica l’arrivo di un qualche fondo in grado di assumere il ruolo del cavaliere bianco. Entro l’autunno la trasformazione in Spa

 
 

La Banca Popolare di Bari inizia a delineare la sua tabella di marcia per arrivare alla trasformazione in Società Per Azioni con due paletti ben precisi.

Secondo le ultime indiscrezioni di stampa, i vertici della popolare barese si sarebbero ormai decisi a perseguire una strada ben precisa in vista di un passaggio da completare entro il prossimo autunno. Da una parte sarebbe stata esclusa la costituzione di una holding di controllo, a causa del parere negativo di Bankitalia, dall’altra si sarebbe favorevoli ormai per l’apertura del capitale a un’investitore finanziario con la forza di sostenere quella ricapitalizzazione resa necessaria dalla debolezza della situazione patrimoniale.

La popolare pugliese, che aveva congelato il progetto di trasformazione in attesa del parere della Corte Costituzionale sulla riforma bancaria voluta dall’esecutivo Renzi, potrebbe far gola, grazie alla sua presenza territoriale nel Mezzogiorno, a qualche banca estera oppure a qualche fondo di investimento, magari interessato a entrare in un mercato bancario italiano in rapida evoluzione. 

Si parla di contatti intrattenuti in passato, quando, però, il contesto non era certo favorevole, mentre ora la situazione è decisamente cambiata come dimostrato non solo dalle continue voci di consolidamento ma anche dalle diverse operazioni messe in atto da operatori esteri su banche di piccola dimensione o comunque messe sul mercato per esigenze impellenti. E’ il caso di Bim o Farbanca, vendute rispettivamente ad Attestor e Cefs nel quadro della liquidazione di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza

A breve si avranno comunque maggiori dettagli. La banca pugliese, al pari della Popolare di Sondrio, è in attesa del deposito tra pochi giorni della sentenza della Corte Costituzionale che ha legittimato la riforma Renzi nonché del definitivo via libera del Consiglio di Stato allo “scongelamento” della stessa riforma e soprattutto di quanto stabilito sul fronte della trasformazione. Dopo di che sarà convocata l’assemblea degli azionisti per procedere con un passaggio al nuovo modello societario che ha già visto i piccoli soci sul piede di guerra. 

Ormai, però, la strada è tracciata verso la Spa e l’ingresso di un nuovo socio che affianchi l’azionista di controllo, la famiglia Jacobini, e assuma il ruolo del cavaliere bianco. 

1. ITALIANI, TREMATE! IL FISCO ORA E’ ABILITATO A SPULCIARE IL VOSTRO CONTO CORRENTE 2. C’E’ UNA SENTENZA DELLA CASSAZIONE: L’AGENZIA DELLE ENTRATE PUO’ PROCEDERE AGLI ACCERTAMENTI BANCARI ANCHE SE NON CI SONO INDIZI DI EVASIONE E NON È TENUTA A DIRCELO 3. E’ L’ULTIMO GROTTESCO CAPITOLO DI UNA GIUSTIZIA TRIBUTARIA CHE INVERTE L’ONERE DELLA PROVA E PROCEDE NEL NOME DI UNA COLPEVOLEZZA PRESUNTA (E DIFFUSA) DEI CONTRIBUENTI 4. SIAMO NEL CAMPO DELL’ARBITRIO E DISCREZIONALITÀ ELEVATI A NORMA. IN BARBA ALLA TUTELA DELLA PRIVACY E ALLO STATUTO DEL CONTRIBUENTE, MA ANCHE DEL BUON SENSO

dagospia.com 5 aprile 2018

Sandro Iacometti per “Libero quotidiano”

 

CASSAZIONECASSAZIONE

Gettare la rete a casaccio, in un tratto di mare sconosciuto, sperando che qualcosa resti impigliato. È questa, più o meno, la strategia antievasione del fisco, che un paio di giorni fa ha ricevuto un clamoroso via libera dai supremi giudici della Corte di Cassazione. Che l’ Agenzia delle entrate possa ficcare impunemente il naso nei nostri conti correnti non è una novità.

cassazioneCASSAZIONE

 

La possibilità di effettuare singoli accessi motivati è prevista da una legge che risale 1973. Dal 1991, poi, sono partiti i primi controlli automatici, inizialmente limitati all’ esistenza di un rapporto finanziario e dei dati anagrafici del titolare. Il salto di qualità avviene nel 2006, con la creazione dell’ Anagrafe dei rapporti finanziari a cui banche e intermediari devono periodicamente trasmettere i dati.

 

L’ANAGRAFE DEI CONTI

AGENZIA ENTRATEAGENZIA ENTRATE

Ma per gli ispettori del fisco il lavoro di indagine è ancora eccessivo. Così, a colpi di interventi legislativi e direttive dell’ Agenzia delle Entrate, si arriva al capolavoro orwelliano messo in piedi dal governo Monti alla fine del 2011: ogni anno tutti gli intermediari finanziari sono obbligati a inviare al fisco non solo l’elenco dei conti correnti, dei depositi, dei risparmi, delle polizze e delle cassette di sicurezza intestate a tutti i contribuenti, ma anche le consistenze patrimoniali, i movimenti e il valore di acquisti e vendite.

 

La vita finanziaria di ogni singolo contribuente viene poi gettata in pasto al supercervellone della Sogei “Servizi per i contribuenti”, Serpico per gli amici, che ha il compito di stilare delle liste selettive di contribuenti a rischio evasione. La logica è infernale: per finire nel mirino bastano scostamenti minimi rispetto a parametri stabiliti a tavolino dall’Agenzia delle entrate, sulla base delle statistiche Istat sul costo della vita.

 

AGENZIA ENTRATE 1AGENZIA ENTRATE 1

Come non bastasse, nell’ambito della grande riforma renziana della riscossione, l’accesso indiscriminato alle banche dati è stato consentito anche alla ex Equitalia, oggi confluita nell’Agenzia delle entrate. Pure gli esattori a caccia di crediti, insomma, possono sbirciare tranquillamente nei nostri conti. L’ultimo grottesco capitolo di una giustizia tributaria che inverte l’onere della prova e procede per tentativi ed errori nel nome di una colpevolezza diffusa e presunta dei contribuenti è quello scritto ieri dalla Cassazione.

 

Nella sentenza n. 8266 depositata il 4 aprile gli ermellini hanno stabilito, testualmente, «che l’Agenzia non ha l’obbligo di motivare la ragione per la quale ricorre alle indagini bancarie, né il loro svolgimento presuppone elementi indiziari gravi, precisi e concordanti di evasione fiscale». Il principio è chiaro: gli ispettori del fisco possono muoversi non solo senza dover rendere conto a nessuno, ma anche in assenza del seppur minimo appiglio che giustifichi la loro azione.

evasori fiscoEVASORI FISCO

 

Non si tratta più di pesca a strascico, di colpi sparati nel mucchio, di accertamenti sintetici basati su semplici presunzioni, ma di arbitrio e discrezionalità elevati a norma. In barba non solo alla tutela della privacy e allo statuto del contribuente, ma anche alle elementari regole se non del diritto, sicuramente del buon senso.

 

A farne le spese è stato un imprenditore finito nella rete del fisco per aver fatto nel 2004 e 2005 versamenti e prelievi che alle occhiute attenzioni degli ispettori sono risultati non congrui con il reddito dichiarato.

 

PRESUNZIONE LEGALE

fiscoFISCO

Ritenendo violati i suoi diritti, il poveretto si è rivolto ai giudici, riuscendo ad ottenere ragione sia in primo grado, davanti alla Commissione tributaria provinciale di Genova, sia in sede di appello, con la sentenza favorevole della Commissione tributaria regionale della Liguria del febbraio 2011. L’Agenzia delle entrate, però, non si è data per vinta (anche perché le spese legali, in caso di soccombenza, le paghiamo noi).

 

E ha continuato la sua battaglia in Cassazione. Qui la musica è cambiata. Secondo i supremi giudici, infatti, la legge del 1973 «prevede una presunzione legale in base alla quale le operazioni su conti correnti bancari vanno imputati a ricavi e a fronte della quale il contribuente può fornire la prova contraria anche attraverso presunzioni semplici». Insomma, l’imprenditore è colpevole, a meno che non riesca a provare la sua innocenza.

 

Banche: San Marino, è bagarre sugli npl (MF)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Proprio quando il percorso pareva in discesa e la decisione vicina, ecco che scoppia la guerra di natura politica sulla vendita del pacchetto di 2,1 miliardi di euro di non performing loans da parte di Delta, il veicolo finanziario partecipato al 10% dalla Cassa di Risparmio di San Marino e da altri istituti di credito tra i quali Unicredit, B.Mps , Bper Banca, Banco Bpm, Bnl e Bpvi.

In seguito alla presentazione di due offerte vincolanti, riporta MF,quelle presentate prima di Pasqua dal fondo Usa Cerberus e dal tandem Banca Ifis -Apollo, è stata avviata la procedura di valutazione da parte del governo sammarinese visto che lo Stato è il primo azionista della Carism. E così, proprio in questi giorni si è consumato il duro scontro nella Commissione Finanze che aveva in calendario l’audizione di Domenico Trombone, presidente di Sgcd, il veicolo che, assistito dall’advisor EY, deve gestire la procedura liquidatoria di Delta, e successivamente dei membri del consiglio d’amministrazione della banca locale.

«Si è consumata l’ennesima forzatura, forse la più grave di questa legislatura attuata dalla maggioranza proprio sul finale e in barba all’ordine del giorno sugli npl dello scorso 11 gennaio, sottoscritto da tutti i gruppi consiliari e votato all’unanimità», hanno denunciato pubblicamente i membri di minoranza al termine della seduta della Commissione finanze. «Dopo aver appreso soltanto ieri», hanno affermato alcuni commissari di minoranza «di una trattativa in fase avanzata per la cessione dei crediti Delta, a fine lavori abbiamo presentato una mozione d’ordine per approfondire in alcuni giorni, e comunque entro lunedì 9 aprile, tra l’altro con il benestare dei vertici Carism, le informazioni raccolte durante la seduta segreta; ma la mozione è stata rigettata. La maggioranza aveva già pronto un ordine del giorno con il quale concedere il mandato della Commissione per la cessione dei crediti Delta». Un ordine del giorno approvato con 7 voti favorevoli e 6 contrari.

red/fch

(END) Dow Jones Newswires

April 06, 2018 02:41 ET (06:41 GMT)

Germania e un mare d’oro/ Record di lingotti: “E’ un miracolo tedesco, come il Maggiolino”

MATTEO FANTOZZI ilsussidiario.net 5 aprile 2017

Germania e un mare d’oro, record di lingotti accumulati negli ultimi 70 anni: il paese pronto ad uscire fuori dall’Euro per far valere il dominio economico. Ripercussioni per l’Italia?

Germania e un mare d'oro, Angela Merkel - La PresseGermania e un mare d’oro, Angela Merkel – La Presse

Ha fatto letteralmente il giro del web la notizia circa le esagerate riserve auree della Germania. Come vi abbiamo già spiegato, la nazione tedesca gode di 3.374 tonnellate d’oro, seconda solamente agli Stati Uniti che guardano tutti dall’alto con 8.133 tonnellate. Un ingente quantità d’oro che è stata accumulata dalla fine della seconda guerra mondiale. A spiegare in sintesi cosa accaduto, è Jens Weidmann, il presidente della Buba, la banca centrale tedesca, che ammette: «Le nostre riserve auree sono anche un segno del miracolo economico tedesco dopo la seconda guerra mondiale, come lo sono stati il marco tedesco e il Maggiolino della Volkswagen». La cosa bella è che l’oro della Germania non si trova tutto all’interno della nazione teutonica, ma solo il 50% è nella Bundesbank: il 37% è infatti nella Federal Reserve degli Stati Uniti, mentre il restante 13% nella Bank of England. Inoltre, la Germania non dispone di soli lingotti, ma anche di monete che sono considerate fra le più rare al mondo come ad esempio una risalente addirittura all’85 avanti Cristo, raffigurante il senatore Marco Giunio Bruto della Repubblica romana, unico esemplare in circolazione nel mondo. (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

GERMANIA PRONTA AD USCIRE DALL’EURO?

Germania, il record di lingotti d’oro accumulato potrebbe portare a una clamorosa decisione: sull’onda della Gran Bretagna, la fuoriuscita dall’Unione Europea. Soltanto una indiscrezione per il momento, che non ha trovato alcun tipo di conferma, ma che potrebbe ben presto prendere forma come vi abbiamo raccontato. E, in caso di addio all’Europa da parte dei teutonici, l’Italia rischierebbe grosso: l’UE non sta vivendo un periodo positivo al contrario della Germania, con la crescita del PIL al 3 per cento e la disoccupazione a circa il 3,6 per cento. Il debito pubblico nostrano continua ad aumentare nonostante le politiche di austerity e il piano di tagli agli sprechi degli ultimi anni. Lo stato di crisi è generale e sembra sempre più complicato uscirne, in particolare in un periodo di formazione del governo e di equilibrio precario. (Agg. Massimo Balsamo)

GERMANIA, RECORD DI LINGOTTI D’ORO

La Germania sembra pronta ad uscire dall’Unione Europea, abbandonando di conseguenza l’Euro. Una scelta fatta per salvare economicamente il paese che naviga nell’oro e potrebbe diventare presto tra i più forti a livello monetario dell’intero mondo. Si parla di circa 3374 tonnellate di oro che rendono la Germania il paese più ricco d’Europa e il secondo al mondo per quanto riguarda le riserve. Nella Seconda Guerra Mondiale i forzieri della Germania erano stati svuotati e la nazione in pochissimo tempo è riuscita a ricostruire ricchezza, andando ad accumularla in un surplus incredibile di guadagni. Tutto è stato portato avanti poi senza nessun losco movimento, ma grazie allo studio di specialisti che hanno agito completamente in maniera legale. La crescita proporzionale e straordinaria si può leggere nel trattato di 160 pagine ”Das Gold der Deutschen” che spiega tutto piuttosto bene.

UN POTERE ECONOMICO CHE VIENE DA LONTANO

Il potere economico della Germania, letteralmente sommersa da un mare di oro, viaggia su cifre altissime e si attesta sul passato. Infatti il successo viene da molto lontano e dagli ultimi settanta anni in cui si sono accumulate ricchezze. Una situazione che dovrebbe avere una ripercussione diretta sulla qualità della vita degli abitanti della nazione, pronti a guadagnare di più lavorando paradossalmente di meno. Una crescita costante che la Germania ha portato avanti a lungo per arrivare in una posizione di vantaggio che sembra definitiva e pronta a creare dei danni alle altre nazioni che fanno parte dell’Unione Europea, Italia compresa. Ripercussioni che non si dovrebbero vedere nell’immediato, ma che nei prossimi anni potrebbero portare a conseguenze davvero difficili poi a cui porre rimedio. Ovviamente l’economia è soggetta anche a rapidi cambiamenti e non è da escludere che l’evoluzione possa essere, almeno per noi, meno tragica di come si configura adesso.

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