ALLA LEOPOLDA DI CASALEGGIO JUNIOR, 5 STELLE IN DOPPIOPETTO –E GRILLO POSTA UN SUO VECCHIO VIDEO. NOSTALGIA DEL “VAFFA”CHE FU – ASSENTE BERNABÈ, MEMBRO DEL GRUPPO BILDERBERG, UN FRESCO PASSATO RENZIANO (SPONDA MARCO CARRAI), DA ALCUNI INDICATO (GRUBER) COME UN POSSIBILE “PREMIER DI GARANZIA” DI UN GOVERNO A TRAZIONE GRILLINA (MA C’E’ IL SUO STORICO BRACCIO DESTRO) – MENTANA C’E’, NUZZI PURE

dagospia.com  7 aprile 2018

1. M5S, A IVREA SI PARLA DI FUTURO MA LO SGUARDO È AL PRESENTE. E AL GOVERNO

Manuela Perrone per Sole 24 Ore

 

LUIGI DI MAIO DAVIDE CASALEGGIOLUIGI DI MAIO DAVIDE CASALEGGIO

Ivrea, un anno dopo. Il luogo è lo stesso: l’Officina H della ex sede Olivetti. Il modello pure: una sorta di “Ted”, con 22 relatori che si alternano dal palco. Anche i temi sono gli stessi: innovazione, lavoro, tecnologia, medicina, cultura. Tutto ruota intorno al futuro, alla capacità di intercettare gli scenari, tanto cara a Gianroberto Casaleggio. Ma il clima è completamente cambiato. Come il Movimento Cinque Stelle.

 

Si parla di futuro, ma è il presente a dominare la scena. E i parlamentari, che lo scorso anno si aggiravano disorientati dagli esordi ancora timidi della metamorfosi “governista”, oggi soltanto per forma non salgono sul palco. Così è quel che avviene “a margine” a raccontare il cambiamento. I i rigidi controlli di sicurezza all’entrata. L’alt intimato all’ingresso al giornalista “sgradito”: Jacopo Iacoboni della Stampa.

paola taverna io nun so un politicooooPAOLA TAVERNA IO NUN SO UN POLITICOOOO

 

La folla di telecamere e cronisti che si assembla intorno a Davide Casaleggio, al mattino, e poi a Luigi Di Maio, alle due. La domanda ripetuta come un ritornello a tutti, dalla vicepresidente del Senato Paola Taverna al neodeputato Vincenzo Spadafora: «Lega o Pd? Con chi si farà il governo?».

 

Nessuno scioglie l’enigma. Men che meno Di Maio, che invita ad aspettare “le evoluzioni” negli altri schieramenti tenendo ancora accesi entrambi i forni e ribadendo la proposta di scrivere insieme un contratto di governo. «È il fattore tempo che sarà determinante», afferma Roberta Lombardi. Già, il tempo: l’assemblea Pd del 21 aprile, le elezioni in Friuli e in Molise, le incognite sulla coalizione di centrodestra e sui rapporti tra Salvini e Berlusconi. 

lilli gruber franco bernabe otto e mezzo 1LILLI GRUBER FRANCO BERNABE OTTO E MEZZO 1

 

Ma a Ivrea tira aria di governo. Il più teso e stanco è Di Maio. Gli altri, come Alfonso Bonafede, tradiscono l’entusiasmo di chi si sente il vincitore del voto del 4 marzo e guarda dritto a Palazzo Chigi. Con Casaleggio junior che evoca il modello estone di piattaforma digitale. Rousseau? «Credo sia il governo a doversi occupare degli italiani con strumenti di partecipazione democratica molto più importanti».

 

Le tracce del Movimento di piazza sono poche. La platea – imprenditori, pensionati, qualche studente – che si scalda quando il filosofo Diego Fusaro si scaglia contro la denazionalizzazione in tutti i campi, incluso quello del lavoro. O quando chiama direttamente in causa il Pd per aver fatto “macelleria sociale” con il Jobs Act e la Buona Scuola.

GIANROBERTO CASALEGGIO ROBERTO NAPOLETANO FABRIZIO SACCOMANNI AL FORUM AMBROSETTI DI CERNOBBIOGIANROBERTO CASALEGGIO ROBERTO NAPOLETANO FABRIZIO SACCOMANNI AL FORUM AMBROSETTI DI CERNOBBIO

 

O ancora quando il sociologo Diego De Masi difende i suoi pallini: la riduzione dell’orario di lavoro e il reddito di cittadinanza. Il cavallo di battaglia un po’ appannato dal nuovo approccio ultrapragmatico sul quale, a kermesse in corso, Beppe Grillo torna postando sui social un suo vecchio video. Nostalgia del Movimento che fu.

 

2. ALLA LEOPOLDA DI CASALEGGIO JUNIOR IN PRIMA FILA C’E’ IL BERNABE’ BOY

Francesco Bonazzi per la Verità

 

Salvo sorprese dell’ ultima ora Franco Bernabè, a Ivrea, oggi non ci sarà. Il suo ruolo di vicepresidente di Tim, su indicazione del socio francese Vivendi, sconsiglia la presenza alla seconda edizione di «Sum#02-Capire il futuro», organizzata da Davide Casaleggio per ricordare il padre Gianroberto.

 

walter veltroni enrico mentanaWALTER VELTRONI ENRICO MENTANA

Ma ci sarà il suo storico assistente Franco Brescia, da un anno lobbista in proprio, per conto di un importante operatore cinese nel settore delle telecomunicazioni. E tanti altri «stakeoholder», che in italiano suona con un meno elegante «portatori di interessi», ansiosi di accreditarsi con il Movimento 5 stelle, visto ormai come inevitabilmente avviato a sedersi nella stanza dei bottoni. E delle poltrone, soprattutto.

 

Gli inviti per la manifestazione della Casaleggio & Associati erano partiti da tempo, ma dopo la vittoria del 4 marzo, nella Roma del potere è partita la ricerca sulla cartina.

Pochi sanno dov’ è esattamente Ivrea e, come racconta divertito un esponente piemontese del Movimento, «abbiamo evitato di rispondere che è nell’ Eporediese, altrimenti ce li troviamo tutti che vagano in qualche cantone svizzero».

 

franco bernabeFRANCO BERNABE

Tra i tanti manager pubblici e privati che saliranno in Piemonte, ce ne sarà un buon numero che andrà al solo scopo di sussurrare a Davide Casaleggio la frase ritenuta oggi un passepartout: «Sai, io ero tanto amico di tuo padre». Seguita dalla richiesta di un appuntamento con Luigi Di Maio. Di sicuro Bernabè, ex grande capo dell’ Eni, due volte alla guida di Telecom e un fresco passato renziano (sponda Marco Carrai), oggi da alcuni indicato come un possibile «papa straniero» di un governo a trazione grillina, è uno che il rapporto con Casaleggio senior invece l’ aveva per davvero.

 

giovanni malago gianni letta franco bernabeGIOVANNI MALAGO GIANNI LETTA FRANCO BERNABE

Erano stati insieme in Telecom in anni lontani, poi si erano persi di vista. Ma nel 2013, quando il Movimento fece il suo primo, imprevisto, botto alle elezioni politiche, Bernabè capì che bisognava rinfrescare la frequentazione. Nella fase in cui sembrava possibile un governo con il Pd di Pier Luigi Bersani e i 5 stelle, per il manager di Vipiteno era già pronta una poltrona da ministro dello Sviluppo economico come «tecnico». Ma con uno dei papà del Movimento andava un po’ lavata quella nomea da membro del gruppo Bilderberg, sul quale il blog di Beppe Grillo ha sempre scritto svariate carinerie, tipo che è una specie di «super massoneria mondiale».

 

DOMENICO DE MASI A IVREADOMENICO DE MASI A IVREA

Lo schivo Gianroberto, cinque anni fa, si concesse con Franchino un paio di pranzi, o poco più. Ma quando morì, il 13 aprile del 2016 il primo necrologio sul Corriere della Sera, dopo quello della famiglia, era il seguente: «Franco Bernabè partecipa al dolore della famiglia per la scomparsa dell’ amico Gianroberto». Renziano, ma di cuore. Adesso il suo nome circola come possibile premier di un governo con dentro i 5 stelle e il centrosinistra, ipotesi che forse piace più alle banche che non agli elettori grillini, ma che certo rassicura anche tutto un mondo romano che ruota intorno ai grandi estimatori di Bernabè, come il finanziere Francesco Gaetano Caltagirone e il banchiere di Banl-Paribas Luigi Abete. Per non dire delle ambasciate di Francia e Cina, che sanno di avere a che fare con uno storico consigliere di Rotschild e Petrochina.

gianluigi nuzzi (3)GIANLUIGI NUZZI (3)

 

Il sessantanovenne manager di formazione socialista, l’ ultima volta che è andato dall’ amica Lilli Gruber a Otto e mezzo, la scorsa settimana, si è sentito chiedere: «Ma lei potrebbe essere un premier di garanzia?». Lui ha prontamente risposto con un secco «no». Qualcuno ha sorriso per la domanda che poteva sembrare surreale, ma trattandosi di una conversazione tra due membri del Bilderberg, tra i 5 stelle, appunto, non è passata inosservata.

 

Del resto, se proprio bisogna scegliere una cancelleria straniera come sponsor, è noto che chi si è portato avanti con i grillini, in tempi non sospetti, è stata l’ ambasciata Usa a Roma. Ma questi sono giri di alto livello, mentre spesso, per ottenere un’ entratura dalla politica basta meno. Poco prima delle elezioni, un grosso gruppo privato ha per esempio affidato alla Casaleggio & associati un bel contratto di consulenza sulla Web reputation, ma è tra le partecipate pubbliche che si sono notati i movimenti più arditi, ovviamente nella speranza di vedersi confermate le poltrone alla prossima scadenza.

 

DAVIDE CASALEGGIO IVREA CONVENTION M5SDAVIDE CASALEGGIO IVREA CONVENTION M5S

E visto che a scorrere il programma economico del Movimento si nota una fortissima attenzione ai temi dell’ ambiente, è nel settore dell’ energia che si segnalano le avance più improbabili. Manager che lavorano a Gse, Gme, Arera (la vecchia Authority per l’ energia), ma anche in Sogei che invece si occupa di sistemi informatici per la Pa, si sono presentati a vari deputati del Movimento come simpatizzanti grillini e preclari ambientalisti, nonostante curriculum cresciuti all’ ombra di Pier Ferdinando Casini o Enrico Letta. Mentre i vertici di Enel, Eni, Poste e Leonardo, per ora studiano il da farsi, nella convinzione che in un governo di coalizione il M5s potrebbe accontentarsi di mettere uomini suoi più che altro alla Cassa depositi e prestiti, fondamentale per fare politica industriale senza sforare sul budget Ue.

domenico de masiDOMENICO DE MASI

 

In ogni caso i grillini si godono l’ improvvisa popolarità tra quei poteri forti che a lungo li hanno osteggiati, resta oggettivamente sul tavolo una questione spinosa: il Movimento non dispone di un’ adeguata «classe dirigente». Vale per le aziende di Stato, ma anche per la magistratura, dove tra una settimana si rischia di iniziare a votare per i due posti vacanti al Csm, senza che siano ancora state individuate le persone adatte. E questo nonostante giri insistentemente la voce che sarà proprio un magistrato a mettere d’ accordo M5s e Lega per Palazzo Chigi.

 

 

 

Intesa Sanpaolo, la leggenda della generosa rinuncia alle garanzie dello Stato sui bond veneti

Intesa Sanpaolo, la leggenda della generosa rinuncia alle garanzie dello Stato sui bond venetiAnnullando le obbligazioni e la la relativa garanzia pubblica da 9,3 miliardi, la banca ha fatto ciò che andava fatto senza regalare niente a nessuno, ma badando al proprio interesse e riducendo i suoi costi. Ma la nota che ha annunciato l’operazione è stata travisata attribuendo alla mossa la volontà di fare un regalo al Paese. Senza considerare gli aspetti paradossali dell’eventualità dell’intervento statale: l’insolvenza di Intesa

Le banche venete, Intesa Sanpaolo e i bond garantiti dallo Stato: ovvero come fare di una non-notizia una vera e propria fake news. Ad alzare la palla è un comunicato stampa del “gruppo bancario leader in Italia” e a schiacciarla in faccia ai lettori è una buona quota della stampa italiana, Corriere della Sera in testa: “Intesa rinuncia alla garanzia di Stato – titola il quotidiano di Via Solferino – Con la mossa si estingue un rischio da 9,3 miliardi”. Insomma, l’amministratore delegato dell’istituto, Carlo Messina, nei panni del salvatore della Patria e dei conti pubblici.

Peccato che la realtà sia un po’ diversa. Per comprendere cos’è accaduto bisogna tornare all’inizio del 2017, quando Popolare di Vicenza e Veneto Banca (all’epoca controllate dal fondo Atlante) erano a corto di liquidità e impossibilitate a finanziarsi a costi ragionevoli a causa della notoria situazione di sostanziale insolvenza. Grazie al decreto del 23 dicembre 2016 – quello con il quale l’appena insediato governo Gentiloni stanziò fino a 20 miliardi di euro per tappare i buchi della crisi bancaria – i due istituti veneti (come del resto Mps) poterono emettere obbligazioni a tasso fisso garantite dallo Stato, facendo venir meno il rischio emittente e riuscendo così a rastrellare tra gli investitori istituzionali la liquidità necessaria a costi più sostenibili. Tanto per fare un esempio, a fine febbraio 2017 Veneto Banca collocò un bond da 1 miliardo di euro con cedola dello 0,5% ricevendo richieste totali per 3,4 miliardi che consentirono alla banca di portare l’offerta finale a 1,35 miliardi riducendo lo spread dell’operazione a soli 53 punti base rispetto al Btp di pari durata (2020). Operazione resa possibile proprio dalla garanzia di Stato. In totale Vicenza e Montebelluna emisero bond garantiti per circa 10 miliardi.

 

A fine giugno, quando il governo dovette alzare bandiera bianca sull’impossibile ricapitalizzazione preventiva delle due banche venete e decise di offrire una montagna di soldi pubblici a Intesa Sanpaolo affinché si facesse carico della parte “buona” e dei dipendenti dei due istituti, le obbligazioni garantite dallo Stato passarono a tutti gli effetti a Intesa Sanpaolo con l’obbligo di farsi carico dei pagamenti cedolari e del futuro rimborso dei bond. In una banale ottica di razionalizzazione del debito, lo scorso dicembre il gruppo bancario ha dunque deciso di lanciare un’operazione di riacquisto di queste emissioni con l’obiettivo di annullarle, anche perché onerose: al di là della struttura dei titoli, delle scadenze piuttosto ravvicinate e delle cedole, la garanzia di Stato – che copre sia il capitale sia gli interessi – ha un costo, e anche piuttosto elevato, proprio per evitare che queste operazioni si configurino come un vero e proprio aiuto di Stato, peraltro fornito a istituti sull’orlo della bancarotta. Dunque a dicembre Intesa Sanpaolo ha deciso il riacquisto dei titoli attraverso un’operazione di “liability management”, e il 6 aprile ha comunicato di averla portata a termine con successo, procedendo all’annullamento delle obbligazioni in suo possesso per un controvalore di 9,3 miliardi euro (0,8 miliardi di obbligazioni restano ancora in circolazione) e comunicando al Tesoro la rinuncia alla garanzia per pari importo onde evitare di dover pagare i relativi costi.

Come si capisce, si tratta di una non-notizia. Intesa Sanpaolo ha semplicemente fatto ciò che andava fatto senza regalare niente a nessuno, ma badando al proprio interesse e riducendo i suoi costi. Il comunicato di Intesa Sanpaolo però termina con la seguente frase: “La rinuncia (della garanzia statale, ndr) estingue il rischio di un potenziale onere di circa 9,3 miliardi di euro per lo Stato”. E tanto è bastato per innalzare sperticate lodi all’istituto guidato da Carlo Messina, con sprezzo dei lettori e del ridicolo: quel rischio potenziale, infatti, sarebbe divenuto reale in uno e un solo caso, quello di insolvenza del debitore, ossia della stessa Intesa Sanpaolo.

 

 

Cortocircuito fra giustizia e comunicazione. Il caso Ikea

 Ermes Antonucci formiche.net 7 aprile 2018

Cortocircuito fra giustizia e comunicazione. Il caso Ikea

La nota azienda svedese dell’arredamento ha vinto una causa di lavoro che precedentemente aveva causato un impatto reputazionale negativo. L’opinione dell’esperto Antonucci

Dunque alla fine non era vero. Non era vero che una multinazionale grande, brutta e cattiva (Ikea) aveva violato in Italia i diritti fondamentali di una sua dipendente, impiegata da 17 anni e madre separata di due figli piccoli, licenziandola per non aver rispettato gli inflessibili turni di lavoro che le erano stati imposti e che le impedivano di badare alle esigenze familiari, come accompagnare il figlio disabile a effettuare cure mediche.

Il tribunale di Milano ha infatti respinto il ricorso di Marica Ricutti, la donna impiegata nello stabilimento Ikea di Corsico che, dopo essere stata licenziata nel novembre scorso, aveva fatto causa all’azienda ritenendo il licenziamento discriminatorio, chiedendo il reintegro e il risarcimento del danno. Per il giudice che ha analizzato il ricorso, i comportamenti dell’ex dipendente sono stati “di gravità tale da ledere il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore e consentono l’adozione del provvedimento disciplinare espulsivo”.

In particolare, secondo il giudice è emerso “che la società in occasione delle variazioni dei turni ha cercato di venire incontro alle esigenze della lavoratrice, impostando la turnistica sulla base delle emergenze, chiedendo agli altri coordinatori di rendersi flessibili e accogliendo 15 indicazioni individuate” dalla donna “come assolutamente imprescindibili, su un totale di 17”. Non solo: Ikea ha anche provato “di aver regolarmente concesso negli anni di usufruire permessi ex legge 104 per l’assistenza ai genitori e successivamente al figlio disabile, senza che ciò abbia influito minimamente” sulla carriera della dipendente (che negli anni era arrivata ad assumere la qualifica di coordinatrice di reparto). “Il percorso professionale esclude quindi che Ikea abbia assunto nei confronti” della donna “un atteggiamento discriminatorio”, annota il giudice.

Dall’esame del giudice, piuttosto, emerge che la lavoratrice si è “autodeterminata gli orari di lavoro “senza preavvertite il responsabile” e “in mancanza di una esigenza familiare specifica”. Il legale del colosso svedese dell’arredamento (che in Italia offre lavoro a circa 6.500 persone), Luca Failla, ha sottolineato come il giudice abbia “riconosciuto la gravità dei comportamenti tenuti da Marica Ricutti e, conseguentemente, ha confermato la legittimità della decisione di Ikea di interrompere il rapporto lavorativo”.

Ristabilita la verità in sede giudiziaria, però, alla fine resta sul terreno l’enorme danno di immagine per l’azienda (che per di più ha sempre posto al centro del suo universo valoriale la famiglia, in tutti i suoi aspetti), e l’impressione che in tutti questi mesi la vicenda sia stata esasperata per il semplice gusto di alimentare gli istinti no-global e anti-multinazionali che serpeggiano nel Paese, ad opera di sindacati, rappresentanti politici e media.

Promossi i consulenti legali di Ikea, vanno però bocciati i comunicatori. E’ infatti da sottolineare come una gestione più attenta e precisa della crisi da parte dell’azienda avrebbe probabilmente aiutato a limitare i danni collaterali di un “caso” poi rivelatosi infondato. Troppo timido, in questo senso, è parso l’atteggiamento di Ikea nelle 48 ore successive allo scoppiare della crisi, quelle che notoriamente (almeno agli esperti del settore) sono le più importanti per la risoluzione di un’emergenza. Mentre la polemica montava, spingendo i colleghi della donna a scioperare e le testate di tutto il mondo a riprendere la notizia, l’azienda emanava un brevissimo comunicato di difesa, che secondo alcuni giornali (come Repubblica) prefigurava anche “un’apertura” di non si sa quale genere: “Ikea sta svolgendo tutti gli approfondimenti utili a chiarire compiutamente gli sviluppi della vicenda”.

Una motivazione articolata della conclusione del rapporto di lavoro con la dipendente giungeva da Ikea solo in tarda serata del secondo giorno (quando ormai alcuni giornali avevano già chiuso le loro edizioni, tant’è che non vi è traccia in rassegna stampa). L’azienda spiegava di aver fatto di tutto per venire incontro alle esigenze della donna, precisando che i comportamenti dell’ormai ex impiegata erano diventati non accettabili, finendo per compromettere la relazione di fiducia. Una motivazione che ha convinto il giudice e che probabilmente avrebbe persuaso anche larga parte dell’opinione pubblica se fosse stata veicolata efficacemente, sui giusti canali. Ormai, però, era troppo tardi.

 Ermes Antonucci, giornalista esperto in comunicazione di crisi giudiziaria (The Skill)

 

BPVi e il minibond «baciato» di Micoperi di Andrea Monorchio, vice presidente di Gianni Zonin: approfondito da Nicola Borzi su Il Sole 24 Ore il caso sollevato anche da VicenzaPiù

Di Rassegna Stampa vicenzapiu’.com 7 aprile 2018

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E lunedì prossimo, 9 aprile, Micoperi chiamerà nuovamente in assemblea i possessori del suo minibond non convertibile da 35 milioni. La società di Ravenna (il cui presidente è Andrea Monorchio, già vice persiedente della BPVi nel cda con Gianni Zonin, ndr), tra i principali contractor italiani nel settore oil and gas, convoca a Milano i bondholder per deliberare su una nuova moratoria (standstill) dei rimborsi di capitale e pagamenti di interessi fino al prossimo 31 luglio. Se approvati, i termini per il pagamento della seconda (3,5 milioni) e terza rata (5,25 milioni) in conto capitale e degli interessi in scadenza il 29 aprile e il 29luglio saranno posticipati al primo agosto per «consentire il raggiungimento di un accordo per la ristrutturazione del debito» con banche, società di leasing e obbligazionisti stessi.

Intanto i documenti delle indagini condotte dagli inquirenti berici sulle operazioni “baciate” dell’ex Banca Popolare di Vicenza gettano nuova luce sul bond Micoperi 5,75% 20152020, codice Isin IT0005105900, taglio da 100mila euro riservato a clienti professionali, emesso il 29 aprile 2015 con l’allora Popolare di Vicenza nel ruolo di advisor, arranger e banca agente.

LA STORIA DEL MINIBOND

Il minibond Micoperinon ha mai avuto vita facile: già nel bilancio 2015 Micoperi segnalava l’avvio della rinegoziazione del regolamento del bond con gli obbligazionisti, approvata il 4 agosto 2016, con il quale il bond da rimborsabile a scadenza veniva trasformato in rimborsabile secondo un piano di ammortamento. Nonostante il pagamento della cedola, il 29 ottobre 2017 Micoperi non riuscì a rimborsare la quota capitale da 3,5 milioni. Cerved Rating Agency che aveva espresso il rating sul bond ritenne che l’evento costituisse «il default dell’entità valutata» e ritirò la valutazione. Il 27 novembre scorso l’assemblea dei bondholder approvava le proposte della società, tra le quali il delisting del bond e una prima moratoria del pagamento della seconda rata in conto capitale dal 29 ottobre 2017 al 2 aprile scorso. Le proposte venivano recepite dall’assemblea straordinata di Micoperi del7dicembre 2017 e Borsa Italiana delistava il titolo il 25 gennaio 2018.

VICENZA E OPERAZIONI “BACIATE”

Dall’inchiesta della magistratura di Vicenza sulle vicende dell’ex Popolare guidata da Gianni Zoninemergono dettagli rilevanti sul minibond di Micoperi e sul doppio ruolo svolto da Andrea Monorchio, indagato (qui lo scrisse VicenzaPiu.com, ndr) come vicepresidente della BPVi (carica ricoperta dal 18 ottobre 2011 al 12luglio 2016) e presidente di Micoperi. Nell’informativa finale della Guardia di Finanza di Vicenza depositata il 6 luglio 2017 si legge (qui anche il documento di avviso Conclusione indagini su Monorchio in possesso di VicenzaPiù) che «dalle investigazioni eseguite è emerso» che Monorchio «almeno dal 2012 fosse a conoscenza della prassi diffusa in BpVi di concedere finanziamenti finalizzati in tutto o in parte all’acquisto di azioni proprie (di BpVi, ndr); che egli stesso abbia perfezionato analoghe operazioni per il tramite della Micoperi SpA (di cui era presidente del CdA) e della sua controllata (controllante, ndr) Protan Srl; che, nella sua qualità di componente dell’organo di gestione di BpVi, abbia avvallato le segnalazioni inoltrate alla Banca d’Italia in cui venivano omesse le decurtazioni al patrimonio di vigilanza delle predette operazioni sul capitale, assistite finanziariamente dalla medesima BpVi».

Secondo le Fiamme Gialle, dalle indagini, intercettazioni e testimonianze e «alla luce di quanto messo in evidenza dalla medesima BpVi con la nota informativa della Direzione Internal Audit datata 28 luglio 2016, è stato possibile rilevare che l’11 dicembre 2012 Micoperi SpA ha ottenuto dalla BpVi un finanziamento di 20 milioni, dei quali 4 milioni sono stati utilizzati il 27 dicembre 2012 per l’acquisto di 64mila azioni BpVi; nel corso dell’aumento di capitale 2014 (della Vicenza, ndr) Micoperi SpA ha acquistato, con risorse proprie, un altro pacchetto di azioni BpVi per 2 milioni; in virtù di appositi accordi intercorsi tra la direzione generale della BpVi e Silvio Bortolotti (legale rappresentante di Protan Srl nonché ad di Micoperi SpA), la Protan Srl – nel 2014 tramite un finanziamento concesso dalla medesima BpVi ha acquistato l’intero pacchetto di azioni BpVi (controvalore 6 milioni) detenute dalla Micoperi SpA, così consentendo a quest’ultima di “ripulire il suo bilancio” ed emettere un minibond da 35 milioni. I consulenti tecnici incaricati dall’autorità giudiziaria hanno effettivamente rilevato che l’acquisto di azioni BpVi da parte della Micoperi SpA per 4 milioni nonché il successivo acquisto di azioni BpVi da parte della controllata (controllante, ndr) Protan Srl per 6 milioni risultano essere interamente finanziati dal medesimo istituto di credito».

I CONFLITTI D’INTERESSE

Sintetici riferimenti ai rapporti tra Micoperi e Popolare di Vicenza appaiono nella sezione “Rischio di confitto di interessi con soggetti coinvolti nell’operazione” del documento di ammissione alle negoziazioni del minibond, redatto da Micoperi, riferiti al Regolamento sulle operazioni con parti correlate della Consob (delibera 17221 del 12 marzo 2010) e al regolamento di vigilanza della Banca d’Italia (9° aggiornamento del 12 dicembre 2011). Né Consob né Borsa Italiana hanno esaminato o approvato il contenuto del documento.

Secondo Letizia Vescovini, avvocato del foro di Modena esperta di diritto degli investimenti, «all’assemblea degli obbligazionisti del 9 aprile verrà chiesta un’ulteriore proroga del rimborso del bond Micoperi. C’è da domandarsi se chi ha sottoscritto il titolo avesse tutti gli strumenti per essere concretamente informato sulle vicende che hanno reso necessario procedere all’emissione di un prestito così sostanzioso e se eventuali conflitti di interesse siano stati comunicati in modo efficace agli investitori, affinché decidessero consapevolmente al momento della sottoscrizione del bond e delle successive delibere assembleari», conclude Vescovini.

LA POSIZIONE DI MICOPERI

Contattata nel merito, Micoperi risponde che «ha resistito alla crisi mondiale dell’oil andgas ed è una delle poche società ancora sul mercato con eccellente reputazione riconosciuta da tuttii committenti. Non ha mai fatto ricorso alla cassa integrazione ordinaria o straordinaria ed ha fatto di tutto per salvaguardare quanto più è stato possibile i livelli occupazionali sia in Italia sia all’estero. La Micoperi è in regola con il pagamento di tutti i contributi, stipendi, imposte e ha sanato momentanei ritardi con ravvedimenti operosi e rateazioni tutti puntualmente rispettati. Rispetto all’inizio della tensione finanziaria, i debiti sono nettamente diminuiti. Come il collegio sindacale, la PwC, obbligazionisti e banche hanno richiesto, è stato avviata energicamente, da oltre un anno, la ricerca di uno o più investitori. Sono già pervenute proposte degne di essere prese in considerazione che necessitano degli ultimi affinamenti. Alla luce di quanto sta per accadere la Micoperi potrà superare con successo lacrisi», conclude la società.

di Nicola Borzi, da Il Sole 24 Ore Plus

Bedoni: “Cattolica Assicurazioni è un unicum tra cooperazione e mercato”

  firstonline.it 7 aprile 2018

NTERVISTA A PAOLO BEDONI, presidente di Cattolica Assicurazioni – “Se l’assemblea dei soci del 28 aprile approverà il nuovo modello di governance segneremo una svolta che coniuga lo spirito cooperativo con l’apertura al mercato: siamo l’unica cooperativa assicurativa italiana quotata in Borsa ma non diverremo spa” – L’importanza dell’ad Minali, del nuovo piano industriale e dell’accordo di bancassurance con Banco Bpm e il segnale lanciato da Warren Buffett.

 

Bedoni: “Cattolica Assicurazioni è un unicum tra cooperazione e mercato”

“Il successo di Cattolica è frutto del suo modello cooperativo aggiornato alle nuove esigenze di mercato”: alla vigilia di un’importante svolta per la compagnia assicurativa fondata a Verona nel 1896, che si materializzerà col cambiamento statutario da sottoporre all’approvazione dell’assemblea dei soci il prossimo 28 aprile, il presidente di Cattolica Assicurazioni, Paolo Bedoni, rivendica in questa intervista a FIRSTonline l’unicità del modello cooperativo temperato applicato al mondo delle polizze, non mancando però di sottolineare che “Cattolica è un’impresa quotata in Borsa, e come tutte le imprese, per crescere, ha bisogno di capitale”.

La svolta sarà dunque quella di un’apertura al mercato, senza però rinunciare al voto capitario e adottando un sistema monistico, “che possa garantire una governance più snella, eliminando il collegio sindacale e dando più poteri al cda, che verrà ridotto da 23 a 17 membri, da rinnovare nello stesso momento e solo ogni tre anni, per dare maggiore stabilità alla politica dell’azienda”.

Presidente, fino a qualche tempo fa Cattolica Assicurazioni era una tranquilla compagnia territoriale, mentre ora è diventata una società moderna e a pieno titolo nel mercato: che cosa le ha dato sprint?

“E’ un percorso partito da lontano. Innanzitutto c’è stato, nel 2014, l’aumento di capitale da mezzo miliardo, sottoscritto dal mercato, che ha fatto di Cattolica una società ben patrimonializzata e nelle condizioni di affrontare le sfide della competizione”. Poi, con l’assemblea del 2015, abbiamo ammodernato la governance stabilendo il rinnovo integrale del Cda dal 2016 ogni tre anni. Infine l’assemblea dell’anno scorso ci ha resi autonomi e indipendenti da un legame statutario con Popolare di Vicenza, creando le condizioni per il rilancio del gruppo.

Quali sono, oggi, i vostri punti di forza?

“La solidità, le prospettive di crescita indicate dal piano industriale 2018-2020, e anche la figura dell’amministratore delegato Alberto Minali, un manager stimato e riconosciuto nel settore assicurativo. Ci aspettiamo molto anche dall’accordo di bancassurance con Banco Bpm, in un comparto da sempre strategico per noi. Ma direi che soprattutto il nostro punto di forza è il fatto stesso di essere un’impresa cooperativa. Siamo un unicum: abbiamo nel dna la responsabilità sociale, con un forte legame col territorio, ma siamo nello stesso tempo aperti al mercato, essendo anche quotati in Borsa. Cattolica è l’unica cooperativa assicurativa quotata in Italia, e se l’assemblea approverà la riforma della governance, saremo anche la prima compagnia assicurativa con un sistema monistico”.

Una rivoluzione ambiziosa, che ha attirato l’attenzione di Warren Buffet, diventato nel 2017 il primo azionista. Riuscirete a conciliare l’apertura al mercato con il modello cooperativo o siete sulla strada per diventare spa?

“L’ingresso di Warren Buffett è stato un motivo di soddisfazione, ma questo non significa che si andrà verso la trasformazione in spa. Buffett, per quello che ne sappiamo, è un investitore stabile, che analizza la gestione e le potenzialità dell’azienda, e ovviamente si aspetta l’utile e il dividendo. Con il nuovo statuto – se lo vorrà – la sua Berkshire Hathaway potrà avere una rappresentanza nel cda con la sua eventuale lista di capitale. Per diventare soci occorre prima richiederlo: ma al momento non abbiamo ricevuto segnali in tal senso”.

Tornando all’accordo con Banco Bpm, che è uno dei punti di forza del piano industriale: cosa vi aspettate da questa partnership?

“Abbiamo varato un piano industriale ambizioso ma credibile che mantiene centrale la rete agenziale ed ha un suo punto di forza nella bancassurance, un nostro asset storico che ci vede da tempo leader nel mercato. L’accordo con Banco Bpm si aggiunge a quelli già in essere con Ubi e Iccrea. È una joint venture che ci fa ben sperare perché Banco Bpm è la terza banca italiana per dimensioni, ha una rete vasta e capillare, ed è una realtà affine a noi in termini di business”.

La nuova governance che sarà sottoposta all’assemblea del 28 aprile è da considerarsi un punto di arrivo o di partenza per Cattolica?
“Come le persone, anche le imprese devono sentirsi sempre in discussione. Il nostro riferimento sono i clienti e i soci. E’ dunque un punto di partenza, che conferma la bontà del modello di impresa cooperativo, che rimane il segreto del nostro successo. Siamo riusciti ad aggiornare questo modello in base alle esigenze del mercato, temperandolo e dando valore anche al capitale, perché senza capitale non si cresce. Siamo stati coraggiosi, è una sfida ambiziosa, ed il merito va anche riconosciuto ad un Consiglio di amministrazione che in maniera collegiale ha elaborato la proposta di riforma”.

Una delle ragioni che ha sempre spinto il vostro azionariato a difendere l’assetto cooperativo è il legame che l’impresa cooperativa ha con il territorio. Che cosa vuol dire questo in concreto? La territorialità rimarrà nel nuovo statuto?
“Dal punto di vista dello statuto non ci sarà più il vincolo di territorialità, come è corretto che sia in un’impresa quotata in Borsa. Rimarrà fondamentale, grazie al nostro modello d’impresa, la capacità di rispondere all’economia reale e alle nuove domande della società. In molti, con la finanziarizzazione, si sono snaturati pur di crescere: noi siamo rimasti coerenti con la nostra identità e continueremo ad esserlo”.

L’innovazione tecnologica irrompe anche nel mondo delle assicurazioni: come concilierete il ruolo del robot con quello della persona umana e in particolare con agenti, dipendenti e clienti?

“L’innovazione è un’opportunità da cogliere, sapendo però che avremo sempre di fronte un cliente, vale a dire una persona con la quale stabilire un rapporto di fiducia. Il nostro piano industriale è fortemente orientato all’innovazione, ma poggia soprattutto sulle persone, che rappresentano il vero valore aggiunto della compagnia”.

 

Il suicidio delle banche, cosa c’è dietro alle sei multinazionali che gestiscono i crediti marci

 ilfattoquotidiano.it 7 aprile 2018
E’ inutile nasconderci. La commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario deve diventare una commissione permanente. Non solo indagini per tentare di capire chi ha fatto scappare i buoi dalla stalla – così come avvenuto con l’ultima esperienza per le banche in crisi – ma soprattutto una costante funzione conoscitiva delle dinamiche del sistema finanziario e, quindi, di indirizzo e di controllo attraverso la possibilità di legiferare.

Un altro spettro, infatti, si aggira per il nostro sistema bancario. Dal primo gennaio 2018 è entrata in vigore una normativa (Linee guida per le banche in materia di gestione di crediti deteriorati) le cui disposizioni graveranno pesantemente sui prossimi bilanci delle banche. Una direttiva diramata da Bce (per le banche sistemiche) e adattata da Bankitalia (per le banche less significant) che meriterebbe più attenzione e che andrebbe giudicata con maggiore severità visto l’effetto che determina lo spostamento di ricchezza reale dalle banche, già di per sé gravate da tanti problemi, e dal loro azionariato diffuso (i risparmiatori) a un sistema controllato sostanzialmente da sei grandi gruppi multinazionali (la più grande in Italia è Jupiter Finance del gruppo De Benedetti) che acquistano i crediti marci del sistema bancario europeo.

Il primo aspetto che fa riflettere riguarda l’informale prescrittività delle indicazioni. Le regolamentazioni degli organi di controllo di solito sono piuttosto vaghe, stabiliscono principi e orientamenti, introducono delle “linee guida” ma raramente sono prescrittive. In questo caso invece ci sono delle indicazioni chiarissime e precise che le banche devono seguire. Se le banche non seguono quelle “indicazioni”, dovranno motivare lo scostamento e la Bce potrà intervenire.

In particolare più volte si fa riferimento all’opportunità per le banche di cedere i crediti marci a prezzi di realizzo. Un sistema oscuro, molto poco trasparente dove ci sono società che comprano i crediti deteriorati mediamente all’11-12% e poi propongono ai debitori una transazione a “saldo e stralcio” tra il 25% e il 40%della debitoria.

E chi ci perde in tutto questo? Le banche. E allora perché dovrebbero farsi convincere dall’Organo di Controllo a cedere un credito per far guadagnare un terzo (la società di recupero)? Anche perché – ci si può logicamente chiedere – se proprio non ci sono ulteriori margini di trattativa nella transazione con il debitore (nel caso abbia solo quel 25-40%), perché la banca non se li incassa direttamente e riduce le perdite eliminando l’intermedazione (e il guadagno) della società di recupero? Perché la banca non ha riflettutto sul fatto che quelle ulteriori perdite riducono il valore del capitale in mano ai singoli soci, spesso piccoli azionisti sono “forzati” ad acquistare le quote o le azioni? Non solo, ma hanno considerato che, riducendo il valore del capitale in mano al socio, fregano se stesse e il sistema bancario nel suo insieme?

Il secondo punto di riflessione riguarda i tempi stringenti in cui vanno svalutati totalmente i crediti in sofferenza. La banca deve ammortizzare il rischio, iscrivendo un accantonamento (un costo figurativo iscritto in bilancio per far fronte a spese/perdite incerte) in sette anni per quelli garantiti da ipoteca e addirittura due per tutti gli altri. Dopo questo lasso di tempo, se restano in pancia alle banche, varranno zero. Un’istruzione precisa che invoglia (o spinge) sempre più le banche a cedere i crediti marci e le induce a produrre, masochisticamente, perdite.

Un bagno di sangue, un suicidio, visti i tempi medi (7 anni) di recupero giudiziale di una creditoria nel nostro paese.

Le cessioni dei crediti deteriorati, dietro il “misterioso” Harakiri, hanno quindi il formale obiettivo di far apparire il sistema bancario più sano presentandolo con una percentuale di “sofferenze” più bassa e contenuta ma nella sostanza possono portarlo al default.

Rimangono solo due alternative per le banche: convincere, appunto attraverso una commissione parlamentare, il nuovo governo ad intervenire per rivedere la disciplina prima che sia troppo tardi (ricordate il bail-in?) o continuare a perpetrare il reato di falso in bilancio cercando di tirare la corda il più possibile mantenendo “in bonis” quei crediti che bonis non sono.

A meno che dietro quelle società di recupero crediti… Alla prossima!

 

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