SPY FINANZA/ La bomba a orologeria che a Cernobbio nessuno vede

Le parole di Trump di venerdì scorso potrebbero essere l’annuncio formale dell’inizio della crisi. Quella crisi di cui a Cernobbio non ci si accorge, dice

LaPresse

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Non c’entra nulla con l’argomento di oggi, ma la notizia è troppo ghiotta per non darvela, ammesso che vi sia sfuggita nei vari telegiornali del weekend: a conferma di quanto vi dicevo a ridosso di Pasqua, ovvero del patetico timing con cui in questo Paese tornano a farsi sentire le minacce jihadiste a orologeria, ecco che la polizia postale e la Digos di Trieste hanno scoperto un minorenne italiano di origine algerina fortemente radicalizzato e che compiva opera di propaganda e istigazione al compimento di attentati via Internet. E in ossequio all’allarme da 11 settembre lanciato dal ministro Minniti non più tardi di dieci giorni fa, qual è stata la risposta dello Stato a questa minaccia? Scollegato da chat e canali Telegram e obbligato a un percorso di de-radicalizzazione! Come gli alcolizzati e i tossici, lo mandano in riabilitazione, magari da Don Mazzi!

Ora, un messaggio simile come può essere percepito, a vostro modo di vedere, da eventuali estremisti, lupi solitari e altre figure mitologiche nate dalla fantasia dell’intelligence di mezzo mondo, se davvero tutto l’allarme terrorismo fosse reale e non una pantomima tragica strumentale al potere, economico in primis? Tutti in Italia, tanto al massimo se ti beccano, vai in castigo senza Internet per un po’ e fai finta di de-radicalizzarti con un imam che ti segue nel percorso: accidenti che misure dissuasive, roba davvero da Grande Fratello! Non ci fosse di mezzo la tragicità di un progetto di controllo sociale pericolosissimo, ci sarebbe da ridere, quantomeno al pari della notizia giunta dal reparto resurrezione e miracoli dell’ospedale inglese di Salisbury, dove l’ex spia del Kgbe sua figlia sono fuori pericolo: caso unico al mondo di non mortalità garantita del gas nervino (e dei servizi russi, se davvero fosse credibile la narrativa di May e Johnson).

Spero che queste due perle vi servano come reminder per la prossima emergenza terrorismo nel nostro Paese, a questo punto – stante l’assenza per qualche mese di feste comandate in grande stile – identificabile con la stagione estiva dei grandi concerti in stadi e piazze. In compenso – e a conferma di quanto vi dico da sempre rispetto al fenomeno del “terrorismo islamico” -, cosa vi avevo detto rispetto alla possibilità che qualche lupo solitario facesse capolino in Germania, in caso il governo non tornasse indietro e di corsa rispetto all’apertura di credito verso il consorzio della pipeline “fiulo-russa” Nord Stream2? Giovedì scorso le prime avvisaglie si erano avute con il duro attacco avanzato dalla Bild contro l’ex ministro degli Esteri, Sigmar Gabriel, proprio per il suo atteggiamento eccessivamente filo-Cremlino e aperturista verso il progetto energetico destinato a unire Russia e Germania bypassando quel 52mo Stato degli USA meglio conosciuto come Ucraina, talmente inviso agli Usa da portare il Dipartimento di Stato a minacciare sanzioni contro le aziende europee che partecipassero al consorzio.

Venerdì, poi, la bocciatura ufficiale dell’Ue, la quale pilatescamente ha reso noto che non favorirà l’infrastruttura, la quale vedrà quindi la partecipazione dei vari Stati che lo vorranno a livello sovrano ma senza il via libera comunitario: come dire, chi lo fa, opera a suo rischio e pericolo. Ieri, guarda caso, a un furgone si è lanciato sulla folle, procurando morti e feriti ma, soprattutto, il ritorno dell’incubo dopo la strage del mercatino di Natale nel 2016 perpetrata da Amis Amri. L’attentatore? Ovviamente morto, in questo caso, suicida. Comunque sia, non in grado di parlare. Ve lo avevo detto non più tardi della scorsa settimana, ormai la situazione è talmente fuori controllo che a governare il caos sono passati direttamente i cavalieri di ventura e le anime nere, non più comprimari. Un caso? Una coincidenza, l’ennesima da quando l’Europa p finita in grande stile nel mirino del jihadismo ad orologeria con le stragi parigine prima di Charlie Hebdo e poi del Bataclan? Sicuri? Guardate cosa sta accadendo in Francia, a  livello sociale e di riforma costituzionale in atto: anche in questo caso, tutto casuale? Parentesi, a mio modo di vedere doverosa, chiusa.

Ma restiamo comunque nell’ambito del comico, quasi del farsesco ma con un retrogusto molto marcato di oscuro e inquietante: ovvero, parliamo della scoperta dell’acqua calda compiuta ieri dal Sole24Ore su impulso di quel simposio di premi Nobel a loro insaputa dal Workshop Ambrosetti tenutosi nel fine settimana a Cernobbio, versione lacustre e in grisaglia più elegante del vertice di Davos, ma che con l’assise svizzera condivide una peculiarità assoluta: ci arrivano sempre con sei mesi di ritardo, quando cioè le crisi hanno già investito mercati e nazioni come un treno.

Dopo mesi passati a fungere da grancassa della grande balla orchestrata dalle Banche centrali, ovvero il mito della ripresa sincronizzata globale, ecco che i nostri fenomeni scoprono che potrebbe esserci un piccolo problema legato a tassi e livello della crescita economica del nostro Paese in vista della fine del Qe della Bce. Insomma, un potenziale aggravio dei costi per gli interessi passivi: non sia mai che ammettano come il problema reale sia la fine del finanziamento a costo zero ed extra-bancario garantito dall’Eurotower alle aziende europee, italiane in testa (con le big, oltretutto) attraverso il programma di acquisto di obbligazioni corporate senza limitazione di rating, i nostri imprenditori sono tutti fenomeni a prescindere per certe consorterie che gravitano nell’area di Confindustria.

Nel report preparato da The European House – Ambrosetti e intitolato La fine del Quantitative Easing in Europa e impatti sull’Italia, si delineano otto scenari legati ai tassi di interessi e a quelli di crescita in cui viene contemplata l’evoluzione del nostro rapporto debito/Pil. Si passa dal più ottimistico (raggiungimento degli obiettivi di Def e Bce e disattivazione della clausola di salvaguardia) che dovrebbe portare la nostra ratio addirittura al 112,7% nel 2023 a quello peggiore (recessione nel 2019 moderata con spread) che potrebbe proiettarci addirittura in area 150%, per l’esattezza 149,4%, in uno worst case scenario molto simile a quello della crisi sovrana del 2011.

E qual è la conclusione? Primo, a preoccupare i soloni lacustri è più uno shock esterno sulla crescita che la fine dei riacquisti Bce. Secondo, consolidamento necessario della ripresa economica in atto proprio per poter ammortizzare quell’eventuale shock, passando anche da un aumento netto dell’avanzo primario. Ok, adesso spegniamo la Playstation e torniamo sulla Terra. Guardate questi due grafici, ma non fateli vedere a Cernobbio, altrimenti si spaventano: il primo ci mostra come la riduzione netta dell’impulso creditizio cinese, quello che ha tenuto in piedi il baraccone globale dopo la fine formale del Qe della Fed, abbia infine colpito anche l’eurozona, dopo aver inviato scossoni altrove. Il secondo, invece, ci mostra come ciò che vi dico da settimane, anzi mesi, si stia concretizzando: lo studio di Morgan Stanley, un po’ meno da scoperta della rotondità del globo di quello Ambrosetti, ci mostra infatti come la delirante crociata commerciale degli Usa non potesse arrivare in momento ciclico peggiore a livello economico globale. O, migliore, dipende quale sia il risultato che si vuole ottenere da un conflitto sui dazi con Pechino. Cioè, se si vuole accelerare l’arrivo di una crisi per evitare esplosione incontrollate delle bolle regalateci negli anni dall’operatività salvifica delle Banche centrali, allora si è sulla strada perfetta.

Come vedete, siamo al livello di picco che anticipò le precedenti crisi (e recessioni), quindi possiamo tranquillamente dire che a Cernobbio si è come al solito trattato argomenti che potevano avere un senso sei-otto mesi fa, quando ciò i dati macro che vedrebbe anche Mr. Magoo non avevano ancora clamorosamente sbugiardato la retorica della ripresa globale sincronizzata e, quindi, quando l’ipotesi recessiva era davvero un tail-risk pressoché impossibile nel futuro più prossimo. Oggi lo scenario globale è diverso, soffocato dal debito sia sovrano che corporate, con la Fed in fase rialzista del costo del denaro (Powell venerdì è tornato a parlare di tre, quattro ritocchi nell’anno in corso), la Bce in fase di pre-tapering e la sola Bank of Japan a menare le danze espansive, di fatto acquistando anche i ciliegi in fiori dei parchi di Tokyo.

E attenzione, perché dagli Usa sono arrivati messaggi in codice decisamente allarmanti fra mercoledì e venerdì scorsi. Prima Eamon Javers della Cnbc ha dichiarato, con la calma olimpica con cui si ordina un cappuccino al bar, che «la Casa Bianca riconosce che le azioni di Trump stanno colpendo il mercato azionario, ma questa è una faccenda di lungo termine e il presidente deve proseguire nell’azione di ottemperare alle promesse chiave della campagna elettorale». Come dire, preparatevi a uno scossone perché Trump sta combinando un disastro, ma, essendo un disastro che piace alla retorica da trogloditi economici degli americani, va bene così, perché risponde alla logica dell’America first. Poi, venerdì, è stato lo stesso Donald Trump ad ammettere candidamente che «non posso negare che ci sarà un po’ di dolore da patire (sui mercati, ndr) e quindi potremmo perdere un po’, ma in questo modo avremo una nazione più forte quando avremo finito e io sono qui per questo».

E attenzione, perché il presidente non ha scelto la Cnn o la Fox per inviare la sua candida ammissione di guai all’orizzonte in economia e finanza, ma la Wabc, una radio di New York facente capo al gruppo editoriale Cumulus Media, capace di inglobare la Citadel Broadcasting e di raggiungere così – attraverso decine di emittenti affiliate e controllate – tutta l’America, soprattutto la più profonda. Insomma, quella Main Street che ha mandato il tycoon newyorchese a Pennsylvania Avenue e che ora lo idolatra per la sua guerra contro i nemici della manifattura e dell’occupazione made in Usa.

Ora, guardate questo grafico, il quale ci mostra la crescita della capitalizzazione di mercato a livello azionario globale dall’elezione di Trump alla Casa Bianca: «Il mercato è salito del 40, forse del 42%», ha sottolineato il presidente nell’intervista radiofonica. E questo dovrebbe farci porre una domanda: quanto è disposto a sacrificare di quella crescita nella guerra commerciale contro la Cina? O, ponendo in maniera più realistica la domanda: quanto è necessario che calino i mercati e la gente si spaventi per poter riattivare a forza quattro e, questa volta sì, con sincrono globale i programmi di espansione monetaria delle Banche centrali, Fed in testa che comincerebbe con il bloccare il programma di rialzo, annunciando la cosa urbi et orbiin modo che la sentano anche su Marte?

Perché è inutile prendersi in giro e perdere tempo con le supercazzole del Workshop Ambrosetti e i suoi seminari a pagamento e a porte chiuse (chissà quali ricette segrete verranno mai prospettate in quelle sale così eleganti e austere?), la questione è una sola e risiede in questo grafico: senza gli acquisti onnivori della Banche centrali, di fatto hedge funds mascherati, la ripresa o presunta tale la si sarebbe vista con il binocolo.

In subordine, al netto dei bilanci gonfi e dei miliardi stampati dal nulla, il grado di leverage globale – sia sovrano che corporate – è completamente fuori controllo, tanto che venerdì il grafico relativo all’esposizione debitoria delle aziende Usa sia junk che investment grade era l’argomento del giorno della prima pagina dell’inserto finanziario del Financial Times, gente che ha l’occhio un filino più lungo di Mario Monti e accoliti lacustri (o, quantomeno, che sa quando è ora di smettere di nascondere la realtà, quantomeno in toto). Senza Qe, non solo si sgonfia la presunta ripresa (e il grafico precedente di Morgan Stanley parla chiaro rispetto sul punto di ciclo economico in cui siamo già attualmente), ma anche il mercato azionario, quello che Trump prevede in calo come conseguenza della guerra benedetta e di lungo periodo contro i manipolatori cinesi, farà morti e feriti, visto che si potrà dire addio ai buybacks allegri garantiti dai tassi a zero con cui le aziende emettono debito con il badile, certe di avere un compratore fuori mercato di prima e ultima istanza: ovvero, le Banche centrali.

È tutto qui, ci si è spinti troppo oltre, l’esperimento di espansione monetaria faustiana è – come si poteva immaginare – andato fuori controllo, poiché basato sul principio perverso della perpetuazione del debito (e del deficit) come motore della crescita. Anzi, dell’auto-perpetuazione, visto che ormai il mercato altro non è che un casinò autoreferenziale in cui gli unici player a fare trading (e prezzo) sono gli istituti centrali, Leviatani contro cui nessuno è così stupido da scatenare una guerra. Almeno fino a oggi, perché le parole di Donald Trump di venerdì scorso potrebbero essere il vero spartiacque del ciclo economico. Ovvero, l’annuncio formale dell’inizio della crisi, più o meno mascherata e controllata nei suoi esordi da qui al meeting di Jackson Hole a fine agosto. Perché è lì, facilmente, che si giocherà la partita vera, quella che ci dirà se sarà Qe perenne o quasi (fino alla degenerazione mortale con cui stanno flirtando alcuni circoli accademici keynesiani, discutendo di Abenomics, ovvero l’helicopter money) oppure se si tenterà davvero la demolizione controllata, una nuova versione della distruzione creativa schumpeteriana nella speranza che il delirante e criminale sistema neoliberale del mercato distorto a uso e consumo delle élites possa sopravvivere ancora una volta a sé stesso e ai suo crimini economici.

A Cernobbio non hanno capito (o fingono ancora di non capire, seguendo la regola aurea del banchiere che deve mentire, quando la situazione è davvero grave) che qui non si tratta di pochi punti di aumento dei tassi o di zero virgola sugli interessi passivi: qui siamo seduti su una bomba a orologeria che non ha precedenti. Né il 1929, né il 2008. Non sarà certamente un po’di export o di avanzo primario in più a salvarci, come Paese e come economia. Perché il mondo è finanziariamente interconnesso e le crisi sono, per questo, globali. E se già tremi perché la Bce smette di comprare bond di Telecom o Eni, cosa accadrà se davvero Wall Street dovesse sgonfiarsi per garantire nuovo Qe e un contemporaneo sviluppo forza quattro del warfare (in Siria, Iraq, Afghanistan, a Gaza, nel Baltico in chiave anti-russa o in Corea del Nord, poco cambia) per uscire dalla recessione globale?

Meglio non cercare una risposta, potrebbe ghiacciarvi il sangue nelle vene. Perché il problema è strutturalmente prima sociale, politico e culturale che meramente economico-finanziario. Ne parleremo domani.

 

Cdp compra azioni Tim, ma chi ha fatto aggiotaggio a spese dei correntisti delle Poste? Ecco la ricostruzione del ‘leak’

Sull’operazione che ha portato giovedì pomeriggio il consiglio di amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti a deliberare acquisti di azioni Tim fino al 5% del capitale c’è l’ombra dell’aggiotaggio. Cioè di qualcuno che ha fatto filtrare ad arte la notizia anzitempo rispetto alla riunione del cda in modo da provocare un rialzo anomalo del titolo in Borsa. Il risultato è che ora la stessa Cassa – che come è noto gestisce la grande massa del risparmio postale di cui circa 160 miliardi sono rappresentati da liquidità parcheggiata presso il Tesoro – dovrà spendere molto di più se vorrà effettivamente assicurarsi quella quota del capitale di Tim in vista delle due assemblee del 24 aprile e del 4 maggio.

 

Roma 27/10/2016, 92esima Giornata Mondiale del Risparmio. Nella foto Claudio Costamagna

Il giallo è alimentato dal fatto che, a rigor di logica, la Cdp non aveva alcun interesse a divulgare la notizia ‘price sensitive’ in anticipo ben sapendo che questo ‘leak’ avrebbe portato a un rialzo delle quotazioni e dunque a un maggior esborso per essa. Il titolo Tim ha infatti guadagnato il 5,2% nella giornata di giovedì 5 aprile e il 6,9% nella giornata di venerdì 6 aprile. E dunque è possibile che altri soggetti diversi dalla Cdp ma in possesso di quella informazione privilegiata abbiano informato la sera di mercoledì 4 aprile le agenzie di stampa e i giornali su ciò che sarebbe successo il giorno successivo. Ma individuare i colpevoli spetta alla Consob o alla magistratura, a noi interessa in questa sede ricostruire i fatti e metterli in sequenza. Eccoli.

Leggi anche: “I grillini ‘licenziano’ i vertici della Cdp nel giorno del loro miglior bilancio. Realizzato con l’aiuto di Padoan

Martedì 3 aprile: i giornali di giovedì 5 aprile riferiscono che due giorni prima, cioé martedì 3, si è svolta la riunione decisiva tra gli esponenti del governo e quelli della Cdp per l’ingresso nel capitale di Tim. A quella riunione dovrebbero aver partecipato il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, il presidente della Cdp Claudio Costamagna e, forse, il nume tutelare delle Fondazioni azioniste di Cdp Giuseppe Guzzetti. Alcune ricostruzioni giornalistiche riferiscono che il più recalcitrante alla decisione di un ingresso di Cdp in Tim era Padoan che già in passato avrebbe posto il suo veto all’operazione contro i voleri di Calenda e Costamagna. Martedì scorso, però, prevale la linea interventista grazie alla posizione presa dal premier dimissionario Paolo Gentiloni che pur non essendo titolare e azionista della Cassa, si impone sul Tesoro che invece lo è con quasi l’84,2%. Il restante 15,8% è in mano alle Fondazioni.

Mercoledì 4 aprile. E’ la giornata chiave del giallo. La Cdp decide di mettere all’ordine del giorno del consiglio che si terrà il giorno successivo, – fino a quel momento era solo sulle nomine in Saipem – anche la questione Telecom. Ma la notizia, a sera, trapela sulle agenzie di stampa, in particolare sull’Ansa che fa due lanci al riguardo, uno alle 20,46 intitolato “Cdp: domani cda su Tim e rinnovo nomine Saipem”  e un secondo delle 21,42 intitolato: “Tim: Cdp scende in campo, dossier su tavolo cda domani”.

Roma 27/10/2016, 92esima Giornata Mondiale del Risparmio. Nella foto Giuseppe Guzzetti. Pierpaolo Scavuzzo / AGF

Nel primo lancio si dà la notizia che all’ordine del giorno del cda ci sarà anche il dossier Tim e che “il consiglio dovrà pronunciarsi sulla proposta del vertice di Cdp che prevede l’entrata in campo per tutelare gli interessi di sistema” e si dice che “la proposta risulta verificata con gli azionisti, in particolare le Fondazioni, e con il mondo dei partiti, sia il governo uscente sia le principali forze politiche”. Mentre nel secondo si dà conto che “Cassa Depositi e Prestiti, il braccio finanziario del Tesoro, apre il dossier Tim e domani lo porterà al tavolo del suo cda……”.

In entrambi i lanci, però, non si fa menzione del fatto che in realtà la Cdp è pronta a comprare una partecipazione fino al 5% del capitale Tim, con una forza d’urto e un impiego di mezzi non indifferente. Questo aspetto, non certo di secondo piano, e che contiene la notizia “price sensitive” per il mercato e la Borsa, deve essere stata riferita da qualcuno a voce. Qualcuno che evidentemente non era d’accordo o aveva interesse a creare problemi all’operazione. E comunque deve essere stata una fonte assai autorevole visto che i giornali gli hanno dato molto peso.

05/04/2018 Roma, Carlo Calenda partecipa ad un incontro organizzato dai Giovani Democratici. Francesco Fotia / AGF

Giovedì 5 aprile. I principali quotidiani italiani escono con la notizia in prima pagina che Cdp entrerà in Tim comprando fino al 5% di azioni della società telefonica. Evidentemente la fonte della sera prima era di standing molto elevato e i giornali hanno fatto sicuramente il loro mestiere a dare massima evidenza alla notizia. Tuttavia, da verifiche effettuate, la fonte non sembra essere la Cdp stessa (all’Ansa aveva snocciolato un ‘no comment’) che in effetti non aveva interesse alla divulgazione della notizia e che interpellata al riguardo si tira fuori e parla esplicitamente di ‘leak’, cioè di una fuga di notizie. E se non è stata la Cassa chi altro a conoscenza di quella notizia ‘price sensitive’ avrebbe potuto comunicare con i giornali e indurli, giustamente, a uscire con una notizia così importante in prima pagina? I lettori possono fare le proprie deduzioni al riguardo ma i principali indiziati sono ovviamente i convenuti alla riunione di martedì 3 aprile o le loro strutture.

Ci teniamo inoltre a segnalare che una verifica con i rappresentanti dei 5 Stelle (quelli della Lega non si sono resi disponibili al riguardo) porta a dire che è vero che c’è stata un’informativa verbale nei loro confronti sull’operazione Cdp-Tim ma solo a valle della decisione presa a livello di governo. Dunque anche i 5 Stelle sono tra i possibili diffusori del leak ma è chiaro che un’operazione che si voleva far passare come unanime e corale in realtà ha avuto una ben precisa cabina di regia nel governo dimissionario.

Leggi anche: “Costamagna, il banchiere trasversale che vuol cacciare Bolloré da Tim per essere riconfermato in Cdp

Venerdì 6 aprile. Non esistono comunicazioni riguardo come e quando la Cdp comprerà il suo pacchetto di azioni Tim, che potrebbe arrivare fino al 5% ma fermarsi anche prima. Le scadenze in realtà sono due, venerdì 13 aprile, ultimo giorno per depositare le azioni valide per l’assemblea del 24 aprile, e lo stesso 24 aprile, ‘record date’ per l’assemblea del 4 maggio. Se Cdp vorrà avere voce in capitolo in tutte e due o in almeno una delle due assemblee per quelle date dovrà avere le azioni ordinarie con diritto di voto in mano o perlomeno averle prese in prestito da qualcun’altro.

Voci non confermate dalla società riferiscono che giovedì sera potrebbero essere state acquistate opzioni su titoli Tim e che gli acquisti in generale dovrebbero passare per il mercato dei blocchi (cioé da chi le azioni le ha già in mano) in modo da non alterare troppo i corsi di Borsa. Ma è evidente a chiunque se ne intenda un po’ di Borsa che se la Cdp andasse sul mercato da qui alle prossime due settimane a comprare ingenti quantitativi di azioni Tim le quotazioni andrebbero alle stelle. Dunque la fonte del ‘leak’ che ha fatto scappare il prezzo è riuscita almeno in parte nel suo intento.

A meno che, e questa sarebbe l’ipotesi più inquietante, corposi pacchetti di azioni Tim non fossero stati comprati già prima della riunione del cda di giovedì 5 da parte di intermediari informati di ciò che sarebbe successo e che nelle prossime due settimane provvederanno a girarle alla Cassa a prezzi molto più convenienti di quelli di mercato. Ma qui starà alla Consob fare le opportune verifiche risalendo all’indietro nella catena, dal compratore finale a quello iniziale. “L’episodio della vicenda Cdp-Tim è monitorato dalla Consob a partire dalle indiscrezioni di mercoledì sera”, fanno sapere fonti vicine alla Commissione che vigila sui mercati. C’è da sperare che sia così visto a rimetterci sarebbero gli ignari correntisti postali.

VIVENDI PROVA LA RIMONTA – PER SPIAZZARE L’AVANZATA DI ELLIOTT E DELLA CDP, BOLLORÈ ASSOLDA DUE PEZZI DA NOVANTA DEL DIRITTO SOCIETARIO ITALIANO: LO STUDIO GATTI PAVESI BIANCHI E ANDREA ZOPPINI – LA CARTA CHE POTREBBE RIVELARSI VINCENTE VERREBBE GIOCATA DIRETTAMENTE ALL’ASSEMBLEA DI MARTEDÌ 24..

dagospia.com 8 aprile 2018

vincent bolloreVINCENT BOLLORE

Rosario Dimito per il Messaggero

 

Tim è pronta giocare il jolly legale per uscire dall’angolo e spiazzare l’avanzata di Elliott e della Cdp. E per farlo assolda due pezzi da novanta del diritto societario italiano: lo studio Gatti Pavesi Bianchi e Andrea Zoppini, già estensore, con Sabino Cassese, di un paper sulla non applicabilità del golden power all’ex monopolista.

 

La carta che potrebbe rivelarsi vincente verrebbe giocata direttamente all’assemblea di martedì 24 chiamata ad approvare il bilancio 2017 e la proposta del fondo Usa di revocare sei consiglieri di Vivendi per sostituirli con altri sei italiani indicati da Elliott. Così che si ricostituirebbe il cda che invece, secondo la mossa di Vivendi, decadrebbe a seguito delle dimissioni di otto membri con decorrenza proprio martedì 24. Il nuovo board, poi, annullerebbe l’assemblea del 4 maggio convocata da Tim per eleggere il nuovo board.

 

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

Ecco la mossa studiata dall’avvocato Francesco Gatti e da Zoppini. In apertura dei lavori Franco Bernabè, chiamato a presiedere l’assise in quanto le dimissioni di Arnaud de Puyfontaine saranno efficaci da quella data, dovrebbe proporre ai soci presenti, una mozione giudicando inammissibili i punti 1 e 2 dell’ordine giorno, ovvero la revoca di sei membri espressi da Vivendi e la nomina di altrettanti esponenti indicati da Elliott.

 

franco bernabeFRANCO BERNABEAndrea Zoppini al QuirinaleANDREA ZOPPINI AL QUIRINALE

Base giuridica della mozione sarebbe il fatto che il cda risultante eventualmente formato a seguito di tale votazione, non sarebbe stato votato sulla base di liste e sarebbe quindi illegittimo. Dal momento che i grandi fondi votano o conferiscono deleghe sulla base dei soli punti fissati, essi non potrebbero votare la mozione che quindi passerebbe grazie ai voti di Vivendi. Ininfluente si rivelerebbe la presenza di Cdp pro Elliott. Si ricordi che all’assemblea 2014 la lista Assogestioni vinse, ma essendo corta i soci votarono i singoli nomi della lista Telco: i fondi, privi di mandato, uscirono.

 

AMOS GENISHAMOS GENISH

Ciò porterebbe all’esito auspicato da Vivendi: decadenza del cda e rinnovo all’assemblea del 4 maggio sulla base delle liste da presentare entro domani sera. Vivendi l’ha depositata giovedì 5, Elliott ad horas. Leggendo in filigrana le parole di Bernabè da Cernobbio («Cdp decida ciò che vuole, in assemblea si contano i voti») la strategia è chiara.

 

VIVENDI PROVA LA RIMONTA Naturalmente, un personaggio esperto come Bernabè non agirebbe motu proprio, ma probabilmente in virtù di un preciso mandato del cda: una riunione del board per la valutazione delle iniziative a seguito della decisione del collegio sindacale di integrare l’ordine del giorno dell’assemblea del 24 è in programma domani a Milano.

 

michele valensiseMICHELE VALENSISE

Al cda parteciperà in videoconferenza da Rio de Janeiro Amos Genish che la settimana successiva partirà per un roadshow con l’obiettivo di coagulare voti sulla lista Vivendi e sul piano industriale riveduto e corretto dagli advisor Unicredit, Credit Suisse e Goldman Sachs.

 

bollore de puyfontaine assemblea vivendiBOLLORE DE PUYFONTAINE ASSEMBLEA VIVENDI

La mossa della mozione potrebbe far nuovamente pendere la bilancia degli equilibri dalla parte di Vivendi, che è ottimista sull’esito della vicenda, come confermato dal profilo della lista per il rinnovo del cda a maggio presentata con ben 3 giorni di anticipo.

claudio costamagna di cdpCLAUDIO COSTAMAGNA DI CDP

 

Nonostante le polemiche e il faro acceso dalla Consob sul ruolo degli indipendenti sin dalle loro dimissioni, Bollorè ha infatti riproposto in blocco 7 consiglieri su 10: Genish, de Puyfontaine, Frédéric Crépin, Bernabè, Marella Moretti, Camilla Antonini e Anna Jones; a questi si aggiungono Stephane Roussell, già consigliere da fine 2015 a maggio 2017, Giuseppina Capaldo e Michele Valensise.

 

Banco di Napoli: slitta la fusione, resta il cda con Barracco presidente

di Sergio Governale il mattinodinapoli.it 7 aprile 2018
La fusione per incorporazione del Banco di Napoli in Intesa Sanpaolo, prevista per quest’anno, slitta al 2019. L’attuale cda presieduto da Maurizio Barracco, in scadenza con l’approvazione del bilancio 2017, ha ricevuto da parte della capogruppo milanese il prolungamento del mandato fino al completamento dell’operazione. La notizia arriva nel giorno in cui Intesa Sanpaolo ha compiuto in realtà uno dei primi passi nella semplificazione giuridica dell’istituto annunciata con il Piano di impresa 2021 e imperniata nell’assorbimento di dodici controllate nella capogruppo, tra cui proprio il Banco di Napoli. Ieri è stato infatti depositato presso il Registro delle Imprese di Torino il progetto di integrazione della Cassa dei Risparmi di Forlì e della Romagna nella holding guidata da Carlo Messina, a seguito del rilascio dell’autorizzazione da parte della Bce. La fusione per incorporazione sarà approvata dal cda di Intesa Sanpaolo, fatta salva la possibilità per i soci della capogruppo che rappresentino almeno il 5% del capitale sociale di chiedere, entro il 14 aprile 2018, che tale decisione sia adottata dall’assemblea straordinaria.

Quindi mentre il processo di semplificazione societaria decolla, riceve invece uno stop inaspettato in via Toledo 177, dove ha sede il Banco di Napoli. Stop solo tecnico, alle necessarie autorizzazioni di rito e all’integrazione dei sistemi informatici più complessa del previsto. In sella almeno fino all’inizio del prossimo anno restano dunque, oltre a Maurizio Barracco, gli altri otto consiglieri: i vice Franco Gallia (vicario) e Giovanni Tricchinelli e i membri Roberto Firpo, Marina Manna, Francesco Pellati, Aldo Scarselli e gli imprenditori Paolo Scudieri e Giovanni Vietri. In sella anche il collegio sindacale composto da Massimo Broccio , Vincenzo d’Aniello, Antonio Perrelli, Eugenio Mario Braja ed Ernesto Carrera (supplenti).

Che cosa faranno le banche dopo l’addendum Bce sugli Npl

 startmag.it 8 aprile 2018

spread

L’approfondimento di Francesco Ninfole, giornalista di Mf/Milano Finanza 
Le misure dell’addendum della Vigilanza Bce sono valide sui nuovi crediti deteriorati a partire dal primo aprile. Si è quindi entrati nel nuovo scenario regolamentare: i supervisori si aspettano dalle banche una svalutazione integrale dei nuovi non-performing loans, anche relativi a prestiti già erogati: in due anni per i non garantiti e in sette anni per i garantiti.

LE CONSEGUENZE SUI PRESTITI

Mettendo da parte l’impatto sulle banche (secondo Equita 3,7 miliardi di capitale Cet1 nel 2020), le principali conseguenze saranno per il credito alle aziende. In quale modo le nuove regole influenzeranno i prestiti? Si può immaginarlo leggendo i commenti di imprese e banche nella consultazione Bce sulla bozza di addendum. La versione finale ha poi chiarito la natura di «aspettativa di vigilanza» (che resta da verificare in concreto), ma nel merito non ha modificato gli aspetti principali del primo testo. L’impatto più temuto riguarda il credito non garantito e quello per le pmi con merito di credito medio-basso: soprattutto in questi ambiti potrà esserci una riduzione dei volumi erogati, la definizione di plafond massimi e un aumento dei tassi ai clienti.

CHE COSA DICE LA CONFINDUSTRIA EUROPEA

Secondo Business Europe, l’associazione delle aziende europee, «le banche chiederanno garanzie in modo sistematico, soprattutto per le pmi, per evitare la svalutazione integrale in due anni» e «la pubblicazione dell’addendum all’inizio della ripresa rappresenta una stretta in conflitto con la politica monetaria espansiva della stessa Bce». Business Europe ha anche sottolineato che «misure di riduzione del rischio possono portare a conseguenze avverse e aumentare il rischio sistemico», andando così in direzione opposta rispetto agli obiettivi di partenza. Perciò sarebbe stata «essenziale» un’analisi di impatto complessiva per assicurare che le norme «non danneggino le imprese». L’analisi di impatto non è poi stata pubblicata dalla Bce: il presidente della Vigilanza Danièle Nouy l’ha giudicata «inutile, se non del tutto infattibile», mentre l’impatto della normativa è stato definito «modesto» dal capo della task force sugli npl Sharon Donnery.

LE PREOCCUPAZIONI DELLE SOCIETA’ ITALIANE

Eppure le preoccupazioni delle imprese europee (Business Europe non ha aggiunto nuove considerazioni dopo l’addendum finale) sono state condivise dagli altri soggetti che hanno partecipato alla consultazione (tra cui Rete Imprese, Confartigianato e Confcommercio) e anche dalle banche, che pure hanno chiesto senza successo un’analisi di impatto approfondita. L’Abi ha sottolineato cinque «gravi conseguenze sull’attività creditizia» delle nuove norme: «favorirebbero l’erogazione del credito solo ai clienti con rating elevato (cosiddetto cherry picking), ovvero a controparti con un livello di solvibilità assai elevato»; «limiterebbero la concessione di nuovo credito alle famiglie»; «comporterebbero la definizione da parte delle banche di un plafond massimo di prestiti non garantiti erogabili alle pmi, a causa del costo del capitale (effetto implicito degli assorbimenti patrimoniali imposti dalla vigilanza) particolarmente penalizzante che interesserebbe questo tipo di esposizioni creditizie in caso di un’inversione inattesa del ciclo creditizio»; «costringerebbero le banche a trasferire ai clienti i costi più elevati che derivano dagli assorbimenti patrimoniali imposti dalla vigilanza»; «causerebbero un aumento generale dei tassi di interesse pagati dai clienti a basso rating (famiglie e pmi)». Un quadro piuttosto preoccupante per un Paese con una struttura economica come quella italiana, con molte pmi e lente procedure di recupero dei crediti. Si tratta di nodi che l’Italia deve comunque sciogliere al più presto: il problema è che la nuova disciplina Bce (magari positiva in un periodo di grande crescita economica e forte espansione creditizia) è partita senza valutare gli effetti immediati (soprattutto su alcuni Paesi) e senza un adeguato periodo transitorio (anzi in modo retroattivo sui prestiti già erogati).

I TIMORI DELL’ABI

I timori sull’economia sono stati confermati dall’Abi dopo l’addendum finale, anche alla luce della confusione con le simili regole di primo pilastro che saranno definite nei prossimi mesi dal Parlamento e dal Consiglio Ue (la Commissione ha già definito le prime proposte, si veda grafico in pagina). Il comitato esecutivo dell’Abi ha espresso «l’auspicio affinché si arrivi al più presto ad una stabilizzazione e semplificazione del quadro normativo europeo, condizione per garantire il giusto bilanciamento tra esigenze di stabilità e di crescita e dare alle banche europee certezza giuridica». In tal senso, gli istituti hanno evidenziato «la necessità che il Parlamento e il Consiglio valutino le proposte della Commissione tenendo conto degli impatti sulle imprese e sull’erogazione del credito sulla base di una analisi costi – benefici delle singole misure proposte». Le banche si augurano che, una volta completata la normativa Ue di primo pilastro, anche quella della Vigilanza Bce (di secondo pilastro, cioè formalmente non vincolante per tutte le banche) sia poi allineata.

I PUNTI CRITICI

Secondo gli istituti ci sono alcuni punti critici da correggere: «Gli automatismi nella valutazione delle garanzie, le rigidità sulle possibilità di adottare misure di sostegno alle pmi e alle imprese in temporanea difficoltà, se non adeguatamente considerate, avrebbero un effetto prociclico, incidendo negativamente sulla ripresa in atto», ha osservato l’Abi. Le normative Ue e Bce colpiscono anche i crediti con garanzie certificate e gli incagli non garantiti: in quest’ultimo caso si dà addirittura l’incentivo alle banche di portare le aziende in default (per recuperare parte del credito incagliato) invece di tenerle in vita con nuovi finanziamenti. In attesa che il quadro regolamentare sia completato dai legislatori europei, imprese e banche da subito dovranno fare i conti con l’addendum.

(Articolo pubblicato su Mf/Milano finanza)

 

Gli illustri precedenti del salvataggio delle banche venete

di Stefano Cingolani il foglio.it 3 luglio 2017

La soluzione trovata dal ministro Padoan per la Popolare di Vicenza e la Veneto Banca era già stata usata in passato. A cominciare dall’Ambrosiano

Gli illustri precedenti del salvataggio delle banche venete

Il 17 giugno 1982 fu sciolto il consiglio d’amministrazione dell’Ambrosiano e arrivò un commissario della Banca d’Italia. Il 18 Roberto Calvi venne trovato morto a Londra. Foto LaPresse

 

Corre l’anno 1978, mese di aprile e tutto è sossopra nel quartier generale del Banco Ambrosiano dove regna Roberto Calvi “l’indocile banchiere” (secondo Robert Buxton del Financial Times) dagli occhi di ghiaccio. La puzza di bruciato è arrivata fino in Banca d’Italia, ma i funzionari della Vigilanza inviati da Paolo Baffi non riescono a districarsi nel labirinto della finanza creativa ordito dal “banchiere di Dio” (secondo un altro ancor più celebre appellativo), soprattutto nel groviglio di filiali estere. Tanto che il rapporto viene depositato quasi un anno dopo, nel febbraio 1979. Gli emissari di Palazzo Koch registrano “segnali allarmanti” sia nella gestione sia nello stato di salute della banca nata per gestire i patrimoni della curia milanese. A marzo il governatore Baffi e il direttore generale Mario Sarcinelli vengono incriminati dai magistrati romani per “mancato esercizio dei poteri di controllo”. Baffi scampa la prigione per la sua età e la sua posizione, Sarcinelli invece trascorre due settimane a Regina Coeli. Le accuse crollano come castelli di sabbia sotto l’onda della verità. Si dirà poi che fu un atto di “terrorismo politico-finanziario”, ma la Banca centrale viene comunque decapitata (arriva Carlo Azeglio Ciampi) e per due anni Roberto Calvi fa di tutto e di più: aumenta il capitale, compera la Rizzoli con il Corriere della Sera in pancia, rafforza i suoi legami con lo Ior guidato da Paul Marcinkus, sigari avana e porpora cardinalizia, il quale ha eletto l’Ambrosiano come suo punto di riferimento. Finché il 20 maggio 1981 il banchiere non viene arrestato e poi condannato per esportazione illecita di capitali.

     

Un’operazione di sistema per salvare il Banco, ma diversamente da oggi, nessuno si sottrae alla richiesta di Calvi e Andreatta

La reazione dell’establishment economico e politico appare oggi paradossale: “Il gruppo Ambrosiano dà l’immagine di una costruzione solida – scrive Il Sole 24 Ore nel novembre 1981 – qualcuno l’ha definito persino un capolavoro e niente l’accomuna alle costruzioni e alle barchette di carta di Michele Sindona”. Gli eventi successivi lo smentiranno mostrando l’intreccio tra i due, eppure nel maggio 1982 l’Ambrosiano e la sua controllata Cattolica del Veneto fanno un ingresso trionfale in Borsa con tanto di visto della Consob, della Banca d’Italia e di Beniamino Andreatta, ministro del Tesoro, che poi cambierà drasticamente parere. Il 14 giugno gli ispettori aprono di nuovo i libri contabili, tre giorni dopo il consiglio d’amministrazione si scioglie e arriva un commissario dalla Banca d’Italia, Vincenzio Desario. Il 18 dello stesso mese viene ritrovato il cadavere di Calvi penzolante sul Tamigi, sotto il ponte dei Frati neri, abbandonato dai suoi sponsor ecclesiastici e politici (come Giulio Andreotti). La Banca centrale nomina tre commissari e comincia il complesso salvataggio che ci introduce al tempo presente. Il prudente Ciampi e il cauto Andreatta adottano la linea dura. Il 5 agosto viene revocato l’esercizio del credito all’Ambrosiano e il giorno dopo a Milano si costituisce la società per azioni chiamata Nuovo Banco Ambrosiano con la Banca nazionale del lavoro, l’Istituto mobiliare italiano, la Banca popolare di Milano, la Banca agricola di Reggio Emilia, il Credito romagnolo di Bologna, l’Istituto bancario San Paolo di Torino, la Banca San Paolo di Brescia.

    

E’ una operazione di sistema; ma a differenza da quel che accade oggi, nessuno si sottrae alla richiesta del governatore e del ministro: istituti creditizi di natura pubblica o parapubblica, privati, cooperative, banche popolari, insomma tutto lo spettro. E ci sono quelli che diventeranno protagonisti nella storia di questi giorni: il San Paolo di Torino (che esprime attualmente il presidente della Banca Intesa con Gian Maria Gros Pietro) e il San Paolo di Brescia dal quale Andreatta prenderà Giovanni Bazoli affidandogli il compito di guidare il Nuovo Banco Ambrosiano. Il professore, preclaro avvocato proveniente da un’antica famiglia cattolica grande amica dei Montini e di Giovan Battista, divenuto Papa Paolo VI, si reinventa banchiere e crea pezzo dopo pezzo il campione nazionale che oggi ha comprato la Banca Popolare di Vicenza e la Veneto Banca.

    

Il caso del Banco di Napoli. Il suo “tesoretto” nell’agosto dello scorso anno è stato destinato a sostenere il fondo Atlante

Bazoli ormai è solo presidente emerito e sta passando guai giudiziari per il ruolo avuto nella banca bergamasca Ubi. Ma non può non apprezzare che il sentiero storico dell’Ambroveneto, da lui tracciato, venga ripercorso oggi: la sua Intesa è diventata il soggetto creditizio egemone nel nord-est con evidenti implicazioni economiche, sociali, politiche. Il direttore generale Carlo Messina ha mandato un messaggio chiarissimo nella sua intervista alla Repubblica: “Il Veneto, che cresce ai livelli della Germania, con la nostra presenza può andare ancora meglio, anche grazie a un governatore come Luca Zaia”. Ci sarebbe da ringraziare anche il governo che si accolla i costi del salvataggio aumentando il debito pubblico, ma Messina ribatte che quei 4,8 miliardi già versati da Padoan sono tutt’altro che un regalo perché servono a evitare che vadano in fumo i 10 miliardi di obbligazioni emesse con la garanzia dello stato. Come dire che il favore lo ha fatto lui. Alcuni sostengono che esistevano alternative meno onerose per i contribuenti. La discussione andrà avanti e insieme ad essa il contenzioso giudiziario con azionisti e obbligazionisti, scaricato anch’esso sulle finanze pubbliche. C’è chi minaccia persino eccezioni di costituzionalità.

Padoan ci spiega perché l’Italia ha usato aiuti di stato sulle banche venete

 

Il ministro dell’Economia scrive al Foglio: “Non abbiamo violato le regole né ucciso l’unione bancaria. Sì, sarebbe stato da scellerati innescare una crisi”

    

Certo, gli azionisti debbono pagare per i loro investimenti sbagliati, ma Guido Carli, in una dotta analisi delle crisi bancarie, fece “cadere un mito” quando scrisse che “il depositante meritevole di sostegno non è il piccolo e il medio bensì il grande. La legislazione americana prevede la difesa dei depositi fino a centomila dollari, però i depositi dai quali deriva il dissesto sono dell’ordine dei milioni di dollari”. Si riferiva al crac della Continental Illinois nel 1984, il più clamoroso dei suoi tempi. Ma succede sempre così, è la legge bronzea quanto iniqua del mercato finanziario. In Italia prevale l’ipocrita pudore sugli “ignari piccoli risparmiatori”, perché “il nostro sistema non è in grado di sostenere le conseguenze di dissesti bancari che disseminano le perdite tra i depositanti”, scriveva Carli. Quando fallì la Banca Italiana di Sconto nel 1921, “vi fu una sequenza di eventi che ebbero rilevanza politica non piccola, perché fu colpita quella media borghesia che cercò rifugio nel fascismo”. I tempi sono cambiati, Mussolini è una cupa ossessione. Gianni Zonin non è Calvi né tanto meno Sindona. E poi c’è l’Unione bancaria europea. Già, ma crac e salvataggi sono rogne lasciate ai governi nazionali con tutte le loro ricadute politiche, anche se la Vigilanza della Bce svolge un ruolo determinante e non sempre stabilizzatore.

    

Bazoli non può non apprezzare il fatto che il sentiero storico dell’Ambroveneto, da lui tracciato, venga ripercorso oggi

Gli stress test si sono rivelati esercizi teorici, l’insistenza dottrinaria che spinge per aumenti accelerati, talvolta forzati, di capitale puro (cioè senza utilizzo di bond o altri magheggi finanziari) ha finito per indebolire banche che avrebbero potuto cavarsela da sole con più tempo e una maggiore flessibilità. Il bail-in doveva mettere fine al dogma perverso del Tbtf, too big to fail, troppo grandi per fallire, liquidando le banche senza mettere le mani nelle tasche dei contribuenti, ma non è mai stato applicato per davvero. Tutti hanno usato denari pubblici come in Germania e in Gran Bretagna, oppure a spingere i pesci grandi a mangiare quelli piccoli come in Francia e Spagna dove il Santander ha ingoiato il Banco Popular. L’Italia ha seguito un po’ l’una un po’ l’altra strada. Il Montepaschi è stato nazionalizzato “temporaneamente”, le quattro piccole banche del Centro Italia vengono pagate dal Fondo di risoluzione alimentato dalle banche più solide, le due venete Bpv e Vb sono affidate a Intesa previo bonifico del Tesoro. Ma l’analisi comparata dei salvataggi è troppo complicata, meglio lasciarla agli esperti di credito e finanza. Noi raccontiamo storie.

    

La vicenda dell’Ambrosiano è rimasta sullo sfondo, invece tutti hanno evocato un altro salvataggio, quello del Banco di Napoli avvenuto esattamente vent’anni fa. Il caso è stato ricordato in un convegno storico sulle origini dei banchi pubblici napoletani (i primi a introdurre la moneta cartacea) organizzato dalla fondazione e dall’Università Federico II 16 e il 17 scorsi. I lavori sono stati conclusi da Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia il quale ha citato le “storie terribili” del Banco di Napoli, Monte dei Paschi di Siena e Banco di Sicilia (finito in Capitalia e poi in Unicredit), per sottolineare che “la governance negli istituti di credito è fondamentale”. In tutti questi casi “c’è stato un coinvolgimento della politica e si è creato un binomio stretto dove bisognava separare gli interessi pubblici dagli interessi dei rappresentanti della politica locale”. Ma il caso napoletano è diventato anche un esempio virtuoso.

    

Quando, nel 1995, i funzionari della Banca d’Italia uscirono da via Toledo 177, dov’erano stati spediti dal governatore Antonio Fazio, si conobbe la reale dimensione dello sfacelo. L’ispezione era scattata subito dopo la morte del signore e padrone del Banco, Ferdinando Ventriglia, avvenuta l’11 dicembre 1994 a 67 anni. Lo chiamavano re Ferdinando, e non si trattava solo di uno sfottò perché il professore era Napoli nella sua quintessenza, raffinatezza intellettuale e clientelismo politico. “Per chiedermi i contributi mi chiamano perfino quando me ne sto chiuso al cesso”, diceva con una delle sue frequenti battute plebee. Nato a Capua il 29 marzo 1927, studia Economia e commercio all’Università di Napoli iniziando subito dopo una carriera durante la quale dà prova di grande capacità di sintesi e di visione, insieme a una conoscenza tecnica non comune. Studente modello, si diploma a soli 16 anni e a 20 è già laureato. L’apprendistato del giovane Nando è duro, ma anche fruttuoso. Il suo nome viene fatto a Pietro Campilli, ministro democristiano plenipotenziario per il Mezzogiorno, già al Tesoro con Alcide De Gasperi, che lo porta a Roma come suo braccio destro. Di qui, Ventriglia passa al Tesoro con Emilio Colombo. Torna al Banco di Napoli nel 1966 e diventa presto direttore generale. Tre anni dopo viene nominato amministratore delegato del disastrato Banco di Roma, uno dei tre istituti dell’Iri azionisti e finanziatori di Mediobanca. E inciampa su Michele Sindona entrando nel carosello delle consociate estere. Quando la Banca Privata finisce in bancarotta, Ventriglia viene convocato dai giudici. Contro di lui non c’è nulla di penalmente rilevante, ma perde la più grande occasione della sua vita: diventare governatore della Banca d’Italia.

L’alternativa alla liquidazione delle banche c’era: la nazionalizzazione transitoria

 

Con i soldi dati subito a Intesa non si potevano salvare le due banche venete? 

    

Nel 1974 Guido Carli, suo grande amico, lo aveva già designato per la successione, ma all’ultimo momento viene stoppato da uno dei suoi più acerrimi nemici, Ugo La Malfa, che si era formato all’ufficio studi della Commerciale, era vicinissimo a Enrico Cuccia e si faceva paladino della finanza laica contro quella cattolica romana o lombardo-veneta. Per ricompensa arriva la nomina a direttore generale del Tesoro, dove rimane fino al ’77 guadagnandosi l’encomio solenne della comunità finanziaria per aver negoziato il salvataggio dell’Italia da parte del Fondo monetario. Il professore torna in banca e nel 1983 diventa direttore generale del “suo” Banco di Napoli. Nel 1991, con la legge Amato, l’istituto di credito viene privatizzato sempre secondo lo schema che affida alla Fondazione bancaria il ruolo di azionista di riferimento. Ma la lotta interna s’inasprisce e su Re Ferdinando, consumato dal male e amareggiato, maramaldeggia la magistratura. Subisce un avviso di garanzia, viene sospeso, ne esce “con le mani pulitissime”, ma ormai non può che gestire il suo declino, professionale, fisico, umano. “E’ tutto finito, i nuovi del Banco mi hanno addirittura murato una parte dell’ufficio”, confessa poco prima di morire divorato dal cancro. Intanto, gli ispettori della Banca d’Italia aprono i cassetti e spalancano il sancta sanctorum. Paradossalmente la via d’uscita viene suggerita dallo stesso Ventriglia che, insieme a Guido Carli, aveva lavorato alla legge Sindona. In sostanza, la Banca d’Italia viene autorizzata a erogare un prestito all’un per cento, per un importo pari ai titoli di stato concessi in garanzia. A fronte di questo materasso pubblico, si crea la Sga, una società veicolo che con i denari ottenuti acquista tutti quei crediti a rischio (allora ammontavano a 17.400 miliardi di lire), non al loro valore nominale, bensì al prezzo scontato di 12.442 miliardi (pari a 6.425 milioni di euro). Il Banco di Napoli gira alla Sga il finanziamento al tasso di mercato che nel 1997 è in media il 9,6 per cento. In questo modo, può anche ottenere un beneficio sul conto economico. Grazie agli incassi delle somme recuperate nel 2015 la “bad bank” ha fatto registrare un utile di quasi mezzo miliardo di euro.

    

Il Banco di Napoli è stato assorbito da Intesa Sanpaolo insieme alla bad bank, ma nel maggio 2016 il ministro dell’Economia riporta la Sga al Tesoro. E qui cala l’ombra del sospetto. Come mai? Guarda caso è la stessa società che adesso deve gestire i crediti marci delle banche venete, è lei che si è presa in pancia quel che Intesa non ha voluto. Ma allora era già tutto previsto, insinuano i complottisti in puro spirito grillino. In realtà nell’agosto dello scorso anno il “tesoretto” del Banco di Napoli è stato destinato a sostenere Atlante, il mitologico fondo che avrebbe dovuto salvare le banche senza denari dei contribuenti. Un mito, fascinoso, ma irreale come ogni mito. “Vedrete che alla fine lo stato ci guadagna”, ha scommesso Fabio Panetta, vice direttore generale della Banca d’Italia che si occupa di vigilanza anche a Francoforte. Già, tra altri vent’anni. L’esperienza dimostra che nel primo quinquennio si può recuperare anche il 40 per cento dei crediti deteriorati, poi tutto si fa più difficile. Chi vivrà incasserà, a meno che non spunti un’altra crisi bancaria pronta a diventare emergenza nazionale. E allora, impauriti dai forconi delle classi medie, i politici aumenteranno il debito pubblico o mungeranno i contribuenti che non possono sottrarsi; il che è la stessa cosa, basta togliere la freccia del tempo.

Lo strano caso del leghista a libro paga di Banca Intesa a Parigi

VITTORIO MALAGUTTI espresso.repubblica.it 6 aprile 2018

Mentre Salvini attacca la finanza che opprime i popoli, il capo del suo partito a Varese, senza alcuna esperienza bancaria, è stato nominato nel consiglio di amministrazione di Financière Fideuram. L’interessato risponde: “Ne ho parlato con Guzzetti”, presidente di Cariplo

Lo strano caso del leghista a libro paga di Banca Intesa a Parigi

C ’è un filo che unisce Intesa, il più grande gruppo creditizio italiano, con il partito di Matteo Salvini. Un filo verde in tinta Lega. Si parte da Varese, la città dove nacque il movimento che fu di Umberto Bossi, per arrivare fino a Parigi. In un palazzo d’epoca affacciato su rue de la Paix, strada centralissima ad alta concentrazione di gioiellerie e negozi d’alta moda, si trova la sede di Financière Fideuram. L’insegna non dice granché neppure agli esperti di cose bancarie, ma la società francese gestisce un patrimonio importante, oltre 2 miliardi di euro investiti in titoli. A fine 2016, data dell’ultimo bilancio disponibile, i profitti avevano superato i 90 milioni di euro. Gli utili sono finiti per intero nella casse di Intesa, che tramite la controllata Fideuram, storico marchio nella gestione di patrimoni, possiede l’intero capitale della financière parigina. Insomma, carte alla mano, si può dire che lo scrigno di rue de la Paix è un affare interno alla grande banca italiana guidata da Carlo Messina.

I documenti ufficiali raccontano però anche un’altra storia, una trama che porta alla Lega dell’aspirante premier Salvini. Partiamo dalla fine, dal 14 marzo 2017, poco più di un anno fa. Quel giorno a Parigi un nuovo amministratore esordisce nel consiglio di Financière Fideuram. Si chiama Carlo Piatti e di mestiere fa l’avvocato, ma a Varese, dove vive, è meglio conosciuto come segretario cittadino della Lega. Piatti, 38 anni, vanta una militanza di lunga data, dal 2011 al 2016 è stato assessore nella giunta del sindaco Attilio Fontana, da poco eletto governatore della Lombardia, ed ha saputo destreggiarsi senza danni apparenti nella guerra interna che per anni ha opposto la fazione più estrema, i secessionisti duri e puri, a quella dei moderati, i sostenitori di Roberto Maroni, pure lui varesino.

Marco Piatti segretario della Lega a...
Marco Piatti segretario della Lega a Varese

Nel settembre 2016, dopo l’inattesa sconfitta del partito nelle elezioni cittadine, e la successiva resa dei conti tra correnti, Piatti si è tolto la soddisfazione di tornare a guidare la Lega nella sua città, incarico che aveva lasciato nel 2011. Tempo qualche mese e l’esponente del partito di Salvini vola in Francia, designato nel board di Financière Fideuram. Una sorpresa. L’avvocato di Varese non ha competenze bancarie. E nel curriculum personale può vantare al massimo un breve periodo da amministratore dell’Avt, l’azienda comunale che gestisce gli autobus della sua città.

Dal trasporto pubblico a Banca Intesa il salto è lungo, ma Piatti, a ben guardare, corre in scia di un altro leghista. Ad aprire la strada che porta a Parigi era stato Dario Galli, già deputato tra il 1997 e il 2006, poi senatore fino al 2008 e infine rieletto nei giorni scorsi a Palazzo Madama dopo una parentesi (2008-2013) da presidente della provincia di Varese. Nel 2009, Galli aveva fatto il suo esordio nel consiglio di Financière Fideuram. E anche lui, come il suo successore, era alla sua prima esperienza in campo bancario. L’ex senatore in trasferta ha conservato la poltrona fino al marzo 2017, quando ha passato il testimone al suo collega di partito. La nomina di Piatti è passata sotto silenzio. Nessun comunicato ufficiale e non c’è traccia dell’incarico a Parigi neppure nella documentazione patrimoniale depositata al municipio di Varese dall’esponente leghista, che è anche consigliere comunale.

La staffetta in casa Lega resta al momento inspiegabile. Tanto più che gli altri quattro amministratori della società parigina vengono direttamente dalle fila del gruppo Intesa oppure sono esperti di fisco e finanza come l’avvocato francese Thierry Pons. Galli, ingegnere di formazione nonché piccolo imprenditore del settore della plastica, a suo tempo aveva raccontato che la nomina in Francia era per lui un’occasione da non perdere per conoscere dall’interno il mondo bancario. Sette anni fa, all’epoca dell’ultimo governo Berlusconi, le logiche della lottizzazione lo avevano invece portato fino al consiglio di amministrazione della holding pubblica Finmeccanica.

E nel 2013 l’allora governatore lombardo Maroni non aveva potuto fare a meno di assegnare a Galli un incarico di consulenza (50 mila euro l’anno di compenso) per lo “sviluppo di progetti speciali a livello macroregionale”.
Altri tempi, quelli. Adesso comanda Salvini e la prima linea dei dirigenti d’estrazione varesotta, cresciuti accanto a Bossi e a Maroni, si è prudentemente schierata con il nuovo leader. Un gradino sopra a tutti c’è il veterano Giancarlo Giorgetti da Cazzago Brabbia sul lago di Varese, in Parlamento dal 1996, l’eminenza grigia che in questi giorni convulsi cuce e ricuce la trama dei negoziati per la formazione del nuovo governo. Dietro di lui tutti gli altri, compresi Piatti e Galli, i due banchieri per conto di Intesa. Un incarico ben remunerato, il loro: 10 mila euro l’anno per partecipare a quattro riunioni del consiglio di amministrazione nell’arco dei dodici mesi.

Contattato da L’Espresso, Piatti spiega che il suo nome è stato «segnalato a Banca Intesa dalla Fondazione Cariplo», azionista influente dell’istituto di credito con una quota del 4,8 per cento. «Ne ho parlato con Guzzetti», racconta il segretario varesino della Lega. Giuseppe Guzzetti, classe 1934, è da due decenni l’intramontabile presidente di Cariplo, la cassaforte che distribuisce oltre 170 milioni l’anno sul territorio lombardo per finanziare i progetti più diversi, dalla ricerca scientifica, alla cultura fino al volontariato e all’assistenza sociale.

Guzzetti, quindi, tira le fila di un formidabile centro di potere. A ben guardare, però, ai piani alti della Fondazione milanese troviamo anche un altro esponente leghista, un altro varesino che negli ultimi anni si è scoperto la vocazione del banchiere. Andrea Mascetti, questo il suo nome, nel 2013 è entrato nella Commissione centrale di beneficenza, l’organo che decide i criteri con cui l’ente assegna i propri contributi.

Mascetti è stato designato in Cariplo su segnalazione della provincia di Varese, all’epoca presieduta da Galli. Una nomina politica, quindi, come di regola per gran parte dei membri della Commissione centrale. Tempo due anni e nel 2015 l’esponente leghista ha fatto il suo esordio nel gruppo Intesa, la stessa banca che ha messo a libro paga prima Galli e poi Piatti. Anche per Mascetti, titolare di un avviato studio legale a Varese, erano pronte due poltrone all’estero, a Lugano e a Mosca. Nel Canton Ticino lo troviamo tra gli amministratori di Intesa San Paolo private bank. In Russia invece siede nel consiglio della locale filiale dell’istituto di credito italiano.

Roberto Maroni e Dario Galli
Roberto Maroni e Dario Galli

Mascetti, che ha un passato da militante di estrema destra con il Movimento sociale italiano, è un nome importante nella nomenklatura leghista e l’ascesa di Salvini sembra aver rafforzato la sua posizione. Nel 2016 il capo del partito che fu di Bossi gli ha affidato il compito di creare un gruppo di lavoro per studiare i punti del programma su federalismo, autonomia e rapporti con l’Unione Europea, ma il potere dell’avvocato varesino, grande amico del governatore lombardo Fontana, si misura soprattutto in termini d’incarichi ricevuti da società con azionariato pubblico. Eccolo, quindi, nel consiglio di Nord Energia, controllata dalle Ferrovie Nord, di proprietà della regione Lombardia e presiedute dal leghista Andrea Gibelli. Poi c’è il posto da amministratore in Autostrade Lombarde, partecipata da numerosi enti locali insieme a Intesa.

Ancora la banca, quindi, la stessa che gli ha aperto le porte anche oltreconfine. A Lugano, del resto, Mascetti è di casa. Negli anni scorsi si è speso moltissimo per rafforzare i legami tra la Lega nostrana e quella dei Ticinesi, un partito che ha scalato il potere locale denunciando l’invasione degli stranieri, italiani compresi. Intesa private bank, la società svizzera di cui Mascetti è amministratore, vende servizi di gestione patrimoniale. Il denaro viene in gran parte dal nostro Paese, ma i soldi, a differenza dei frontalieri, da quelle parti sono sempre bene accolti.

La Russia è un’altra delle mete privilegiate dall’avvocato di fede leghista, che oltre all’incarico in Banca Intesa a Mosca, gestisce anche un’agenzia specializzata nell’organizzazione di fiere nel Paese di Vladimir Putin. Questione di affari, ma non solo. La Lega di Salvini, infatti, guarda al nuovo zar come un faro della politica internazionale. Il bersaglio polemico è l’Unione Europea, la burocrazia di Bruxelles che opprime i popoli per favorire l’alta finanza. Mascetti è d’accordo, a quanto pare. Quattro anni fa fu uno degli animatori di un convegno dal titolo “Contro l’Europa delle banche, per un’Europa delle Regioni”. Proprio lui, lo stesso Mascetti che dopo alcuni mesi venne arruolato da Intesa, uno dei giganti bancari del continente.

Banco Bpm: il bilancio 2017 sorride grazie alla mega plusvalenza realizzata con la vendita di Aletti Gestielle

  • Lorenzo Brambilla BUSINESSINSIDER.COM 7 APRILE 2018

Giuseppe Castagna, amministratore delegato di Banco Bpm intervenuto al congresso Assiom Forex 2018 di Verona Imagoeconomica

L’assemblea dei soci di Banco Bpm S.p.A. ha approvato, nel corso della seduta del 7 aprile, il bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2017. Il primo dopo la fusione per incorporazione, avvenuta il 1 gennaio 2017 e ratificata poi formalmente dai due consigli d’amministrazione il 27 marzo 2018, tra Banco Popolare e Banca Popolare di Milano.

 

I risultati raggiunti nel 2017 da Banco Bpm sono incoraggianti e confermano la bontà dell’operazione messa in atto lo scorso anno per costituire quello che oggi è il terzo gruppo bancario italiano. Banco Bpm ha realizzato un utile netto pari a 557,8 milioni di euro, una cifra sulla quale ha inciso positivamente la plusvalenza netta di 673,5 milioni di euro realizzata con la cessione, perfezionata il 28 dicembre 2017, della controllata Aletti Gestielle Sgr ad Anima Holding S.p.A. Un risultato notevole se si pensa che il bilancio al 31 dicembre 2016 (precedente all’operazione di fusione) si era chiuso con una perdita netta di oltre 1,3 miliardi. In crescita anche il risultato netto di gestione che si attesta a quota 1.579 milioni di euro (+60,9% rispetto ai 981 milioni del 2016), un incremento favorito sia dalla crescita dei proventi operativi “core” che sono risultati pari a 4,2 miliardi di euro (+4,9%) che da una riduzione degli oneri operativi, attestatesi a 3 miliardi (-18,8% rispetto ai 3,7 miliardi del 2016). I fondi propri del Gruppo risultano essere, al 31 dicembre 2017, pari a 11.5 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 10.6 miliardi stimati al 30 settembre 2017. Eccellente anche il dato, aggiornato al 2 febbraio 2018, sulla posizione di liquidità di Banco Bpm con attività stanziabili libere (costituite quasi interamente dai Titoli dello Stato) pari a 20 miliardi di euro.

Carlo Fratta Pasini, presidente del Banco Bpm, nel corso del suo intervento al congresso Assiom Forex di Verona 2018 Imagoeconomica

Il rafforzamento della solidità patrimoniale della banca ha permesso di dare un impulso alle azioni di derisking con una contrazione pari a 3,2 miliardi di euro (-19,6% rispetto al 2016) dello stock dei crediti deteriorati netti (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute e/o sconfinate) che, al 31 dicembre 2017, ammontano a 13 miliardi di euro. Entrando nel dettaglio è possibile vedere come le sofferenze nette risultino essere state pari a 6,5 miliardi di euro (-17,1% rispetto al 2016), le inadempienze probabili nette hanno toccato anch’esse quota 6,5 miliardi (-21,7%) mentre le esposizioni scadute nette sono calate del 35,6% rispetto al 2016 arrivando a quota 0,1 miliardi di euro. L’indice di copertura dell’intero aggregato dei crediti deteriorati si attesta al 48,8%, in crescita rispetto al 37,5% del 2016 mentre quello delle sofferenze è al 58,9% (era il 60% nel 2016). Addirittura, con l’applicazione, a partire dal 1 gennaio 2018 del nuovo principio contabile Ifrs9, Banco Bpm stima che la percentuale media di copertura dei crediti deteriorati salirà fino al 54% mentre quella delle sofferenze arriverà a circa il 67%.

Il nuovo piano di derisking dell’istituto di credito prevede inoltre, entro il 2020, un aumento delle cessioni di crediti in sofferenza per circa 5 miliardi, portando così le cessioni complessive a circa 13 miliardi di euro, rispetto agli 8 miliardi previsti dal Piano Strategico 2016-2019. Le nuove proiezioni vedono perciò un livello dei crediti deteriorati più che dimezzato (-57%) entro la fine del 2020: dai 30 miliardi di euro al 31 dicembre 2016 ai 13 miliardi circa previsti nel 2020.

Banco Bpm, nel corso del 2017, ha provveduto anche a una razionalizzazione dei comparti di risparmio gestito, bancassurance e banca depositaria. In particolare nel ramo bancassurance l’istituto di credito milanese ha sciolto le sue partnership con il Gruppo Unipol (che ha esercitato attraverso Unipolsai l’opzione di vendita sul 50% delle quote detenute in Popolare Vita) e il Gruppo Aviva (che ha fatto scattare l’opzione di vendita sul 50% delle quote detenute in Avipop Assicurazioni).

Successivamente Banco Bpm, dopo aver acquisito per un totale di 803,4 milioni di euro il 50% delle quote di Popolare Vita e Avipop Assicurazioni messe in vendita da Unipol e Aviva, ha raggiunto un accordo con Cattolica Assicurazioni per la cessione del 65% delle due Compagnie Assicurative (Popolare Vita e Avipop Assicurazioni) per un prezzo complessivo di 853,4 milioni di euro. L’intesa, formalizzata il 29 marzo 2018, prevede anche l’avvio di una partnership strategica, della durata di 15 anni, fra Banco Bpm e Cattolica. Inoltre il 7 febbraio 2018 Banco Bpm ha ceduto a Bnp Paribas Securities Services il ramo d’azienda della Banca Depositaria e ad Anima Holding S.p.A. i contratti di gestione in delega delle riserve assicurative, realizzando una plusvalenza totale di 320 milioni di euro.

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Insieme alle azioni di rafforzamento patrimoniale, consolidamento delle strategie di derisking e riorganizzazione aziendale Banco Bpm, da gennaio 2018, ha implementato il nuovo modello di rete commerciale basato sulla centralità del cliente e sul rafforzamento della presenza sul territorio,puntando a completare entro la fine dell’anno il riassetto delle attività di Private Banking e Corporate & Investment Banking del Gruppo con l’accentramento delle attività di Private Banking in Banca Aletti e quello delle attività Corporate & Investment Banking in Banca Akros.

Gli obiettivi generali del gruppo Banco Bpm per il 2018 mirano a un recupero di redditività, continuando a sfruttare i vantaggi e gli effetti sinergici derivanti dalla fusione senza perdere però di vista il contenimento dei costi operativi.

MESSINA, THE EXTERNATOR.

andreagiacobino.com 4 aprile 2018

MESSINAMESSINA CARLO

 

“Noi siamo una banca e in quanto tale siamo interessati allo stato dell’economia reale, più che alla politica”. Carlo Messina, romano, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, è stato molto esplicito quando il 23 marzo scorso ha svolto una Lectio Magistralis alla Said Business School dell’Università di Oxford. Di fatto però il banchiere è moltissimo interessato alla politica come dimostra una sua lunga serie di interventi pubblici tutti avvenuti quest’anno, con un’insolita accelerazione.

E’ il 16 gennaio scorso e uscendo dalla riunione del Comitato Esecutivo dell’Abi Messina dice: “Il prossimo governo, a prescindere da quale saranno i partiti che comporranno la maggioranza dopo le elezioni, dovrà necessariamente ridurre il debito e spingere sulla crescita economica”. “Qualunque sia il governo che verrà formato, dovrà affrontare le priorità che sono: ridurre il debito pubblico, accelerare la crescita e ridurre altri fattori di rischio, come sono le sofferenze bancarie, con l’accelerazione dei tempi di recupero. Sono priorità per il Paese che chiunque deve affrontare”.

Il 6 febbraio scorso, presentando il piano industriale di Intesa Sanpaolo, Messina interviene anche in un campo “politico” europeo attaccando la Bce. “L’interesse del regolatore a ridurre i crediti deteriorati è giusto, ma sono completamente in disaccordo con il metodo. La mia impressione è che la posizione della Bce sugli npl sia giusta, perciò noi abbiamo fatto i nostri compiti a casa, ma ora è arrivato il momento di affrontare anche altri problemi delle banche, come per esempio le attività di level 3, pezzi di carta valutati sulla base di modelli, mentre gli npl sono spesso garantiti da collaterale. C’è qualcosa che non funziona su questo fronte a livello europeo. Non si stanno facendo le cose uguali per tutti perché i regolatori sono francesi e tedeschi.

L’1 marzo scorso Messina è intervistato dall’Handelsblatt e dice: “E’ vero che l’Italia deve ridurre il suo debito pubblico, ma al momento non ci sono dubbi sulla sua capacità di sostenere questo debito, visto che la durata media dei titoli di Stato è pari a sette anni. La verità è che molti investitori considerano l’Italia una opportunità di investimento, specie quelli americani, che continuano a comprare le nostre azioni perché vedono Intesa Sanpaolo come rappresentazione del paese, e vogliono beneficiare della ripresa dell’economia italiana”.

Il 5 marzo scorso all’indomani delle elezioni, Messina al Congresso nazionale Fabi torna a interessarsi di politica italiana e dice: “Mi chiedete cosa deve fare il nuovo governo? Innanzi tutto evitare qualsiasi riferimento a un’uscita dall’euro, perché chi lo fa mette il paese a rischio rispetto ai mercati finanziari internazionali. Poi decide la maggioranza, ma non bisogna né citare né avanzare l’ipotesi di un’uscita dalla moneta unica. Inoltre, deve affrontare il nodo del debito pubblico e lavorare per recuperare sul fronte dell’occupazione”.

Poi a Oxford Messina a chi dalla platea inglese gli chiedeva quali sono le possibilità che l’Italia esca dall’euro o dall’Unione Europa, viste le uscite propagandistiche dei due grandi vincitori delle elezioni del 4 marzo, ha risposto: “Nessuna, zero. Sono sorpreso che fuori dall’Italia si possa pensare a questa eventualità. Anche il M5S e la Lega hanno cambiato la loro posizione. Un’uscita dell’Italia dall’Ue ha le stesse possibilità di un addio della Francia e della Germania. Quando si parla di ascesa dei nazionalismi, si deve parlare anche degli errori della amministrazione europea. È chiaro che a livello europeo sono stati commessi degli errori nel modo in cui si è gestita la crescita, la sicurezza e l’immigrazione. Ora, se la risposta di questi movimenti si inquadra in una cornice democratica, bisogna capire quali saranno le soluzioni adottate per affrontare i problemi che li hanno portati alla ribalta: in primis la disoccupazione. Se, dunque, questi movimenti riusciranno a risolvere queste questioni, ci potrebbe essere anche uno sviluppo positivo, ecco. I nazionalismi non sono negativi per definizione, lo sarebbero se si esprimessero contro i valori della comunità”.

Infine il 2 aprile scorso a Milano Messina ha detto, sempre commentando il voto: “Il trend è europeo e si è manifestato anche in Italia. Si sono spostati i pesi verso le forze politiche che hanno interpretato meglio le richieste di crescita più equa e di maggiore sicurezza».

Messina a favore di un governo M5S-Lega, come la scelta editoriale di quel “Corriere della Sera” che Urbano Cairo ha strappato a Mediobanca e rilevato proprio grazie ai massicci finanziamenti di Intesa Sanpaolo? Messina “politico” perché prepara un’alleanza con BlackRock, il più grande gestore del mondo che tanto conta in Italia? Sono solo retroscena di un’altra storia che prima o poi varrà la pena raccontare. Per ora si può solo constatare la distanza siderale di Messina dal siciliano Enrico Cuccia, padre di Mediobanca, per il quale il peccato veniale di un banchiere era fuggire con la cassa, ma quello mortale era di parlare.

Banco Bpm chiude 23 filiali, ecco dove le chiuderà in Sicilia

Michele Guccione lasiciia.it 4 aprile 2018

Banco Bpm chiude 23 filiali, ecco dove le chiuderà in Sicilia

Palermo. «Altro che “ripartiamo dal Sud”, lo slogan scelto dal governo nazionale per stimolare la ripresa economica del Paese. In Sicilia contiamo meno di 30 sportelli bancari ogni centomila abitanti contro i 60 della media nazionale. In pratica, già adesso un comune su tre non ha più la presenza di una banca nel proprio territorio e, come se non bastassero le conseguenze della fusione di Banca Nuova in Intesa Sanpaolo come chiusura di sportelli, in questi giorni riprende l’impoverimento della rete delle filiali bancarie nell’Isola, nell’assoluto silenzio della classe politica regionale e con il tacito assenso del governo nazionale e dei deputati e senatori appena eletti».

È l’amaro sfogo di Pippo Tomaselli, segretario del sindacato dei bancari Fabi, reduce dalla comunicazione formale del Banco Bpm, gruppo nato dalla fusione di Banco popolare e Banca popolare di Milano (nella foto, un’agenzia del vecchio Banco popolare siciliano), ricevuta ieri, della chiusura entro il prossimo 30 giugno di 312 filiali sull’intero territorio nazionale.

 

È un “assaggio” delle 600 soppressioni totali previste dal piano industriale del gruppo bancario entro la fine di quest’anno. Ancora i sindacati non conoscono la sorte riservata al personale addetto. «Le decisioni vengono prese direttamente dall’azienda senza un confronto preventivo con le organizzazioni dei lavoratori», denuncia il sindacalista.

In Sicilia, dove la banca attualmente conta 85 filiali, le chiusure programmate sono al momento 23 entro giugno, di cui 10 in provincia di Catania, 4 in provincia di Palermo, 4 in provincia di Messina, 2 in provincia di Trapani, 2 nel Siracusano e 1 in provincia di Caltanissetta. I dipendenti che vi lavorano attualmente sono circa 70.

In dettaglio, chiuderanno quattro filiali nella città di Catania (Ct1, Ct9, Ct6 e Ct370, cioè viale Africa, Via Etnea “al Borgo”, viale Vincenzo Giuffrida e corso Sicilia. A queste si aggiungeranno Sant’Agata li Battiati, Mascalucia, Trecastagni, S.Maria di Licodia, Aci Castello e Macchia di Giarre. «A Santa Maria di Licodia – osserva Pippo Tomaselli – dopo la chiusura di UniCredit, con quest’altra perdita i residenti non avranno più uno sportello bancario, con tutti i disagi che ciò comporterà per anziani, imprese, famiglie e pubbliche amministrazioni».

L’elenco prosegue con due filiali nella città di Palermo (Pa6 e Pa8), più Cerda e Villagrazia di Carini; poi due chiusure nella città di Messina (Me5 e Me3) più Barcellona Pozzo di Gotto e Letojanni; una agenzia soppressa nella città di Siracusa (non ancora comunicata, probabilmente – pensano i sindacati – potrebbe essere quella di Ortigia), più la filiale di Carlentini; e ancora, l’unica agenzia di Trapani più quella di Salemi e infine, in provincia di Caltanissetta, lo sportello di Santa Caterina Villarmosa.

Banco Bpm ha di recente sottoscritto un accordo con i sindacati per sperimentare un nuovo modello organizzativo e di rete che consenta di ridurre gli effetti dei tagli, ricorrendo anche al “lavoro da casa” e aumentando le misure di welfare. Ma la Cisl in questi giorni ha lamentato un ritardo nell’avvio della sperimentazione.

cdp vuole il 5% di Tim

Cdp scende in campo nella partita per il controllo di Tim. Il Cda ha deliberato di acquistare una partecipazione azionaria «di minoranza» e «di lungo periodo» fino al 5% del capitale. «Tale investimento rientra nella missione istituzionale di Cdp a supporto delle infrastrutture strategiche nazionali e vuole rappresentare un sostegno al percorso di sviluppo e di creazione di valore, avviato dalla società in un settore di primario interesse per il Paese» afferma la Cdp.