ITALIA VS FRANCIA – BENETTON E CALTAGIRONE S’ALLARGANO NELLE ASSICURAZIONI GENERALI, MA MEDIOBANCA (PRIMO AZIONISTA IN MANO A UNICREDIT DI MUSTIER) DICE CHE E’ MEGLIO AXA DEL LEONE – ED AXA E’ FRANCESE, COME L’AD DELLA COMPAGNIA (DONNET) E COME IL SECONDO AZIONISTA DI MEDIOBANCA BOLLORE’ – LA PROFEZIA DI ENRICO CUCCIA: “L’ ITALIA PUÒ PERMETTERSI TUTTO, MA NON DI PERDERE GENERALI”

dagospia.com 9 aprile 2018

 

Edoardo De Biasi per L’Economia-Corriere della Sera

 

GENERALIGENERALI

Lo scontro tra Vivendi e il fondo Elliott per il controllo di Tim ha aperto la strada alla Cdp, un intervento che ancora in tempi non lontani avrebbe provocato dibattiti accesi e dure prese di posizione. Ma da quando gli Usa hanno salvato il loro sistema bancario al costo pubblico di 700 miliardi di dollari, la Gran Bretagna ha statalizzato Royal Bank of Scotland e la Germania è ridiventata padrona di Commerzbank, la globalizzazione non è più un dogma e lo stesso ruolo degli Stati nei settori strategici non è più al bando.

 

philippe donnet gabriele galateri di genola alberto minaliPHILIPPE DONNET GABRIELE GALATERI DI GENOLA ALBERTO MINALI

Su questo terreno la cronaca politico-finanziaria italiana, ben prima del caso Tim, è stata segnata da problemi assai più che da soluzioni. Il caso Ilva, l’ annosa vicenda Alitalia, la cessione di Italo, l’ operazione Stx-Fincantieri sono solo alcuni esempi di questioni che comunemente vengono definite strategiche. E qui arriviamo al caso Generali.

 

enrico cuccia xENRICO CUCCIA X

Il banchiere Enrico Cuccia è stato forse l’ ultimo esponente dell’ establishment italiano a potersi consentire una posizione come la seguente: «L’ Italia può permettersi tutto, ma non di perdere Generali». Quello del fondatore di Mediobanca sembrava nei suoi ultimi anni un punto di vista datato: figlio di un’ Italia superata. Eppure, non sono passati vent’ anni dalla sua morte, che il warning di Cuccia torna d’ attualità. Con asset per oltre 450 miliardi, la compagnia è uno dei rari gioielli dello scacchiere finanziario italiano.

 

francesco gaetano caltagironeFRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE

A questo si aggiungono altri tre fattori che la rendono unica. Il primo è che le Generali sono uno dei pochi grandi gruppi italiani che vanta un forte sviluppo internazionale, essendo presente in Europa ma anche negli altri continenti, Cina inclusa. Il secondo: grazie alla leadership nelle polizze e nell’ asset management, la compagnia presidia una parte consistente del risparmio degli italiani e della sua previdenza. Il terzo è che rappresenta un polmone finanziario fondamentale per la nostra economia, specialmente nel campo delle infrastrutture.

 

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

Solo questi elementi dovrebbero far capire la centralità e l’ importanza del suo controllo. Un anno e mezzo fa, Intesa Sanpaolo cercò di acquisire la compagnia ma tutto naufragò complice qualche errore tattico e una serie di veti e interessi incrociati che bloccarono qualsiasi tentativo. La questione del controllo, però, resta aperta. Come è risaputo il maggiore azionista è Mediobanca che controlla oltre il 13% ma che si è detta pronta a cedere un 3%.

 

MARCO PATUANOMARCO PATUANO

Seguono poi gli azionisti privati. Tra questi sta prendendo corpo una specie di diarchia. Da una parte il gruppo Caltagirone, recentemente salito al 4% ma che, secondo fonti bene informate, arriverà al 6%, dall’ altra Edizione Holding, finanziaria dei Benetton guidata Marco Patuano, che ha raggiunto il 3% ma che potrebbe crescere fino al 5%, a seconda del quadro governativo che si andrà formando.

 

Entrambi i gruppi sono da tempo presenti sul titolo con mano leggera, come si dice in Borsa, rastrellando piccole quote, seguendo il motto tanto caro all’ umanista-editore Aldo Manuzio «festina lente», cioè senza strappi e con la giusta attenzione. In mezzo c’ è la Delfin di Leonardo Del Vecchio (3,1%), imprenditore vicino a Unicredit, e il gruppo De Agostini con l’ 1,7% che però sembra essere venditore. Una serie di movimenti che inevitabilmente sollecitano la fantasia degli operatori.

mediobanca nagelMEDIOBANCA NAGEL

 

Ad esempio, è calato il silenzio attorno al progetto Mediobanca, sponsorizzato e sostenuto da UniCredit: la creazione di una sub holding all’ interno della quale far confluire l’ intera quota detenuta nella compagnia assicurativa. Ovviamente l’ obiettivo di Jean Pierre Mustier, ceo della banca di piazza Gae Aulenti, era – e probabilmente resta – quello di consolidare il controllo della compagnia, aprendo il capitale della newco all’ ingresso di altri investitori istituzionali. Ma del piano subholding ora non si sa più nulla, anche se Mustier continua a mostrare interesse per le Generali.

 

LA SEDE DI MEDIOBANCALA SEDE DI MEDIOBANCA

Altro tema storicamente delicato a Trieste è la governance: tradizionalmente incardinata su un management professionale interno. Un filo rosso spezzato nel 2012, quando il ceo Giovanni Perissinotto è stato sfiduciato e al suo posto è arrivato Mario Greco, che è durato poco più di tre anni per poi andarsene, lasciando spazio all’ attuale amministratore Philippe Donnet. Ma non finisce qui. Il direttore generale e cfo Alberto Minali si è dimesso nel gennaio del 2017. E, come se non bastasse, negli ultimi mesi si era parlato dell’ addio dell’ astro nascente, il direttore finanziario Luigi Lubelli.

 

PERISSINOTTOPERISSINOTTO

Il lavoro di Donnet e del suo braccio destro Frédéric de Courtois sta, comunque, dando risultati. Le Generali hanno archiviato il 2017 con un risultato operativo record e un utile netto di 2,1 miliardi superiore alle stime del mercato. Anche sotto il profilo azionario la filosofia di Donnet è chiara. «Generali deve restare – ama ripetere il ceo – italiana, indipendente e internazionale».

mario grecoMARIO GRECO

 

Ma i rumor parlano ancora di qualche tensione. La critica più frequente è che si persegua una strategia guidata più dalla politica di bilancio che dallo sviluppo. Le Generali, per esempio, hanno un problema di indebitamento che non viene affrontato perché un aumento di capitale potrebbe mutare gli equilibri tra i soci. Negli ultimi quindici anni infatti gli azionisti non hanno mai messo mano al portafoglio e le poche acquisizioni sono state fatte a debito.

 

donnet prima e dopoDONNET PRIMA E DOPO

Certamente questo non è imputabile a Donnet che presenterà il suo nuovo piano a novembre. Come neanche il fatto che negli anni Novanta e nei primi del nuovo secolo Generali hanno preferito puntare sul ramo vita, che garantisce un rendimento minimo al sottoscrittore ma anche un flusso stabile di utili alla compagnia. Una scelta che, quando è scoppiata la crisi economica, si è rivelata una debolezza: da queste polizze, con i tassi zero, Generali hanno ricavato poco e nulla. Ma il paradosso è che la stessa Mediobanca nutre qualche dubbio sulla redditività della compagnia.

 

In uno studio che mette a confronto Generali con la francese Axa, l’ istituto milanese ha individuato tre ragioni per preferire l’ assicurazione transalpina. Il primo è che il rialzo dei tassi potrebbe favorire la compagnia triestina che però è più esposta ai rischi relativi allo spread e al mercato azionario. Dal punto di vista tecnico poi Axa può migliorare il combined ratio mentre è meno probabile che Trieste possa ulteriormente abbassare il suo. Infine, quest’ anno la società francese potrebbe lanciare un buyback da 2 miliardi realizzando una crescita doppia dell’ utile per azione.

donnet mustier bolloreDONNET MUSTIER BOLLORE

 

Insomma, come dire vendete Generali e comprate Axa. A prima vista sembrerebbe un controsenso visto che Mediobanca è il maggior socio della compagnia triestina. Ma una semplice riflessione fa sospendere il giudizio. Prima di tutto va considerata la storica indipendenza di giudizio del centro studi e degli analisti di piazzetta Cuccia. In secondo luogo in finanza è buona regola non stupirsi mai di nulla. Quello che non è chiaro oggi, lo sarà certamente nel prossimo futuro.

MACRON PROSEGUIRà CON LA SUA POLITICA DI SPENDI E SPANDI. ALLA FACCIA DEL COTTARELLO

 scenarieconomici.it 9 arile 2018

 

Cari amici,

la primavera è tempo di esami per i bilanci europei, e non solo per quello italiano. Ci sono coloro che passano per dei piccoli geni, sono amati dai media e dalla sinistra italiana, ne divengono addirittura il modello, ma in realtà hanno paura di fare brutta figua davanti ai professori.

Prendiamo ad esempio Macron. La Francia ha un grosso problema: è uno “Spenditore Cronico”. Mentre l’Italia comunque sono anni che cumula surplus primari e , sulla pelle dei suoi cittadini, deficit contenuti, lo stesso non vale per PArigi, ammalata di “Spendite acuta”.

Curiosamente questi dati sono anche migliori rispetto a quelli del database europeo AMECO.

Questi i dati del deficit complessivo, comparati con quello italiano:

E quello primario, al netto degli interessi, non va per niente meglio….

Il  rapporto debito PIL è in crescita, anche se non eccessiva, però ormai sfioriamo il 100% . La Francia poi ha un debito privato molto forte superiore a quello italiano.

La Francia poi, ricordiamolo, è in deficit di bilacia commerciale da almeno 10 anni…

Anche in questo si differenzia fortemente dall’Italia.

Tutto questo metterà laFrancia sotto torchio alla fine del QE della BCE. Se sparsce quel minimo di crescita che vediamo ora ed aumenteranno i tassi passivi le fmiglie tireranno ancora di più la cinghia e, in caso di tagli del deficit statuale, avremo una contrazione del PIL.

Insomma Macron sarà un genio, ma sotto il suo governo i problemi di bilancio dell’Esagono non sono migliorati per nulla. Anzi è riuscito ad aggiungere a forti tensioni occupazionali e sui conti pubblici anche delle forti tensioni sociali: per tre mesi ci sarà un’alternanza fra tre giorni di lavoro e due di sciopero nelle Ferrovie (SNCF) con un’adesione elevatissima, tanto che ha corso solo in TGV su cinque, mentre  un terzo dei voli Air France è stato cancellato, ed in piazza si impicca il fantoccio di Macron.

Del resto il suo apparentemente enorme successo elettorale alle presidenziali è stato solo apparente perchè , alla fine , ha preso il voto solo del 43% degli iscritti alle liste elettorali al secondo turno, con solo il 66% dei francesi che  andato a votare. Una percentuale che si addice ben poco a gesti da “Uomo forte” quali lui vole essere.

Insomma, mentre la Francia non riesce a ritoccare il suo deficit, anzi rischia di precipitare nel disordine sociale, Cottarella vorrebbe raddoppiare il nostro surplus primario (cioè ridurre le spese ed aumentare le tasse), perchè così piace a lui, ignaro che le previsioni segnano burrasca sociale e di crescita. Certo gli italiani non sono i francesi, sono più pecore da tosare. Magari riuscirà ad ammansirle con qualche superficiale taglio dei vitalizi (ma non della propria lauta pensione percepita prima dei 60 anni…).

GIUSEPPE CASTAGNA – RISPOSTE CONCRETE

Alessio Mannino

Bp con Bpm, Fratta Pasini fa marameo a Verona

La probabile aggregazione del Banco Popolare con l’istituto di Milano dimentica il “territorio”, che invece da tanta retorica é stato strumentalizzato a Vicenza e Montebelluna

 

Non so se ci avete fatto caso, ma a Verona, in questi giorni di trattative all’ultimo sangue per la fusione fra il Banco Popolare e la milanese Bpm, nessuno parla di “banca del territorio”. Alla Banca Popolare di Vicenza, imperante Zonin, era il mantra diffuso che ne giustificò la resistenza da ultimo giapponese a difesa del regime cooperativo, travolto dalla riforma Renzi delle popolari e bacato dal mancato confronto col mercato, con la bolla azionaria che sappiamo, sfociata in una clamorosa inchiesta giudiziaria e nella fine del suo ventennale strapotere. A Veneto Banca, più o meno la stessa storia: Vincenzo Consoli, il manager che guidava una nave di proprietà di un gruppo di imprenditori che gli avevano dato pieni poteri, anche lui si avvolgeva nella bandiera della finanza territoriale, e infatti anche lui è sotto indagine per gli stessi motivi del suo gemello e nemico giurato Zonin. Qualcuno ha scritto: quando sentire nominare la parola “territorio”, state sicuri che ve lo stanno mettendo in quel posto.

Ma un conto é marciarci, sulle frasi fatte e le cortine fumogene, un altro é eccedere in senso opposto, calpestando il valore – non solo economico ma anche simbolico e identitario – che la banca storica di una città ha, in questo caso, per il capoluogo scaligero. Fra i veronesi passa di bocca in bocca l’amara constatazione che, se andrà in porto il matrimonio fra il Banco Popolare e la Bpm, Verona perderà tutta la sua dote: non sarà più una capitale finanziaria autonoma, ma ladèpéndance di Milano. Non più centro, ma periferia. Un’annessione, più che una fusione. Una sconfitta, più che una vittoria a metà. Perché è evidente che, se Verona e Milano si uniscono, il maschio è Milano.

Quindi chi ci guadagna veramente? Di sicuro Carlo Fratta Pasini, che presidente é (del Banco veronese) e presidente sarà (del nuovo gruppo bancario con Bpm). Una presidenza val bene la milanesizzazione dell’istituto, no? Val bene un valore di concambio fissato, diciamo, alla buona: Bpm è molto più piccola del Banco Popolare (un attivo di 49 miliardi contro 123, con 706 sportelli contro 1780), Banco Popolare ha il triplo delle sofferenze di Bpm (11 miliardi contro 4,3), le rispettive capitalizzazioni sono però quasi uguali (4,2 contro 4 miliardi), facciamo pari così che il valore sia identico, e il concambio lo mettiamo a 12 azioni di Piazza Meda per 1 di Piazza Nogara. Val bene il posto di amministratore delegato, che operativamente conta più del presidente, per il milanese Giuseppe Castagna. Val bene accettare, se questo sarà l’esito del tira e molla in corso, un consiglio d’amministrazione con 8 consiglieri dell’una e 8 dell’altra, alla pari, cioé in realtà a vantaggio di Bpm. Val bene parcheggiare l’attuale ad dell’istituto scaligero, Pier Francesco Saviotti, alla presidenza del comitato esecutivo, visto che per ragioni di età e di perduto slancio, il buon Saviotti rappresenterà una figura più ornamentale che altro.

D’altronde, parliamoci chiaro: Bpm è messa molto meglio, come conti e come crediti deteriorati. Dal punto di vista freddo ma sostanziale dei numeri, ha buon diritto a fare la voce grossa. Chi non ne ha a restare lassù, al vertice, sono Saviotti e soprattutto Fratta Pasini, che nonostante lascino un Banco Popolare sofferente (sia pur non sull’orlo del fallimento, come le altre due popolari venete che si quoteranno soltanto ora), non lasciano neanche con le cannonate. Anzi, Fratta Pasini per così raddoppia: diventa capo del board di un nuovo gruppo bancario da 6,5 miliardi e 25 mila dipendenti, che senz’altro non gli frutterà un compenso inferiore ai 567 mila euro che percepisce oggi. Anzi. Che volete che sia, dunque, se Verona e i veronesi ci perderanno. D’altra parte, se il loro sindaco, il quasi-renziano Flavio Tosi, ha pure sponsorizzato l’aggregazione, e se lo scontento non supera la soglia del mugugno e della rabbia repressa, pretendete che il Fratta Pasini pensi al mitico e mitologizzato – ma reale – territorio?

GIUSEPPE CASTAGNA ATTENDIAMO UNA RISPOSTA – Nella nuova super banca del Nord restano in sella i soliti dinosauri della finanza vaticana

 

di Stefano Sansonetti 18 OTTOBRE 2016 lanotiziagiornale.it
 

Capacità di resistere a tutto. Sempre. Nel panorama bancario italiano, in cui longevità e resilienza vengono ascritte soprattutto ai vari Giuseppe Guzzetti e Giovanni Bazoli, spesso non si mette sufficientemente a fuoco la figura di un banchiere che da ben 17 anni è imbullonato alla stessa poltrona. Ed è destinato a restarci almeno fino alla copertura di un ventennio. Si tratta di Carlo Fratta Pasini, sessantenne veronese che si appresta a ricoprire la presidenza di Banco Bpm, ovvero il terzo istituto di credito italiano nato dal matrimonio tra Banco Popolare e Bpm.

LA SEQUENZA
Per lui un vero record, se solo si considera che è il 1999 quando l’avvocato Fratta Pasini si insedia per la prima volta alla presidenza dell’allora Banca Popolare di Verona. Che a seguito dell’incorporazione della Popolare di Novara, qualche tempo dopo, diventa Bpvn, sempre con Fratta Pasini presidente. Passa qualche anno e la Bpvn, dopo la torrida estate dei furbetti del quartierino e non senza un bel po’ di calcoli sbagliati sulla solidità della preda, fagocita la Popolare italiana, sepolta sotto dalle ceneri lasciate da Giampiero Fiorani. In quel momento, siamo nel 2007, nasce il Banco Popolare. E indovinate chi viene individuato come presidente? Sempre lui, Fratta Pasini. Un uomo capace di resistere a tutto quel sottile gioco di riequilibrio che a quel punto va trovato tra Verona, Novara e Lodi. Ma da dove gli viene tutta questa resistenza? Per orientarsi, forse, si può dare un’occhiata alle altre poltrone che ancora oggi riveste. Tra le altre è consigliere di amministrazione dell’Istituto Toniolo e a cascata componente dei Cda dell’Università Cattolica del sacro Cuore e della fondazione Policlinico Gemelli. Ruoli che dimostrano i suoi rapporti-chiave con il Vaticano, con l’Arcivescovo di Milano Angelo Scola e con Comunione e Liberazione.

IL PRECEDENTE
Anni fa, per dire, si era segnalata una convenzione tra l’allora Banca Popolare di Verona, presieduta da Fratta Pasini, e la Compagnia delle opere, il braccio economico di Cl. Per non dire dei buoni rapporti accreditati con l’Opus Dei, secondo alcuni derivati anche dal suo maestro Giorgio Zanotto, ex sindaco democristiano di Verona sempre citatissimo da Fratta Pasini, che non fa mistero di esserne un allievo. Adesso, dopo 17 anni dalla prima poltrona da presidente, è ancora lì. Sopravvissuto un’altra volta al Cencelli bancario tra Verona, Novara, Lodi e Milano.

Twitter: @SSansonetti

GIUSEPPE CASTAGNA – ATTENDIAMO RISPOSTE

Il banchiere popolare detta Legge a mezzo stampa

Dai primi provvedimenti fatti da Berlusconi, la prassi di ottenere norme tagliate su misura si è evoluta. La lobby delle banche popolari segna un nuovo record: una riforma ordinata a mezzo stampa. Ecco a cosa punta Carlo Fratta Pasini, il banchiere che guida il potente gruppo di pressione.

23 Maggio 2011 – 15:30

Il presidente Carlo Fratta PasiniIl presidente Carlo Fratta Pasini
 
 

Dai tempi dei primi progetti pilota avviati da Silvio Berlusconi, la pratica di ordinare leggi e provvedimenti su misura sta diventando un costume condiviso dalla classe dirigente italiana. Ora procede spedita verso un nuovo stadio evolutivo: le leggi commissionate a mezzo stampa. Certo, non è la prima volta che un portavoce di interessi corporativi solleciti sui giornali questo o quell’intervento della politica, sbandierando un qualche interesse nazionale o collettivo.

Però non s’era mai visto, e men che meno di questi tempi, un banchiere che dettasse al Parlamento una serie di interventi ben dettagliati con la pretesa di farli diventare una Legge della Repubblica Italiana. È accaduto ieri tramite un’intervista rilasciata al Sole 24 ore, il più istituzionale dei quotidiani finanziari, dal banchiere Carlo Fratta Pasini.

Veronese, 55 anni, avvocato e proprietario terriero (v. curriculum ufficiale), da oltre dieci anni Fratta Pasini è al vertice della banca popolare locale che oggi si chiama Banco Popolare. Una cooperativa bancaria che nel 2007 quotava in Borsa a 15 euro per azione, mentre adesso ne vale 1,83 (v. grafico a 5 anni). Nonostante un recente aumento di capitale da 2 miliardi, il Banco continua ad avere una scarsa solidità patrimoniale e si trova attualmente sotto l’ennesima ispezione della Banca d’Italia, che fonti dell’istituto dicono però essere “di routine perché le stanno facendo anche in tutte le altre banche”.

Tutto questo non impedisce tuttavia a Fratta Pasini di essere anche il numero uno della “Assopop”, la lobby della banche popolari. In queste società cooperative, nate nella seconda metà dell’Ottocento, ogni socio ha diritto a un solo voto, anche se ha più azioni di altri, mentre percepisce la sua quota di utili in proporzione al numero di azioni che possiede.

In Italia ce ne sono 100, hanno un un milione e 200 mila soci e undici milioni e mezzo di clienti. Questi due numeri – poco più di un cliente su 10 è socio – è la prova evidente del fatto che dell’originario scopo mutualistico (offrire occasioni di impiego ai soci liquidi e opportunità di credito ai soci che hanno bisogno di credito) resti ben poco. L’esatto contrario di quello che afferma il banchiere («Il cliente socio è e resterà il protagonista principale»). 

A nome di queste cento banche, e soprattutto di quelle più grandi e quotate in Borsa, saldamente controllate da oligarchie che si auto-perpetuano per cooptazione, Fratta Pasini manda due messaggi al legislatore italiano. Il primo è che sì, dopo anni in cui è riuscita a bloccare, con una morsa a tenaglia operata tramite deputati e senatori amici, qualsiasi tentativo di riforma avanzata in Parlamento, la lobby delle Popolari ha benevolmente deciso che adesso la riforma si può fare. 

Non una riforma che le Camere avviano magari dopo un’indagine conoscitiva per capire se e in che misura lo status di queste banche ha ancora ragione di esistere, se le più grandi (Banco Popolare, Ubi, Bper, Credito Valtellinese, Bpm) hanno ancora qualcosa a che vedere con la loro natura mutualistica. Neanche per sogno. Anche perché di tentativi di riforme nelle ultime tre legislature ce ne sono stati diversi, tutti falliti.

L’unica riforma che le Popolari vogliono è «un progetto di autoriforma». Il secondo messaggio è dunque che i diretti interessati hanno già scritto la legge che li riguarderà: 1) innalzamento del tetto di possesso azionario (dall’attuale 0,5% all’1%); 2) un tetto più alto (3%) per fondi e, soprattutto, per le fondazioni di origine bancaria; 3) possibilità di vincolare «l’ammissione a socio e il mantenimento di tale qualità non al possesso di un’unica azione bensì di un pacchetto minimo di azioni». Di fronte alle controargomentazioni del giornalista che lo intervista, il banchiere non fa una piega. È sicuro del fatto suo. Non si spaventa nemmeno dell’incremento del numero di deleghe di voto per socio. Come gli altri inamovibili banchieri popolari, sa bene come gestire le assemblee e le carovane di votanti, e conservare il potere, quali che siano i risultati aziendali.

Tanta sicumera fa presto a spiegarsi. Il solo Fratta Pasini gode di una rete di sostegno amplissima. A dispetto dello scandalo Italease, scoppiato sotto la sua presidenza, continua a godere del pieno appoggio della borghesia agraria e industriale della sua città. È legato agli ambienti dell’ Opus Dei ma ha anche rapporti eccellenti con il mondo di Comunione e Liberazione, è amico personale del cardinale Angelo Scola. Per buona misura, il suo Banco Popolare ha siglato una convenzione con la lobby delle imprese di Cl, la Compagnia delle Opere. «Quello che si è creato è un rapporto privilegiato tra la banca, gli imprenditori e i professionisti di Cdo», ha spiegato ha quotidiano cittadino Cristiano Carrus, direttore generale della Banca Popolare di Verona, controllata del Banco. 

Da diversi anni, Fratta Pasini ha stretto saldi legami con la Lega e in particolare con il sindaco di Verona Flavio Tosi che si sta dando da fare per arrivare alla presidenza della Fondazione Cariverona, oggi occupata da Paolo Biasi. È lo stesso ente, azionista importante di Unicredit, che a gennaio è andato in soccorso del Banco, sottoscrivendo l’aumento di capitale entro l’attuale limite di legge (0,5% del capitale). In futuro, se l’«autoriforma» diventerà legge della Repubblica, Cariverona potrà investire ancora di più nell’istituto. «Logiche di territorio», argomentano. Con buona pace della redditività del patrimonio delle fondazioni.

Il banchiere veronese è solo lo snodo apicale della lobby delle banche popolari, che ha gli altri suoi vertici in personaggi come Emilio Zanetti (Ubi Banca), Massimo Ponzellini (Bpm), Giovanni De Censi (Credito Valtellinese), Ettore Caselli (Bper) e molti altri, noti e meno noti. Una rete che è in grado di condizionare le scelte del Parlamento su un sistema che gestisce 481 miliardi di euro di attivi, di cui 378 miliardi di crediti alla clientela, e rappresenta poco meno del 30% dell’intero sistema bancario italiano.

Sbagliatissimo pensare che gli appoggi siano solo nel centrodestra o nelle lobby cattoliche come Cl o l’Opus. L’alleanza che ha portato un primario esponente della Coop estense dentro la Bper assicura anche il “soccorso rosso” della Legacoop. Nel Partito democratico deputati e senatori fanno a gara a prestare ascolto alle indicazioni che arrivano da Giuseppe De Lucia Lumeno, coordinatore della lobby popolare, veronese anche lui. A gennaio, in occasione del Milleproroghe, l’emendamento per alzare al 5% la presenza delle fondazioni bancarie nelle Popolari, una “leggina” che andava incontro alle necessità della banca di Fratta Pasini, è stato presentato da deputati del Pd.

La lobby è dunque trasversale e, stando a chi ne conosce i gangli, «ha una capacità di influenza che farebbe impallidire quella della vecchia Federconsorzi». Include Pdl, Pd e Lega. La lista degli amici è lunga: fra gli altri, Maria Ida Geremontani (Fli), Cinzia Bonfrisco (Pdl), Gianni Dal Moro (Pd), Marco Stradiotto (Pd) Francesco Sanna (Pd), i leghisti non si contano, a partire da Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio della Camera. Se, come ha scritto Il Sole, le indicazioni di Fratta Pasini saranno «lo schema di riferimento dell’imminente proposta parlamentare bipartisan di riforma legislativa», in calce alla proposta faranno bella mostra di sé, come medaglie al valore, le firme dei terminali parlamentari della lobby.

Due mesi fa, persino un manager del calibro di Enrico Bondi – che qualche credito può vantarlo visto che ha salvato Parmalat dal crac e ha fatto scucire risarcimenti per oltre 2 miliardi alle banche italiane ed estere – ha dovuto inchinarsi, almeno nelle formalità, alla politica. Chiedere udienza a Gianni Letta, prendere l’aereo, planare su Roma, essere ricevuto dal sottosegretario di Palazzo Chigi. E infine ottenere due norme ad aziendamfunzionali a perseguire i suo obiettivi manageriali sulla Parmalat.

Gli oligarchi delle banche popolari invece no, non devono fare tutta questa fatica: loro non chiedono in udienza, semmai la concedono. Da ieri, il procedimento per ottenere una legge su misura è diventato più snello ed efficiente: basta un’intervista. I deputati si regolino. Dal visto, si stampi al “pubblicato, si legiferi”. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it

GIUSEPPE CASTAGNA – ATTENDIAMO SEMPRE LE TUE RISPOSTE

Giuseppe Castagna continua a non rispondere  e noi continuiamo a richiedere risposte pubblicando articoli importanti poi passeremmo ai fatti:

Popolare di Verona, vertici a giudizio

Una filiale della banca popolare di Verona.  FOTO ARCHIVIO

 
Una filiale della banca popolare di Verona. FOTO ARCHIVIO

Matteo Bernardini

Rinviati a giudizio per usura aggravata. I vertici della Banca popolare di Verona dovranno presentarsi in aula, davanti al Collegio di Vicenza, il prossimo 10 marzo. Imputati di avere applicato nel conto corrente della Edilparise srl (azienda con sede ad Arzignano) «tassi effettivi globali eccedenti quelli di soglia-usura» sono Carlo Fratta Pasini, presidente della Banca popolare di Verona; Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato e Maurizio Faroni, direttore generale dell’istituto di credito. Con loro anche il funzionario Adelino Zanderigo e Massimiliano Avanzi, direttore della filiale di Arzignano della banca scaligera. Il rinvio a giudizio è stato disposto, ieri mattina, dal giudice per l’udienza preliminare, Stefano Furlani. Che ha invece prosciolto i cinque imputati, tutti difesi dall’avvocato Vincenzo Todesco, dai reati di estorsione aggravata, omessi controllo e vigilanza, nonché di truffa aggravata. La posizione di un altro indagato, Cristiano Roviaro, era stata in precedenza stralciata e poi archiviata. L’inchiesta, scattata da un esposto della ditta, è coordinata dal sostituto procuratore Paolo Pecori.

L’ACCUSA. «Applicando le condizioni contrattuali del conto tra la società Edilparise e la Banca popolare di Verona, il tasso effettivo applicato è risultato sforare il tasso soglia anti usura». A dirlo, al termine dell’incidente probatorio del 23 settembre dello scorso anno, è stato il perito del tribunale, Andrea Peruffo. Una relazione che ieri è stata al centro dell’udienza preliminare e in cui il perito, per stabilire la coerenza degli interessi pretesi dalla banca con il contenuto degli accordi contrattuali, fa riferimento anche alla legittimità giuridica dell’applicazione dell’anatocismo per accertare se è stato superato il tasso soglia. I tassi “irregolari”, stando alla procura, sarebbero stati applicati alla Edilparise srl nel primo trimestre 2006, negli ultimi due trimestri del 2009, e ancora in tutti i trimestri dal primo gennaio 2010 al 30 settembre 2012. E questo con le aggravanti, riporta il capo d’imputazione, «di avere commesso il fatto, nell’esercizio della loro attività bancaria, ai danni di persone che stavano svolgendo attività imprenditoriale e di avere provocato alla ditta un danno patrimoniale di rilevante gravità abusando del rapporto di prestazione d’opera esistente, appunto, con l’azienda». Tra l’altro, a seguito dell’analisi del perito, il giudice Massimo Morandini, in sede civile, a fine settembre 2014, aveva ordinato alla Banca popolare di Verona di rimuovere dalla Centrale rischi della Banca d’Italia la Edilparise, assistita dall’avvocato Renato Bertelle, perché anziché essere a debito di 144 mila euro vantava un credito di 10 mila euro.

GLI AVVOCATI. Uscendo dall’aula del palazzo di Giustizia , dove si è svolta l’udienza, l’avvocato Renato Bertelle, che assiste Nadia e Flavio Parise, ovvero i legali rappresentanti della Edilparise costituitisi parte civile chiedendo 1,6 milioni di euro di danni alla banca è visibilmente soddisfatto: «Essere arrivati fin qui per noi è molto importante. Possiamo affermare che ci sono elementi tali per ritenere la nostra perizia fondata. Ora il dibattimento». Attesa che accomuna, seppur con animo opposto, anche l’avvocato che assiste il Banco: «Staremo a vedere cosa accadrà nel processo – osserva Vincenzo Todesco – non riusciamo a capire cosa possa c’entrare il presidente di una banca con dei contratti cosiddetti promiscui già disciplinati da Bankitalia». In serata dai vertici dell’istituto è giunta una nota: «Ribadiamo il corretto operato dell’istituto convinti che nel corso del giudizio si riuscirà a dimostrare l’infondatezza dell’accusa anche in merito al reato di usura, dovuta ad un errore metodologico in cui è incorso il perito del Giudice».

 ilgiornaledivicenza- 3 11 2015
 

Intesa Sanpaolo, la campagna d’Europa di Carlo Messina non è senza rischi

By Adriano Bonafede

http://www.huffingtonpost.it/ 9 aprile 2018

 
 

Carlo Messina vuol passare alla storia. Sì, perché se all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo riuscirà l’espansione all’estero – unica lacuna di una carriera finora inappuntabile – saremo in presenza di un’impresa memorabile. Ma questa, va detto, sarà per lui la sfida più difficile, e non è affatto scontato che la strategia riesca, nonostante l’indubbia potenza della prima banca italiana. Fino a questo momento, il grande passo dell’espansione all’estero è riuscito soltanto ad Alessandro Profumo quando nei primi anni del secolo era ad di Unicredit: una mossa, tuttavia, pagata a caro prezzo perché messa in crisi dalla grande tempesta finanziaria che ha mostrato la fragilità di questo gigante: aveva fatto il passo più lungo della gamba ritrovandosi con la necessità di mettere in atto una serie di aumenti di capitale, di cui l’ultimo, risolutivo, da 13 miliardi, è passato alla storia per essere stato il più grande in Europa.

 

Messina, invece, ha azzeccato tutte le mosse negli anni della crisi, anticipando i competitor con un aumento di capitale da 5 miliardi nel 2011, quando nessuno si era ancora reso conto di quanto sarebbe stata profonda, lunga e distruttiva – soprattutto per l’Italia – la tempesta che ha toccato il mondo intero tra il 2008 e il 2013. Come una formichina, l’ad di Intesa ha costruito, giorno dopo giorno, un impero finanziario multiforme in cui il credito non è più il centro del suo sistema solare, ma uno dei tanti pianeti.

 

Prima delle crisi, le banche italiane vivevano soprattutto della differenza fra tassi attivi (il prezzo che gli istituti praticano a imprese e famiglie) e tassi passivi (il costo del denaro). In epoche ordinarie, la forbice fra tassi attivi e passivi è molto elevata e quindi consente alla banca di lucrare la differenza. A un certo punto della crisi i tassi sono crollati, tanto che siamo entrati (e ancora in parte ci siamo) in un’era di tassi negativi, ovvero per le scadenze più brevi lo Stato rimborsa a chi compra i suoi titoli obbligazionari (Btp) meno di quanto versato. Quest’ultima sembra un’incongruenza, ma questa lunga stagione di tassi “sottozero” ha invece aiutato la ripresa economica europea e in particolare quella italiana, incoraggiando le imprese a indebitarsi per fare investimenti, e questo era il risultato che la Banca centrale europea si era ripromesso di raggiungere.

 

Tornando a Intesa, a questo venir meno di un’importante fonte di guadagni l’amministratore delegato ha risposto sviluppando altri pilastri: così ha accelerato la creazione e la vendita di prodotti assicurativi e del risparmio gestito attraverso le sue filiali ma anche attraverso due reti di distribuzione: Fideuram, composta da consulenti finanziari e private bankers, e Sanpaolo Invest, composta da consulenti focalizzati sulla clientela mass market. Ma Intesa ha anche fatto crescere le due fabbriche prodotto che aveva già: Eurizon per i fondi d’investimento e Intesa Vita per le polizze. Quest’ultima è ormai davanti a Poste Vita e a Generali.

 

Con queste mosse, Messina ha occupato gli spazi di un gestore del risparmio da una parte e di una compagnia di assicurazione dall’altra. Così Intesa guadagna adesso due volte dalla vendita dei prodotti finanziari: prende una fee(commissione) per il prodotto e una per la vendita e la gestione. La fonte dei ricavi è così cambiata: da banca, che come tutte quelle italiane viveva soprattutto dal cosiddetto “margine d’interesse” – è passata a banca che vive soprattutto (oltre il 50 per cento) da commissioni. E per il futuro i ricavi da commissione cresceranno ancora perché Intesa è anche impegnata a far crescere il comparto assicurativo “danni”, dove oggi è quattordicesima: l’aspirazione è di salire fino al quarto-quinto posto nei rami danni “non Rc auto” entro la fine del presente piano industriale nel 2021. Significativo il fatto che Intesa non voglia competere nel ramo Rc auto, dove si fanno grandi volumi (rappresenta il 50 per cento di tutti i danni in Italia) ma dove i rischi sono grandi e dove occorre una struttura di gestione liquidazione dei sinistri troppo complicata per un istituto di credito, privo di un partner assicurativo. Inoltre, i rami danni non Rc auto sono quelli che secondo vari esperti cresceranno di più nei prossimi anni e dove l’Italia è molto indietro.

A conclusione di questo percorso, oggi Intesa è un gigante in Italia: è prima per impieghi e depositi, prima nella raccolta di polizze vita, prima nel risparmio gestito, prima nella gestione dei fondi pensione e nel factoring. Tutti segmenti che producono alte commissioni e che continueranno a crescere nei prossimi anni: al 2021, secondo il piano industriale, Intesa avrà 2 miliardi di maggiori commissioni rispetto al 2017, arrivando a un totale di 10 miliardi. Mentre l’utile netto, nello stesso arco di tempo, dovrebbe passare da 3,8 a 6 miliardi di euro.

Ma questa grande crescita interna, è ovvio, non basta più a Carlo Messina: Intesa è già la più grande banca italiana e uno dei più grandi istituti in Europa (ma solo per il fatto che è fortissima nel nostro paese), ma quel che le manca è una forte proiezione all’estero. In realtà Intesa presidia già alcuni paesi dell’Europa dell’Est, sebbene, a differenza di Unicredit, non in posizione di leadership: Croazia, Bosnia, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Albania, Serbia, Moldavia, Ucraina, Romania e Repubblica Ceca, oltre all’Egitto. La divisione di Intesa che si occupa dell’Europa dell’est si chiama International subsidiary Banks (Isb) ed è guidata da Ignacio Jaquotot. Messina conta molto sullo sviluppo della rete commerciale (e dei ricavi) nell’Europa orientale, dove i tassi di penetrazione bancaria sono molto più bassi che nell’Europa occidentale e quindi promettono bene per il futuro.

L’Europa dell’Est, tuttavia, non può accontentare l’ambizioso amministratore delegato. Il suo obiettivo è crescere laddove si conta, cioè nei paesi occidentali da una parte, e in Cina, il più grande mercato del mondo, almeno potenzialmente. Nel far East la strategia è stata in parte annunciata ma in parte deve ancora essere implementata.

È ormai chiaro, tuttavia, che Messina non pensa, per crescere in Europa e nel mondo, che gli serva una grande acquisizione bancaria. Forse perché non è questo il punto di forza di Intesa rispetto ai grandi competitor internazionali. I veri punti di forza sono l’asset management, ovvero la fabbrica prodotto di fondi d’investimento, la compagnia vita e la reti di distribuzione di questi strumenti finanziari, dove già l’istituto eccelle.

In una recente intervista al Financial Times, Messina ha detto che la banca “è pronta a vendere anche una quota di minoranza del risparmio gestito”. Il modello dovrebbe essere quello di Amundi, la società nata dall’apporto dell’asset management di Crédit Agricole e Société Générale in cui però a comandare è il Crédit Agricole. Quindi una nuova società dove Intesa apporterebbe Eurizon ma dove dovrebbe continuare a comandare.

Qui però cominciano i dubbi di molti osservatori: chi sarebbe disposto, fra i grandi o medi player, a cedere (di fatto, perché non ne controllerebbe più la gestione) la sua struttura di asset management a Intesa? Sarà interessante vedere cosa accadrà. Secondo alcuni esperti, Intesa dovrà precisare meglio la sua strategia perché adesso non si capisce quale possa essere la moneta di scambio per un’operazione del genere. Forse l’accesso alla struttura distributiva di Intesa, ovvero gli sportelli bancari e le reti di promotori e private banker? Non c’è dubbio su fatto che tali reti possano essere appetibili anche ai grandi player internazionali ma ciò potrebbe valere soltanto se l’accesso fosse in esclusiva, ovvero se si potessero vendere soltanto i prodotti di questa nuova ipotizzata joint venture. Il punto, però, è che ormai i clienti sono abituati ad avere accesso a una pluralità di fondi di diverse case internazionali (la cosiddetta “architettura aperta”) e non sembra immaginabile che si possa tornare indietro.

Sembra invece assai più logico che un forte gruppo internazionale dell’asset management sia sì interessato a diventare partner di Intesa nel risparmio gestito, ma garantendosi esso stesso la maggioranza del capitale nella joint venture. E in questo caso Messina sarebbe disposto a rinunciare a comandare?

L’altro fronte su cui si muove l’ad, alla ricerca di un imprimatur internazionale, è quello delle reti di vendita dei prodotti finanziari. Oggi Intesa Sanpaolo, pur avendo una sua forza, non è un marchio riconosciuto tra i risparmiatori europei e forse il nome italiano non aiuta. Per questo occorrerà seguire con attenzione l’acquisizione della rete di private banker Morval, da poco conclusa in Svizzera. Secondo alcuni, la marcia di Intesa verso l’Europa partirà anche da qui.

 

MONTE DEI PASCHI DI SIENA/ Mps, in Borsa chiude sotto quota 2,85 euro (oggi, 9 aprile)

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa chiude sotto quota 2,85 euro ad azione. In arrivo decreto sul fondo di ristoro. Ultime notizie live di oggi 9 aprile 2018

AGG. 09 APRILE 2018,  LORENZO TORRISI il sussidiario.net

Monte dei Paschi, LapresseMonte dei Paschi, Lapresse

IN BORSA CHIUDE SOTTO QUOTA 2,85 EURO

Mps chiude la giornata in Borsa con un calo del 3,4%, scendendo così sotto i 2,85 euro ad azione. Secondo quanto scrive Il Corriere della Sera, nei prossimi giorni dovrebbe essere emanato il decreto ministeriale per rendere operativo il “fondo di ristoro” per i risparmiatori coinvolti nelle crisi bancarie, creato con la Legge di bilancio 2018 e dotato di 100 milioni di euro. Gli istituti coinvolti sono Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara e verranno risarciti i risparmiatori vittime di “danno ingiusto per violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza”, previsti dal testo unico dell’intermediazione finanziaria. La dotazione non sembra essere sufficiente a far fronte a tutte le richieste di risarcimento e dunque al nuovo Governo spetterà il compito di decidere se implementare nuove risorse con la prossima manovra.

LE PAROLE DI PETRIGNANI

Mps in Borsa cede il 2,5%, scendendo sotto la soglia dei 2,9 euro ad azione. Paolo Petrignani, fondatore di Quaestio Sgr insieme ad Alessandro Penati, è stato intervistato da L’Economia, inserto settimanale del Corriere della Sera e ha spiegato che con Atlante sono state rilevate 85 mila linee di credito da Montepaschi, “con esposizioni comprese tra i 100 mila e i 60 milioni di euro. Tramite i servicers stiamo esaminando e gestendo le pratiche una a una. Il 50 per cento delle posizioni sono garantite e 50% sono prestiti chirografari, quindi non assistiti da garanzia reale di primo grado”. Petrignani ha anche ricordato che  con Italian Recovery Fund, nuovo nome del Fondo Atlante, “siamo intervenuti acquisendo gli Npl di otto banche per circa 31 miliardi: Mps, Cr Cesena, Cr Rimini, Cr San Miniato e le quattro good banks ex Etruria, Marche, Cr Ferrara e Cr Chieti. In tutti i casi l’acquisto degli Npl ha permesso la ricapitalizzazione o la vendita delle banche in gravi difficoltà patrimoniale”.

LA STRATEGIA PER I CREDITI UTP

Recentemente si erano diffuse voci circa la volontà da parte di Mps di cominciare a mettere in vendita, con singole operazioni, i crediti unlikely to pay, cioè quelli che ancora non sono in sofferenza, ma hanno probabilità di diventarlo. Dunque è interessante leggere quelle che sono le dichiarazioni di Fabrizio Leandri, Direzione Chief Lending Officer – Chief Officer Mps, rilasciate a creditvillage.news. Leandri segnala anzitutto che per via delle grosse cessioni di Npl avvenute in Italia negli ultimi mesi, di cui tra l’altro Montepaschi stesso è stato protagonista, “le banche hanno imparato che è indispensabile essere molto più proattive nelle fasi precedenti, attivando una serie di meccanismi prima che un credito arrivi in sofferenza”. È dunque da qui che nasce la maggior attenzione per i crediti Utp, che “sono più rischiosi, ma possono generare alti rendimenti”.

Dal suo punto di vista, le banche devono cercare di avere un approccio diverso da quello usato con gli Npl. Il che “in parole povere vuol dire: se prima il medico generico dava la stessa medicina a tutti in attesa di vederne l’effetto, adesso bisogna approcciare i pazienti con medicine diverse, capendo qual è il problema. Anche perché tra gli Utp ci sono alcuni cluster che hanno difficoltà importanti e sono più vicini alle sofferenze e altri che sono invece più vicini al ritorno in bonis”. Leandri evidenzia quindi che “i potenziali rendimenti elevati degli Utp suscitano l’interesse dei fondi stranieri che, se nel caso delle sofferenze erano interessati più all’immobile ipotecato, in questo caso potrebbero essere interessati a metterci nuova finanza per salvare l’azienda o il debitore di turno”.

Veneto Banca: via libera per cessione Bim a Attestor

lospiffero.com 9 aprile 2018 

Sono state ottenute le autorizzazioni regolamentari richieste a valle dell’accordo per la cessione della partecipazione di controllo di Bim detenuta da Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa al fondo di private equity Attestor Capital. Via libera quindi al contratto nei termini comunicati il 24 ottobre, innanzitutto, con l’acquisto da parte di Trinity (società di diritto irlandese gestita da Attestor) di non meno di 107.483.080 azioni Bim pari al 68,807% del capitale sociale, ad un prezzo iniziale di 0,22411 euro per azione, per complessivi 24 milioni, oltre ad un prezzo eventuale e differito (earn-out). La stima è che l’esecuzione del contratto avvenga entro il 23 aprile. Successivamente al perfezionamento della cessione Trinity sarà tenuta a lanciare un’offerta pubblica di acquisto totalitaria obbligatoria sulle azioni Bim al medesimo prezzo corrisposto alla Lca. Il piano industriale di Bim sulla base del quale Trinity ha ottenuto le autorizzazioni prevede “una complessa riorganizzazione di Bim” e una significativa “manovra di de-risking delle attività di Bim tramite il deconsolidamento dell’intero portafoglio di attività deteriorate”, oltre ad un’operazione di rafforzamento patrimoniale di Bim nel 2018 per 121 milioni. Infine, in vista dell’assemblea del 26 aprile la nota precisa che la Lca “non presenterà richiesta di convocare una diversa e ulteriore assemblea per la nomina dell’intero cda”. 

La campagna d’Italia dei manager francesi

di Stefano Righi corriere.it 9 aprile 2018

In dieci anni Parigi ha comperato 214 imprese, investendo 32 miliardi di euro: dalle banche all’energia, al lusso. Ma transalpini sono anche i vertici di società tricolori: Mustier (Unicredit), Donnet (Generali). E poi ci sono Bernier a Parmalat, Benayoun a Edison e…

 

La campagna d’Italia, come idea espansionistica, piace ai francesi dai tempi di Bonaparte. Oggi, che la supremazia di un paese si gioca soprattutto sul campo dei commerci e della finanza, è lo shopping d’imprese a far la differenza. E l’Italia, molto spesso, batte in ritirata.

Secondo un’indagine realizzata da Kpmg corporate finance in esclusiva per L’Economia del Corriere della Sera, negli ultimi dieci anni (2008-2017) le acquisizioni francesi in Italia sono state 214, mediamente più di venti all’anno, per un controvalore complessivo di 32 miliardi di euro.

 

La tendenza, in verità si era già ampiamente manifestata negli anni precedenti: è dalla fine degli anni Novanta che, soprattutto nel settore della moda, le mani francesi si sono allungate sulle aziende italiane, da Fendi a Emilio Pucci, da Gucci a Bottega Veneta, fino alle scarpe di Sergio Rossi, poi ritornate a essere «italiane» sotto l’ombrello di Andrea Bonomi.

Tendenze

Peraltro, proprio negli anni precedenti il 2008, la Bnl-Banca Nazionale del Lavoro, già braccio operativo del ministero del Tesoro, passava sotto le insegne di Bnp-Paribas, che ne conserva ancora la totalità delle azioni e l’ha oggi integrata pienamente nel proprio network globale. Una transazione da quasi 9 miliardi di euro. In quel periodo, era il 2007, il Crédit Agricole, dopo essere intervenuto a sostegno del capitale di Banca Intesa negli anni precedenti, a seguito della fusione tra Intesa e Sanpaolo, ha orientato il proprio interesse su Cariparma, Friuladria e 202 sportelli bancari ex Intesa Sanpaolo valorizzati 6 miliardi di euro. A questi, negli anni successivi, il Crédit Agricole, guidato in Italia da Giampiero Maioli (che controlla anche Amundi/Pioneer e Indosuez/Banca Leonardo), ha affiancato altri 96 sportelli ex Intesa, le attività della Cassa di Risparmio di La Spezia e una quota rilevante di Agos nel business del credito al consumo. Solo nel 2017 Maioli ha completato (per ora) il tour, acquisendo la Cassa di Risparmio di Cesena, la Cassa di Risparmio di Rimini e la Cassa di Risparmio di San Miniato. Ovvio che oggi Crédit Agricole si dica concentrato sull’integrazione di queste acquisizioni recenti nel gruppo e non interessato ad entrare nel capitale di Carige o del Credito Valtellinese. Ma i radar sono accesi e il tempo gioca a favore di chi ha maggiore resistenza e forza di fuoco.

I dati di Kpmg parlano chiaro. Il settore di maggiore interesse agli occhi francesi è quello delle aziende consumer markets: i beni e servizi destinati ai consumatori finali hanno attirato il 34 per cento del totale delle operazioni: 73 transazioni per un controvalore di 14,7 miliardi di euro.

Nel fashion dopo le acquisizioni già ricordate da parte del gruppo Lvmh e dell’altro colosso del settore Kering (già Ppr), hanno preso cittadinanza francese – sono un po’ come i territori d’Oltremare – anche le lane di Loro Piana e i gioielli di Bulgari e di Pomellato.

Nel food & beverage l’interesse francese si è concentrato sugli zuccherifici Eridania (ceduti da Maccaferri a Cristal Union), sui vini della Tenuta Greppo (produttrice di Brunello di Montalcino, che la famiglia Biondi Santi ha ceduto alla finanziaria Epi della famiglia Descours) e soprattutto sul gruppo Parmalat, che dopo il crac è stato rilevato e rilanciato da Lactalis.

Grande interesse c’è stato anche nella finanza. Dopo Bnl e le acquisizioni del Crédit Agricole, il settore ha visto, nel 2011, due operazioni nel comparto assicurativo: la cessione (81%) di Bipiemme Vita dalla Popolare di Milano ai francesi di Covéa e l’acquisizione del 51% di Bnl Vita da parte di Cardif, del gruppo BnpParibas. Il botto si è sentito lo scorso anno, quando stressato da una crisi che ha richiesto iniezioni di capitale per 20 miliardi di euro, Unicredit ha ceduto ai francesi di Amundi, in cambio di 3,5 miliardi cash, il proprio polo del risparmio gestito, Pioneer. Passando al settore Media & Telecom, il grande protagonista è il gruppo Vivendi, che ha raggiunto il controllo del 24,68 per cento del capitale di Telecom Italia-Tim e il 28,8 per cento di Mediaset. Nelle utilities invece in primo piano è Edf, Electricité de France, che nel 2012 si è portato a casa, in cambio di 1,7 miliardi di euro, la milanese Edison, un pezzo di storia industriale italiana, che i francesi hanno affiancato con Edipower (Udine), Comat e Frendy Energy (in quest’ultimo caso con opa residuale a gennaio 2018), per un ulteriore esborso di una decina di milioni. A Roma, invece, Suez ha portato la propria partecipazione in Acea dal 12,4 al 23 per cento, acquistando dal gruppo Caltagirone e Direct energie ha acquisto da Enel per 36,5 milioni Marcinelle energie.

Questa panoramica, per alcuni versi preoccupante, dischiude però due nuove prospettive. La prima, di difficile percezione se ci ostiniamo a stare all’ombra di un campanile, è che in tutta evidenza – lo toccheranno con mano le generazioni più giovani – si sta creando un mercato interno europeo che travalica i vecchi confini nazionali. La seconda è che le proprietà francesi, che spesso mandano propri manager a tutelare il proprio investimento, hanno compreso le potenzialità del Made in Italy meglio di molti manager italiani. Lo ha detto pubblicamente Marc Benayoun, amministratore delegato di Edison, quando venerdì 16 marzo, ha ribadito l’italianità della società che dal 2012 è in mano francese. Un gruppo nato a Milano 134 anni fa per volontà di Giuseppe Colombo, ma che già nell’atto costitutivo aveva come maggiore singolo azionista una società francese, la parigina Compagnie Continentale Edison, braccio operativo in Europa dell’inventore americano. Edison non è un caso singolo.

Nouvelle vague

In Parmalat da settembre 2017 Lactalis ha mandato Jean-Marc Bernier, che recentemente ha rilanciato il tema della crescita: «Se ci saranno opportunità le valuteremo, per rafforzarci anche sui mercati locali. La nostra ambizione è crescere nel lungo termine. Guardiamo a possibilità di creare sinergie e di raggiungere clienti in nuove aree geografiche», sempre nell’ottica di «cercare operazioni vantaggiose per il gruppo». Una linea simile a quella di Jean-Christophe Babin, ceo di Bulgari, che – ha detto a L’Economia – porterà sul fronte delle vendite online entro settembre. Che siano manager più bravi (o sostenuti) degli italiani? D’altro canto il sistema francese ha posto due suoi uomini a capo della più grande banca italiana – Jean Pierre Mustier in Unicredit – e della maggiore compagnia assicurativa italiana – Philippe Donnet in Generali -. Un fenomeno sconosciuto oltralpe.

«I francesi – dice Giuseppe Latorre, partner di Kpmg e responsabile corporate finance – sono interessati soprattutto a brand che hanno un potenziale di proiezione sui mercati internazionali. Per quanto riguarda lo stile di management – sottolinea Latorre – il loro approccio è sempre molto “cartesiano”, figlio della tradizione dell’Ena. Questa loro capacità di analisi razionale del contesto, in un tessuto come quello italiano spesso destrutturato, rappresenta un elemento d’ordine che crea valore aggiunto per molte realtà del Made in Italy. Peraltro rispetto ad altre culture, come quella anglosassone o tedesca, che spesso tendono a marcare la distanza, i francesi invece riescono ad avere una maggiore prossimità culturale con noi, un elemento che rende tutto più facile». La campagna continua.

Il fondo Elliott sale e sfiora il 9% di Telecom

S.N. finanzareport.it 9 marzo 2018

Lo comunica lo stesso hedge fund nel giorno in cui si riunisce il Cda della compagnia. In una presentazione nuovo attacco a Vivendi

 
 

Il fondo Elliott è salito a circa il 9% di Telecom Italia, rafforzando così la presa sul gruppo delle tlc in vista dell’assemblea del 24 aprile, in cui l’hedge mira a sostituire 6 consiglieri espressione di Vivendi con una propria lista. 

A darne notizia è lo stesso fondo guidato da Paul Singer, spiegando in una nota che la posizione è stata costruita con l’ausilio di Jp Morgan.

In base a una comunicazione alla Sec americana, la nuova posizione in Tim equivarrebbe all’8,8%. 

Elliott ha inoltre pubblicato una nuova presentazione della propria strategia per Telecom, in cui torna ad attaccare la gestione di Vivendi (con i francesi oggi al 24% circa della compagnia)ma sostiene di appoggiare comunque l’attuale amministratore delegato Amos Genish. Tra i punti messi in luce Elliott ribadisce che “un consiglio composto da amministratori veramente indipendenti sia il modo più efficiente ed efficace per migliorare la governance e le prestazioni di Tim”. 

Tutto ciò mentre si riunisce oggi il board di Tim per esaminare la richiesta del collegio sindacale di integrare l’ordine del giorno dell’assemblea del 24 aprile con la revoca di 6 consiglieri e la nomina di nuovi. Il Cda per disinnescare la mina potrebbe dare mandato al presidente pro-tempore Franco Bernabè affinché dichiari inammissibile in assemblea il voto sulla revoca, poiché in contrasto con lo statuto di Tim che prevede il voto di lista (programmato in un’altra assemblea il 4 maggio dopo le dimissioni “strategiche” annunciate dai consiglieri di Vivendi).

Oggi stesso scade il termine per presentare qualunque altra richiesta di integrazione, oltre che per presentare le liste per il cda in vista dell’assise del 4 maggio.

Ma gli occhi sono puntati soprattutto sulle mosse della Cdp, che dopo la decisione di rilevare una quota fino al 5% di Telecom , potrebbe essere costretta ad accelerare per avere voce in capitolo già all’assemblea del 24 aprile (la scadenza coincide con la record date fissata per 13 aprile). 

In questo quadro in Borsa il titolo Telecom si conferma debole e alle ore 14,38 segna -1,2% a 0,843 euro contro il +0,23% del ftse Mib. 

POTERI MARCI IN MOVIMENTO – LE MOSSE DI GUZZETTI E BAZOLI RIEMPIONO IL VUOTO DEL GOVERNO. DALLA SPINTA A CASSA DEPOSITI PER ENTRARE DENTRO TIM ALLA RINUNCIA (DI FACCIATA) DI INTESA AI SOLDI DEL TESORO PER LE BANCHE VENETE – DOPO 12 ANNI TORNA A GALLA LO “SCHEMA ROVATI” DI SCORPORO DELLA RETE TELECOM

dagospia.com 9 aprile 2018

 

Claudio Antonelli per la Verità

 

BAZOLI GUZZETTIBAZOLI GUZZETTI

Giuseppe Guzzetti, il numero uno delle fondazioni bancarie, ha 83 anni. Non serve conoscerlo di persona per sapere che è sempre sul pezzo, basta osservare l’ iperattivismo che da sempre lo contraddistingue e l’ accelerazione che nell’ ultimo mese ha impresso ai dossier caldi. Quando c’ è un vuoto di potere, d’ altronde, qualcuno deve prendere decisioni. A Palazzo Chigi un esecutivo c’ è, ma non ha un futuro davanti a sé e si limita ad assecondare i progetti della finanza bianca.

 

RETE TIMRETE TIM

Non si capisce chi governerà fra un mese. Non si sa se servirà una nuova tornata elettorale. Soprattutto, i referenti di questa rete finanziaria sanno di dover chiudere alcune partite prima che arrivi il 2019. Ad esempio, l’ anno prossimo Giuseppe Guzzetti dovrà lasciare il timone dell’ Acri. Nel frattempo si dovranno sistemare le ultime pendenze bancarie prima che Mario Draghi lasci il posto in Bce a un probabile candidato tedesco. E poi nei prossimi mesi andrà a maturazione la grande partita che riguarda Generali e Mediobanca.

paolo gentiloni (1)PAOLO GENTILONI (1)

 

Da un lato la squadra italiana, dall’ altro quella francese dovranno una volta per tutte risolvere la questione degli scranni e spostare l’ ago della bilancia da una parte del campo di battaglia. Lo si comprende dai movimenti italiani in salita nella compagine del Leone. I Benetton arrivano al 3%. Il gruppo Caltagirone mette la bandierina al 4%. Così Leonardo Del Vecchio, mentre De Agostini si piazza ll’ 1,7%. Prima delle assicurazioni e dei salotti, rimaneva aperta la questione delle telecomunicazioni e la scalata di Vivendi a Tim.

claudio costamagna di cdpCLAUDIO COSTAMAGNA DI CDP

 

Grazie all’ impasse politico e alla necessità di Silvio Berlusconi di trovare nuovi alleati, i vertici della Cdp non hanno potuto fare altro che appoggiare il vecchio piano Rovati. Ovvero, lo scorporo della rete finalizzato a creare una nuova media company. I puzzle sono andati incastrandosi e a distanza di 12 anni (quando il consigliere di Romano Prodi presentò il piano) il quadro ha finalmente potuto trovare un completamento. D’ altronde Claudio Costamagna lavora per rimanere in sella a Cdp , consapevole che il progetto di nazionalizzazione delle rete telefonica piace molto anche ai grillini. E nel caso i 5 stelle si posizionassero a Palazzo Chigi, il manager ex renziano sarà in grado di far valere le scelte intraprese.

 

rovati prodi hsGetImageROVATI PRODI HSGETIMAGE

A gestire la partita sono però le fondazioni bancarie e sebbene a distanza anche il presidente emerito di Intesa, Giovanni Bazoli partecipa allo schema finanziario. Era necessario consolidare il comparto media e tlc. Poi si passerà alle assicurazioni. Intanto se Vincent Bolloré dovesse uscire di scena è difficile immaginare che avvenga con spargimenti di sangue. Soprattutto se al momento di passare il testimone scoprisse che il titolo è arrivato a valere quasi un euro. La valorizzazione delle azioni compenserebbe lo smacco. Come in un panorama di scontri più simili alla guerra fredda, è anche logico immaginare che pure il governo uscente debba ricevere un regalino. Così si spiega la mossa di banca Intesa che venerdì sera ha annunciato di voler rinunciare ai 9,3 miliardi di garanzie di Stato sulle obbligazioni delle banche venete.

berlusconi bollore vivendi mediasetBERLUSCONI BOLLORE VIVENDI MEDIASET

 

L’ assist per il Tesoro arriva a due giorni esatti dalla doccia fredda di Eurostat secondo cui la maxi liquidazione dei due istituti, decisa dal governo Gentiloni lo scorso giugno per evitarne il fallimento, pesa su debito pubblico e pure sul deficit, tanto da poter prevedere un possibile rialzo delle stime più che positive arrivate dall’ Istat all’ inizio di marzo.

 

BANCHE VENETEBANCHE VENETE

L’ anno scorso lo Stato ha sborsato 4,8 miliardi sotto forma di iniezione vera e propria di liquidità e ha concesso 12,4 miliardi di ipotetiche garanzie per permettere ad Intesa di salvare il salvabile e di prelevare gli asset ancora «buoni» delle due banche.

 

carlo messina giovanni bazoliCARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

La sberla dell’ Eurostat assestata al Mef vale un errore di contabilizzazione pari allo 0,3% del Pil. Se si aggiunge anche l’ esborso per Mps, si arriva a 6,3 miliardi di euro. Intesa ha già risolto la partita dei bond veneti a gennaio, l’ annuncio a freddo della rinuncia della garanzia statale è chiaramente marketing. Oltre che un favore a chi, fra pochi giorni, si troverà a stilare il documento di finanza in vista della prossima manovra. Un problema in meno con l’ Europa e un sassolino in meno nell’ ingranaggio delle consultazioni al Colle.

Riflessioni sull’efficacia verso i terzi del contratto di cessione previsto dal Decreto “Salva Banche Venete”

Erika Cacciatore dirittobancario.it 

 
Estremi per la citazione:

E. Cacciatore, Riflessioni sull’efficacia verso i terzi del contratto di cessione previsto dal Decreto “Salva Banche Venete”, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 26, 2018

 
 
ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

I. La creatività del Governo, costretto dall’Unione Europea ad intervenire sulla crisi delle due Banche Venete, si è spiegata con una manovra inedita, un intervento legislativo ibridodestinato a sollecitare ben più di un interrogativo sulle direttrici che paiono oggi orientare le scelte di gestione della res publica, laddove la stessa risulti aggredita anche nella sua fiducia nel risparmio[1].

La struttura del Decreto Legge 99/2017 (cd. «Decreto Salva Banche Venete»), convertito poi con Legge n.121/2017, pur nella sua scarna impalcatura, palesa infatti e da un angolo visuale sistemico un disegno architettonico di impatto incidente anche sui pilastri – per il vero già precari – delle più recenti politiche di intervento sugli istituti di credito in crisi [2], assumendo la volontà privata[3] a paradigma normativo, ovvero imponendo una efficacia erga omnes all’accordo tra i due istituti di credito in liquidazione coatta amministrativa, da un lato; ed altro Istituto di Credito, dall’altro[4].

Con atto di imperio la norma[5] ha infatti preteso che il perimetro della cessione bancaria venisse tracciato da un accordo (di natura privata) che i commissari liquidatori venivano ad acta chiamati a concludere con un (individuando[6]) cessionario. Testualmente, il Decreto Legge trasferiva al (redigendo[7]) contratto la delimitazione delle esatte passività ed attività da cedersi, pur tassativamente escludendo dal trasferimento le passività elencate nel primo comma dell’art.3 e rinviava alla pubblicazione della notizia di cessione sul sito della Banca d’Italia il momento determinante la sua efficacia verso i terzi.

Detta cessione, in effetti e a quanto consta[8], veniva poi confermata mediante scrittura privata sottoscritta l’indomani dell’entrata in vigore del Decreto Legge del 25 giugno 2017, ovvero durante le prime ore del mattino del giorno 26 giugno 2017; così, nei fatti, consentendo la prosecuzione dell’attività ordinaria dei due istituti di credito posti in liquidazione in capo all’Istituto di Credito cessionario, medio tempore individuato in Intesa Sanpaolo S.p.a., senza soluzione di continuità.

La scelta di risolvere la crisi bancaria al prisma delle ragioni privat(istich)e del cessionario, (legittimamente, sia ben inteso) mosse da un fine lucrativo, ha immediatamente attratto la più attenta dottrina, la quale ha già ravvisato nella operazione di intervento sui due Istituti di Credito ben più di un elemento distonico rispetto allo scheletro costituzionale[9].

Si è, infatti, osservato che il sacrificio imposto alla categoria di creditori identificati nella lettera b) dell’art. 3 del Decreto Legge, ovvero i titolari di azioni o obbligazioni subordinate acquistate dai medesimi Istituti di Credito, le cui pretese risarcitorie sono state escluse dalla cessione, si palesi ingiustificato a fronte di un’esegesi costituzionalmente orientata, non conformandosi detta esclusione al principio di uguaglianza sostanziale[10].

Si è, poi, rifiutata l’interpretazione della lettera c) del medesimo articolo, il quale precisamente esclude dal perimetro aziendale trasferito le passività derivati da controversie sorte dopo la cessione ma per atti o fatti antecedenti, quale sanatoria in favore del cessionario di tutte le anomalie suscettibili di intaccare la pienezza delle posizioni o dei rapporti ceduti. La libertà ed il fine del privato non potrebbero, invero, sconfinare in una lesione al diritto alla giustizia del creditore ceduto; né la scelta di individuare, quale elemento discretivo per ammettere la legittimazione passiva del cessionario, il mero elemento temporale – ovvero la data di instaurazione della controversia volta all’accertamento di un motivo di invalidità del rapporto ceduto – pare convincente, se attagliato entro i contenimenti costituzionali dell’autonomia privata[11].

Ad ogni modo v’è da annotare che, nel contesto riportato, le riflessioni non si sono concentrate criticamente sulla tutela delle ragioni di profitto del cessionario; né, d’altra parte, potrebbe fondatamente ammettersi una loro stigmatizzazione[12]. Del resto, la soluzione positiva rispetto al contemperamento tra il fine di lucro di un acquirente ed il rispetto – lato sensu – della collettività era già stata positivamente risolta dal legislatore, il quale aveva introitato e già armonizzato il conflitto scandendolo a mezzo della disciplina speciale di cessione d’azienda bancaria di cui al Testo Unico Bancario – peraltro derogata dal Decreto Legge 99/2017 in misura pressoché integrale. Ugualmente, è lo stesso architrave codististico a strutturare la disciplina della cessione d’azienda assumendo come perno la protezione degli interessi economici dell’acquirente, attraverso il contenimento della sua libertà negoziale e della sua responsabilità entro il perimetro delle scritture contabili tracciato dall’art. 2560 c.c.[13].

La stonatura del Decreto Legge rispetto all’armonia costituzionale pare, invece ed allo stato, insistere soprattutto sulla contrapposizione tra il profitto dell’acquirente da un lato e, dall’altro, non già un’inesigibile sua “ragionevolezza” o “parità di trattamento” indistinta ed aprioristica rispetto alle posizioni cedute, bensì e più pregnantemente la tutela degli inviolabili principi costituzionali di uguaglianza e di giustizia sostanziali[14].

Se è vero, infatti, che il privato ben è legittimato a perseguire il proprio profitto, altrettanto non pare possa affermarsi laddove il medesimo fine venga raggiunto attraverso la compromissione, imposta normativamente, dei diritti del terzo ceduto[15].

Non vuole, tuttavia, essere questa la sede per riflettere sulla armonia del Decreto Legge rispetto all’impianto costituzionale in cui andrebbe inserito onde vagliarne l’eufonia; né per valutarne l’impatto in sede processuale[16].

Tali premesse, tuttavia, risultavano necessarie, anche al fine di meglio osservare taluni nodi critici del contratto di cessione così come previsto dal richiamato art.3 del D.L. 99/2017, i quali e ben prima destano – quanto meno a chi scrive – importanti perplessità.

S’intende, cioè, spostare l’angolo visuale dal contenuto al contenitore, da intendersi letteralmente quale veste indossata dalla cessione intervenuta tra i Commissari Liquidatori ed Intesa Sanpaolo per palesarsi ai terzi, assumendo un punto d’osservazione certamente più miope, ma che parimenti disvela interrogativi non immediatamente solubili.

Del resto, se la costrizione ermeneutica cui si è sottoposti è quella di sussumere un accordo (con un contraente) privato a rango di norma primaria, e di postularne la volontà quale fonte maieutica di effetti e vincoli giuridici efficaci erga omnes, è impellente anche l’esigenza di doverne immediatamente apprenderne la sua esatta consistenza.

II. Si, vorrà, dunque, prescindere dal contribuire ad ulteriori riflessioni sugli elementi più propriamente sostanziali della manovra di cessione in commento; limitando l’osservazione alla sua forma. Pare, infatti, ed assumendo un angolo visuale ben pragmatico, che il contatto di cessione concluso ex Decreto Legge 99/17 presenti dismorfie, come dire, “visive”, prima ancora che sostanziali.

Come già evidenziato, il secondo comma dell’art. 3 del Decreto Legge 99/2017 individuava nella data di pubblicazione della notizia di cessione sul sito della Banca d’Italia il dies a quo per determinare l’efficacia della cessione medesima verso i terzi; così, in testualmente deroga all’art. 58 del Testo Unico Bancario (il quale come noto traccia un meccanismo di pubblicità della notizia di cessione che esalta l’esigenza di conferire puntuale determinatezza e trasparente pubblicità ai vincoli giuridici mutati per effetto del trasferimento, al punto da imporre la pubblicazione della relativa notizia in Gazzetta Ufficiale); nonché – e l’annotazione pare importante, per le ragioni che ulteriormente si avrà modo di svolgere infra – agli artt. 2556 e primo comma, 2559 c.c..

Ai sensi dell’art. 3, secondo comma, del Decreto Legge 99/2017, il sito internet di Bankitalia l’indomani effettivamente ospitava una notizia di cessione, dando cioè atto che in data 26 giugno 2017 vi sarebbe stato il trasferimento di talune [17] attività e passività dalle due Banche Venete in liquidazione coatta amministrativa ad Intesa Sanpaolo S.p.a..

Il tenore testuale della notizia, tuttavia, impone di rimarcarne la struttura circolare e tautologica rispetto al sotteso art. 3 del Decreto Legge n.99/2017.

Infatti, così come la disposizione normativa non delimita l’esatta area di cessione, ma ne rimanda la più puntuale definizione al redigendo accordo privato (di cessione); così la stessa notizia (di cessione) si limita fumosamente a riferirsi alla conclusione di un accordo che prevede il trasferimento di una serie di attività e passività, senza migliori e più dettagliate precisazioni, rinviando a propria volta alla correlata norma di legge l’esclusione delle passività già oggetto della critica dottrinaria sopra riportata.

La formula ellittica utilizzata in norma viene pedissequamente riportata in notizia, così che l’una non completa l’altra, bensì ne costituisce ridondante duplicazione.

Insomma ed in buona sostanza, l’accordo privato di cessione risulta talmente privato da essere stato notiziato, ai sensi e per gli effetti dell’art. 3 Decreto Legge 99/2017, solamente per estratto.

Eppure, l’intreccio tra l’efficacia erga omnes del Decreto Legge che anticipa la conclusione del contratto, “normativizzandone” aprioristicamente i contenuti, ed il contratto medesimo già “normativo” tra le parti contraenti ex art. 1372 c.c., confonde e sovrappone i piani[18] a tal punto da indurre a distrattamente ammettere che la mera informazione circa la conclusione di un accordo, ancorché riservato nei suoi contenuti integrali, sia sufficiente a soddisfare la prescrizione normativa di notiziare i terzi.

La cessione sembra, in tal modo, indossare i connotati di elemento dogmatico[19] e la laconica notizia di cessione pare assorbire, in punto di efficacia verso i terzi, l’obliato requisito della necessaria determinazione del perimetro trasferito, che rimane viceversa, come dire, caliginoso.

Pare, allora, e primariamente, urgente comprendere se possano essere opponibili ai terzi, ed anzi, possano acquistare sinanco forza di legge – così argomentando ex lege, ovvero ex art. 3 L.121/2017, laddove è la stessa fattispecie normativa a richiamare la fonte contrattuale, contenendo la responsabilità del cessionario entro il perimetro tracciato dal contratto di cessione[20] -, accordi privati il cui esatto contorno non sia stato notiziato nella loro interezza, bensì ed unicamente a mezzo di una sintesi, come detto ellittica e non consistente.

A tale quesito sembra doversi contrapporre un immanente ed inderogabile obbligo di esatta perimetrazione del trasferimento ed una sua correlata delimitazione puntuale anche in punto di informazione[21], giacché la sua opponibilità ai terzi postula ex lege la loro accettazione o la loro conoscenza; e v’è da ricordare che, per le fattispecie di cessione d’azienda non vale alcuna presunzione legale di conoscenza, bensì la prova si impone.

A confortare la tesi qui spiegata soccorrono anche i criteri giurisprudenziali[22] tracciati in punto di esatta pubblicazione delle notizie di cessione bancaria, laddove hanno escluso la legittimazione passiva del cessionario che non avesse fornito la prova positiva della cessione, ancor più in particolare annotando che la notizia di cessione dovesse contenere tutti gli elementi utili ad individuare i rapporti oggetto della cessione senza incertezze[23], ovvero esattamente delimitati sul piano temporale e sul piano delle caratteristiche[24].

Del resto, non v’è ragione di ritenere che l’art. 3 del D.L.99/2017 abbia inteso abdicare al rispetto di detti requisiti, e dunque tradire l’inderogata esigenza di certezza e di trasparenza dei rapporti giuridici, per il sol fatto di aver adattato gli obblighi pubblicitari prescritti dagli artt. 58 T.U.B. (per le cessioni d’azienda bancaria[25]) – e 2556 c.c. (per le cessioni d’azienda di diritto comune), attraverso la mera sostituzione (per la cessione speciale in commento) del luogo di pubblicazione della notizia di cessione, ovvero e rispettivamente, dalla Gazzetta Ufficiale e dalla iscrizione nel Registro delle Imprese al sito internet di Banca d’Italia. La differente scelta circa le modalità di dare pubblicità alla cessione non pare, infatti, implicare anche un’ingiustificata rinuncia alla compiuta e sostanziale conoscenza dell’esatto contorno di una cessione d’azienda, sia essa bancaria, civilistica, o speciale, quale quella di cui al Decreto Legge in commento[26].

Se, al contrario, si volesse attribuire all’obbligo di rendere “pubblicità della notizia di cessione” una accezione di prescrizione meramente formalistica[27], tale da ritenere satisfattivo anche un comunicato dai contenuti pleonastici rispetto al già vago art.3 del Decreto Legge 99/2017, che li anticipa “a specchio”, si dovrebbe consequenzialmente aderire ad una ipotesi di imposizione normativa di un accordo privato, ontologicamente legittimato ex lege a far stato non solo tra le parti contraenti, ma e bensì erga omnes, ed ex se, a prescindere cioè dal suo contenuto, non pubblicato, né previamente vagliato, né e tanto meno puntualmente precisato – come si avrà modo di osservare infra – nel suo contenuto, e di cui altro non è dato sapere.

Eppure, se le premesse del ragionamento sopra abbozzato sono corrette, e se dunque è vero che le disposizioni contrattuali sono state assunte, ex Lege n.121/2017, a rango esse stesse di legge, le relative disposizioni negoziali avrebbero a fortiori meritato compiuta pubblicazione quanto meno nel sito indicato dalla Legge medesima[28].

Dal presente punto prospettico, resta perciò quanto mai seducente la tesi di voler ritenere che l’’obbligo di dare compiuta notizia di cessione avrebbe concorso – ma non l’ha fatto – a cristallizzare la fattispecie progressiva articolata dall’art. 3 del Decreto Legge, e quindi a rendere opponibili ai terzi l’atto di cessione ed i suoi contenuti; ad oggi, viceversa, ostinatamente ed inopinatamente privati.

III. Del resto, la natura privatistica del contratto di cessione risulta oltremodo stressata dallo stesso tenore letterale delle condizioni riversate nell’ accordo del 26 giugno 2017, nei termini così come iscritti nel Registro delle Imprese: non solo, infatti e come detto, il fine di lucro di parte cessionaria ne costituisce espressamente il pilastro, immediatamente conficcato tra le premesse dell’architettura negoziale[29], ma viene sinanco enfatizzata la natura riservata e confidenziale[30] delle sottese intese; così rendendo quanto meno singolarel’espansione normativa che il D.L.99/17 sembra, viceversa, volervi imprimere, e presentando in tal modo un profilo talmente privato da nuovamente urtare l’eco erga omnes dei suoi effetti, imposti dal Legislatore.

La sovrapposizione di piani normativi e di vincoli contrattuali privati accentua ulteriormente la sua complessità ove, poi, si consideri la natura dichiaratamente ricognitiva delle pattuizioni concluse con Intesa Sanpaolo, nei termini della scrittura privata iscritta nel Registro delle Imprese[31].

L’interpretazione lessicale dell’accordo, laddove testualmente specifica che le intese raggiunte in precedenza tra le medesime parti non sono affatto modificate dal contratto (così come iscritto nel Registro, e dunque nella sua veste testualmente ricognitiva), sottrae dall’impegno di dover aderire ad una esegesi differente della volontà dei contraenti, i quali hanno inequivocabilmente voluto rafforzare la validità di precedenti accordi, rinnovandone tra loro la cogenza[32].

Si appalesa, così, una dismorfia che abbaglia: i contraenti – ovvero, Intesa Sanpaolo S.p.a. ed i Commissari Liquidatori delle due Banche Venete – non solo danno atto, ma rinnovano la vincolatività di pregresse intese, tramite l’atto ricognitivo assunto assiomaticamente quale contratto di cessione.

Pur mantenendo saldo un angolo prospettivo miope – e perciò non spingendo la riflessione anche ad più attento esame diacronico della contrattazione tra i contraenti- , paiono, a questo punto, stagliarsi idealmente due distinti binari: nell’uno, i contraenti hanno tra loro raggiunto un accordo costitutivo, avente tra loro forza di legge ex art. 1372 c.c., rimasto non notiziato. Parallelamente, e perciò nell’altro binario, la collettività pare supinamente vincolata ex lege ad un altro contratto, ricognitivo del primo; detto secondo contratto, testualmente non nova a precedenti intese tra le parti contraenti private originarie; eppure e contestualmente, configura una realtà giuridica “novativa” e “normativizzante” per i terzi.

Lo sforzo di dover rinvenire una disciplina unitaria alle due (o più?) realtà giuridiche così createsi pare, tuttavia, manovra ermeneutica di ostica applicazione, poiché costringe a postulare come certa la conclusione di un accordo costitutivo presupposto di quello ricognitivo, che lo richiama e lo conferma, senza che ad oggi si abbia a conoscerne l’oggetto.

Postulare, allora, quale certo, anzi, quale legge, un contratto di cessione d’azienda (o di rami d’azienda? O di singole attività e passività?) concluso per le vie private, dei due Istituti di Credito Veneti in liquidazione coatta amministrativa, oltre a poter presentare attriti in punto di ragionevolezza nella sua abdicazione alla normativa speciale di cui al Testo Unico Bancario derogata, si scontra già e prima ancora, con l’indeterminatezza del suo oggetto, che si fa evanescente.

Eppure, non pare ingenua l’esigenza di (cercare, e quindi) trovare certezza nella notizia di un fenomeno giuridico di portata collettiva ed impattante anche sulla tutela costituzionale del risparmio quale la cessione in commento.

IV. Va detto che le qui condivise perplessità non rimangono confinate nell’alveo della teoresi ma potrebbero impattare anche in sede processuale: la legittimazione, invero, segue la titolarità del rapporto sostanziale oggetto di lite e l’imprecisa definizione del medesimo potrebbe obnubilare anche la corretta instaurazione del contraddittorio[33]; oltre a costringere (o meno) ad assumere il contratto di cessione iscritto nel Registro delle Imprese come certo.

Dalle riflessioni circa l’efficacia verso i terzi del contratto in parola, infatti, non possono che dipanarsi distinte soluzioni, anche di strategia processuale; dovendosi cioè ed anzitutto comprendere se le disposizioni private raggiunte in sede contrattuale e pubblicate in forma sintetica in Banca d’Italia siano opponibili.

A tale quesito, si è già supra proposta una risposta negativa, ritenendo che la notizia di cessione debba essere pubblicata in termini chiari, univoci, completi e determinati e non già per mera sintesi, come viceversa ad oggi risulta edita nel sito di Banca d’Italia; e che, pertanto, il relativo accordo di cessione non possa essere opposto al terzo per difetto di conoscenza – così argomentando, come visto, ai sensi di una lettura del secondo comma dell’art. 3 del Decreto Legge in commento sorretto dai principi comuni in tema di pubblicità delle cessioni.

In secondo luogo, andrà vagliato l’effetto dell’iscrizione nel Registro delle Imprese della scrittura privata del 26 giugno 2017, come detto effettivamente avvenuta; al fine di comprendere se detto incombente possa aver surrogato la pubblicazione della notizia per le vie integrali nel sito internet specificamente indicato dall’art. 3 del Decreto Legge medesimo.

A dirimere il dubbio, tuttavia, forse basterebbe richiamare l’espressa deroga agli artt. 2556 e 2559, primo comma c.c. così come rimarcata dall’art.3 del Decreto Legge, per precludere definitivamente all’iscrizione l’effetto di opponibilità ai terzi della scrittura privata medesima.

Per inciso, verrebbe pure da aggiungere che anche un’osservazione più ficcante della scrittura privata sembra palesare ulteriori e di spiccato rilievo elementi di indeterminatezza, tali cioè da rendere ancor più incrinata l’esigenza di certezza del diritto che si va qui ricercando.

Ed invero, lo stesso tenore negoziale – così come risulta visionabile nel Registro delle Imprese – pare presentare opacità tali da rendere ulteriormente surrettizio il perimetro di cessione. Secondo le disposizioni contrattuali, infatti, taluni rapporti potrebbero essere retrocessi[34], ovvero a seguito di una due diligence di indefinita durata[35]; altri, sinanco a prescindere da una due diligence stessa, ma discrezionalmente, ovvero a seguito di una successiva riclassificazione di parte cessionaria del sotteso credito[36]; altri ancora, subiscono sorti distinte sulla base di distinzioni soggettive, non tipizzate[37] e perciò quanto mai labili. L’inversione logica, poi, prende ulteriore vigore laddove si consideri che nel testo negoziale in commento viene prevista la sottoscrizione tra le parti di ulteriori e successivi accordi, in esecuzione del contratto (ricognitivo), da considerarsi tutti quali un unicum inscindibile, sì che la invalidità anche di un solo tra tali accordi (ignoti ai terzi), travolgerebbe la validità dell’intero impianto contrattuale[38].

La pretesa di ritenere sufficiente, ai fini di legge (e perciò nonostante la sua cogenza erga omnes), una frettolosa[39] e fumosa notizia di cessione nel sito internet di Banca d’Italia, si specchia dunque nell’altrettanta indeterminatezza che sembra permeare la scrittura privata la cui lettura è stata offerta ai terzi tramite la Camera di Commercio.

Si annoti, insomma, che l’esatto perimetro del trasferimento non è stato tracciato con Legge; non è stato notiziato integralmente ai terzi; né pare esser stato puntualmente delineato tra le parti contraenti medesime.

L’aberratio di detta indeterminatezza non pare affatto trascurabile: l’evanescenza del contorno di cessione invero, disturba l’esigenza di certezza del diritto al punto da doversi dubitare della sua stessa validità, per assenza di requisiti univoci e prestabiliti utili a soppesarne l’oggetto, così ed ancora incrinando l’impianto costituzionale che impone tassativamente alla norma (ancorché di fonte contrattuale) di atteggiarsi a prescrizione determinata; oltre a presentare i qui rimarcati profili di inopponibilità ai terzi per mancato rispetto dei vincoli di forma – e non già di sterile formalismo – dettati dall’art. 3 del D.L.99/2017 di cui già si è detto.

Spogliarsi di un rigorismo garantista e perciò costringersi ad attenuare la vincolatività dell’impalcatura delle fonti del diritto, aderendo ad unafictio iuris – che poi tanto fictio non è – che dilata la portata di una scrittura privata ricognitiva e confidenziale sino ad assumerla a norma primaria, non pare, in definitiva, e comunque, sufficiente a rispondere all’esigenza, quanto meno, di delineare con inequivocità i rapporti; i quali rapporti vorrebbero, per la loro stessa esistenza, prima ancora che per la loro validità, una disciplina normativa e contrattuale che li regolamenti con puntuale determinazione e tipizzazione, anche temporale, oltre che contenutistica.

Vi è che, così dubitata la efficacia e la validità del contratto di cessione (ricognitivo), e per ragioni di forma e di sostanza, resta però orfana di Grundnorm la cessione (o le cessioni) de facto avvenuta tra le due Banche Venete ed Intesa Sanpaolo.

L’inversione logica, così, permane, ed altrettanto l’insoddisfazione, parendo che la cessione avvenuta tra le due Banche Venete ed Intesa Sanpaolo presenti offuscamenti tali da offrire altri gravi pungoli di dubbio. Vi è, anzi, che la mancata pubblicazione del contratto di cessione, e la sua consustanziale indeterminatezza, paiono assommarsi ai vacillamenti dei principi costituzionali richiamati in premesse e contribuiscono anch’essi ad una lettura dell’intervento normativo destinata ad ennesime colorazioni interpretative e forse ad un suo più incisivo ripensamento.


[1] In data 23 giugno 2017 la Banca Centrale Europea ha dichiarato Veneto Banca S.p.a. e Banca Popolare di Vicenza S.p.a. in condizioni di dissesto; in pari data il Comitato Unico di Risoluzione, chiamato a valutare se vi fossero tutti i requisiti per una risoluzione secondo la disciplina europea per i salvataggi bancari (direttiva 2014/59/UE, cd. BRRD), è giunta ad escluderli, non sussistendo in particolare il requisito dell’interesse pubblico. Di conseguenza, aderendo alle regole della UE, lo Stato italiano è stato chiamato ad applicare le procedure di insolvenza per le crisi bancarie previste nel nostro ordinamento. Il Governo ha perciò ritenuto necessario applicare la normativa del Testo Unico Bancario che prevede l’avvio della procedura di liquidazione coatta amministrativa e contestualmente adottare misure di aiuto pubblico volte a sostenere una gestione ordinata delle crisi delle due banche, nel contesto di una speciale procedura d’insolvenza; in data 24 giugno 2017 l’Italia ha notificato alla Commissione Europea il piano di aiuti per facilitare la liquidazione delle due Banche, approvato dalla Commissione il successivo 25 giugno 2017. L’intervento si è quindi tradotto nella messa in liquidazione delle due banche, nella cessione delle due aziende bancarie di talune attività e passività, nei termini di cui al relativo contratto di cessione – concludendo al momento dell’entrata in vigore del Decreto Legge n.99 del 25 giugno 2017 ed attuativo del disegno d’intervento sin d’ora descritto, nella cessione alla SGA S.p.a. dei crediti deteriorati, non ceduti e non retrocessi; nella previsione di agevolazioni fiscali a favore del soggetto cessionario (tratto dalle «Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca popolare di Vicenza S.p.a. e di Veneto Banca, D.L. 99/A.C. 4565, Documentazione per l’esame di Progetti di Legge, Senato Della Repubblica»; ma vedasi anche «Informazioni sulle soluzioni della crisi di Veneto Banca S.p.a. e Banca Popolare di Vicenza S.p.A. », Memoria per la VI Commissione Finanze della Camera dei Deputati – documento depositato presso Banca d’Italia). Sulla manovra, come strutturata, utili gli apporti di L.ERZEGOVESI, «Il Decreto di Salvataggio delle banche venete: una via d’uscita dal labirinto della BRRD», Editoriali di Diritto Bancario, Giugno 2017; A. PEZZUTO, «La liquidazione delle banche venete», in Approfondimenti, Diritto Bancario, Luglio 2017.

[2] Sull’intervento sulle “quattro banche centrali” si segnalano i preziosi apporti di P. FIORIO,«La responsabilità delle good banks per la vendita delle azioni e delle obbligazioni risolte e le procedure di indennizzo a carico del fondo di solidarietà»Scritto per il Convegno «Salvataggio bancario e tutela del risparmio», inRiv. dir. banc., dirittobancario.it, 4, 2016; di S. BONFATTI, «La responsabilità degli “enti ponte” (e delle banche incorporanti) per le pretese risarcitorie nei confronti delle “quattro banche” (vantate dagli azionisti “risolti”, e non solo)», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 27, 2017; di R. LENER, «Bail-in ampio bancario e depositi bancari fra procedura concorsuali e regole di collocamento degli strumenti finanziari», in Banca Borsa Titoli di Credito, fasc. 3,2016, pag. 287.

[3] Sulla base del primo comma dell’ art.3 del D.L. 99/2017, infatti, «I commissari liquidatori, in conformità con quanto previsto dal decreto adottato ai sensi dell’articolo 2, comma 1, provvedono a cedere ad un soggetto, individuato ai sensi del comma 3, l’azienda, suoi singoli rami, nonché beni, diritti e rapporti giuridici individuabili in blocco, ovvero attività e passività, anche parziali o per una quota di ciascuna di esse, di uno dei soggetti in liquidazione o di entrambi. Alla cessione non si applica quanto previsto ai sensi degli articoli 58, commi 1, 2, 4, 5, 6 e 7, salvo per quanto espressamente richiamato nel presente decreto, e 90, comma 2, del Testo unico bancario. Restano in ogni caso esclusi dalla cessione anche in deroga all’articolo 2741 del codice civile: a) le passività indicate all’articolo 52, comma 1, lettera a), punti i), ii), iii) e iv), del decreto legislativo 16 novembre 2015, n. 180; b) i debiti delle Banche nei confronti dei propri azionisti e obbligazionisti subordinati derivanti dalle operazioni di commercializzazione di azioni o obbligazioni subordinate delle Banche o dalle violazioni della normativa sulla prestazione dei servizi di investimento riferite alle medesime azioni o obbligazioni subordinate, ivi compresi i debiti in detti ambiti verso i soggetti destinatari di offerte di transazione presentate dalle banche stesse; c) le controversie relative ad atti o fatti occorsi prima della cessione, sorte successivamente ad essa, e le relative passività».

Viene perciò demandato ai Commissari Liquidatori, di procedere alla cessione di cui all’art. 3“in conformità all’offerta vincolante formulata dal cessionario individuati ai sensi dell’art.3 comma 3. Con l’offerta il cessionario assume gli impegni ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato, identificati nell’offerta stessa”.Come puntualmente evidenziato da B. INZITARI, nel corso del Convegno organizzato da Fallimenti e Società -Osservatorio di Diritto Fallimentare e Societario presso la Fondazione CUOA di Altavilla Vicentina (VI) del 20 ottobre 2017, i Commissari Liquidatori sono stati, in tal senso, investiti quali commissari ad acta, poiché incaricati ex lege di procedere alla conclusione del contratto di cessione, secondo “l’offerta vincolante” già presentata in sede di trattative da un soggetto terzo, non menzionato tuttavia nel decreto legge, ma che verrà individuato poi, ovvero il giorno successivo, in Intesa Sanpaolo, sottoscrittore del contratto di cessione di data 26.06.2017.

[4] Così disponendo, la Legge imprime vincolatività e cogenza erga omnes ad un accordo tra privati, rectius, tra un “Legislatore Contraente” e la parte privata, concessionaria.

La paternità dell’intuizione è di D. MAFFEIS,«Banche Venete e Legislatore Contraente: il contratto ha forza di legge, ma non è una metafora», 21 luglio 2017, inedito. L’Autore, ancora più in particolare, acutamente osserva: “occorre dunque valutare se resti vero, a proposito del decreto legge sulle banche venete, l’assunto, generalmente ricevuto, secondo il quale la legge sta sopra il contratto – perché il contratto ha forza di legge solo in senso metaforico, come statuisce con enfasi l’art. 1372 del codice civile – o se invece si debba prendere atto che il 25 giugno 2017 la legge è rimasta sotto il contratto – che allora ha auto forza di legge, ma non più in senso metaforico –.Questo interrogativo è ineludibile per molte ragioni, tra le quali primeggiano i profili di meritevolezza di tutela, rilevanti per il giudizio sulla validità”.La sovversione delle fonti del diritto, infatti e secondo la qui condivisa opinione dell’Autore, assume un angolo acuto di impossibile soluzione, non potendosi imprimere una forza di legge ad un accordo tra privati, il cui fine di profitto arrivi ad identificare la stessa ratio legis.

[5] Cfr precedente nota 3

[6] Specificamente, risulta doveroso richiamare l’art.2: «il Ministero dell’Economia e delle Finanze con uno o più decreti, adottati su proposta della Banca d’Italia, dispone che: (…) c) i commissari liquidatori procedano alla cessione di cui all’art. 3 in conformità all’offerta vincolante formulata dal cessionario individuati ai sensi dell’art.3 comma 3. Con l’offerta il cessionario assume gli impegni ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato, identificati nell’offerta stessa”); nonché, nuovamente, 3,: “i commissari liquidatori, in conformità con quanto previsto dal decreto adottato ai sensi dell’art.2, comma 1, provvedono a cedere ad un soggetto, individuato ai sensi del comma 3, l’azienda, i suoi singoli rami, nonché beni, diritti e rapporti giuridici parziali o per una quota di ciascuna di essere, di uno dei soggetti in liquidazione o di entrambi””Le disposizioni del contratto di cessione hanno efficacia verso i terzi a seguito della pubblicazione da parte della Banca d’Italia del proprio sito internet della notizia di cessione».

[7] Sulla base dell’art. Art. 3, comma 3 del Decreto Legge 99/2017: il cessionario sarebbe stato individuato «anche sulla base di trattative a libello individuale, nell’ambito di una procedura, anche se svolta prima dell’entrata in vigore del presente decreto, aperta, concorrenziale, non discriminatoria di selezione dell’offerta di acquisto più conveniente, nonché avendo riguardo agli impegni che esso dovrà assumersi ai fini del rispetto della disciplina europea sugli aiuti di Stato».

[8] La scrittura privata qui in commento risulta pubblicata nel Registro delle Imprese; la notizia di cessione, invece, risulta edita nel sito di Banca d’Italia, negli esatti termini riportati sub successiva nota 17.

[9] Ed invero, le prime riflessioni che hanno interessato il Decreto Legge in commento si sono, sin d’ora e a quanto consta alla scrivente, funditas soffermate sulla legittimazione passiva dell’Istituto cessionario e sulle implicazioni conseguenti alle esclusioni tassative di cui al Decreto Legge in commento: così A.A. DOLMETTA e U. MALVAGNA, «Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 15, 2017, cit.; S. BONFATTI, La responsabilità degli “enti ponte” (e delle banche incorporanti) per le pretese risarcitorie nei confronti delle “quattro banche” (vantate dagli azionisti “risolti”, e non solo), in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 27, 2017; URBANI, A, “La cessione ex lege n.121/2017 e la posizione degli azionisti delle due “banche venete” poste in liquidazione coatta amministrativa in Rivista Trimestrale di diritto dell’economia, vol. 9, pp. 190-206, 2017, U. MINNECI«Sull’art. 3, comma 1 lett. c del d.l. n. 99/2017: una soluzione pro banca costituzionalmente fragile», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 19, 2017. Pregnante di contenuti il Convegno organizzato da Diritto Bancario in data 29 settembre 2017 in tema di «Tutela Giurisdizionale della clientela nei processi di risoluzione di banche in crisi; nel corso del quale F.ASTONE aveva e già denunciato la conflittualità delle disposizioni in commento con il principio di uguaglianza-razionalità e la labilità dei criteri e delle fonti cui attingere per comprendere la disciplina da applicare ai crediti risarcitori, ancor più in particolare ponendo l’interrogativo circa l’esistenza di una duplicità di fonti, ovvero normativa (art. 3 della Legge 99/2017) e contrattuale (scrittura privata del 26.06.2017, iscritta nel Registro delle Imprese), tra loro confliggenti già in punto di perimetrazione delle passività escluse dalla cessione.

[10] In merito, istintiva la condivisione delle riflessioni di A.A. DOLMETTA – U. MALVAGNA, «Banche venete» e problemi civilistici di lettura costituzionale del decreto legge n. 99/2017, in www.dirittobancario.it, secondo i quali “La disposizione scritta nella lett. b) stralcia dalla prevista cessione taluni debiti, che le banche cedenti hanno (o vengano ad avere per successivo riconoscimento o accertamento giudiziale) nei confronti di propri azionisti o di propri obbligazionisti subordinati (…) il confronto che più di ogni altro indica l’irragionevolezza della discriminazione in discorso non è quello esterno, condotto tra creditori dell’ente genericamente intesi; è quello specifico, piuttosto, che si pone tra i clienti che abbiano avuto dei rapporti di servizi di investimento con le banche cedenti: da un lato, i clienti con rapporti che hanno investito su titoli emessi dalle banche stesse; d’altro, i clienti con rapporti relativi ad altri titoli (quindi, per dire, gli acquirenti di titoli Cirio, o Parmalat, o Lehman, o Argentina, …; o anche di strumenti che si ricolleghino a vicende meno traumatiche, ma comunque di violazione delle regole di trasparenza finanziaria). La discriminazione tra i primi (debiti che non «transitano») e i secondi (che invece «transitano») appare proprio irragionevole e non giustificata”.

[11] U. MINNECI«Sull’art. 3, comma 1 lett. c del d.l. n. 99/2017: una soluzione pro banca costituzionalmente fragile», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 19, 2017, cit..

[12] Illuminante, in merito, l’intervento di U.MINNECI,«Imputazione e responsabilità in ordine ai debiti relativi all’azienda ceduta», Banca borsa tit. cred., fasc.6, 2008, pag. 736, nota a commento della sentenza del Tribunale Milano, 27 giugno 2007.

[13] La giurisprudenza ha poi ulteriormente rafforzato la tutela del cessionario, rimarcando il principio di immediatezza dell’evidenza contabile del debito: la responsabilità dell’avente causa va, cioè, contenuta nell’alveo dell’evidenza diretta, risultante dai libri contabili obbligatori dell’impresa, a tutela del suo legittimo affidamento, essenziale per il corretto svolgimento della circolazione di beni di particolare rilievo commerciale (Cassazione Civile, Sezioni Unite, 5054 del n. 28.02.2017); non essendo cioè sufficiente la conoscenza o conoscibilità del sotteso rapporto.

[14] U. MINNECI «Sull’art. 3, comma 1 lett. c del d.l. n. 99/2017: una soluzione pro banca costituzionalmente fragile», in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 19, 2017.

[15] Volendo ulteriormente riflettere circa l’impatto della contrattazione privata sull’architrave costituzionale, merita di richiamare l’approccio di V. ROPPO, «Il contratto e le fonti del diritto», tratto dalla Relazione al convegno “Immagini contemporanee delle fonti del diritto tra memorie storiche e scenari futuri», Pisa, 1-3 marzo 2001, in Contratti e Impresa, ), il quale pone il proprio angolo visuale proprio sullo schema per cui la libertà di fare contratti funzionali all’esercizio dell’iniziativa economia è costituzionalmente protetta nella stessa misura in cui riceve protezione la medesima iniziativa economica.

[16] A quanto consta, i Tribunali nazionali già si stanno impegnando a risolvere le prime questioni processuali, al momento rispondendo al tema della interruzione dei procedimenti pendenti e della successione a titolo particolare nei diritti controversi in maniera pressoché unanime: così, a titolo esemplificativo, si vedano i provvedimenti interruttivi emessi dal Tribunale di Treviso in data 06.07.2017; dal Tribunale di Padova in data 13.11.2017; dal Tribunale Ordinario di Venezia, Sezione Speciale Imprese di data 06 dicembre 2017; dalla Corte d’Appello di Trieste il 10.10.2017.

Doveroso, tuttavia, segnalare anche le prime reazioni giurisprudenziali a fronte delle pretese risarcitorie dei soggetti ricompresi nella esclusione di cui alla lettera b) dell’art.3 del D.L.99/2017, ovvero le soluzioni adottate, rispettivamente, dal Tribunale di Roma, ordinanza del G.U.P. del 26 gennaio 2018 e dal Tribunale di Vicenza, ordinanza del G.U.P. dell’8 febbraio 2018.

Sul tema processuale, si richiama per esaustività l’intervento di P. CECCHINATO, «Quale destino per le cause proposte contro le due popolari venete? », commento a Tribunale di Genvoa, Sez. VI, 5 luglio 2017, in Diritto dei Mercati Finanziari, Le Società, 10/2007.

[17] Sul sito della Banca d’Italia la notizia di cessione si limita, infatti, a notiziare quanto segue:«I Commissari Liquidatori della Veneto Banca S.p.A. e della Banca Popolare di Vicenza S.p.a. in liquidazione coatta amministrativa (le “Banche”) hanno ceduto a Banca Intesa Sanpaolo S.p.A. (il “cessionario”) le attività e passività costituenti un ramo d’azienda bancaria delle due Banche in liquidazione, in conformità con il D.M. del 25 giugno 2017, adottato a norma dell’articolo 2, comma 1, del D.L. n. 99 del 25 giugno 2017, recante “Disposizioni urgenti per la liquidazione coatta amministrativa di Banca Popolare di Vicenza S.p.A. e di Veneto Banca S.p.A.”, secondo quanto previsto dall’articolo 3 del medesimo D.L.. Sono esclusi dal perimetro della cessione, tra l’altro, i crediti deteriorati (sofferenze, inadempienze probabili ed esposizioni scadute) e ulteriori attività e passività delle Banche in liquidazione, come specificate nel contratto di cessione, in conformità con il suddetto articolo 3 del D.L. citato. Sono altresì esclusi i diritti degli azionisti, gli strumenti di capitale (computabili e non nei fondi propri) e le passività subordinate. Il cessionario succede, senza soluzione di continuità, alle Banche in liquidazione coatta amministrativa nei diritti, nelle attività, nelle passività, nei rapporti, nei privilegi e nelle garanzie, nonché nei giudizi, oggetto di cessione, secondo quanto previsto nell’offerta dallo stesso formulata e oggetto di accettazione da parte dei commissari liquidatori delle Banche medesime. L’acquisto delle suddette attività e passività prevede il pagamento del corrispettivo simbolico di complessivi 1 € da parte del cessionario ed è stato da questi condizionato all’attivazione di talune misure di intervento pubblico a sostegno della cessione, come disciplinate dal citato D.L. n. 99 del 25 giugno 2017. Si dà notizia della suddetta cessione con pubblicazione sul sito della Banca d’Italia, ai sensi e in conformità all’articolo 3, comma 2, del D.L. n. 99 del 25 giugno 2017».

[18] Nuovamente doveroso il richiamo a D.MAFFEIS, cit., precedente nota 4.

[19] In tal modo fungendo da perno per un “entimema perfetto”, ovvero un sillogismo (giuridico!) in cui il contratto di cessione viene apoditticamente assunto quale assioma sul quale dipanare il ragionamento e, soprattutto, la disciplina dei rapporti ceduti. Si rammenta che l’ entimema(dal gr. ἐνϑύμημα “riflessione”)identifica un sillogismo retorico, ovvero che deduce “da verosimiglianze o da segni” (ἐξ εἰκότων καὶσημείων), e cioè argomenta da premesse non del tutto certe o nei loro dati di fatto o nelle loro connessioni logiche.

[20] Il secondo comma dell’art. 3 del D.L. 99/2017 prevede, infatti, che «il cessionario risponde solo dei debiti ricompresi nel perimetro della cessione ai sensi del comma 1”, già riportato sub nota 3.

[21] Si rimarca che le Istruzioni di Banca d’Italia stabiliscono l’obbligo per la banca cessionaria di un’azienda bancaria di rendere nota l’operazione mediante pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale (oltre che mediante l’iscrizione nel registro delle imprese: e così, anche prima della modifica apportata all’art. 58, co.2, dal d.lgs 37/2004, che come noto ha introdotto il relativo obbligo. Sul punto R. CERCONE, «Cessione di rapporti giuridici e banche», in P. Ferro-Luzzi, G. Gastaldi (a cura di), La nuova legge bancaria, Milano, 1996, pag. 977) “degli elementi distintivi che consentano l’individuazione dell’oggetto di cessione”. Come sostenuto – e qui quanto mai condiviso – da D. VATTERMOLI, «Commento all’art. 58 Cessione di Rapporti Giuridici del T.U.B. », da Testo Unico Bancario, a cura di M.Porzio, F.Belli, G.Losappio, M.Rispoli Farina; V. Santoro, Milano, 2010, pagg. 518., la disposizione risponde all’esigenza di informare compiutamente i terzi coinvolti dall’operazione, ossia i soggetti-parte di rapporti giuridici che subiscono la sostituzione unilaterale della controparte originaria. Il requisito dell’esatta determinazione del perimetro di cessione è stato evidenziato anche da G. FAUCEGLIA, «la cessione di attività e passività nella liquidazione coatta amministrativa delle banche e la successione nei rapporti contrattuali», in Banca Borsa Titoli Credito, fasc.4, 1997, pag. 452: l’Autore evidenzia che la riserva tra le parti, di voler disporre un effetto traslativo immediato del complesso dei rapporti evidenziati in una situazione contabile provvisoria, rinviando ad una fase successiva la valutazione delle poste cedute e dell’eventuale avviamento della azienda, al fine di stabilire il prezzo di cessione, debba in ogni caso ed inderogabilmente rispondere al criterio della “determinabilità” di cui all’art. 1346 c.c… Così anche CERCONE, «La liquidazione dell’attivo», in La nuova legge bancaria, a cura di Ferro-Luzi e Castaldi, II, cit., p.1440, il quale aggiunge che per tale ipotesi l’oggetto non possa essere ab origine indeterminato, ma debbano indicarsi i criteri in base ai quali fissare le modalità e le quantità delle prestazioni oppure i procedimenti e gli atti attraverso i qwuali possa pervenirsi all’esatta individuazione dei rapporti oggetto di trasferimento; escludendo in ogni caso e recisamente che l’attività di determinazione possa essere affidata esclusivamente ad uno dei contraenti. Così anche NIGRO, «La disciplina delle crisi bancarie: la liquidazione coatta amministrativa», in Giur. Comm. 1996, I, p.155; R. Scognamiglio dei contratti in generale, in Commentario del Codice Civile, a cura di Scialoja e Branca, Bologna-Roma, 1972, pag. 362.

[22] Così la giurisprudenza di legittimità, la quale efficacemente chiarisce che le forme di notificazione a mezzo di pubblicazione non ammettono equipollenti, poiché «(…) la pubblicazione dell’atto di cessione […]s è sostitutiva della notificazione dell’atto di cessione o dell’accettazione da parte del debitore ceduto, con la conseguenza che, mentre secondo la disciplina ordinaria è sufficiente per il cessionario provare la notificazione della cessione o l’accettazione da parte del debitore ceduto, la disciplina speciale richiede soltanto la prova che la cessione sia stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale. Da tale pubblicazione, infatti, discende la legittimazione del cessionario […]. A questo proposito va sottolineato che la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale deve essere provata, perché essa si sostitutiva della notificazione od accettazione della cessione, ma per essa non vale la presunzione legale di conoscenza che sola si applica alle leggi e agli altri atti normativi alle leggi equiparati, secondo la disciplina dettata dall’art. 73 Cost. art. 10 preleggi, oltre che nei casi ulteriormente previsti da specifiche disposizioni di legge. Il difetto di prova dell’avvenuta pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dei due atti di cessione comporta la mancata prova della legittimazione della ricorrente(Cassazione civile, sez. I, 16/06/2006, (ud. 11/04/2006, dep.16/06/2006), n. 13954; in pari direzione, cfr anche Cassazione civile, sez. III, 16/11/2011, (ud. 09/06/2011, dep.16/11/2011), n. 23992; Cass. 17 marzo 2006 n. 5997; Cass. Civ., Sez. I, Sent., 07-06-2016, n.11642.

[23] Puntuale sul punto la sentenza della Cassazione civile, sez. I, 29/12/2017, n. 31188Nella specie la S.C. aveva cassato la sentenza con la quale la Corte di Appello aveva ritenuto insufficiente la produzione dell’avviso di pubblicazione, recante l’indicazione per categorie dei rapporti esclusi dalla cessione, omettendo di verificare se il credito azionato fosse o meno riconducibile ad una delle predette categorie.

[24] Secondo la Corte di Cassazione, infatti, l’avviso di cessione produce l’effetto dell’opponibilità ai ceduti ex art. 1264 c.c., (principio, peraltro, già evidenziato dalla precedente pronuncia, citata sub nota 15, della Cass. 13594 del 2006) in quanto le informazioni contenute nell’avviso consentono di collegare questo effetto con l’identificazione esatta del cessionario, del cedente e dei debiti ceduti, così conducendo verso tutti gli indici probatori idonei a ritenere esistente ed efficace la cessione di credito ed identificato il legittimato attivo (Cassazione civile, sez. I, 07/06/2016, (ud. 04/04/2016, dep.07/06/2016), n. 11642)

[25] Nell’ipotesi di cessione di azienda bancaria e di cessione di crediti oggetto di cartolarizzazione, la pubblicazione dell’atto di cessione sulla Gazzetta Ufficiale sostituisce la notificazione dell’atto stesso o l’accettazione da parte del debitore ceduto, con la conseguenza che, mentre secondo la disciplina ordinaria è sufficiente per il cessionario provare la notificazione della cessione o l’accettazione da parte del debitore ceduto, la disciplina speciale richiede soltanto la prova che la cessione sia stata pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale (Cassazione civile, sez. I, 16/06/2006, n. 13954; già citata sub nota 22)

[26] E’ stato, in modo condivisibile, evidenziato dalla dottrina, come la struttura dell’art. 58 T.U.B. ricalchi, in parte, quello proprio del trasferimento di azienda in generale (ex artt. 2556 ss., c.c.), poiché i trasferimenti “aggregati” rivestono un ruolo di primaria importanza tra gli strumenti di concentrazione del sistema bancario, la cui agevolazione potrebbe avere ricadute positive sul piano della concorrenzialità anche internazionale. In un’ottica teleologicamente orientata, dunque, il favor insiste sull’interesse dell’economia in generale a salvaguardare l’unità funzionale dei complessi di beni e rapporti giuridici organizzati per l’esercizio dell’impresa – interesse alla base anche delle cessioni d’azienda disciplinate dal codice civile (D. VATTERMOLI, «Commento all’art. 58 Cessione di Rapporti Giuridici del T.U.B. », da Testo Unico Bancario, a cura di M.Porzio, F.Belli, G.Losappio, M.Rispoli Farina; V. Santoro, Giuffrè Editore, 2010, pagg. 518); qual è la cessione d’azienda oggetto delle presenti riflessioni. Pare, perciò, corretto inferire che la circolazione dei beni imponga certezza anche d’informazione, oltre che di esatta perimetrazione.

[27] Il tema peraltro non è nuovo. In materia cessione d’azienda bancaria si è infatti autorevolmente criticata la lacunosità delle notizie come pubblicate in Gazzetta Ufficiale. Così E. OLIVIERI,«L’ambulatorietà delle garanzia del confidi nelle cessioni di rapporti giuridici e nelle cessioni di crediti: spunti interpretativi e riflessioni», in Responsabilita’ Civile e Previdenza, fasc.4, 2015, pag. 1368B, così specificamente osservando: “Le operazioni di cessione in ambito creditizio sono generalmente caratterizzate da una estrema riservatezza sui loro reali contenuti, non neutralizzabile neppure attraverso l’obbligo di trasparenza di dover rendere pubbliche alcune tipologie di queste operazioni mediante inserimento della notizia in Gazzetta Ufficiale, pubblicazione assai spesso, per non dire sempre, limitata agli estremi dei soggetti stipulanti e ad un contenuto assai generico dell’operazione di cessione, ma trasparenza mai realizzata attraverso la completa disclosure delle clausole contrattuali

[28] Pur non volendo interferire nel già vivace ed autorevole dibattito tra due autorevoli correnti dottrinarie, l’una, che ricollega gli effetti della pubblicità di cessione in esame al tipo dichiarativo, l’altra, secondo la quale tale pubblicità si avvicina maggiormente alla cosiddetta pubblicità notificativa, rimane infatti comunque fermo l’assioma dell’opponibilità ai terzi di cessioni d’azienda non accettate o non notiziate nei modi di legge; rimanendo così irrisolto, ai fini che qui rilevano, il quesito circa l’opponibilità ai terzi della scrittura privata così come non notiziata nelle forme previste dall’art. 3 del D.L.99/2017.

Importanti i contributi dottrinari in tema di forma del contratto di cessione d’azienda, tra i quali risalta per il suo peculiare rilievo l’elaborazione di una diversa accezione delle prescrizioni di forma, ovvero la individuazione di una forma cd. ad regularitatem, di cui costituisce l’art. 2556 rappresenta esempio perfetto (così anche M.C. ANDRINI, «Forma contrattuale, formalismo negoziale e documentazione informativa», in Contratto e Impresa, 2001, 1, pag. 134; A. BORTOLUZZI, L’impresa, l’azienda e il suo trasferimento, Torino, 1996, 117-118; F. CAPRIGLIONE, «Commentario al testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia», II ed., 462; C.IBBA, «Il sistema della pubblicità d’impresa oggi, Riv. Dir. Civ., 2005, 6, 10587); e le precisazioni giurisprudenziali, tra le quali si ricorda la recente Cassazione civile, sez. I, 25 Settembre 2017, n. 22280, come pubblicata sul sito www.ilcaso.it: “Se è vero che l’art. 2556 c.c. prescrive che, per le imprese soggette all’iscrizione nel registro delle imprese, l’atto negoziale che dispone il trasferimento dell’azienda deve essere depositato per l’iscrizione nel registro, detta pubblicità ha, tuttavia, solo l’efficacia dichiarativa di cui all’art. 2193 c.c., rendendo quindi il fatto storico iscritto (la cessione dell’azienda) opponibile ai terzi””.

[29] Viene, invero, immediatamente precisato in patti che l’interesse di Intesa Sanpaolo a valutare l’operazione “è motivato dall’opportunità di rafforzare la propria presenza nelle Regioni del Nord Est e in Sicilia, di estrarre valore dall’acquisizione ivi delineata attraverso l’applicazione delle best practice del Gruppo ISP in tutti gli ambiti di attività, anche recuperando la fiducia della clientela […]”; così, la prima parte della lettera (E) della Premesse di cui alla scrittura privata iscritta presso il Registro delle Imprese.

[30] Il contratto di cessione, infatti, prevede espressamente che il suo contenuto debba intendersi riservato e confidenziale e, pertanto, da comunicarsi, se del caso, unicamente ai professionisti incaricati dalle rispettive parti di approfondire le questioni ivi evidenziate o alle Autorità competenti o al pubblico sulla base di quanto obbligatoriamente previsto da leggi o regolamenti applicabili (cfr sub art. 12 Contratto di cessione, come pubblicato nel Registro delle Imprese). Nonostante le attenuazioni del vincolo di riservatezza pleonasticamente contenuta nella seconda parte della previsione contrattuale, rimane comunque di ostica comprensione, come detto, la portata concreta della confidenzialità e riservatezza impressa all’accordo dalle parti contraenti.

[31] Nel testo contrattuale pubblicato in Camera di Commercio risulta, infatti, espressamente previsto sin dalle premesse, che «le parti intendono addivenire con il presente contratto a seguito dell’emanazione del Decreto Legge Banche Venete, all’acquisto da parte di ISP di certe attività, passività o rapporti giuridici facenti capo alle Banche in LCA, il tutto fatta avvertenza che il presente Contratto costituisce esecuzione di accordi già intercorsi, e non ha efficacia novativa rispetto ad alcuna delle pregresse pattuizioni, le quali, a loro volta non possono dunque intendersi derogate o superate da quanto qui convenuto”. Ed anzi, la natura meramente ricognitiva dell’accordo viene ribadita anche sub art. 6.3.1 del medesimo, ove viene testualmente sottolineato che “tutte le pattuizioni di cui al presente Contratto, che sono destinate a non esaurire i loro effetti con l’Esecuzione, resteranno in vigore anche successivamente all’Esecuzione stessa, senza necessità per le Parti di rinnovare l’assunzione dei relativi obblighi. Si ripete che le pattuizioni del presente Contratto non hanno effetto novativo sulle pregresse pattuizioni intercorse tra e Parti”.

[32] Sulla peculiare natura degli accordi ricognitivi o di mero accertamento la bibliografia è talmente ricca da potersi richiamare solo per estratto: G. STOLFI, «Natura giuridica del negozio di accertamento”, in Rivista di diritto processuale, 1933, I, p. 1 segg.; R. NICOLO’, «Il riconoscimento e la transazione nel fenomeno della rinnovazione del negozio e della novazione dell’obbligazione”, in Annali Università, Messina, 1932-33, p. 430 segg.; M. GIORGIANNI, «Il negozio di accertamento», Milano 1939; F. CARNELUTTI, «Note sull’accertamento negoziale», in Rivista del diritto processuale, 1940, I, p. 3 segg.;; R. CORRADO, «Il negozio di accertamento”, Torino 1942; F.SANTORO PASSARELLI, «Dottrine generali del diritto civile», Napoli 1954; p. 159; F. CARRESI, «Note critiche in tema di accertamento negoziale», in Rivista di diritto commerciale, 1946, I, p. 62 segg; GAMBINO, «La potenziale efficaciatraslativa del negozio di accertamentoe le teorie della forma», in CeI, 1999.

[33] Le valutazioni prospettiche condivise da A.V. CAMBI, «Azioni legali e legittimazione passiva», nel corso del Convegno sulla Tutela giurisdizionale della clientela nei processi di “risoluzione” di banche in crisi, tenuto da Diritto Bancario in data 29 settembre 2017, paiono già intuire le problematiche connesse ad una inesatta perimetrazione del trasferimento delle attività e passività delle due Banche Venete, laddove il Magistrato nel corso del proprio intervento ipotizzava una verosimile “gemmazione” di cause nella causa, sviluppantesi cioè dalla delibazione dei rapporti bancari alla non agevole indagine circa l’inclusione del rapporto controverso nell’ambito delle attività o passività cedute.

[34] Vi è da dire che è lo stesso Decreto Legge a prevedere il meccanismo di retrocessioni, senza tuttavia descriverne l’esatta dinamica. Si riporta testualmente il testo del relativo art. 4 comma 4: D.L.99/2017: «Entro il termine previsto dal contratto di cessione un collegio di esperti indipendenti effettua una due diligence sul compendio ceduto, secondo quanto previsto nel contratto di cessione e applicando i criteri di valutazione ivi previsti, anche ai sensi dell’articolo 1349, primo comma, del codice civile. Il collegio e’ composto da tre componenti, di cui uno nominato dal Ministero, uno dal cessionario di cui all’articolo 3 ed il terzo, con funzione di Presidente, designato di comune accordo dagli esperti nominati dalle parti o, in mancanza di accordo, dal Presidente del Tribunale di Roma. Gli esperti possiedono i requisiti indicati dall’articolo 15, comma 3, del decreto-legge 23 dicembre 2016, n. 237, convertito con legge 17 febbraio 2017, n. 15. Ad esito della due diligence:

a) il Ministro dell’economia e delle finanze dispone con decreto, se del caso, l’adeguamento dell’importo dell’intervento nei limiti del comma 1, lettera b);

b) il cessionario di cui all’articolo 3 puo’ restituire o retrocedere al soggetto in liquidazione attivita’, passivita’ o rapporti dei soggetti in liquidazione o di societa’ appartenenti ai gruppi bancari delle Banche, entro il termine e alle condizioni definiti dal decreto di cui all’articolo 2, comma 1. Si applica la lettera a).

5. Il contratto di cessione puo’ prevedere che il cessionario possa, secondo le modalita’ e i criteri indicati nel contratto medesimo, retrocedere al soggetto in liquidazione:

a) partecipazioni detenute da societa’ che, all’avvio della liquidazione coatta amministrativa, erano controllate da una delle Banche, nonche’ i crediti di dette societa’ classificati come attivita’ deteriorate;

b) crediti ad alto rischio non classificati come attivita’ deteriorate, entro tre anni dalla cessione.

6. Alle restituzioni e retrocessioni di cui ai commi 4 e 5 si applica l’articolo 3, comma 2.

7. Nel caso di restituzioni e retrocessioni di cui al comma 4, cosi’ come nel caso di restituzioni al soggetto in liquidazione in forza di condizioni risolutive della cessione pattuite nel contratto, il soggetto in liquidazione risponde dei debiti e delle passivita’ restituiti o retrocessi, con piena liberazione del cessionario retrocedente anche nei confronti dei creditori e dei terzi.»

[35] Nonostante fosse stato contrattualmente previsto che la due diligence sarebbe stata completata entro il 30.09.2017 (cfr art. 4.2.5., lettera a); e nonostante la successiva comunicazione dei Commissari Liquidatori attraverso i siti internet delle due Banche venete, mediante la quale questi ne prevedevano la conclusione entro il mese di novembre 2017; solo alla data in cui si scrive, ovvero il 22.02.2018, questi ultimi finalmente hanno confermato la sua ultimazione.

[36] Il riferimento è ai crediti high risk, di cui all’art. 3.3.1 del contratto di cessione, sulla base del quale “qualora, in qualsiasi momento nel periodo intercorrente tra la Data di Esecuzione e fino alla data di approvazione del bilancio di ISP al 31.12.2020, in applicazione dei Principi Contabili e dei modelli interni e metriche di ISP, fossero rilevati i presupposti per rettificare il valore di uno o più Crediti High Risk e, di conseguenza, classificarli come “sofferenze” e/o inadempienze probabili! (unlikely to pay”), ISP avrà diritto di cedere alle Banche di LCA i Crediti High Risk così riclassificati”.

[37] A titolo esemplificativo, si pensi alla distinzione tra contratti derivati di copertura e contratti speculativi, che secondo il contratto di cessione (ricognitivo) subirebbero una diversa sorte, trasferendosi in capo ad Intesa Sanpaolo S.p.a. solamente i primi.. Più precisamente, sulla base dell’art. 3.1.2, (a), (vi) del contratto di cessione, rientrano nell’insieme aggregato ceduto ad Intesa Sanpaolo solo i contratti derivati che non abbiano natura speculativa e il cui scopo sia quello di coprire i rischi finanziari del cliente. Istintive le perplessità circa la oggettiva ed univoca demarcazione della fattispecie contrattuale come descritta in patti, giacché la distinzione tra i derivati di copertura e quelli speculativi, oltre a non essere positivamente tipizzata, impone un’indagine in concreto, non potendosi certamente risolvere in un’aprioristica dichiarazione (in forma scritta, ammesso sia presente per ciascun rapporto contrattuale “transitato”) ovvero in un mero intento, rimasto tale in sede di esecuzione del rapporto.

[38] Sulla base del combinato disposto di cui agli art. 6.2.1 e 6.2.3 della scrittura privata iscritta nel Registro Imprese è stato infatti previsto che, ai fini di dare compiuta esecuzione al contratto, le parti possano sottoscrivere ogni atto, documento o contratto necessario o utile; i quali atti o contratti, nonostante la loro pluralità e varietà, devono considerati come un atto unico e inscindibile, cosicchè, in caso di mancanza o imperfezione anche di uno solo di essi, l’esecuzione non può ritenersi effettuata […]:

[39] Nella scrittura privata come iscritta presso il Registro delle Imprese le ragioni di urgenza vengano, in realtà, immediatamente evidenziate in premesse, espressamente sottolineando sub lettera (H) delle medesime “la straordinaria necessità e urgenza di adottare disposizioni volte a consentire l’ordinato svolgimento delle operazioni di fuoriuscita dal mercato delle banche ed evitare un grave turbamento dell’economia nell’area di operatività delle banche in questione”.

Petrignani (Fondo Atlante): «Veneto Banca e Popolare di Vicenza si potevano salvare»

Stefano Righi corriere.it 9 aprile 2018

Parla l’amministratore delegato di Quaestio sgr, che creò il fondo per salvare le due ex popolari del Veneto. «C’era un’urgenza enorme e ci siamo trovati tra incudine e martello, ma si potevano salvare. Penso che il piano di fusione guidato da Viola con la ricapitalizzazione precauzionale fosse valido. Le autorità però, guidate da criteri prudenziali, hanno deciso diversamente»

Paolo Petrignani
Paolo Petrignani

Nove mesi fa il Fondo Atlante consegnò — davanti all’impossibilità di dare vita autonoma alla Banca Popolare di Vicenza e a Veneto Banca — le due ex popolari venete a Intesa Sanpaolo. Da allora, cambiato il nome in Italian Recovery Fund, il braccio operativo di Quaestio sgr si è focalizzato sulla gestione degli Npl (Non performing loans), i prestiti ammalorati che piombano i bilanci delle banche. Paolo Petrignani, che ha fondato Quaestio con Alessandro Penati e che oggi da amministratore delegato è responsabile delle

Alessandro Penati
Alessandro Penati

attività sugli Npl, sta giocando anche la partita del salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, la grande incognita sul futuro creditizio in Italia.

Petrignani, Quaestio ha da poco acquistato 25 miliardi nominali di Npl da Mps. Cosa c’era dentro?

 

«Abbiamo rilevato 85 mila linee di credito, con esposizioni comprese tra i 100 mila e i 60 milioni di euro. Tramite i servicers stiamo esaminando e gestendo le pratiche una a una. Il 50 per cento delle posizioni sono garantite e 50% sono prestiti chirografari, quindi non assistiti da garanzia reale di primo grado».

Come fa una banca a prestare 100 mila euro senza garanzie reali?

«Ci possono essere garanzie di altro tipo, personali o ipoteche di secondo grado o giudiziali, che sono definite come chirografarie».

Come ne uscirete?

«Stiamo lavorando sui recuperi delle varie posizioni, agendo sia per via giudiziale che extra giudiziale sui debitori. Spesso basta iniziare le procedure di pignoramento sui beni del debitore per ottenere un accordo soddisfacente».

Sì, come quel nobile toscano a cui, si dice, avete pignorato l’armeria per convincerlo a pagare… Ma molte garanzie dei prestiti sono state concesse su beni immobiliari. Anche per questo il mattone in Italia è diventato pesantissimo. Oggi operano molte Reoco (Real estate owned company), ma non sembrano sufficienti davanti alla quantità di invenduto e di non pagato.

«Le Reoco sono delle società strumentali costituite per andare in asta e sostenere i prezzi degli immobili. Perché i prezzi sono ancora molto bassi. A Milano, in alcune zone della città, il mercato è florido e i prezzi in aumento. Così così a Roma. Il resto del mercato è ancora fermo».

Come è stato possibile arrivare a generare una montagna così alta di prestiti non performanti? Il totale lordo a bilancio del sistema bancario sfondò i 300 miliardi di euro e ancora oggi siamo a quota 198 miliardi.

«Ci sono molte cause tra cui la prima è la profonda crisi che ha colpito l’Italia. Inoltre credo vada citata anche una visione del sistema bancario che in genere guarda più alle garanzie reali che al cash flow, mentre in altri paesi si giudica principalmente in merito ai flussi di cassa che un’azienda genera».

In effetti nei vecchi manuali di Ragioneria si sottolineava il fatto che si fallisce sempre per cassa…

«Non solo. Consideri quello che avviene negli Stati Uniti: le prime quattro società per capitalizzazione borsistica sono regine degli asset intangibili: Apple, Google, Microsoft e Amazon. Se all’inizio fossero venute a cercare finanziamenti in Italia forse non avrebbero avuto molto credito dal sistema bancario».

Il vostro piano di intervento sugli Npl del Monte è molto articolato. Come procede?

«A gennaio abbiamo acquisito la tranche mezzanine, entro giugno acquisiremo la junior e ci sarà la cessione della Senior con Gacs».

La grande novità nel mondo della finanza italiana sono i Pir. Non le pare che si sia esagerato? Ci sono più capitali disponibili che aziende quotate in cui investire.

«Mi pare straordinario quanto è successo con i Pir: hanno mosso risparmio e idee, hanno dato un segnale forte alle aziende. Tanto che ritengo sia il caso di prendere in considerazione di estendere l’idea dell’investimento, con una modifica della normativa, anche ai crediti e all’investimento di private equity».

Sta dicendo di portare il risparmiatore a investire sugli Npl?

«Ritengo che convogliare il risparmio istituzionale sul lato dei crediti possa rappresentare un grandissimo vantaggio. Per le pmi in difficoltà e anche per chi deve ottenere ritorni sufficienti per coprire obblighi erogativi. Certo, è necessaria la mediazione di società di gestione di fondi professionali. Ma trovo paradossale che i fondi pensione americani siano protagonisti della fase di investimento nel mercato degli Npl italiani mentre i fondi pensione italiani investano per la maggior parte su obbligazioni il cui rendimento è prossimo allo zero…».

Non le pare un azzardo?

«Assolutamente no. Ci sono oltre 150 miliardi nei portafogli di Casse di previdenza e di fondi pensione. Solo una piccola parte è investita in titoli illiquidi. Andrebbero mixate strategie di investimento di breve termine con altre di medio-lungo. I rendimenti sarebbero più interessanti. Se non ci fossero concrete opportunità di guadagno gli investitori internazionali non interverrebbero su questo mercato».

Cosa manca per rendere appetibile questo mercato?

«Manca una moral suasion generale per investire di più nell’economia reale. Mancano indicazioni chiare da parte delle Authority che spesso non danno linee guida precise per questi investimenti. Soprattutto andrebbero creati degli incentivi».

Quanto rende investire in Npl?

«Intorno al 10 per cento medio. Solitamente il rendimento è determinato da due fattori endogeni, il prezzo pagato e la capacità di recupero e da alcuni fattori esogeni, come il Pil e i tempi della giustizia. La capacità di recupero è un nodo fondamentale ed è per questo che con Cerved abbiamo siglato un accordo per acquisire la piattaforma di recupero di Mps. Oltre a noi ci sono altri quattro servicer che lavorano sul portafoglio di Mps: Italfondiario-Dobank, Credito Fondiario, Prelios, Guber».

Guardando indietro, la grande crisi delle banche italiane lascia un senso di inadeguatezza del sistema. La crisi ha trovato impreparata l’Italia?

«Direi di sì. Le autorità italiane hanno reagito con senso di urgenza, ma forse si poteva agire con maggiore anticipo. La Bce ha fatto la sua parte, avendo preso in carico la regolamentazione delle banche più grandi in Italia sono da qualche anno».

Con il Fondo Atlante, Quaestio è arrivata a controllare il 99 per cento del capitale di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Era possibile salvare quelle due banche?

«C’era un’urgenza enorme e ci siamo trovati tra incudine e martello, ma si potevano salvare. Penso che il piano di fusione guidato da Viola con la ricapitalizzazione precauzionale fosse valido. Le autorità però, guidate da criteri prudenziali, hanno deciso diversamente. Atlante ha comunque svolto un ruolo importante, dando continuità ed evitando grandi ricadute. Con Italian Recovery Fund (ex Atlante II) invece siamo intervenuti acquisendo gli Npl di otto banche per circa 31 miliardi: Mps, Cr Cesena, Cr Rimini, Cr San Miniato e le quattro good banks ex Etruria, Marche, Cr Ferrara e Cr Chieti. In tutti i casi l’acquisto degli Npl ha permesso la ricapitalizzazione o la vendita delle banche in gravi difficoltà patrimoniale».

UNGHERIA: ALTRA BASTONATA PER L’EUROPA. FIDESZ OLTRE IL 60% DEI SEGGI ED IL PRINCIPALE OPPOSITORE É JOBBIK!! EUROPA KAPUTT

 scenarieconomici.it 9 aprile 2018

Cari amici,

i risultati delle elezioni ungheresi sono chiari, limpidi. Orban , il difensore d’Europa, il leader anti immigrazione, populista, ma membro del PPE, vince, anzi stravince:

Dei 200 membri del parlamento ungherese Fidesz ne porta a casa 134 con il 48. 34% dei voti, in  crescita rispetto alle precedenti elezioni. Inoltre il principale “Oppositore” con il 13% dei seggi ed il 19% dei voti è Jobbik, un partito in passato accusato di essere antisemita, neonazista, che nel suo recente Manifesto 2017 si è riposizionato su posizione più populiste, in difesa dell’economia nazionale e delle piccole e medie aziende. I partiti “Europeisti” e di sinistra non sono pervenuti, e tutti assieme contano il 20%, con i socialisti del MSZP hanno preso il 9,55% e 19 seggi, con il 12% dei voti, in calo.

Che dire , l’Europa proprio non convince più, neanche minimamente. I partiti socialdemocratici sono avviati al declino perchè le loro istanze , la protezione delle classe deboli, è stata presa dalla destra più o meno estrema. Per dare un esempio Jobbik ha sottoscritto un manifesto per la paga minima a livello europeo. Avete mai sentito il PD fare una battaglia simile ? No.

Volte le ragioni della vittoria schiacciante di Fidesz ? eccovele:

Disoccupazione

Siamo a, 3,8% ….. ci sarà sottoccupazione ma è il 3,8%….

Paghe per il lavoro dipendente: