ITALIA VS FRANCIA – BENETTON E CALTAGIRONE S’ALLARGANO NELLE ASSICURAZIONI GENERALI, MA MEDIOBANCA (PRIMO AZIONISTA IN MANO A UNICREDIT DI MUSTIER) DICE CHE E’ MEGLIO AXA DEL LEONE – ED AXA E’ FRANCESE, COME L’AD DELLA COMPAGNIA (DONNET) E COME IL SECONDO AZIONISTA DI MEDIOBANCA BOLLORE’ – LA PROFEZIA DI ENRICO CUCCIA: “L’ ITALIA PUÒ PERMETTERSI TUTTO, MA NON DI PERDERE GENERALI”

dagospia.com 9 aprile 2018

 

Edoardo De Biasi per L’Economia-Corriere della Sera

 

GENERALIGENERALI

Lo scontro tra Vivendi e il fondo Elliott per il controllo di Tim ha aperto la strada alla Cdp, un intervento che ancora in tempi non lontani avrebbe provocato dibattiti accesi e dure prese di posizione. Ma da quando gli Usa hanno salvato il loro sistema bancario al costo pubblico di 700 miliardi di dollari, la Gran Bretagna ha statalizzato Royal Bank of Scotland e la Germania è ridiventata padrona di Commerzbank, la globalizzazione non è più un dogma e lo stesso ruolo degli Stati nei settori strategici non è più al bando.

 

philippe donnet gabriele galateri di genola alberto minaliPHILIPPE DONNET GABRIELE GALATERI DI GENOLA ALBERTO MINALI

Su questo terreno la cronaca politico-finanziaria italiana, ben prima del caso Tim, è stata segnata da problemi assai più che da soluzioni. Il caso Ilva, l’ annosa vicenda Alitalia, la cessione di Italo, l’ operazione Stx-Fincantieri sono solo alcuni esempi di questioni che comunemente vengono definite strategiche. E qui arriviamo al caso Generali.

 

enrico cuccia xENRICO CUCCIA X

Il banchiere Enrico Cuccia è stato forse l’ ultimo esponente dell’ establishment italiano a potersi consentire una posizione come la seguente: «L’ Italia può permettersi tutto, ma non di perdere Generali». Quello del fondatore di Mediobanca sembrava nei suoi ultimi anni un punto di vista datato: figlio di un’ Italia superata. Eppure, non sono passati vent’ anni dalla sua morte, che il warning di Cuccia torna d’ attualità. Con asset per oltre 450 miliardi, la compagnia è uno dei rari gioielli dello scacchiere finanziario italiano.

 

francesco gaetano caltagironeFRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE

A questo si aggiungono altri tre fattori che la rendono unica. Il primo è che le Generali sono uno dei pochi grandi gruppi italiani che vanta un forte sviluppo internazionale, essendo presente in Europa ma anche negli altri continenti, Cina inclusa. Il secondo: grazie alla leadership nelle polizze e nell’ asset management, la compagnia presidia una parte consistente del risparmio degli italiani e della sua previdenza. Il terzo è che rappresenta un polmone finanziario fondamentale per la nostra economia, specialmente nel campo delle infrastrutture.

 

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

Solo questi elementi dovrebbero far capire la centralità e l’ importanza del suo controllo. Un anno e mezzo fa, Intesa Sanpaolo cercò di acquisire la compagnia ma tutto naufragò complice qualche errore tattico e una serie di veti e interessi incrociati che bloccarono qualsiasi tentativo. La questione del controllo, però, resta aperta. Come è risaputo il maggiore azionista è Mediobanca che controlla oltre il 13% ma che si è detta pronta a cedere un 3%.

 

MARCO PATUANOMARCO PATUANO

Seguono poi gli azionisti privati. Tra questi sta prendendo corpo una specie di diarchia. Da una parte il gruppo Caltagirone, recentemente salito al 4% ma che, secondo fonti bene informate, arriverà al 6%, dall’ altra Edizione Holding, finanziaria dei Benetton guidata Marco Patuano, che ha raggiunto il 3% ma che potrebbe crescere fino al 5%, a seconda del quadro governativo che si andrà formando.

 

Entrambi i gruppi sono da tempo presenti sul titolo con mano leggera, come si dice in Borsa, rastrellando piccole quote, seguendo il motto tanto caro all’ umanista-editore Aldo Manuzio «festina lente», cioè senza strappi e con la giusta attenzione. In mezzo c’ è la Delfin di Leonardo Del Vecchio (3,1%), imprenditore vicino a Unicredit, e il gruppo De Agostini con l’ 1,7% che però sembra essere venditore. Una serie di movimenti che inevitabilmente sollecitano la fantasia degli operatori.

mediobanca nagelMEDIOBANCA NAGEL

 

Ad esempio, è calato il silenzio attorno al progetto Mediobanca, sponsorizzato e sostenuto da UniCredit: la creazione di una sub holding all’ interno della quale far confluire l’ intera quota detenuta nella compagnia assicurativa. Ovviamente l’ obiettivo di Jean Pierre Mustier, ceo della banca di piazza Gae Aulenti, era – e probabilmente resta – quello di consolidare il controllo della compagnia, aprendo il capitale della newco all’ ingresso di altri investitori istituzionali. Ma del piano subholding ora non si sa più nulla, anche se Mustier continua a mostrare interesse per le Generali.

 

LA SEDE DI MEDIOBANCALA SEDE DI MEDIOBANCA

Altro tema storicamente delicato a Trieste è la governance: tradizionalmente incardinata su un management professionale interno. Un filo rosso spezzato nel 2012, quando il ceo Giovanni Perissinotto è stato sfiduciato e al suo posto è arrivato Mario Greco, che è durato poco più di tre anni per poi andarsene, lasciando spazio all’ attuale amministratore Philippe Donnet. Ma non finisce qui. Il direttore generale e cfo Alberto Minali si è dimesso nel gennaio del 2017. E, come se non bastasse, negli ultimi mesi si era parlato dell’ addio dell’ astro nascente, il direttore finanziario Luigi Lubelli.

 

PERISSINOTTOPERISSINOTTO

Il lavoro di Donnet e del suo braccio destro Frédéric de Courtois sta, comunque, dando risultati. Le Generali hanno archiviato il 2017 con un risultato operativo record e un utile netto di 2,1 miliardi superiore alle stime del mercato. Anche sotto il profilo azionario la filosofia di Donnet è chiara. «Generali deve restare – ama ripetere il ceo – italiana, indipendente e internazionale».

mario grecoMARIO GRECO

 

Ma i rumor parlano ancora di qualche tensione. La critica più frequente è che si persegua una strategia guidata più dalla politica di bilancio che dallo sviluppo. Le Generali, per esempio, hanno un problema di indebitamento che non viene affrontato perché un aumento di capitale potrebbe mutare gli equilibri tra i soci. Negli ultimi quindici anni infatti gli azionisti non hanno mai messo mano al portafoglio e le poche acquisizioni sono state fatte a debito.

 

donnet prima e dopoDONNET PRIMA E DOPO

Certamente questo non è imputabile a Donnet che presenterà il suo nuovo piano a novembre. Come neanche il fatto che negli anni Novanta e nei primi del nuovo secolo Generali hanno preferito puntare sul ramo vita, che garantisce un rendimento minimo al sottoscrittore ma anche un flusso stabile di utili alla compagnia. Una scelta che, quando è scoppiata la crisi economica, si è rivelata una debolezza: da queste polizze, con i tassi zero, Generali hanno ricavato poco e nulla. Ma il paradosso è che la stessa Mediobanca nutre qualche dubbio sulla redditività della compagnia.

 

In uno studio che mette a confronto Generali con la francese Axa, l’ istituto milanese ha individuato tre ragioni per preferire l’ assicurazione transalpina. Il primo è che il rialzo dei tassi potrebbe favorire la compagnia triestina che però è più esposta ai rischi relativi allo spread e al mercato azionario. Dal punto di vista tecnico poi Axa può migliorare il combined ratio mentre è meno probabile che Trieste possa ulteriormente abbassare il suo. Infine, quest’ anno la società francese potrebbe lanciare un buyback da 2 miliardi realizzando una crescita doppia dell’ utile per azione.

donnet mustier bolloreDONNET MUSTIER BOLLORE

 

Insomma, come dire vendete Generali e comprate Axa. A prima vista sembrerebbe un controsenso visto che Mediobanca è il maggior socio della compagnia triestina. Ma una semplice riflessione fa sospendere il giudizio. Prima di tutto va considerata la storica indipendenza di giudizio del centro studi e degli analisti di piazzetta Cuccia. In secondo luogo in finanza è buona regola non stupirsi mai di nulla. Quello che non è chiaro oggi, lo sarà certamente nel prossimo futuro.

MACRON PROSEGUIRà CON LA SUA POLITICA DI SPENDI E SPANDI. ALLA FACCIA DEL COTTARELLO

 scenarieconomici.it 9 arile 2018

 

Cari amici,

la primavera è tempo di esami per i bilanci europei, e non solo per quello italiano. Ci sono coloro che passano per dei piccoli geni, sono amati dai media e dalla sinistra italiana, ne divengono addirittura il modello, ma in realtà hanno paura di fare brutta figua davanti ai professori.

Prendiamo ad esempio Macron. La Francia ha un grosso problema: è uno “Spenditore Cronico”. Mentre l’Italia comunque sono anni che cumula surplus primari e , sulla pelle dei suoi cittadini, deficit contenuti, lo stesso non vale per PArigi, ammalata di “Spendite acuta”.

Curiosamente questi dati sono anche migliori rispetto a quelli del database europeo AMECO.

Questi i dati del deficit complessivo, comparati con quello italiano:

E quello primario, al netto degli interessi, non va per niente meglio….

Il  rapporto debito PIL è in crescita, anche se non eccessiva, però ormai sfioriamo il 100% . La Francia poi ha un debito privato molto forte superiore a quello italiano.

La Francia poi, ricordiamolo, è in deficit di bilacia commerciale da almeno 10 anni…

Anche in questo si differenzia fortemente dall’Italia.

Tutto questo metterà laFrancia sotto torchio alla fine del QE della BCE. Se sparsce quel minimo di crescita che vediamo ora ed aumenteranno i tassi passivi le fmiglie tireranno ancora di più la cinghia e, in caso di tagli del deficit statuale, avremo una contrazione del PIL.

Insomma Macron sarà un genio, ma sotto il suo governo i problemi di bilancio dell’Esagono non sono migliorati per nulla. Anzi è riuscito ad aggiungere a forti tensioni occupazionali e sui conti pubblici anche delle forti tensioni sociali: per tre mesi ci sarà un’alternanza fra tre giorni di lavoro e due di sciopero nelle Ferrovie (SNCF) con un’adesione elevatissima, tanto che ha corso solo in TGV su cinque, mentre  un terzo dei voli Air France è stato cancellato, ed in piazza si impicca il fantoccio di Macron.

Del resto il suo apparentemente enorme successo elettorale alle presidenziali è stato solo apparente perchè , alla fine , ha preso il voto solo del 43% degli iscritti alle liste elettorali al secondo turno, con solo il 66% dei francesi che  andato a votare. Una percentuale che si addice ben poco a gesti da “Uomo forte” quali lui vole essere.

Insomma, mentre la Francia non riesce a ritoccare il suo deficit, anzi rischia di precipitare nel disordine sociale, Cottarella vorrebbe raddoppiare il nostro surplus primario (cioè ridurre le spese ed aumentare le tasse), perchè così piace a lui, ignaro che le previsioni segnano burrasca sociale e di crescita. Certo gli italiani non sono i francesi, sono più pecore da tosare. Magari riuscirà ad ammansirle con qualche superficiale taglio dei vitalizi (ma non della propria lauta pensione percepita prima dei 60 anni…).

GIUSEPPE CASTAGNA – RISPOSTE CONCRETE

Alessio Mannino

Bp con Bpm, Fratta Pasini fa marameo a Verona

La probabile aggregazione del Banco Popolare con l’istituto di Milano dimentica il “territorio”, che invece da tanta retorica é stato strumentalizzato a Vicenza e Montebelluna

 

Non so se ci avete fatto caso, ma a Verona, in questi giorni di trattative all’ultimo sangue per la fusione fra il Banco Popolare e la milanese Bpm, nessuno parla di “banca del territorio”. Alla Banca Popolare di Vicenza, imperante Zonin, era il mantra diffuso che ne giustificò la resistenza da ultimo giapponese a difesa del regime cooperativo, travolto dalla riforma Renzi delle popolari e bacato dal mancato confronto col mercato, con la bolla azionaria che sappiamo, sfociata in una clamorosa inchiesta giudiziaria e nella fine del suo ventennale strapotere. A Veneto Banca, più o meno la stessa storia: Vincenzo Consoli, il manager che guidava una nave di proprietà di un gruppo di imprenditori che gli avevano dato pieni poteri, anche lui si avvolgeva nella bandiera della finanza territoriale, e infatti anche lui è sotto indagine per gli stessi motivi del suo gemello e nemico giurato Zonin. Qualcuno ha scritto: quando sentire nominare la parola “territorio”, state sicuri che ve lo stanno mettendo in quel posto.

Ma un conto é marciarci, sulle frasi fatte e le cortine fumogene, un altro é eccedere in senso opposto, calpestando il valore – non solo economico ma anche simbolico e identitario – che la banca storica di una città ha, in questo caso, per il capoluogo scaligero. Fra i veronesi passa di bocca in bocca l’amara constatazione che, se andrà in porto il matrimonio fra il Banco Popolare e la Bpm, Verona perderà tutta la sua dote: non sarà più una capitale finanziaria autonoma, ma ladèpéndance di Milano. Non più centro, ma periferia. Un’annessione, più che una fusione. Una sconfitta, più che una vittoria a metà. Perché è evidente che, se Verona e Milano si uniscono, il maschio è Milano.

Quindi chi ci guadagna veramente? Di sicuro Carlo Fratta Pasini, che presidente é (del Banco veronese) e presidente sarà (del nuovo gruppo bancario con Bpm). Una presidenza val bene la milanesizzazione dell’istituto, no? Val bene un valore di concambio fissato, diciamo, alla buona: Bpm è molto più piccola del Banco Popolare (un attivo di 49 miliardi contro 123, con 706 sportelli contro 1780), Banco Popolare ha il triplo delle sofferenze di Bpm (11 miliardi contro 4,3), le rispettive capitalizzazioni sono però quasi uguali (4,2 contro 4 miliardi), facciamo pari così che il valore sia identico, e il concambio lo mettiamo a 12 azioni di Piazza Meda per 1 di Piazza Nogara. Val bene il posto di amministratore delegato, che operativamente conta più del presidente, per il milanese Giuseppe Castagna. Val bene accettare, se questo sarà l’esito del tira e molla in corso, un consiglio d’amministrazione con 8 consiglieri dell’una e 8 dell’altra, alla pari, cioé in realtà a vantaggio di Bpm. Val bene parcheggiare l’attuale ad dell’istituto scaligero, Pier Francesco Saviotti, alla presidenza del comitato esecutivo, visto che per ragioni di età e di perduto slancio, il buon Saviotti rappresenterà una figura più ornamentale che altro.

D’altronde, parliamoci chiaro: Bpm è messa molto meglio, come conti e come crediti deteriorati. Dal punto di vista freddo ma sostanziale dei numeri, ha buon diritto a fare la voce grossa. Chi non ne ha a restare lassù, al vertice, sono Saviotti e soprattutto Fratta Pasini, che nonostante lascino un Banco Popolare sofferente (sia pur non sull’orlo del fallimento, come le altre due popolari venete che si quoteranno soltanto ora), non lasciano neanche con le cannonate. Anzi, Fratta Pasini per così raddoppia: diventa capo del board di un nuovo gruppo bancario da 6,5 miliardi e 25 mila dipendenti, che senz’altro non gli frutterà un compenso inferiore ai 567 mila euro che percepisce oggi. Anzi. Che volete che sia, dunque, se Verona e i veronesi ci perderanno. D’altra parte, se il loro sindaco, il quasi-renziano Flavio Tosi, ha pure sponsorizzato l’aggregazione, e se lo scontento non supera la soglia del mugugno e della rabbia repressa, pretendete che il Fratta Pasini pensi al mitico e mitologizzato – ma reale – territorio?

GIUSEPPE CASTAGNA ATTENDIAMO UNA RISPOSTA – Nella nuova super banca del Nord restano in sella i soliti dinosauri della finanza vaticana

 

di Stefano Sansonetti 18 OTTOBRE 2016 lanotiziagiornale.it
 

Capacità di resistere a tutto. Sempre. Nel panorama bancario italiano, in cui longevità e resilienza vengono ascritte soprattutto ai vari Giuseppe Guzzetti e Giovanni Bazoli, spesso non si mette sufficientemente a fuoco la figura di un banchiere che da ben 17 anni è imbullonato alla stessa poltrona. Ed è destinato a restarci almeno fino alla copertura di un ventennio. Si tratta di Carlo Fratta Pasini, sessantenne veronese che si appresta a ricoprire la presidenza di Banco Bpm, ovvero il terzo istituto di credito italiano nato dal matrimonio tra Banco Popolare e Bpm.

LA SEQUENZA
Per lui un vero record, se solo si considera che è il 1999 quando l’avvocato Fratta Pasini si insedia per la prima volta alla presidenza dell’allora Banca Popolare di Verona. Che a seguito dell’incorporazione della Popolare di Novara, qualche tempo dopo, diventa Bpvn, sempre con Fratta Pasini presidente. Passa qualche anno e la Bpvn, dopo la torrida estate dei furbetti del quartierino e non senza un bel po’ di calcoli sbagliati sulla solidità della preda, fagocita la Popolare italiana, sepolta sotto dalle ceneri lasciate da Giampiero Fiorani. In quel momento, siamo nel 2007, nasce il Banco Popolare. E indovinate chi viene individuato come presidente? Sempre lui, Fratta Pasini. Un uomo capace di resistere a tutto quel sottile gioco di riequilibrio che a quel punto va trovato tra Verona, Novara e Lodi. Ma da dove gli viene tutta questa resistenza? Per orientarsi, forse, si può dare un’occhiata alle altre poltrone che ancora oggi riveste. Tra le altre è consigliere di amministrazione dell’Istituto Toniolo e a cascata componente dei Cda dell’Università Cattolica del sacro Cuore e della fondazione Policlinico Gemelli. Ruoli che dimostrano i suoi rapporti-chiave con il Vaticano, con l’Arcivescovo di Milano Angelo Scola e con Comunione e Liberazione.

IL PRECEDENTE
Anni fa, per dire, si era segnalata una convenzione tra l’allora Banca Popolare di Verona, presieduta da Fratta Pasini, e la Compagnia delle opere, il braccio economico di Cl. Per non dire dei buoni rapporti accreditati con l’Opus Dei, secondo alcuni derivati anche dal suo maestro Giorgio Zanotto, ex sindaco democristiano di Verona sempre citatissimo da Fratta Pasini, che non fa mistero di esserne un allievo. Adesso, dopo 17 anni dalla prima poltrona da presidente, è ancora lì. Sopravvissuto un’altra volta al Cencelli bancario tra Verona, Novara, Lodi e Milano.

Twitter: @SSansonetti

GIUSEPPE CASTAGNA – ATTENDIAMO RISPOSTE

Il banchiere popolare detta Legge a mezzo stampa

Dai primi provvedimenti fatti da Berlusconi, la prassi di ottenere norme tagliate su misura si è evoluta. La lobby delle banche popolari segna un nuovo record: una riforma ordinata a mezzo stampa. Ecco a cosa punta Carlo Fratta Pasini, il banchiere che guida il potente gruppo di pressione.

23 Maggio 2011 – 15:30

Il presidente Carlo Fratta PasiniIl presidente Carlo Fratta Pasini
 
 

Dai tempi dei primi progetti pilota avviati da Silvio Berlusconi, la pratica di ordinare leggi e provvedimenti su misura sta diventando un costume condiviso dalla classe dirigente italiana. Ora procede spedita verso un nuovo stadio evolutivo: le leggi commissionate a mezzo stampa. Certo, non è la prima volta che un portavoce di interessi corporativi solleciti sui giornali questo o quell’intervento della politica, sbandierando un qualche interesse nazionale o collettivo.

Però non s’era mai visto, e men che meno di questi tempi, un banchiere che dettasse al Parlamento una serie di interventi ben dettagliati con la pretesa di farli diventare una Legge della Repubblica Italiana. È accaduto ieri tramite un’intervista rilasciata al Sole 24 ore, il più istituzionale dei quotidiani finanziari, dal banchiere Carlo Fratta Pasini.

Veronese, 55 anni, avvocato e proprietario terriero (v. curriculum ufficiale), da oltre dieci anni Fratta Pasini è al vertice della banca popolare locale che oggi si chiama Banco Popolare. Una cooperativa bancaria che nel 2007 quotava in Borsa a 15 euro per azione, mentre adesso ne vale 1,83 (v. grafico a 5 anni). Nonostante un recente aumento di capitale da 2 miliardi, il Banco continua ad avere una scarsa solidità patrimoniale e si trova attualmente sotto l’ennesima ispezione della Banca d’Italia, che fonti dell’istituto dicono però essere “di routine perché le stanno facendo anche in tutte le altre banche”.

Tutto questo non impedisce tuttavia a Fratta Pasini di essere anche il numero uno della “Assopop”, la lobby della banche popolari. In queste società cooperative, nate nella seconda metà dell’Ottocento, ogni socio ha diritto a un solo voto, anche se ha più azioni di altri, mentre percepisce la sua quota di utili in proporzione al numero di azioni che possiede.

In Italia ce ne sono 100, hanno un un milione e 200 mila soci e undici milioni e mezzo di clienti. Questi due numeri – poco più di un cliente su 10 è socio – è la prova evidente del fatto che dell’originario scopo mutualistico (offrire occasioni di impiego ai soci liquidi e opportunità di credito ai soci che hanno bisogno di credito) resti ben poco. L’esatto contrario di quello che afferma il banchiere («Il cliente socio è e resterà il protagonista principale»). 

A nome di queste cento banche, e soprattutto di quelle più grandi e quotate in Borsa, saldamente controllate da oligarchie che si auto-perpetuano per cooptazione, Fratta Pasini manda due messaggi al legislatore italiano. Il primo è che sì, dopo anni in cui è riuscita a bloccare, con una morsa a tenaglia operata tramite deputati e senatori amici, qualsiasi tentativo di riforma avanzata in Parlamento, la lobby delle Popolari ha benevolmente deciso che adesso la riforma si può fare. 

Non una riforma che le Camere avviano magari dopo un’indagine conoscitiva per capire se e in che misura lo status di queste banche ha ancora ragione di esistere, se le più grandi (Banco Popolare, Ubi, Bper, Credito Valtellinese, Bpm) hanno ancora qualcosa a che vedere con la loro natura mutualistica. Neanche per sogno. Anche perché di tentativi di riforme nelle ultime tre legislature ce ne sono stati diversi, tutti falliti.

L’unica riforma che le Popolari vogliono è «un progetto di autoriforma». Il secondo messaggio è dunque che i diretti interessati hanno già scritto la legge che li riguarderà: 1) innalzamento del tetto di possesso azionario (dall’attuale 0,5% all’1%); 2) un tetto più alto (3%) per fondi e, soprattutto, per le fondazioni di origine bancaria; 3) possibilità di vincolare «l’ammissione a socio e il mantenimento di tale qualità non al possesso di un’unica azione bensì di un pacchetto minimo di azioni». Di fronte alle controargomentazioni del giornalista che lo intervista, il banchiere non fa una piega. È sicuro del fatto suo. Non si spaventa nemmeno dell’incremento del numero di deleghe di voto per socio. Come gli altri inamovibili banchieri popolari, sa bene come gestire le assemblee e le carovane di votanti, e conservare il potere, quali che siano i risultati aziendali.

Tanta sicumera fa presto a spiegarsi. Il solo Fratta Pasini gode di una rete di sostegno amplissima. A dispetto dello scandalo Italease, scoppiato sotto la sua presidenza, continua a godere del pieno appoggio della borghesia agraria e industriale della sua città. È legato agli ambienti dell’ Opus Dei ma ha anche rapporti eccellenti con il mondo di Comunione e Liberazione, è amico personale del cardinale Angelo Scola. Per buona misura, il suo Banco Popolare ha siglato una convenzione con la lobby delle imprese di Cl, la Compagnia delle Opere. «Quello che si è creato è un rapporto privilegiato tra la banca, gli imprenditori e i professionisti di Cdo», ha spiegato ha quotidiano cittadino Cristiano Carrus, direttore generale della Banca Popolare di Verona, controllata del Banco. 

Da diversi anni, Fratta Pasini ha stretto saldi legami con la Lega e in particolare con il sindaco di Verona Flavio Tosi che si sta dando da fare per arrivare alla presidenza della Fondazione Cariverona, oggi occupata da Paolo Biasi. È lo stesso ente, azionista importante di Unicredit, che a gennaio è andato in soccorso del Banco, sottoscrivendo l’aumento di capitale entro l’attuale limite di legge (0,5% del capitale). In futuro, se l’«autoriforma» diventerà legge della Repubblica, Cariverona potrà investire ancora di più nell’istituto. «Logiche di territorio», argomentano. Con buona pace della redditività del patrimonio delle fondazioni.

Il banchiere veronese è solo lo snodo apicale della lobby delle banche popolari, che ha gli altri suoi vertici in personaggi come Emilio Zanetti (Ubi Banca), Massimo Ponzellini (Bpm), Giovanni De Censi (Credito Valtellinese), Ettore Caselli (Bper) e molti altri, noti e meno noti. Una rete che è in grado di condizionare le scelte del Parlamento su un sistema che gestisce 481 miliardi di euro di attivi, di cui 378 miliardi di crediti alla clientela, e rappresenta poco meno del 30% dell’intero sistema bancario italiano.

Sbagliatissimo pensare che gli appoggi siano solo nel centrodestra o nelle lobby cattoliche come Cl o l’Opus. L’alleanza che ha portato un primario esponente della Coop estense dentro la Bper assicura anche il “soccorso rosso” della Legacoop. Nel Partito democratico deputati e senatori fanno a gara a prestare ascolto alle indicazioni che arrivano da Giuseppe De Lucia Lumeno, coordinatore della lobby popolare, veronese anche lui. A gennaio, in occasione del Milleproroghe, l’emendamento per alzare al 5% la presenza delle fondazioni bancarie nelle Popolari, una “leggina” che andava incontro alle necessità della banca di Fratta Pasini, è stato presentato da deputati del Pd.

La lobby è dunque trasversale e, stando a chi ne conosce i gangli, «ha una capacità di influenza che farebbe impallidire quella della vecchia Federconsorzi». Include Pdl, Pd e Lega. La lista degli amici è lunga: fra gli altri, Maria Ida Geremontani (Fli), Cinzia Bonfrisco (Pdl), Gianni Dal Moro (Pd), Marco Stradiotto (Pd) Francesco Sanna (Pd), i leghisti non si contano, a partire da Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio della Camera. Se, come ha scritto Il Sole, le indicazioni di Fratta Pasini saranno «lo schema di riferimento dell’imminente proposta parlamentare bipartisan di riforma legislativa», in calce alla proposta faranno bella mostra di sé, come medaglie al valore, le firme dei terminali parlamentari della lobby.

Due mesi fa, persino un manager del calibro di Enrico Bondi – che qualche credito può vantarlo visto che ha salvato Parmalat dal crac e ha fatto scucire risarcimenti per oltre 2 miliardi alle banche italiane ed estere – ha dovuto inchinarsi, almeno nelle formalità, alla politica. Chiedere udienza a Gianni Letta, prendere l’aereo, planare su Roma, essere ricevuto dal sottosegretario di Palazzo Chigi. E infine ottenere due norme ad aziendamfunzionali a perseguire i suo obiettivi manageriali sulla Parmalat.

Gli oligarchi delle banche popolari invece no, non devono fare tutta questa fatica: loro non chiedono in udienza, semmai la concedono. Da ieri, il procedimento per ottenere una legge su misura è diventato più snello ed efficiente: basta un’intervista. I deputati si regolino. Dal visto, si stampi al “pubblicato, si legiferi”. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it

GIUSEPPE CASTAGNA – ATTENDIAMO SEMPRE LE TUE RISPOSTE

Giuseppe Castagna continua a non rispondere  e noi continuiamo a richiedere risposte pubblicando articoli importanti poi passeremmo ai fatti:

Popolare di Verona, vertici a giudizio

Una filiale della banca popolare di Verona.  FOTO ARCHIVIO

 
Una filiale della banca popolare di Verona. FOTO ARCHIVIO

Matteo Bernardini

Rinviati a giudizio per usura aggravata. I vertici della Banca popolare di Verona dovranno presentarsi in aula, davanti al Collegio di Vicenza, il prossimo 10 marzo. Imputati di avere applicato nel conto corrente della Edilparise srl (azienda con sede ad Arzignano) «tassi effettivi globali eccedenti quelli di soglia-usura» sono Carlo Fratta Pasini, presidente della Banca popolare di Verona; Pier Francesco Saviotti, amministratore delegato e Maurizio Faroni, direttore generale dell’istituto di credito. Con loro anche il funzionario Adelino Zanderigo e Massimiliano Avanzi, direttore della filiale di Arzignano della banca scaligera. Il rinvio a giudizio è stato disposto, ieri mattina, dal giudice per l’udienza preliminare, Stefano Furlani. Che ha invece prosciolto i cinque imputati, tutti difesi dall’avvocato Vincenzo Todesco, dai reati di estorsione aggravata, omessi controllo e vigilanza, nonché di truffa aggravata. La posizione di un altro indagato, Cristiano Roviaro, era stata in precedenza stralciata e poi archiviata. L’inchiesta, scattata da un esposto della ditta, è coordinata dal sostituto procuratore Paolo Pecori.

L’ACCUSA. «Applicando le condizioni contrattuali del conto tra la società Edilparise e la Banca popolare di Verona, il tasso effettivo applicato è risultato sforare il tasso soglia anti usura». A dirlo, al termine dell’incidente probatorio del 23 settembre dello scorso anno, è stato il perito del tribunale, Andrea Peruffo. Una relazione che ieri è stata al centro dell’udienza preliminare e in cui il perito, per stabilire la coerenza degli interessi pretesi dalla banca con il contenuto degli accordi contrattuali, fa riferimento anche alla legittimità giuridica dell’applicazione dell’anatocismo per accertare se è stato superato il tasso soglia. I tassi “irregolari”, stando alla procura, sarebbero stati applicati alla Edilparise srl nel primo trimestre 2006, negli ultimi due trimestri del 2009, e ancora in tutti i trimestri dal primo gennaio 2010 al 30 settembre 2012. E questo con le aggravanti, riporta il capo d’imputazione, «di avere commesso il fatto, nell’esercizio della loro attività bancaria, ai danni di persone che stavano svolgendo attività imprenditoriale e di avere provocato alla ditta un danno patrimoniale di rilevante gravità abusando del rapporto di prestazione d’opera esistente, appunto, con l’azienda». Tra l’altro, a seguito dell’analisi del perito, il giudice Massimo Morandini, in sede civile, a fine settembre 2014, aveva ordinato alla Banca popolare di Verona di rimuovere dalla Centrale rischi della Banca d’Italia la Edilparise, assistita dall’avvocato Renato Bertelle, perché anziché essere a debito di 144 mila euro vantava un credito di 10 mila euro.

GLI AVVOCATI. Uscendo dall’aula del palazzo di Giustizia , dove si è svolta l’udienza, l’avvocato Renato Bertelle, che assiste Nadia e Flavio Parise, ovvero i legali rappresentanti della Edilparise costituitisi parte civile chiedendo 1,6 milioni di euro di danni alla banca è visibilmente soddisfatto: «Essere arrivati fin qui per noi è molto importante. Possiamo affermare che ci sono elementi tali per ritenere la nostra perizia fondata. Ora il dibattimento». Attesa che accomuna, seppur con animo opposto, anche l’avvocato che assiste il Banco: «Staremo a vedere cosa accadrà nel processo – osserva Vincenzo Todesco – non riusciamo a capire cosa possa c’entrare il presidente di una banca con dei contratti cosiddetti promiscui già disciplinati da Bankitalia». In serata dai vertici dell’istituto è giunta una nota: «Ribadiamo il corretto operato dell’istituto convinti che nel corso del giudizio si riuscirà a dimostrare l’infondatezza dell’accusa anche in merito al reato di usura, dovuta ad un errore metodologico in cui è incorso il perito del Giudice».

 ilgiornaledivicenza- 3 11 2015
 

Intesa Sanpaolo, la campagna d’Europa di Carlo Messina non è senza rischi

By Adriano Bonafede

http://www.huffingtonpost.it/ 9 aprile 2018

 
 

Carlo Messina vuol passare alla storia. Sì, perché se all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo riuscirà l’espansione all’estero – unica lacuna di una carriera finora inappuntabile – saremo in presenza di un’impresa memorabile. Ma questa, va detto, sarà per lui la sfida più difficile, e non è affatto scontato che la strategia riesca, nonostante l’indubbia potenza della prima banca italiana. Fino a questo momento, il grande passo dell’espansione all’estero è riuscito soltanto ad Alessandro Profumo quando nei primi anni del secolo era ad di Unicredit: una mossa, tuttavia, pagata a caro prezzo perché messa in crisi dalla grande tempesta finanziaria che ha mostrato la fragilità di questo gigante: aveva fatto il passo più lungo della gamba ritrovandosi con la necessità di mettere in atto una serie di aumenti di capitale, di cui l’ultimo, risolutivo, da 13 miliardi, è passato alla storia per essere stato il più grande in Europa.

 

Messina, invece, ha azzeccato tutte le mosse negli anni della crisi, anticipando i competitor con un aumento di capitale da 5 miliardi nel 2011, quando nessuno si era ancora reso conto di quanto sarebbe stata profonda, lunga e distruttiva – soprattutto per l’Italia – la tempesta che ha toccato il mondo intero tra il 2008 e il 2013. Come una formichina, l’ad di Intesa ha costruito, giorno dopo giorno, un impero finanziario multiforme in cui il credito non è più il centro del suo sistema solare, ma uno dei tanti pianeti.

 

Prima delle crisi, le banche italiane vivevano soprattutto della differenza fra tassi attivi (il prezzo che gli istituti praticano a imprese e famiglie) e tassi passivi (il costo del denaro). In epoche ordinarie, la forbice fra tassi attivi e passivi è molto elevata e quindi consente alla banca di lucrare la differenza. A un certo punto della crisi i tassi sono crollati, tanto che siamo entrati (e ancora in parte ci siamo) in un’era di tassi negativi, ovvero per le scadenze più brevi lo Stato rimborsa a chi compra i suoi titoli obbligazionari (Btp) meno di quanto versato. Quest’ultima sembra un’incongruenza, ma questa lunga stagione di tassi “sottozero” ha invece aiutato la ripresa economica europea e in particolare quella italiana, incoraggiando le imprese a indebitarsi per fare investimenti, e questo era il risultato che la Banca centrale europea si era ripromesso di raggiungere.

 

Tornando a Intesa, a questo venir meno di un’importante fonte di guadagni l’amministratore delegato ha risposto sviluppando altri pilastri: così ha accelerato la creazione e la vendita di prodotti assicurativi e del risparmio gestito attraverso le sue filiali ma anche attraverso due reti di distribuzione: Fideuram, composta da consulenti finanziari e private bankers, e Sanpaolo Invest, composta da consulenti focalizzati sulla clientela mass market. Ma Intesa ha anche fatto crescere le due fabbriche prodotto che aveva già: Eurizon per i fondi d’investimento e Intesa Vita per le polizze. Quest’ultima è ormai davanti a Poste Vita e a Generali.

 

Con queste mosse, Messina ha occupato gli spazi di un gestore del risparmio da una parte e di una compagnia di assicurazione dall’altra. Così Intesa guadagna adesso due volte dalla vendita dei prodotti finanziari: prende una fee(commissione) per il prodotto e una per la vendita e la gestione. La fonte dei ricavi è così cambiata: da banca, che come tutte quelle italiane viveva soprattutto dal cosiddetto “margine d’interesse” – è passata a banca che vive soprattutto (oltre il 50 per cento) da commissioni. E per il futuro i ricavi da commissione cresceranno ancora perché Intesa è anche impegnata a far crescere il comparto assicurativo “danni”, dove oggi è quattordicesima: l’aspirazione è di salire fino al quarto-quinto posto nei rami danni “non Rc auto” entro la fine del presente piano industriale nel 2021. Significativo il fatto che Intesa non voglia competere nel ramo Rc auto, dove si fanno grandi volumi (rappresenta il 50 per cento di tutti i danni in Italia) ma dove i rischi sono grandi e dove occorre una struttura di gestione liquidazione dei sinistri troppo complicata per un istituto di credito, privo di un partner assicurativo. Inoltre, i rami danni non Rc auto sono quelli che secondo vari esperti cresceranno di più nei prossimi anni e dove l’Italia è molto indietro.

A conclusione di questo percorso, oggi Intesa è un gigante in Italia: è prima per impieghi e depositi, prima nella raccolta di polizze vita, prima nel risparmio gestito, prima nella gestione dei fondi pensione e nel factoring. Tutti segmenti che producono alte commissioni e che continueranno a crescere nei prossimi anni: al 2021, secondo il piano industriale, Intesa avrà 2 miliardi di maggiori commissioni rispetto al 2017, arrivando a un totale di 10 miliardi. Mentre l’utile netto, nello stesso arco di tempo, dovrebbe passare da 3,8 a 6 miliardi di euro.

Ma questa grande crescita interna, è ovvio, non basta più a Carlo Messina: Intesa è già la più grande banca italiana e uno dei più grandi istituti in Europa (ma solo per il fatto che è fortissima nel nostro paese), ma quel che le manca è una forte proiezione all’estero. In realtà Intesa presidia già alcuni paesi dell’Europa dell’Est, sebbene, a differenza di Unicredit, non in posizione di leadership: Croazia, Bosnia, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Albania, Serbia, Moldavia, Ucraina, Romania e Repubblica Ceca, oltre all’Egitto. La divisione di Intesa che si occupa dell’Europa dell’est si chiama International subsidiary Banks (Isb) ed è guidata da Ignacio Jaquotot. Messina conta molto sullo sviluppo della rete commerciale (e dei ricavi) nell’Europa orientale, dove i tassi di penetrazione bancaria sono molto più bassi che nell’Europa occidentale e quindi promettono bene per il futuro.

L’Europa dell’Est, tuttavia, non può accontentare l’ambizioso amministratore delegato. Il suo obiettivo è crescere laddove si conta, cioè nei paesi occidentali da una parte, e in Cina, il più grande mercato del mondo, almeno potenzialmente. Nel far East la strategia è stata in parte annunciata ma in parte deve ancora essere implementata.

È ormai chiaro, tuttavia, che Messina non pensa, per crescere in Europa e nel mondo, che gli serva una grande acquisizione bancaria. Forse perché non è questo il punto di forza di Intesa rispetto ai grandi competitor internazionali. I veri punti di forza sono l’asset management, ovvero la fabbrica prodotto di fondi d’investimento, la compagnia vita e la reti di distribuzione di questi strumenti finanziari, dove già l’istituto eccelle.

In una recente intervista al Financial Times, Messina ha detto che la banca “è pronta a vendere anche una quota di minoranza del risparmio gestito”. Il modello dovrebbe essere quello di Amundi, la società nata dall’apporto dell’asset management di Crédit Agricole e Société Générale in cui però a comandare è il Crédit Agricole. Quindi una nuova società dove Intesa apporterebbe Eurizon ma dove dovrebbe continuare a comandare.

Qui però cominciano i dubbi di molti osservatori: chi sarebbe disposto, fra i grandi o medi player, a cedere (di fatto, perché non ne controllerebbe più la gestione) la sua struttura di asset management a Intesa? Sarà interessante vedere cosa accadrà. Secondo alcuni esperti, Intesa dovrà precisare meglio la sua strategia perché adesso non si capisce quale possa essere la moneta di scambio per un’operazione del genere. Forse l’accesso alla struttura distributiva di Intesa, ovvero gli sportelli bancari e le reti di promotori e private banker? Non c’è dubbio su fatto che tali reti possano essere appetibili anche ai grandi player internazionali ma ciò potrebbe valere soltanto se l’accesso fosse in esclusiva, ovvero se si potessero vendere soltanto i prodotti di questa nuova ipotizzata joint venture. Il punto, però, è che ormai i clienti sono abituati ad avere accesso a una pluralità di fondi di diverse case internazionali (la cosiddetta “architettura aperta”) e non sembra immaginabile che si possa tornare indietro.

Sembra invece assai più logico che un forte gruppo internazionale dell’asset management sia sì interessato a diventare partner di Intesa nel risparmio gestito, ma garantendosi esso stesso la maggioranza del capitale nella joint venture. E in questo caso Messina sarebbe disposto a rinunciare a comandare?

L’altro fronte su cui si muove l’ad, alla ricerca di un imprimatur internazionale, è quello delle reti di vendita dei prodotti finanziari. Oggi Intesa Sanpaolo, pur avendo una sua forza, non è un marchio riconosciuto tra i risparmiatori europei e forse il nome italiano non aiuta. Per questo occorrerà seguire con attenzione l’acquisizione della rete di private banker Morval, da poco conclusa in Svizzera. Secondo alcuni, la marcia di Intesa verso l’Europa partirà anche da qui.

 

MONTE DEI PASCHI DI SIENA/ Mps, in Borsa chiude sotto quota 2,85 euro (oggi, 9 aprile)

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa chiude sotto quota 2,85 euro ad azione. In arrivo decreto sul fondo di ristoro. Ultime notizie live di oggi 9 aprile 2018

AGG. 09 APRILE 2018,  LORENZO TORRISI il sussidiario.net

Monte dei Paschi, LapresseMonte dei Paschi, Lapresse

IN BORSA CHIUDE SOTTO QUOTA 2,85 EURO

Mps chiude la giornata in Borsa con un calo del 3,4%, scendendo così sotto i 2,85 euro ad azione. Secondo quanto scrive Il Corriere della Sera, nei prossimi giorni dovrebbe essere emanato il decreto ministeriale per rendere operativo il “fondo di ristoro” per i risparmiatori coinvolti nelle crisi bancarie, creato con la Legge di bilancio 2018 e dotato di 100 milioni di euro. Gli istituti coinvolti sono Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza, Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti e CariFerrara e verranno risarciti i risparmiatori vittime di “danno ingiusto per violazione degli obblighi di informazione, diligenza, correttezza e trasparenza”, previsti dal testo unico dell’intermediazione finanziaria. La dotazione non sembra essere sufficiente a far fronte a tutte le richieste di risarcimento e dunque al nuovo Governo spetterà il compito di decidere se implementare nuove risorse con la prossima manovra.

LE PAROLE DI PETRIGNANI

Mps in Borsa cede il 2,5%, scendendo sotto la soglia dei 2,9 euro ad azione. Paolo Petrignani, fondatore di Quaestio Sgr insieme ad Alessandro Penati, è stato intervistato da L’Economia, inserto settimanale del Corriere della Sera e ha spiegato che con Atlante sono state rilevate 85 mila linee di credito da Montepaschi, “con esposizioni comprese tra i 100 mila e i 60 milioni di euro. Tramite i servicers stiamo esaminando e gestendo le pratiche una a una. Il 50 per cento delle posizioni sono garantite e 50% sono prestiti chirografari, quindi non assistiti da garanzia reale di primo grado”. Petrignani ha anche ricordato che  con Italian Recovery Fund, nuovo nome del Fondo Atlante, “siamo intervenuti acquisendo gli Npl di otto banche per circa 31 miliardi: Mps, Cr Cesena, Cr Rimini, Cr San Miniato e le quattro good banks ex Etruria, Marche, Cr Ferrara e Cr Chieti. In tutti i casi l’acquisto degli Npl ha permesso la ricapitalizzazione o la vendita delle banche in gravi difficoltà patrimoniale”.

LA STRATEGIA PER I CREDITI UTP

Recentemente si erano diffuse voci circa la volontà da parte di Mps di cominciare a mettere in vendita, con singole operazioni, i crediti unlikely to pay, cioè quelli che ancora non sono in sofferenza, ma hanno probabilità di diventarlo. Dunque è interessante leggere quelle che sono le dichiarazioni di Fabrizio Leandri, Direzione Chief Lending Officer – Chief Officer Mps, rilasciate a creditvillage.news. Leandri segnala anzitutto che per via delle grosse cessioni di Npl avvenute in Italia negli ultimi mesi, di cui tra l’altro Montepaschi stesso è stato protagonista, “le banche hanno imparato che è indispensabile essere molto più proattive nelle fasi precedenti, attivando una serie di meccanismi prima che un credito arrivi in sofferenza”. È dunque da qui che nasce la maggior attenzione per i crediti Utp, che “sono più rischiosi, ma possono generare alti rendimenti”.

Dal suo punto di vista, le banche devono cercare di avere un approccio diverso da quello usato con gli Npl. Il che “in parole povere vuol dire: se prima il medico generico dava la stessa medicina a tutti in attesa di vederne l’effetto, adesso bisogna approcciare i pazienti con medicine diverse, capendo qual è il problema. Anche perché tra gli Utp ci sono alcuni cluster che hanno difficoltà importanti e sono più vicini alle sofferenze e altri che sono invece più vicini al ritorno in bonis”. Leandri evidenzia quindi che “i potenziali rendimenti elevati degli Utp suscitano l’interesse dei fondi stranieri che, se nel caso delle sofferenze erano interessati più all’immobile ipotecato, in questo caso potrebbero essere interessati a metterci nuova finanza per salvare l’azienda o il debitore di turno”.

Veneto Banca: via libera per cessione Bim a Attestor

lospiffero.com 9 aprile 2018 

Sono state ottenute le autorizzazioni regolamentari richieste a valle dell’accordo per la cessione della partecipazione di controllo di Bim detenuta da Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa al fondo di private equity Attestor Capital. Via libera quindi al contratto nei termini comunicati il 24 ottobre, innanzitutto, con l’acquisto da parte di Trinity (società di diritto irlandese gestita da Attestor) di non meno di 107.483.080 azioni Bim pari al 68,807% del capitale sociale, ad un prezzo iniziale di 0,22411 euro per azione, per complessivi 24 milioni, oltre ad un prezzo eventuale e differito (earn-out). La stima è che l’esecuzione del contratto avvenga entro il 23 aprile. Successivamente al perfezionamento della cessione Trinity sarà tenuta a lanciare un’offerta pubblica di acquisto totalitaria obbligatoria sulle azioni Bim al medesimo prezzo corrisposto alla Lca. Il piano industriale di Bim sulla base del quale Trinity ha ottenuto le autorizzazioni prevede “una complessa riorganizzazione di Bim” e una significativa “manovra di de-risking delle attività di Bim tramite il deconsolidamento dell’intero portafoglio di attività deteriorate”, oltre ad un’operazione di rafforzamento patrimoniale di Bim nel 2018 per 121 milioni. Infine, in vista dell’assemblea del 26 aprile la nota precisa che la Lca “non presenterà richiesta di convocare una diversa e ulteriore assemblea per la nomina dell’intero cda”. 

La campagna d’Italia dei manager francesi

di Stefano Righi corriere.it 9 aprile 2018

In dieci anni Parigi ha comperato 214 imprese, investendo 32 miliardi di euro: dalle banche all’energia, al lusso. Ma transalpini sono anche i vertici di società tricolori: Mustier (Unicredit), Donnet (Generali). E poi ci sono Bernier a Parmalat, Benayoun a Edison e…

 

La campagna d’Italia, come idea espansionistica, piace ai francesi dai tempi di Bonaparte. Oggi, che la supremazia di un paese si gioca soprattutto sul campo dei commerci e della finanza, è lo shopping d’imprese a far la differenza. E l’Italia, molto spesso, batte in ritirata.

Secondo un’indagine realizzata da Kpmg corporate finance in esclusiva per L’Economia del Corriere della Sera, negli ultimi dieci anni (2008-2017) le acquisizioni francesi in Italia sono state 214, mediamente più di venti all’anno, per un controvalore complessivo di 32 miliardi di euro.

 

La tendenza, in verità si era già ampiamente manifestata negli anni precedenti: è dalla fine degli anni Novanta che, soprattutto nel settore della moda, le mani francesi si sono allungate sulle aziende italiane, da Fendi a Emilio Pucci, da Gucci a Bottega Veneta, fino alle scarpe di Sergio Rossi, poi ritornate a essere «italiane» sotto l’ombrello di Andrea Bonomi.

Tendenze

Peraltro, proprio negli anni precedenti il 2008, la Bnl-Banca Nazionale del Lavoro, già braccio operativo del ministero del Tesoro, passava sotto le insegne di Bnp-Paribas, che ne conserva ancora la totalità delle azioni e l’ha oggi integrata pienamente nel proprio network globale. Una transazione da quasi 9 miliardi di euro. In quel periodo, era il 2007, il Crédit Agricole, dopo essere intervenuto a sostegno del capitale di Banca Intesa negli anni precedenti, a seguito della fusione tra Intesa e Sanpaolo, ha orientato il proprio interesse su Cariparma, Friuladria e 202 sportelli bancari ex Intesa Sanpaolo valorizzati 6 miliardi di euro. A questi, negli anni successivi, il Crédit Agricole, guidato in Italia da Giampiero Maioli (che controlla anche Amundi/Pioneer e Indosuez/Banca Leonardo), ha affiancato altri 96 sportelli ex Intesa, le attività della Cassa di Risparmio di La Spezia e una quota rilevante di Agos nel business del credito al consumo. Solo nel 2017 Maioli ha completato (per ora) il tour, acquisendo la Cassa di Risparmio di Cesena, la Cassa di Risparmio di Rimini e la Cassa di Risparmio di San Miniato. Ovvio che oggi Crédit Agricole si dica concentrato sull’integrazione di queste acquisizioni recenti nel gruppo e non interessato ad entrare nel capitale di Carige o del Credito Valtellinese. Ma i radar sono accesi e il tempo gioca a favore di chi ha maggiore resistenza e forza di fuoco.

I dati di Kpmg parlano chiaro. Il settore di maggiore interesse agli occhi francesi è quello delle aziende consumer markets: i beni e servizi destinati ai consumatori finali hanno attirato il 34 per cento del totale delle operazioni: 73 transazioni per un controvalore di 14,7 miliardi di euro.

Nel fashion dopo le acquisizioni già ricordate da parte del gruppo Lvmh e dell’altro colosso del settore Kering (già Ppr), hanno preso cittadinanza francese – sono un po’ come i territori d’Oltremare – anche le lane di Loro Piana e i gioielli di Bulgari e di Pomellato.

Nel food & beverage l’interesse francese si è concentrato sugli zuccherifici Eridania (ceduti da Maccaferri a Cristal Union), sui vini della Tenuta Greppo (produttrice di Brunello di Montalcino, che la famiglia Biondi Santi ha ceduto alla finanziaria Epi della famiglia Descours) e soprattutto sul gruppo Parmalat, che dopo il crac è stato rilevato e rilanciato da Lactalis.

Grande interesse c’è stato anche nella finanza. Dopo Bnl e le acquisizioni del Crédit Agricole, il settore ha visto, nel 2011, due operazioni nel comparto assicurativo: la cessione (81%) di Bipiemme Vita dalla Popolare di Milano ai francesi di Covéa e l’acquisizione del 51% di Bnl Vita da parte di Cardif, del gruppo BnpParibas. Il botto si è sentito lo scorso anno, quando stressato da una crisi che ha richiesto iniezioni di capitale per 20 miliardi di euro, Unicredit ha ceduto ai francesi di Amundi, in cambio di 3,5 miliardi cash, il proprio polo del risparmio gestito, Pioneer. Passando al settore Media & Telecom, il grande protagonista è il gruppo Vivendi, che ha raggiunto il controllo del 24,68 per cento del capitale di Telecom Italia-Tim e il 28,8 per cento di Mediaset. Nelle utilities invece in primo piano è Edf, Electricité de France, che nel 2012 si è portato a casa, in cambio di 1,7 miliardi di euro, la milanese Edison, un pezzo di storia industriale italiana, che i francesi hanno affiancato con Edipower (Udine), Comat e Frendy Energy (in quest’ultimo caso con opa residuale a gennaio 2018), per un ulteriore esborso di una decina di milioni. A Roma, invece, Suez ha portato la propria partecipazione in Acea dal 12,4 al 23 per cento, acquistando dal gruppo Caltagirone e Direct energie ha acquisto da Enel per 36,5 milioni Marcinelle energie.

Questa panoramica, per alcuni versi preoccupante, dischiude però due nuove prospettive. La prima, di difficile percezione se ci ostiniamo a stare all’ombra di un campanile, è che in tutta evidenza – lo toccheranno con mano le generazioni più giovani – si sta creando un mercato interno europeo che travalica i vecchi confini nazionali. La seconda è che le proprietà francesi, che spesso mandano propri manager a tutelare il proprio investimento, hanno compreso le potenzialità del Made in Italy meglio di molti manager italiani. Lo ha detto pubblicamente Marc Benayoun, amministratore delegato di Edison, quando venerdì 16 marzo, ha ribadito l’italianità della società che dal 2012 è in mano francese. Un gruppo nato a Milano 134 anni fa per volontà di Giuseppe Colombo, ma che già nell’atto costitutivo aveva come maggiore singolo azionista una società francese, la parigina Compagnie Continentale Edison, braccio operativo in Europa dell’inventore americano. Edison non è un caso singolo.

Nouvelle vague

In Parmalat da settembre 2017 Lactalis ha mandato Jean-Marc Bernier, che recentemente ha rilanciato il tema della crescita: «Se ci saranno opportunità le valuteremo, per rafforzarci anche sui mercati locali. La nostra ambizione è crescere nel lungo termine. Guardiamo a possibilità di creare sinergie e di raggiungere clienti in nuove aree geografiche», sempre nell’ottica di «cercare operazioni vantaggiose per il gruppo». Una linea simile a quella di Jean-Christophe Babin, ceo di Bulgari, che – ha detto a L’Economia – porterà sul fronte delle vendite online entro settembre. Che siano manager più bravi (o sostenuti) degli italiani? D’altro canto il sistema francese ha posto due suoi uomini a capo della più grande banca italiana – Jean Pierre Mustier in Unicredit – e della maggiore compagnia assicurativa italiana – Philippe Donnet in Generali -. Un fenomeno sconosciuto oltralpe.

«I francesi – dice Giuseppe Latorre, partner di Kpmg e responsabile corporate finance – sono interessati soprattutto a brand che hanno un potenziale di proiezione sui mercati internazionali. Per quanto riguarda lo stile di management – sottolinea Latorre – il loro approccio è sempre molto “cartesiano”, figlio della tradizione dell’Ena. Questa loro capacità di analisi razionale del contesto, in un tessuto come quello italiano spesso destrutturato, rappresenta un elemento d’ordine che crea valore aggiunto per molte realtà del Made in Italy. Peraltro rispetto ad altre culture, come quella anglosassone o tedesca, che spesso tendono a marcare la distanza, i francesi invece riescono ad avere una maggiore prossimità culturale con noi, un elemento che rende tutto più facile». La campagna continua.