GIUSEPPE CASTAGNA – ATTENDIAMO RISPOSTE

Il banchiere popolare detta Legge a mezzo stampa

Dai primi provvedimenti fatti da Berlusconi, la prassi di ottenere norme tagliate su misura si è evoluta. La lobby delle banche popolari segna un nuovo record: una riforma ordinata a mezzo stampa. Ecco a cosa punta Carlo Fratta Pasini, il banchiere che guida il potente gruppo di pressione.

23 Maggio 2011 – 15:30

Il presidente Carlo Fratta PasiniIl presidente Carlo Fratta Pasini
 
 

Dai tempi dei primi progetti pilota avviati da Silvio Berlusconi, la pratica di ordinare leggi e provvedimenti su misura sta diventando un costume condiviso dalla classe dirigente italiana. Ora procede spedita verso un nuovo stadio evolutivo: le leggi commissionate a mezzo stampa. Certo, non è la prima volta che un portavoce di interessi corporativi solleciti sui giornali questo o quell’intervento della politica, sbandierando un qualche interesse nazionale o collettivo.

Però non s’era mai visto, e men che meno di questi tempi, un banchiere che dettasse al Parlamento una serie di interventi ben dettagliati con la pretesa di farli diventare una Legge della Repubblica Italiana. È accaduto ieri tramite un’intervista rilasciata al Sole 24 ore, il più istituzionale dei quotidiani finanziari, dal banchiere Carlo Fratta Pasini.

Veronese, 55 anni, avvocato e proprietario terriero (v. curriculum ufficiale), da oltre dieci anni Fratta Pasini è al vertice della banca popolare locale che oggi si chiama Banco Popolare. Una cooperativa bancaria che nel 2007 quotava in Borsa a 15 euro per azione, mentre adesso ne vale 1,83 (v. grafico a 5 anni). Nonostante un recente aumento di capitale da 2 miliardi, il Banco continua ad avere una scarsa solidità patrimoniale e si trova attualmente sotto l’ennesima ispezione della Banca d’Italia, che fonti dell’istituto dicono però essere “di routine perché le stanno facendo anche in tutte le altre banche”.

Tutto questo non impedisce tuttavia a Fratta Pasini di essere anche il numero uno della “Assopop”, la lobby della banche popolari. In queste società cooperative, nate nella seconda metà dell’Ottocento, ogni socio ha diritto a un solo voto, anche se ha più azioni di altri, mentre percepisce la sua quota di utili in proporzione al numero di azioni che possiede.

In Italia ce ne sono 100, hanno un un milione e 200 mila soci e undici milioni e mezzo di clienti. Questi due numeri – poco più di un cliente su 10 è socio – è la prova evidente del fatto che dell’originario scopo mutualistico (offrire occasioni di impiego ai soci liquidi e opportunità di credito ai soci che hanno bisogno di credito) resti ben poco. L’esatto contrario di quello che afferma il banchiere («Il cliente socio è e resterà il protagonista principale»). 

A nome di queste cento banche, e soprattutto di quelle più grandi e quotate in Borsa, saldamente controllate da oligarchie che si auto-perpetuano per cooptazione, Fratta Pasini manda due messaggi al legislatore italiano. Il primo è che sì, dopo anni in cui è riuscita a bloccare, con una morsa a tenaglia operata tramite deputati e senatori amici, qualsiasi tentativo di riforma avanzata in Parlamento, la lobby delle Popolari ha benevolmente deciso che adesso la riforma si può fare. 

Non una riforma che le Camere avviano magari dopo un’indagine conoscitiva per capire se e in che misura lo status di queste banche ha ancora ragione di esistere, se le più grandi (Banco Popolare, Ubi, Bper, Credito Valtellinese, Bpm) hanno ancora qualcosa a che vedere con la loro natura mutualistica. Neanche per sogno. Anche perché di tentativi di riforme nelle ultime tre legislature ce ne sono stati diversi, tutti falliti.

L’unica riforma che le Popolari vogliono è «un progetto di autoriforma». Il secondo messaggio è dunque che i diretti interessati hanno già scritto la legge che li riguarderà: 1) innalzamento del tetto di possesso azionario (dall’attuale 0,5% all’1%); 2) un tetto più alto (3%) per fondi e, soprattutto, per le fondazioni di origine bancaria; 3) possibilità di vincolare «l’ammissione a socio e il mantenimento di tale qualità non al possesso di un’unica azione bensì di un pacchetto minimo di azioni». Di fronte alle controargomentazioni del giornalista che lo intervista, il banchiere non fa una piega. È sicuro del fatto suo. Non si spaventa nemmeno dell’incremento del numero di deleghe di voto per socio. Come gli altri inamovibili banchieri popolari, sa bene come gestire le assemblee e le carovane di votanti, e conservare il potere, quali che siano i risultati aziendali.

Tanta sicumera fa presto a spiegarsi. Il solo Fratta Pasini gode di una rete di sostegno amplissima. A dispetto dello scandalo Italease, scoppiato sotto la sua presidenza, continua a godere del pieno appoggio della borghesia agraria e industriale della sua città. È legato agli ambienti dell’ Opus Dei ma ha anche rapporti eccellenti con il mondo di Comunione e Liberazione, è amico personale del cardinale Angelo Scola. Per buona misura, il suo Banco Popolare ha siglato una convenzione con la lobby delle imprese di Cl, la Compagnia delle Opere. «Quello che si è creato è un rapporto privilegiato tra la banca, gli imprenditori e i professionisti di Cdo», ha spiegato ha quotidiano cittadino Cristiano Carrus, direttore generale della Banca Popolare di Verona, controllata del Banco. 

Da diversi anni, Fratta Pasini ha stretto saldi legami con la Lega e in particolare con il sindaco di Verona Flavio Tosi che si sta dando da fare per arrivare alla presidenza della Fondazione Cariverona, oggi occupata da Paolo Biasi. È lo stesso ente, azionista importante di Unicredit, che a gennaio è andato in soccorso del Banco, sottoscrivendo l’aumento di capitale entro l’attuale limite di legge (0,5% del capitale). In futuro, se l’«autoriforma» diventerà legge della Repubblica, Cariverona potrà investire ancora di più nell’istituto. «Logiche di territorio», argomentano. Con buona pace della redditività del patrimonio delle fondazioni.

Il banchiere veronese è solo lo snodo apicale della lobby delle banche popolari, che ha gli altri suoi vertici in personaggi come Emilio Zanetti (Ubi Banca), Massimo Ponzellini (Bpm), Giovanni De Censi (Credito Valtellinese), Ettore Caselli (Bper) e molti altri, noti e meno noti. Una rete che è in grado di condizionare le scelte del Parlamento su un sistema che gestisce 481 miliardi di euro di attivi, di cui 378 miliardi di crediti alla clientela, e rappresenta poco meno del 30% dell’intero sistema bancario italiano.

Sbagliatissimo pensare che gli appoggi siano solo nel centrodestra o nelle lobby cattoliche come Cl o l’Opus. L’alleanza che ha portato un primario esponente della Coop estense dentro la Bper assicura anche il “soccorso rosso” della Legacoop. Nel Partito democratico deputati e senatori fanno a gara a prestare ascolto alle indicazioni che arrivano da Giuseppe De Lucia Lumeno, coordinatore della lobby popolare, veronese anche lui. A gennaio, in occasione del Milleproroghe, l’emendamento per alzare al 5% la presenza delle fondazioni bancarie nelle Popolari, una “leggina” che andava incontro alle necessità della banca di Fratta Pasini, è stato presentato da deputati del Pd.

La lobby è dunque trasversale e, stando a chi ne conosce i gangli, «ha una capacità di influenza che farebbe impallidire quella della vecchia Federconsorzi». Include Pdl, Pd e Lega. La lista degli amici è lunga: fra gli altri, Maria Ida Geremontani (Fli), Cinzia Bonfrisco (Pdl), Gianni Dal Moro (Pd), Marco Stradiotto (Pd) Francesco Sanna (Pd), i leghisti non si contano, a partire da Giancarlo Giorgetti, presidente della commissione Bilancio della Camera. Se, come ha scritto Il Sole, le indicazioni di Fratta Pasini saranno «lo schema di riferimento dell’imminente proposta parlamentare bipartisan di riforma legislativa», in calce alla proposta faranno bella mostra di sé, come medaglie al valore, le firme dei terminali parlamentari della lobby.

Due mesi fa, persino un manager del calibro di Enrico Bondi – che qualche credito può vantarlo visto che ha salvato Parmalat dal crac e ha fatto scucire risarcimenti per oltre 2 miliardi alle banche italiane ed estere – ha dovuto inchinarsi, almeno nelle formalità, alla politica. Chiedere udienza a Gianni Letta, prendere l’aereo, planare su Roma, essere ricevuto dal sottosegretario di Palazzo Chigi. E infine ottenere due norme ad aziendamfunzionali a perseguire i suo obiettivi manageriali sulla Parmalat.

Gli oligarchi delle banche popolari invece no, non devono fare tutta questa fatica: loro non chiedono in udienza, semmai la concedono. Da ieri, il procedimento per ottenere una legge su misura è diventato più snello ed efficiente: basta un’intervista. I deputati si regolino. Dal visto, si stampi al “pubblicato, si legiferi”. 

lorenzo.dilena@linkiesta.it

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