Intesa Sanpaolo, la campagna d’Europa di Carlo Messina non è senza rischi

By Adriano Bonafede

http://www.huffingtonpost.it/ 9 aprile 2018

 
 

Carlo Messina vuol passare alla storia. Sì, perché se all’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo riuscirà l’espansione all’estero – unica lacuna di una carriera finora inappuntabile – saremo in presenza di un’impresa memorabile. Ma questa, va detto, sarà per lui la sfida più difficile, e non è affatto scontato che la strategia riesca, nonostante l’indubbia potenza della prima banca italiana. Fino a questo momento, il grande passo dell’espansione all’estero è riuscito soltanto ad Alessandro Profumo quando nei primi anni del secolo era ad di Unicredit: una mossa, tuttavia, pagata a caro prezzo perché messa in crisi dalla grande tempesta finanziaria che ha mostrato la fragilità di questo gigante: aveva fatto il passo più lungo della gamba ritrovandosi con la necessità di mettere in atto una serie di aumenti di capitale, di cui l’ultimo, risolutivo, da 13 miliardi, è passato alla storia per essere stato il più grande in Europa.

 

Messina, invece, ha azzeccato tutte le mosse negli anni della crisi, anticipando i competitor con un aumento di capitale da 5 miliardi nel 2011, quando nessuno si era ancora reso conto di quanto sarebbe stata profonda, lunga e distruttiva – soprattutto per l’Italia – la tempesta che ha toccato il mondo intero tra il 2008 e il 2013. Come una formichina, l’ad di Intesa ha costruito, giorno dopo giorno, un impero finanziario multiforme in cui il credito non è più il centro del suo sistema solare, ma uno dei tanti pianeti.

 

Prima delle crisi, le banche italiane vivevano soprattutto della differenza fra tassi attivi (il prezzo che gli istituti praticano a imprese e famiglie) e tassi passivi (il costo del denaro). In epoche ordinarie, la forbice fra tassi attivi e passivi è molto elevata e quindi consente alla banca di lucrare la differenza. A un certo punto della crisi i tassi sono crollati, tanto che siamo entrati (e ancora in parte ci siamo) in un’era di tassi negativi, ovvero per le scadenze più brevi lo Stato rimborsa a chi compra i suoi titoli obbligazionari (Btp) meno di quanto versato. Quest’ultima sembra un’incongruenza, ma questa lunga stagione di tassi “sottozero” ha invece aiutato la ripresa economica europea e in particolare quella italiana, incoraggiando le imprese a indebitarsi per fare investimenti, e questo era il risultato che la Banca centrale europea si era ripromesso di raggiungere.

 

Tornando a Intesa, a questo venir meno di un’importante fonte di guadagni l’amministratore delegato ha risposto sviluppando altri pilastri: così ha accelerato la creazione e la vendita di prodotti assicurativi e del risparmio gestito attraverso le sue filiali ma anche attraverso due reti di distribuzione: Fideuram, composta da consulenti finanziari e private bankers, e Sanpaolo Invest, composta da consulenti focalizzati sulla clientela mass market. Ma Intesa ha anche fatto crescere le due fabbriche prodotto che aveva già: Eurizon per i fondi d’investimento e Intesa Vita per le polizze. Quest’ultima è ormai davanti a Poste Vita e a Generali.

 

Con queste mosse, Messina ha occupato gli spazi di un gestore del risparmio da una parte e di una compagnia di assicurazione dall’altra. Così Intesa guadagna adesso due volte dalla vendita dei prodotti finanziari: prende una fee(commissione) per il prodotto e una per la vendita e la gestione. La fonte dei ricavi è così cambiata: da banca, che come tutte quelle italiane viveva soprattutto dal cosiddetto “margine d’interesse” – è passata a banca che vive soprattutto (oltre il 50 per cento) da commissioni. E per il futuro i ricavi da commissione cresceranno ancora perché Intesa è anche impegnata a far crescere il comparto assicurativo “danni”, dove oggi è quattordicesima: l’aspirazione è di salire fino al quarto-quinto posto nei rami danni “non Rc auto” entro la fine del presente piano industriale nel 2021. Significativo il fatto che Intesa non voglia competere nel ramo Rc auto, dove si fanno grandi volumi (rappresenta il 50 per cento di tutti i danni in Italia) ma dove i rischi sono grandi e dove occorre una struttura di gestione liquidazione dei sinistri troppo complicata per un istituto di credito, privo di un partner assicurativo. Inoltre, i rami danni non Rc auto sono quelli che secondo vari esperti cresceranno di più nei prossimi anni e dove l’Italia è molto indietro.

A conclusione di questo percorso, oggi Intesa è un gigante in Italia: è prima per impieghi e depositi, prima nella raccolta di polizze vita, prima nel risparmio gestito, prima nella gestione dei fondi pensione e nel factoring. Tutti segmenti che producono alte commissioni e che continueranno a crescere nei prossimi anni: al 2021, secondo il piano industriale, Intesa avrà 2 miliardi di maggiori commissioni rispetto al 2017, arrivando a un totale di 10 miliardi. Mentre l’utile netto, nello stesso arco di tempo, dovrebbe passare da 3,8 a 6 miliardi di euro.

Ma questa grande crescita interna, è ovvio, non basta più a Carlo Messina: Intesa è già la più grande banca italiana e uno dei più grandi istituti in Europa (ma solo per il fatto che è fortissima nel nostro paese), ma quel che le manca è una forte proiezione all’estero. In realtà Intesa presidia già alcuni paesi dell’Europa dell’Est, sebbene, a differenza di Unicredit, non in posizione di leadership: Croazia, Bosnia, Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Albania, Serbia, Moldavia, Ucraina, Romania e Repubblica Ceca, oltre all’Egitto. La divisione di Intesa che si occupa dell’Europa dell’est si chiama International subsidiary Banks (Isb) ed è guidata da Ignacio Jaquotot. Messina conta molto sullo sviluppo della rete commerciale (e dei ricavi) nell’Europa orientale, dove i tassi di penetrazione bancaria sono molto più bassi che nell’Europa occidentale e quindi promettono bene per il futuro.

L’Europa dell’Est, tuttavia, non può accontentare l’ambizioso amministratore delegato. Il suo obiettivo è crescere laddove si conta, cioè nei paesi occidentali da una parte, e in Cina, il più grande mercato del mondo, almeno potenzialmente. Nel far East la strategia è stata in parte annunciata ma in parte deve ancora essere implementata.

È ormai chiaro, tuttavia, che Messina non pensa, per crescere in Europa e nel mondo, che gli serva una grande acquisizione bancaria. Forse perché non è questo il punto di forza di Intesa rispetto ai grandi competitor internazionali. I veri punti di forza sono l’asset management, ovvero la fabbrica prodotto di fondi d’investimento, la compagnia vita e la reti di distribuzione di questi strumenti finanziari, dove già l’istituto eccelle.

In una recente intervista al Financial Times, Messina ha detto che la banca “è pronta a vendere anche una quota di minoranza del risparmio gestito”. Il modello dovrebbe essere quello di Amundi, la società nata dall’apporto dell’asset management di Crédit Agricole e Société Générale in cui però a comandare è il Crédit Agricole. Quindi una nuova società dove Intesa apporterebbe Eurizon ma dove dovrebbe continuare a comandare.

Qui però cominciano i dubbi di molti osservatori: chi sarebbe disposto, fra i grandi o medi player, a cedere (di fatto, perché non ne controllerebbe più la gestione) la sua struttura di asset management a Intesa? Sarà interessante vedere cosa accadrà. Secondo alcuni esperti, Intesa dovrà precisare meglio la sua strategia perché adesso non si capisce quale possa essere la moneta di scambio per un’operazione del genere. Forse l’accesso alla struttura distributiva di Intesa, ovvero gli sportelli bancari e le reti di promotori e private banker? Non c’è dubbio su fatto che tali reti possano essere appetibili anche ai grandi player internazionali ma ciò potrebbe valere soltanto se l’accesso fosse in esclusiva, ovvero se si potessero vendere soltanto i prodotti di questa nuova ipotizzata joint venture. Il punto, però, è che ormai i clienti sono abituati ad avere accesso a una pluralità di fondi di diverse case internazionali (la cosiddetta “architettura aperta”) e non sembra immaginabile che si possa tornare indietro.

Sembra invece assai più logico che un forte gruppo internazionale dell’asset management sia sì interessato a diventare partner di Intesa nel risparmio gestito, ma garantendosi esso stesso la maggioranza del capitale nella joint venture. E in questo caso Messina sarebbe disposto a rinunciare a comandare?

L’altro fronte su cui si muove l’ad, alla ricerca di un imprimatur internazionale, è quello delle reti di vendita dei prodotti finanziari. Oggi Intesa Sanpaolo, pur avendo una sua forza, non è un marchio riconosciuto tra i risparmiatori europei e forse il nome italiano non aiuta. Per questo occorrerà seguire con attenzione l’acquisizione della rete di private banker Morval, da poco conclusa in Svizzera. Secondo alcuni, la marcia di Intesa verso l’Europa partirà anche da qui.