La Bce strozza i flussi di credito verso le pmi

di Marino Longoni mlongoni@class.it ITALIAOGGI.IT 9 APRILE 2018

 

Le regole sugli npl rischiano di minare la ripresa economica di molti paesi, tra cui sicuramente l’Italia. Perché le misure in vigore dal primo aprile costringeranno le banche a chiudere i rubinetti nei confronti delle piccole imprese e delle famiglie

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Regole confuse e contraddittorie sugli npl (non performing loads) rischiano di minare la ripresa economica di molti paesi europei. E tra questi c’è sicuramente anche l’Italia. Nei giorni scorsi la Commissione europea ha presentato le sue nuove regole in materia di copertura dei crediti deteriorati, subito dopo l’organismo di vigilanza ha emanato le sue norme, teoricamente non vincolanti, più restrittive. Le indicazioni contenute nell’addendum della Bce si applicheranno ai crediti classificati come non performanti a partire dal 1° aprile 2018 e di fatto impongono alle banche tempi più brevi per la svalutazione di questi valori nei loro bilanci.

Due mosse parzialmente in contrasto tra loro su temi di questo genere, nel giro di pochi giorni, evidenziano chiaramente un forte contrasto politico all’interno delle istituzioni europee. Da una parte la Commissione, che sembra più attenta nel calibrare le proprie regole, all’obiettivo di non strozzare sul nascere una fase tornata di nuovo positiva del ciclo economico. Dall’altra, la vigilanza della Bce, timorosa soprattutto delle ripercussioni di eventuali fallimenti bancari. In altri termini: schierata a tutela degli interessi dei paesi più forti, come la Germania, che non sono disponibili a sobbarcarsi i costi di eventuali default bancari nei paesi periferici.

 

Difficile prevedere quali saranno gli effetti di queste mosse sulla disponibilità di credito in Italia, anche perché la Bce non ha pubblicato nessuna analisi di impatto delle nuove norme. Tuttavia l’Abi ha messo nero su bianco che queste favoriranno «l’erogazione di credito solo ai clienti con rating elevato», mentre limiteranno la disponibilità di finanziamenti per le famiglie e le piccole e medie imprese. Inoltre costringeranno le banche a «trasferire ai clienti i costi più elevati che derivano dagli assorbimenti patrimoniali imposti dalla vigilanza» e causeranno un «aumento generale dei tassi di interesse pagati dai clienti a basso rating (famiglie e pmi)».

Insomma, non è difficile prevedere che le banche chiederanno garanzie in modo sistematico, soprattutto ai debitori più deboli, per evitare la svalutazione integrale in due anni imposta di fatto dalla Bce. Quindi ci sarà meno credito per famiglie e pmi e a tassi più elevati. Con l’aggiunta di alcuni effetti paradossali perché, in presenza di un’inadempienza probabile non garantita (da svalutare quindi in due anni), la banca potrebbe avere convenienza a portare l’azienda al default, invece di rifianziarla.

Due brevi osservazioni a margine: come dimostrano le tabelle riportate in questa pagina, il percorso di messa in sicurezza delle banche italiane, rispetto al pericolo npl, stava proseguendo ormai da qualche anno con passo deciso, non si sentiva alcun bisogno, quindi di indicazioni confuse e contrastanti da parte degli organismi istituzionali europei, che rischiano di far inciampare questo cammino virtuoso. Infine, una lettura politica delle mosse dell’organismo di vigilanza della Bce (organo burocratico e non democraticamente eletto) mostra chiaramente che gli interessi tutelati sono quelli dei paesi forti come la Germania, a maggior ragione perché mette in difficoltà concorrenti diretti su molti mercati, come l’Italia. Poi ci si stupisce se nel nostro paese diventa sempre più forte la richiesta di uscire dall’Unione monetaria.

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