La campagna d’Italia dei manager francesi

di Stefano Righi corriere.it 9 aprile 2018

In dieci anni Parigi ha comperato 214 imprese, investendo 32 miliardi di euro: dalle banche all’energia, al lusso. Ma transalpini sono anche i vertici di società tricolori: Mustier (Unicredit), Donnet (Generali). E poi ci sono Bernier a Parmalat, Benayoun a Edison e…

 

La campagna d’Italia, come idea espansionistica, piace ai francesi dai tempi di Bonaparte. Oggi, che la supremazia di un paese si gioca soprattutto sul campo dei commerci e della finanza, è lo shopping d’imprese a far la differenza. E l’Italia, molto spesso, batte in ritirata.

Secondo un’indagine realizzata da Kpmg corporate finance in esclusiva per L’Economia del Corriere della Sera, negli ultimi dieci anni (2008-2017) le acquisizioni francesi in Italia sono state 214, mediamente più di venti all’anno, per un controvalore complessivo di 32 miliardi di euro.

 

La tendenza, in verità si era già ampiamente manifestata negli anni precedenti: è dalla fine degli anni Novanta che, soprattutto nel settore della moda, le mani francesi si sono allungate sulle aziende italiane, da Fendi a Emilio Pucci, da Gucci a Bottega Veneta, fino alle scarpe di Sergio Rossi, poi ritornate a essere «italiane» sotto l’ombrello di Andrea Bonomi.

Tendenze

Peraltro, proprio negli anni precedenti il 2008, la Bnl-Banca Nazionale del Lavoro, già braccio operativo del ministero del Tesoro, passava sotto le insegne di Bnp-Paribas, che ne conserva ancora la totalità delle azioni e l’ha oggi integrata pienamente nel proprio network globale. Una transazione da quasi 9 miliardi di euro. In quel periodo, era il 2007, il Crédit Agricole, dopo essere intervenuto a sostegno del capitale di Banca Intesa negli anni precedenti, a seguito della fusione tra Intesa e Sanpaolo, ha orientato il proprio interesse su Cariparma, Friuladria e 202 sportelli bancari ex Intesa Sanpaolo valorizzati 6 miliardi di euro. A questi, negli anni successivi, il Crédit Agricole, guidato in Italia da Giampiero Maioli (che controlla anche Amundi/Pioneer e Indosuez/Banca Leonardo), ha affiancato altri 96 sportelli ex Intesa, le attività della Cassa di Risparmio di La Spezia e una quota rilevante di Agos nel business del credito al consumo. Solo nel 2017 Maioli ha completato (per ora) il tour, acquisendo la Cassa di Risparmio di Cesena, la Cassa di Risparmio di Rimini e la Cassa di Risparmio di San Miniato. Ovvio che oggi Crédit Agricole si dica concentrato sull’integrazione di queste acquisizioni recenti nel gruppo e non interessato ad entrare nel capitale di Carige o del Credito Valtellinese. Ma i radar sono accesi e il tempo gioca a favore di chi ha maggiore resistenza e forza di fuoco.

I dati di Kpmg parlano chiaro. Il settore di maggiore interesse agli occhi francesi è quello delle aziende consumer markets: i beni e servizi destinati ai consumatori finali hanno attirato il 34 per cento del totale delle operazioni: 73 transazioni per un controvalore di 14,7 miliardi di euro.

Nel fashion dopo le acquisizioni già ricordate da parte del gruppo Lvmh e dell’altro colosso del settore Kering (già Ppr), hanno preso cittadinanza francese – sono un po’ come i territori d’Oltremare – anche le lane di Loro Piana e i gioielli di Bulgari e di Pomellato.

Nel food & beverage l’interesse francese si è concentrato sugli zuccherifici Eridania (ceduti da Maccaferri a Cristal Union), sui vini della Tenuta Greppo (produttrice di Brunello di Montalcino, che la famiglia Biondi Santi ha ceduto alla finanziaria Epi della famiglia Descours) e soprattutto sul gruppo Parmalat, che dopo il crac è stato rilevato e rilanciato da Lactalis.

Grande interesse c’è stato anche nella finanza. Dopo Bnl e le acquisizioni del Crédit Agricole, il settore ha visto, nel 2011, due operazioni nel comparto assicurativo: la cessione (81%) di Bipiemme Vita dalla Popolare di Milano ai francesi di Covéa e l’acquisizione del 51% di Bnl Vita da parte di Cardif, del gruppo BnpParibas. Il botto si è sentito lo scorso anno, quando stressato da una crisi che ha richiesto iniezioni di capitale per 20 miliardi di euro, Unicredit ha ceduto ai francesi di Amundi, in cambio di 3,5 miliardi cash, il proprio polo del risparmio gestito, Pioneer. Passando al settore Media & Telecom, il grande protagonista è il gruppo Vivendi, che ha raggiunto il controllo del 24,68 per cento del capitale di Telecom Italia-Tim e il 28,8 per cento di Mediaset. Nelle utilities invece in primo piano è Edf, Electricité de France, che nel 2012 si è portato a casa, in cambio di 1,7 miliardi di euro, la milanese Edison, un pezzo di storia industriale italiana, che i francesi hanno affiancato con Edipower (Udine), Comat e Frendy Energy (in quest’ultimo caso con opa residuale a gennaio 2018), per un ulteriore esborso di una decina di milioni. A Roma, invece, Suez ha portato la propria partecipazione in Acea dal 12,4 al 23 per cento, acquistando dal gruppo Caltagirone e Direct energie ha acquisto da Enel per 36,5 milioni Marcinelle energie.

Questa panoramica, per alcuni versi preoccupante, dischiude però due nuove prospettive. La prima, di difficile percezione se ci ostiniamo a stare all’ombra di un campanile, è che in tutta evidenza – lo toccheranno con mano le generazioni più giovani – si sta creando un mercato interno europeo che travalica i vecchi confini nazionali. La seconda è che le proprietà francesi, che spesso mandano propri manager a tutelare il proprio investimento, hanno compreso le potenzialità del Made in Italy meglio di molti manager italiani. Lo ha detto pubblicamente Marc Benayoun, amministratore delegato di Edison, quando venerdì 16 marzo, ha ribadito l’italianità della società che dal 2012 è in mano francese. Un gruppo nato a Milano 134 anni fa per volontà di Giuseppe Colombo, ma che già nell’atto costitutivo aveva come maggiore singolo azionista una società francese, la parigina Compagnie Continentale Edison, braccio operativo in Europa dell’inventore americano. Edison non è un caso singolo.

Nouvelle vague

In Parmalat da settembre 2017 Lactalis ha mandato Jean-Marc Bernier, che recentemente ha rilanciato il tema della crescita: «Se ci saranno opportunità le valuteremo, per rafforzarci anche sui mercati locali. La nostra ambizione è crescere nel lungo termine. Guardiamo a possibilità di creare sinergie e di raggiungere clienti in nuove aree geografiche», sempre nell’ottica di «cercare operazioni vantaggiose per il gruppo». Una linea simile a quella di Jean-Christophe Babin, ceo di Bulgari, che – ha detto a L’Economia – porterà sul fronte delle vendite online entro settembre. Che siano manager più bravi (o sostenuti) degli italiani? D’altro canto il sistema francese ha posto due suoi uomini a capo della più grande banca italiana – Jean Pierre Mustier in Unicredit – e della maggiore compagnia assicurativa italiana – Philippe Donnet in Generali -. Un fenomeno sconosciuto oltralpe.

«I francesi – dice Giuseppe Latorre, partner di Kpmg e responsabile corporate finance – sono interessati soprattutto a brand che hanno un potenziale di proiezione sui mercati internazionali. Per quanto riguarda lo stile di management – sottolinea Latorre – il loro approccio è sempre molto “cartesiano”, figlio della tradizione dell’Ena. Questa loro capacità di analisi razionale del contesto, in un tessuto come quello italiano spesso destrutturato, rappresenta un elemento d’ordine che crea valore aggiunto per molte realtà del Made in Italy. Peraltro rispetto ad altre culture, come quella anglosassone o tedesca, che spesso tendono a marcare la distanza, i francesi invece riescono ad avere una maggiore prossimità culturale con noi, un elemento che rende tutto più facile». La campagna continua.