Petrignani (Fondo Atlante): «Veneto Banca e Popolare di Vicenza si potevano salvare»

Stefano Righi corriere.it 9 aprile 2018

Parla l’amministratore delegato di Quaestio sgr, che creò il fondo per salvare le due ex popolari del Veneto. «C’era un’urgenza enorme e ci siamo trovati tra incudine e martello, ma si potevano salvare. Penso che il piano di fusione guidato da Viola con la ricapitalizzazione precauzionale fosse valido. Le autorità però, guidate da criteri prudenziali, hanno deciso diversamente»

Paolo Petrignani
Paolo Petrignani

Nove mesi fa il Fondo Atlante consegnò — davanti all’impossibilità di dare vita autonoma alla Banca Popolare di Vicenza e a Veneto Banca — le due ex popolari venete a Intesa Sanpaolo. Da allora, cambiato il nome in Italian Recovery Fund, il braccio operativo di Quaestio sgr si è focalizzato sulla gestione degli Npl (Non performing loans), i prestiti ammalorati che piombano i bilanci delle banche. Paolo Petrignani, che ha fondato Quaestio con Alessandro Penati e che oggi da amministratore delegato è responsabile delle

Alessandro Penati
Alessandro Penati

attività sugli Npl, sta giocando anche la partita del salvataggio del Monte dei Paschi di Siena, la grande incognita sul futuro creditizio in Italia.

Petrignani, Quaestio ha da poco acquistato 25 miliardi nominali di Npl da Mps. Cosa c’era dentro?

 

«Abbiamo rilevato 85 mila linee di credito, con esposizioni comprese tra i 100 mila e i 60 milioni di euro. Tramite i servicers stiamo esaminando e gestendo le pratiche una a una. Il 50 per cento delle posizioni sono garantite e 50% sono prestiti chirografari, quindi non assistiti da garanzia reale di primo grado».

Come fa una banca a prestare 100 mila euro senza garanzie reali?

«Ci possono essere garanzie di altro tipo, personali o ipoteche di secondo grado o giudiziali, che sono definite come chirografarie».

Come ne uscirete?

«Stiamo lavorando sui recuperi delle varie posizioni, agendo sia per via giudiziale che extra giudiziale sui debitori. Spesso basta iniziare le procedure di pignoramento sui beni del debitore per ottenere un accordo soddisfacente».

Sì, come quel nobile toscano a cui, si dice, avete pignorato l’armeria per convincerlo a pagare… Ma molte garanzie dei prestiti sono state concesse su beni immobiliari. Anche per questo il mattone in Italia è diventato pesantissimo. Oggi operano molte Reoco (Real estate owned company), ma non sembrano sufficienti davanti alla quantità di invenduto e di non pagato.

«Le Reoco sono delle società strumentali costituite per andare in asta e sostenere i prezzi degli immobili. Perché i prezzi sono ancora molto bassi. A Milano, in alcune zone della città, il mercato è florido e i prezzi in aumento. Così così a Roma. Il resto del mercato è ancora fermo».

Come è stato possibile arrivare a generare una montagna così alta di prestiti non performanti? Il totale lordo a bilancio del sistema bancario sfondò i 300 miliardi di euro e ancora oggi siamo a quota 198 miliardi.

«Ci sono molte cause tra cui la prima è la profonda crisi che ha colpito l’Italia. Inoltre credo vada citata anche una visione del sistema bancario che in genere guarda più alle garanzie reali che al cash flow, mentre in altri paesi si giudica principalmente in merito ai flussi di cassa che un’azienda genera».

In effetti nei vecchi manuali di Ragioneria si sottolineava il fatto che si fallisce sempre per cassa…

«Non solo. Consideri quello che avviene negli Stati Uniti: le prime quattro società per capitalizzazione borsistica sono regine degli asset intangibili: Apple, Google, Microsoft e Amazon. Se all’inizio fossero venute a cercare finanziamenti in Italia forse non avrebbero avuto molto credito dal sistema bancario».

Il vostro piano di intervento sugli Npl del Monte è molto articolato. Come procede?

«A gennaio abbiamo acquisito la tranche mezzanine, entro giugno acquisiremo la junior e ci sarà la cessione della Senior con Gacs».

La grande novità nel mondo della finanza italiana sono i Pir. Non le pare che si sia esagerato? Ci sono più capitali disponibili che aziende quotate in cui investire.

«Mi pare straordinario quanto è successo con i Pir: hanno mosso risparmio e idee, hanno dato un segnale forte alle aziende. Tanto che ritengo sia il caso di prendere in considerazione di estendere l’idea dell’investimento, con una modifica della normativa, anche ai crediti e all’investimento di private equity».

Sta dicendo di portare il risparmiatore a investire sugli Npl?

«Ritengo che convogliare il risparmio istituzionale sul lato dei crediti possa rappresentare un grandissimo vantaggio. Per le pmi in difficoltà e anche per chi deve ottenere ritorni sufficienti per coprire obblighi erogativi. Certo, è necessaria la mediazione di società di gestione di fondi professionali. Ma trovo paradossale che i fondi pensione americani siano protagonisti della fase di investimento nel mercato degli Npl italiani mentre i fondi pensione italiani investano per la maggior parte su obbligazioni il cui rendimento è prossimo allo zero…».

Non le pare un azzardo?

«Assolutamente no. Ci sono oltre 150 miliardi nei portafogli di Casse di previdenza e di fondi pensione. Solo una piccola parte è investita in titoli illiquidi. Andrebbero mixate strategie di investimento di breve termine con altre di medio-lungo. I rendimenti sarebbero più interessanti. Se non ci fossero concrete opportunità di guadagno gli investitori internazionali non interverrebbero su questo mercato».

Cosa manca per rendere appetibile questo mercato?

«Manca una moral suasion generale per investire di più nell’economia reale. Mancano indicazioni chiare da parte delle Authority che spesso non danno linee guida precise per questi investimenti. Soprattutto andrebbero creati degli incentivi».

Quanto rende investire in Npl?

«Intorno al 10 per cento medio. Solitamente il rendimento è determinato da due fattori endogeni, il prezzo pagato e la capacità di recupero e da alcuni fattori esogeni, come il Pil e i tempi della giustizia. La capacità di recupero è un nodo fondamentale ed è per questo che con Cerved abbiamo siglato un accordo per acquisire la piattaforma di recupero di Mps. Oltre a noi ci sono altri quattro servicer che lavorano sul portafoglio di Mps: Italfondiario-Dobank, Credito Fondiario, Prelios, Guber».

Guardando indietro, la grande crisi delle banche italiane lascia un senso di inadeguatezza del sistema. La crisi ha trovato impreparata l’Italia?

«Direi di sì. Le autorità italiane hanno reagito con senso di urgenza, ma forse si poteva agire con maggiore anticipo. La Bce ha fatto la sua parte, avendo preso in carico la regolamentazione delle banche più grandi in Italia sono da qualche anno».

Con il Fondo Atlante, Quaestio è arrivata a controllare il 99 per cento del capitale di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Era possibile salvare quelle due banche?

«C’era un’urgenza enorme e ci siamo trovati tra incudine e martello, ma si potevano salvare. Penso che il piano di fusione guidato da Viola con la ricapitalizzazione precauzionale fosse valido. Le autorità però, guidate da criteri prudenziali, hanno deciso diversamente. Atlante ha comunque svolto un ruolo importante, dando continuità ed evitando grandi ricadute. Con Italian Recovery Fund (ex Atlante II) invece siamo intervenuti acquisendo gli Npl di otto banche per circa 31 miliardi: Mps, Cr Cesena, Cr Rimini, Cr San Miniato e le quattro good banks ex Etruria, Marche, Cr Ferrara e Cr Chieti. In tutti i casi l’acquisto degli Npl ha permesso la ricapitalizzazione o la vendita delle banche in gravi difficoltà patrimoniale».