La miseria del sistema bancario italiano

di Andrea Fumagalli

https://www.sinistrainrete.info

Ringraziamo la segreteria nazionale della CUB-SALLCA per l’invio del materiale relativo al Convegno su Europa e banche tenutosi a Torino il 6 ottobre scorso, e volentieri pubblichiamo il contributo di analisi del sistema bancario italiano presentato dal prof. Andrea Fumagalli

684x384 359519Pubblichiamo una mini inchiesta sullo stato del sistema bancario italiano.

Nella prima parte di questo scritto ci limitiamo a descrivere il contesto macro e europeo in cui sono maturate le recenti dinamiche speculative che hanno investito alcune banche italiane. Non è un caso che ciò avvenga a inizio anno, dopo che il 1 gennaio 2016 è entrato in vigore il nuovo regolamento bancario denominato Basilea 3, ultimo step per la costituzione dell’ Unione Bancaria Europea, più fittizia che reale (come vedremo).

Nella seconda parte, grazie all’analisi ora svolta, ci focalizzeremo più in particolare sul microcosmo italiano delle banche locali: un intreccio politico affaristico all’interno dei quali agiscono processi di espropriazione e di distribuzione che, pur differenti, non hanno nulla da invidiare a quelli più noti delle politiche di austerity a livello macro.

* * * *

Le banche italiane sono vittime della speculazione?

Spesso le vicende economiche tendono a ripetersi. Ma, come la storia, mai nello stesso modo. L’attuale crisi del sistema bancario italiano viene sempre più analizzata dai media mainstream e dal governo come l’esito di un attacco speculativo dei “lupi” di Wall Street, sull’onda del ricordo di quanto successo ai titoli di Stato nella primavera-estate del 2011.

In effetti qualche analogia ci può essere ma è poca cosa per poter suffragare questa tesi. All’epoca, nessun giornale si era premurato di indagare perché, nel giro di pochi mesi, lo spread tra i bot italiani e gli analoghi tedeschi era talmente aumentato da causare difficoltà alla loro vendita nei primi mesi d’estate di quell’anno, nonostante che la dinamica dei rapporti deficite debito/Pil fossero migliori di molti altri paesi europei (Gran Bretagna in testa). Si scoprì poi che un colosso della finanza mondiale – la Deutsche Bank – aveva avviato una speculazione al ribasso sui titoli italiani vendendo poco alla volta circa 6 dei 7 miliardi di bot che deteneva nel proprio portafoglio per poter lucrare laute plusvalenze sui derivati legati al titolo italiano, di cui possedeva ingenti quantità (http://www.uninomade.org/prove-conclamate-di-dittatura-finanziaria/).

Come oggi sappiamo, la speculazione finanziaria della Deutsche Bank, analoga a quella attuata da Goldman Sachs l’anno precedente contro la Grecia, ha causato un terremoto politico: la famosa lettera di Trichet e Draghi contro il governo Berlusconi, il golpe bianco di Napolitano con la destituzione del cavaliere e la nomina di Monti, fresco senatore a vita. Iniziava così la stagione dell’austerity.

Ricordiamo questi fatti, proprio per sottolineare la differenza con l’oggi.

  • Il deficit strutturale dell’economia e delle banche italiane

Per analizzare la difficile situazione del mercato bancario italiano è necessario infatti ricordare che la recessione in Italia (con il calo di oltre 10 punti di Pil ma soprattutto la scomparsa di circa il 20% della produzione industriale, il crollo del 25% degli investimenti dal 2007 e l’aumento della disoccupazione ufficiale a oltre il 13% – quella reale a oltre il 22%) ha avuto i suoi effetti peggiori proprio dopo il 2011, quando la crisi dei subprime (2008-09) era già passata e aveva solo tangenzialmente interessato il mondo bancario italiano, grazie alla suaarretratezza e scarsa internazionalizzazione.

E’ infatti dalla fine del 2010 che iniziano a crescere le sofferenze (ovvero le insolvenze)sui prestiti concessi dalle banche italiane alle imprese. Da quell’anno sino al 2015, l’andamento è cresciuto esponenzialmente, da circa 100 mld a oltre i 350 di oggi (con un giro di 1.500 mld di garanzie), per una quota pari al 17,6% del totale dei prestiti: un ammontare record in Europa (la Spagna, che ha pure lei difficoltà nel settore del credito, raggiunge il livello del 7,%: dati Banca d’Italia) . La debolezza strutturale dell’apparato produttivo italiano, il mancato decollo di un minimo di capitalismo cognitivo a maggior valore aggiunto, una dimensione troppo piccola e, di conseguenza, la carenza di managerialità a vantaggio di un rigido capitalismo familiare, non in grado di sfruttare appieno i vantaggi derivanti dalle economie di apprendimento e di rete: ecco i fattori che hanno fatto sì che la recessione economica tracimasse oggi (e non all’inizio della crisi) nella crisi di un settore bancario già strutturalmente arretrato e inadeguato, troppo localista e politicamente corrotto.

L’attuale crisi bancaria è dunque lo specchio dei vizi strutturali dell’economa italiana, per di più accentuata dal perseguimento di una politica miope (del governo Renzi) di sostegno all’offerta produttiva (tramite elargizioni, incentivi, defiscalizzazioni) che hanno come risultato il far perdurare tali vizi (http://effimera.org/economia-italiana-le-contraddizione-del-2015-di-andrea-fumagalli-e- roberto-romano/).

Se c’è speculazione (non per solo colpa dei lupi di Wall Street ma delle convenzioni finanziarie dominanti) , essa si innerva su un tessuto produttivo e creditizio assai decotto.

  • La regolamentazione europea del settore bancario: benzina sul fuoco

Parliamo dunque di un deficit strutturale delle nostre banche i cui nodi solo oggi sono venuti al pettine.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso (comunque già abbondantemente pieno) è stato l’accordo europeo Basilea 3, con l’intento di procedere alla costituzione dell’Unione Bancaria Europea, che, differentemente da quanto si potrebbe pensare, è lungi dall’essere un “unione”. Tale accordo si fonda su tre principi

  • La vigilanza sulla banche europee

La vigilanza del settore creditizio viene assunta dalla BCE, che può quindi mandare ispettori e fare controlli sui bilanci delle banche. Ma non di tutte le banche. La Germania ha imposto che la vigilanza della Bce si applicasse solo a quegli istituti con un giro di affari superiore ai 3 miliardi di euro. Tale cifra non è causale: permette infatti che solo 1 (una!) delle oltre 240 Sparkasse tedesche (Casse di risparmio) , mediamente assai piccole ma che erogano circa un quarto dei prestiti tedeschi, non possano essere controllate dagli ispettori di Francoforte. Implicitamente, tale misura potrebbe favorire anche le banche italiane, visto la loro scarsa dimensione. Tuttavia, date le deficienze strutturali del mercato creditizio italiano e la scarsa efficienza (per ragioni politiche?) della vigilanza della Banca d’Italia (a differenza della Bundesbank) , c’è poco da stare allegri, come le recenti vicende borsistiche ci mostrano.

  • I parametri di ricapitalizzazione e gli stress test

Condizione per partecipare all’Unione Bancaria Europea (pena il crollo dei propri titoli azionari) è il superamento dei cd., stress test relativi agli indici patrimoniali e di ricapitalizzazione. In Italia, Spagna, Grecia e Portogallo – i paesi dell’area mediterranea più colpiti dalle politiche di austerity – molte banche non possiedono i requisiti richiesti. Inoltre, in Italia, la situazione è aggravata – come già ricordato – dall’elevata quota di crediti insolventi (e difficilmente esigibili).La recente lettera inviata da Draghi che mette sotto osservazione alcune banche (il Mps, il Banco Popolare, la Bpm, Bper, Carige e Unicredit e si parla di un allargamento alla Popolare di Sondrio, a Credem e pure San Paolo), oltre a suscitare l’irritazione del ministro Padoan e la ovvia conferma sulla solidità del sistema bancario italiano, mette il dito sulla piaga.

Rimangono solo due alternative: la creazione di una bad bank (ovvero di una banca che raccoglie tutte le sofferenze conla garanzia statale della Cassa Depositi e Prestiti) oppure procedere a fusioni tramite aumenti di capitale. La prima alternativa, nonostante le reiterate richieste di Renzi e Padoan alla BCE, è stata bocciatadalla Commissione Europea in quanto ritenuta un escamotage per dare aiuti di Stato (ora non più possibili, a differenza del passato: vedi oltre). Tale diniego (oltre alla volontà del governo italiano di non partecipare al finanziamento delle politica di gestione dei profughi da parte della Turchia) è all’origine delle recenti polemiche tra Italia e Europa. La seconda, l’unica possibile, favorirebbe un processo di concentrazione bancaria a favore dei poteri forti europei e italiani con il rischio di far saltare il delicato intreccio politico-affaristico tra banche locali e governo (ora leghista, ora renziano) del territorio.

Ci sarebbe una terza possibile alternativa: creare un fondo comune europeo che possa essere utilizzato proprio per potenziare la struttura patrimoniale delle banche più in difficoltà, anche perché operanti nei paesi maggiormente colpite dalla recessione post 2011 (Italia in testa).

Ma, per ora, l’unione bancaria non prevede alcun fondo europeo comune (tra diversi anni forse entrerà in vigore un esiguo fondo di 55 miliardi, pari allo 0,2 per cento del patrimonio complessivo delle banche europeo). Per volere tedesco, non si vuole rescindere il cordone ombelicale che lega i singoli Stati al destino dei loro sistemi bancari: anzi viene addirittura rinsaldato. Un’ulteriore conferma di come la retorica dell’unità europea in realtà nasconda la definizione di precise gerarchie geo-economiche e politiche.

  • Dal bail-out al bail-in

Il terzo principio riguarda la modifica delle forme di rifinanziamento delle banche in difficoltà, con il passaggio dal bail-out al bail-in.

Con il temine bail-out s’intende l’intervento di salvataggio attuato da un’istituzione pubblica, sia essa lo Stato o la Banca Centrale. Uno dei ruoli delle banche centrali europee è stato, sino a Maastricht, quello di prestatore di ultima stanza (“lender of last resort”). Dopo Maastricht (quindi solo nei paesi dell’euro, esclusi Usa e Regno Unito) , in nome della cd. autonomia (“politica”) della Banca Centrale Europea, tale funzione non è più possibile ed è quindi ricaduta sul bilancio degli Stati, favorendo in tal modo una redistribuzione di reddito che i movimenti di contestazione hanno denominato “from Main Street to Wall Street”: sono cioè le collettività nazionali che si assumono l’onere di salvare i banchieri.

Dal 2008 a oggi, tali salvataggi bail-out sono stati numerosi. Come ci ricorda Ugo Marani, a iniziare le danze sono le banche anglosassoni. La Northern Rock, a fine 2008, beneficia di una linea di finanziamento e di garanzia di circa 27 miliardi di sterline concessa congiuntamente dalla Bank of England e dal Tesoro. La Royal Bank of Scotland, nel medesimo periodo, gode di due sottoscrizioni di capitale dal governo inglese: la prima di venti miliardi di sterline, con una partecipazione al capitale ordinario del 63%; la seconda di 13 miliardi. Dal bilancio del 2011 della banca si rileva che l’ammontare garantito dallo Stato è pari a 131,8 miliardi di sterline. Ancora in Gran Bretagna: il Lloyds Bank Group riceve dallo stato una sottoscrizione di capitale pari a circa venti miliardi di sterline, pari al 44% delle azioni ordinarie della nuova banca nata dalla fusione tra Lloyds Halifax Bank of Scotland. I governi di Germania e Spagna, successivamente, non sono da meno dei colleghi britannici: gli aumenti di capitale sottoscritti con fondi pubblici, solo a ricordarne taluni, riguardano il Banco Fin. De Ahorros (23 mlrd), la Commerzbank (18.2), la Bayerische Landesbank (10.5), la Landesbanken Baden-Wurtenberg (5.0) e poi la Dexia in Belgio (10.5), l’ING Group (10.0) e la ABN AMRO Group (3.3), la BNP Paribas (7.6) e la Société Géneral (3.4) in Francia. Quando si tratta di salvare il sistema del credito, i governi europei riscontrano una unità di intenti che mai si era vista.

Secondo i dati R&S Mediobanca, 2015, l’Europa stanzia complessivamente un ammontare netto di interventi, sotto forma di (ri)capitalizzazione, di garanzie e di linee di credito e/o di oltre mille miliardi di euro. Di questi, oltre 253 erano stati destinati a banche spagnole, 156 a istituzioni britanniche, 110 a quelle irlandesi e oltre 80 a quelle tedesche e italiane. Un trasferimento finanziario che non ha riscontri con la storia del nostro continente: la Commissione Europea stima stimache dall’inizio della crisi i paesi comunitari siano intervenuti a favore di 112 istituzioni bancarie nazionali.

Questa la cronaca degli aiuti di Stato nei tempi del trionfo del liberismo e dell’austerity Ogni commento è superfluo.

  • E arriviamo all’oggi

Ricapitolando. L’Europa del liberismo e dell’austerity ha permesso che gli Stati nazionali si accollassero i debiti delle banche per tutto il periodo della crisi, non potendo contare sul supporto della BCE (come è successo invece per gli Usa e la Gran Bretagna). Ora decide, in nome dell’Unione Bancaria Europea, che il risanamento in caso di crisi debba essere a carico degli azionisti e dei conto correnti con più 100.000 euro depositati.

La BCE, per bocca di Draghi, dichiara che, in ogni caso, potenzierà le politiche di Quantitative Easing a vantaggio delle stesse banche. Insomma, rientra dalla finestra quel che è uscito dalla porta. Ciò che rimane è, di fatto, l’incentivo a favorire scalate e concentrazioni bancarie, agevolate anche dal calo dei listini azionari.

Ed è su questa prospettiva che ripartirà un nuovo risiko bancario in Italia.

* * * *

Il 20 gennaio 2015 veniva decretato dal governo: il 24 marzo, il Senato dava il via libera definitivo. Diveniva così legge la trasformazione in società per azioni delle banche popolari. Tempo concesso 18 mesi.

Poco più di un anno dopo, il 10 febbraio 2016, viene varato il Decreto Legge per la riforma delle Banche di Credito Cooperativo.

E da qui che occorre partire per comprendere quale è la situazione del sistema bancario italiano.

 

Il modello bancario dell’Italia

Ecco alcuni fatti stilizzati per inquadrare il tema:

  1. Il totale delle attività delle banche italiane ammonta nel 2014 a 3.219 miliardi,per un numero di dipendenti pari 292.000 (in costante calo: – 20,5% rispetto a 10 anni prima), distribuiti su 31.600 sportelli, che dopo un cospicuo aumento sino al 2007 (+ 32,4% rispetto al 1997), hanno visto un calo del 3% negli anni della crisi finanziaria.
  2. I margini di interessi (calcolati come quota % delle attività/fatturato bancarie) si sono fortemente ridotti, quasi di un terzo, dal periodo pre-crisi (da 1,50 a 1,02) , soprattutto in seguito alla riduzione dei tassi d’interessi sui crediti in seguito alle politiche di Quantitative Easing (QE) della Bce. Tuttavia, i margini di intermediazioni e i risultati di esercizio, pur in calo, presentano risultati positivi, grazie soprattutto ai ricavi ottenuti da altre attività di servizio che risultano superiore agli stessi margini di interesse (1,20). Si tratta essenzialmente delle commesse e dei costi a carico della clientela per svolgere le normali operazioni di banca (assegni, bonifici, uso bancomat, ecc.). Si trattadi fatto di unatassa sui cittadini, unica in Europa, che rende il sistema bancario tra i più inefficienti e rentier d’Europa. Nonostante ciò, nel biennio 2013-14, abbiamo una perdita (prima delle imposte) pari allo 0,23% del livello delle attività complessive, esito di una quota dello 0,84% di accantonamenti obbligatori per far fronte ai crediti inesigibili. In altre parole, il sistema bancario italiano chiude negli ultimi anni in rosso, a causa delle difficoltà di restituzione dei prestiti concesse alle imprese e non in seguito alla riduzione dei tassi d’interesse (e quindi dei ricavi)1. Quest’ultimi infatti sono stati più che abbondantemente compensati dalla rendita di posizione che un mercato bancario chiuso, poco internazionalizzato, tendenzialmente corporativo, è in grado di far valere e imporre contro ogni logica economica di efficienza e trasparenza. Non sono tanto le condizione della crisi finanziaria globale a causarne la crisi ma la stessa deficienza strutturale del sistema economico italiano, primo fattore “interno” della recessione italiana.
  3. Tale situazione di scarsa redditività delle banche e crisi creditizia non è collegata – come normalmente si pensa – a un elevata situazione debitoria dell’economia italiana. Se è vero come è noto che il debito pubblico italiano ammonta al 2015 al 133,8% del Pil, il valore più alto, dopo la Grecia, in Europa (ma inferiore al Giappone), è altrettanto vero, anche se meno conosciuto che il debito delle famiglie italiana è il più basso d’Europa (42,8% del Pil contro valori oltre il 100% di paesi considerati virtuosi, come l’Olanda o oltre il 50% come Gran Bretagna, Stati Uniti, Germania), quello delle imprese è il secondo più elevato (dopo la Germania), pari al 78,6%. Ciò significa che nonostante la forte riduzione della propensione al risparmio degli ultimi anni, gli italiani risparmiano comunque di più della media europea e tale risparmio è il più delle volte depositato in banca: è quindi linfa per lo steso sistema bancario. Ne consegue che l’indebitamento complessivo dell’economia italiana (253,2%) è di poco superiore a quello tedesco e di gran lunga inferiore a quello di Francia, Olanda, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone. Inoltre, per quanto riguarda il supposto “tallone d’Achille” del debito pubblico, esso è per i 2/3 detenuto da investitori italiani istituzionali (soprattutto banche, poi imprese, da ultimo le famiglie per una quota che non supera però il 15% del debito), a differenza di altri paesi, come Francia e Germania2.

Questi brevi flash ci descrivono una situazione paradossale. L’arretratezza del sistema bancario italiano negli anni più ruggenti della crisi finanziaria globale ha svolto un ruolo di cuscinetto ammortizzatore, al punto che – come già sottolineato in precedenza – lo stato italiano è quello che meno è intervenuto con soldi pubblici a sostegno delle perdite delle proprie banche. Ma nel momento in cui la crisi finanziaria ha inciso pesantemente sull’economia italiana, a partire dal 2011 (dopo l’esplosione della crisi dei sub-prime, 2008-09), tale arretratezza da fattori “calmante” è divenuta fattore “scatenante”dell’inefficienza del settore.

 

L’anomalia italiana

Il settore bancario italiano è la fotografia del settore industriale e terziario. Poche grandi banche (come sono poche le grandi imprese) e tante piccole banche che operano soprattutto sul territorio (come sono tantissime le piccole imprese industriale e del terziario). Vi è dunque un forte dualismo dimensionale che risale agli albori della prima fase dell’industrializzazione italiana, quella dei tempi di Giolitti.

E’ infatti in quella fase storica che soprattutto nell’Italia settentrionale nasce e si sviluppa il sistema di credito cooperativo e il sistema delle Banche Popolari, entrambi, pur con differenti motivazioni ideologiche (le prime “rosse”, le seconde ”bianche”), finalizzati a raccogliere il risparmio, soprattutto del ceto medio commerciante e agricolo per finanziare lo sviluppo di attività artigianali locali.

Nel dopoguerra, dopo la riforma agraria e lo sviluppo dei primi insediamenti industriali nelle valli alpine (dall’Ossola alla Val Camonica) , la rete degli sportelli bancari si istituzionalizza e si sedimenta localmente sino a diventare il polmone della tesaurizzazione monetaria su basi dualistiche. Da un lato, il triangolo industriale vede lo sviluppo e il consolidamento a Milano e a Torino dei grandi poli bancari che aprono rapporti privilegiati con i salotti della buone famiglie borghesi industriali: Credito Italiano, Istituto San Paolo, Banca Commerciale Italiana (Comit), sotto l’egida di Mediobanca. Dall’altro, le cd. “banche di provincia”, evoluzione delle banche popolari e del credito cooperativo, tra cui assumo sempre più peso le Casse di Risparmio, oltre a potentati locali quali il Credito Artigiano (Valtellina), la Bcc di Treviglio, la Popolare di Lodi e le banche venete (dalle popolari di Vicenza, Treviso e Verona) sino, inseguito allo sviluppo della Terza Italia e del modello Nec (Nord-est-centro), a espandersi nelle regioni del centro Italia.

Il modello bancario italiano è di fatto lo stesso da 50 anni, più o meno. All’epoca, era lo specchio del mancato sviluppo del paradigma fordista o, detto in altro modo, rappresentava il suo sviluppo parziale, limitato al Nord-Ovest. Con la crisi del modello della grande impresa e il decollo dei distretti industriali, tale modello è rimasto pressoché immutato, apparentemente funzionale allo sviluppo di un modello produttivo diffuso e territoriale ma inadeguato a cogliere le spinte innovative e a sostenere il passaggio verso produzione a maggior contenuto cognitivo e immateriale.

Il mancato decollo di un capitalismo cognitivo o di un’economia della conoscenza in Italia, oltre che a carenze strutturali interne (che qui non abbiamo lo spazio di analizzare3), è anche dovuto al ruolo di blocco del modello bancario italiano, un blocco che solo oggi mostra tutta la sua fragilità. Se andiamo ad analizzare il peso dei crediti inesigibili (NPL, NotPerformingLoan: vedi Tab. 1), ci accorgiamo che sono proprio le cd. ”banche di provincia” a subire le maggiori pressioni e i rischi di insolvenza

Tab. 1: Il peso dei prestiti non performanti (NPL) nei bilanci bancari

NPL lordi (mld €)

NPL/prestiti totali (%)

Monte dei Paschi

25,4

18,0%

Bper

6,7

13,9%

BPVicenza

4,1

13,7%

Carige

3,3

13,2%

CreVal

2,7

13,1%

Veneto Banca

3,2

12,2%

Banco Popolare

10,2

11,6%

Mediobanca

0,6

11,6%

CR Asti

0,9

11,3%

Banca Sella

1,0

11,1%

Unicredit

54,7

10,6%

BNL*

7,1

10,4%

Intesa Sanpaolo

38,6

10,2%

BPM

3,2

9,0%

Banco Desio

0,8

7,8%

Ubi

6,8

7,6%

CRParma

2,7

7,0%

BP Sondrio

1,8

6,7%

DB*

1,3

6,4%

Credem

0,9

4,2%

Fonte: PWC, “The Italian NPL market”, novembre 2015; nostre elaborazioni. Dati in miliardi di euro. *dati 2014.

Oltrea Monte dei Paschi di Siena (a seguito delle malversazioni di gestione, connesse con i potentati politici locali) , ai primo posti per peso dei NPL sul totale dei prestiti abbiamo la Popolare dell’Emilia Romagna (BPER), la Popolare di Vicenza (BPV), la Cassa di Risparmio di Genova (CARIGE), il Credito Valtellinese, Veneto Banca e Banco Popolare. Se facciamo un’analisi più approfondita, considerando solo il mondo del credito cooperativo, i dati sono ancora più allarmanti. Ben 33 banche secondo le elaborazioni de Il Sole 24 ore su dati Mediobanca si trovano ad affrontare quote di crediti inesigibili superiore al 20%.Il 41 per cento di queste Bcc si trova al Nord, il 27 per cento al Centro e il 32 per cento al Sud.

banche in crisirid

Tutte “banche di provincia”, che, pur presentando valori patrimoniali (in relazione al giro d’affari) in media superiori alle banche nazionali, si trovano però in maggiore difficoltà, anche per la minor differenziazione del portafoglio di rischio. Non stupisce, che a questa esposizioni, il sistema bancario italiano presenti un grado di leverage(indebitamento o leva finanziaria) che, seppur in diminuzione, è il più elevato d’Europa (cfr. grafico seguente)

fumagali2

Tali dati confermano l’inadeguata capitalizzazione e lo stato di crisi del sistema delle banche e quindi la necessità di rinvigorire leattività patrimoniali. Ma ciò deve avvenire in tempi brevi (a seguito dei limiti temporali imposti da Basilea 3) e in presenza di aspettative di ricavi decrescenti.

Ma come si è arrivati a questa situazione? Le 33 banche di credito cooperative precedentemente elencate, nell’immaginario collettivo, fanno parte di quel modello di piccole, piccolissime banche spesso comunali o sovracomunali che presidiavano il territorio fornendo credito all’economia locale. Ora la lunga recessione italiana ha scalfito, e non da ieri, quel modello della banca di credito cooperativo, che, sempre nella vulgata mainstream, era l’immagine di banca locale solida e virtuosa e immune dai contraccolpi finanziari. Oggi tra le sedici banche commissariate in Italia, ben la metà sono banche di credito cooperativo.

Non è solo colpa della recessione, anchese la difficile situazione economica post 2011 non ha sicuramente aiutato. Il nodo centrale è piuttosto la qualità dei creditori a cui si sono erogate somme di denaro non sempre giustificate da razionalità economica. Altri fattori sono intervenuti, dovute proprie al ruolo anche “politico” svolto da queste banche, strettamene legate all’evoluzione degli interessi piùpolitici che economici, in funzione di una governance territoriale che aveva come primo obiettivo l’arricchimento di determinate cordate e padrini politici.

Da questo punto di vista, è stato rilevante anche il ruolo delle Fondazioni bancarie, che in alcune realtà locali, sia nel Nord Est che nelle regioni centrali, hanno visto l’incremento del peso politico ora della Lega Nord ora dell’affarismo di centro-sinistra.

A tale situazione criticasi aggiunge anche il fatto che, come fatto rilevare da Mike Shedlock noto anche come Mish, blogger finanziario tra i più autorevoli al mondo, si è intensificata la fuga di capitali dalle banche italiane (e spagnole), in particolare verso la Francia.

fumag3

La tabella considera i flussi di capitali prendendo come parametro di riferimento il Target 2, in quanto “misura eccellente per monitorare la fuga di capitali da un paese dell’Eurozona a un altro della stessa area”.

Tale fugadi capitali, che concretamente si manifesta nel trasferimento di liquidità verso bancheeattività finanziarie estere, risiede soprattutto nel timore dei bail- in, ovvero delle confische, dei controlli di capitali e dei fallimenti bancari simili a quelli che si sono verificati in Grecia e a Cipro e che oggi sono state “istituzionalizzate” dai nuovi regolamenti bancari europei (su questo punto, si rimanda a: http://commonware.org/index.php/neetwork/650-la-miseria-del-sistema-bancario-italiano-parte-i).

La congiuntura negativa dei mercati, il pressing europeo sulla badbank e lo spettro del bail in come schema di intervento “a carico” della clientela, unitamente alle difficolta di recupero dei crediti causa recessione sono quindi i fattori che rischiano di mettere in ginocchio il sistema soprattutto delle “banche di provincia”, mettendo a nudo anche la scarsa trasparenza della governance affaristica e politically incorrect.

Non stupisce quindi che nei primi 11 mesi del 2015, come rileva l’ultimo rapporto ABI, le emissioni nette (il nuovo debito) di obbligazioni bancarie si sono ridotte di 95 miliardi contribuendo così a esasperare una tendenza negativa di lungo periodo. Attualmente, l’ammontare totale dei bond emessi dagli istituti di credito presenti sul mercato è di 386 miliardi di euro contro i 514 di due anni fa : un quadro preoccupante. Nel corso del 2016, notava nelle scorse settimane L’Espresso, le banche dovranno fronteggiare bond rischiosi in scadenza per quasi a 6 miliardi di euro. “Una volta rimborsate le obbligazioni – scriveva il settimanale – gli istituti dovranno anche trovare il modo di rimpiazzarle. Difficile immaginare che i clienti faranno la fila per sottoscrivere nuovi titoli subordinati”, anche alla lucedi quanto successo , ad esempio per la Banca Etruria e del Lazio.

Tale situazione, inoltre, conferma l’inefficacia delle politiche di Quantitative Easing della BCE, che, oltre a non incrementare il credito per l’economia reale, anche quando la liquidità si ferma nel settore bancario, ciò non permette di uscire dalle strettoie della carenza di liquidità stessa.

E’ alla luce di queste osservazioni che si giustifica e si spiegano i recenti crolli in borsa dei valori bancari italiani, un crollo di gran lunga superiore a quello fatto registrare in altri paese europei.

 

E allora?

Come rilevato anche da Angelo Baglioni sul sito de La Voce.info, il governo Renzi è stato particolarmente attivo sul fronte bancario. Come abbiamo ricordato, risale al gennaio 2015 il decreto legge che ha riformato la governance delle banche popolari, imponendo la trasformazione in società per azioni a quelle con attivo superiore agli otto miliardi. La conseguenza più importante è stata il passaggio dal voto per testa (ogni azionista ha diritto a un voto, indipendentemente dal numero di azioni possedute) al voto proporzionale al numero di azioni possedute. Oltre alla discutibilità del metodo utilizzato (quello del decreto legge), occorre rilevare che a 6 mesi dal tempo concesso per tale trasformazione solo pochissime banche hanno operato in tal senso (meno del 10%). Quando è successo, come nel caso UBI o di BPM, abbiamo assistito ad un aumento della concentrazione bancaria, il che nonè di per sé un fattore negativo (perché l’aggregazione e soprattutto la concentrazione consente una maggior solidità patrimoniale e quindi più probabilità di superare gli stress test della vigilanza Bce per partecipare all’Unione Bancaria Europea in progress), a patto tuttavia che tale trasformazione in SpA venga accompagnata da vera governance manageriale. E’ qui infatti che si gioca la reale questione di un possibile ammodernamento del sistema bancario italiano per renderlo immune dalla palude degli interessi politici-affaristici. Il rischio è che la trasformazione in SpA delle Popolari (nel caso, non del tutto scontato, che effettivamenteavvenga) è che sia data una patina di managerialità in superficie lasciando inalterati gli antichi vizi dell’affarismo bancario tipico del credito italiano, spesso usato come arma di condizionamento politico più che come strumento di stabilità economica.

Il processo di concentrazione bancario verrà ancor più sostanziato dall’intervento del governo Renzi di febbraio 2016nel settore delle banche di credito cooperativo. In questo caso il governo ha adottato una tattica più morbida, negoziando la riforma con i rappresentanti delle Bcc stesse. Dopo mesi di trattative, si è arrivati – come ricordato – al decreto del 10 febbraio 2016. La soluzione individuata prevede la costituzione di una unica holding capogruppo, che avrà poteri di indirizzo e controllo sulle Bcc, sebbene la maggioranza del capitale della holding sia detenuto dalle Bcc stesse. Il patrimonio delle Bcc dovrebbe essere messo “a fattor comune” mediante una sorta di responsabilità congiunta, a partire da una soglia di 200 milioni di attività. La partecipazione è libera ma una volta entrati nella holding difficile sarà uscirne.

L’intendimento, se da un lato viene presentato come una necessità in funzione di una maggior solidità patrimoniale (di fatto i rischi vengono collettivamente assunti, creando una sorta di camera di compensazione tra le diverse situazioni patrimoniali delle singole banche, con mugugni da parte di quelle poche Bcc con i conti in ordine) , dall’altro ha un duplice preciso scopo:

a. non scaricare gli eventuali costi di risanamento sul bilancio pubblico (in ottemperanza ai diktat dell’austerity) ma al limite sui creditori insolventi (non è un caso che proprio in questi giorni si vuole far passare più o meno segretamente un dispositivo legislativo che consenta alle banche di espropriare direttamente, cioè senza passare dal giudice, le case dei proprietari insolventi.

b.selezionare, restringendola, la lobby politica-economica che governa questo segmento di banche su base autoritaria, guarda caso, in linea con le medesima tendenza sul piano delle libertà democratiche e di voto.


Note
1 Vedi https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/rapporto-stabilita/2015-1/RSF1-2015.pdf
2 Tutti i dati qui presentati sono riportati dalla Tab 1.1, pag. 11 del “Rapporto sull’instabilità finanziaria”, Banca d’Italia, n. 1, 2015
3 Al riguardo si rimanda al saggio di S.Lucarelli, D.Palma, R.Romano, “Quando gli investimenti rappresentano un vincolo. Contributo alla discussione sulla crisi italiana nella crisi internazionale”, in Moneta e Credito, vol. 66, n. 262, 2013.

HITLER IMITO’ IL SISTEMA MONETARIO DI LINCOLN

 Ellen Brown ALTRAINFORMAZIONE.IT 

Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta collegata all’oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti. Ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato“. (Adolf Hitler, citato in Hitler’s Monetary System, www.rense.com, che riprende C.C.Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949). Quello di Guernsey (politico del Minnesota, ndr), non fu dunque l’unico governo a risolvere i propri problemi infrastrutturali stampando da solo la propria moneta. Un modello assai più noto si può trovarlo nella Germania uscita dalla Prima Guerra Mondiale. Quando Hitler arrivò al potere, il Paese era completamente, disperatamente, in rovina.

Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano distrutto, con i quali si intendeva rimborsare i costi sostenuti nella partecipazione alla guerra per tutti i Paesi belligeranti. Costi che ammontavano al triplo del valore di tutte le proprietà esistenti nella Germania. La speculazione sul marco tedesco aveva provocato il suo crollo, affrettando l’evento di uno dei fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità. Al suo apice, una carriola piena di banconote, per l’equivalente di 100 miliardi di marchi, non bastava a comprare nemmeno un tozzo di pane. Le casse dello Stato erano vuote ed enormi quantità di case e di fattorie erano state sequestrate dalle banche e dagli speculatori. La gente viveva nelle baracche e moriva di fame. Nulla di simile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta nazionale, che aveva spazzato via i risparmi della gente, le loro attività e l’economia in generale. A peggiorare le cose arrivò, alla fine del decennio, la depressione globale. La Germania non poteva far altro che soccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini internazionali. O almeno così sembrava.

Hitler e i Nazional-Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta. In questo presero esempio da Abraham Lincoln, che aveva finanziato la Guerra Civile Americana con banconote stampate dallo Stato, che venivano chiamate “Greenbacks“. Hitler iniziò il suo programma di credito nazionale elaborando un piano di lavori pubblici. I progetti destinati a essere finanziati comprendevano le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali. Il costo di tutti questi progetti fu fissato a un miliardo di di unità della valuta nazionale. Un miliardo di biglietti di cambio non inflazionati, chiamati Certificati Lavorativi del Tesoro. Questa moneta stampata dal governo non aveva come riferimento l’oro, ma tutto ciò che possedeva un valore concreto. Essenzialmente si trattava di una ricevuta rilasciata in cambio del lavoro e delle opere che venivano consegnate al governo. Hitler diceva: “Per ogni marco che viene stampato, noi abbiamo richiesto l’equivalente di un marco di lavoro svolto o di beni prodotti“. I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creando lavoro per altre persone.

Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il Paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui negli Stati Uniti e in altri Paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza. La Germania riuscì anche a ripristinare i suoi commerci con l’estero, nonostante le banche estere negassero credito e dovesse fronteggiare un boicottaggio economico internazionale. Ci riuscì utilizzando il sistema del baratto: beni e servizi venivano scambiati direttamente con gli altri paesi, aggirando le banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto avveniva senza creare debito nè deficit commerciale. L’esperimento economico della Germania lasciò alcuni durevoli monumenti al suo processo, come la famosa Autobahn, la prima rete del mondo di autostrate a larga estensione.

Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale tedesca, viene spesso citato un motto che riassume la versione tedesca del miracolo del “Greenback”. Un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un sistema bancario“. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario” (John Weitz, Hitler’s Banker Warner Books, 1999).

Benchè Hitler sia citato con infamia nei libri di storia, egli fu popolare presso il popolo tedesco. Stephen Zarlenga, in The Lost Science of Money, afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò la Germania dalle teorie economiche inglesi. Le teorie secondo le quali il denaro deve essere scambiato sulla base delle riserve aurifere in possesso di un cartello di banche private piuttosto che stampato direttamente dal governo. Secondo il ricercatore canadeseHenry Makow, questo fu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermatoegli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e creare una propria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C.G.Rakowsky, uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo nell’URSS di Stalin. Secondo Rakowsky, “[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo a lavoro per il bene dello Stato. Se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri Stati, potete ben immaginare le implicazioni controrivoluzionarie” (Henry Makow, “Hitler Did Not Want War”, www.savethemales.com).

L’economista inglese Henry C.K.Liu ha scritto sull’incredibile trasformazione tedesca: “I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un momento in cui l’economia era al collasso totale, con rvinosi obblighi di risarcimento postbellico e zero prospettive per il credito e gli investimenti stranieri. Eppure, attraverso una politica di sovranità monetaria indipendente e un programma di lavori pubblici che garantiva la piena occupazione, il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti“. In Billions for the Bankers, Debts for the People (Miliardi per le Banche, Debito per i Popoli, 1984), Sheldon Hemry commenta: “Dal 1935 in poi, la Germania iniziò a stampare una moneta libera dal debito e dagli interessi, ed è questo che spiega la sua travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza mondiale in soli 5 anni. La Germania finanziò il proprio governo e tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza aver bisogno di oro nè debito, e fu necessaria l’unione di tutto il mondo capitalista e comunista per distruggere il potere della Germania sull’Europa e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri“.

L’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR

Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione che colpì nel 1923 la Repubblica di Weimar (nome con cui è conosciuta la repubblica che governò la Germania dal 1919 al 1933). La radicale svalutazione del marco tedesco è citata nei testi come esempio di ciò che può accadere quando ai governi viene conferito il potere incontrollato di stampare da soli la propria moneta. Questo è il motivo per cui viene citata, ma nel complesso mondo dell’economia le cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato di Versailles.

Schacht, che all’epoca era il responsabile della zecca della repubblica, si lamentava: “Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema di provvedimenti che hanno per fine la distruzione economica della Germania. Il Reich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla diverso dall’espediente inflazionistico di continuare a stampare banconote“. Questo era quello che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “di tarar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli rivelazioni che fanno a pezzi la saggezza comune propagandata dalla comunità finanziaria riguardo all’iperinflazione tedesca“. Schacht rivelò che era la Banca del Reich, posseduta da privati, e non il governo tedesco che pompava nuova valuta all’economia. Nel meccanismo finanziario conosciuto come vendita a breve termine, gli speculatori prendono in prestito qualcosa che non possiedono, la vendono e poi “coprono” le spese ricomprandola a prezzo inferiore. La speculazione sul marco tedesco fu resa possibile dal fatto che la Banca del Reich rendeva disponibili massicce quantità di denaro liquido per i prestiti, marchi che venivano creati dal nulla annotando entrate sui registri bancari e poi prestati ad interessi vantaggiosi.

Quando la Banca del Reich non riuscì più a far fronte alla vorace richiesta di marchi, ad altre banche private fu permesso di crearli dal nulla e di prestarli, a loro volta, a interesse. Secondo Schacht, quindi, non solo non fu il governo a provocare l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo che la tenne sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severi regolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive per bloccare le speculazioni straniere, eliminando la possibilità di facile accesso ai prestiti del denaro fabbricato dalle banche. Hitler poi rimise in sesto il paese con i suoi Certificati del Tesoro, stampati dal governo su modello del Greenback americano. Schacht disapprovava l’emissione di moneta da parte del governo e fu rimosso dal suo incarico alla Banca del Reich quando si rifiutò di sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò dal processo di Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovette riconoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui aveva bisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla teoria economica classica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto che le fattorie erano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In questo si trovò d’accordo con John Maynard Keynesquando le risorse per incrementare la produzione furono disponibili, aggiungere liquidità all’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi; provocò invece la crescita dei beni e di servizi. Offerta e domanda crebbero di pari passo, lasciando i prezzi inalterati. (da Webofdebt)

di Ellen Brown

Quel che vorremmo leggere da De Bortoli sui poteri forti che ben conosce

di Renzo Rosati ILFOGLIO.IT 11 MAGGIO 2017

11 Maggio 2017 alle 10:54

Quel che vorremmo leggere da De Bortoli sui poteri forti che ben conosce

Banca Etruria (foto LaPresse)

 
 

E allora? Nell’ipotesi peggiore per Maria Elena Boschi, l’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni confermerà la richiesta di occuparsi nel 2015 di Banca Etruria, seguita dall’apertura e chiusura di un dossier “affidato a un collaboratore”. Cioè troverebbe riscontro quanto scritto dall’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli nel libro Poteri forti (o quasi). In attesa che Ghizzoni profferisca eventualmente verbo, Unicredit smentisce e Boschi querela. Beppe Grillo e Matteo Salvini rispolverano il jingle del renzismo prono alle banche, che ebbe un qualche successo al referendum costituzionale, e Pier Luigi Bersani, dopo assenza post-scissione, imita il Peppone che svegliandosi dalla pennica in parlamento si mette a gridare “Fascisti!”. Altrimenti andranno avanti gli avvocati. Ma comunque: where is the beef? E come si spiega la schizofrenia di un giglio magico bancario che sempre in quel 2015 (novembre) approvò la direttiva europea del bail-in che in pochi giorni liquidò Etruria e consorelle, mentre a febbraio aveva obbligato le popolari a trasformarsi in spa mettendo fine proprio al modello Etruria?

  

La bistecca in tavola non c’è; ma in realtà sarebbe meglio sollevare lo sguardo sull’ennesima rentrée del mega-complottismo su “Renzi padrone d’Italia” che ha già dato bella prova nella naufragata inchiesta Consip di Henry John Woodcock (il quale se la vede con il Csm), ma ahimè anche in un precedente con protagonista sempre de Bortoli. Il 3 ottobre 2016 FdB firmò in prima pagina del Corriere l’editoriale “Un’opaca vicenda bancaria” sul Monte dei Paschi di Siena. Il succo era che Renzi “con un accordo di governo” e “senza trasparenza” si era consegnato mani e piedi alla JpMorgan. Così l’ad uscente di Mps, Fabrizio Viola, aveva appreso della sostituzione da un sms del renziano Marco Carrai. Un errore, questo, ammesso da De Bortoli, dopo querela di Carrai. Come è finita Mps lo sappiamo: l’“opaca vicenda”, cioè la ricapitalizzazione con soldi privati, non è andata avanti, mentre la banca è ora a carico dei contribuenti. Renzi è caduto sul referendum, il patto di ferro con JpMorgan si è rivelato una balla: la banca americana – oggetto di tormentone sui social network con il suo capo Jamie Dimon che dettava la riforma costituzionale, fake news ideata da tale Enzo Di Salvatore del comitato No Triv – è stata un anno fa al 16 posto per affari conclusi in Italia, l’anno prima decima, nel 2014 settima.

Laterina, manifestazione dei truffati di Banca Etruria nel paese del ministro Boschi


Insomma, comunque finisca quest’altra puntata, da un giornalista stellare come FdB, due volte direttore del Corriere, una del Sole 24Ore, top manager di Rcs, Longanesi, Flammarion, una qualche maggiore precisione sarebbe giusto aspettarla. Così come un occhio un po’ meno indulgente verso i refrain grillini-leghisti riguardo ai poteri forti, titolo del suo libro. Lui con quei poteri ha avuto davvero a che fare, e ne è stato interprete, avendoci trattato come azionisti e interlocutori in via Solferino: Banca Intesa, Mediobanca e la Fiat di Gianni Agnelli erano le sue latitudini e longitudini, allora salotti davvero buoni di un capitalismo referenziale e magari senza capitali. Sui quali FdB avrebbe molto da raccontare, se volesse. I banchieri di riferimento – Gianni Bazoli, Corrado Passera, Alessandro Profumo – votavano alle primarie uliviste e patrocinavano (Bazoli) coalizioni di governo.

  

Massimo D’Alema, da premier, si incontrava con Enrico Cuccia in via Margutta, chez Alfio Marchini. Le banche si autoproclamavano sistemiche reggendosi sui patti di sindacato. Oggi che, almeno Intesa e Unicredit, si dedicano al loro lavoro risanate da azionisti di mercato, sono “sterco del diavolo” à la Bergoglio, assillo del complottismo stile Salvini. Salvo invocarne il soccorso sociale come fece Enrico Letta nel 2013 per Alitalia, con gli allora vertici di Cassa depositi e prestiti (che minacciarono dimissioni), e come fa sempre Susanna Camusso, per Alitalia e qualsiasi cosa ci sia da nazionalizzare. Queste sarebbero storie da leggere per la penna di de Bortoli.

Come è cambiato il bancario

di Marco Alfieri ILFOGLIO.IT 1 OTTOBRE 2015

La fine della stagione del gigantismo culturale ha ridisegnato la geografia delle banche italiane. Numeri, mutui e sfida tra due modelli di operatori. Con un problema: ma esiste ancora il naso?

1 Ottobre 2015 alle 17:11

Come è cambiato il bancario

Thomas Lawrence, “Il bancario”, 1820

 
 

Un banchiere di lungo corso la chiama la sindrome “del bambino e dell’acqua sporca”. In Italia siamo campioni di specialità. Le cose non vanno bene? Serve riformarle? Si butta via tutto, si fa un bel falò e si passa con eccesso di zelo al modello opposto, salvo poi pentirsene (di solito quando è troppo tardi). Con le banche è andata esattamente così. Invece di far evolvere un sistema eccessivamente frazionato e superare clientelismi, bancocentrismo e opacità, si è deciso di usare la leva del rating, delle fusioni e del gigantismo come bacchetta magica e panacea di ogni male, scimmiottando modelli altrui e buttando via il bambino con l’acqua sporca, appunto. Somma illusione.

 

Prendiamo gli ultimi dati sul credito alle imprese (fonte Bankitalia). Li ha messi in fila in modo intelligente Fabio Bolognini sul suo blog finanziario: “Dal 2010 è calato di quasi 90 miliardi, ma nello stesso periodo le sofferenze sulle imprese sono passate da 59 a 138 miliardi. Il credito buono è calato in media del 2 per cento, quello cattivo aumentato del 21 per cento all’anno. Non occorrono commenti. La percentuale delle sofferenze sulle imprese è passata nello stesso periodo dal 6,6 per cento al 17,2 per cento…”.

 

Certo la lunga crisi ha pesato tanto ma non c’è solo questo. Nella storia delle banche quando i sistemi di rating non esistevano ancora, non si trova uno stillicidio di queste proporzioni così prolungato. “Perciò delle due l’una: il sistema di rating interno proposto con le metriche di Basilea e validati dalla Vigilanza non funziona oppure se funziona non è stato usato adeguatamente da chi doveva interpretarlo. Oppure ancora un misto delle due…”. In ogni caso visti i risultati, continua Bolognini, tanto valeva tenersi il “naso” dei vecchi direttori di filiale che almeno conoscevano il territorio. Considerando che l’Italia resta un paese di campanili, di artigianato minuto e di piccole medie imprese diffuse.

 

Se guardiamo dal basso, dalla prospettiva dei territori produttivi, l’evoluzione recente del nostro sistema bancario, la chiave di lettura proposta da Bolognini non è affatto campata in aria, anzi. Dobbiamo pensare che l’Italia per il 90 per cento è e resta provincia; osservarla da Roma, Milano e Francoforte o attraverso le lenti delle grandi istituzioni finanziarie spesso fa prendere cantonate. A cominciare dall’identikit dei clienti/correntisti e dalle operazioni tipiche che restano, nel 2015 come nel 1980, ancorate al binomio “raccolta-impieghi”.

Tradizionalmente i clienti delle banche nella provincia italiana sono giovani coppie con il mutuo da pagare o che abitano e lavorano in zona e appoggiano lo stipendio e le spese della casa, piccolo retail, artigiani e professionisti, pensionati con qualche soldo da parte, un buon bacino di aziende, famiglie consumatrici e alcuni clienti con grossi patrimoni che si fidano di un gestore specifico. In questo senso le migliaia di filiali sparse per il territorio sono state dagli anni del boom in avanti il presidio al centimetro dell’Italia dei campanili. Spesso gli istituti più piccoli, Popolari e Credito cooperativo, sono nati dalle collette promosse tra i contadini e gli artigiani dal parroco del paese e non c’è distretto industriale in cui i soci non siano diventati prima metalmezzadri e poi capitalisti molecolari, conservando il ruolo di incubatrici d’industrie vincenti. Ancora oggi se prendiamo le principali province manifatturiere italiane, da Vicenza ad Ancona, più del 60 per cento degli sportelli è appannaggio di banche di territorio.

 

In questo quadretto la figura del direttore di filiale è sempre stata strategica. Nel pantheon locale sedeva al tavolo delle #personechesannotuttoditutti a fianco del sindaco, del medico condotto, del farmacista e del maresciallo dei carabinieri. Conosceva letteralmente ogni pietra: sapeva leggere i bilanci (cosa che si è persa con il turnover forsennato di questi ultimi anni), fiutava le voci del paese dentro e fuori i bar, parlava con gli operai e prima di rientrare a casa la sera passava a visitare qualche capannone. Un po’ psicologo, un po’ gestore, un po’ consigliere, un po’ medico delle imprese.

 

Certo i tempi sono cambiati ma il segreto stava nella frequentazione del microcosmo. Ad esempio il metodo del Costantino Gava, per tanti anni direttore di filiale nel mitico nord-est, era infallibile. Lo ha raccontato qualche anno fa Massimo Malvestio in un bel libro sul “Credito cooperativo: storia di uomini, bisogni e successi in Veneto” (Marsilio). “Comincio con il calcio – spiega Gava –, vado a vedere tutte le partite che si giocano in paese. Prima squadra, giovanili, pulcini… non manco mai per un paio di mesi”. Poi le associazioni. Quelle degli anziani sono la vera passione di Gava, che non salta un torneo di scopa per nulla al mondo. Anche gli orari delle messe vengono passati al setaccio, “in modo da incrociare i mattinieri e i vespertini. Fino a prendere tre messe in una domenica…”.

 

Per molti puristi del credito si tratta di uno stile d’antan, forse romantico, certamente superato negli anni di Basilea e degli algoritmi. “In realtà se vai fuori e conosci la gente e le aziende, cose che in banca non si fanno quasi più, è difficile sbagliare…”. In teoria le due cose, tecnologia & prossimità, non si dovrebbero escludere a vicenda. In teoria.

 

In pratica per decenni il posto in banca è stato il sogno piccolo borghese di tantissime famiglie italiane. Posto fisso e buoni stipendi nell’Italia contadina entrata nel boom economico, quando un bancario poteva comprarsi una utilitaria o una lavatrice ultimo grido con il solo premio di produzione. Il massimo per chi sgobbava in fabbrica e vedeva nel salto impiegatizio dei figli la quintessenza dell’ascensore sociale. Ambizioni non di rado sbertucciate, simbolo di un’Italietta arricchita e conservatrice, da canzoni e film entrati nel costume nazionale. Dai Gufi di “Io vado in banca” (“stipendio fisso, così mi piazzo, e non se ne parla più”) al Venditti “sessantottino” di Compagni di scuola (“ti sei salvato o sei entrato in banca pure tu?”) fino al Nanni Moretti di “Sogni d’oro” che ironizza sul mestiere sicuro, senza preoccupazioni di bancario. In effetti. Rimborso vestiario, 16 mensilità, a casa presto, permessi orari e contratti integrativi che negli anni 80 valgono altri 3 mila euro.

 

La grande cesura arriva a metà anni Novanta quando cambia letteralmente il mestiere e lo scenario internazionale. Il big bang coincide con la stagione delle privatizzazioni post Iri, le fusioni e la fine del vecchio direttore di agenzia. Una volta aveva in mano la filiale e conosceva il territorio, oggi ruota ogni pochi anni, deve organizzare il lavoro degli addetti ma non ha più autonomia sulle erogazioni e conoscenza della clientela. Il ruolo si spersonalizza e la funzione si fa più burocratica, specie nelle filiali “small business” dove guida il rating (salvo eccezioni). “Dispiace non poterti dare i soldi, so che sei uno a posto, ma le regole sono ferree…”, è la risposta che molti direttori di filiale hanno cominciato a ripetere a macchinetta ad artigiani e piccoli imprenditori.

 

Nei nuovi modelli organizzativi le filiali vengono divise in segmenti: famiglie e aziende rispondono direttamente al capo area, che a sua volta riporta alla direzione generale. Non solo. Se una volta prevaleva la specializzazione, negli ultimi 15 anni la figura tipica è quella del bancario “proletarizzato” e universale, che esegue e piazza prodotti e polizze. Una sorta di impersonale catena di montaggio terziaria, fotografata tre anni fa da una ricerca Ispel sui lavoratori del credito: il 48 per cento degli intervistati si dichiarava insoddisfatto del proprio lavoro e il 25 per cento aveva la percezione di avere poche opportunità di crescita.

 

La crisi fa il resto e per molti versi è ancora cronaca battente, esacerbando sentimenti diffusi e avvelenando i pozzi. Quante volte abbiamo sentito imprenditori lamentarsi contro le banche brutte sporche e cattive che non prestano soldi, riducono i castelletti, tagliano fidi, non scontano le fatture in ritardo, alzano i tassi e chiedono rientri improvvisi?

 

Naturalmente il vecchio modello aveva molti difetti ed era giusto superarlo. Il microcosmo non è di per sé migliore delle fabbriche prodotto e della finanziarizzazione del credito. Il territorio piuttosto è come il colesterolo: c’è quello buono, attento all’originalità dello sviluppo locale e a selezionare le imprese, e quello cattivo, clientelare, politicizzato, incestuoso emerso nei tanti scandali da strapaese che hanno colpito in questi anni fondazioni, banche e banchette di territorio. O anche solo l’ingorda lottizzazione di poltrone, le erogazioni senza alcun merito creditizio agli amici degli amici e le opacità di gestione in un paese come l’Italia dove la mole dei prestiti bancari è pari alla cifra monstre del 53 per cento del pil (molto più di Francia e Germania) e rappresenta il 40 per cento delle passività finanziarie complessive (gli Usa sono al 15 per cento e la Francia al 23 per cento).

 

[**Video_box_2**]Ma detto questo, siamo sicuri che il modello in voga funzioni meglio? Siamo sicuri che andasse buttato il bambino con l’acqua sporca, sposando modelli distanti dalla propria geografia economico-produttiva? I numeri di prima direbbero il contrario, peraltro senza aver corretto i veri difetti del nostro sistema bancario: troppi sportelli, troppi dipendenti, bassa produttività e opacità di un pezzo importante di clientela rappresentata dai piccoli imprenditori, con i quali si guadagna poco e si rischia di perdere molto. Basti dire che su circa 2 milioni di imprese registrate (fonte Cerved) quasi la metà (900.000) non sono società di capitali, cioè esiste una totale commistione tra patrimonio della famiglia e patrimonio aziendale e tra debiti della persona e dell’azienda. Altre 450.000 imprese sono micro, non arrivano a 2 milioni di fatturato e troppo spesso presentano bilanci poco trasparenti e una situazione pessima di margini, flussi di cassa e debiti. Se aggiungiamo la fortissima dipendenza del paese dal credito bancario, il quadretto è fatto.

 

In Italia c’è stato un decennio, più o meno terminato con l’esplosione della crisi, in cui il gigantismo per il gigantismo, la logica della grande distribuzione e il miraggio dei banchieri star, hanno fagocitato i nostri territori. Banche popolari che scimmiottavano Intesa e Unicredit senza alcun bisogno, piccoli istituti lanciati alla conquista di nuovi sportelli & nuovi spazi di potere e banchieri di provincia che giocavano al risiko della finanza mentre il sistema d’impresa restava mediamente piccolo e locale. E badate: il gigantismo mal interpretato non è certo indifferente al business, perché spinge a misurarsi sui grandi numeri e sui grandi deal. Per una grande banca transnazionale perdere un cliente che fattura 5 milioni è irrilevante. Per le piccole invece questi profili sono sempre stati il pane quotidiano (senza la possibilità di compensare acquisendo aziende medio-grandi).

 

“Se prima della crisi il modello della banca universale, quella che fornisce servizi finanziari di svariato tipo, era visto come l’approccio vincente, soprattutto se accompagnato con una forte crescita dimensionale, oggi questo non è più vero. I recenti casi di Hsbc, Deutsche Bank e Credit Suisse, in cui il ricambio dei vertici prelude anche a drastici cambiamenti nelle scelte di business, sono solo alcuni esempi”, scrive su Lavoce.info l’economista del Centro Europa Ricerche (Cer), Carlo Milani.

 

Tuttavia, chiusa bruscamente la stagione del gigantismo (almeno culturale), resta l’incapacità delle nostre grandi banche di stare al passo coi tempi, recuperando il meglio della propria vocazione. Il sistema appare accerchiato da nuovi agguerritissimi operatori extra bancari, la cosiddetta rivoluzione FinTech (la fusione di finanza e tecnologia) che secondo molti oltreoceano spazzerà via l’industria del credito per come l’abbiamo conosciuta sulla base di cinque ingredienti che stanno già riscrivendo altri settori del nostro quotidiano, dalla mobilità alle vacanze, dagli acquisti alla musica, dalla televisione alle news: tecnologia, big data, condivisione, algoritmi e generazione millennials.

 

Paradossalmente proprio le banche di territorio potrebbero resistere meglio dei giganti del credito al boom delle piattaforme di prestito peer to peer, i vari Amazon Marketplace, Lending Club e i suoi fratelli/rivali Prosper, OnDeck o Funding Circle. Se si è in grado di aggiornarlo il presidio della vicinanza resta un valore, un po’ come la tenuta del negoziante evoluto rispetto ai centri commerciali.

 

Immaginate quando spazio potrebbe riconquistare una banca in cui le filiali diventano veri sportelli multiservizi, flessibili, tecnologici, dove il direttore gode (rispondendone, ovvio) di autonomia gestionale sul credito, i bancari sanno interpretare e incrociare i dati dei clienti del territorio, hanno stipendi meritocratici, frequentano la comunità locale e “visitano” davvero le aziende (invece che poltrire tra le carte dei back office). Bisognerebbe valutare i dipendenti dal tempo che trascorrono fuori dalle filiali, non viceversa, perché il territorio torna ad essere un valore pregiato.

 

“Il limite della finanza tecnologica è che non può (e non vuole) replicare i costosi meccanismi relazionali delle banche commerciali”, continua Bolognini, “ma diventa imbattibile se il servizio bancario rimane intrappolato nei limiti della scarsa trasparenza, della bassa professionalità del personale, della burocrazia delle procedure”. Ecco la grande occasione!

 

Peccato che in questi anni ad esempio “i big data sono all’ultimo posto tra i primi quindici investimenti in tecnologie dell’informazione e della comunicazione effettuati dalle banche italiane”, nota sempre Milani. Mentre a partire dal 2008 “gli investimenti in Ict degli istituti di credito sono diminuiti a un tasso medio annuo del 3,5 per cento”. Non esattamente il modo giusto per tenere testa ai colossi FinTech e ritrovare finalmente un vero spazio di mercato.

 

Ci sarebbe poi da introdurre un altro elemento che ha segnato la storia recente delle nostre banche: la differenza tra “credito”, dove la componente umana e qualitativa è fondamentale (lo abbiamo visto), e “finanza” dove tutto è standardizzato. Ma questo sarà oggetto di un secondo articolo.

1. BLINDATO NEL DOPPIO PETTO BLU E CAPELLI CATRAMATI, SILVIO BERLUSCONI IERI SI È PRESO UNA PAUSA DAL TEATRINO POLITICO PER RECARSI NEL TRIBUNALE DI TEMPIO PAUSANIA, NEL CUORE DELLA GALLURA, A UNA CINQUANTINA DI CHILOMETRI DA VILLA CERTOSA. QUI HA INCONTRATO IL SUO (EX) SPAURACCHIO, IL FOTOREPORTER SARDO ANTONELLO ZAPPADU 2. E IL BANANA RIESCE A CAZZEGGIARE PURE CON CHI L’HA QUASI ROVINATO A COLPI DI FLASH 3. ZAPPADU IMMORTALO’ BACI SAFFICI IN PISCINA A VILLA CERTOSA E IL PREMIER TOPOLANEK COL CAZZONE ALL’ARIA – ORA VIVE IN COLOMBIA. APRIRA’ UN “BUNGA BUNGA BAR” – FOTO HOT!

DAGOSPIA.COM 10 APRILE 2018

Giacomo Amadori  per la Verità

 

il fotoreporter ZappaduIL FOTOREPORTER ZAPPADU

Doppio petto blu e cravatta in tinta, Silvio Berlusconi ieri si è preso una pausa dalle consultazioni politiche romane per recarsi nel tribunale di Tempio Pausania, paesone di 14.000 abitanti nel cuore della Gallura, a una cinquantina di chilometri da villa Certosa. Qui ha incontrato il suo (ex) spauracchio, il fotoreporter sardo Antonello Zappadu (L’ incubo di Berlusconi era il titolo della sua biografia scritta dal fratello Salvatore).

 

A Tempio, Berlusconi è stato accolto come una star e non si è sottratto a foto e selfie: si è messo in posa con una scolaresca, qualcuno gli ha messo in braccio il proprio marmocchio e alla fine lui si è issato sul predellino della Maserati grigia con cui viaggiava per un saluto alla popolazione. In Sardegna Berlusconi è giunto direttamente dal Continente per testimoniare nella causa promossa contro Zappadu per violazione della privacy. Il motivo del contendere è una foto di copertina dell’ Espresso, intitolata «Voi quorum, io Papi», in cui Berlusconi appariva in dolce compagnia in Sardegna, mentre il resto d’ Italia, era il giugno 2011, votava per il referendum sull’ acqua pubblica.

 

VILLA CERTOSA -FOTO ZAPPADUVILLA CERTOSA -FOTO ZAPPADU

TUNNEL DI VILLA CERTOSA FOTO DAL BLOG DI ZAPPADUTUNNEL DI VILLA CERTOSA FOTO DAL BLOG DI ZAPPADU

L’ autore di quello scoop ripesca nei ricordi: «Quel giorno, anche se i miei informatori in aeroporto non mi avevano allertato, ci pensò un cliente di un bar di Olbia, con una birra in mano, ad avvertirmi: «Ho visto Silvio con i miei occhi al centro commerciale». E così in 45 minuti salii sulla mia solita collinetta, lo fotografai e tornai a casa». Ieri tra Zappadu e Berlusconi c’ è stata persino una stretta di mano, dopo anni di tensione. E non sono mancate le battute.

 

«Perché oggi non lo fotografa?» ha chiesto sornione l’ avvocato Niccolò Ghedini al difensore di Zappadu, Giancarlo Frongia. «Perché il mio assistito non vuole un’ altra querela» ha risposto prontamente il legale di Zappadu. L’ imputato e il suo accusatore si sono incrociati mentre il leader di Forza Italia attendeva di testimoniare. «A presentarci è stato Ghedini, spiritoso come sempre. Berlusconi mi ha detto: “Ah, lei è il famoso Zappadu” e mi ha chiesto un po’ preoccupato: “Ma non vive all’ estero?”». Risposta del reporter: «Certo, però sono venuto direttamente da Bogotà per il processo. Ho lasciato il caldo per il freddo». «Ma lei è matto» gli ha sorriso l’ ex Cavaliere.

 

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Zappadu con La Verità ha chiosato: «È chiaro che Berlusconi preferisca che io stia lontano dalla Sardegna, ma può stare tranquillo: adesso io me ne torno in Sud America, la stagione delle foto a villa Certosa è finita». Anche perché il dibattimento non si è ancora concluso e Berlusconi non ha ritirato la querela, sebbene il procedimento sia a rischio prescrizione e molto probabilmente finirà con un nulla di fatto.

 

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Durante la testimonianza l’ avvocato Frongia ha chiesto a Berlusconi con insistenza a che distanza secondo lui fossero state scattate le foto. Il leader di Forza Italia ha risposto tranquillamente: «Sicuramente dall’ esterno della villa». «Ma da che distanza?» ha insistito il legale. «Da molti metri» è stata la replica. «Da quanti metri?» lo ha incalzato il difensore. A questo punto Berlusconi si è un po’ spazientito e ha esclamato: «Ma lo chieda al suo cliente» e ha accompagnato la frase con un altro sorriso, cercando con lo sguardo Zappadu.

 

Anche il giudice Carlo Contu è apparso divertito per il siparietto. Dopo mezz’ ora era tutto finito. Berlusconi si è concesso il suo bagno di folla, mentre Zappadu è tornato ad Olbia per incontrare l’ editore Enrico Farinelli che pubblicherà un suo romanzo legato alla produzione della cocaina, al centro di molti suoi reportage: «Si intitolerà U Clandestinu e sarà la storia di un irredentista corso che si rifugia in Ecuador, dove incrocia narcotrafficanti e servizi segreti» ci ha anticipato l’ autore.

 

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Alla fine dell’ udienza abbiamo chiesto un commento a Zappadu sull’ incontro con Berlusconi. «Subito dopo la stretta di mano, ho fatto notare a un mio amico che il presidente aveva addosso profumo di donna» scherza il fotografo dei due mondi. Lui e il presidente di Forza Italia avrebbero potuto scambiarsi consigli, visto che anche Zappadu non disdegna il fascino femminile e dal 2009 si è trasferito in Colombia, dove ha sposato l’ affascinate Susan Morales, 25 anni più giovane di lui.

 

FRANCESCA PASCALE AL MARE A VILLA CERTOSAFRANCESCA PASCALE AL MARE A VILLA CERTOSA

Una scelta di vita quasi obbligata, vista la guerra che al tempo era scoppiata con Berlusconi. Nel 2007 Zappadu, grazie a una dritta partita dall’ entourage dell’ ex premier, si era appostato su un poggio alle spalle di villa Certosa, immortalando quello che il settimanale Oggi definì «l’ harem di Silvio». Alla vigilia del G8 dell’ Aquila del 2009, con Berlusconi premier, sul sito del quotidiano spagnolo El Paìs apparvero le scene un po’ libertine inquadrate da Zappadu nel parco di villa Certosa: baci saffici, bellezze al bagno e persino l’ ex presidente della Repubblica Ceca, Mirek Topolànek in versione adamitica.

 

BERLUSCONI A VILLA CERTOSABERLUSCONI A VILLA CERTOSA

Ne parlarono i giornali di tutto il mondo, anticipando lo scandalo che dopo neanche tre settimane sarebbe esploso con l’ affaire di Patrizia Daddario e «le cene eleganti» di Palazzo Grazioli. Ghedini chiese il sequestro delle foto e denunciò Zappadu. Che si trasferì all’ estero.

 

Sembra passata un’ era geologica da allora, eppure Berlusconi continua a essere al centro dell’ agenda politica e Zappadu a fare il fotografo, sebbene ad altre latitudini. Vive a Cali, in un bell’ attico che ha acquistato grazie agli scatti di villa Certosa. «In realtà adesso sto per trasferirmi in una villa indipendente in stile spagnoleggiante» ci annuncia.

 

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E mostra le foto di una dimora color latte circondata da vegetazione equatoriale: «Qui aprirò un “pizzorante” e un locale che si chiamerà bunga bunga bar, con tripla B, una bianca, una rossa e una verde. Ho già il logo. Il piatto forte del menù saranno i ravioli alla Berlusconi con pomodoro, mozzarella di bufala e basilico, il tricolore amato dall’ ex premier».

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Non sprechiamo il tempo da qui a giugno in attesa che giunga il nuovo governo

Antonello Di Mario FORMICHE.NET 10 APRILE 2018

Non sprechiamo il tempo da qui a giugno in attesa che giunga il nuovo governo

L’editoriale di “Fabbrica società”, il giornale della Uilm nazionale, che sarà on line dal 14 aprile

La Uilm celebra il suo Congresso nazionale in un momento delicato per la vita del Paese. Le accellerazioni dell’economia reale sono sempre più veloci, mentre gli scossoni derivanti dal voto politico rischiano di determinare un vuoto colmo di incertezze.

I CONGRESSI DI UIL E UILM

Basti pensare che l’assise congressuale dei metalmeccanici della Uil si svolgerà tra pochi giorni, mentre rimane in carica un governo per la gestione degli affari correnti. Il congresso della confederazione sindacale di riferimento, invece, si terrà dal 21 giugno, quando, molto probabilmente, si sarà insediato un esecutivo nel pieno dei poteri e col sostegno di una sufficiente maggioranza parlamentare. È importante che non trascorra invano il tempo che intercorre da questa primavera all’inizio dell’estate.

LE SCELTE DA FARE SECONDO I SINDACATI METALMECCANICI

I sindacati metalmeccanici, a partire dalla Uilm, auspicano una politica industriale caratterizzata da riforme strutturali, ma soprattutto chiedono che gran parte delle vertenze di crisi, tuttora “in itinere” presso il dicastero dello Sviluppo economico, trovino un epilogo positivo. Prima fra tutte, quella dell’Ilva che abbisogna in tempi celeri di un accordo sindacale determinante per assicurare, attraverso i nuovi acquirenti di Arcelor Mittal, un concreto futuro al più grande gruppo siderurgico italiano, basato sulla salvaguardia dei livelli occupazionali, della tutela della capacità produttiva, sull’adeguato risanamento ambientale.

LE PRIORITÀ DI FEDERMECCANICA

Anche gli imprenditori metalmeccanici si sono fatti sentire mediante un “libro-manifesto” redatto da Federmeccanica. Dario Di Vico, sulle colonne dell’inserto del Corriere della sera, “L’Economia“, ci fa sapere come l’industria manifatturiera italiana vuol rispondere alle sfide poste dalla trasformazione digitale e la ripersonalizzazione del mondo della produzione. “L’impresa italiana – riporta l’editorialista suddetto a proposito del testo in questione – se vuole far fronte a questo nuovo scenario deve essere capace di reinventarsi, non accontentarsi di aver dimostrato resilienza nei confronti della crisi, non appagarsi della riorganizzazione che pure ha portato avanti controvento, nemmeno bearsi dei successi ottenuti con l’export, ma creare le condizioni per restare competitiva nel medio periodo”.

CRESCEREMO UN PUNTO IN MENO RISPETTO AGLI ALTRI PAESI UE

Sono proprio le complicazioni derivanti dalla recente competizione elettorale a consigliare di tener alta la guardia, perché rendono oggettivamente difficile l’applicazione di misure utili ad agevolare la crescita. “Continueremo a crescere intorno all’1,5% – ricorda l’ex premier Romano Prodi – cioè quasi un punto in meno rispetto alla media europea.La parte più positiva sarà ancora una volta costituita dagli investimenti industriali e dalle esportazioni, mentre i consumi aumenteranno in linea con il modesto sviluppo del reddito”.

UN GOVERNO CHE AFFRONTI LE EMERGENZE ECONOMICHE

Anche questa previsione dimostra come sia necessario un Consiglio dei Ministri che agisca nel pieno delle sue funzioni: “L’auspicio – ha più volte sollecitato Carmelo Barbagallo, leader della Uil – è che si formi subito un Governo in grado di affrontare efficacemente le emergenze economiche, a partire dalle questioni connesse al lavoro. Servono investimenti pubblici e privati e serve una riduzione delle tasse a favore dei lavoratori e dei pensionati. Solo su queste solide fondamenta si può basare lo sviluppo del Paese e solo a quel punto potremo registrare dati non più altalenanti, ma strutturalmente in crescita”.

LA NECESSITÀ DEGLI INVESTIMENTI

Da qui a giugno, cioè nell’arco temporale che intercorre tra i congressi della Uilm e della Uil, il tempo non va sprecato. Occorre, innanzitutto, incrementare gli investimenti diretti alle opere pubbliche e al settore del manifatturiero. E subito dopo occuparsi del rilancio del Meridione, della riduzione del peso fiscale, del ridimensionamento del debito pubblico, della lotta all’evasione fiscale. Insomma, è strategico, fin da subito, approntare una azione economica che guardi alla crescita economica degli altri Paesi europei, per fare almeno qualche passo in avanti e non il contrario.

 

La povertà esiste anche in Svizzera, ma per pochi dura a lungo

Di Zeno Zoccatelli con ats TVSVIZZERA.IT 10 APRILE 2018

Anche nella ricca Svizzera il problema della povertà esiste e, talvolta, tocca chi un lavoro ce l’ha. L’Ufficio federale di statistica ha pubblicato martedì i risultati di un’indagine da cui emerge però che nella Confederazione, rispetto alla maggior parte dei paesi europei, si tende a non rimanere poveri a lungo.

VIDEO:

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/10-04-2018-oltre-600mila-poveri-in-svizzera?id=10343423&startTime=0.000333&station=rete-uno

Nel 2016 circa 615’000 persone in Svizzera, di cui 140’000 con un’attività lavorativa, versavano in condizioni di povertà reddituale, l’equivalente del 7,5% della popolazione totale. È quanto risulta dall’indagine dei redditi e le condizioni di vita (SILC) e dalla prima edizione di “La dinamica della povertà in Svizzera” dell’Ufficio federale di statistica Link esterno(UST).

Rispetto ai due anni precedenti il tasso tende al rialzo (2014: 6,7%, 2015: 7,0%), oscillando tuttavia nell’ambito della volatilità statistica, indica martedì l’UST.

In Svizzera figura sotto la soglia di povertà chi non dispone di risorse finanziarie sufficienti per acquisire beni e servizi necessari a una vita integrata socialmente.

Questa soglia include il forfait per il mantenimento, le spese individuali per l’alloggio e una somma pari a 100 franchi al mese per altre spese per ogni persona di 16 anni o più facente parte dell’economia domestica.

Questa soglia nel 2016 è stata fissata a 2’247 al mese per una persona sola e a 3’981 per un nucleo famigliare di due adulti e due bambini.

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Tra i gruppi più esposti vi sono le persone che vivono sole o in economie domestiche monoparentali con figli minorenni, quelle senza formazione scolastica post-obbligatoria e quelle che vivono in economie domestiche in cui nessun membro è occupato.

Deprivazione materiale

La situazione rimane tuttavia meno grave rispetto alla maggior parte di altri paesi europei. Questo salta all’occhio se si considerano i dati relativi alla cosiddetta “deprivazione materialeLink esterno“. Questa misura prende in conto nove tipologie di spese differenti (dal riscaldamento all’affitto, passando per l’abbonamento telefonico).

È considerato in una situazione di deprivazione materiale chi non riesce a far fronte ad almeno tre di questi elementi, mentre è in grave deprivazione materiale chi è impossibilitato a pagarne quattro su nove.

In Svizzera le persone con un’occupazione e, al contempo, in una situazione di grave deprivazione materiale rappresentavano l’1% della popolazione nel 2016 contro il 7,7% dell’Italia e il 4,2% della media europea.

Poveri, ma per poco tempo

La nuova pubblicazione dell’UST ha permesso per la prima volta di analizzare per quanto tempo le persone sono colpite dalla povertà. È emerso che dal 2013 al 2016 in Svizzera è risultato povero almeno una volta il 12,3% della popolazione, nettamente di più rispetto ai valori annuali.

Dopo un anno la maggior parte delle persone è tornata a percepire un reddito al di sopra della soglia di povertà. Lo 0,9% della popolazione che ha vissuto in povertà nell’arco di tutto il quadriennio.

Grafico UST
(Ufficio federale di statistica (UST))

Un confronto a livello europeo in questo ambito è possibile con l’indicatore del tasso di rischio di povertà. Per convenzione, l’Unione europea fissa la soglia di rischio di povertà al 60% della mediana del reddito disponibile equivalente di un paese.

Nel periodo 2013-2016 il 23,5% della popolazione elvetica è finito almeno una volta sotto questa soglia. La media europea è del 27,2%, l’Italia è al 29%.

Tuttavia per la Confederazione la situazione migliora se si guarda al lungo termine. Infatti solo il 4,2% della popolazione svizzera si è ritrovata in situazione di precarietà per tutto il quadriennio, mentre in Italia questa percentuale si attesta 10,7, la media europea è dell’8,1%.

“Con una delle quote più basse delle persone esposte al rischio di povertà a lungo termine (durata da 3 a 4 anni) la Svizzera ha registrato, tra il 2013 e il 2016, un tasso di rischio di povertà al di sotto della media. La situazione in Svizzera può essere quindi valutata relativamente positiva”, scrive l’UST.

 

Confcultura lascia Confindustria per Confimi e volano lettere al vetriolo. Al centro, lo scontro di potere con Luigi Abete

Patrizia Asproni, presidente di Confcultura, e Luigi Abete. Imagoeconomica

Stavolta è un’associazione ad avere rotto i ponti con Confindustria, non una singola azienda. Una piccola associazione di imprese, Confcultura, costituita nel 2001 dopo che con la legge Ronchey sono stati aperti ai privati iservizi “aggiuntivi” per i musei: ristorazione, caffetteria, vendita di biglietti, visite guidate, librerie, audioguide, mostre. Ma l’addio di Confcultura a Viale dell’Astronomia ed il suo recente approdo a Confimi (di cui fanno parte 28mila piccole e medie aziende per lo più fuoriuscite da Confindustria) non dà conto soltanto dell’emorragia di iscritti che colpisce l’organizzazione presieduta da Vincenzo Boccia. Dietro le quinte di questa storia si è consumato uno scontro la cui posta in palio è un mercato da 200 milioni l’anno.  E parliamo soltanto dei servizi museali.

 

Confcultura – cui aderiscono società come Artem, Best Union, D’Uva Workshop, Enjoy Museum, Giunti, Mondo Mostre, Ticketone, che hanno in gestione musei, siti archeologici e luoghi della cultura –  è stata presa di mira nel vano tentativo di estrometterne dalla presidenza Patrizia Asproni per rimpiazzarla con qualcuno di stretta obbedienza confindustriale.

La Asproni ha un curriculum di tutto rispetto. Dopo avere presieduto la Fondazione Torino Musei è stata nominata presidente del Museo Marino Marini di Firenze e nello stesso tempo dirige la divisione beni culturali della Giunti, cui fa capo la gestione dei musei fiorentini, tranne Palazzo Vecchio, per un totale di 8 milioni di visitatori l’anno. Proprio il gruppo Giunti figura con Mondadori tra i soci fondatori di Confcultura, la cui giunta esecutiva (segretario generale Filippo Cavazzoni dell’Istituto Bruno Leoni) ha deliberato prima l’ingresso in Confindustria, nel 2006, e poi l’adesione a Csit (la federazione confindustriale delle imprese per i servizi innovativi e tecnologici). Dalla collaborazione tra Confindustria e Confcultura è nato tra l’altro il libro bianco dei beni culturali, da cui appare evidente come un oligopolio di concessionari tiene in pugno la gestione dei musei su scala nazionale.

Spiega la Asproni a Business Insider: “Confcultura è divenuta interlocutore delle istituzioni: dal ministero dei Beni culturali a quello dell’Università e delle Ricerca; dalle commissioni Cultura di Camera e Senato all’Unione europea”.

Forse questa intraprendenza è risultata indigesta a chi puntava a dettare la linea nei rapporti con il governo e la pubblica amministrazione: per esempio, all’ex presidente di Confindustria Luigi Abete, imprenditore tra i più in vista del settore, da sempre in competizione con Confcultura.

Sono passati anni prima che la famiglia Abete aderisse a Confcultura e ne occupasse due posti in giunta attraverso Gebart, l’azienda presieduta da Giancarlo Abete (l’ex numero uno di Federcalcio, fratello di Luigi), che ha in gestione prestigiosi musei romani come Galleria Borghese.Abete avrebbe voluto contare di più nei rapporti tra Confcultura e il settore pubblico, forse aspirava a presiedere l’associazione, ma gli è andata buca. Ed è uno smacco per chi occupa un posto in prima fila nel sistema di potere romano ed è in sella da quattro lustri alla presidenza di Bnl (la banca di Bnp Paribas che ha finanziato l’Istituto Luce, cioè lo Stato, perché rilevasse, da una società in crisi di cui Abete è socio e amministratore, gli studi di Cinecittà).

La sfera d’influenza del cavaliere del lavoro Abete nell’industria culturale capitolina non si limita a Gebart. Egli è amministratore delegato e azionista di peso di Italian Entertainment Network insieme al Fondo Italiano d’Investimento (Cassa Depositi e Prestiti) e all’imprenditore Diego Della Valle: gruppo che spazia dalla produzione audiovisiva all’entertainment culturale, dalla gestione di eventi internazionali alla valorizzazione commerciale di marchi. Ed è al tempo stesso presidente e azionista di Civita Cultura Holding, che fa capo a Ien ed è attiva, anche tramite partecipate come Opera Laboratori Fiorentini, nella gestione di musei e siti archeologici e nell’organizzazione di mostre ed eventi.

Il consiglio d’amministrazione di Civita Cultura Holding è un tipico esempio di capitalismo all’italiana, dove più che il capitale contano le appartenenze e le relazioni. Vi siedono, fra gli altri: tre rappresentanti della famiglia Abete (Luigi, suo figlio Antonio e il solito Giancarlo), l’amministratore delegato di Vision Distribution Nicola Maccanico (figlio dell’ex ministro Antonio Maccanico) e Albino Ruberti (figlio dell’ex ministro Antonio Ruberti), che di Civita è amministratore delegato. Organizzatore di grandi eventi romani, Ruberti è il nuovo capo di gabinetto del presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti – ruolo leggermente in conflitto con quello in Civita – e percepisce per i suoi vari incarichi 441mila euro di compensi lordi.

Luigi Abete partecipa inoltre al comitato di presidenza diAssociazione Civita, che sta in cima a questo intricato organigramma di società e di persone. E’ l’intramontabileGianni Letta a presiedere l’ente non profit per la promozione della cultura fondato dal banchiere Gianfranco Imperatori. E accanto ad Abete ritroviamo nel comitato di presidenza dell’Associazione i soliti Ruberti e Maccanico (nell’ordine segretario generale e vicepresidente vicario) e un lungo elenco di manager e imprenditori: da Emmanuele Emanuele a Fabio Gallia, da Bernabò Bocca a Ugo Brachetti Peretti, da Gabriele Galateri a Fabio Cerchiai, da Catia Tomasetti a Patrizia Grieco, da Ivan Lo Bello a Pietro Guindani, da Mauro Moretti a Giampaolo Letta (altro figlio d’arte, amministratore delegato di Medusa Film), fino a Gianni Puglisi, rettore dell’università di Enna ed esponente dichiarato del Grande Oriente d’Italia.

Leggi anche: Giorgio Galli: ‘Lega e M5S possono trovare un terreno comune, premiando chi produce e colpendo i parassiti’

Lo scontro con Confindustria arriva al culmine sul finire del 2016, alla vigilia dell’assemblea di Confcultura del 22 dicembre che ha all’ordine del giorno il rinnovo della giunta; lo documenta uno scambio epistolare pervenuto a Business Insider.

La sera prima dell’assemblea la Asproni apprende per iscritto dal direttore dell’area sistema associativo di Confindustria, Federico Landi, di non avere più i requisiti per essere rieletta. La tesi di Landi è che, pur aderendo in modo indiretto a Confindustria (tramite Csit), Confcultura debba sottomettersi alle regole della casa madre che impongono la rotazione delle cariche sociali. Landi riunisce il collegio speciale dei probiviri confederali con i quali decide che la giunta uscente di Confcultura dovrà espungere dall’ordine del giorno il punto sul rinnovo delle cariche, presentando una mozione che impegni l’assemblea ad adeguare lo statuto di Confcultura “ai nuovi principi organizzativi di Confindustria”. Landi pretende l’insediamento di una “Commissione di designazione” per l’”individuazione di uno o più candidati alla carica di presidente di Confcultura”. In caso contrario “si renderà indispensabile una risposta organizzativa a livello confederale coerente con la puntuale osservanza delle regole inderogabili del sistema”.

Morale: la Asproni deve togliersi di mezzo, anche se risulta gradita ai propri associati che da lì a qualche mese la rieleggeranno puntualmente. Un aut aut che provocherà la rottura.

Nella missiva con cui comunica a Boccia l’uscita dal sistema confindustriale, la Asproni dichiara fallito “l’obiettivo di costruire un solido legame tra cultura e mondo dell’impresa nel segno di una forte innovazione e liberalizzazione”.  E accusa Viale dell’Astronomia di avere escluso l’associazione “da scelte e decisioni che hanno poi avuto importanti ricadute sul nostro settore” e che hanno provocato “pesanti ingerenze da parte di rappresentanti di Confindustria nella governance e nell’organizzazione”. L’allusione alla lettera di Landi non potrebbe essere più scoperta: “Non vi è bisogno di molte parole per evidenziare la inconciliabilità di simili toni … con il rispetto dovuto all’autonomia di un’associazione aderente a Confindustria – ma che non costituisce un socio diretto – peraltro su un adeguamento statutario che sappiamo bene molte delle federazioni e associazioni non hanno ancora applicato”.

Fine della storia? Neanche per sogno. Dopo l’irrimediabile strappo Landi scrive ai dirigenti dei Beni culturali per avvertirli che l’associazione “non è più abilitata ad esprimere posizioni ed azioni di rappresentanza che possano essere ricondotte … ad orientamenti e volontà dell’organizzazione confederale”. E conclude: “Vi preghiamo, perciò, di tener conto di questa importante novità che incide, in maniera significativa, sulla legittimazione rappresentativa di Confcultura, anche in considerazione delle criticità associative interne dopo la decisione di abbandonare il perimetro confederale”.

Come dire che, fuori da Confindustria, Confcultura non sarebbe legittimata a rappresentare i propri iscritti.

Dichiara la Asproni a Business Insider: “Hanno schierato i cannoni per sparare a una mosca considerato che il nostro bilancio annuo è di appena 50mila euro. Hanno scavalcato quella che era la nostra federazione di riferimento, la Csit, mettendo il suo presidente dinanzi al fatto compiuto. Evidentemente facevamo ombra a qualcuno. E’ la riprova che in Confindustria le piccole e medie imprese creative non hanno patria”.

Ora Landi organizza riunioni con le imprese di Confcultura per cercare di recuperare terreno e fondare un’associazione concorrente. Solo che ormai i buoi sono fuggiti dalla stalla, riacchiapparli non sarà semplice. Anche perché le federazioni di categoria di Confindustria tendono a bilanciare le minori entrate derivanti dal calo di iscritti con l’aumento di prezzo delle quote associative, così favorendo l’esodo di nuove aziende dal sistema confederativo.

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