B.Carige: Mincione già salito intorno all’8% (fonte)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Il finanziere Raffaele Mincione sarebbe già salito all’8% di Banca Carige.

E’ quanto ha riferito una fonte a MF-Dowjones.

Mincione ha dichiarato di recente di aver acquisito il 5,4% della realtà ligure e di puntare al 10%, per partecipare da un punto di vista privilegiato a un’operazione di M&A che ritiene inevitabile (per salire oltre il 10% non va dimenticato che dovrebbe ottenere l’ok delle autorità di Vigilanza). Aprile, comunque, dovrebbe essere un mese di assestamento e scouting e non dovrebbe riservare alcuna sorpresa. Sia l’azionista di maggioranza (Malacalza Investimenti al 21%) sia Mincione si starebbero guardando intorno e starebbero facendo le necessarie valutazioni. Il cosiddetto Piano B dell’ex peso massimo di Banco Bpm (che prevederebbe la richiesta di revoca del Board e la convocazione di un’assemblea ad hoc, visto il rifiuto ricevuto alla domanda di inserire anzitempo amministratori di sua diretta espressione) non dovrebbe trovare realizzazione a breve.

L’entrata in scena del finanziere nella realtà della Lanterna risale al 16 febbraio scorso, quando Capital Investment Trust ha comunicato di aver acquisito, attraverso le sue controllate Pop12 e Time & Life, 3 miliardi di azioni di Banca Carige, corrispondente appunto al 5,428% del capitale della banca ligure.

Mincione, presidente di Time & Life, aveva commentato l’operazione sottolineando che “sebbene da 35 anni viva fuori dall’Italia, questo rimane il mio Paese e sono orgoglioso di poter continuare ad investire qui. Carige è una banca storica, molto radicata sul territorio, sebbene ora si trovi in una fase complessa. Sono convinto non solo che la Banca abbia un grande potenziale e quindi possa essere un’opportunità di investimento per noi, ma anche che in Italia si stia aprendo uno scenario di ripresa che la comunità finanziaria internazionale non può che guardare con interesse”.

Nella recente assemblea dei soci della banca, attraverso un portavoce, Mincione ha dato il pieno sostegno all’a.d. Paolo Fiorentino. “A seguito delle dichiarazioni emerse nel corso dell’assemblea odierna di Banca Carige vogliamo ribadire il nostro appoggio a Fiorentino per l’ottimo lavoro svolto”, ha affermato Giulio Corrado, in rappresentanza di Wrm Group gruppo fondato da Mincione.

“Oggi non dobbiamo dimenticarci dei momenti bui che Carige ha passato, né dimenticarci che anche altre banche hanno dovuto affrontare grandi difficoltà e che non tutte sono riuscite a portare a termine l’aumento di capitale. Per questo oggi abbiamo deciso di essere presenti in assemblea e di votare il bilancio, a dimostrazione della fiducia verso l’a.d.

Fiorentino e il piano di ristrutturazione che sta portando avanti in maniera egregia”.

cce

claudia.cervini@mfdowjones.it

(END) Dow Jones Newswires

April 11, 2018 12:36 ET (16:36 GMT)

Banche Venete: Sga rileva portafogli crediti deteriorati da 18 mld

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

La Società per la Gestione di Attività (Sga) ha sottoscritto con B.P.Vicenza e con Veneto Banca, entrambe in liquidazione coatta amministrativa, i contratti per acquisire i portafogli di crediti deteriorati dei due istituti, per il tramite e per conto, rispettivamente, del patrimonio destinato Gruppo Vicenza e del patrimonio destinato Gruppo Veneto, entrambi costituiti con decreto ministeriale.

Con la firma di tali contratti, i commissari liquidatori di PopVicenza Lca e di Veneto Banca Lca procedono alla cessione, in favore dei rispettivi patrimoni destinati di Sga, dei crediti classificati o classificabili “in sofferenza”, “unlikely to pay” o “past due” alla data di avvio delle liquidazioni coatte amministrative e non ceduti o retrocessi da Intesa Sanpaolo unitamente a beni, contratti e rapporti giuridici accessori, con l’esclusione da tale perimetro di certe attività, passività, contratti e rapporti individuati nei contratti di cessione. I portafogli ceduti, costituiti da circa 112.000 posizioni debitorie, hanno un valore lordo complessivo pari a circa 18 miliardi di euro.

Il corrispettivo della cessione – prosegue il comunicato – è rappresentato da un credito delle due liquidazioni coatte amministrative nei confronti dei rispettivi patrimoni destinati di Sga, pari al valore di iscrizione contabile dei beni e dei rapporti giuridici ceduti, che verrà periodicamente adeguato al minore o maggiore valore di realizzo.

Sga può dunque avviare le attività di gestione dei crediti e degli altri beni e rapporti giuridici acquistati, con l’obiettivo di massimizzarne il valore di recupero nel tempo e contestualmente di ottimizzare la gestione dei rapporti con i debitori.

com/cce

(END) Dow Jones Newswires

April 11, 2018 12:52 ET (16:52 GMT)

GIOVANNA BOURSIER Buongiorno, sono Giovanna Boursier di Report, io volevo parlare col dott. Zaleski un momento.

1 Intesa sul credito di Giovanna Boursier FUORI CAMPO Romain Zaleski finanziere, speculatore, nel 2007 uno degli uomini più ricchi del mondo, oggi il più indebitato con le nostre banche, abita tra Milano e la Val Camonica è sposato con Helene De Prittwitz, franco-russa. Ma chi è Romain Zaleski? AL TELEFONO HELENE DE PRITTWITZ Pronto? Buongiorno, sono Giovanna Boursier di Report, io volevo parlare col dott. Zaleski un momento. AL TELEFONO HELENE DE PRITTWITZ No, no non c è, lui è andato all estero. E andato all estero, non è a Breno? AL TELEFONO HELENE DE PRITTWITZ No no no no no no Mi scusi se la disturbo signora, è che AL TELEFONO HELENE DE PRITTWITZ Sì, ma penso che basta così, mi sembra che voi avete tendenza a disturbare troppo. a disturbare troppo, ma senta signora, ma come mai nessuno pronto? FUORI CAMPO Il 22 aprile scorso, all assemblea degli azionisti di Intesa San Paolo si rinnova il Comitato di sorveglianza. A votare la lista di Giovanni Bazoli, presidente dal 2007, c è anche la Tassara di Romain Zaleski, che possiede l 1,7% della banca. Ma Tassara è anche indebitata con Intesa per oltre 1 miliardo. A Cernobbio troviamo Cucchiani, che ancora non sa di avere come consigliere delegato i giorni contati. Giovanna Boursier di Report. Mi sto occupando di Zaleski… Ma perché è stato finanziato così tanto e così a lungo? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Guardi, lei pone una domanda legittima ma la pone all’interlocutore sbagliato perché a quell’ora, a quei tempi mi occupavo di tutt’altro, nel senso che non mi occupavo di banca, però credo che per onestà intellettuale si debba tener conto che in quei tempi lo sbilancio fra investimento azionario di quella società e il debito contratto con le banche era molto positivo.

2 FUORI CAMPO I crediti alla Tassara vengono da lontano. E anche Romain Zaleski: francese, di origini polacche, classe Negli anni 60 è tesoriere del partito di Giscard D Estaing. Negli anni 70 è dirigente Comilog, azienda mineraria che estrae manganese in Gabon… Proprio per conto della Comilog nell 84 Zaleski arriva a Breno in Val Camonica: deve riscuotere un credito dall acciaieria Tassara, che è in crisi. Lui se la compra e si stabilisce in Italia… DAVIDE FONDA Scusi Ingegner Zaleski avete firmato? ROMAN ZALESKI Che cosa? DAVIDE FONDA Firmato Tassara? MILENA GABANELLI IN STUDIO L ingegner Zaleski è un finanziere sconosciuto al grande pubblico, più noto ai giocatori di bridge che è la sua vera, grande passione, e alle banche, ovviamente, che gli hanno fatto molto credito, nel 2007, prima che il castello crolli, è esposto per 9 miliardi di euro, la sua banca di riferimento è Intesa San Paolo, che è la nostra grande banca di sistema. C è un altro imprenditore che non è messo bene, l immobiliarista Zunino. Noi spesso ci chiediamo perché per i grandi i rubinetti sono sempre aperti, mentre agli altri vengono chiusi i fidi, e c è chi compra a rate e non sa che interessi va a pagare, anche noi, devo dire, abbiamo impiegato un bel po a capire che cos è una carta revolving, e vi daremo istruzioni per l uso. Intanto ritorniamo dove abbiamo lasciato Zalesky, in Val Camonica, dove era arrivato per riscuotere un credito da un acciaieria e aveva pensato che faceva prima a comprarsela. Adesso che i debiti li ha lui, come la mettiamo?. Giovanna boursier FUORI CAMPO A Breno la Metalcam esiste dal 1907: oggi ci lavorano 270 persone. Nell 84 quando Zaleski se la compra era in crisi… Zaleski l’ha salvata, no? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Zaleschi l ha salvata. Nell’84 abbiamo fatto 2 anni di amministrazione controllata, è arrivato Zaleski e ha salvato la fabbrica. FUORI CAMPO La fabbrica è di Tassara Spa, che oggi è capogruppo italiana dell impero Zaleski. Fa capo alla holding lussemburghese Argepa Spa. In cima c è la Fondazione olandese Zigmunt Zaleski, che controlla la holding Tanagra, e da Amsterdam si arriva alle Bermuda… ALFONSO SCARANO ANALISTA FINANZIARIO Un analista non ha strumenti per poter analizzare questa fantasmagoria di società.

3 Cioè son tante eh? ALFONSO SCARANO ANALISTA FINANZIARIO Certamente è un cittadino del mondo ecco non vede i confini nazionali, vede i confini delle opportunità internazionali, immaginificamente parlando probabilmente anche fiscali. FUORI CAMPO Nel 2009 i giornali scrivono che Zaleski rimpatria dei capitali dall estero e costituisce la Fondazione benefica Tassara. In Cda c è anche Filippo Andreatta, figlio del ministro che ai tempi dell Ambrosiano tenne a battesimo Bazoli… anche lui è a Cernobbio. Gli chiediamo di Zaleski. FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA Non conosco. Mi ha chiesto di partecipare a quella fondazione, però è staccata dalle sue attività, per cui fa solo attività di beneficenza Come dire, Bazoli Zaleski, no Bazoli è stato tenuto a battesimo da suo papà quasi no come personaggio economico? FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA Infatti lui lo conosco molto bene. Lo conosce molto bene. Ed è molto amico di Zaleski? FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA Dovrebbe chiederlo a lui, io conosco Bazoli molto bene. Però non mi risulta che ci siano rapporti diretti tra i due d affari. Ma lei come mai sta nella Fondazione di Zaleski e non conosce Zaleski ma conosce Bazoli? FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA Perché forse appunto… Come mai lei è entrato nella Fondazione Tassara, chi gliel ha chiesto? Bazoli? FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA No, me l ha chiesto Zaleski sulla base del fatto che voleva dei personaggi della cultura.. Senta, la Fondazione Tassara è una delle tante società di Zaleski, come mai ha tutte queste società? FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA Non glielo so dire.

4 Lei non lo sa? FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA No, ho in mente, leggo i giornali, però, voglio dire, questa non è un attività commerciale quella a cui partecipo io. Quindi voi vi riunite per erogare beneficenza? FILIPPO ANDREATTA FONDAZIONE TASSARA Assolutamente. FUORI CAMPO A Breno Zaleski, insieme alla moglie, sovvenziona la squadra di calcio, il teatro e l Accademia d arte, delle suore messicane. La madre superiora ci aveva fissato un intervista… Buongiorno, abbiamo appuntamento con madre Luciana. SUORA Mi scusi chi? Report per un intervista. SUORA Aveva fatto la disdetta la madre, adesso la madre non si trova. Aveva fatto la disdetta? SUORA Sì, sì. Ma come aveva fatto la disdetta? Noi siamo arrivati da Roma SUORA E ma aveva detto che non si poteva, la madre adesso non c è. Beh l aspettiamo… Come possiamo fare? SUORA 2 Adesso chiedo un attimo. FUORI CAMPO La disdetta dice: per l intervista sul profilo del signor Zaleski ci ho ripensato. Voglio farvi sapere che non sono disponibile…e ma perché non si può parlare di Zaleski?

5 SUORA 2 Questo non saprei dirle quali sono le sue motivazioni. Ma come posso parlare io con lei? SUORA 2 Lei ha il cellulare ma non lo porta mai con sé, dico non l ha mai acceso, quindi solo in caso se lei ha bisogno lo usa. Ma questo vuol dire che non si potrà fare l intervista o che dopo SUORA 2 non si potrà fare. Quindi è inutile che io ritorni? SUORA 2 Sì. Quindi vuol dire che non si può parlare di Zaleski? SUORA 2 Questo non saprei dirle. Ma è lui che ha detto che non bisogna parlare di lui? SUORA 2 Non lo so io questo guardi. Possiamo vedere l Accademia e vedere quello che lui ha fatto per la città e per voi? SUORA 2 Eh non ho il permesso, siccome lei aveva già dato la disdetta quindi non L Accademia non è un luogo pubblico? SUORA 2 Però è chiuso adesso. FUORI CAMPO Accanto all Accademia c è il teatro… al telefono il direttore ci promette un intervista. AL TELEFONO CYRILLE DOUBLET DIRETTORE TEATRO DELLE ALI Io sono in Francia fino al 2

6 Possiamo sentirci dopo il 2 che concordiamo un intervista? AL TELEFONO CYRILLE DOUBLET DIRETTORE TEATRO DELLE ALI Benissimo ok. FUORI CAMPO Dopo il 2 non ci risponde più… Avevamo concordato un intervista anche col sindaco di Breno. Inutile attesa davanti al comune… lo chiamiamo al telefono e anche lui disdice. Come mai tutti si tirano indietro? cioè lei, le suore AL TELEFONO SANDRO FARISOGLIO SINDACO BRENO Non lo so guardi. Cioè vi ha chiamato Zaleski, avete paura a parlare di lui? AL TELEFONO SANDRO FARISOGLIO SINDACO BRENO No no no, ci mancherebbe! Se mi chiede un intervista sulle attività amministrative del mio comune son ben contento. La signora Zaleski ha la cittadinanza onoraria a Breno? AL TELEFONO SANDRO FARISOGLIO SINDACO BRENO Arrivederci signora. Pronto? AL TELEFONO SANDRO FARISOGLIO SINDACO BRENO No, Zaleski no. Il teatro della città non è stato fatto da Zaleski?… beh che maniere! FUORI CAMPO Zaleski vive tra Milano e Borno, in Val Camonica, e dal 2006 è cittadino onorario… Anche qui sovvenziona: la squadra di calcio, la funivia, il coro della chiesa, la casa di riposo… Anche qui la sindaca non vuole parlare… incontriamo un consigliere comunale. Senta, perché il sindaco rifiuta l intervista, nessuno vuole parlare con me? PIERO PAOLO FANTONI CONSIGLIERE COMUNE DI BORNO Forse paura delle domande, non lo so. Non si può parlare di Zaleski?

7 PIERO PAOLO FANTONI CONSIGLIERE COMUNE DI BORNO Ma come vede io sono qui che parlo per cui non credo sia questo il problema. Ma lui viene spesso qua? PIERO PAOLO FANTONI CONSIGLIERE COMUNE DI BORNO D estate spesso lo si può incontrare che passeggia in paese è una persona molto discreta, sicuramente non si mette in mostra. SIGNORA Secondo me è una persona rispettosa a mille, una cosa veramente ce ne vorrebbero tanti. Ce ne vorrebbero tanti FUORI CAMPO Effettivamente la sua abitazione è modesta per uno che nel 2007 era tra i 500 uomini più ricchi del mondo. Ed è contento che sia cittadino onorario? SIGNORE Certo, felicissimo. Nonostante i debiti con le banche? SIGNORE Lo so adesso, lo so adesso prima era una persona distinta. Prima li aveva ma non si sapeva? SIGNORE Bah sapevo che aveva i soldi, si sapeva certo. Adesso ha debiti. SIGNORE Vabbè, avrà fatto degli impegni finanziari, avrà fatto. FUORI CAMPO La Val Camonica gravita su Brescia dove a regnare sulla finanza cattolica dagli anni 80 c è Giovanni Bazoli. Bazoli è anche il fondatore di Banca Intesa. E a Brescia ha messo la sede di Intesa Finanziaria, di cui la Tassara di Zaleski è azionista. Nel 96 entra anche nella finanziaria Mittel, presieduta da Bazoli e diventa prima azionista col 20%. In quegli anni Zaleski speculando in borsa guadagna tanto, e le banche gli aumentano i fidi. Sono 9 miliardi nel 2007, di cui circa 2 gliel ha dati Intesa garantita

8 solo per 1 miliardo e 3. Compra titoli Ubi, Monte Paschi, Mediobanca, Bpm e Intesa San Paolo. Cioè, ottiene dei prestiti e contemporaneamente compra azioni della banca. Va bene così? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Quando queste operazioni sono avvenute non ero presente, uno. Secondo: l ingegner Zaleski è stato finanziato da tante banche non è che il nostro finanziamento Soprattutto da Intesa. ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Soprattutto ma anche E soprattutto da Intesa senza le garanzie corrispondenti? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Ma anche da altre banche e il finanziamento non era legato all investimento in titoli di Banca Intesa. Cioè, lei dice non è che comprava… ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Ha comprato, ha preso azioni di varie banche e varie aziende, però francamente non mi chieda Ma a chi devo chiedere? Cioè perché non lo posso chiedere a lei ma mi verrebbe da chiederlo a Bazoli, ma Bazoli è difficile riuscire a… ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Ma sa ma anche il professor Bazoli francamente non aveva un ruolo operativo nella banca per cui non lo so quanto Cosa vuol dire non aveva un ruolo operativo? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Beh è presidente del Consiglio di Sorveglianza. Insomma, aveva un ruolo importante ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Certo che è un ruolo importante, però, come dire, aveva un ruolo diverso. FUORI CAMPO

9 Il consiglio di Sorveglianza nomina il consiglio di gestione e approva i bilanci. A richiesta di intervista il Prof. Bazoli ci ha scritto: non ho mai ricevuto favori da Zaleksi e dal 2007 non ho più partecipato a delibere riguardanti la Tassara. Ma nel 2006 invece, in qualità di Presidente del CDA di Intesa, partecipa alla delibera di un prestito alla Tassara di Zaleski di 605 milioni senza garanzie. Amministratore delegato era Passera. Altri 50 milioni glieli dà San Paolo Imi, di cui Modiano era direttore generale, anche qui senza garanzie. Perché? Perché Tassara era l’impresa italiana più attiva sui mercati finanziari. In banca un impresa attiva sui mercati finanziari significa impresa che è in grado di dare commissioni. Quindi lei quando gli ha dato questi 50 milioni in bianco, si dice così non so? Sì in bianco, ritenevo che potesse essere redditizio per la banca con un rischio modesto. Ma Intesa gli ha dato 600 milioni non 50? Le risulta? Se lei chiede di commentare un fatto di banca allora concorrente non lo commento. Ma è normale dare soldi senza garanzie così? Cioè 600 milioni senza garanzie, lei è normale. 50 è un’operazione commercialmente normale per chi ha 6 miliardi di patrimonio netto francamente. 600? 50 è normale. FUORI CAMPO Tassara più che impresa fa finanza. Nel 2006 possiede l 1,5% di Intesa e il 2,5% di San Paolo Imi. ALFONSO SCARANO ANALISTA FINANZIARIO Ecco, soprattutto la questione del conflitto, conflitto d interessi tra una banca che finanzia un soggetto che ricompra azioni della banca ecco. Il soggetto le direbbe che mica li ha comprati coi soldi di quella banca ma li ha comprati coi soldi ALFONSO SCARANO ANALISTA FINANZIARIO

10 Sì ma pecunia non olet.. FUORI CAMPO A gennaio 2007 Intesa si fonde con San Paolo, e Tassara diventa secondo azionista col 5,9%. Contemporaneamente Zaleski sta con Bazoli in Mittel, cioè va bene tutto così? Ma è una domanda? Sì, è una domanda. Non ho risposte intelligenti a queste domanda. A me è venuto da pensare questo: che Bazoli avesse bisogno, come dire, di garanzie milanesi, avere un amico che si comprasse molto della banca aveva importanza Sì, ma Lei capisce cosa voglio dire? Non capisco il mio ruolo davanti a questa domanda, però capisco quel che vuol dire, ma non… Volevo sapere cosa ne pensava? Ne penso che nelle transazioni finanziarie usare troppo il senno di poi rende troppo facile le spiegazioni. MILENA GABANELLI IN STUDIO Allora, cosa volevano dirsi che si sono capiti fra loro, ma magari chi ascolta non tanto. I torinesi sono quelli del San Paolo, i milanesi sono quelli di Intesa. La società di Zalesky ha azioni sia di Intesa che del San Paolo. Nel 2007 le due banche si fondono e lui diventa il secondo azionista della nuova Intesa San Paolo, presidente del consiglio di sorveglianza il professor Bazoli, che si trova in casa come uomo di peso, l uomo fidato perché è anche il suo vice nella finanziaria Mittel. E su cui può contare quando bisogna decidere chi comanda cosa. Solo che Zalesky essendo il secondo azionista della banca è anche un pezzo della banca, ma è anche la stessa con la quale è indebitato fino al collo. Allora, cosa succede quando le cose si mettono male? Se lo lasci fallire, la banca recupera poco, soprattutto se gli ha prestato soldi senza garanzie. Meglio tenerlo in vita. Il professor Bazoli che ha preferito con noi non discutere di questo, ci ha inviato una lettera nella quale scrive che non è suo costume concedere interviste televisive, esprime il suo apprezzamento per le attività benefiche

11 di Zaleski, dice che fino al 2008 era un cliente ambito da tutto il sistema bancario e che non sono mai stati erogati finanziamenti finalizzati ad acquisto di azioni della stessa banca. Certo, per comprare azioni di Intesa può usare per esempio il prestito di Monte Paschi i soldi mica hanno la carta d identità! E poi ci invita a non fornire informazioni lesive della sua onorabilità e quella di Intesa San Paolo. Speriamo di no e siamo sicuri che non considererà offensivo chiedere: ma lei non vede ombra di conflitto d interesse? E se fossero soldi suoi li avrebbe rischiati così? FUORI CAMPO Settembre 2008, crolla Lehman Brothers e a cascata tutto il mondo finanziario. Tassara perde 1,4mld, e i debiti sono 5mld e 4… Bank of Scotland e Paribas, gli chiedono 1,6mld di rientri, le italiane invece decidono di accollarsi anche quel debito… A novembre Intesa San Paolo gli aumenta i fidi per 915mln. Lo sa che non si deve finanziarie un azienda decotta? Certo. Quindi sarebbe stato un finanziamento un po al limite? Non lo so. Però, siccome Tassara era azionista di Intesa in quel momento ed era anche debitrice quindi, quando si delibera un finanziamento non sarebbe parte correlata? Certamente e quindi dovevano passare attraverso un comitato o un meccanismo di controllo.. FUORI CAMPO Nel comitato di controllo l unico che vota contro è il consigliere Pietro Garibaldi, che avrebbe detto: facciamo l interesse di tutti gli azionisti, e quindi della banca, o di uno solo? Poi quel credito non viene erogato perché va a finire che le nostre banche firmano un accordo con Tassara, non gli chiedono di rientrare e gli prorogano i crediti. A fine 2008 Modiano lascia Intesa San Paolo, e prende il posto di Zaleski alla presidenza della Tassara. Lei come mai arriva in Tassara chi gliel’ha chiesto, Bazoli? Dunque l idea era di Angelo Benessia allora è stata sua, allora presidente della Fondazione San Paolo. Bazoli non c’entra niente?

12 Ovviamente Bazoli e anche Passera erano d’accordo. Anche Zaleski era d’accordo alla fine. FUORI CAMPO Dovrebbe valorizzare gli asset e venderli per ripagare le banche. In Cda c è anche Guido De Vivo, che a novembre 2009 chiede di vendere subito i titoli: visto che la borsa è risalita, e prevede un incasso di circa 600mln. Ma il Cda vota contro. Anche lei gli vota contro. Aveva ragione però? È una storia complicata. Le banche dicono no. Non dicono né si né no, si perse tempo. È chiaro che col senno di poi De Vivo aveva ragione, perbacco. FUORI CAMPO Temendo il codice civile, De Vivo se ne va. Nel nuovo accordo le banche rinunciano a presentare o aderire a istanze di fallimento verso Tassara, nemmeno Bankitalia sembra preoccupata dal credito a Zaleski. AUDIZIONE DEL 17/03/2009 MARIO DRAGHI – GOVERNATORE DELLA BANCA D ITALIA Risolvere situazioni come quella di Alitalia o il caso Zaleski, ecc. sottrae risorse ora alla media e piccola impresa? La risposta è no. Perché le banche non è che non hanno risorse. Oggi in giro c’è più liquidità di quanta ce n era prima della crisi; il problema è che non si muove, questa liquidità, e non si muove perché la percezione del rischio è tale per cui certe operazioni le banche non le fanno più. FUORI CAMPO Siamo nel 2013 e si può dire che certe operazioni le banche continuano a farle. I debiti di Zaleski ammontano a circa 2mld, ma il bilancio 2012 non c è ancora. Patrimonio netto 2011: meno 428mln. Adesso presenta il bilancio 2012 visto che siamo a fine 2013? Prima della presentazione del bilancio e della sua approvazione fondamentale è per l’azienda capire se è in condizioni di continuità o no. Se non fosse Tassara forse sarebbe già fallita? GIAN GAETANO BELLAVIA COMMERCIALISTA ESPERTO DIRITTO PENALE E ECONOMIA

13 Ma sicuramente se non fosse Tassara, se fosse un imprenditore normale sarebbe già fallito. Sta in piedi perché il creditore non gli chiede indietro i soldi. Questo è il dato di fatto. FUORI CAMPO Stanno ridiscutendo l accordo, e Zaleski non vuole mettere sul mercato la Metalcam. Il 10% di questa piccola acciaieria nel 2007 era stato comprato dai lavoratori, per 15mln di euro. MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Siccome non c’era, non riuscivamo a garantire un po di stipendio ai lavoratori, la proprietà ha deciso di coinvolgere maggiormente i lavoratori, magari con lo scopo che si impegnassero molto di più. Quindi voi siete diventati padroni del 10% della fabbrica? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Sì. Ciascuno investendo quello che voleva? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Quello che aveva. FUORI CAMPO Poi in Metalcam arriva anche l Sgr Clessidra, che si compra il 42%, ma triplicandone il valore. FRANCESCO BALLERINI FIOM VAL CAMONICA I lavoratori si son trovati dalla sera alla mattina con un 10% di una società che invece di 15 ne valeva 45. Quindi una mega operazione finanziaria? FRANCESCO BALLERINI FIOM VAL CAMONICA Alla fine abbiamo avuto un culo della Madonna, certo. Quindi voi avete guadagnato un sacco di soldi? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Un sacco? C’abbiamo guadagnato. Un investimento remunerativo. Zaleski è stato bravo ad avere quest’idea? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Bravo, sì.

14 Mi sembra perplesso MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Non so definire bravo. Le dà fastidio perché è sempre quello che si chiamava un padrone? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Ho sempre il dubbio che forse qualcuno ha guadagnato più di quello che ha guadagnato l’operaio. E adesso si rischia che debba cedere la fabbrica? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Adesso si rischia Ai suoi creditori? MAURO DUCOLI – OPERAIO METALCAM Che magari ci siano delle ripercussioni sulla Metalcam. FUORI CAMPO Perché oggi quel che conta sono i debiti: 182mln. Il presidente di Metalcam è l onorevole Gregorio Gitti, che è anche genero di Bazoli. Ci scrive che in Metalcam rappresenta Clessidra, e che non ha mai avuto rapporti d affari con Tassara. Ma se Metalcam è di Tassara! Ci diffida dall accostarlo a Zaleski e a Bazoli, e ci informa che da parlamentare non ha rinunciato a Metalcam, perché è un mercato internazionale, e la Giunta delle elezioni ha detto che va bene. Senta ma è vero che avete detto al deputato Gitti che può stare sia dentro Metalcam che dentro al parlamento? GIUSEPPE D AMBROSIO PRESIDENTE GIUNTA ELEZIONI CAMERA DEI DEPUTATI M5S Non vi è alcuna dichiarazione ufficiale in merito a questo, al momento il deputato Gitti assieme a tutti gli altri deputati è un deputato che è sotto controllo della certificazione della giunta. Quindi non è vero che scelta di restare in Metalcam: scelta le cui motivazioni son state accolte e confermate dalla giunta delle elezioni della Camera dei Deputati? GIUSEPPE D AMBROSIO PRESIDENTE GIUNTA ELEZIONI CAMERA DEI DEPUTATI M5S Non vi è ancora nessuna dichiarazione ufficiale da parte della Giunta delle elezioni in merito a questo. Che tempi avete?

15 GIUSEPPE D AMBROSIO PRESIDENTE GIUNTA ELEZIONI CAMERA DEI DEPUTATI M5S Normalmente i tempi sono all incirca 6 mesi dalla proclamazione. Siete proprio al limite? GIUSEPPE D AMBROSIO PRESIDENTE GIUNTA ELEZIONI CAMERA DEI DEPUTATI M5S Si siamo al limite perché comunque qualcuno ci ha fatto perdere un po di tempo, perché qualcuno ha voluto rendere compatibile in qualche modo, salvare qualche sindaco. FUORI CAMPO Per una storia o per l altra la giunta perde tempo, i 6 mesi son passati e il deputato Gitti continua a stare in parlamento e in Metalcam. Zaleski, gli date la proroga questa volta? FEDERICO GHIZZONI AMMISTRATORE DELEGATO UNICREDIT Non so capiremo nelle prossime settimane. Ci sono creditori di serie A e creditori di serie B. FEDERICO GHIZZONI AMMISTRATORE DELEGATO UNICREDIT No, questo penso proprio di no perché a me interessa fare credito buono. Parliamo poi di Zaleski quando avete deciso cosa fare? FEDERICO GHIZZONI AMMISTRATORE DELEGATO UNICREDIT Va bene, ok. Va bene, promesso? C è lui FEDERICO GHIZZONI AMMISTRATORE DELEGATO UNICREDIT Sono stato bravo eh? FUORI CAMPO Sono i primi di settembre, la trattativa con Tassara è in corso e Intesa guarda avanti. ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Troveremo un accordo e una soluzione perché l importante non è trovare solo l accordo ma una soluzione. Cosa vuol dire una soluzione? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO

16 Una soluzione che sia ragionevole per la banca. Che non ci perda troppo, ma ormai ci ha perso quasi tutto? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Lei mi insegna che anche se qualcuno ci prova è molto difficile rimettere il dentifricio nel tubetto. FUORI CAMPO Il dentifricio sono i crediti concessi a Zaleski: Intesa nell ultima semestrale, ha messo a incaglio 800mln. Adesso in Banca Intesa c è lei. Avete messo 800mln ad incaglio, sono di Zaleski? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Guardi io non sono solito dare informazioni che riguardino clienti specifici o posizioni specifiche. Quindi lei sta pensando: ma perché nessuno gli ha chiesto di rientrare prima, adesso io mi trovo questa patata bollente e ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Vede, io credo che per chi fa il mio mestiere per chiunque la cosa importante sia guardare avanti, fare la critica al passato, quando uno è coinvolto nel passato Ma cosa vede lei guardando avanti? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Guardando avanti bisogna guardare le situazioni nel caso specifico e vedere che cosa si può ottenere. Cioè pensa che sia bene che lui venda subito tutto quello che ha? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Lasciamo che quelli che si occupano di questa vicenda quando affrontano… Ma lei se ne deve occupare Cucchiani? ENRICO CUCCHIANI EX CONSIGLIERE DELEGATO INTESA SANPAOLO Ma guardi intanto questo, me ne occupo, ma tipicamente non me ne occupo davanti a un registratore e davanti a una televisione e anche una persona garbata come lei. FUORI CAMPO Chissà quali sarebbero state le sue scelte giorni dopo la nostra intervista Cucchiani deve dare le dimissioni. La sera del 29 settembre, consigli convocati d urgenza nel tardo pomeriggio di domenica. Bazoli esce intorno alle 23, poco dopo il

17 direttore, Gaetano Miccichè, fratello di Gianfranco, sottosegretario alla pubblica amministrazione e semplificazione. Dottore Miccichè GAETANO MICCICHÈ DIRETTORE GENERALE INTESA SANPAOLO Tra poco esce un comunicato fra un attimo. Ci dica solo cosa avete deciso? GAETANO MICCICHÈ DIRETTORE GENERALE INTESA SANPAOLO aspetta un minuto esce un comunicato. Va bene. Ma siccome sono ore che aspettiamo. GAETANO MICCICHÈ DIRETTORE GENERALE INTESA SANPAOLO Eh, lo so di domenica. Senta centra Zaleski con queste dimissioni di Cucchiani? GAETANO MICCICHÈ DIRETTORE GENERALE INTESA SANPAOLO Uscirà un comunicato. FUORI CAMPO Al posto di Cucchiani arriva Carlo Messina, che era direttore di Intesa. E in un paio di giorni Banca Intesa, approva l accordo con Tassara: le banche prorogano per tre anni i 2mld di credito e Metalcam resta a Zaleski. Insomma Zaleski alla fine chiede anche un regalo? Se questo è un regalo ha avuto un regalo. Questa è un’azienda che oggi a valore di liquidazione vale forse meno di zero. E allora perché vuole tenersela? Perché questo garantisce la continuità di Tassara. Ma quindi se vende tutto rapidamente…quanto tira su? Non lo so. Un calcolo lo avrà fatto, non avrà fatto altro in questi mesi.

18 No, no. Noi avremmo ricavi dalle vendite direi di 1,5mld adesso l ordine di grandezza è questo. Quanto ci perdono le banche? In questo momento? 1mld? milioni FUORI CAMPO Anche il CDA di Tassara approva il nuovo accordo. E, prima della riunione esce l ex presidente Roman Zaleski. DAVIDE FONDA Scusi Ingegner Zaleski, avete firmato? ROMAN ZALESKI Che cosa? DAVIDE FONDA Firmato Tassara. No? Non mi risponde? ROMAN ZALESKI No, no DAVIDE FONDA Avevate l incontro oggi con il CDA. ROMAN ZALESKI No, no il CDA è in corso. DAVIDE FONDA E in corso? Ma come sta andando, sta andando bene? ROMAN ZALESKI Sicuramente! DAVIDE FONDA Sicuramente? ROMAN ZALESKI Sicuramente, si, si. DAVIDE FONDA Sicuramente?

19 ROMAN ZALESKI Scusi lei lavora per chi? DAVIDE FONDA Report Rai3. MILENA GABANELLI IN STUDIO Bisogna dire che Zaleski è proprio un uomo fortunato, è riuscito ad evitare la nostra Giovanna Boursier che lo ha rincorso ovunque senza mai riuscire ad incontrarlo, perché lui va nell unico posto dove non avrebbe dovuto essere: che cosa ci fa dentro le stanze dove si riunisce il cda della Tassara, di cui non fa più parte da 5 anni, lo stesso giorno in cui si decide di approvare quello che lui ha chiesto, cioè ancora un po di ossigeno. Magari era andato solo a salutare, ma sta di fatto che per la quarta volta UniCredit, Monte Paschi, Intesa, BPM, Banco Popolare non gli dicono vendi subito la tua banca polacca, le tue partecipazione nella miniera del Gabon, l acciaieria in Valcamonica, (che messe tutte insieme non valgono quel che deve) ma decidono di prorogargli i 2 miliardi di debiti per altri 3 anni. Come dire, se il debito che hai con la banca è di 1 milione, è un problema tuo, se è di un miliardo, il problema è della banca. La stessa cosa vale per Luigi Zunino e la sua Risanamento, nel 2009 stava fallendo con più di 3 miliardi di debiti, banca capofila di nuovo Intesa. Per salvarsi le banche hanno deciso di mettercene ancora un po e di entrare in società. Qui il business è immobliare: quindi abbiamo la politica che vuol fare sviluppo, le stecche che girano, la banca che finanzia e l immobiliarista di turno. FUORI CAMPO Partiamo da Sesto San Giovanni, dove il costruttore Pasini nel 2005 vende i terreni Falk a Zunino. Pasini, con di Caterina, è il grande accusatore nel processo sulle tangenti a Penati. GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Quando uno ti chiede un terreno per fare la scuola, è giusto darglielo, va bene, quello non è tangente. Va bene. Quando invece ti chiede per qualche amico, è tangente. FUORI CAMPO La tangente dipende dal fine, dice Pasini… Che a fine anni 90 aveva comprato anche i terreni Marelli su cui l allora Banca Intesa gli commissiona la costruzione di una nuova sede. Siccome dovrebbe guadagnarci più di 300mld di lire, la banca gli chiede di comprarsi anche le aree Falck. prestandogli i soldi: circa 200mln di euro…pasini olia la politica, che dovrebbe concedergli i permessi La banca lo sapeva o no, tutto il giro che c’era sotto? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Ma la banca sa tutto. Allora diciamo che coi soldi che le ha prestato la banca, lei ha oliato la politica? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA D’accordo.

20 D’accordo? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA D’accordo. Le tangenti vengono pagate coi soldi dati in prestito dalle banche? PIERO DI CATERINA – PRESIDENTE CARONTE SRL Certamente, perché no? Quindi come dire, Banca Intesa presta a Pasini il quale poi paga le stecche… PIERO DI CATERINA – PRESIDENTE CARONTE SRL Su una tangente non c’è scritto se sono soldi presi a prestito o se sono soldi propri. FUORI CAMPO Le autorizzazioni però non arrivano e nel 2005 Intesa cambia idea: la nuova sede non si fa più. Pasini è indebitato e rovinato… Ma all’inizio gliel hanno promesso? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Ma sempre avevano promesso, perché uno non parte per fare determinate cose. Le banche, va bene? fanno e condizionano a modo loro, va bene, determinati sviluppi perché Anche perché mettono i soldi? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Come? Anche perché mettono i soldi. Cioè voglio dire, quando dicono non si fa più… GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Nel far salire uno l’altro e via dicendo, sicuramente. Però – va bene? – soprattutto per queste trasformazioni è la politica. FUORI CAMPO La responsabilità sarebbe della politica più che della banca…ma è con Intesa che è indebitato. Quando va dall allora AD Passera, la risposta è: è il rischio d impresa Com è che le ha detto? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA È un rischio d impresa.

20 D’accordo? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA D’accordo. Le tangenti vengono pagate coi soldi dati in prestito dalle banche? PIERO DI CATERINA – PRESIDENTE CARONTE SRL Certamente, perché no? Quindi come dire, Banca Intesa presta a Pasini il quale poi paga le stecche… PIERO DI CATERINA – PRESIDENTE CARONTE SRL Su una tangente non c’è scritto se sono soldi presi a prestito o se sono soldi propri. FUORI CAMPO Le autorizzazioni però non arrivano e nel 2005 Intesa cambia idea: la nuova sede non si fa più. Pasini è indebitato e rovinato… Ma all’inizio gliel hanno promesso? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Ma sempre avevano promesso, perché uno non parte per fare determinate cose. Le banche, va bene? fanno e condizionano a modo loro, va bene, determinati sviluppi perché Anche perché mettono i soldi? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Come? Anche perché mettono i soldi. Cioè voglio dire, quando dicono non si fa più… GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Nel far salire uno l’altro e via dicendo, sicuramente. Però – va bene? – soprattutto per queste trasformazioni è la politica. FUORI CAMPO La responsabilità sarebbe della politica più che della banca…ma è con Intesa che è indebitato. Quando va dall allora AD Passera, la risposta è: è il rischio d impresa Com è che le ha detto? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA È un rischio d impresa.

21 Cioè ha pagato il progettista… PIERO DI CATERINA PRESIDENTE CARONTE SRL Le stecche. Le stecche, le han fatto fare un progetto, ma lei gliel ha detto a Passera? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Basta dai! FUORI CAMPO A quel punto, Pasini è costretto a vendere: e sarebbe stato Pier Francesco Saviotti, allora direttore crediti di Intesa, a presentargli Zunino. Secondo l inchiesta di Monza, la banca stabilisce anche il prezzo: 218mln. E finanzia Zunino per 217mln… A me risulta che lei nel 2005 lo aveva aiutato a comprare i terreni della Falck da Pasini, è così? AL TELEFONO PIER FRANCESCO SAVIOTTI AD BANCO POPOLARE E esattamente così, gli ho dato i soldi per fare quest’operazione. Per comprare da Pasini i terreni della Falck? AL TELEFONO PIER FRANCESCO SAVIOTTI AD BANCO POPOLARE Esatto. Quindi a lei viene detto, vendi a Zunino le aree della Falck, la Banca fa il prezzo? GIUSEPPE PASINI IMPRENDITORE GRUPPO PASINI SPA Lei è bravissima nel fare il suo mestiere! Quindi gli immobiliaristi sono usati dalle banche? PIERO DI CATERINA PRESIDENTE CARONTE SRL In maniera molto molto strumentale. Non si è ragionato in termini di capacità di fare impresa ma si è ragionato in termini di disponibilità dell’imprenditore a dire sì a certe volontà del sistema bancario e del sistema politico FUORI CAMPO Nel 2010 Risanamento è gestita dalle banche, e i terreni Falk li compra l immobiliarista Davide Bizzi, che dovrebbe farci la città della salute. Paga più di 400mln, e 274 sono accollo dei debiti di Zunino con Intesa… a Milano Zunino aveva comprato anche Santa Giulia: progetto ambizioso, firmato Foster e Piano. Zona nord non c è ancora nulla, mentre a sud han fatto i palazzi, con la promenade, il parco e l asilo…quando nel 2009 consegnano le case, la procura sequestra i terreni intorno perché la bonifica era fatta male.

22 STEFANO BIANCO PRESIDENTE COMITATO DI QUARTIERE SANTA GIULIA Siccome era stata trovata la non conformità che comportava la presenza di materiali di scarto cemento, pezzi di gomma, etc etc, siamo arrivati quindi a trovarci sequestrato il parco sotto casa. E qua c è un asilo? STEFANO BIANCO PRESIDENTE COMITATO DI QUARTIERE SANTA GIULIA Si lì in fondo. Quindi proprio sui terreni da bonificare c erano i bambini, ci dovevano andare i bambini? STEFANO BIANCO PRESIDENTE COMITATO DI QUARTIERE SANTA GIULIA Esatto, difatti il nostro problema fra i tanti era di avere una struttura non usufruibile FUORI CAMPO Le case costano tra i 2 e i 4.000 euro al mq. Ci vivono 1800 famiglie. ABITANTE SANTA GIULIA Lì è la promenade, per intenderci. Lei lo sa cosa c era nei terreni? ABITANTE SANTA GIULIA Nulla di pericoloso per la salute ma comunque questo ha significato per mesi nell ultimo anno avere camion che portavano via terra. Hanno portato via terra per un parco da 35 mila mq e hanno rifatto tutto. FUORI CAMPO Un mese fa il Comune inaugura il nuovo parco. Il costo di questa operazione e chi se l è accollato? ADA LUCIA DE CESARIS – VICESINDACO MILANO Allora tutti gli interventi di bonifica vengono fatti da Risanamento. L’area Sud alla fine di tutti gli interventi costerà tra i 20 e i 30mln di euro. Quindi vuol dire che le banche creditrici hanno dovuto pagare la bonifica? ADA LUCIA DE CESARIS – VICESINDACO MILANO Si sono anche assunte l obbligo di fare la bonifica. La Procura aveva chiesto di farlo fallire Zunino, le banche hanno ristrutturato. ADA LUCIA DE CESARIS – VICESINDACO MILANO

23 Che cosa mi vuole far dire? Per quanto mi riguarda Zunino è l’origine di uno dei problemi più gravi di questa città. AL TELEFONO LUIGI ZUNINO Sono fuori Milano, mi chiami domani. Ma io le ho mandato una richiesta di intervista un mese fa AL TELEFONO LUIGI ZUNINO Eh si vede c è stato qualche problema eh. Perché mi sembra importante che lei partecipi e mi dia la sua versione delle cose. AL TELEFONO LUIGI ZUNINO Mi chiami domani. MILENA GABANELLI IN STUDIO Bene, Zunini,non le ha più risposto. Riassumendo le banche individuano l affare, è il loro mestiere, ma quando entrano in storie immobiliari di questa portata dove i permessi non hanno mai fine, servono le varianti, servono le bonifiche e la politica vuole prendersi la sua fetta, saltano i tempi e sballano i conti. E nell intreccio di complicità dove politica e imprenditori e banche sono tutt uno, quando per l imprenditore si mette male, si mette male anche per la banca che gli ha prestato i soldi, che gli conviene salvarlo anche se ha lavorato male. Come si recupera dopo la pubblicità MILENA GABANELLI FUORI CAMPO Quartiere S. Giulia di Milano, comprato a debito dall immobiliarista Zunino, non ha fatto le bonifiche, con la sua Risanamento stava fallendo, ma le banche con cui aveva più di 3 miliardi di debiti decidono di salvarlo e di mettercene degli altri, e adesso hanno tirato dentro anche convinto anche De Agostini e Inps che faranno un fondo ad hoc per fare il lavoro sporco, ovvero bonificare. Sembra che la toppa sia peggio del buco, ma loro dicono che è un affare. FUORI CAMPO Il problema grave a Santa Giulia è l area nord, dove un tempo c era la Montedison. Zunino voleva farci case di lusso e un grande parco. Non ha nemmeno cominciato. Per ora le case si affacciano sui terreni contaminati. ABITANTE SANTA GIULIA A me interessava vedere il parco, avere il parco davanti, avere dello spazio libero e poi chiaramente il progetto era quello, lo conoscevamo già dall inizio quindi E invece vede ABITANTE SANTA GIULIA È invece c è questo. ADA LUCIA DE CESARIS – VICESINDACO MILANO

24 Sull’area nord non era cominciata la bonifica, la bonifica è stata fatta da parte di Zunino, la bonifica poi contestata sull’area sud, sull’area nord bisognava iniziare. Lì era Montedison? ADA LUCIA DE CESARIS – VICESINDACO MILANO Lì era Montedison. FUORI CAMPO La bonifica sarà complicata, anche perché adesso c è chi abita accanto a quell area. EDOARDO BAI LEGAMBIENTE E ISDE Quella roba lì è un incubo vicino, attaccata alle case, anche se se la lasci lì, però il pericolo quando verrà? Verrà quando riusciranno a convincere qualcuno a costruirci anche lì e allora gli diranno di fare la bonifica. E a quel punto se scavi polvere, camion, per cui bisognerebbe fare un lavoro con molta attenzione. FUORI CAMPO Il lavoro dovrebbe farlo Idea Fimit: l Sgr 64% DeAgostini e 30% Inps. Il 31 luglio scorso Risanamento ha deliberato di vendergli l area nord: per 713mln. Presidente di Idea Fimit è il presidente dell Inps Mastrapasqua che, come ogni anno, è a Cernobbio. Dottor Mastrapasqua, mi dica una cosa: Santa Giulia, chi le ha telefonato per avallare un operazione come quella? ANTONIO MASTRAPASQUA PRESIDENTE INPS Nessuno. Non so neanche di che cosa parla. Non sa di che cosa parlo? ANTONIO MASTRAPASQUA PRESIDENTE INPS No. Non può dirmi che non sa di cosa parlo. Mastrapasqua? Non può dirmi che non sa di cosa parlo. ANTONIO MASTRAPASQUA PRESIDENTE INPS Sia gentile però, sia gentile, veramente, sia gentile. Idea Fimit si compra Santa Giulia… ANTONIO MASTRAPASQUA PRESIDENTE INPS Lei sia gentile però. Però scusi, non può dirmi che non sa di cosa parlo.

25 FUORI CAMPO Nemmeno Idea Fimit rilascia interviste. Ma perché non possiamo parlare di Zunino? AL TELEFONO UFFICIO STAMPA IDeA FIMIT Se tu racconti tutte le robe che ha fatto Zunino, tutti i debiti che ha lasciato su Risanamento, e adesso ritorna come un cavaliere bianco pronto a salvare la società, dopodiché se a fianco ci metti la faccia del mio amministratore delegato associano Idea Fimit e il mio capo a Zunino. No io l’unica domanda che vorrei fare è: è un investimento che ha un senso? Cioè, quel quartiere lì AL TELEFONO UFFICIO STAMPA IDeA FIMIT Sì. Eh allora mi chiedo semplicemente se investire anche coi soldi dell’inps ha senso o no? AL TELEFONO UFFICIO STAMPA IDeA FIMIT Ma che c’entra l’inps? Non è che mette una lira l’inps nell’investimento di Santa Giulia, non ci mette un euro! E chi li mette i soldi? Al telefono UFFICIO STAMPA IDeA FIMIT Prendiamo un prestito dalle banche e la società si accolla un vecchio debito di Risanamento sempre con le banche. FUORI CAMPO Il valore dell area sarebbe 713mln e acquista, con un fondo, Idea Fimit in parte dell INPS. Fa la bonifica, si accolla i vecchi debiti con le banche che dovrebbero scucire altri 250mln. Per far quadrare i conti dovranno poi costruire e vendere e non sarà facile con il mercato immobiliare fermo. Io mi chiedo se tutti questi costi che dovevano essere assunti da Zunino adesso se li assumono con Idea Fimit e se sanno a che cosa si sta andando incontro. ADA LUCIA DE CESARIS – VICESINDACO MILANO Allora quello che io le posso dire è che nel momento in cui noi chiudiamo il progetto di bonifica, Risanamento mi rilascerà una fidejussione. Quindi per me quello che conta è la garanzia. Poi se ci sia, cioè è chiaro a tutti, che chi acquisisce l’area nord si deve assumere un intervento di bonifica. FUORI CAMPO Sembra chiaro anche che Zunino vorrebbe riprendersi dalle banche Risanamento, che oltre a Santa Giulia ha in pancia immobili prestigiosi a Parigi. Ma con 1mld e 8 di

26 debiti gli faranno ancora credito? Sembrerebbe sensibile il Banco Popolare di Saviotti, che aveva già finanziato Zunino per comprare i terreni Falk da Pasini quando stava in Intesa. E vero che lo finanzia lei? AL TELEFONO PIER FRANCESCO SAVIOTTI – AD BANCO POPOLARE Sì è vero a condizione che si verifichino alcune condizioni, perché l’operazione si può fare solo se anche le altre due banche saranno d’accordo. Perché continuate a finanziare Zunino? AL TELEFONO PIER FRANCESCO SAVIOTTI – AD BANCO POPOLARE Mi scusi ma secondo lei perché uno continua a finanziare un cliente? il mio obiettivo è quello di ristorare la banca dove lavoro. Quindi non è nell’interesse di Zunino per lei? AL TELEFONO PIER FRANCESCO SAVIOTTI – AD BANCO POPOLARE Non ci sono cose strane. Ci sono soltanto delle iniziative che hanno un obiettivo di recuperare dei soldi. Ma c’è ancora da recuperare dei soldi con un progetto fatto da Zunino che ne ha solo persi? AL TELEFONO PIER FRANCESCO SAVIOTTI – AD BANCO POPOLARE Cosa vuol dire? Mica si può sbagliare tutta la vita. MILENA GABANELLI IN STUDIO Non si può mica sbagliare tutta la vita! Ma si riferisce a Zunino o alla banca? Di sicuro le banche che ci dovevano guadagnare rischiano di perderci, ma non perdono del loro perché prestano i soldi di quelli che vanno lì a depositare. A Zunino non hanno chiesto di rientrare anche se qualcosa da vendere ce l ha, non solo, lo riforaggiano per ricomprasi la società che gli avevano tolto nel 2009 per evitargli il fallimento. E, in questa storia, hanno tirato dentro anche Ideafimit, 30% dell Inps che, con un fondo ad hoc, si accolla i debiti, deve bonificare, poi costruire poi vendere, in un momento che non è il massimo. Ma noi gli auguriamo che se la cavino.. Comunque a fronte del troppo grandi per fallire finchè regge Il gioco.. c è poi il mondo vero, quello fatto da migliaia di piccoli e medi imprenditori che ogni mattina si alzano, vanno in ufficio e si dannano per trovare una via d uscita. E il destino del paese non dipende dagli Zunino o dagli Zalesky, ma dipende da loro, che sono stati abbandonati da un sistema malato. FUORI CAMPO Rovolon, 20 km a sud di Padova, piena zona industriale veneta. Questa azienda di trasporti fatturava tra i 7 e gli 8 milioni l anno. Aveva 70 autotreni e 90 dipendenti. Fallita a fine marzo.

27 RENATO CECCHIN BUSATTA & CECCHIN SRL Questo è il piazzale dove erano tutti parcheggiati i mezzi dell azienda, Busatta Cecchin Srl. Non c’è più niente? RENATO CECCHIN BUSATTA & CECCHIN SRL Non c è più niente. Abbiamo dovuto venderli per pagare gli stipendi degli autisti. E cosa è successo? RENATO CECCHIN BUSATTA & CECCHIN SRL Le banche non ci hanno più finanziato, e dopo hanno anche chiuso i conti. Noi abbiamo garantito il pagamento di stipendi, tutti i costi, però ci mancava quella liquidità che dovevamo incassare. Io ho dovuto arrendermi. FUORI CAMPO Finisce segnalato alla centrale rischi, coi conti bloccati e l azienda in liquidazione. 90 persone a casa. RENATO CECCHIN BUSATTA & CECCHIN SRL Nel 2005-2006 mi chiamavano, anche la banca mi chiamava, mi diceva: Hai bisogno vuoi fare qualcosa? Hai bisogno di soldi? E io dicevo: Ma certo che ho bisogno di soldi. E io compravo camion, compravo terreno assumevo delle persone. Adesso le telefonate erano all incontrario: Quand’è che mi porti? quand’è che rientri? quand è che mi chiudi questo affidamento?. Ma perché la banca dovrebbe dare, continuare a dare credito se ritiene che l’imprenditore non sia solvibile o? RENATO CECCHIN BUSATTA & CECCHIN SRL Beh solvibile, solvibile, perché allora eravamo solvibili fino al 2008? E poi tutto a un tratto siamo diventati tutti brutti e cattivi. FUORI CAMPO Anche se ha chiuso, lo chiamano gli ex clienti che han bisogno di trasporti. Vorrebbe ripartire e ha chiesto un credito di 15mln. E gliel’han dati? RENATO CECCHIN BUSATTA & CECCHIN SRL No, no. Hanno detto che non sono più finanziabile. Praticamente io mi sento come un morto che cammina. Perché sono segnalato, perché il sistema che hanno messo su diabolico, per me è un sistema diabolico, cioè sei marchiato e anche se hai tutte le idee, tutte le voglie di fare, no, tu non puoi più fare nulla. FUORI CAMPO Camposampiero è a nord di Padova. Su 11 comuni e 100 mila abitanti ci sono 13 mila imprese, gran parte medio piccole. Questa zona è diventata tristemente famosa per i

28 casi di imprenditori che si sarebbero suicidati per la crisi. L ultimo si è impiccato il 17 settembre, faceva ruote per biciclette. LORENZO ZANON – SINDACO DI TREBASELEGHE Ci sono parecchi casi qui ed è uno degli allarmi che noi abbiamo, perché quando viene un imprenditore e dice al sindaco, bussa dal sindaco chiede appuntamento e dice: io non sono mai venuto in municipio per chiedere niente, sono sul lastrico, ho dei debiti in questo momento perché non riesco a riscuotere dei crediti, devo chiudere l azienda la mia vita è finita. Questa, la quotidianità, questo è. LUCIANO GALLO FEDERAZIONE COMUNI CAMPOSAMPIERESE Noi abbiamo imprenditori che chiudono con il lavoro in mano, questo è il dramma. Cioè con fatture, con lavoro, con commesse e per il fatto che non hanno liquidità, che le banche pur avendo in mano una fattura non riconoscono la liquidità questi chiudono! Ma come si fa a fare sta roba? Che fino all anno prima le banche ti correvano a dare fidi prestiti, scontavi la fattura, e improvvisamente la banca ti dice: no, no guarda non mi basta nemmeno la fabbrica come garanzia, non mi basta. Non è che le banche finora hanno aiutato troppo l impresa, nel senso che l impresa poco ci ha messo di suo ed è cresciuta un economia sul credito? LUCIANO GALLO FEDERAZIONE COMUNI CAMPOSAMPIERESE Fino al 2008-2009 potrebbe anche essere, però non, cioè le banche con troppa facilità davano soldi LORENZO ZANON – SINDACO DI TREBASELEGHE Non l hanno fatto gratis comunque, eh. FUORI CAMPO Fattorini è uno dei più lussuosi negozi di arredamento di Roma. La titolare, che ha 3 negozi, l anno scorso ne ha chiuso uno, e la banca popolare di Ancona, di cui è cliente da 20 anni, le revoca un fido chiedendole 42 mila euro di rientro. CATIA FATTORINI Mi ha detto: signora Fattorini del resto noi dal contratto prevediamo che possiamo interrompere il rapporto di fido in qualsiasi momento. FUORI CAMPO Adesso ha un piano di rientro a 10 anni. Ma paga interessi più cari. CATIA FATTORINI Perché se tu hai uno scoperto su cui prima pagavi il 6,5 poi ti trovi a pagare l’11,95 sono raddoppiati gli interessi. Ma lei ha calcolato quanto le è costato? CATIA FATTORINI Secondo me 10 mila euro sicuri. Sì, sì. Su 40 da restituire.

29 CATIA FATTORINI Su 42 da restituire. Sì, si. Una cosa inverosimile. VINCENZO BOCCIA VICEPRESIDENTE CONFINDUSTRIA Una tendenza di questo tipo sul medio termine potrebbe portare alla paralisi del sistema industriale italiano, in senso lato, e quando parlo di sistema industriale parliamo di industria dei servizi, del turismo e chiaramente il manifatturiero. GIUSEPPE BORTOLUSSI PRESIDENTE ASS. ARTIGIANI E PICCOLE IMPRESE MESTRE La stretta creditizia è concentrata quasi tutta nelle piccole imprese. Senza la banca non esistono! Oggi le banche chiudono diciamo tutte le possibilità perché anche loro hanno i loro problemi, quindi la situazione è molto grave. FUORI CAMPO All Abi, invece, risulta che il credito, tutto sommato, non si è ristretto tanto. GIOVANNI SABATINI DIRETTORE GENERALE ABI Allora, le banche italiane e quelle che operano in Italia hanno continuato durante la crisi a dare credito. La differenza tra quanto prestiamo e quanto raccogliamo dai nostri clienti continua a essere dell’ordine di 150mld di euro. Chi per il Sole 24 ore guarda e confronta i dati tutti i giorni, dice che è un bluff. FABIO PAVESI GIORNALISTA IL SOLE 24 ORE Loro classificano tra gli impieghi anche quelli verso il settore pubblico, cioè lo Stato, le Regioni, e sono circa 200mld, quindi se togliamo quei 200mld, che in fondo sono prestiti garantiti, perché, se lo Stato fallisce li perdi ma deve fallire lo Stato, non è vero che l’abi presta più di quanto raccoglie. FUORI CAMPO Il vero problema per le banche sono le sofferenze, sul totale di 1893mld di prestiti, 135mld non verranno restituiti. Però è un cane che si morde la coda: con i tassi alti la gente non riesce a rimborsare, quindi le sofferenze crescono e quindi il credito non c’è. Come si fa? SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA D ITALIA Però le imprese migliori hanno smesso di chiedere credito alle banche. Però la nostra è un’economia che si è basata molto, no, sul credito? SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA D ITALIA Bisogna cambiare questo stato di cose che poteva andare bene nei decenni precedenti, ma non va più bene nel mondo moderno. FUORI CAMPO Va cambiato anche per le banche, tant è che il governatore Visco continua a ripetere che devono aumentare il capitale e rafforzare la liquidità. Che significa tagliare i costi.

30 SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA D ITALIA Hanno probabilmente una rete capillare di sportelli che è ridondante o che comunque va ripensata nella sua articolazione. Hanno troppi Consigli di Amministrazione. Hanno troppi dirigenti super pagati? SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA D ITALIA Hanno anche troppi dirigenti in qualche caso super pagati. FUORI CAMPO La liquidità arrivata dalla BCE è andata nell acquisto dei titoli del nostro debito. Adesso si parla di una nuova emissione di prestiti… chissà se questa volta serviranno anche per erogare credito? Presidente Draghi le posso chiedere perché i prestiti della Bce non vanno mai in credito? Questi nuovi prestiti andranno in credito? Gli altri sono andati tutti in titoli di stato… FUORI CAMPO Anche quando è lo Stato a garantire, le banche fanno volentieri finta di niente. Nel 2011, l allora Ministro Meloni firma un protocollo con l Abi: lo stato garantisce con un fondo di 50mln l accesso al mutuo dei giovani precari, fino a 35 anni. GIORGIA MELONI – DEPUTATA Quando venivano diciamo interrogate dai ragazzi che avevano i requisiti per accedere a questo fondo, tutti quanti gli sportelli dicevano che questo fondo non esisteva. FUORI CAMPO Il punto è che i paletti messi dalla norma erano troppo stretti e poi a giugno il governo Letta ha anche tolto il tetto dell 1 e 50% sul tasso di interesse e allargato i criteri d accesso. Quindi vuol dire che alla fine il tasso d’interesse è tale e quale agli altri, e non è solo per i precari? GIORGIA MELONI – DEPUTATA No, in buona sostanza sono fondi pubblici che servono a dare una garanzia ulteriore alle banche per fare esattamente quello che facevano prima. Quindi sono soldi regalati alle banche! MILENA GABANELLI IN STUDIO A parte le dichiarazioni, si fa fatica a trovare una cosa che la politica ha concretamente fatto per fronteggiare l emergenza. Mentre vediamo che i rapporti banca politica ci paralizzano. Basta ricordare la storia di Alitalia, e dobbiamo ricordarlo tutti i giorni perché il film si sta replicando. L allora innominabile governo, con la complicità di Intesa, ha fregato i cittadini, e adesso che è un azienda privata e ha un miliardo di debiti è di nuovo sull orlo del baratro perché non sa fare il suo mestiere, attraverso Poste Italiane stiamo

31 di nuovo mettendo mano al portafogli e invitando Intesa a star dentro la partita. Allora, se ti dedichi solo a puntellare i pochi intimi, alla fine manco ti accorgi di quelli che vengono pelati con gli interessi. E infatti chi compra a rate sa quanto va a pagare, e chi usa la carta revolving per fare la spesa, per comprarsi il mobiletto, per il bagno o il cappottino, sa che cosa ha in mano? Ripartiamo da Padova FUORI CAMPO A Vigonza questo imprenditore edile nel 2009 aveva, tra varie banche, 6-7 milioni di fido. Siccome una gli chiede il rientro di 22.000 euro, lui chiama un perito e verifica conti e interessi pagati. MARIO BORTOLETTO IMPRENDITORE E risultato che io ero a credito e non a debito con questa banca. Ma perché lei era a credito? MARIO BORTOLETTO IMPRENDITORE Perché la banca ha applicato tassi oltre la soglia, quindi usura. È stata condannata a pagare 67 più gli interessi più spese legali, circa 90mila euro. E rinunciare agli ipotetici 22.000 che diceva che avanzava. Che banca era? MARIO BORTOLETTO IMPRENDITORE Ho il dovere della segretezza, questa è una poi ce n è un altra perché ho fatto causa a 8 banche. Le prime due, le più vecchie, sono vinte. Ma lei è riuscito a capire che tasso le praticavano? MARIO BORTOLETTO IMPRENDITORE Madonna! Un tasso anche del 38%, 38. FUORI CAMPO Anche la Celplast, che fa scatole per uova e le esporta in tutto il mondo, ha fatto causa a 2 banche. Interessi e commissioni sarebbero troppo alti. Interessi di quanto? GUALTIERO BISIOL – CELPLAST Beh oltre il 18-20%. Ma il cliente vede il tasso usuraio? GUALTIERO BISIOL – CELPLAST Il cliente non sa probabilmente, come non sapevamo neanche noi, entro che limite rientra nella normalità e nella correttezza e oltre il quale invece diventa usura.

32 FUORI CAMPO Il limite all usura lo pubblica ogni 3 mesi la Banca D Italia. Per legge si calcola sul tasso medio. Ma che senso ha visto che il tasso medio lo stabiliscono quelli che fanno i tassi? SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA ITALIA Fu scelta questa opzione perché, evidentemente, i tassi d’interesse, diciamo normali variano molto nel corso degli anni. E non si potrebbe mettere un limite? Se uno dice: oltre il 15 non si va? SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA ITALIA È una scelta politica, è una scelta che deve fare il Parlamento. Io sommessamente dico stiamo attenti però poi a non andare troppo nella direzione di un economia pianificata. FUORI CAMPO Anche in Francia l usura si calcola sul tasso medio. Vediamo cosa succede con un mutuo a tasso fisso. ANNA VIZZARI ALTROCONSUMO Allora il tasso medio francese è del 3,92, noi abbiamo il 5,09, quindi già abbiamo un tasso medio che è molto più elevato. Il tasso usuraio francese è del 5,23%, il tasso italiano è del 10,36%. Cioè questo fa capire qual è la differenza, cioè, nel senso, siamo al doppio. FUORI CAMPO Nel calcolo dell usura oltre al tasso consideri le spese, e da gennaio, secondo sentenza della Cassazione, anche le more. L imprenditore Bortoletto ha fatto periziare il contratto di leasing sull auto, della finanziaria Locat, gruppo Unicredit. MARIO BORTOLETTO IMPRENDITORE Il tasso di mora udite, udite – era un aumento di 9 punti sul tasso! La legge prevede che solo la promessa, solo la promessa equivale al dato. Quindi il perito ha certificato che io da questo istituto, che ho pagato tutte le rate, mi deve dare indietro 6.800 euro. FUORI CAMPO Questi due pensionati torinesi nel 2011 hanno chiesto a Findomestic 1.500 euro per regalare un auto usata alla nipote. GIUSEPPA BONANNO Ci è arrivato questo volantino con 25 rate da 65 euro ciascuna. Cioè anziché 1500, 1625. GIUSEPPA BONANNO Sarebbero state 1625, questo è il conto che ho fatto io. Abbiamo pensato che poteva essere conveniente. Con un TAEG di 7,76%, così, io l ho conservato apposta.

33 FUORI CAMPO Dopo un anno però gli arriva questa lettera: o aumentate il prestito di 2.000 euro, oppure dovete estinguerlo. GIUSEPPA BONANNO Ho chiesto: ma perché devo avere questi 2.000 euro se io non li chiedo? e voi incassate gli interessi. Fatto sta che abbiamo deciso di estinguere completamente il debito, e così me li sono tolti dai piedi. Pensavo FUORI CAMPO Portano le carte a Cittadinanza Attiva: vien fuori che il tasso variava fino al 22%, altroché 7,76!!! Alla fine voi quanto avete pagato? GIUSEPPA BONANNO Quasi 2000 euro. Quasi 2000 euro. GIUSEPPA BONANNO Anziché 1625. Quindi come dire l informazione iniziale non corrispondeva? GIUSEPPA BONANNO Assolutamente, assolutamente. Questo io l ho trovato un imbroglio! Senta, Findomestic di cui lei è presidente, io mi chiedo: è un caso isolato, che proprio non è andato bene e li ho beccati io, oppure se tutti si facessero fare il calcolo chissà quanto le finanziarie devono dare indietro? CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN Le chiedo una cortesia, io sono qui in veste di presidente di Assofin e tutta l associazione, è chiaro che sono anche amministratore delegato di Findomestic. No veda lei. CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN Preferisco parlare a nome di Assofin. E mi risponda a nome di Assofin. CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN Credo che Findomestic abbia operato bene nel rimborsare questi calcoli se sono stati fatti in modo errato, credo che normalmente non lo sono.

34 Avete un dato su quanto vi tocca rimborsare di situazioni in cui il cliente risparmiatore consumatore vi chiede indietro i soldi? CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN Non ce l ho, dovrei approfondire, ma è proprio minimale. FUORI CAMPO Sono 65 le banche e finanziarie associate Assofin che erogano credito al consumo, da Agos Ducato a Findomestic, a Fiditalia. I prestiti vanno da un minimo di 200 euro fino a un massimo di 75 mila, ma sono in calo, mentre i tassi sono rimasti quelli del 2006, al 9.5%. A che tasso raccoglie la finanziaria? CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN Normalmente ora è 3 o 4%. E poi presta in media al 9%? CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN Si anche il 10. Anche 10. Quindi con un buon guadagno? CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN No, no, scusi, non un buon guadagno. Allora se facciamo un 3% di costo del finanziamento, 3% sono delle spese generali, arriviamo già al 6, il 4% sono il costo del rischio mediamente e siamo al 10, 1% se si vuol guadagnare 1, 1% va alle tasse e 1% si va al 12. Ma lei è arrivato al 12%, se mi dice che il tasso medio della finanziaria è il 10, forse qualcosa in meno, allora ci avete perso? CHIAFFREDO SALOMONE PRESIDENTE ASSOFIN Certo. Se lei guarda i bilanci. Purtroppo è un periodo di crisi, è un periodo di crisi per tutti. FABIO PAVESI GIORNALISTA IL SOLE 24 ORE Non puoi applicare lo stesso tasso perché costringi il cliente a pagare rate talmente care per cui finisce che il tuo cliente non ti paga più le rate, perché va in sofferenza e diventa poi un boomerang per la stessa finanziaria o per la stessa banca. FUORI CAMPO Fiditalia, che è di Societè General, negli ultimi 3 anni ha perso 436mln. Agos Ducato, del Banco popolare e Credit agricole, l anno scorso ha perso 600mln. Intanto non si chiede più credito al consumo solo per comprare a rate l automobile o il computer, oggi ci si indebita anche per i beni primari.

35 ANNA VIZZARI ALTROCONSUMO Le famose tesserine revolving che son state diffuse dalle banche e dalle finanziarie soprattutto negli anni passati servono anche per pagare la spesa al supermercato, quindi sostanzialmente quando si paga la spesa al supermercato con una carta revolving si accede a un credito, spesso in maniera non consapevole. FUORI CAMPO Da Coin, tra le carte fedeltà, c è una revolving. Chi l ha fatta, però, credeva semplicemente di pagare gli acquisti a rate. VALENTINA PUGLIESE L’ho utilizzata molto, perché poi ho comprato mobili, accessori per il bagno cioè sembrava, appunto, estremamente vantaggioso. FUORI CAMPO Con la crisi, smette di utilizzarla, ma i pagamenti continuano ad arrivare. Chiede informazioni e le dicono di contattare Fiditalia. Cioè ha chiamato Fiditalia che era la finanziaria che era dietro la carta Coin? VALENTINA PUGLIESE Esatto. Esatto. E ho detto che era tantissimo che non la utilizzavo. E là mi hanno detto: eh ma lei ha una carta revolving che adesso richiede questo tipo di pagamento da parte sua. Lei restituiva a rate e però in verità pagava interessi? VALENTINA PUGLIESE Ma, alti! E soprattutto il termine revolving assolutamente non è stato utilizzato, poi una carta di credito che viene rilasciata nel negozio è assolutamente anomala. FUORI CAMPO Sul sito Coin propone la revolving con tasso, spese incluse, al 39,10%. Cioè 39,10% è ben oltre il limite dell’usura. SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN Ma guardi, il punto non è questo. L’esempio che lei cita è un esempio che è fatto apposta nella maniera più sfavorevole per il consumatore, quindi per il massimo della trasparenza. È come se lei andasse in un bancomat di una banca non sua e prelevasse 10 euro, i 2,5 euro della commissione le inciderebbero tanto. Ma lei non va in una banca non sua a prelevare 10 euro. FUORI CAMPO Però l esempio riguarda una spesa da Coin di 300 euro, non di 10. Ci scrivono che su 750 mila possessori di coincard solo lo 0.4% ha la revolving. Scusi però non capisco, cioè che cosa importa se fosse anche una persona.

36 SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN No ma glielo spiego meglio, glielo spiego: vede queste è una carta di pagamento che è utilizzata solo dal 4% dei clienti Coin e la modalità a cui lei fa riferimento è utilizzata solo dallo 0,4%. No ma questo l ho capito. Però scusi, siccome io mi aspettavo che lei mi rispondesse che questo era un errore, oppure che… Invece lei dice: no perché la usano in pochi, ma fosse anche uno. SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN No, noi diamo opzioni che prevedono sia il tasso 0 con pagamento del saldo a fine mese in cui il tasso lo paga il Coin. Io non sono interessato al credito al consumo. Ma perché l ha fatto allora? SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN Perché quando c è una richiesta di mercato io come grande azienda devo dare una risposta, mi sono rivolto a un istituto primario che è Fiditalia. Però la carta la sollecitate voi mica Fiditalia? SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN Guardi io non sono un finanziario, io sono una persona che si intende di abbigliamento e profumeria. Quindi non mi chieda cose commerciali vada a chiederlo agli istituti di credito finanziario a cui noi ci rivolgiamo. Ma è una carta Coin non è una carta dell istituto di credito finanziario. SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN No io lo capisco. Ma infatti al momento in cui mi sono visto dei tassi che a mio parere da consumatore potevano essere migliorabili ho dato delle opzioni in cui i tassi li paga Coin. Ma perché non la cancellate sta carta? SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN Se lei chiede la mia opinione come consumatore io non la userei mai quell opzione. Io userei l opzione saldo a fine mese a tasso zero. Ho capito ma perché non la togliete? SIMONE DOMINICI – DIRETTORE GENERALE COIN Ma guardi lo valuteremo. Alla fine di questa riflessione potremmo anche valutarla, però ci sono dei clienti che oggi la usano. FUORI CAMPO

37 Chissà se questi clienti han capito cosa usano e quanto pagano! Le carte revolving sono il prestito più costoso sul mercato: fino a 5000 euro il tasso medio è al 17%. La Banca di Italia nel 2010 scrive: sulle revolving sono emerse numerose anomalie in materia di trasparenza e usura. Per esempio venivano inviate carte già attivate con nuovi prestiti non richiesti, e nuovi interessi e spese. SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA ITALIA Le carte revolving sono un ircocervo, se mi passa questa espressione, perché mettono insieme due strumenti: uno strumento di pagamento, una carta di credito che serve a fare pagamenti, e un prestito al consumo. Sa che cosa sembra: che il cliente non sappia che cosa ha in mano, cioè, non ha capito bene che sta rimborsando e ricreando quel plafond iniziale? SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA ITALIA Esatto. Questo è il principale problema. Lo sforzo principale che facciamo noi è di stimolare chi emette queste carte a essere trasparente. FUORI CAMPO Stessa storia con la cessione del quinto. Il signor Bassani, nel 2009 l aveva chiesta sulla pensione per circa 15mila euro: 116 euro al mese, scadenza al 2017. La proposta di rinnovo del credito gli è arrivata da una nuova finanziaria e per SMS. GIANCARLO BASSANI – PENSIONATO Finalmente è possibile rinnovare la cessione del quinto dello stipendio, mi chiami al 062… FUORI CAMPO Lo chiamano loro. Per un nuovo finanziamento: 7200 euro, più le spese più gli interessi. Totale 13.284 euro, ma alla fine l assegno è di 1.010 euro. GIANCARLO BASSANI – PENSIONATO E gli ho domandato come mai? Eh perché abbiamo dovuto restituire all’inps le rate che non aveva ancora pagato eccetera eccetera. SALVATORE ROSSI DIRETTORE GENERALE BANCA D ITALIA Intorno a questo strumento è nata una fungaia di finanziarie piccole, certe volte microscopiche che nascono muoiono scompaiono, che è molto difficile da tenere sotto controllo. Adesso abbiamo una nuova norma che è stata approvata dal Parlamento nel 2010, 3 anni fa, che semplifica in modo radicale questo mondo, e quindi dovrebbe aiutare i consumatori a difendersi dagli abusi, ma sono passati 3 anni e questa norma è ancora lettera morta perché mancano i regolamenti attuativi. MILENA GABANELLI IN STUDIO Non sono stati fatti i decreti attuativi, allora dopo una lunga serie di fregature nel 2010 il Parlamento approva la legge 141, dopo è il governo che deve decidere i dettagli, per esempio quali sono i requisiti, quale è patrimonio, quali dimensioni devi avere per essere considerato finanziaria, che oggi sono migliaia. Non lo ha deciso il governo Berlusconi, non lo ha deciso il governo Monti, e per ora nemmeno Letta. Perché tutto questo tempo? Datevi una mossa altrimenti vien da pensare che:a, o non ve ne frega niente o non sapete lavorare oppure ancor peggio ma speriamo di no

38 che ognuno ha la propria finanziaria borderline da proteggere. Dopo la pubblicità vediamo invece l ultima frontiera del furto, quello d identità.

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IL SISTEMA BAZOLI IN UBI BANCA / A TUTTO RICICLAGGIO, DAI MORATTI AI BERETTA

http://www.lavocedellevoci.it/ Andrea Cinquegrani 17 giugno 2017

Una vera e propria associazione a delinquere finalizzata non solo a depredare soci e azionisti della banca ma anche a riciclare montagne di danari, coprendo operazioni sporche. Per la regia di uno dei banchieri storici dei casa nostra, Giovanni Bazoli, e di una Cricca di amici, complici & sodali.

Roman Zaleski. In apertura Giovanni Bazoli

Tra i beneficiari delle operazioni border line anche politici, come l’Udc Luca Volontè, finanzieri d’assalto, come Roman Zaleski, colossi imprenditoriali, come la Saras del gruppo Moratti e l’industria bellica della famiglia Beretta. Tutto sotto il naso della Banca d’Italia con il governatore Ignazio Visco che, interrogato in commissione finanze di Camera e Senato, alcuni giorni fa è sceso dal pero dichiarando che quel poco che sa lo legge sui giornali. Ai confini della realtà.

Ma vediamo più da vicino la bomba ad orologeria che sta per esplodere nel mondo finanziario, e non solo, di casa nostra, attraverso le maxi inchieste condotte dalle procure di Bergamo e Brescia. Nel quasi totale silenzio mediatico.

Partiamo dagli ultimi sviluppi e da quanto sta facendo la procura distrettuale antimafia di Brescia, che pochi giorni fa ha emesso un decreto di perquisizione ‘personale e locale’. Uno spaccato incredibile, una ricostruzione al calor bianco, uno squarcio di finanza che più criminale non si può. A firmare il decreto il procuratore aggiunto di Brescia Sandro Raimondi che ha indagato, con le fiamme gialle, sulle operazioni illecite che si sono svolte in un arco temporale compreso tra il primo agosto 2012 e il 31 dicembre 2016. Al centro delle manovre sempre lei, UBI Banca, l’istituto guidato da Giovanni Bazoli e dalla sua Cricca.

UNA LOBBY PER IL RICICLAGGIO INTERNAZIONALE

Luca Volonté

Val la pena di leggere subito, in rapida carrellata, le principali operazioni sporche, così come scrupolosamente descritte nell’atto di perquisizione dal procuratore Raimondi.

Ecco la prima. “Presso la struttura a cui sono demandati i compiti di ‘antiriciclaggio’ di UBI Banca Spa, si sono verificati sistematici episodi di omissione di segnalazione per operazioni sospette, nonché omissioni di obblighi di adeguata verifica della clientela nei confronti di soggetti legati a figure apicali in seno al gruppo bancario ovvero facenti parte della governance della banca ovvero comunque cointeressate in qualche modo con i predetti”.

Poi la seconda. “In taluni casi è stato imposto a funzionari dell’Area Anti Money Laundering di UBI Banca Spa, da personale gerarchicamente superiore, di non procedere negli opportuni approfondimenti di fatti che avrebbero dovuto essere oggetto di segnalazione di operazioni sospette nei confronti di membri della governance della stessa banca”.

Ancora. “In taluni casi, le segnalazioni di operazioni sospette sono state manipolate, nel contenuto, ad opera dei responsabili dell’articolazione antiriciclaggio dell’istituto di credito, i quali avrebbero eliminato riferimenti relativi a soggetti in posizione apicale della banca”.

Non è certo finita. “In un caso risulta essere stata compiuta un’operazione di manipolazione del sistema informativo di supporto per la segnalazione delle operazioni sospette denominato GIANOS, volto ad eliminare una ‘nota estesa’ nella quale figurava l’annotazione ‘da segnalare’ con un’altra nota di tenore opposto, riferita ad una posizione meritevole di approfondimento, a seguito di indebite pressioni esercitate su un valutatore di primo livello da figure apicali”.

Massimo Moratti

Altro rilievo pesante come un macigno. “In taluni casi, le operazoni sopra descritte potrebbero avere, anche indirettamente consentito, ovvero agevolato, operazioni economico-finanziarie illecite e/o riciclaggio di capitali di provenienza delittuosa”.

Ecco un primo commento degli stessi inquirenti. “L’attività d’indagine posta in essere ha permesso di delineare un quadro investigativo caratterizzato dall’esistenza di una serie di indizi gravi, precisi e concordanti in ordine, tra l’altro, alla sussistenza di una serie di condotte volte alla omissione ‘sistematica’ degli obblighi e degli adempimenti previsti dalla normativa antiriciclaggio, che hanno avuto, quale esito, un oggettivo ostacolo alle funzioni esercitate dalle Autorità pubbliche di vigilanza”. Come vedremo poi, comunque, Bankitalia ha chiuso volentieri occhi, bocca e orecchie. In perfetto stile collusivo.

Passiamo ad una relazione tecnica allegata, da cui emerge un vero e proprio “Sistema Bazoli” capace di inquinare non solo il mondo bancario e finanziario, ma addirittura l’intero Paese.

Estremamente significativo il titolo: “Giovanni Bazoli, presidente del Consiglio di Sorveglianza di Intesa San Paolo, controlla e governa il Gruppo UBI Banca Scpa dalla sua costituzione nell’interesse della lobby economica che a lui fa riferimento, depauperando il Gruppo UBI e i suoi azionisti”.

Ecco l’incipit che subito fa riferimento a “malversazioni e predazioni che, quando non guidate, sono state e sono da lui almeno fortemente coperte”.

“La rielezione di Bazoli alla guida di Intesa San Paolo, ad aprile 2013, lo ha mantenuto nelle condizioni di controllare il sistema di potere autoreferenziale e ramificato che ha prodotto significativi danni all’economia del nostro paese. Ma l’ipotesi di reato che si documenta in queste pagine è specifica e contestualizzata su uno solo dei fronti di arricchimento della lobby finanziario-politica che a lui fa riferimento”.

TUTTE LE OPERAZIONI CON I “SODALI”

Così continua il j’accuse: “I suoi sodali manipolano la gestione del Gruppo UBI Banca contro l’interesse degli azionisti-soci, dei clienti e dei dipendenti: parenti e soci d’affari che riportano da un lato allo studio Bazoli-Camandini di Brescia, che raccoglie e governa le ambizioni di quegli imprenditori bresciani noti per le non sempre trasparenti avventure economiche al di fuori della provincia d’origine; dall’altro alla MITTEL Spa, ove il suo storico socio d’affari Roman Zaleski controlla a tutt’oggi la più antica finanziaria ancora quotata alla Borsa di Milano”.

E ancora: “Una delle più evidenti conseguenze del controllo della lobby su UBI è stato il crollo del valore del titolo da oltre 20 euro alla data della sua costituzione (l’istituto è operativo dal 1 aprile 2007, ndr) a circa 3 euro per azione nel 2013, con l’impoverimento delle migliaia di famiglie che da decenni (alcune generazioni, dalla fine dell’800 come Banca Popolare di Bergamo e dal 2003 come BPU Banca) lo vedevano come investimento stabile e non speculativo, a differenza dei suoi lobbisti che, giocando da ribassisti sul titolo stesso già dal 2008, si sono ulteriormente arricchiti”.

Parole di fuoco, per un banchiere ‘cattolico’ – sic – del calibro di Bazoli, il quale ha sempre agito sotto l’ala protettiva della Dc lombarda e della Curia bergamasca.

Segue poi una analitica disamina degli organi della banca, tutti regolarmente controllati dalla lobby targata Bazoli.

Per anni il Consiglio di Sorveglianza è stato presieduto da Gino Trombi, cresciuto bancariamente come fido portaborse di Bazoli in Banca San Paolo di Brescia.

Emilio Zanetti

Il Consiglio di Gestione è stato formalmente guidato da Emilio Zanetti, ma con l’incombente presenza come vice presidente di Corrado Faissola, altro fedelissimo di Bazoli, al quale successivamente garantì anche la presidenre di ABI, usando il peso di Intesa San Paolo all’interno della stessa associazione.

A sua volta, il Consiglio di Gestione ha affidato la gestione effettiva al tandem composto da Giampiero Auletta Armenise(ex BPU, consigliere delegato) e Victor Massiah (ex BL, direttore generale), uomini che Bazoli aveva a suo tempo voluto nelNuovo Banco Ambrosiano, il primo come responsabile Studi e Sviluppo, il secondo come direttore commerciale.

Ma eccoci tra altri fedelissimi da novanta. Le parole usate dagli inquirenti sono da brivido: e in certi casi repetita iuvant. E’ il caso di scorrerle fedelmente: “Tra tutti gli uomini di sua fiducia (di Bazoli, ndr) che con lui sedevano nel primo Consiglio di Sorveglianza vanno ricordati Gino Trombi, che in sua vece governava il San Paolo prima e BL poi; il fido nipote Alberto Folonari e il socio d’affari in Mittel Roman Zaleski, nonostante la rilevante posizione debitoria nei confronti del Gruppo UBI … o meglio forse grazie a questa, visto che il finanziere franco polacco con i soldi ottenuti dalle banche (grazie alle ingerenze lobbistiche) comprava tra l’altro anche azioni delle stesse, utili per garantire a Bazoli solide leve di governo economico. E non dimentichiamo Pietro Gussalli Beretta – oggi presidente di UBI Banca International in Lussemburgo, dove può meglio gestire le transazioni estere di suo interesse con la copertura del segreto bancario del Granducato – Giuseppe ed Italo Lucchini (delle omonime acciaierie, ndr), Andrea Moltrasio”.

Senza peli sulla lingua, nella relazione il Consiglio di Sorveglianza viene bollato come “un teatro di burattini”, visto che sul totale dei 23 membri la bellezza di 17 non hanno mai preso la parola, genuflessi davanti a sua Maestà Bazoli.

Corrado Passera

Le chicche non finiscono mai. Ed eccoci ad un’altra presenza ingombrante nel CdS, quella di Federico Manzoni, “voluto da Bazoli che lo aveva già in passato posto alla guida di Lesint (la società di leasing di Intesa San Paolo), il quale da metà novembre 2013 risulta indagato dalla procura di Milano per false dichiarazioni dei redditi della stessa Lesint.

DA LADY BAZOLI A CORRADO PASSERA

Per poi passare a lady Bazoli, la figlia del banchiere, Federica, la quale nel giro di nomine voluto dal padre si era dovuta accontentare della vicepresidenza di UBI Leasing, “società dalla quale negli anni è stato possibile distogliere decine di milioni dall’onesta e corretta gestione. E quando finalmente nel 2012 l’intervento di Bankitalia ha imposto la totale rimozione dei vertici, c’è stato qualche licenziamento pro forma, ma alla signora Bazoli è stato assicurato un posto nel consiglio d’amministrazione di UBI Sistemi e Servizi, uno dei bancomat della lobby”. Parole di fuoco.

Da una figlia di lusso all’altra eccoci a lady Lucchini, figlia di Italo, al timone di una società che ha comprato – guarda caso attraverso UBI Leasing – uno yatch per 3 miloni e mezzo e invece del valore di 10: cose da vip.

Ed eccoci a Corrado Passera, l’altra star del sistema bancario. Ce n’è anche per lui, nella relazione al vetriolo. A proposito delle ‘Predazioni‘ messe a segno, in un capitoletto titolato appunto “Le predazioni in UBI Sistemi e Servizi”, ecco cosa viene messo nero su bianco: “Nel modello che Bazoli utilizza per il governo delle banche è previsto che in tutte le attività informatiche e di supporto siano gestite da una specifica società controllata, dove persone di fiducia possono governare indisturbati gli acquisti. Lo fece in Intesa (Intesa Sistemi e Servizi) e lì Passera seppe ben utilizzare il metodo per garantire alla società della moglie profitti fuori mercato: concesse buona parte dei contratti di consulenza informativa a tariffe superiori a quelle di mercato, in modo talmente spudorato che arrivò una nota di biasimo da Banca d’Italia”.

E BANKITALIA NON VIGILA

Elio Lannutti

Elio Lannutti, storico presidente di Adusbef, l’associazone che tutela i risparmiatori, punta l’indice contro la totale mancanza di controllo e vigilanza da parte di Bankitalia.

“A precise domande dei parlamentari delle commissioni finanze di Camera e Senato sulla gestione fraudolenta di UBI Banca, lo scorso 14 giugno Ignazio Visco ha risposto che lo ha letto sui giornali. Mi chiedo: è consapevole Visco della gravità dell’inchiesta dell’Antimafia sui riciclaggi internazionali all’interno degli sportelli bancari? Ed è conscio che, se la vigilanza di Bankitalia non è riuscita a evitare crac e dissesti bancari addossati a 350 mila famiglie negli ultimi 18 mesi e non vede o fa finta di non vedere l’evidente attività di riciclaggio in UBI Banca, si rende superflua la tenuta di costosi carrozzoni come Bakitalia stessa? Un carrozzone – aggiunge Lannutti – ottimo solo per retribuire 7.000 dipendenti, molti dei quali fanno concorrenza, con stipendi fissi a 20 mila euro al mese, agli operatori turistici nelle visite guidate ora in voga a palazzo Koch”.

Sette anni fa Lannutti ha scritto un libro, “Bankster – Molto peggio di Al Capone i vampiri di Wall Street e Piazza Affari”, che potete scaricare gratuitamente dal sito della Voce cliccando sulla finestra lungo la colonna a destra. Da pagina 273 a pagine 276 si parla di Bazoli e si dettagliano le sue acrobatiche operazioni, focalizzando l’attenzione soprattutto sui rapporti d’affari con Roman Zaleski via Mittel. In basso potete cliccare sul pdf.

E cosa ha fatto la Vigilanza di Bankitalia in questi 7 anni?

 

 

Biografia di Giovanni Bazoli

GIORGIO DELL’ARTI, scheda aggiornata al 24 gennaio 2014

http://cinquantamila.corriere.it/

 

• Brescia 18 dicembre 1932. Banchiere. Presidente del Consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo. Ricopre la stessa carica anche nella finanziaria Mittel. «Bazoli è il vero uomo di potere che c’è oggi in Italia» (Bruno Tabacci, 17 aprile 2007).
• Vita Il nonno Luigi, come racconta lo stesso Bazoli a Francesco Anfossi, «dopo essere stato praticante nello studio di uno dei numi tutelari di Brescia, Giuseppe Tovini (fondatore di giornali, di scuole e del Banco Ambrosiano, e poi proclamato “beato” – ndr), fondò un proprio studio legale, che chiuse nel breve periodo in cui fu deputato del Partito popolare, ritenendo che ci fosse incompatibilità». In questo studio entrarono in seguito il padre di Bazoli, Stefano, suo zio Ercoliano e Ludovico Montini, fratello maggiore del futuro Paolo VI, pontefice col quale Bazoli ebbe grande familiarità.
• La madre Beatrice Folonari (dei Folonari industriali del vino) morì a soli 29 anni, quando Bazoli aveva tre mesi, in seguito all’infezione provocatale dalla puntura in viso di una spina di rosa.
• Il padre Stefano fu anche deputato della Dc all’Assemblea costituente. Il fratello, Luigi, militava nella sinistra Dc, assessore all’Urbanistica di Brescia e nemico di Prandini. La cognata Giulietta Banzi (moglie del fratello Luigi) fu tra le vittime della strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974.
• Dopo la laurea in Legge, esercita la professione di avvocato nello studio di famiglia a Brescia, insegna Diritto pubblico all’Università Cattolica e, nel 1974, entra nel Consiglio d’amministrazione del Banco San Paolo di Brescia (di cui poi diventerà vicepresidente). La svolta nel 1982: a giugno Calvi viene trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra e poco dopo si deve provvedere alla liquidazione dell’Ambrosiano. Quattro banche private (Popolare di Milano, San Paolo di Brescia, Credito Romagnolo e Credito Emiliano) si dichiarano pronte a farsi carico del 50% del Nuovo Banco Ambrosiano. L’altro 50% resterà in mano alle tre grandi banche pubbliche, Bnl, San Paolo di Torino e Imi. Le quattro banche private, su suggerimento di Nino Andreatta, indicano come loro garante il poco conosciuto Bazoli. Bazoli racconta di aver molto esitato ad accettare e di essere stato convinto da Ciampi. Alla sua obiezione: «Non ho nessuna esperienza economica, sono laureato in Legge», Ciampi, che in quel momento era governatore della Banca d’Italia, rispose: «Si figuri che io sono laureato in Lettere». Resta il rapporto molto stretto con la Chiesa: Bazoli è tra i più fervidi partecipanti al Gruppo cultura etica e finanza che si riunisce in via Broletto sotto la supervisione di monsignor Attilio Nicora. «Qui Bazoli si segnala come il predicatore più acceso della crociata contro la finanza laica e il suo nume Enrico Cuccia» (Il Foglio, ma vedi soprattutto Giancarlo Galli Finanza Bianca. La Chiesa, i soldi, il potere, Mondadori 2004). Comincia, in effetti, una guerra con Cuccia. L’uomo di Mediobanca, inizialmente molto pessimista sul salvataggio dell’Ambrosiano («non ho mai visto una banca fallita sopravvivere a se stessa (…) È come allacciarsi un cappotto partendo dal bottone sbagliato»), quando il nuovo istituto prende a marciare (a fine ’85 il titolo tornò in Borsa, nell’86 fu annunciato agli azionisti il ritorno all’utile e al dividendo), tenta di ridurlo sotto il suo controllo: nel 1989, la Popolare di Milano cercò di vendere la sua quota alle Generali e Bazoli riuscì a dirottarla, invece, sul Crédit Agricole. Nel ’94 la Banca commerciale italiana (Comit) provò a lanciare un’Opa sul Nuovo Banco Ambrosiano, «respinta al termine di alcuni giorni che furono tra i più drammatici dell’intera mia esperienza». «Nel ’97 infine la Comit si contrappose a noi nell’acquisto della Cassa di Risparmio delle Province Lombarde (Cariplo)», venendo però sconfitta.
• La banca di Bazoli, intanto, era cresciuta tumultuosamente: nell’89 s’era fusa con la controllata Banca Cattolica del Veneto dando vita al Banco Ambrosiano Veneto. L’Ambroveneto aveva poi comprato la Banca di Trento e Bolzano e, al sud, aveva incorporato Banca Vallone, Citibank Italia, Banca Marsicana, Società di banche siciliane e, dopo l’acquisto di Cariplo, la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza (’98). L’attacco vittorioso alla Cariplo del ’97 era avvenuto in un momento in cui i rapporti con Cuccia s’erano addirittura rovesciati e i due erano diventati amici. Bazoli ha raccontato a Massimo Giannini: «Con Cuccia si era instaurato un rapporto così positivo e confidenziale che io gli avevo parlato della nostra intenzione sulla Cariplo. Lui mi aveva incoraggiato a procedere. Senonché, all’ultimo momento, spuntò un’offerta concorrenziale, ricalcata sulla nostra, da parte della Comit. Cuccia allora mi scrisse e prese esplicitamente le distanze da tale iniziativa. Il giorno dopo la Fondazione Cariplo approvò all’unanimità la nostra offerta». Fu Cuccia stesso a consegnare la Comit a Bazoli, nel 1999, ponendo come sola condizione che Intesa (il nome che l’istituto aveva assunto dopo l’acquisto della Cariplo) uscisse dal capitale di Mediobanca, nel quale era presente – come Ambrosiano – fin dalla Fondazione. Il consenso pressoché plebiscitario all’Opa sulla Comit portò Intesa al primo posto tra i grandi gruppi bancari italiani, con cento società, 4.300 sportelli, 73 mila dipendenti. All’inizio del decennio parve cadere in disgrazia: «Si è ripreso la ribalta della finanza italiana lunedì 9 settembre 2002, dopo un lungo periodo in cui la sua immagine sembrava sempre più appannata. Il ritorno del presidente di Banca Intesa è stato sancito da due fatti distinti. Il primo, più clamoroso, avvenimento è il successo ottenuto nel fuoco di sbarramento contro l’ingresso dell’imprenditore Salvatore Ligresti nella stanza dei bottoni del maggiore quotidiano nazionale, il Corriere della Sera. Il secondo fatto, altrettanto rilevante per la scena finanziaria, è l’alleanza stretta dal suo istituto con la banca d’affari francese Lazard. Il tratto che unisce questi due avvenimenti è l’avversario comune che, su entrambi i fronti, Bazoli si è trovato davanti: Mediobanca e il suo numero uno Vincenzo Maranghi. L’istituto di piazzetta Cuccia era infatti lo sponsor più importante dell’ingresso di Ligresti nel patto di sindacato che governa la Hdp, la holding a cui fa capo il Corriere. Ma Mediobanca è anche la principale banca d’affari italiana, ed è stata proprio Lazard, negli ultimi anni, a insidiarne la leadership. Per risorgere Bazoli ha lavorato duro per molti mesi. Il suo annus horribilis aveva raggiunto il punto più basso quando aveva subìto la dura reprimenda del governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. L’accusa: una finanziaria da lui presieduta, la Mittel, protagonista della scalata ai danni di Montedison, aveva fatto da apripista all’arrivo in Italia del colosso francese dell’elettricità, la Edf. Ma già i mesi precedenti erano stati contrassegnati dalle cattive notizie. Nel gennaio del 2001, infatti, ancora Fazio aveva detto di no al progetto di fusione tra Banca Intesa e Unicredito. Sul fronte domestico, invece, il professore bresciano aveva dovuto arginare i tentativi della Casa delle Libertà di aprirsi una breccia più ampia nel principale azionista italiano di Banca Intesa, la Fondazione Cariplo, nonché far fronte alla crisi nei conti del proprio istituto, appesantiti fra l’altro dai crediti concessi a società, come la Enron, travolte dalla crisi e dagli scandali. Bazoli e il nuovo amministratore delegato di Banca Intesa, Corrado Passera, hanno così dovuto lavorare su molti aspetti. Già ai tempi della scalata di Montedison, Bazoli si era cosparso il capo di cenere e aveva accolto gli inviti di Fazio, accettando di entrare assieme a Banca di Roma e Sanpaolo Imi nella nuova Italenergia, al fianco di Fiat ed Edf. Il secondo passo era stato l’ingresso come socio finanziario in Olimpia, la scatola creata da Marco Tronchetti Provera e dai Benetton per prendere possesso di Olivetti-Telecom» (Luca Piana).
• L’ultima operazione, quella che dà il profilo definitivo alla banca, è la fusione col San Paolo di Torino deliberata il 1° dicembre 2006. Con questo atto Intesa diventa la prima banca italiana (lo resterà fino all’incorporazione di Capitalia da parte di Unicredit) con 5.500 sportelli, 13 milioni di clienti, un valore di Borsa superiore ai 65 miliardi di euro, 500 miliardi di attivi e 300 di raccolta. Bazoli nel nuovo grande gruppo viene confermato presidente del Consiglio di sorveglianza, mentre, in un’inedita governance duale, il consiglio di gestione tocca a Enrico Salza.
• «Si è trattato, di volta in volta, di ragioni di ordine etico-sociale, di ordine storico, di ordine civile. Furono, all’origine, le ragioni stesse che mi convinsero a prendermi carico di un’eredità rischiosa come quella lasciata dal fallimento del Banco Ambrosiano. Furono, nelle fasi successive, le motivazioni delle sfide combattute per difendere dall’aggressione di forze soverchianti l’indipendenza e l’integrità umana e morale dell’azienda risanata. Sono stati, più recentemente, gli obiettivi di ordine civile e sociale, sottesi a quelli economici, che hanno ispirato le più recenti operazioni riguardanti il sistema bancario del nostro Paese».
• Tra le altre, numerose cariche, ha quella di presidente della Fondazione Cini di Venezia. Docente di Diritto amministrativo e di Istituzioni di diritto pubblico alla Cattolica di Milano (ha lasciato l’insegnamento nel 2001). Cavaliere del Lavoro, Ufficiale della Legion d’Onore.
• È appassionato di studi biblici.
• Per gli amici “Nanni”.
• È sposato con Elena Wührer (della famiglia produttrice della celebre birra). Hanno tre figli. Francesca (1967), avvocato, è sposata con Gregorio Gitti (Brescia 21 giugno 1964.), avvocato, docente all’Università di Milano, tra gli ispiratori del Partito democratico.
• Tifo È tifoso del Brescia: «Tifoso focoso, di quelli che preferiscono la gradinata alla tribuna d’onore perché gli piace discutere con la gente. Anche se col passare degli anni la comodità vuole la sua parte e rende più sopportabile lo sforzo dell’autocontrollo, pedaggio che Bazoli si impone in tribuna» (Enrica Speroni).
• «Mi piace vedere il Brescia giocare bene. Sono appassionato, sono tifoso, ma se non c’è bel gioco vado in altri stadi. Giocare soltanto per il risultato non mi piace. Sono refrattario a una mentalità cinica, al risultato separato dal modo».
• Banchiere di sistema Negli ambienti finanziari è indicato come un «banchiere di sistema, a indicarne la capacità di garantire un governo equilibrato del potere economico» (Luigi Dell’Olio) [L’Huffington Post 17/12/2012].
• A causa della sua lunga amicizia con Romano Prodi, Il Foglio parlò di «sistema di potere di Bazoli»: il fatto che circa il 35% del Fondo per le infrastrutture stanziato dal secondo governo Prodi (detto F2I o Effe 21) fosse riconducibile a questo sistema confermò l’esistenza di un asse Bazoli-Prodi capace di condizionare le scelte economiche di fondo del Paese. Si sapeva infatti che, con questo fondo (costituito intorno a un primo stanziamento della pubblica Cassa Depositi e Prestiti), Prodi intendeva costruire un’«Iri più moderna» (Il Foglio), che fosse in grado di intervenire nei punti strategici del sistema e specialmente nell’acquisizione eventuale delle reti elettriche, del gas e telefoniche (su cui vedi anche Angelo Rovati), sulla proprietà dei porti e degli aeroporti ecc. Bazoli ha smentito con forza l’esistenza di questo asse. Prima rispondendo alla domanda di un piccolo azionista durante l’assemblea dei soci del 3 maggio 2007: della fusione col Sanpaolo nessun uomo politico venne informato in anticipo e Intesa non può «essere etichettata come amica o vicina a un personaggio pubblico. A me pare un’idea infondata e persino grottesca (…) Questa ipotesi non trova e non troverà mai riscontro in una nostra delibera, comportamento o dichiarazione. Non posso accettare che venga messa in discussione l’autonomia e l’indipendenza della nostra banca dalla politica». Poi, una seconda volta, in un’intervista al direttore del Sole 24 Ore di allora, Ferruccio De Bortoli: «È del tutto scorretto attribuire al mio rapporto di amicizia con Prodi, che risale ai tempi degli studi post universitari e che è cresciuto grazie alla frequentazione comune di un grande amico, Beniamino Andreatta, significati che trascendono la sfera personale. Da quando ho assunto la responsabilità di una banca non c’è stata una sola decisione che sia stata adottata su pressioni del mondo politico. E aggiungo, per quanto mi riguarda personalmente, che mi sono sempre inibito di partecipare a manifestazioni politiche. Non ho mai firmato un manifesto. Con una sola eccezione, quello in difesa della Costituzione che è la carta dei valori di tutti gli italiani». I sospetti intorno alle intenzioni di Bazoli si basano tuttavia anche sulla filosofia che lo stesso Bazoli ha con insistenza pubblicizzato: l’inclinazione verso un capitalismo «temperato di taglio europeo» piuttosto che verso un «capitalismo aggressivo all’americana» (Federico Fubini). Dice lo stesso Bazoli, sempre a De Bortoli: «L’interesse generale è conciliabile con quello aziendale. Ne parlai presentando un libro sul Mediocredito Centrale. Citai in quell’occasione una frase di Giordano Dell’Amore, banchiere cattolico e liberale. Gliela ripropongo. Scriveva Dell’Amore: “Senza dubbio ogni banca deve mantenere il proprio equilibrio finanziario, e assicurare la copertura dei costi di gestione con una adeguata remunerazione dei capitali investiti. Ma occorre ispirare tutta la politica di raccolta e di impiego al dovere di concorrere al massimo grado nell’accelerare lo sviluppo economico”. Io ho sempre creduto che un progetto aziendale possa essere inquadrato in un più ampio disegno di carattere etico-civile». Non la pensa così Bruno Tabacci: «Se Alessandro Profumo (all’epoca ad di Unicredit – ndr) dice che cerca di creare valore per gli azionisti internazionalizzando la banca, chapeau. Ma se invece uno mi dice che vuole fare banca nell’interesse del Paese e qual è questo interesse lo decide lui, allora non mi va più bene. Penso che sia mosso da obiettivi di solo potere» (a Danilo Taino). Secondo Mario Monti la questione non riguarda solo Bazoli, ma tutto il sistema bancario così come è andato configurandosi negli ultimi quindici anni: «In passato si diceva che lo Stato fosse una sorta di banca occulta, data la grande attività finanziaria che svolgeva. Oggi si guarda alle banche come a una forma di governo occulto». Federico Fubini: «Dagli anni Trenta ai Novanta, le banche sono state di proprietà pubblica e di dimensioni modeste. Lungi dall’influenzare il governo, ne erano pesantemente condizionate. Di più: per tutto quel tempo, le banche non hanno potuto assumere partecipazioni, salvo Mediobanca che, proprio per questo, si è posta al centro dell’alta finanza. Le banche sono arrivate al potere in seguito a tre trasformazioni ormai storiche: la privatizzazione, che ha emancipato il credito dalla politica; la concentrazione, che ha reso più forti gli istituti maggiori; il Testo unico del 1993, che ha autorizzato le banche a prendere partecipazioni nelle imprese, una svolta che sarà ampliata con l’applicazione dei principi di Basilea 2. Ma l’allarme odierno ha anche una ragione vicina: la fusione Intesa-Sanpaolo, che forma un soggetto forte del 20% del mercato domestico del credito e propenso a utilizzare gli spazi aperti nel rapporto con le imprese, con ciò proponendosi come il vero concorrente del sistema Mediobanca, ormai privo della coesione dei tempi di Enrico Cuccia e dell’Iri». Profumo, incorporando Capitalia (settembre 2007), si trovò in possesso, attraverso l’aumento della quota in Mediobanca, di un ulteriore pacchetto di Generali. E Generali possiede il 5% di Intesa. Nonostante le assicurazioni di Profumo e Geronzi, Bazoli rispose a questa incursione con grande aggressività, acquisendo a sua volta un 4% di Unicredit. A questo proposito furono importanti le mosse dell’amico finanziere Roman Zaleski (socio in Mittel e in Intesa Sanpaolo) che in due anni, a partire dal 2005, raggranellò il 2,2% della società triestina. Da sommare, nella bilancia delle influenze, all’1,6% di Cariplo e al 2,3% già nelle mani di Bazoli. Sull’altro problema provocato dall’incorporazione – e cioè il conflitto di interessi tra Unicredit e Mediobanca – Bazoli, ancora con De Bortoli, si espresse così: «“È da sempre pacificamente riconosciuto che il problema di Mediobanca consiste nell’esistenza di un conflitto di interessi con le banche azioniste. A me pare che il problema si aggravi passando da due banche a una sola, anche se con una partecipazione dimezzata”. Ma, mi scusi, professore, Intesa Sanpaolo non era disponibile a entrare nel capitale di Mediobanca? “Abbiamo letto che questa ipotesi è stata esclusa in ragione del conflitto di interessi in cui ci saremmo trovati. Noi siamo d’accordo, ma le stesse considerazioni dovrebbero valere anche per tutti gli altri istituti di credito. A questo riguardo, sembrerebbero possibili due soluzioni: o la nuova banca riduce in modo significativo la propria partecipazione in piazzetta Cuccia (assicurando così pienamente l’autonomia della merchant bank), oppure – non sembri paradossale quello che affermo – meglio che Mediobanca diventi, a tutti gli effetti, la merchant bank del gruppo Unicredit. Ma, in questo caso, dovrà evidentemente essere risolto il problema della partecipazione in Generali. Delle due soluzioni, è evidentemente preferibile quella che vede Mediobanca operare in piena autonomia e indipendenza”». Il contrasto al tentativo degli Angelucci di impadronirsi dell’Unità (poi effettivamente fallito) va letto nel quadro della lotta per il controllo del comparto finanziario con Cesare Geronzi, «sulla carta arcinemico» (Paolo Madron), e gran protettore degli stessi Angelucci. «Nella concezione della gestione dei processi di potere di Bazoli, i giornali sono uno strumento essenziale anche per costruire nuovi equilibri, e non solo editoriali» (Il Foglio).
• In questo senso, cruciale è il ruolo di Bazoli all’interno del patto di sindacato Rcs, «in nome di quella funzione di grande supervisore delle vicende di via Solferino che l’avvocato Agnelli gli ha tramandato poco prima di passare a miglior vita» (Giovanni Pons). Battuto in occasione del defenestramento di Folli, scavalcato da Mieli nel giorno dell’endorsement a Romano Prodi (editoriale dell’8 marzo 2006, che gli avrebbe provocato grande irritazione), s’è poi rifatto favorendo l’ingresso nell’azionariato (ma non ancora nel patto) dell’imprenditore Giuseppe Rotelli, vicinissimo a Bazoli e ideale «ponte tra il mondo Intesa – che lo ha finanziato nell’acquisizione delle cliniche di Ligresti e l’ha seguito fino all’ultima avventura transalpina (la gara per le cliniche Vitalia, poi abbandonata – ndr) – e quello di stampo più berlusconiano» (Ettore Livini). Rotelli, rilevando le azioni Rcs di Ricucci, ha quasi raggiunto una partecipazione del 10 per cento, terza dopo quella di Mediobanca e della Fiat. Essendo potenzialmente anche questa una zona di conflitti d’interessi, Bazoli s’è detto d’accordo con l’idea di Profumo di abbandonare ogni partecipazione editoriale e di conferire le quote a una Fondazione (vedi Piergaetano Marchetti).
• Il progetto di fondere la sua Mittel (la finanziaria di cui Bazoli è presidente e che ha in portafoglio, tra l’altro, l’1,3% di Rcs) con la Hopa di Emilio Gnutti, portato avanti con l’appoggio di Zaleski e del Monte dei Paschi e avente come obiettivo anche un rafforzamento in Telecom, è sfumato per l’opposizione di Geronzi e per l’attiva azione di contrasto di Unipol, che hanno all’ultimo momento orientato la trattativa verso Palladio (andata a monte comunque anche questa). In seguito alla perdita delle ambitissime azioni Telecom che aveva in pancia (3,6%), la finanziaria di Gnutti non sembrava far più gola a nessuno. Ma, nel luglio 2008, è proprio Bazoli a salvare Hopa. Testa di ponte è il fondo d’investimenti di Salvatore Mancuso Equinox, «fin dagli albori molto vicino all’istituto presieduto da Bazoli, per via dell’amicizia saldatasi ai tempi del salvataggio della finanziaria Santavaleria tra i siciliani Gaetano Micciché, capo del corporate di Intesa, e lo stesso Mancuso, e per il legame sancito dai vincoli azionari» (Walter Galbiati). Poi arriva Mittel: attraverso una Newco compartecipata al 66,6% (la quota restante fa capo a Mps e Banco Popolare, principali creditori) rilevano il 38,7% della società, evitando fallimenti e conseguenze giudiziarie per Gnutti e l’ex razza padana.
• Sul ruolo di Intesa nella vendita di Telecom, vedi Marco Tronchetti Provera. Sul ruolo di Intesa nella vendita di Alitalia, dove si è esposto soprattutto l’amministratore delegato Corrado Passera (con qualche eccesso che a Bazoli è dispiaciuto), vedi Silvio Berlusconi.
• Nell’aprile 2013 è stato riconfermato al vertice di Intesa Sanpaolo.
• «In realtà è il futuro a occupare la maggior parte dei pensieri di Giovanni Bazoli. Morti Enrico Cuccia (fondatore di Mediobanca) e Antoine Bernheim (a lungo ai vertici di Generali), e tramontato Geronzi, il professore bresciano è diventato l’unico “grande vecchio” della finanza italiana (un gradino sotto di lui c’è l’amico storico Giuseppe Guzzetti, di due anni più giovane, che presiede Fondazione Cariplo e Acri, l’associazione delle fondazioni di origine bancaria). Anche chi non mostra simpatie nei suoi confronti, non può fare a meno di prenderlo in considerazione quando ci sono da prendere decisioni importanti per il sistema economico-finanziario italiano. (…) Di grande rilievo è anche la partita che si sta giocando intorno a Generali, vecchio cruccio di Bazoli, che mai ha digerito l’uscita di Intesa dall’azionariato di Mediobanca imposta da Enrico Cuccia alla fine degli anni Novanta in occasione dell’acquisizione della Banca Commerciale. L’interesse per il Leone di Trieste è rafforzato dal fatto che la compagnia assicurativa e Intesa Sanpaolo sono protagoniste di un classico intreccio azionario all’italiana. (…) Tanto potere nelle mani di un uomo solo non può non avergli prodotto nemici, eppure non sono molti quelli che sono venuti allo scoperto finora. Non Domenico Siniscalco, che nel 2010 si è visto sbarrare la strada alla guida del consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo proprio da Bazoli (sembra su pressione dell’allora governatore di Bankitalia, Mario Draghi, che temeva ingerenze politiche nella banca), con il quale sono stati recuperati i rapporti. Né Giuseppe Rotelli, re della sanità in Lombardia, primo azionista di Rcs con il suo 13%, che sembrava voler conquistare la guida del gruppo editoriale. (…) Rotelli è considerato vicino a Bazoli, complice la regia di Intesa Sanpaolo nell’acquisto del San Raffaele da parte dell’imprenditore di Pavia. L’unica eccezione è rappresentata da Diego Della Valle, che all’inizio della battaglia delle Generali definì “arzilli vecchietti” Cesare Geronzi e Giovanni Bazoli. Il rapporto tra l’imprenditore delle Tod’s e il banchiere bresciano sembrava recuperato alla luce della collaborazione nella compagnia ferroviaria Ntv, ma l’appellativo è tornato a riecheggiare dopo la presentazione del libro di Geronzi, che attribuisce il ritorno di Ferruccio De Bortoli alla guida del Corsera proprio a un accordo tra lui e Bazoli, dopo lo stop a Carlo Rossella, sponsorizzato da Della Valle e considerato troppo influenzabile da Silvio Berlusconi» (Luigi Dell’Olio, cit.).
• A Diego Della Valle, che in un’intervista a Repubblica dell’ottobre 2013 aveva dichiarato che «Bazoli è il maggior responsabile, anche se non l’unico, della crisi aziendale di Rcs», ha risposto: «Per smentire l’affermazione di Della Valle, che ha davvero dell’incredibile, basterà ricordare che io non sono mai stato consigliere di Rcs Media Group. Ho fatto solo parte del patto di sindacato, come rappresentante di una piccola quota (circa l’1%) posseduta dalla Mittel». «Si tratta comunque di una posizione importante nella stanza dei bottoni, che poi si è andata rafforzando con l’incorporazione della Comit, che possedeva il 5% di Rcs, nel gruppo Intesa. Da quel momento Bazoli ha potuto contare su una seconda sponda nel patto di sindacato, fornita da Corrado Passera, il manager che ha governato la Ca’ de Sass per un decennio. Bazoli mette in relazione la sua presenza in Rcs anche con il rapporto instaurato con l’avvocato Agnelli a partire dall’intervento della Fiat nel lontano 1985. “Come presidente del Nuovo Banco Ambrosiano, che era nello stesso tempo proprietario del 40% della Rizzoli e il suo principale creditore, io mi impegnai a fondo per evitare il fallimento della società, che si trovava in amministrazione controllata. Ed ero riuscito a convincere Agnelli a intervenire”. Tuttavia, già allora Bazoli si trovò a toccare con mano le pressioni della politica sulla Rizzoli. Si scontrò infatti duramente con Craxi, a quel tempo presidente del Consiglio, che pretendeva di interferire nell’operazione. La difesa dell’indipendenza del Corriere dalla politica, racconta, ha rappresentato il faro che l’ha motivato e guidato nel percorso di tutti questi anni nella casa editrice. E che l’ha portato, in tempi più recenti, a opporsi per ben due volte alla nomina a direttore del Corriere, caldeggiata da grandi azionisti del patto, di giornalisti vicini all’entourage berlusconiano. A suo giudizio, la svolta mancata, che avrebbe potuto rivelarsi decisiva nella vita della Rizzoli, avvenne nel 2004, allorché la guida operativa della Rcs venne affidata a Vittorio Colao, giovane e brillante manager bresciano, proveniente da Vodafone. “Mi adoperai con altri azionisti per convincere Vittorio a venire in Rcs e poi lo difesi a oltranza”. Ma, pressato e impedito ad operare da chi a vario titolo interferiva con il business editoriale, Colao fu costretto dopo meno di due anni a passare la mano. “Ebbene, chieda a Colao – dice Bazoli – chi lo difese e chi lo osteggiò! La perdita di Colao è stata una vera disgrazia per Rcs, perché sono convinto che con lui la Rizzoli avrebbe conosciuto una storia completamente diversa”. (…) Al posto di Colao arrivò Perricone, manager suggerito da Montezemolo, e in quel periodo si verificò, nel ricordo di Bazoli, un altro dei fatti decisivi che sono all’origine delle difficoltà successive della Rizzoli: l’acquisto della spagnola Recoletos, realizzato appena prima dello scoppio della grande crisi finanziaria. Come noto alle cronache fu un acquisto tutto per cassa (e con ampio ricorso alla leva finanziaria, con Intesa nella doppia veste di azionista e banca creditrice), per 1,1 miliardi di euro, deliberato nel febbraio 2007 dal consiglio di amministrazione di allora (che comprendeva anche Della Valle). In tempi più recenti, nella fase di piena crisi dell’editoria, Fiat e Mediobanca decisero nella primavera 2012 che occorreva imprimere una svolta: passo indietro degli azionisti dal consiglio di amministrazione e spazio agli indipendenti (per modo di dire, visto che ogni azionista indicava il suo). Della Valle protestò e ottenne di poter uscire dal patto anticipatamente, senza sottostare a tutti i vincoli che ne sarebbero derivati. Bazoli aveva mediato a suo favore e di questo, sottolinea oggi, il fondatore della Tod’s gliene fu grato. Il risultato fu che alla guida della casa editrice, nel maggio 2012, arrivò da Microsoft un giovane manager, Pietro Scott Jovane, scelto da cacciatori di teste ma con l’imprimatur di John Elkann. Il cda, su proposta del nuovo ad, approvò un piano che comportava un aumento di capitale di 400 milioni. Un’operazione che Della Valle ha contrastato sino in fondo, sostenendo che la società avrebbe dovuto ottenere in via preliminare uno stralcio dei debiti e chiedere solo successivamente agli azionisti nuove risorse da destinare allo sviluppo. “A parte il fatto – replica Bazoli – che è un principio basilare del diritto che, quando una società è in crisi, i primi sacrifici devono essere a carico degli azionisti e solo seconda battuta dei creditori, una ristrutturazione del debito era già stata negoziata e concordata, assai faticosamente, tra la società e il gruppo di banche creditrici. Se non fosse stato approvato l’aumento di capitale, sarebbe saltata anche la ristrutturazione del debito, e ciò avrebbe impedito la continuità aziendale”. L’aumento di capitale è stato approvato, poi, dall’assemblea grazie al voto decisivo di Giuseppe Rotelli, che in quel momento era il primo azionista della società. “Fu l’ultima decisione che Rotelli prese, pur avendo già deciso di non sottoscrivere e quindi di accettare una forte diluizione, negli ultimi giorni di vita. Se solo si fosse astenuto, la capitalizzazione sarebbe naufragata e Rcs sarebbe inevitabilmente finita in procedura concorsuale, con tutti gli effetti disastrosi che ne sarebbero derivati”. Della Valle, prima di decidere se sottoscrivere o meno la sua quota, chiamò Bazoli. “Se mi chiedi cosa fare, ti rispondo che non sono in grado di darti alcun consiglio”, racconta Bazoli. “E lui mi rispose: ‘No, non te lo chiedo’. Poi non ci siamo più visti né sentiti. E la verità è che da quel momento – Francesco Merloni mi è testimone – io mi sono adoperato affinché nessuno degli azionisti, compresi quelli fuori patto, fosse emarginato”. A luglio il blitz della Fiat sui diritti inoptati Rcs comporta il raddoppio della quota di Torino, fino al 20,5%. Della Valle, colto alla sprovvista, accusa il colpo ma non vuole lasciare campo libero agli Agnelli, e mette sul piatto altri 40 milioni per conservare il suo 9%. “Prima di conoscere l’iniziativa della Fiat, arrivata inattesa sia per me che per Mediobanca, mi ero esercitato a verificare se al di fuori dell’azionariato si potesse individuare in Italia un soggetto imprenditoriale dotato delle risorse patrimoniali e delle qualità professionali e di indipendenza necessarie per assumere il ruolo di azionista di riferimento di Rcs. Non avendolo individuato, avevo maturato l’idea che forse l’uomo giusto avrebbe potuto essere Giuseppe Rotelli, che aveva un genuino e fortissimo interesse per l’editoria; ma la malattia ha preso il sopravvento. Ciò detto, giudico positivamente il gesto della Fiat, quale elemento di stabilizzazione dell’azienda”. A settembre Elkann cerca di riannodare i fili del patto di sindacato, lo vuole rendere più leggero, solo di consultazione e non di voto, ma si scontra con l’intransigenza di Mediobanca e Unipol. Il vecchio patto si scioglie e Della Valle canta vittoria annunciando che l’era Bazoli al Corriere è finita. “Per quanto mi riguarda, avrei visto con favore un patto leggero che servisse a offrire a tutti gli azionisti – come giustamente raccomandava Giampiero Pesenti – la possibilità di continuare a dare un apporto costruttivo alla vita dell’azienda. Tuttavia, avendo preso atto di alcune indisponibilità dichiarate, ho condiviso l’idea dello scioglimento, tenendo anche in considerazione il fatto che il mercato oggi apprezza il ripudio dei patti, che sono considerati espressione del cosiddetto e deprecato ‘capitalismo di relazione’. Su questo tema avrei molto da dire, ma non è questa la sede adatta”» (Giovanni Pons) [Rep 27/10/2013].
• Nella tarda serata dell’11 novembre 2013, Intesa Sanpaolo ha annunciato di aver concluso, attraverso un collocamento accelerato, la cessione della quota dell’1,3% detenuta in Generali per un corrispettivo complessivo di 347,8 milioni (16,6 euro per azione). «Con la cessione di questa quota, nel quarto trimestre 2013 la banca ha ceduto l’intera partecipazione detenuta in Generali al 30 giugno 2013, registrando complessivamente nel trimestre un apporto positivo all’utile netto consolidato di circa 82 milioni di euro. Non si tratta che di uno dei passaggi che la “nuova” Intesa compierà nel prossimo futuro. “Abbiamo delle responsabilità e non ci giriamo dall’altra parte, ma il nostro compito adesso è tornare a fare la banca chiudendo con chiarezza, nei tempi e nei modi dovuti, la stagione delle cosiddette operazioni di sistema”, spiega al Corriere della Sera Gian Maria Gros-Pietro (presidente del Consiglio di gestione di Intesa Sanpaolo, nominato il 9 maggio 2013 – ndr). La road map è chiara: senza creare “sconquassi”, smettere di essere azionisti di lungo termine nei punti nevralgici del sistema-Italia. Tornare, insomma, a fare la banca in senso stretto» (L’Huffington Post 12/11/2013).
• «A Bazoli non piace il termine “banca di sistema” ma è di questo che si tratta: il gruppo bancario ha fatto da regista alla disastrosa operazione Alitalia, è diventato azionista di maggioranza con Gavio del progetto di costruzione dell’autostrada Brebemi, è azionista della tangenziale esterna di Milano e finanzia la gran parte delle opere pubbliche italiane. Un sistema di potere costruito pazientemente da Giovanni Bazoli e successivamente da Corrado Passera, che, malgrado le simpatie di Bazoli per il centrosinistra, ha affiancato anche governi di centrodestra. Nella storia recente del gruppo Intesa Sanpaolo, c’è stato qualcuno che ha tentato di smontare la cosiddetta banca di sistema voluta da Bazoli, Passera e Gaetano Micciché, ma ha dovuto fare i conti proprio con Bazoli e con il suo potere: si tratta di Enrico Tommaso Cucchiani, il banchiere che è stato consigliere delegato e capo azienda di Intesa Sanpaolo dal dicembre 2011 al settembre 2013. Si racconta che Cucchiani volesse demolire la banca-azionista voluta da Bazoli e Passera e tornare a una dimensione di banca tradizionale che presta denaro senza vestire i panni dell’azionista. Alla fine però l’ha vinta il padre e padrone di Intesa che ha liquidato Cucchiani con una buonuscita miliardaria riprendendosi i poteri violati. La parentesi Cucchiani è tuttavia un grande neo per Giovanni Bazoli: i torinesi del gruppo Intesa, e non soltanto loro, gli rimproverano di aver introdotto Cucchiani ai vertici dell’istituto di credito senza che ci fosse un dossier pro veritate su di lui che ad esempio verificasse le indiscrezioni di suoi legami con il piduista e faccendiere Luigi Bisignani o i suoi legami con la finanza internazionale. La meteora Cucchiani resta ancora un mistero ma è certo che uno dei depositari di quel mistero è proprio Bazoli. Non è questa l’unica ombra nella storia recente del banchiere bresciano: nelle zone grigie della banca c’è ancora il caso Zaleski, il finanziere franco-polacco che grazie all’amicizia con Bazoli riuscì a ottenere finanziamenti a pioggia per le sue spericolate operazioni finanziarie. È una storiaccia che esplode soltanto quando si capisce che il gigantesco indebitamento di Romain Zaleski è a rischio massimo e deve passare alla voce sofferenze. Il caso è tutt’altro che risolto e anche in questa occasione gli azionisti storici della banca indicano in Bazoli il responsabile di quel disastro debitorio cresciuto a vista d’occhio fino al punto da mettere a rischio i conti della banca. Chi ha seguito la storia di Zaleski racconta che i tentativi di ristrutturare il debito sono stati molti, ma ancora oggi gli incagli non sono affatto superati e toccherà al nuovo amministratore delegato, Carlo Messina, dipanare la delicata matassa» (Bruno Perini) [Fat 8/1/2014].
• Frasi Luigi Accattoli, vaticanista del Corriere della Sera, recensendo Mercato e disuguaglianza (Morcelliana 2004): «Lasciato a se stesso, il mercato – osserva Giovanni Bazoli uomo di banca – “aggrava le disuguaglianze” tra i popoli della terra e quello “globale” non si sottrae a tale destino. C’è la possibilità – chiede il Bazoli giurista – che la società regolamenti il mercato in modo da indurlo non solo a creare ricchezza ma anche uguaglianza? Questa possibilità dev’esserci, risponde il Bazoli cristiano».
• «La storia quasi sempre riscontra una grande distanza tra l’utile e il giusto, ma noi uomini abbiamo il dovere di continuare a credere e a impegnarci perché tale distanza sia colmata, anche quando ci sembra incolmabile».
• «Se guardiamo alla prova fornita sotto il profilo etico dagli imprenditori cattolici italiani negli ultimi decenni, dobbiamo riconoscere che essa è risultata alquanto deludente, così da indurre ad una risposta dubitativa. Invece di riscontrare comportamenti esemplari, si è dovuta lamentare persino l’inosservanza di quei valori etici “minimi”, che sono radicati nella coscienza comune e che sono codificati nelle leggi. La diffusione di pratiche illegali nei rapporti tra affari e politica era accettata dai più come normale o inevitabile, senza suscitare una tempestiva attenzione e una forte reazione di rigetto da parte del mondo cattolico».
• «Nel tracciare un bilancio della mia vita professionale, penso che l’essermi impegnato a dare una testimonianza, sia pure modesta e imperfetta, di correttezza nel raggiungere i risultati valga più dei risultati stessi».
• «Sono un banchiere per caso che ha cercato di operare per il bene comune. La mia forza è il distacco».
• Commenti «Il Bazolismo è un singolare fantasma che, dopo la fusione Intesa-Sanpaolo Imi, si aggira per l’Italia virtuale dei giornali, ma non solo. Secondo questa teoria, il banchiere Giovanni Bazoli sarebbe riuscito a costruire la prima banca italiana grazie ai favori del premier (Prodi – ndr), come lui cattolico democratico e allievo di Nino Andreatta. E ora, con l’aiuto delle fondazioni bancarie egemonizzate dal fido Giuseppe Guzzetti, il campione nazionale si accingerebbe a esercitare la sua influenza su tutta l’alta finanza» (Massimo Mucchetti nel febbraio 2007).
• «Il liberal bresciano gli interventi “politici” li auspica anche a dimensione planetaria: considera necessario che “siano rafforzati sia i poteri sia la rappresentatività democratica dei maggiori organismi di governo soprannazionali” se vogliamo che “le situazioni più gravi di disuguaglianza siano rimosse”. Egli ritiene sia compito dell’umanità di oggi, caduta l’utopia comunista, di trovare la via perché gli “obiettivi solidaristici” risultino “compatibili con quelli del mercato”» (Accattoli).
• «Nei cenacoli spirituali Bazoli conta come un’icona teo. Conta pure in altri circoli, per esempio in quello del patto di sindacato Rcs che controlla via Solferino, dove il presidente di Banca Intesa è stato, almeno finora, proprio deus ex machina» (Denise Pardo).
• «Bazoli lo dipingono sempre come un signore che fa parte di un potere organico, sia esso il centrosinistra o il prodismo. Invece lui è uno dei pochi che non è organico a nessuno, tranne ai suoi valori» (Angelo Rovati).
• «Uno che la banda montiniana fatta modello di profitto e virtù l’ha esportata ovunque, soprattutto a Milano, dove tremano nel vederlo sgusciare tra la folla dei pendolari della seconda classe» (Pietrangelo Buttafuoco).
• Politica A De Bortoli ha confermato che, alla vigilia delle Politiche del 2001, il gruppo dirigente del centrosinistra gli chiese di candidarsi contro Berlusconi. «Ho detto di no perché mi ritenevo impegnato ad assolvere fino in fondo la responsabilità che aveva assunto nella banca». Il cognato Sandro Fontana (ha sposato l’altra sorella Wührer) ha spiegato: «Se glielo chiedesse un vasto schieramento dell’Ulivo e se l’invito avesse il tono di una richiesta di servizio al paese, allora è possibile che accetterebbe. Poi però dovrebbero anche consentirgli di farsi un programma di governo come vuole lui».
• È stato lui, con Andreatta, a spingere Prodi in politica (metà anni Novanta).
• «Bazoli è al centro di molti snodi unionisti: relazioni eccellenti con Piero Fassino, con Carlo De Benedetti, con i quarantenni della Margherita Enrico Letta e Filippo Andreatta» (Il Foglio). Di Enrico Letta fu lui, nel 2006, a preannunciare la promozione a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.

IL SISTEMA STA CROLLANDO MA PER LE BANCHE E FINANZIERI I SOLDI CI SONO SEMPRE. E I POLITICI ANCORA STANNO PARLANDO DI DECADENZA,

giovannifittantedotcom1.wordpress.com 30 ottobre 2013

banchieri-e-politica

 

BASTA NON SE NE PUO’ PIU’

 

 

– 1. IL SISTEMA STA CROLLANDO E PER ABRAMO BAZOLI E INTESA SONO IN VISTA MESI DIFFICILI

 

– 2. LUNEDÌ SERA MILENA GABANELLI HA SOLLEVATO LA QUESTIONE DEI PAZZESCHI FINANZIAMENTI CHE SONO STATI CONCESSI AL COSTRUTTORE ZUNINO E A ROMAIN ZALESKI CON PIETRO MODIANO CHE SI E’ GIOCATO LA POLTRONA DI TASSARA RIBADENDO A “REPORT” CHE ZALESKI CONTINUERÀ A PERDERE QUALCOSA COME 600-700 MILIONI L’ANNO

 

– 3. A SEGUIRE NAGEL CHE DICHIARA: “LA DIFESA DELL’ITALIANITÀ È UNA FESSERIA”, DOPO AVER RIFOCILLATO CON MEDIOBANCA AGNELLI, PIRELLI, BERLUSCONI, PESENTI, LIGRESTI

 

– 4. AVEVA RAGIONE CESARE GERONZI CHE NELLE SCORSE ORE SI È CHIESTO: “ESISTE UN’AZIENDA IN DIFFICOLTÀ SOTTOPOSTA ALLE CURE DI MEDIOBANCA CHE ALLA FINE SI SIA SALVATA?” –

 

Ai piani alti di IntesaSanPaolo mostrano indifferenza rispetto alla rissa da cortile tra Carletto De Benedetti e Tronchetti Provera.

 

Zaleski Bazoli

ZALESKI BAZOLI

Per il presidente Abramo-Bazoli ,che il 18 dicembre compirà la bellezza di 81 anni, l’unico rammarico è rappresentato dall’assenza di qualche personalità che con attributi autorevoli sappia mettere un po’ di pace nelle divisioni che sfiorano la volgarità e dimostrano il tramonto del capitalismo italiano.

Per il banchiere bresciano ci vorrebbe qualcuno come Nino Andreatta, il ministro bolognese della Dc che nell’82 lo chiamò per salvare il Banco Ambrosiano, ma oggi sulla scena non ci sono figure così autorevoli e le polemiche degenerano a livello di mercato rionale dimostrando che il sistema sta franando.

Romain ZaleskiROMAIN ZALESKI

Lui stesso ha dovuto difendersi ed esternare controvoglia sulle colonne di “Repubblica” con un’intervista al giornalista Giovanni Pons, che pochi giorni prima aveva dato largo spazio allo scarparo marchigiano Della Valle. Anche in questa occasione ,dove al centro del colloquio avrebbe dovuto esserci la sorte del patto che lega i soci di Rcs, Dieguito ha ripetuto la litania ormai consunta del Bazoli “banchiere sempre più imbarazzante”, e ha auspicato che il capo di BancaIntesa si faccia da parte lasciando spazio a “ottimi manager pronti a sostenere lo sviluppo di una grande banca”.

MILENA GABANELLI NELLA REDAZIONE DI REPORT FOTO LUCIANO VITI PER SETTE

MILENA GABANELLI NELLA REDAZIONE DI REPORT FOTO LUCIANO VITI PER SETTE

Adesso ai piani alti di Intesa si chiedono se la risposta di Bazoli sia stata esauriente e corretta. Qualcuno infatti ha scritto in maniera un po’ frettolosa che l’arzillo vecchietto nella sua intervista avrebbe “sbattuto al muro i furbetti di via Solferino”, l’allusione a Della Valle appare a distanza di qualche giorno un atto dovuto rispetto al quale valgono di più gli omissis e i vuoti di memoria che Abramo-Bazoli ha manifestato nella sua intervista.

Poco convincente è apparsa soprattutto la difesa di Colao Meravigliao, il manager oggi a capo di Vodafone, che per due anni ha guidato il Gruppo editoriale Rcs per conto dello stesso Bazoli e del suo vice Corradino Passera. E mentre appare del tutto sbagliato caricare sulle spalle di Colao la disastrosa operazione di acquisto della spagnola Recoletos ,che in realtà fu gestita dal successore Antonello Perricone, l’anziano banchiere non dice che cosa lo stesso Colao ha combinato in poco meno di due anni. Continua a difenderne la memoria senza capire che il manager bocconiano ex-McKinsey stava all’editoria come la panna sulla pizza.

diego della valle vogue fashion night out foto lapresseDIEGO DELLA VALLE VOGUE FASHION NIGHT OUT FOTO LAPRESSE

Ai piani alti di Intesa hanno però altri motivi per guardarsi intorno con una certa preoccupazione.

Lunedì sera Milena Gabanelli, la Giovanna d’Arco dei poveri, ha sollevato la questione dei pazzeschi finanziamenti che sono stati concessi al costruttore Zunino e a Romain Zaleski, il finanziere italo-ungherese al quale Bazoli è legato da decenni in un intreccio che ha portato Intesa e altre banche (Unicredit, Mps, Ubi) a congelare i debiti di 2,1 miliardi della società Tassara.

Anche se un po’ spuntati e ripetitivi gli strali della Gabanelli hanno attraversato le stanze della banca dimostrando agli italiani quali sono le logiche perverse che orientano il credito nella finanza cosiddetta creativa. E a dire il vero non è affatto piaciuto il modo con cui Pietro Modiano, il banchiere milanese di origini ebraiche e laureato alla Bocconi, ha ribadito davanti alle telecamere di “Report” che la Tassara, congelata nei debiti, continuerà a perdere qualcosa come 600-700 milioni l’anno.

PIETRO MODIANOPIETRO MODIANO

È facile immaginare che di fronte alle affermazioni incaute pronunciate dal marito di Barbara Pollastrini (ministra nel secondo governo Prodi) sia Bazoli che gli altri top manager di Intesa abbiano fatto un salto sulla sedia,un sobbalzo identico a quello che ha portato a decapitare Cucchiani dopo lo sproloquio di Cernobbio.

Alberto NagelALBERTO NAGEL

Per loro Modiano è sempre stato un uomo molto discreto e riservato che non ha mai amato la vetrina dei media e preferisce evitare salotti per raggiungere la Riviera ligure. Negli ultimi tempi ha smentito il profilo basso sostenendo in più occasioni l’esigenza di una patrimoniale del 10% sui redditi più elevati, ma in nessuna occasione si era esposto con tanta leggiadria sulle vicende di Zaleski e di Bazoli. Adesso la sua permanenza al vertice della discussa Tassara è in discussione ed è probabile che debba alzare i tacchi dalla poltrona per emigrare definitivamente su quella di presidente della Sea, che gli è stata conferita nel giugno di quest’anno.

7 pap72 colaoCOLAO

Ma i guai del mistico 81enne presidente bresciano non finiscono qui perché c’è un altro personaggio, oltre al solito Dieguito e al loquace Modiano, che sta scuotendo i pilastri della finanza milanese. È Alberto Nagel, il pallido amministratore delegato di Mediobanca che si è messo in testa di rivoltare come un calzino la storia e la mission di piazzetta Cuccia. Anche le madame che passeggiano insieme ai russi davanti alle vetrine di via Montenapoleone sono rimaste sorprese dalla determinazione con cui questo “alano” di Maranghi ,che ha iniziato la sua carriera nel ’91 nel tempio laico della finanza, sta cercando di far saltare il tavolo nei salotti cosiddetti buoni dei poteri cosiddetti marci.

DeBenedetti Bazoli GeronziDEBENEDETTI BAZOLI GERONZI

Nei giorni scorsi ha presentato i primi effetti della sua cura protesa ad abbandonare il profilo storico della merchant bank fondata da Enrichetto Cuccia e lo ha fatto con il sorriso a 32 denti perché l’utile del primo trimestre è cresciuto del 57% grazie alla riduzione di alcune partecipazioni che hanno avuto un impatto di 80 milioni. Oltre ad aver ceduto lo 0,49 di Rcs, il colpaccio del pallido Nagel è stata l’uscita dalla scatola di Telco con la vendita agli spagnoli di Telefonica della partecipazione di Mediobanca in Telco che rappresentava una palla al piede.

A stupire Abramo-Bazoli non sono soltanto queste decisioni, ma è soprattutto l’impudenza con cui il banchiere di piazzetta Cuccia difende le sue scelte fino al punto di dire che “la difesa dell’italianità è una fesseria”. Che lo dica lui, soddisfatto per il pugno di euro pagato dagli spagnoli di Telefonica, c’è da rimanere davvero a bocca aperta. E qui bisognerebbe chiedere al solerte giornalista Giovanni Pons di intervistare al più presto questo 48enne banchiere per chiedergli quanto la difesa dell’italianità abbia inciso nella storia antica e recente di Mediobanca.

ENRICO LETTA GIOVANNI BAZOLI FOTO INFOPHOTOENRICO LETTA GIOVANNI BAZOLI FOTO INFOPHOTO

Prima di fare il rottamatore in polemica con le banche di sistema, il pallido Nagel dovrebbe buttare gli occhi all’indietro per ricordare come il suo istituto abbia aiutato Agnelli, Pirelli, Orlando, Pesenti, Berlusconi e tanti altri per difendere il fortino di interessi privati ,tipicamente italiani, che agli occhi di Cuccia e dei suoi discepoli (compresi Nagel e Pagliaro) non avevano il profilo di “una fesseria”. E varrebbe la pena sentire dalla sua voce una risposta definitiva sul fiume di denaro concesso fino a poco tempo fa ai Ligresti che oggi in sede giudiziaria esibiscono il “papello” dove in calce c’è la sigla del pallido Nagel.

Adesso, e di colpo, la difesa dell’italianità è una fesseria, una favola di cui il numero uno di Mediobanca vuole liberarsi. Ormai il suo orizzonte è un altro e non vuole avere i tratti del provincialismo dove i soldi si danno in base alle relazioni personali e politiche. Che poi questo provincialismo riaffiori con l’ingresso recente dell’ex-sindaco di Bologna Giorgio Guazzaloca nel consiglio di amministrazione di piazzetta Cuccia, questo è un dettaglio infimo, come del tutto marginale agli occhi del rottamatore Nagel è la dimensione terribilmente domestica del suo istituto che non ha alcun ruolo significativo nel contesto internazionale.

Luigi zuninoLUIGI ZUNINO

Resta il fatto che il movimentismo di Nagel agita inevitabilmente l’animo mistico di Abramo-Bazoli e del suo amico Cesarone Geronzi che nelle scorse ore si è chiesto: “esiste un’azienda in difficoltà sottoposta alle cure di Mediobanca che alla fine si sia salvata?”.

Il sistema sta crollando e ,messi tutti in fila, i problemi di Zaleski, Zunino, Modiano,Nagel e del paggetto marchigiano del lusso, è chiaro che per Abramo Bazolo e Intesa sono in vista mesi difficili.

INTESA SUL CREDITO

DI Giovanna Boursie report.it 28.10.2013

Intesa sul credito

Romain Zaleski e Luigi Zunino sono grandi debitori delle banche, capofila, per entrambi, Intesa San Paolo. Hanno ognuno, all’incirca, 2mld di debito. Zaleski è un finanziere francese, di origini polacche, che arriva in Italia perché deve riscuotere un credito da un’acciaieria della Val Camonica, lui la rileva e si stabilisce nel bresciano. Specula in borsa, le banche lo finanziano, nel 2007 fino a 9 miliardi, e circa 2 glieli ha dati Intesa guidata da Giovanni Bazoli. Si conoscono nella finanziaria Mittel, di cui Zaleski diventa azionista nel 1996, e Bazoli è stato a lungo presidente. Zaleski nel 2007 ha anche un patrimonio di titoli bancari e quando Intesa si fonde con San Paolo Imi, la Tassara di Zaleski arriva al 5,9% della nuova banca, diventandone il secondo azionista. Nel 2008 crolla, insieme ai mercati finanziari. Da allora le banche, da Intesa a UniCredit, gli ristrutturano il debito. Più o meno lo stesso vale per l’immobiliarista Luigi Zunino: nel 2008 aveva più di 3 miliardi di debiti, e la procura di Milano aveva chiesto il fallimento della sua società Risanamento. Ma anche in questo caso, si fa un accordo con le banche che si prendono quote della società e gli iniettano liquidità. Oggi ha ancora 1,8mld di debito con le banche e vorrebbe riprendersi Risanamento, che ha in pancia immobili prestigiosi a Parigi. Il Banco Popolare è disponibile a rifinanziarlo.

A coloro invece che non hanno amici nelle banche, chiudono i fidi e di conseguenza devono chiudere le loro imprese. Poi ci sono anche quelli che, con la crisi, comprano a rate. Il credito al consumo ormai serve per mangiare. Ma è difficile sapere quanto si paga di interessi, come è il caso delle carte revolving… Istruzioni per l’uso.

VIDEO:

http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-32d202a7-2b42-4749-bee6-4524104a5fcf.html

REPORT/ I rapporti e i debiti di Romain Zaleski e Luigi Zunino con le banche. Puntata 28 ottobre 2013

29 OTTOBRE 2013 ilsussidiario.net

Milena Gabanelli conduce ReportMilena Gabanelli conduce Report

Puntata come sempre molto interessante quella della trasmissione “Report” condotta da Milena Gabbanelli che in questo caso, pone il focus sul sistema creditizio italiano. Nello specifico si parla di come alcune tra le maggiori banche italiane continuino a dare credito a imprenditori di prima grandezza a livello mondiale nonostante siano in grandissime difficoltà dal punto di vista economico e abbiano con le stesse banche, debiti per alcuni miliardi di euro, mentre non offrono il sostegno necessario a imprenditori che si trovano in difficoltà per quanto concerne la capacità di liquidità in quanto non riescono a riscuotere tutti i crediti che vantano con altre aziende. Si parte parlando del caso dell’imprenditore Zaleski, fino a qualche anno fa proprietario e presidente di una delle più grandi società finanziarie del mondo come Tassara. In pratica nel servizio viene evidenziato come in questi giorni, Intesa Sanpaolo con altre banche, abbiano deciso di confermare per i prossimi tre anni il credito che Tassara e quindi Zaleski ha con loro e che ammonta alla spropositata cifra di due miliardi di euro. Il servizio mostra come l’imprenditore nonostante abbia messo in essere un falla finanziaria davvero importante anche per le stessa Banche sia ben voluto e visto nelle cittadine dove egli gode della cittadinanza onoraria e ossia a Breno e Borno, anche perché in queste comunità ha dato vita a una serie di opere sociali piuttosto apprezzate come il teatro, ha sovvenzionato la squadra di calcio e tanto altro. Infatti, tutte le massime cariche di questi due paesi mentre in un primo momento si sono dette disponibili a una intervista, il giorno prefissata per la stessa, hanno in maniera decisa disdetto l’appuntamento facendo capire come non abbiano nessuna intenzione di discutere del ruolo che Zaleski ha nelle rispettive comunità. Nel servizio viene mostrato come si sia instaurato un rapporto tra Tassara e alcune banche nel corso degli anni non proprio trasparente anche perché ha dato vita ad un vero e proprio conflitto di interesse in quanto Tassara richiedeva prestiti senza garanzie finanziarie evidentemente sufficienti per altri soggetti, presso istituti nei quali deteneva alcune quote intorno al 5%. Nello specifico, Tassara deteneva circa il 2% sia della banca milanese Intesa e sia di quella torinese Sanpaolo con il risultato che quando queste due realtà si sono unite per dar vita a Intesa Sanpaolo, la Tassara di Zaleski si è ritrovata di fatto con il 5% della azioni. La cosa che suona altrettanto strana è che teoricamente che con parte dei soldi che le stesse banche davano a Tassara, quest’ultima provvedeva ad acquistare azioni presso di esse. Ovviamente questa è una ipotesi in quanto non è possibile dimostrare che fossero proprio quei determinati importi. Il dato concreto è che nel corso degli anni, si è venuta a creare una situazione debitoria talmente elevate che le banche che vantavano tali crediti hanno preferito tenere in vita questa azienda al fine di cercare di recuperare gli importi prestiti anche se questo ha comportato da parte degli istituti bancari il dover immettere nuovi finanziamenti per cercare di rilanciare. Tuttavia l’azienda continua a perdere e nonostante ciò le banche continuano a fare credito. 

Lo stesso discorso vale per un altro imprenditore, Luigi Zunino che opera nel settore immobiliare e che ha contratto debiti per oltre tre miliardi di euro ma nonostante ciò gode ancora della fiducia delle banche. Si parla della compravendita di alcuni terreni all’altezza di Sesto San Giovanni e delle famose tangenti di cui si è reso protagonista l’ex Pd Penati. Vengono intervistati alcuni protagonisti della vicenda ed ossia Giuseppe Parisi che all’epoca acquistò il terreno e Piero Di Caterina della Caronte srl che raccontano di come fosse stato stanziato del denaro per lubrificare gli ingranaggi politici per ottenere i permessi per costruire in quelle zone. Poi si parla di quello che è successo nell’area Nord di Milano nella zona Santa Giulia con il sequestro da parte del Comune di Milano per via di un terreno dove doveva essere realizzato un parco giochi per bambini che in realtà doveva essere bonificato e nel quale sono stati venduti circa 1800 appartamenti all’esoso costo che andava trai due mila ed i quattro mila euro a metro quadrato anche per via dello stesso progetto che prevedeva l’incantevole parco che al momento ancora non c’è. Bonifica effettuata comunque dall’azienda Risanamento e che ora vede impegnata un’altra società, Idea Fimit che per il 30% è dell’Inps interessata a riqualificare la zona nonostante l’esoso investimento ha di fronte e per il quale dovrà essere richiesto un ulteriore prestito alle banche che aveva già messo della liquidità in questo progetto. Insomma, il sistema con cui viene prestato denaro è senza dubbio malato, in quanto mentre si tiene a galla società che normalmente sarebbero dovute fallire da anni, non si da sostegno agli imprenditori che non riescono ad andare avanti in quanto hanno difficoltà nel recuperare i crediti che vantano e che nonostante abbia lavoro, sono costrette a chiudere i battenti. Vengono presentate un paio di situazioni davvero clamorosi nelle quali viene evidenziato il comportamento delle banche che cambiano improvvisamente la loro politica nei loro confronti facendo presente l’intenzione di chiudere il fido e mettendole così in difficoltà. Nel corso del servizio si evidenziano casi in cui ignari clienti erano costretti a pagare tassi di interesse ben superiori alla soglia di usura (in alcuni casi anche al 39%) e per cui le banche sono state costrette a ridare indietro enormi cifre ai propri privati. Rimanendo in tale ottica, viene evidenziato il caso della carte revolving che spesso e volentieri non sono per nulla convenienti in quanto danno vita a costi esosi. L’ultima parte della puntata viene dedicata al furto dell’identità online, ed ossia un fenomeno sempre più frequente in Italia e che purtroppo causa tante problematiche ad onesti cittadini che si ritrovano decine di denunce per illeciti che non hanno mai commesso.

Oggi, 28 ottobre 2013, la trasmissione di Milena Gabanelli si occuperà di Romain Zaleski e Luigi Zunino e dei loro rapporti con le banche. Inoltre si parlerà anche delle carte di credito revolving, che spesso nascondono insidiosi tassi di interesse. Ricordiamo che la puntata si può seguire anche in diretta streaming cliccando qui.

Questa sera, lunedì 28 ottobre, su Rai Tre nuovo appuntamento alle 21.05 con Report, condotto da Milena Gabanelli. Nella puntata, dal titolo “Intesa sul credito” a cura di Giovanna Boursier, si parlerà di banche e crediti. Romain Zaleski e Luigi Zunino sono grandi debitori delle banche, tra cui Intesa San Paolo. Entrambi hanno circa 2 miliardi di debito. Zaleski è un finanziere francese, di origini polacche, arrivato in Italia per riscuotere un credito da un’acciaieria della Val Camonica. Dopo averla rilevata si stabilisce nel bresciano. Il finanziere specula in borsa, le banche lo finanziano fino a 9 miliardi, di cui 2 forniti a Intesa guidata da Giovanni Bazoli. Zaleski e Bazoli si sono conosciuti nella finanziaria Mittel, di cui il francese diventa azionista nel 1996, e Bazoli è stato a lungo presidente. Nel 2007 Zaleski ha anche un patrimonio di titoli bancari e quando Intesa si fonde con San Paolo Imi, diventa il secondo azionista. Nel 2008 crolla, insieme ai mercati finanziari e da allora le banche, da Intesa a UniCredit, gli ristrutturano il debito. 

Storia non tanto diversa per quello che riguarda l’immobiliarista Luigi Zunino. Nel 2008 aveva più di 3 miliardi di debiti e la procura di Milano aveva chiesto il fallimento della sua società Risanamento. Ma fa un accordo con le banche che si prendono quote della società e gli iniettano liquidità. Oggi ha ancora 1,8 miliardi di debito con le banche e vorrebbe riprendersi Risanamento. Il Banco Popolare è disponibile a rifinanziarlo. Le stesse possibilità non vengono date a chi non ha amici nelle banche: vengono chiusi i fidi e di conseguenza devono chiudere le loro imprese. In studio verrà anche spiegato quanto si paga di interessi con le carte revolving.

Dalle banche 508 miliardi all’industria bellica

https://valori.it 11 aprile 2018

Emanuele Isonio

Un database della Banca Armada Campaign svela l’elenco dei finanziatori dei produttori di armi. In Italia, il gruppo è guidato da Unicredit e Intesa

Grandi gruppi bancari, compagnie d’assicurazione, fondi sovrani e fondi pensione, istituzioni pubbliche: gli “amici” dell’industria bellica e delle armi sono da oggi più facili da scovare. E con un clic si può scoprire l’impressionante cifra garantita da chi li finanzia: 508 miliardi di dollari. Come il Pil della Svezia e poco meno di quello dell’Argentina.

L’elenco dei maggiori finanziatori mondiali è nero su bianco e consultabile da chiunque. Merito del database realizzato dalla Banca Armada Campaign, dal Center Delàs de Estudios por la Paz in collaborazione con Don’t Bank on the Bomb, la Grassroots Foundation e il Consiglio comunale di Barcellona.

«Il nostro obiettivo – spiegano gli autori del database – è di fornire agli utenti la possibilità di approfondire l’analisi della relazione tra commercio di armi e istituzioni finanziarie in tutto il mondo».

Nel database confluiscono le informazioni su più di 500 realtà finanziarie mondiali responsabili di garantire fondi per armi nucleari, cluster bomb, missili convenzionali, aerei da combattimento, navi da guerra, esplosivi e tecnologie militari, sottomarini e carri armati. Il portale rende possibile consultare le informazioni in tre lingue (inglese, spagnolo, catalano), classificando i dati divisi per Paese, azienda e tipo di istituzione finanziaria, per poi scaricarli in formato excel.
Il database indica anche i tipi di finanziamento offerti, distinguendo tra chi ha concesso prestiti alle società di armamenti e chi ha sottoscritto (o gestisce) azioni e obbligazioni di tali società.

Usa primi per distacco. Italia 11a

A guidare la classifica dei finanziatori ci sono gli Stati Uniti. Dai loro confini arrivano 369 miliardi dei 508 totali quantificati nel database. Sul podio, a grande distanza, anche Regno Unito e Francia. L’Italia sfiora la top ten: è undicesima con 4,38 miliardi di finanziamenti, concessi da un gruppo di 12 banche. Ma più del 75% dei fondi arriva da due soli imprese: Unicredit e Intesa San Paolo, rispettivamente con il 45% e 32%.

Veneto Banca, Ex funzionario inguaia molti: sapevano tutto

http://www.businessonline.it 11 aprile 2018

Il tracollo delle banche venete: dal boom, alla crisi, al salvataggio. Le recenti rivelazioni di un ex funzionario di Veneto Banca

Veneto Banca, Ex funzionario inguaia mol
Veneto Banca dichiarazioni Ex funzionario molti sapevano

Banche venete ancora nel mirino: le ultime notizie riguardano le dichiarazioni di un ex funzionario della sede centrale di Veneto Banca a Montebelluna, riportate all’interno di due denunce depositate lo scorso 26 aprile in Procura a Treviso dall’avvocato Sergio Calvetti a nome di 43 clienti dell’ex popolare, secondo cui tutti i suoi colleghi sarebbero stati a conoscenza della situazione e dei rischi dei debiti deteriorati.

Stando a quanto riportano le ultime e ultimissime notizie, il dipendente della banca dalla direzione centrale avrebbe dichiarato che le indicazioni per gli impiegati della stessa banca, nonostante i rischi prospettati e di cui tutti sono sempre stati consapevoli, erano comunque quelle di incentivare il collocamento di azioni e, nel 2014, quando in tanti iniziarono a chiedere recesso e vendita delle azioni, il diktat per tutti era  convincere i clienti a non vendere, garantendo ancora la sicurezza dell’investimento, pur sapendo che tale sicurezza non avrebbe potuto essere garantita. La cosa importante, stando a quanto dichiarato dall’ex dipendente, era, dunque, quella di raccogliere più soci azionisti possibili perché la Banca aveva problemi di crediti deteriorati che dovevano essere coperti, per cui era obbligatorio quasi recuperare denaro per raggiungere il patrimonio netto richiesto dalla legge.

Questa operazione, più che rappresentare un collocamento per garantire guadagni ai clienti tramite investimenti, sembrava essere diventata un’operazione commerciale finalizzata esclusivamente al salvataggio della Banca a rischio e tutti i dipendenti erano a conoscenza di questa manovra ma nessuno ha mai detto nulla. E il risultato è stato quello ben noto a tutti. La crisi delle banche venete, del resto, è stata protagonista per mesi di scandali, discussioni, proteste, richieste di risarcimenti, costringendo lo stesso governo a stanziare miliardi di euro per il loro salvataggio in un momento di forte crisi economica per il nostro Paese, in cui quegli stessi soldi avrebbero potuto essere impiegati per misure ben più importanti e concrete per la ripresa del Paese stesse.

Banche venete tra boom, fallimenti e salvataggi

La crisi delle banche venete ha inizio anni orsono ma ciò che ci si chiede e come si sia potuti arrivare al baratro cui Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono effettivamente arrivate? La storia è lunga ma anche molto semplice, tra facile erogazione di prestiti, grandi tornaconti inseguiti dai loro stessi dirigenti, ‘inganni’ e investimenti poco sicuri ecco crollare i castelli bancari e lasciare i loro investitori senza soldi. Stando a quanto emerso, immobiliaristi, imprenditori, case di moda, giocatori di calcio sono tra coloro che hanno ricevuto prestiti milionari mai restituiti. Ma andiamo con ordine.

Dopo essere state per oltre un secolo solo due banche di provincia, le banche venete ‘esplodo’ letteralmente sotto la guida, rispettivamente, di Gianni Zonin, imprenditore di Gambellara eletto presidente della stessa banca nel 1996, e Vincenzo Consoli, eletto nel 1998 direttore generale della Popolare di Asolo che in pochi anni diventerà Veneto Banca. Per far crescere le due banche si iniziano a fare piccole operazioni come lancio di campagne di acquisizioni di piccole popolari del Veneto per arrivare ai grandi progetti espansionistici: mentre la Banca Popolare Vicenza apre uffici di rappresentanza a Mosca e a New York, Veneto Banca punta all’Est Europa e apre sedi in Romania, in Moldavia, in Croazia e in Albania.

Dopo diverse operazioni di mercato e acquisizioni di piccole banche italiane, le due banche venete crescono a dismisura ma come tutte le vicende di questo genere non saranno destinate al successo finale. Se, infatti, il periodo del boom economico delle due banche ha sostenuto moltissimo anche il valore delle rispettive azioni e nel momento in cui è esplosa la crisi economica a livello mondiale, nel 2008, le banche venete sembravano non aver risentito minimamente dei suoi effetti, con i loro titoli che continuavano a guadagnare valore mentre continuavano anche i finanziamenti a industrie in difficoltà, anche senza alcun ritorno degli stessi investimenti, presto la parabola delle banche venete vira verso la discesa.

Dopo la nascita, nel 2014, dell’Unione Bancaria Europea iniziano i problemi per le due banche tra controlli e ispezioni da parte dei tecnici di Francoforte e della Gdf italiana da cui emergono gravi problemi nell’amministrazione delle due società, nelle scelte del management, blocchi al riacquisto delle azioni proprie da parte delle banche, congelamento dei fondi, perquisizioni di alcune sedi e indagini avviate nei confronti dei direttori generali. Emergono, inoltre, perdite milionarie. Scoppia la protesta degli investitori e dei risparmiatori: famiglie, artigiani, pensionati e tutti i piccoli risparmiatori, in generale, vedono svanire i risparmi di una vita.

Dopo l’acuirsi di una crisi che sembrava senza ritorno, il salvataggio delle banche arriva grazie all’intervento dello Stato Italiano. E stando alle ultime notizie rese note dall’l’istituto di statistica europeo Eurostat, sarebbe di circa 4,7 miliardi di euro in più di disavanzo e oltre 6 miliardi di maggior debito l’effetto sui conti pubblici del piano di salvataggio delle Banche Venete deciso dallo scorso governo Gentiloni.

1. “LE IENE” SGANCIANO UNA NUOVA BOMBA SUL CASO DELLA MORTE DI DAVID ROSSI – VIDEO! 2. UNA SIGNORA, CHE DICE DI ESSERE “LA MOGLIE DI UNA PERSONA CHE, NEGLI ANNI IN CUI DAVID ROSSI È MORTO, A SIENA OCCUPAVA UN RUOLO MOLTO IMPORTANTE NEI VERTICI DELLO STATO”, SVELA ALCUNI DETTAGLI CHE CONFERMEREBBERO L’ESISTENZA DEI FESTINI HARD VICINO SIENA 3. “LA MIA VITA È CAMBIATA DAL 2012 IN POI PERCHÉ UN GIORNO, RIPONENDO DELLE CAMICIE IN UN ARMADIO DI MIO MARITO HO TROVATO MANETTE, BIANCHERIA DI PELLE E UN FRUSTINO…” 4. I RACCONTI DELL’ESCORT “STEFANO”, GLI INCONTRI GAY, I RICATTI E IL SOSPETTO CHE…

dagospia.com 11 aprile 2018

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Da https://www.iene.mediaset.it

IL CASO DAVID ROSSI - LE RIVELAZIONE DELLA MOGLIE DI UN ALTO FUNZIONARIO DELLO STATOIL CASO DAVID ROSSI – LE RIVELAZIONE DELLA MOGLIE DI UN ALTO FUNZIONARIO DELLO STATO

Nuova testimonianza choc sul caso dei festini a base di sesso e droga con personaggi di alto livello nel Senese e sulla loro possibile correlazione con il caso Mps e la morte di David Rossi. A parlare nel servizio che vedrete in onda stasera a Le Iene dalle 21.20 è “la moglie di una persona che, negli anni in cui David Rossi è morto, a Siena occupava un ruolo molto importante nei vertici dello Stato”. A spingerla a collaborare con l’inchiesta che Le Iene stanno portando avanti da mesi (in basso potete vedere tutte le tappe), sono state in particolare le parole dell’ex sindaco di Siena, Pierluigi Piccini mandate in onda da Le Iene l’8 ottobre 2017, in cui si parlava per la prima volta di questi festini.

IL CASO DAVID ROSSI - LE RIVELAZIONE DELLA MOGLIE DI UN ALTO FUNZIONARIO DELLO STATOIL CASO DAVID ROSSI – LE RIVELAZIONE DELLA MOGLIE DI UN ALTO FUNZIONARIO DELLO STATO

“La mia vita è cambiata dal 2012 in poi perché un giorno, riponendo delle camicie in un armadio di mio marito ho trovato degli oggetti particolari di una sessualità alla ’50 sfumature grigio’. Ho trovato manette, biancheria di pelle, un frustino”, comincia così il racconto della donna. Che racconta il proprio punto di vista privilegiato su quanto è accaduto in quegli anni a Siena e su come è cambiata la sua vita, il suo matrimonio e anche il modo di comportarsi e il lavoro del marito. Il resto della sua intervista, clamoroso, anche per i possibili collegamenti con la vicenda di David Rossi, lo scoprirete stasera in tv.

IL CASO DAVID ROSSI - LE RIVELAZIONE DELLA MOGLIE DI UN ALTO FUNZIONARIO DELLO STATOIL CASO DAVID ROSSI – LE RIVELAZIONE DELLA MOGLIE DI UN ALTO FUNZIONARIO DELLO STATO

Le parole della donna potrebbero essere un importante riscontro a quanto ha raccontato, nel servizio del 25 marzo scorso, un escort che avrebbe partecipato a questi festini con ospiti “di alto profilo”. Tra i partecipanti ci sarebbero stati ex manager della Banca Mps, politici e magistrati. Questa circostanza – così come ipotizzato dall’ex Sindaco di Siena Pierluigi Piccini – avrebbe potuto condizionare le indagini sulla morte di David Rossi?

Chi aveva un ruolo decisionale nelle Istituzioni, nella Banca, addirittura nella magistratura, sarebbe potuto essere esposto a ricatti o condizionamenti a causa della partecipazione a questi festini?

caterina orlandi figlia di david rossi incontra l escort dei festini di sienaCATERINA ORLANDI FIGLIA DI DAVID ROSSI INCONTRA L ESCORT DEI FESTINI DI SIENA

Secondo l’escort da noi intervistato gli incontri sarebbero potuti essere stati anche videoregistrati. Il gigolò ha raccontato di rapporti sessuali avuti da lui (o da altri escort) ai festini con una serie di personalità di rilievo.

Antonino Monteleone gli ha mostrato una serie di fotografie nelle quali il giovane avrebbe riconosciuto un noto imprenditore senese, un sacerdote, due magistrati, un giornalista e un importante personaggio politico della città. Alle feste, sempre secondo il racconto del gigolò, sarebbe stato presente anche un ex ministro della Repubblica. Ha inoltre confessato di provare molta paura, in particolare dopo la morte di David Rossi, che potrebbe essere stato “scaraventato dalla finestra”, perché alcuni dei partecipanti sarebbero stati personaggi da temere.

caterina orlandi figlia di david rossi incontra l escort dei festini di sienaCATERINA ORLANDI FIGLIA DI DAVID ROSSI INCONTRA L ESCORT DEI FESTINI DI SIENA

Abbiamo inoltre chiesto al giovane di incontrare (raccontandolo nel servizio del 4 aprile) la figlia acquisita di David Rossi, Carolina Orlandi: l’escort ha confermato quanto ci aveva detto, ribadendo anche di non aver mai visto David Rossi ai festini e ha riconosciuto altre persone nelle foto mostrategli da Carolina. Il gigolò, che abbiamo deciso di chiamare “Stefano” è stato anche in grado di guidarci verso uno dei luoghi, nei dintorni di Monteriggioni (Siena), in cui si sarebbero svolti gli incontri.

caso david rossi la iena antonino monteleone intervista escort 6CASO DAVID ROSSI LA IENA ANTONINO MONTELEONE INTERVISTA ESCORT 6

Stasera manderemo in onda anche un filmato ancora inedito dell’intervista del giovane escort. Si tratta di un riconoscimento importante perché avvenuto su una foto privata (non reperibile su Google o sull’archivio di un’agenzia fotografica, quindi) che ritrae una decina di persone. Il giovane punta le dita senza alcun dubbio su una, indicandola come uno dei partecipanti ai festini. Questa persona è proprio il marito della donna la cui intervista vedrete stasera in tv.

caterina orlandi figlia di david rossi incontra l escort dei festini di sienaCATERINA ORLANDI FIGLIA DI DAVID ROSSI INCONTRA L ESCORT DEI FESTINI DI SIENA

La circostanza, tra le altre, che rende credibile il racconto di “Stefano” è che l’intervista alla moglie di questo “uomo delle Istituzioni” risale al mese di novembre 2017. Non era stata mai pubblicata perché oggetto di ulteriori approfondimenti. Stefano non poteva essere al corrente di ciò. Il fatto che l’escort, in un’intervista girata invece nel febbraio scorso, abbia riconosciuto il marito della donna la cui testimonianza stasera ascolterete in onda, ha valorizzato proprio quanto da noi raccolto nel 2017.

David Rossi era il capo dell’area comunicazione della Banca Monte dei Paschi di Siena. Il 6 marzo 2013 è volato da una finestra di Rocca Salimbeni, sede storica nel centro di Siena. La sua morte viene archiviata dal Tribunale di Siena, per due volte, come suicidio.

caso david rossi la iena antonino monteleone intervista escort 5CASO DAVID ROSSI LA IENA ANTONINO MONTELEONE INTERVISTA ESCORT 5

La Iena Antonino Monteleone ha seguito la vicenda con molti servizi, che vi riproponiamo qui sotto e che hanno portato alla riapertura del caso. Molti dubbi restano aperti sulla morte di David Rossi, che due giorni prima di morire aveva annunciato al suo ex amministratore delegato di voler andare a parlare con i magistrati: la sua caduta anomala, le ferite sulla parte frontale del corpo, caduto invece di schiena, che parrebbero riconducibili a un’aggressione, le mancate analisi sui suoi vestiti, sui tabulati telefonici e sulle telecamere della zona e in particolare sulla figura di una persona che si vede comparire, nel vicolo dove David Rossi è morto dopo 22 minuti di agonia, in uno dei pochi filmati a disposizione.

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Dopo i vari servizi de Le Iene, la procura di Genova, competente per fatti che riguardino i magistrati senesi, ha aperto due filoni differenti di indagine: uno per abuso d’ufficio e uno per diffamazione (in cui siamo indagati: Antonino Monteleone è stato interrogato dai magistrati). Anche il Csm sta indagando sul caso.

Guarda qui sotto il sotto il nostro servizio precedente “La figlia di David Rossi incontra l’escort dei festini” e più in basso tutti i servizi che abbiamo dedicato a questo caso. Stasera in onda scoprirete i nuovi sviluppi della nostra inchiesta.

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Veneto Banca, Calvetti diffida Intesa: «basta chiedere soldi»

Vvox.it 11 aprile 2018

L’avvocato Sergio Calvetti rappresenta una cinquantina di azionisti dell’ex istituto di credito Veneto Banca, ai quali Intesa Sanpaolo chiede di restituire i finanziamenti, che però sarebbero, secondo il legale, «frutto di un illecito da parte di Veneto Banca e Popolare di Vicenza». Calvetti, come scrive Denis Barea sul Gazzettino nell’edizione di Treviso a pagina 8, ha presentato lo scorso 26 marzo una diffida a Intesa, in cui chiede di «smettere» di pressare i suoi clienti per la restituzione dei soldi.

Gli azionisti «volevano vendere le azioni perché bisognosi di liquidità», ma furono consigliati di non farlo, in filiale. Nella diffida presentata dall’avvocato Calvetti si legge che Intesa, se insistesse nel chiedere soldi agli azionisti, potrebbe essere accusata di «concorso in truffa e estorsione».

LO SCANDALO BACKPAGE COINVOLGE LE CRIPTOVALUTE

 scenarieconomici.it 11 aprile 2018

 

Cari amici,

Iil Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha sequestrato e chiuso il controverso sito Backpage.com dietro pensati accuse di traffico di esseri umani, favoreggiamento della prostituzione, anche minorile e riciclaggio di denaro sporto tramite criptovalute e , specificamente, bitcoin. Quest’ultimo reato è stato contestato anche nell’ottica del compimento del reato a livello interstatale ed internazionale diventando quindi di interesse per la FBI.

Bitcoin era diventato il principale sistema di pagamento per Backpage.com fin dal 2015, quando sia Mastercard sia VISA avevano rotto i rapporti con il sito sulla base di motivazioni di carattere legale e morale. Si era parlato addirittura di un “Effetto Backpage” proprio per indicare il fenomeno per cui si accettavano le critpovalute quando il proprio business veniva messo al margine dai sistemi di pagamento tradizionali.

Le accuse sono molto pesanti perchè il fenomeno di riciclaggio è stato fatto alle spalle dello sfruttamento di numerose donne anche minorenni, con il coinvolgimento perfino di una quattordicenne. L’accusa afferma che fin dal 2008 i fondatori del sito erano a conoscenza dell’attività di favoreggiamento che avveniva nel sito stesso e non avevano fatto nulla per fermarla anzi se ne erano avvantaggiati. Il sito dava servizi su 943 città in 97 nazioni ed in 17 lingue.

La stretta sui siti con annunci personali è scattata dopo l’approvazione della legge FOSTA, Fight Online Sex Trafficking Act , che ha spinto l’altro grande sito di annunci, Craiglist, a cancellare completamente la sua sezione di annunci personali per non essere accusato di favoreggiamento, mentre Backpage aveva rifiutato di seguire la stessa strada. Come ogni vicenda c’è un’altra faccia della medaglia, con numerosi lavoratori dell’”Industria dell’intrattenimento” che temono di essere messi in difficoltà dalla cancellazione di un sito così noto.

Banche europee, lo Z-score rivela quanto Bruxelles sottovaluta il rischio di mercato

 scritto da  il 11 Aprile 2018 ilsole24ore.com

Ad ottobre 2017 la Commissione Europea ha comunicato la volontà di portare a conclusione la Banking Union entro il 2018. Diversi sono i piani di azione individuati come prioritari:

i) l’assicurazione sui depositi,

ii) il financial backstop per garantire adeguate coperture finanziarie al fondo unico di risoluzione bancaria qualora ve ne sia l’esigenza,

iii) il Sovereign Bond-Backed Securities (SBBS), ovvero la proposta di introduzione di un titolo sintetico che sia rappresentativo di un portafoglio diversificato di titoli governativi europei,

iv) i crediti deteriorati, tema sul quale la Commissione ha emanato una proposta volta ad aumentare gradualmente il tasso di copertura dei finanziamenti non performanti presenti nei bilanci delle banche europee.

Tra le priorità della Commissione non vi è invece traccia di un focus sul rischio di mercato, ed in particolare su level 3 asset e derivati, tipologie di attività finanziarie caratterizzate da una forte opacità. La Commissione, così come la Vigilanza unica della BCE, sembra focalizzarsi prevalentemente sul rischio di credito, valutando probabilmente quest’ultimo come il principale fattore di destabilizzazione dei mercati europei. Ma è realmente così?

Per rispondere al quesito appena sollevato è utile prendere a riferimento un ampio campione di banche europee quotate, istituti che tendenzialmente hanno un’ampia dimensione e che per tale motivo possono generare crisi di portata sistemica. Come periodo di riferimento è stato preso in esame sia quello precedente la crisi finanziaria internazionale (2001-2007) sia quello successivo (2008-2016). Nel complesso sono state esaminate oltre 200 banche appartenenti a 23 paesi europei membri dell’Unione.

Un indicatore considerato per valutare la robustezza delle banche è dato dal Tier 1 ratio, l’indice di patrimonializzazione calcolato sulla base delle regole di Basilea. Dal campione delle banche quotate emerge come questo indice sia andato aumentando dall’8% del 2006 al 14% del 2016.

Chi ha visto aumentare meno il Tier 1 ratio sono stati proprio i sistemi bancari più attivi nella tradizionale attività di erogazione del credito. Guardando infatti alla relazione tra gli impieghi al netto degli accantonamenti, in percentuale del totale attivo, e il Tier 1 ratio, nel periodo post-crisi e per la media delle nazioni considerate, si osserva una relazione a “U” rovesciata (grafico 1). In altri termini, le industrie bancarie più rivolte ai finanziamenti appaiono meno solide, un’evidenza che sembrerebbe in linea con l’interpretazione di Commissione Europea e BCE di prestare maggiore attenzione al rischio di credito.

Grafico 1. Relazione tra modello di business bancario e Tier 1 ratio
(valori medi in % relativi al periodo 2008-2016)

milani-gr1-impieghi-tier1ratioNote: valori ponderati in base al totale attivo.
Fonte: elaborazioni CER su dati Thomson-Reuters.

Ma è giusto misurare il rischio attraverso gli indici patrimoniali di Basilea? Sul punto l’evidenza empirica è abbastanza concorde nel ritenere che questi indicatori siano fortemente distorti dal basso peso assegnato al rischio di mercato e dalla manipolazione legata all’utilizzo dei modelli interni per la valutazione del rischio (si veda al riguardo CER, Rapporto Banche 2/2017). Anche altri indicatori, ad esempio quelli basati sull’incidenza dei crediti deteriorati o sul peso del capitale sul totale attivo, possono offrire indicazioni incomplete.

Un indicatore molto utilizzato nella letteratura economica per stimare il grado di rischio degli istituti di credito è il cosiddetto Z-score (quest’indice è ottenuto come il rapporto tra la somma del Return-on-Asset, Roa, e capitale/attivo e la deviazione standard del Roa calcolata su un determinato periodo di tempo). Quest’indice misura quanto una banca è distante dal default valutando quante e quali perdite di valore nelle sue attività bancarie un istituto si può permettere prima di erodere tutto il capitale a disposizione. Uno Z-score alto è quindi un’indicazione di maggiore stabilità finanziaria da parte di una banca/sistema bancario.

Tavola 1. Banche europee quotate
(distribuzione del rischio in base al modello di business)

milani-tab1-banche-quotate

Nota: cluster analysis basata su valori mediani.
Fonte: elaborazioni CER su dati Thomson-Reuters.

Raggruppando le banche in tre diversi gruppi, ovvero a basso, medio e alto grado di rischio in funzione del livello dello Z-score, si possono avere delle interessanti indicazioni (tavola 1). Emerge infatti che le banche a basso rischio hanno, sia nel periodo pre che post-crisi, una maggior concentrazione delle loro attività nel tradizionale business creditizio, mentre di converso hanno una minore incidenza delle attività finanziarie (titoli di Stato, obbligazioni private, azioni e partecipazioni, altri strumenti finanziari), tra cui anche quelle specificatamente detenute per finalità di trading. Queste banche hanno inoltre una maggiore dotazione di capitale, soprattutto se misurata come rapporto tra capitale e totale attivo.

Le banche con rischio medio sono invece quelle meno attive sul credito e più propense ad investire in attività finanziarie, anche con finalità di trading. Nel periodo pre-crisi queste banche avevano un rapporto capitale/attivo inferiore rispetto alle banche ad alto rischio, mentre il Tier 1 ratio era sostanzialmente allineato. Nel post-crisi le banche a rischio medio hanno però nettamente intensificato la dotazione di capitale.

Le banche ad alto rischio si situano a metà degli altri due gruppi per quanto riguarda la specializzazione sul mercato del credito e la dotazione del portafoglio finanziario. Rispetto agli altri due gruppi, però, l’incidenza dei non-performing loan è ben più elevata, sia nel periodo pre-crisi sia ancor più nel post-crisi.

Differenze si riscontrano anche in termini di ricorso ai depositi bancari come fonte di finanziamento, di redditività e di reazione dei mercati finanziari (per una trattazione completa si rimanda alla nota di aggiornamento al Rapporto Banche CER).

Conclusioni

In definitiva, dall’analisi effettuata sembra emergere come problemi sulla stabilità finanziaria delle banche possono nascere anche, e soprattutto, dal rischio di mercato, nonché da una bassa dotazione di capitale in percentuale dell’attivo, e non prevalentemente dal rischio di credito. Se quest’ultimo deve essere attentamente monitorato, soprattutto ponendo la giusta attenzione al problema degli NPL, vigilanza e regolatore europeo dovrebbero prestare un focus maggiore ai rischi connessi con i mercati finanziari. Questi rischi, al momento sottovalutati anche dagli operatori di mercato, potrebbero emergere in modo dirompente quando le politiche monetarie invertiranno definitivamente la loro tendenza.

ETEROGENESI DEL “PINI”. IL RACCONTO DI UNA DONNA OPERATA ALLA CLINICA CAPITANIO DI MILANO DA GIORGIO MARIA CALORI, DA IERI AI DOMICILIARI: ”MI DISSE CHE ERA UN’OPERAZIONE FACILE, DA ALLORA SONO INVALIDA AL CENTO PER CENTO”. LUI AVEVA FRETTA, DOVEVA ANDARE A SCIARE, E LE DISSE: “DOVREI GIÀ ESSERE IN PISTA A QUEST’ORA”. LE HANNO MESSO UNA…

DAGOSPIA.COM 11 APRILE 2018

Tiziana De Giorgio per la Repubblica

«Prima di entrare in sala operatoria gli ho chiesto quanto sarei dovuta rimanere sotto i ferri. “Signora, la neve mi aspetta, dovrei già essere sulle piste a quest’ora”, mi ha risposto con un mezzo sorriso».

Elena (il nome è di fantasia) aveva 47 anni quando il primario del Pini Giorgio Maria Calori, da ieri ai domiciliari, le ha messo una protesi all’anca alla clinica Capitanio di Milano. Dopo quell’ intervento, non ha camminato mai più. «Quel suo modo di fare supponente – racconta – che mi ha sconvolto la vita, non lo scorderò mai».

Tangenti negli ospedali a Milano - Carmine Cucciniello - Giorgio Maria Calori - Carlo Romano' - Lorenzo DragoTANGENTI NEGLI OSPEDALI A MILANO – CARMINE CUCCINIELLO – GIORGIO MARIA CALORI – CARLO ROMANO’ – LORENZO DRAGO

Elena, com’è finita alla clinica Capitanio?

«Nel 2010 mi sono rotta il femore. Un incidente banalissimo a febbraio: sono scivolata sul marmo nell’ androne di casa. La signora delle pulizie del mio condominio non aveva avvisato che fosse bagnato».

Ha chiamato l’ambulanza?

«Sì. Sarei voluta andare al Pini ma, per vicinanza a casa, mi ha portato all’ ospedale San Carlo. Dalle lastre si è capito che avevo una frattura scomposta.

Mi hanno detto che mi avrebbero ricoverata e che sarei dovuta rimanere con la gamba in trazione almeno fino a lunedì: nessuno poteva operarmi prima, eravamo nel pieno delle feste di carnevale».

Quindi che cosa ha fatto?

«Ho chiamato un medico legale di fiducia per chiedere consiglio su un bravo chirurgo ortopedico a Milano. Con gambe e schiena non si scherza, avevo paura. È stato lui a consigliarmi vivamente Calori».

protesi 1PROTESI 1

Come l’ha contattato?

«Mio marito ha chiamato il suo studio chiedendo se avrebbe potuto operarmi al Pini, anche in regime di solvenza. Ha chiesto se fossi coperta da assicurazione. E ha risposto: “Ma scusi, la posso operare in una struttura privata, con una camera privata, gratis.

Venga alla Capitanio, farò l’intervento domani stesso».

È andata così?

«Sono andata la sera stessa. Mi hanno fatto una tac di controllo che diceva che per il resto ero sana. E ho portato la lastra del San Carlo.

Nessun altro esame: hanno detto che avevo bisogno di una protesi all’ anca. Calori l’ho visto per la prima volta il mattino dopo, prima di entrare in sala operatoria. È lì che mi ha detto che sarebbe stato velocissimo: doveva partire per la montagna».

Cos’ è successo dopo l’intervento?

«Ho iniziato a stare male da subito. Dolori atroci. Il giorno successivo mi sono riempita di ponfi alla schiena, non riuscivo nemmeno a respirare».

Ponfi?

ospedale gaetano piniOSPEDALE GAETANO PINI

«Mi ha messo una protesi al titanio senza chiedermi se avessi allergie a metalli. Le avevo».

Cos’è successo dopo?

«Mi hanno dimesso dopo poco più di una settimana dicendomi che dopo quaranta giorni avrei potuto togliere le stampelle. Ma io continuavo a soffrire in maniera anomala. Mi sono comprata un girello come quello che usano gli anziani. Non riuscivo a stare in piedi».

Ha avvisato Calori del suo malessere?

«Mi continuava a ripetere che dovevo fare fisioterapia, movimento. Che non mi impegnavo abbastanza. Solo dopo ho capito che ha fatto danni anche in questo».

Cos’ha scoperto, Elena?

«In seguito sono stata ricoverata all’Humanitas, poi al Niguarda. Tutti mi hanno detto che se dopo tre mesi non camminavo la colpa era della protesi, non mia.

Era così: la protesi non solo era stata messa male, forse per la fretta. Ma era anche di bassa qualità».

In che senso di bassa qualità?

giorgio maria caloriGIORGIO MARIA CALORI

«Rilasciava metalli. Un modello gemello, negli Stati Uniti, era già stato ritirato dal mercato per questo.

“Uno schifo”, l’hanno definita altri medici. Ma nessuno voleva prendersi la responsabilità di operarmi di nuovo».

Che cosa ha deciso di fare?

«Sono andata a operarmi in Svizzera. “La porti al suo avvocato”, mi hanno detto riconsegnandomi la protesi che mi avevano tolto.

Ed è venuto fuori che le concentrazioni di metalli che avevo nei tessuti vicini erano mille volte superiori al normale. Nel 2016 mi hanno asportato un tumore dall’ addome di 12 centimetri pieno di metalli».

Com’è la sua vita oggi?

«Sono una donna di 55 anni che vive come un’anziana. Non lavoro più, non cammino più, sono invalida al cento per cento.

protesiPROTESI

Vivo sdraiata su un letto per la maggior parte della giornata, mi muovo su una sedia a rotelle. E aspetto il processo contro di lui. Gli ho fatto causa».