La rivoluzione anti-populista in casa Mediaset, dopo Belpietro e Del Debbio tolto programma anche a Giordano

notizie.tiscali.it 12 aprile 2018

Al termine di una riunione burrascosa, Mauro Crippa, super plenipotenziario per l’informazione in casa Mediaset ha lasciato tutti i presenti di stucco con una comunicazione glaciale al direttore del Tg4: “A partire da ora, Mario Giordano non è più responsabile del programma. Il nuovo responsabile – annuncia Crippa di fronte agli interessati – è Marcello Vinonuovo”. Si da il caso, però, che il Vinonuovo di Giordano sia tecnicamente un sottoposto

E tre. Terza testa che cade a Mediaset nella più grande riorganizzazione dell’informazione che si ricordi negli ultimi anni. Un terremoto politico che sta cambiando alla velocità della luce la faccia di Videonews – la supertestata trasversale che opera sui tre canali dell’azienda – cancellando dal palinsesto, a tempo di record, alcuni dei volti più popolari, messi nel mirino come “populisti”. L’accusa? Essere loro i principali responsabili del successo elettorale della Lega di Matteo Salvini nelle ultime elezioni. E dunque via Paolo Del Debbio (non riconfermato), via Maurizio Belpietro (rimosso) e da oggi via anche Mario Giordano, sollevato dalla responsabilità della striscia quotidiana “Dalla vostra parte”. 

Al termine di una riunione burrascosa, Mauro Crippa, super plenipotenziario per l’informazione in casa Mediaset ha lasciato tutti i presenti di stucco con una comunicazione glaciale al direttore del Tg4: “A partire da ora, Mario Giordano non è più responsabile del programma. Il nuovo responsabile – annuncia Crippa di fronte agli interessati – è Marcello Vinonuovo”. Si da il caso, però, che il Vinonuovo di Giordano sia tecnicamente un sottoposto. E che dunque, in un apparato in cui codici e le cariche contano moltissimo, anche sul piano simbolico, il provvedimento sia diventato un vero e proprio schiaffo al direttore del Tg4. Non un solo un rimpasto (Giordano è caduto e risorto altre volte in passato), ma una vera e propria umiliazione simbolica. Anche perché l’ex “Grillo parlante”, autore da classifica della saggistica con i suoi libri inchiesta fino a ieri non era l’ultimo arrivato a Cologno monzese ma piuttosto la gallina dalle uova d’oro, l’inventore di programmi e format di successo, forse l’uomo più visibile nella squadra dei direttori di Mediaset. Ma – ovviamente – anche uno dei più autonomi. 

La sua cacciata dalla striscia di informazione più importante, segue quella di Paolo Del Debbio rimosso da Quinta colonna, e di Maurizio di Belpietro, sollevato in 24 ore dalla conduzione di Dalla vostra parte. Si tratta in tutti e tre i casi di conduttori ascrivibili al centro destra, ovvio, ma tutti e tre in qualche modo autonomi, estranei alle logiche più strette del partito azienda. Giordano da sempre contrario al Nazareno, campione delle battaglie anticasta, mai schierato con Forza Italia. Del Debbio che rifiuta una candidatura tra gli azzurri offerta durante una convention di Forza Italia. Belpietro allontanato da Libero perché schiera il Giornale per il No. Anche lui saggista anti-immigrazione, anche lui – come gli altri due – sempre invitato dai talk delle altre reti. Tutti e tre con un rapporto diretto con il Cavaliere. Del Debbio è l’uomo che ha steso il programma di Forza Italia (ma poi ha lasciato il partito) Belpietro era uno dei pochi che ha difeso il Cavaliere da Michele Santoro nei giorni di Ruby, Giordano è uno che ha costruito la superedazione giornalistica più grande d’Italia a Newsmediaset. Ora allontanati dalla mattina alla sera perché considerati “amici del Giaguaro”. Anche perché – a Cologno – nessuno considera improbabile lo scenario del voto anticipato. Ed ecco perché, in questa eventualità, se si dovesse andare ad elezioni a novembre, “gli amici di Grillo, Salvini e la Meloni” restano fuori dalla stanza dei bottoni. Si vis pacem, para bellum.

Per i risparmiatori traditi dalle banche è speranza rimborsi

panorama.it 12 aprile 2018

Stefano Caviglia

risparmio

– Credits: iStock

La prima vera buona notizia per le vittime dei crac bancari italiani, dopo anni di sciagure, viene da un governo dimissionario. L’ha annunciata il 6 aprile a Mestre il sottosegretario all’Economia Pierpaolo Baretta, giurando sull’impegno di emanare entro fine mese i decreti attuativi della legge che a dicembre stanziò 100 milioni in quattro anni per le vittime delle truffe degli istituti di credito.

Significa che, a meno di problemi dell’ultimo minuto, la distribuzione del denaro da parte del Ministero dell’Economia potrebbe cominciare già nei prossimi mesi, indipendentemente dal governo che si sarà (o non si sarà) insediato nel frattempo.

Attenzione: non si parla di una percentuale, ma della totalità di ciò che è stato perduto dai risparmiatori, compresi quelli che nel 2017 hanno accettato da Veneto Banca e Banca popolare di Vicenzal’offerta del 15% come transazione tombale. La legge del dicembre 2017 prevede rimborsi anche per loro, tolto naturalmente ciò che hanno già ricevuto. A tutti saranno inoltre sottratti i dividendi pagati negli anni dalle banche, spesso molto generosi. Perché un conto è l’investitore deluso, un altro il risparmiatore ingannato.

Il ruolo dell’Anac

A stabilire chi appartiene alla seconda categoria, con il conseguente diritto ad avere indietro i suoi soldi, sarà l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), tenendo conto sia delle gravissime scorrettezze commesse agli sportelli e documentate da diverse procure della Repubblica sia dalle risultanze della Commissione bicamerale di inchiesta sulle banche (quella di fine 2017), sull’esistenza di truffe di massa. Per dimostrare il buon diritto di un risparmiatore, dunque, dovrebbe bastare l’incongruità delle sue condizioni economiche e dei suoi profili di rischio con l’acquisto a man salva di azioni delle banche medesime, in un periodo in cui oltretutto erano già quasi decotte.

Il criterio scelto per i rimborsi è quello dell’ordine di presentazione delle domande: chi prima chiede prima ottiene, fino all’esaurimento dei soldi. Il che fa sorgere inevitabilmente un interrogativo sul numero delle persone che potranno essere “salvate”.

Ma le notizie al momento sembrano buone anche su questo fronte. Anzitutto perché la legge di dicembre 2017 parla sì di 25 milioni l’anno, ma consente di attingere fin da subito, in caso di esaurimento, alle risorse dei prossimi anni. Quindi i cento milioni saranno disponibili tutti subito. In secondo luogo perché lo stesso testo prevede l’eventualità di andare oltre la dotazione iniziale. Potranno farlo di anno in anno i prossimi governi, con un semplice emendamento.

Il “tesoretto” di conti e polizze dormienti

Poiché non si tratta di spiccioli, è logico chiedersi: da dove arriveranno i soldi? La legge (o meglio, l’insieme di due leggi: la 266 del 2005 e la 205 del 2017) prevede che si attinga al “tesoretto” (il termine è abusato ma mai come in questo caso calzante) dei conti correnti e delle polizze vita dormienti presso banche e assicurazioni. Ossia quei conti e quelle assicurazioni la cui esistenza viene dimenticata, ma sarebbe meglio dire ignorata, dagli eredi di persone decedute.

Se la sciagurata vicenda delle truffe bancarie ha avuto un merito è quello di accendere un primo faro su questa trascurata realtà. Numeri certi e precisi non ce ne sono, ma si stimano ordini di grandezza ingenti. “In un servizio recente della Rai” dice a Panorama.it Patrizio Miatello, fondatore dell’associazione di risparmiatori veneti Ezzelino da Onara, da anni in lotta con le due banche dissestate della sua regione “si è citata la stima, dell’Istituto di vigilanza sulle assicurazioni, di 153 mila polizze non rivendicate, che già non sarebbero poche. E nessuno parla ancora degli altri 4 milioni di polizze già prescritte, per un ammontare che potrebbe teoricamente arrivare fino a 145 miliardi!”.

Le cifre ipotizzabili in modo realistico sono di gran lunga più basse, naturalmente, ma si tratta comunque di grandezze notevoli, visto che al fondo per i risparmiatori sono destinate di diritto tutte le polizze finite in prescrizione (dopo dieci anni di mancata movimentazione) dal 2007 al 2010 e quelle che lo saranno a partire dal 2020. E non è tutto, perché una cifra superiore al miliardo potrebbe trovarsi (anche qui esistono solo stime  approssimative) nei conti correnti bancari di analoga condizione.

La formazione di questa incredibile (al momento presunta) disponibilità di risorse deriva dal fatto che banche e assicurazioni italiane non hanno l’obbligo di contattare gli eredi per informarli di sostanze e diritti maturati da una persona scomparsa. È una situazione normativa paradossale, a cui l’Istituto di vigilanza sta cercando di porre rimedio incalzando le assicurazioni a individuare concretamente gli eredi per liquidare sempre il dovuto. Ma questo vale per il presente e il futuro. Per il passato resta un salvadanaio potenzialmente di formato gigante. Sufficiente per coprire i rimborsi dei risparmiatori traditi e forse, con le opportune modifiche legislative, anche per qualcos’altro.

A Hearst il 100% dell’agenzia di ratings Fitch. Operazione da 2,8 miliardi di dollari

primaonline.it 12 aprile 2018

Hearst ha annunciato di avere preso il controllo totale di Fitch Group, societa’ di servizi d’informazione finanziaria che include Fitch Ratings, Fitch Solutions e Fitch Learning. Il gruppo media diversificato Usa ha acquisito dalla holding francese Fimalac una quota addizionale del 20% di Fitch Group portando la sua partecipazione al 100%. La transazione e’ valutata 2,8 miliardi di dollari. Hearst – che controlla oltre 360 aziende e ha partecipazioni in reti tv via cavo come A&E, HISTORY, Lifetime ed ESPN – acquisi’ la sua partecipazione iniziale in Fitch Group nel 2006 portandola all’80% nel 2015.

Steven R. Swartz, presidente e Ceo di Hearst, ha spiegato in una nota che “con questa acquisizione Fitch Group diventa l’azienda piu’ grande ad essere totalmente controllata da Hearst”. Il Ceo ha lodato “la crescita impressionante” dei servizi di Fitch e “la partnership eccellente” con Fimalac e con il suo leader e fondatore, Marc Ladreit de Lacharriere. Paul Taylor, l’amministratore delegato di Fitch Group, ha detto che le due aziende “condividono l’impegno nei confronti dell’innovazione e nell’aiutare i clienti a utilizzare le informazioni per prendere decisioni intelligenti. Siamo entusiasti di continuare a fare crescere i servizi di Fitch e a lavorare a contatto ancora piu’ stretto con i colleghi delle varie divisioni di Hearst”. (Il Sole 24 Ore Radiocor Plus)

Il Sole 24 Ore/2 – I compensi di Moscetti, Del Torchio, Gubitosi e…

giannidragoni.it 9 aprile 2018

Quanto guadagnano i dirigenti e manager del Sole 24 Ore?

Nel precedente articolo Poteri Deboli ha raccontato che i conti del gruppo editoriale controllato dalla Confindustria rimangono in difficoltà per il calo dei ricavi (-13,5%) e che, in seguito alla ricapitalizzazione di 50 milioni fatta nel novembre 2017, Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo) è entrata nell’azionariato. Con il 4,86% del capitale la banca è il secondo azionista.

Adesso raccontiamo i compensi dei dirigenti del gruppo. Un “pay watch” basato sui documenti ufficiali, a partire dalla relazione sulla remunerazione 2018, approvata dal consiglio di amministrazione.

Cambio di direzione

Dopo le turbolenze del 2016, anno nel quale al vertice del Sole 24 Ore si erano avvicendati tre amministratori delegati e quattro presidenti, nel 2017 c’è stata stabilità nel cda. C’è stato invece un avvicendamento alla direzione del quotidiano e alla direzione editoriale del gruppo: il 13 marzo 2017 Guido Gentili è subentrato a Roberto Napoletano, dopo che è emerso che Napoletano era indagato per falso in bilancio per le cosiddette “copie taroccate”, cioè dichiarazioni gonfiate sulle vendite del quotidiano.

Con Napoletano (nella foto in alto tra Vincenzo Boccia e Gabriele Del Torchio) sono indagati per lo stesso capo d’accusa l’ex presidente Benito Benedini e l’ex a.d., Donatella Treu, che era stata nominata quando presidente di Confindustria era Emma Marcegaglia.

A Moscetti 500mila euro

Secondo la relazione sulla remunerazione del Sole 24 Ore, l’amministratore delegato, Franco Moscetti, chiamato al Sole 24 Ore dalla Confindustria di Vincenzo Boccia, in tutto il 2017 ha percepito un compenso fisso di 500.000 euro lordi. Nato a Tarquinia (Viterbo) nel 1951, Moscetti aveva lasciato nel 2015 la guida di Amplifon , dove aveva ottenuto positivi risultati commerciali ed economici. E’ stato nominato a.d. del Sole 24 Ore dal cda il 15 novembre 2016.

Agli altri dieci componenti del cda è stato riconosciuto un gettone di 20.000 euro lordi ciascuno, compreso il presidente, Giorgio Fossa, ex presidente di Confindustria.

Abete, in cda da oltre dieci anni

Tre amministratori però hanno rinunciato al compenso. Sono Luigi Abete, ex presidente della Confindustria, imprenditore del settore grafico-editoriale (proprietario tra l’altro dell’agenzia Askanews) e presidente di una banca (Bnl) che siede ininterrottamente nel cda del Sole 24 Ore da oltre dieci anni, la prima nomina risale al 30 ottobre 2007, Marcella Panucci che è direttore generale della Confindustria, Carlo Robiglio, l’imprenditore nominato vicepresidente del Sole 24 Ore, già vincitore del premio “novarese dell’anno”, lo ha segnalato nel suo curriculum depositato per l’assemblea soci.

Gubitosi il meno presente in cda

Nel 2017 il cda ha tenuto 24 riunioni, della durata media di tre ore, si apprende dalla relazione sul governo societario. Solo tre consiglieri hanno partecipato a tutte le riunioni: Moscetti, Fossa, il d.g. della Confindustria Marcella Panucci. Un’assenza per Giuseppina Mengano Amarelli (23 presenze), due assenze per Robiglio e Patrizia Micucci (22 presenze). Quindi 21 presenze per Edoardo Garrone e Livia Salvini, 20 presenze per Abete e Massimo Tononi.

Ultimo, con 16 presenze su 24 riunioni, Luigi Gubitosi, che dal 2 maggio 2017 è commissario dell’Alitalia, ma ha mantenuto l’incarico nel cda del Sole, è considerato non incompatibile. Adesso è tra i candidati alla nomina nel cda di Telecom Italia nella lista del Fondo Elliott.

Gettoni aggiuntivi

Dalla tabella degli emolumenti si apprende che cinque consiglieri hanno integrato i compensi con la partecipazione ai comitati costituiti all’interno del cda. Il consiglio ha stabilito una remunerazione aggiuntiva pari a 10.000 euro lordi annui per i componenti dei comitati e di 20.000 euro lordi annui per i presidenti.

Così Livia Salvini ha ricevuto complessivamente 60.000 euro lordi (presidente comitato nomine e remunerazioni, componente comitato parti correlate e comitato controllo e rischi), Gubitosi e Micucci 50.000 euro ciascuno.

Comitato editoriale

Gubitosi è presidente del comitato controllo e rischi e componente del comitato parti correlate, presieduto da Micucci, la quale è anche nel comitato nomine e remunerazioni. Garrone e Tononi hanno ricevuto 30.000 euro. Nel 2017 è stato costituito un ulteriore organismo, il comitato editoriale, è composto da Gubitosi (presidente), Garrone e Robiglio.

Dirigenti “strategici”

La relazione sulla remunerazione informa che ai”dirigenti con responsabilità strategiche” è stata riconosciuta nel 2017 nel complesso una retribuzione fissa totale di 890.609 euro lordi. La relazione dice che “i dirigenti con responsabilità strategica sono 4 e cioè il direttore generale commerciale, il direttore amministrazione, finanza e controllo, il direttore personale, operations e servizi generali ed il direttore affari legali e societari”.

I nomi non sono indicati, tuttavia i quattro sono, nell’ordine elencato, Massimo Colombo, Giancarlo Coppa, Domenico Galasso, Salvatore Lo Giudice.

Facendo una semplice media teorica, la retribuzione di ciascuno dei 4 dirigenti strategici sarebbe di 222.652 euro lordi per l’intero 2017. Ma la realtà potrebbe essere diversa, sia perché ci possono essere differenze nella busta paga individuale, sia perché Colombo è entrato in servizio il primo giugno 2017, mentre gli altri all’inizio dell’anno. Ai 4 dirigenti strategici sono inoltre stati riconosciuti benefici non monetari per un valore aggregato di complessivi 70.902 euro: la relazione dice che sono “le dotazioni non monetarie riconosciute da prassi aziendali (polizza assicurativa sanitaria, sulla vita, polizza D&O Liability, auto, telefono)”.

La buonuscita di Del Torchio

La relazione sulla remunerazione non fa menzione dell’indennità riconosciuta all’ex amministratore delegato, Gabriele Del Torchio, nella foto in apertura è con il presidente di Confindustria Boccia e con l’ex direttore, Napoletano.

Già a.d. dell’Alitalia e della Ducati, Del Torchio era stato nominato a.d. del Sole 24 Ore il 13 giugno 2016. Il 14 novembre era già fuori da via Monte Rosa. Del Torchio è stato rimosso in seguito a uno scontro con l’allora direttore responsabile del quotidiano, nonché di tutte le altre testate e direttore editoriale, Roberto Napoletano.

Scontro con Napoletano

Del Torchio era stato scelto dal precedente presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, il quale nell’assemblea del 29 aprile 2016 si era anche autonominato presidente del Sole 24 Ore. Ma Boccia, succeduto a Squinzi in Confindustria a fine maggio 2016, si è schierato con Napoletano, almeno finché ha potuto.

E così Del Torchio è saltato. Il “ducatista” aveva presentato una semestrale-bomba con perdite per circa 50 milioni e aveva messo sotto accusa Napoletano con un dossier sulle cosiddette “spese pazze” dell’ex direttore del Sole 24 Ore e per l’accordo segreto firmato con l’ex presidente Benedini che allungava la buonuscita rispetto a quanto previsto dal contratto.

A Del Torchio 980.000 euro

Il contratto di Del Torchio era di tre anni e prevedeva un compenso fisso di 600.000 euro lordi l’anno, più eventuali bonus. Dopo la cacciata Del Torchio ha reclamato il pagamento delle somme previste dal contratto. Per i cinque mesi in cui è stato in carica aveva ricevuto 253.846 euro lordi, in teoria Del Torchio avrebbe quindi potuto chiedere una somma fino a 1.546.154 euro.

Il cda presieduto da Fossa ha incaricato Moscetti di fare una transazione con il “ducatista”. Il prospetto depositato per l’aumento di capitale del Sole 24 Ore dello scorso novembre dice che è stato raggiunto un accordo per riconoscere a Del Torchio una somma complessiva pari a 980.000 euro lordi. Quindi per cinque mesi effettivi di lavoro Del Torchio ha ricevuto un milione e 234mila euro lordi, in media quasi 245 mila euro al mese.

“Accordo transattivo”

Il “documento di registrazione” dell’aumento di capitale dice che il 16 marzo 2017 l’emittente (cioè la società) “ha sottoscritto con il dott. Gabriele Del Torchio (di seguito, il “Manager”) un accordo transattivo volto a definire consensualmente i termini e le condizioni della cessazione anticipata del Manager dalla carica di amministratore delegato e dal ruolo di membro del consiglio di amministrazione della società. In particolare, l’Emittente si è impegnato a corrispondere al dott. Del Torchio un importo lordo forfettario e onnicomprensivo pari ad Euro 800.000,00, a fronte della rinuncia del medesimo ad ogni ulteriore pretesa nei confronti della Società. Il pagamento di tali importi è tuttavia soggetto a condizione sospensiva e sarà effettuato soltanto successivamente al superamento, da parte dell’Emittente, dell’attuale situazione di deficit patrimoniale. Inoltre l’accordo riconosce al Manager un ulteriore ammontare di Euro 180.000, quale corrispettivo per l’assunzione nei confronti della Società di obblighi di non concorrenza (di durata semestrale) e di riservatezza”.

La situazione di deficit patrimoniale è stata superata il 30 novembre 2017 con il completamento dell’aumento di capitale, pertanto la somma dovrebbe essere stata versata a Del Torchio. La relazione sulla remunerazione però non ne fa cenno.

Accantonamenti per Montanari e Zecca

Il documento di registrazione dell’aumento di capitale dice inoltre che nel 2016 la società aveva “accantonato euro 1.600.000 per far fronte ad oneri derivanti dalla risoluzione anticipata del rapporto di lavoro con i seguenti manager apicali: Gabriele Del Torchio, Valentina Montanari ed Edoardo Zecca”.

Scalando le somme riconosciute a Del Torchio, in teoria ci sarebbero 620.000 euro disponibili per Montanari e Zecca. Né il prospetto dell’aumento di capitale né la relazione sulla remunerazione spiegano se siano state riconosciute somme per la buonuscita o altre indennità all’ex Cfo Montanari e all’ex direttore del personale Zecca, usciti dal gruppo (di fatto licenziati) subito dopo l’arrivo di Moscetti. Adesso Montanari è Cfo dell’Ac Milan.

C’è dell’altro da raccontare… Poteri Deboli lo farà nel prossimo articolo.

Il Sole 24 Ore/1 – Intesa Sanpaolo secondo azionista

giannidragoni.it 9 aprile 2018

Banca Imi ha il 4,86%

Le banche entrano nel capitale del Sole 24 Ore, il gruppo editoriale che controlla il principale quotidiano economico-finanziario italiano. In seguito alla ricapitalizzazione di 50 milioni di euro completata il 30 novembre 2017 Intesa Sanpaolo è diventata azionista del Sole 24 Ore con il 4,86%.

Dai documenti depositati dalla società editoriale per la prossima assemblea degli azionisti risulta che Banca Imi (posseduta interamente da Intesa) possiede il 4,86% del capitale. Banca Imi, di cui è presidente Gaetano Miccichè, neopresidente della Lega calcio di Serie A, appartiene interamente a Intesa Sanpaolo. Il gruppo bancario guidato da Carlo Messina è diventato così il secondo azionista del gruppo editoriale.

Consorzio di garanzia

Banca Imi insieme a Banca Akros aveva costituito il consorzio di garanzia per la buona riuscita dell’aumento di capitale. Il progetto di bilancio 2017 del Sole 24 Ore spiega che il 30 novembre 2017 le due banche del consorzio di garanzia hanno sottoscritto 4.234.144 azioni per un controvalore di 4,069 milioni di euro.

La partecipazione di Banca Imi corrisponde a 3.175.805 azioni, tutte di categoria speciale. I documenti depositati non dicono se Akros abbia una partecipazione azionaria nel Sole 24 Ore.

Intesa Sanpaolo estende così la sua presenza nell’editoria, dopo l’operazione Rcs nella quale ha sostenuto Urbano Cairo nella conquista del controllo della società editrice del Corriere della sera e Gazzetta dello sport, che è stata sottratta all’orbita di Mediobanca.

Confindustria scende

Le azioni ordinarie sono possedute solo da Confindustria, che tra ordinarie e speciali detiene in totale il 61,54% del capitale. L’azionista di controllo ha ridotto la sua quota rispetto a quella posseduta prima della ricapitalizzazione: aveva il 67,5%, ma ha partecipato alla ricapitalizzazione con 30 milioni sui 50 complessivi dell’operazione, cioè il 60% dell’importo totale. Non compare più tra i grandi soci il gruppo Benetton che, con Edizione, possedeva il 2% prima della ricapitalizzazione.

Conti fragili

In un panorama complessivo dell’editoria in forte difficoltà (ma con alcune eccezioni), il gruppo editoriale di proprietà della Confindustria rimane in condizioni economico-finanziarie difficili. Dopo otto bilanci consecutivi in rosso e l’erosione dell’intero capitale sociale, vari stati di crisi, tagli alle retribuzioni dei giornalisti e di tutto il personale, riduzione del numero dei dipendenti (con prepensionamenti, cassa integrazione, contratti di solidarietà), nel novembre 2017 il gruppo ha fatto un aumento di capitale di 50 milioni per riportare il patrimonio netto in positivo e ha stipulato nuovi accordi di finanziamento con le banche, guidate dal gruppo Intesa Sanpaolo.

Inoltre per fare cassa il consiglio di amministrazione guidato da Franco Moscetti ha ceduto il 49% della redditizia “area formazione ed eventi” (Business School24 Spa) a un fondo, Palamon, che ha il diritto di acquistare un ulteriore 2% e salire al 51%, su sua richiesta, entro il prossimo 31 maggio.

Ricavi diminuiti del 13,5%

L‘assemblea degli azionisti del Sole 24 Ore è convocata per il 27 aprile per approvare il bilancio al 31 dicembre 2017. Il progetto di bilancio consolidato approvato dal cda evidenzia un calo dei ricavi da 265,75 a 229,9 milioni (-13,5%) e un “risultato netto delle attività in funzionamento”, al netto degli oneri e proventi non ricorrenti, ancora negativo, pari a -25,3 milioni, benché la perdita sia inferiore a quella omogenea che risulta dal bilancio 2016 “rideterminato”, che era pari a -52,2 milioni.

Cos’è il bilancio “rideterminato”? Avendo venduto l’area formazione ed eventi, la società ha riclassificato i dati del 2016 rilevando i dati di quest’area come “attività destinata alla vendita”, escludendo quindi sia i ricavi, sia i relativi costi e i risultati dal resto del gruppo (le “attività in funzionamento”).

Gestione in rosso

Il gruppo Sole 24 Ore nel 2017 dichiara un utile netto consolidato di 7,53 milioni, rispetto a una perdita di 92,55 milioni nell’esercizio 2016 “rideterminato”. Ma questo risultato positivo è stato ottenuto con operazioni straordinarie, extra gestionali, solo grazie alle plusvalenze per la cessione dell’area formazione ed eventi.

La società ha iscritto proventi straordinari sull’operazione per complessivi 55,6 milioni, tra plusvalenza effettivamente realizzata sulla cessione, pari a 40,1 milioni (il 49% è stato ceduto per un corrispettivo di 40,8 milioni) e 18,8 milioni come “iscrizione al fair value dell’interessenza residua” del 51% della partecipazione, meno _ si legge nella relazione finanziaria _ i costi dell’operazione (0,8 milioni) e gli accantonamenti per imposte indirette per l’operazione (1,5 milioni).

Il risultato finale del bilancio del gruppo include inoltre “oneri non ricorrenti di ristrutturazione” pari a 21,6 milioni. Dunque la crisi al Sole 24 Ore non è finita. E i tagli di costi (e di teste) proseguono.

Nel prossimo articolo Poteri Deboli racconterà quanto guadagnano i manager e dirigenti del Sole 24 Ore.

Imi di Intesa è il secondo azionista de Il Sole 24 Ore dopo che Intesa ha finanziato Cairo per acquistare Il Corriere. A Vicenza il GdV di Confindustria di Zigliotto raccontò la BPVi…

Paolo Cotron Vicenzapiu.com 12 aprile 2018

In seguito alla ricapitalizzazione di 50 milioni di euro completata il 30 novembre 2017 (più che “le banche, ndr) Intesa Sanpaolo è diventata la seconda azionista del disastrato Il Sole 24 Ore, di cui Confindustria di Vicenza Boccia ora detiene il 61.54%%, con il 4,86% del capitale tramite la sua Banca Imi, posseduta interamente. A sottolineare con malcelata preoccupazione la crescente presenza nell’editoria nazionale del mega istituto, sempre più al centro del sistema Italia (a parte la vicenda di BPVi e Veneto Banca acquistate a un euro ricevendo miliardi di cash e garanzie altrettanto miliardario in aggiunta il presidente di Imi Intesa, Gaetano Miccichè, è diventato neopresidente della Lega calcio di Serie A) è proprio il collega de Il Sole Gianni Dragoni sul suo blog.

La banca di Carlo Messina (nella foto al centro tra Vincenzo Boccia e Urbano Cairo), ricorda  Dragoni, “estende così la sua presenza nell’editoria, dopo l’operazione Rcs nella quale ha sostenuto Urbano Cairo nella conquista del controllo della società editrice del Corriere della sera e Gazzetta dello sport, che è stata sottratta all’orbita di Mediobanca“.

Qualcuno su Il Fatto, le cui quote di controllo sono in mano ai giornalsiti, si meravigliava di come gran parte della stampa che conta (?) abbia diffuso “la fake news della generosa rinuncia da parte di Intesa alle garanzie dello Stato sui bond BPVi e Veneto Banca, esigibili solo in caso di default della banca di Carlo Messina“.

Dopo aver letto queste poche righe (e tante altre ne andrebbero scritte) il perchè è un po’ più chiaro soprattutto a chi di voi ci segue dove aver già fatto l’esperienza di leggere a Vicenza le “verità” sulla Banca Popolare di Vicenza del quotidiano locale, controllato da Confindustria Vicenza il cui presidente Giuseppe Zigliotto era dal 2003 nel cda di Gianni Zonin, insieme al quale è ora imputato…

Curriculum vitae: cosa rischio se scrivo qualcosa di falso o esagero?

Reati per c.v. non veri: false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico.

La spiccata capacità degli italiani a modificare, esagerare o occultare la realtà non fa capolino solo con la compilazione dell’ISEE, ma comincia molto prima: quando, in cerca di lavoro, si deve redigere e presentare un curriculum vitae. La “falsificazione” o l’esagerazione dei C.V. è una pratica tutt’altro che rara: da una recente statistica essa riguarda il 58% delle candidature.

Le forse in cui si manifesta l’esagerazione sono tra le più varie:

– c’è chi sovradimensiona le proprie competenze (57%), per esempio asserendo capacità avanzate in lingua straniera o nell’uso del computer, tutt’altro che esistenti;

– c’è chi esagera la qualità dell’esperienza conseguita in precedenti posti di lavoro (55%), per esempio affermando che una precedente occupazione (in realtà fallimentare e sterile) ha consentito l’acquisizione di un elevato bagaglio di cognizioni tecniche;

– c’è ancora chi, modificando le date di inizio e fine delle precedenti occupazioni (26%), vuol occultare i periodi di disoccupazione e inattività;

– ma c’è anche chi nasconde e deprezza le proprie competenze, quando deve presentare una candidatura per un lavoro che rappresenta un passo indietro rispetto alle proprie competenze: non sempre, infatti, sbandierare qualifiche elevate garantisce l’assunzione.

Questi comportamenti si sono moltiplicati a vista d’occhio con l’ingresso dei social network come Linkedin.

Ma quali sono le conseguenze per chi mente sul proprio c.v.? In verità, la casistica potrebbe essere varia e, in questo, la bravura dell’avvocato a inquadrare la fattispecie è certamente determinante.

Certamente i rischi diventano seri quando il c.v. viene presentato davanti a una pubblica amministrazione. Così come, quando il curriculum va presentato come autocertificazione – per esempio in un concorso pubblico – la falsificazione potrebbe condurre al reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico [1]. Si rischia, in ipotesi di questo tipo, la reclusione fino a due anni.

Tanto è stato detto dalla Cassazione in una sentenza del 2008 [2]. Integra il reato di falso ideologico commesso dal privato su documento informatico pubblico la condotta di chi inserisce dati relativi al superamento di esami mai sostenuti su un supporto informatico, concernente il proprio curriculum universitario, che abbia funzione vicaria dell’archivio dell’Università e, pertanto, destinazione potenzialmente probatoria.

C’è anche il reato di false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie [3]: dove, per far scattare il delitto, per “qualità personali” si intende ogni attributo che serva a distinguere un individuo nella personalità economica o professionale. In un caso deciso dalla Suprema Corte è stato ritenuto colpevole un tale per aver falsamente dichiarato nel proprio curriculum vitae, inviato ad un Comune, di aver ricoperto una carica lavorativa [4].

Nel caso, poi, in cui a falsificare il proprio curriculum sia un professionista, per esempio pubblicando sul proprio sito internet un pdf che indichi esperienze o delle collaborazioni in realtà mai avvenute o sottodimensionate si può configurare l’illecito deontologico e la sanzione disciplinare da parte del relativo consiglio dell’ordine.

Nell’ambito poi del diritto civile, una norma del codice impone di tenere, nei rapporti pre-contrattuali (ossia quelli che portano alla firma del contratto, prima ancora che l’accordo sia siglato) un comportamento improntato a buona fede e correttezza. In pratica, le parti non devono nascondere circostanze di cui sono a conoscenza o manifestarne altre non veritiere che potrebbero incidere sul consenso della controparte a stipulare la scrittura privata. Pertanto, chi riesca ad ottenere, per esempio, un incarico di collaborazione o a progetto proprio grazie a qualità millantate (ma inesistenti) sul proprio c.v., potrebbe vedersi intentata contro una casa per risoluzione del contratto ed eventuale risarcimento del danno, oltre, ovviamente, alla restituzione dei compensi già corrisposti.

Le bugie, comunque, hanno le gambe corte. Anche il contratto a tempo indeterminato consente una marcia indietro nei confronti del lavoratore incompetente. All’esito, infatti, del periodo di prova, il datore può licenziare il dipendente senza bisogno di fornire motivazioni qualora sia insoddisfatto della prova stessa.

Ci piace terminare questo articolo con una citazione tratta da “Il nome della rosa” di Umberto Eco: “Per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora”.

Mps e i crediti (non restituiti) di 13 partiti politici

Rosario Murgida 12 aprile 2018 finanzareport.it

Morelli lancia segnali di ottimismo ma anche di cautela sulla strada del rilancio della banca senese e chiede il supporto degli azionisti. Entro maggio si chiude la maxi-cartolarizzazione da 26 miliardi

Segnali di ripresa ma ancora tanta strada da fare per Banca del Monte dei Paschi di Siena nel suo percorso di rilancio. E’ un Marco Morelli ottimista e allo stesso tempo realista quello che ha aperto l’assemblea degli azionisti chiamata ad approvare il bilancio 2017 chiuso in forte perdita.

In tale contesto, è emersa una curiosità sul fronte delle sofferenze. Mps ha infatti fornito dettagli sulla sua esposizione alla politica. Al 31 dicembre scorso la banca vantava crediti per 10 milioni di euro nei confronti di 13 partiti, di cui 9,7 milioni non performing. Di questi 8,2 milioni sono confluiti nella maxi cartolarizzazione. Si tratta di cifre non elevate, ma sono altri i dati interessanti. Sempre al 31 dicembre scorso, il gruppo contava infatti crediti per 67 milioni (61 performing e 6 mln npe) nei confronti di persone fisiche che occupano o hanno occupato importanti cariche pubbliche come pure i loro familiari diretti o coloro con i quali tali persone intrattengono notoriamente stretti legami.

L’amministratore delegato dell’istituto senese ha comunque parlato di “segnali di inversione di tendenza” in questo primo scorcio d’anno. “C’è la ripresa degli impieghi vivi lordi, è il primo segnale importante che la banca si è rimessa in cammino”. Del resto il 2018 “è l’anno più importante per la storia della banca, per i suoi dipendenti e i suoi clienti” per dimostrare di poter rilanciare le sue ambizioni dopo il salvataggio orchestrato dallo Stato l’anno scorso con le autorità europee.

“Lavoriamo per raggiungere gli obiettivi del piano al 2021. Alcune cose le raggiungeremo in anticipo, altre con uno sviluppo più lento”, ha quindi affermato il banchiere sottolineando, tra l’altro, come i target che “ci eravamo posti all’inizio del 2017 siamo riusciti a chiuderli, e non era assolutamente scontato”.

La strada è comunque lunga e impervia e Morelli ha chiesto espressamente il supporto degli azionisti. “E’ mio dovere dire a tutti i soci che uno dei tratti fondamentali per affrontare il percorso lungo, duro e difficile e con diverse incognite che la banca ha davanti, è il supporto a quello che il management sta facendo”, ha aggiunto l’amministratore delegato ponendo quindi l’accento sul “supporto forte del principale azionista” della banca, il Ministero dell’Economia, in particolare in occasione dell’accordo di ristrutturazione con le autorità europee.

Ristrutturazione che prevede una forte vigilanza da parte della Bce, soprattutto sul fronte dell’eventuale coinvolgimento nel consolidamento del settore bancario italiano. La stessa Mps ha tenuto a precisare, in risposta a una richiesta esplicita di un socio, che il piano approvato dalla Dg Comp, prevede che “la banca non potrà procedere all’acquisizione di alcuna partecipazione o asset, salvo che la Commissione Ue non autorizzi tale acquisizione in circostanze eccezionali in cui sia necessario ripristinare la stabilità finanziaria o assicurare la concorrenza; l’acquisizione non superi determinate soglie di prezzo; e si tratti di acquisizioni poste in essere nell’ambito dell’ordinaria attività bancaria in relazione alla gestione degli obblighi già esistenti nei confronti dei clienti in difficoltà finanziarie o previste nell’ambito del piano di ristrutturazione stesso”.

Dunque una serie di paletti che limitano la strada da percorrere verso il rilancio perfino sul fronte delle cessione. Sempre sulla base degli impegni con la Commissione Ue e con il piano di ristrutturazione, la banca procederà alla dismissione di una lista di partecipazioni societarie non strategiche e di una parte del patrimonio immobiliare. Relativamente alle cessione di partecipazioni, Banca Mps sta effettuando un processo di vendita delle due controllate estere, ossia Banca Monte dei Paschi Belgio S.A. e Monte Paschi Banque S.A..

Morelli ha riservato un passaggio del suo discorso d’esordio in assemblea anche all’ormai famosa maxi-cartolarizzazione da 26 miliardi di euro al centro del salvataggio. E’ stato infatti confermato l’obiettivo di chiudere la complessa operazione per il mese di maggio. “Entro fine aprile avremo il rating sulle tranche della cartolarizzazione degli Npl. Immediatamente dopo renderemo noti i rating che saranno attribuiti, poi partirà l’attività di marketing sugli investitori istituzionali – nella prima settimana di maggio – e partirà il processo per ottenere l’autorizzazione alla gacs sulla tranche senior, con rating investment grade. L’obiettivo è chiudere questo processo entro la fine maggio”, ha precisato Morelli, aggiungendo che “l’obiettivo è anticipare di un mese rispetto alla scadenza negoziata in sede di piano. Entro fine maggio primissimi di giugno, quindi un mese prima. A quel punto si vedrà il deconsolidamento dei crediti ceduti da Mps”.

Intanto in Borsa il titolo Mps è ben intonato. Alle 12,10 viene trattato in rialzo dell’1,7% a 2,71 euro.

Intesa fa shopping in Svizzera, finalizzato acquisto di Morval

S.N. finanzareport.it 12 aprile 2018

L’operazione, in linea con il nuovo piano d’impresa, vedrà nascere l’hub europeo del private banking basato in Svizzera

Fideuram Intesa Sanpaolo Private Banking e gli azionisti di Morval Vonwiller Holding SA hanno annunciato oggi il closing dell’acquisizione del gruppo svizzero, compresa anche Banque Morval.

Il deal era stato annunciato l’estate scorsa, per una valutazione indicata da alcune indiscrezioni tra 150 e 200 milioni. I due gruppi hanno ottenuto tutte le previste autorizzazioni delle competenti autorità di vigilanza.

Con questo accordo, spiega una nota della Cà de Sass, Intesa Sanpaolo rafforza la propria presenza sui mercati internazionali del private banking, attraverso la propria Divisione già operativa a Lugano, Londra e in Lussemburgo, beneficiando delle competenze del gruppo Morval Vonwiller. “Quest’ultimo, grazie alla solidità e alla capacità finanziaria di Intesa Sanpaolo e al suo status di primaria istituzione finanziaria europea, potrà ulteriormente sviluppare il proprio tradizionale ruolo di boutique, attenta alla relazione con una clientela internazionale”.

Quattro componenti della famiglia Zanon di Valgiurata (fondatrice di Morval Vonwiller Holding) rimangono come azionisti di minoranza, mantenendo posizioni manageriali di rilievo e ruoli attivi nella gestione operativa del gruppo.

L’operazione è un primo passo per la realizzazione del disegno strategico delineato nel Piano d’Impresa 2018-2021 di Intesa Sanpaolo: diventare una delle prime cinque private bank in Europa e la seconda nell’Eurozona per masse gestite, con l’obiettivo di un flusso di raccolta netta gestita pari a 55 miliardi di euro al 2021.

In particolare, con l’operazione di acquisizione del gruppo svizzero, che sarà inserito all’interno della Divisione Private Banking di Intesa Sanpaolo, si avvia la costituzione dell’Hub europeo del private banking che sarà basato in Svizzera e a cui farà riferimento anche la filiale di Londra, in linea col percorso di crescita internazionale già avviato da Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking.

Intesa Sanpaolo e Fideuram – Intesa Sanpaolo Private Banking sono state assistite nell’operazione da PwC e dallo studio Linklaters. Morval Vonwiller Holding e i suoi azionisti sono stati assistiti da Deloitte e dallo studio Walder Wyss.

A Piazza Affari il titolo Intesa Sanpaolo segna alle ore 10,25 un +0,35% a 3,02 euro in linea con il Ftse Mib (+0,31%).

B.Mps: grandi manovre sui resti della Fondazione (Stampa)

Fonte: MF Dow Jones (Italiano)

Riportare la Fondazione in mani senesi dopo la

normalizzazione di Marcello Clarich. Sembra essere questo l’imperativo

della politica senese chiamata a breve a rinnovare i vertici dell’Ente, i

cui bilanci sono ormai un lontano ricordo della ricchezza passata.

La Stampa scrive che con il Monte dei Paschi, che ha convocato per oggi

gli azionisti per l’approvazione del bilancio, impegnato in una difficile

ristrutturazione, la politica senese continua comunque a ruotare tutta

intorno ai due palazzi del potere finanziario cittadino. Entro la fine di

aprile, con l’approvazione del bilancio, scadranno gli organi sociali

della Fondazione. E su questo rinnovo, a ridosso delle elezioni

amministrative previste per giugno, si sta giocando una partita tutta

interna al Pd.

A spingere per un rinnovo prima delle elezioni – malgrado le resistenze

di molte forte politiche e di buona parte della società civile – è il

sindaco Bruno Valentini, che avrebbe affidato la gestione della partita a

Vincenzo Del Regno, Segretario comunale a Firenze, che è anche nella

deputazione della Fondazione (nominato dal comune) nonché componente della

Corte dei Conti regionale. Proprio i suoi molti incarichi hanno creato più

di un malumore, anche dentro alla maggioranza che sostiene Valentini.

Il nome sul quale punterebbe Valentini – e sul quale avrebbe compattato

almeno una parte di un Pd lacerato – è quello di Carlo Rossi, ex manager

Chiantibanca e già vicesindaco della città dal 2001 al 2006. Per il posto

di direttore generale si fa invece il nome di Giorgio Pernici, attuale

d.g. di Mps Capital Services, che potrebbe arrivare però in un secondo

tempo.

pev

(END) Dow Jones Newswires

April 12, 2018 03:37 ET (07:37 GMT)

Tassi esosi, pignorata la sede della banca

Enrico Ferro mattinodipadova.geolocal.it 11 aprile 2018

Ipoteca del giudice sulla sede dell’ex Bcc Sant’Elena, battaglia vinta per una tappezzeria: sarà risarcita con 105 mila euro

SANT’ELENA. I debiti accumulati per realizzare il capannone di una tappezzeria sono niente rispetto ai costi e agli interessi passivi che la banca ha imposto ai due piccoli artigiani. È il principio sancito come epilogo di questo progetto imprenditoriale finito male, che a vent’anni di distanza trova però una rivalsa grazie alla pronuncia del tribunale civile di Padova. E così la banca che aveva erogato un mutuo mai onorato, oggi si vede pignorare la sede legale.

È Davide che batte Golia. L’uomo che morde il cane. O più semplicemente un diritto che viene affermato. Ma quella che riguarda Franco Goldin e Romeo Simonato, soci in affari per mettere in piedi una tappezzeria nella zona artigianale di Monselice, è anche una storia di generosità e rapporti umani. Perché il credito di 105 mila euro che ora vantano dalla Banca Patavina (ex Bcc di Sant’Elena), è stato completamente ceduto ai cinque ex dipendenti e al commercialista. Con il risultato che è stata messa un’ipoteca sul quartier generale dell’istituto, in via Roma 10 a Sant’Elena. Dopo una miriade di casi in cui sono le banche a pignorare case, auto e aziende, stavolta è una piccola impresa ormai inattiva a far scattare i sigilli per l’immobile che ospita la banca.

«Parte tutto da un saldo negativo di 20 mila euro a cui viene applicata la commissione di massimo scoperto», spiega l’avvocato veronese Alberto Zanuso. «Abbiamo ricostruito oltre vent’anni di costi addebitati in conto corrente, giungendo alla conclusione che la banca aveva chiesto oltre 100 mila euro in più del dovuto». Tecnicamente si chiama “anatocismo bancario” e altro non è che l’applicazione di interessi su interessi. È un illecito civile spesso riscontrato nei vecchi conti correnti. Quello in questione era stato acceso nel 1993.

Franco Goldin e Romeo Simonato nel 2008 decidono di chiedere alla banca di fiducia un mutuo di 460 mila euro per realizzare il capannone che doveva ospitare la loro tappezzeria, in via Veneto 3 a Monselice. Arriva la crisi economica e, dopo varie traversie, smettono di pagare le rate. Ora la Banca Patavina, creatura nata dalla fusione del Credito Cooperativo di Sant’Elena e Piove di Sacco, reclama il pagamento di quei 460 mila euro e chiede formalmente la compensazione. Della serie, ti dovrei dare 105 mila euro ma tu me ne devi 400 mila: quindi pari, patta e tanti saluti. Invece no. Il giudice Maria Antonia Maiolino rigetta la richiesta dell’istituto di credito che avrebbe avuto l’occasione di chiedere la restituzione della somma erogata per il mutuo ma non l’ha fatto al momento giusto. Dunque non può farlo ora, solo come reazione agli interessi astronomici che i correntisti chiedono di riavere. Così il 25 ottobre dello scorso anno viene messo nero su bianco il verbale di pignoramento della sede di via Roma dell’ex Bcc Sant’Elena, nella Bassa padovana. «Il giudice potrebbe ordinare da un momento all’altro la liberazione dell’immobile. Ho chiesto io che venisse aggredita la sede centrale. La scelta del bene da pignorare spetta a chi vanta il credito», ricorda l’avvocato Zanuso sventolando l’atto che certifica la nomina di un perito per la valutazione dell’edificio, cosa che avverrà il 19 ottobre prossimo. Nel frattempo Moreno, Alessandra, Dorella, Vilma e Nicola, gli ex dipendenti rimasti senza lavoro, hanno ricevuto la lieta notizia. Non appena la banca si deciderà a pagare, quei soldi saranno loro. Ora hanno più di cinquant’anni e non è stato facile rimettersi in gioco nel mondo del lavoro. C’è chi riceverà 20 mila euro, chi 30 mila. Un risarcimento morale, oltre che economico

Accordo Poste – Intesa San Paolo: cosa significa per i clienti e il mercato

Daniele Cimarelli
Esperto di Salute
Autore della news
Autore del video
blastingnews.com 11 aprile 2018

Il processo di integrazione fra grandi realtà del nostro mercato finanziario prosegue anche in questa prima parte di primavera caratterizzata da grande incertezza politica per la mancata formazione, a tutt’oggi, di un nuovo governo. Nel frattempo, comunque, #poste italiane, con un portafoglio di oltre 34 milioni di clienti e Intesa San Paolo [VIDEO], una delle principali banche italiane di valore sistemico, hanno formalizzato un accordo di collaborazione commerciale della durata di tre anni che potrebbe far nascere delle importanti sinergie tra le due aziende e che, nello stesso tempo, potrebbe rappresentare una buona notizia per milioni di consumatori e piccoli risparmiatori italiani.

Vediamo di capire il perché.

I contenuti dell’accordo

L’accordo appena siglato può essere definito, a rigor di termini, una sorta di “preliminare”. Infatti, esso prevede che la partnership tra le due aziende si sviluppi per accordi successivi e, soprattutto, non esclusivi per la distribuzione di prodotti specifici del #risparmio gestito come anche mutui e prestiti personali, per quanto riguarda Intesa San Paolo, attraverso la capillare rete di sportelli di Poste italiane [VIDEO]. Mentre, a favore di Poste Italiane, Intesa San Paolo consentirà, all’interno delle proprie filiali, di effettuare i pagamenti di bollettini, ma anche le ricariche per le carte prepagate.

Ovviamente, per entrambe le società, grazie a questo accordo, si ottiene un’ampliamento della gamma dei prodotti finanziari offerti alle rispettive clientele.

Non per niente, Poste Italiane ha implementato tale accordo all’interno del piano strategico Deliver 2022, che ha l’obiettivo dioffrire prodotti finanziari adatti a qualunque esigenza della propria clientela e che, a regime, dovrebbe portare nelle casse di Poste circa 6 miliardi di euro al 2022. Da parte sua, Intesa San Paolo prosegue nella direzione di diventare una banca multi canale.

I lati meno positivi dell’accordo

Se questo accordo permette ai clienti delle due aziende di avere una maggiore gamma di prodotti finanziari tra cui scegliere e, nello stesso tempo, va ad accrescere il fatturato di Intesa San Paolo e Poste Italiane, soprattutto dal lato delle commissioni incassate, vi sono degli aspetti meno buoni. Tanto che l’annuncio dell’accordo non ha avuto effetti positivi sulle quotazioni di Borsa delle due Società.

Per quanto riguarda Poste Italiane molti analisti pensano che l’accordo con Intesa San Paolo non si sarebbe dovuto estendere al risparmio gestito. Questo perché Poste ha già un precedente accordo con Anima Sgr di cui detiene anche il 10% del Capitale.

Per di più, Poste ha anche aderito al recente aumento di Capitale di AnimaInoltre, come rivelato dal quotidiano “Milano Finanza”, Poste avrebbe dato mandato a Kpmg di trovare dei partner commerciali per prodotti assicurativi. In precedenza, c’erano già stati degli abboccamenti tra Poste italiane e il gruppo Generali per l’Rc Auto e il gruppo Unipol per il settore vita. Anche se, per altri analisti, stiamo assistendo ad una normale prassi commerciale che non dovrebbe spostare, di fatto, gli equilibri. Il tempo dirà chi avrà avuto ragione.

Benvenuti nel supermercato finanziario più grande d’Italia

Ugo BertoneUgo Bertone, Contributor forbesitalia.com 11 aprile 2018

Carlo Messina, direttore generale di Intesa Sanpaolo.

 

Complice una giornata difficile per i listini, di fronte al rischio delle ricadute dell’ennesima crisi siriana sull’andamento del rublo e dei titoli russi, l’accordo tra Banca Intesa e Poste Italiane non ha suscitato particolari reazioni in Piazza Affari. Eppure l’operazione commerciale, che andrà completata da una serie di accordi attuativi (non in via esclusiva) tra i due gruppi, promette di avere conseguenze rilevanti negli equilibri di casa nostra, a partire dalla distribuzione retail. Da una parte i quasi 13mila uffici che coprono la totalità del territorio italiano e servono oltre 1,5 milioni di clienti giornalieri (più 1,3 milioni che invece preferiscono usare le applicazioni per i loro servizi). Dall’altra 4.700 sportelli bancari  dai quali si potranno effettuare, grazie all’accordo, ricariche Postepay e pagamenti di bollettini.

In sintesi, Banca Intesa allarga in maniera significativa la sua area di partecipazione, sia sul fronte dei mutui e dei prestiti personali, sia dei prodotti di wealth & asset management gestiti da Eurizon Capital. La banca guidata da Carlo Messina aumenta così la sua penetrazione in nuovi segmenti di mercato, aggredendo una nuova fascia di clientela. Il caso ha voluto che l’accordo sia stato annunciato poco dopo il ribaltone in Deutsche Bank. L’istituto tedesco, dopo le disavventure patite sul fronte dell’investment banking, ha non a caso promosso a numero uno Christian Sewing, responsabile del retail a partire da Postbank, ovvero il Banco Poste d’oltre Reno, la carta per dimenticare le disavventure patite in Usa e nella City.

Intesa, che ha capito da tempo che nel futuro i profitti non arriveranno certo dall’attività commerciale (insidiata tra l’altro dal Fintech) o dall’attività di merchant banking, può così allargare la sua area di business in settori a basso rischio ad un costo contenuto, aumentando il presidio sul mercato del risparmio. In attesa di chiudere il vociferato accordo con BlackRock. Ma, nell’attesa di una valutazione più precisa dei risvolti economici dell’operazione, gli operatori si mantengono cauti. Nella valutazione del titolo pesano oggi di più i rischi geopolitici che non la prospettiva di acquisire nuovi clienti retail.

 

L’effetto dell’accordo è più sensibile per Poste Italiane, che potrà offrire ai clienti un’offerta più ampia di servizi e di prodotti finanziari in linea con la strategia annunciata dal piano industriale che ha un obiettivo di circa 6 miliardi di vendita al 2022 (da 2,6 miliardi del 2017) e 400 milioni di commissioni. La reputazione e la qualità garantita da Intesa servirà tra l’altro a far dimenticare alcuni infortuni patiti dalla clientela cui Poste ha rimediato di tasca propria. Piace agli analisti anche l’allargamento dell’attività ai servizi di pagamento, altra mossa coerente on il piano industriale. Ora la società guidata da Cosimo Del Fante può puntare ad un analogo salto di qualità sul fronte assicurativo: Poste si prepara infatti a varare una Rc Auto firmata da Poste. Magari assieme ad Unipol, se si riuscirà a superare lo scoglio dell’Antitrust.

Tutto bene? Forse no, secondo gli analisti di Fidentis. Secondo il broker le Poste sono andate troppo in là. Ben venga la prospettiva di aumentare l’importo delle commissioni grazie al collocamento dei prodotti Intesa, ma non grazie alla concorrenza suicida nei confronti di Anima holding, la vera vittima del contratto tra le due ammiraglie. Poste, che di recente ha sottoscritto l’aumento di capitale di Anima (in cui ha il 10%) ha in parte danneggiato sé stessa.

Banconapoli, fusione il 26 novembre

http://www.ilmattino.it 11 aprile 2018 Sergio Governale


Il Banco di Napoli sarà integrato definitivamente in Intesa Sanpaolo il prossimo 26 novembre, anche se il logo continuerà a campeggiare sulle agenzie del Mezzogiorno continentale almeno fino al 2020. La fusione per incorporazione, che ha subito una proroga di sei mesi per questioni organizzative, è stata comunicata ufficialmente ai sindacati, convocati a Milano venerdì prossimo per ricevere i dettagli del piano che riguarda nel complesso dodici banche reti del gruppo, tra cui l’istituto di via Toledo. Il Banco rientra nel cosiddetto secondo scaglione, quello che vedrà compimento in autunno. Il primo riguarda alcune banche che scompariranno il 23 luglio. Il terzo scaglione terminerà invece il 25 febbraio 2019.

Le altre banche che saranno inglobate sono, oltre al Banco Napoli, Banca Nuova, Banca Imi, Mediocredito Centrale, Banca Prossima, Carisbo, Banca Apulia, Cassa di risparmio del Veneto, Carifirenze, Cassa di risparmio Friuli Venezia Giulia, Cassa dei risparmi di Forlì e della Romagna e Cassa di risparmio di Pistoia e della Lucchesia.

A Milano Intesa Sanpaolo ha convocato le segreterie di gruppo, quelle nazionali di categoria e i coordinamenti aziendali. Il segretario responsabile Fisac Cgil del Banco Napoli Tullio Giugliano e il Dipartimento Mezzogiorno della stessa sigla, coordinato da Ciro De Biase, spiegano che il marchio resterà «almeno fino al 2020, più probabilmente sino alla fine del piano industriale: il 2021. Il 26 novembre, data di efficacia giuridica dell’operazione, il codice Iban del Banco di Napoli scomparirà per i clienti. Peccato», dicono in coro, perché «il Banco è il miglior istituto del gruppo nei numeri, persino superiore alla capogruppo, e ha perso cento occupati all’anno negli ultimi dieci non rimpiazzati se non da pochissime decine di assunzioni. Non solo. Il rapporto impieghi su raccolta è al 90%, cioè qui si raccoglie più di quanto si investe, mentre altrove è l’inverso: il 108%».

Banche popolari, finalmente dopo la crisi si intravede la crescita

Giuseppe De Lucia Lumeno formiche.net 11 aprile 2018

Banche popolari, finalmente dopo la crisi si intravede la crescita

Un 2017 positivo fa prevedere un buon 2018. L’intervento di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

È tempo di assemblee per le Banche Popolari dell’Italia centrale: il corpo sociale, come ogni anno, è chiamato a valutare, discutere e approvare il bilancio dei risultati del 2017. Hanno iniziato, nello scorso fine settimana, la Banca Popolare del Lazio guidata dal presidente Edmondo Maria Capecelatro e dall’amministratore delegato Massimo Lucidi, la Banca Popolare di Fondi – presidente Giuseppe Rasile, direttore generale Gianluca Marzinotto – e la Banca Popolare del Frusinate – presidente Domenico Polselli, direttore generale Rinaldo Scaccia. Il prossimo fine settimana il quadro sarà completato dall’assemblea della Banca Popolare del Cassinate – guidata dal presidente Donato Formisano e dal direttore generale Nicola Toti a cui seguiranno quella della Banca Popolare di Cortona – presidente Giulio Burbi e direttore generale Roberto Calzini – e della Banca Popolare di Lajatico – presidente Nicola Luigi Giorgi e direttore generale Daniele Salvadori.

Nel complesso tutti gli istituti hanno raggiunto e consolidato livelli dei coefficienti patrimoniali ampiamente al di sopra di quanto richiesto dalla normativa vigente con valori del CET1 anche superiori al 17%, a dimostrazione di una effettiva e robusta solidità. Per quanto riguarda i volumi intermediati, gli impieghi alla clientela hanno raggiunto i 4 miliardi di euro e la raccolta complessiva ha superato i 6,5 miliardi di euro, con tassi medi di crescita rispettivamente del 4% e del 3%, e un incessante azione tesa a promuovere la ripresa stabile dell’economia locale. A ciò ha corrisposto, inoltre, un utile netto di oltre 25 milioni di euro che ha permesso di distribuire dividendi ai soci. Proprio il saldo legame con il corpo sociale ha permesso agli istituti del Credito Popolare nelle regioni del Centro Italia di posizionarsi ai primi posti a livello di area in termini di risultati raggiunti e di creazione di valore – come riporta l’Atlante delle banche leader 2017 – a ulteriore conferma della capacità di queste banche di essere competitive e propositive. Esponenti di punta di una categoria che nel centro del Paese rappresenta l’11% degli impieghi bancari totali nella regione e che dimostra, ancora una volta, come la prossimità e il legame con la clientela siano elementi di forza per una politica creditizia efficace. Risultati positivi che sono stati possibili grazie soprattutto alla storia di queste banche che è una storia di radicamento che può contare, ancora oggi, su 141 sportelli, e su una realtà fatta di circa 250 mila clienti e 25 mila soci.

Anche quest’anno, dunque, con una certa soddisfazione, i risultati sottoposti all’attenzione dei soci sono alquanto lusinghieri tanto più se letti nel quadro economico generale del Centro Italia che, malgrado evidenti e non sottovalutabili segnali di ripresa, non può considerarsi ancora definitivamente fuori da una crisi economica durata oltre dieci anni e che ha registrato una contrazione di oltre il 10% della produzione industriale con ricadute occupazionali e sociali che richiederanno anni per essere riassorbite. I risultati che registrano oggi le Popolari dell’area e che fanno intravedere un 2018 altrettanto positivo, rappresentano l’ennesima dimostrazione che il Credito Popolare, anche e malgrado la lunga crisi, non avendo mai fatto venir meno il suo sostegno all’economia reale, alle famiglie, alle piccole e medie imprese, continua a svolgere un ruolo essenziale nel sostegno e nel rilancio della ripresa del sistema produttivo. Sono risultati che confermano, per questo, la validità di un intero modello, di un preciso sistema di fare banca che è stato un valido e reale contributo per l’uscita dalla crisi. Sono risultati che ci dicono anche che, nonostante e forse proprio in relazione ai cambiamenti profondi che il mondo economico sta attraversando, questo sistema continuerà ad essere centrale nel sostenere un nuovo modello di sviluppo che darà vita ad un diverso sistema economico il quale, necessariamente, non potrà prescindere dalla biodiversità come suo punto di forza.