Curriculum vitae: cosa rischio se scrivo qualcosa di falso o esagero?

Reati per c.v. non veri: false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie e falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico.

La spiccata capacità degli italiani a modificare, esagerare o occultare la realtà non fa capolino solo con la compilazione dell’ISEE, ma comincia molto prima: quando, in cerca di lavoro, si deve redigere e presentare un curriculum vitae. La “falsificazione” o l’esagerazione dei C.V. è una pratica tutt’altro che rara: da una recente statistica essa riguarda il 58% delle candidature.

Le forse in cui si manifesta l’esagerazione sono tra le più varie:

– c’è chi sovradimensiona le proprie competenze (57%), per esempio asserendo capacità avanzate in lingua straniera o nell’uso del computer, tutt’altro che esistenti;

– c’è chi esagera la qualità dell’esperienza conseguita in precedenti posti di lavoro (55%), per esempio affermando che una precedente occupazione (in realtà fallimentare e sterile) ha consentito l’acquisizione di un elevato bagaglio di cognizioni tecniche;

– c’è ancora chi, modificando le date di inizio e fine delle precedenti occupazioni (26%), vuol occultare i periodi di disoccupazione e inattività;

– ma c’è anche chi nasconde e deprezza le proprie competenze, quando deve presentare una candidatura per un lavoro che rappresenta un passo indietro rispetto alle proprie competenze: non sempre, infatti, sbandierare qualifiche elevate garantisce l’assunzione.

Questi comportamenti si sono moltiplicati a vista d’occhio con l’ingresso dei social network come Linkedin.

Ma quali sono le conseguenze per chi mente sul proprio c.v.? In verità, la casistica potrebbe essere varia e, in questo, la bravura dell’avvocato a inquadrare la fattispecie è certamente determinante.

Certamente i rischi diventano seri quando il c.v. viene presentato davanti a una pubblica amministrazione. Così come, quando il curriculum va presentato come autocertificazione – per esempio in un concorso pubblico – la falsificazione potrebbe condurre al reato di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico [1]. Si rischia, in ipotesi di questo tipo, la reclusione fino a due anni.

Tanto è stato detto dalla Cassazione in una sentenza del 2008 [2]. Integra il reato di falso ideologico commesso dal privato su documento informatico pubblico la condotta di chi inserisce dati relativi al superamento di esami mai sostenuti su un supporto informatico, concernente il proprio curriculum universitario, che abbia funzione vicaria dell’archivio dell’Università e, pertanto, destinazione potenzialmente probatoria.

C’è anche il reato di false dichiarazioni sulla identità o su qualità personali proprie [3]: dove, per far scattare il delitto, per “qualità personali” si intende ogni attributo che serva a distinguere un individuo nella personalità economica o professionale. In un caso deciso dalla Suprema Corte è stato ritenuto colpevole un tale per aver falsamente dichiarato nel proprio curriculum vitae, inviato ad un Comune, di aver ricoperto una carica lavorativa [4].

Nel caso, poi, in cui a falsificare il proprio curriculum sia un professionista, per esempio pubblicando sul proprio sito internet un pdf che indichi esperienze o delle collaborazioni in realtà mai avvenute o sottodimensionate si può configurare l’illecito deontologico e la sanzione disciplinare da parte del relativo consiglio dell’ordine.

Nell’ambito poi del diritto civile, una norma del codice impone di tenere, nei rapporti pre-contrattuali (ossia quelli che portano alla firma del contratto, prima ancora che l’accordo sia siglato) un comportamento improntato a buona fede e correttezza. In pratica, le parti non devono nascondere circostanze di cui sono a conoscenza o manifestarne altre non veritiere che potrebbero incidere sul consenso della controparte a stipulare la scrittura privata. Pertanto, chi riesca ad ottenere, per esempio, un incarico di collaborazione o a progetto proprio grazie a qualità millantate (ma inesistenti) sul proprio c.v., potrebbe vedersi intentata contro una casa per risoluzione del contratto ed eventuale risarcimento del danno, oltre, ovviamente, alla restituzione dei compensi già corrisposti.

Le bugie, comunque, hanno le gambe corte. Anche il contratto a tempo indeterminato consente una marcia indietro nei confronti del lavoratore incompetente. All’esito, infatti, del periodo di prova, il datore può licenziare il dipendente senza bisogno di fornire motivazioni qualora sia insoddisfatto della prova stessa.

Ci piace terminare questo articolo con una citazione tratta da “Il nome della rosa” di Umberto Eco: “Per non apparire sciocco dopo, rinuncio ad apparire astuto ora”.

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