Indagine su chirurgo che asseriva di operare in Ticino

TVSVIZZERA.IT 13 APRILE 2018

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https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/13-04-2018-chirurgo-fantasma?id=10357295&startTime=0.000333&station=rete-uno

I casi di due medici milanesi sono al centro delle attenzioni delle autorità ticinesi in queste ore.

Il primo riguarda il chirurgo estetico Mattia Colli, è indagato dalla Procura ambrosiana per omicidio colposo in relazione alla morte due giorni fa per un’infezione di una 36enne che nove mesi fa si era sottoposta a un intervento di liposuzione nel centro dove opera il professionista.

Nel suo sito il medico asseriva di avere anche uno studio a Lugano, di cui però in riva al Ceresio non si sa nulla. Per questo motivo Bellinzona ora vuole vederci chiaro. In particolare sono in corso approfondimenti per verificare se Mattia Colli abbia svolto attività nella Confederazione senza le debite autorizzazioni. Ma nei suoi confronti vi sono anche accertamenti riguardo al percorso formativo e professionale.

Pediatra attiva in Ticino radiata dall’ordine milanese

Sempre in queste ultime 24 ore si è avuto notizia della radiazione della dottoressa Gabriella Maria Lesmo dall’Ordine dei medici di Milano. Non si conoscono i motivi per i quali la pediatra no-vax, che proprio sabato scorso aveva avuto un’audizione nella sede dell’ordine professionale, è stata estromessa dall’ordine ma è verosimile che siano collegati alle sue campagne contro la profilassi immunitaria obbligatoria.

Anche in questo caso la vicenda avvenuta ai piedi della Madonnina è destinata a riverberarsi al di qua del confine dal momento che la dottoressa Gabriella Maria Lesmo è attiva da anni nel Canton Ticino.

In particolare la pediatra lavora al Lugano Care di Pambio Noranco che nel suo sito ufficiale precisa di effettuare vaccinazioni su “bambini ed adulti secondo le raccomandazioni dell’Ufficio federale di Sanità”.

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https://www.rsi.ch/play/tv/il-quotidiano/video/13-04-2018-contro-i-vaccini-radiata-in-italia?id=10357301&startTime=0.000333&station=rete-uno

Padoan lascia in eredità 170 miliardi di maggior debito pubblico

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. Pierpaolo Scavuzzo / AGF

I signori del Debito pubblico: nei tre anni della gestione Padoan, il rosso cumulato dallo Stato è cresciuto di 119 miliardi di euro. Ma il peggio deve ancora arrivare. Secondo l’Osservatorio di Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review, nei prossimi tre anni il debito pubblico crescerà “di ben 55 miliardi in più di quanto sarebbe spiegato dall’andamento del deficit”. Come a dire che l’eccesso di spesa non giustifica il peggioramento dei conti pubblici.

 

 

L’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Foto Agf

Il ministero dell’Economia ha provato a fare chiarezza spiegando che i 55 miliardi “includono le partite finanziarie, le stime riguardanti la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, la spesa per interessi sugli swap, la spesa per interessi sui Buoni Postali fruttiferi, gli introiti delle aste delle frequenze UMTS (conteggiate nel triennio solo nei dati di competenza)”.

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Una risposta che lascia diversi interrogativi sul reale stato di salute delle finanze pubbliche e che – di certo – complica la vita del prossimo governo. Anche perché in eredità al prossimo governo sono già stati lasciati 26,5 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare entro il 2019 per evitare l’aumento dell’Iva.

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Eppure, buona parte della campagna elettorale del Pd era stata costruita proprio sulla solidità della finanza pubblica. Un racconto sostenuto anche dall’Istat che rinviando a Eurostat la decisione su come intepretare, ai fini contabili, il salvataggio delle banche venete ha fatto guadagnare all’esecutivo qualche settimana. Per l’istituto di statistica della Ue, però, non ci sono dubbi: gli aiuti versati vanno considerati ai fini del deficit e del debito pubblico. E così rispetto ai risultati dell’indebitamento netto e del debito pubblico del 2017, pubblicati dall’Istat il primo marzo, Eurostat ha rivisto al rialzo il primo per 4,7 miliardi e il secondo per 6,4 miliardi. Non proprio noccioline per un Paese che ha faticato a recuperare i 3,4 miliardi di euro della manovrina dello scorso anno.

Manifestazione del Coordinamento associazioni banche popolari venete in difesa dei risparmiatori danneggiati dal dissesto delle due banche popolari della regione, Veneto Banca e Popolare di Vicenza – AGF

Se il debito in valore assoluto è cresciuto, il rapporto tra debito e Pil è lievemente calato: da 132 a 131,8%. In questo caso, però, si tratta di un esercizio contabile che si basa sulle disponibilità liquide del Tesoro. Come spiega l’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, “il forte calo della liquidità iniziato a novembre 2017 e proseguito a dicembre, che ha fatto registrare una diminuzione del debito pubblico a fine 2017, appare come una riduzione temporanea orientata a un window dressing di fine anno per migliorare la posizione dello Stato prima del giudizio della Commissione europea di inizio marzo e della redazione del Documento di Economia e Finanza”.

Tradotto: nell’incapacità di ridurre lo stock di debito pubblico attraverso un aumento dell’avanzo primario e in seguito al fallimento del piano di privatizzazioni, il Tesoro ha usato la propria liquidità. Se la liquidità del Tesoro a dicembre fosse rimasta al livello del 2016, il rapporto tra debito pubblico e Pil a fine 2017 sarebbe risultato pari al 132,2 per cento, in leggero aumento rispetto all’anno precedente. Inoltre – osserva l’Osservatorio conti pubblici – “sebbene in crescita, il valore della liquidità a gennaio è ancora del 36 per cento inferiore rispetto al gennaio precedente e del 15 per cento più basso della media degli ultimi 6 anni”.

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D’altra parte le leve azionate dall’esecutivo uscente in termini di debito pubblico sono state fallimentari. Il piano privatizzazioni che Padoan vedeva in forte ripresa a inizio 2017 è stato un flop: nonostante Piazza Affari sia cresciuta dell’11,6%, la quotazione delle Frecce di Trenitalia è rimasta nel cassetto. Situazione identica per l’ultima tranche di Poste Italiane: da febbraio dello scorso anno il titolo della società è tornato sopra il prezzo di collocamento, ma la quota è rimasta invenduta.

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Anche la revisione della spesa pubblica si è confermata un buco nell’acqua: dai tagli alla spesa improduttiva sarebbero dovute arrivare risorse fresche per sostenere la crescita o abbattere il debito, invece, il conto continua a salire. I consumi intermedi – quelli sui quali si potrebbero operare le maggiori economie di scala – hanno raggiunto il loro record storico, mentre l’unica voce in sensibile diminuzione è quella della spesa per interessi: grazie alle politiche espansive della Bce(tassi a zero e quantitative easing), il Tesoro ha risparmiato decine di miliardi, ma non è riuscito a ridurre il debito. Anzi, come rivela la Corte dei Conti, ha preferito aumentare la remunerazione del conto corrente della Cdp presso il Tesoro: aumentando, ancora, il debito pubblico.

GIUSEPPE CASTAGNA SPIEGA PUBBLICAMENTE LA TUA CACCIATA DA DIRETTORE GENERALE DA INTESA SAN PAOLO. IO LO SO VEDIAMO SE HAI IL CORAGGIO DI DICHIARARLO. TI ALLEGO UN BREVE SERVIZIO.

Il giallo sulla cacciata del d.g. Giuseppe Castagna da Intesa Sanpaolo

Alla base della scelta diverse ipotesi: una presunta lotta di potere tra Cucchiani e Miccichè ma anche l’arrivo di una terza rete di promozione del gruppo.

di Redazione24 giugno 2013 | 09:38

GIUSEPPE CASTAGNA È FUORI – Due righe appena per comunicare al mercato che si è risolto il rapporto di lavoro tra Giuseppe Castagna, 54 anni, già responsabile della Banca dei Territori e direttore generale dal dicembre del 2012, e Intesa Sanpaolo. I motivi, per ora, si possono solo cautamente ipotizzare. Secondo indiscrezioni che circolano da un po’, Intesa Sanpaolo starebbe pensando di trasformare la rete di sportelli della Banca dei Territoriin una rete di promozione finanziaria. Al momento, sul punto, nessuna conferma definitiva. Ma si è parlato anche di un presunto braccio di ferro tra il ceo Enrico Cucchiani e Gaetano Miccichè, del quale lo stesso Castagnasarebbe caduto vittima. Dal canto suo, qualche giorno fa Giuseppe Castagna, peraltro già numero uno del Banco di Napoli, si è sfogato con il giornale online Il Denaro.

IL RAMMARICO DEL MANAGER 
– “Da oggi”, pare abbia detto, “dopo 33 anni nel gruppo, sono fuori salvo ripensamenti collegati a questioni di natura legale. Non c’è stato il cosiddetto comune accordo. Si tratta di una decisione unilaterale comunicatami con una nota di servizio. Non è un modo molto carino, ma non sono rammaricato, perché mi sono già rammaricato quando non hanno scelto me nel consiglio di gestione e hanno affidato la Banca dei Territori a un altro (Carlo Messina, n.d.r.). Le opportunità non mancano, ma attualmente sono senza lavoro e fuori dal mondo bancario. Non ho un altro incarico presso altri gruppi, ho avuto diverse segnalazioni che adesso inizierò a valutare, ma non ho ancora deciso nulla”.

 

Investimenti diamanti, la truffa delle banche e ulteriori

https://www.businessonline.it/ 13 aprile 2018

Non resta che attendere per scoprire dove porterà la class action, come ennesimo capitolo di una vicenda che ha visto banche e broker multati dall’Antitrust.

Investimenti diamanti, la truffa delle b
Diamanti: class action contro le banche

La vicenda della truffa dei diamanti con il coinvolgimento delle banche arriva adesso a un giro di boa. Federconsumatori ha infatti deciso di farsi capofila di una class action con l’obiettivo di ottenere dalle banche il rimborso di quanto investito. Il numero dei coinvolti è ancora incerto, ma alla luce delle tante segnalazioni che arrivano da molte città italiane, come Modena, Forlì, Lodi e Bergamo, sono in tanti ad aver riposto fiducia nella propria banca. Anzi, stando ai 650 clienti nella sola provincia di Modena, senza includere le persone in lista d’attesa, le cifre potrebbero diventare ben maggiori rispetto a quelle inizialmente immaginate.

Fa riflettere scoprire come sette investitori su dieci siano anziani i risparmi complessivamente investiti in pietre preziose ammontano a circa 21,2 milioni di euro. I fatti sono noti e risalgono fino al 2014, al termine di un periodo di 5-6 anni in cui alcuni istituti di credito a rischio di fallimento avevano convinto molti risparmiatori a scommettere nei diamanti come bene rifugio. E in questa operazione un ruolo chiave sarebbe stato svolto dagli specialisti esterni che, insieme ai consulenti della propria banca, avrebbero assicurato un investimento sicuro. Peccato però che le cose non siano andare proprio così con i risparmiatori che hanno perso in media tra il 60% e il 70% della cifra.

Non resta allora che attendere per scoprire dove porterà la class action, come ennesimo capitolo di una vicenda che ha visto banche e broker multati dall’Antitrust. Più esattamente, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato aveva sanzionato per oltre 13 milioni di euro Banco Bpm, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi di Siena, Unicredit e i broker Diamond Private Investment e Intermarket Diamond Business. Ma dal punto di vista dei risparmiatori si è trattato di un provvedimento fine a se stesso perché fino a questo momento non hanno visto un solo euro rimborsato. In media hanno investito somme tra 5.000 e 10.000 euro con l’evidente difficoltà a rientrare nell’investimento.

Come hanno risposte le banche

Vale la pena fare presenza che, stando a quanto riferito da Federconsumatori, Intesa San Paolo e Unicredit avrebbero accettato di rimborsare i risparmiatori, seppur con condizioni da verificare, mentre Monte dei Paschi e Banco Bpm a Milano si stanno trincerando dietro al silenzio. Ma la battaglia è appena agli inizi perché il sodalizio ha annunciato di presentare in blocco richieste individuali affinché le banche sappiano che si tratti una richiesta organizzata di più risparmiatori. Il passo successivo è appunto una class action ovvero la soluzione giudiziarie per ottenere il rimborso di quanto investito.

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PER BANCO BPM E’ UN CLASSICO DI GIUSEPPE CASTAGNA NON RISPONDERE E FARE SCENA MUTA ALLA “NAPOLETANA” — COME LEGGERETE NEL MIO BLOG A TUTTE LE DOMANDE FATTE LE STESSE  NON HANNO MAI AVUTO RISCONTRO DA PARTE SUA NON SOLO MA NEMMENO ALL’ASSEMBLEA DEGLI AZIONISTI A NOVARA DELL’ANNO 2016 DOPO AVER DEPOSITATO LA RELATIVA DOCUMENTAZIONE AL NOTAIO PRESENTE IN SALA E ALLA PROCURA DELLA REPUBBLICA . PERTANTO DOVETE AGIRE NELLE SEDI COMPETENTI.

VI CONSIGLIO PER QUANTO RIGURDA BANCO BPM DI PROCEDERE CONTRO IL SIG GIUSEPPE CASTAGNA CHE NE RISPONDE PER NOME E CONTO DELL’ISTITUTO.

Banche: proroga indagini crac Carife, iscritti salgono a 34

https://voce.com.ve/ 13 aprile 2018

FERRARA, 13 APR – Sono 34 gli indagati per il crac Cassa di risparmio di Ferrara, inserito nel decreto Salvabanche del 2015 con Banca Marche, Etruria e Carichieti. I nomi sono elencati nell’ultimo atto di proroga indagini della procura di Ferrara per i reati di bancarotta fraudolenta per dissipazione e per distrazione, come riferisce la Nuova Ferrara. Sono accusati gli ex amministratori di Carife che si sono succeduti dal 2007 nella gestione della banca, fino al 2013 quando è stata commissariata da Banca Italia per irregolarità e perdite del patrimonio. E anche tutti coloro che hanno avuto rapporti economici con Carife in questo periodo. Negli atti notificati in questi giorni, ai 25 indagati di cui si era già a conoscenza si sono aggiunti altri 9 nuovi indagati, mentre nelle migliaia di pagine depositate dalla Guardia di finanza di Ferrara alla procura sono state denunciate altrettante 99 persone e per le quali sono in corso verifiche, da qui la necessità di prolungare le indagini fino al novembre prossimo. (ANSA).

FROSINONE – BANCHE, POLITICA E FINANZA: “INTRECCI A DANNO DEI CITTADINI” (VIDEO)

tg24.info.it 13 aprile 2018 Alessandro Redirossi

 

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Un intreccio pericoloso, fatto di “porte girevoli” e di relazioni pericolose dagli effetti nefasti specie per piccoli risparmiatori e azionisti. E’ emerso chiaramente ieri nell’incontro “Banche e politica: luci ed ombre” organizzato dal Movimento 5 Stelle di Frosinone. Ospite dell’incontro il giornalista d’inchiesta Franco Fracassi, autore (insieme al senatore Elio Lannutti) del libro “Morte dei Paschi” che ripercorre gli intrecci fra politica, mondo dell’alta finanza e istituti bancari attraverso la vicenda della crisi del Monte dei Paschi di Siena. Con un focus sulle morti sospette che ruotano intorno alla storia dell’Istituto (come quella di David Rossi).

Di fronte a una sala gremita, nei locali di Sora Giulia (Madonna della Neve) a Frosinone, il giornalista Fracassi ha relazionato sulla storia di una banca che ha giocato sul tavolo della finanza internazionale fino a giungere sull’orlo del fallimento.

Il sistema bancario ha una lunga scia di scandali finanziari consumatisi sulla pelle di tantissimi risparmiatori, scandali che hanno ripercussioni anche per il bilancio dello Stato e le tasche dei cittadini – dicono dal Movimento 5 Stelle – A ridosso delle ultime consultazioni elettorali, viene istituita una Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema bancario,  nella cui relazione di maggioranza si legge “La Commissione è giunta a ritenere che in tutti i 7 casi” di crisi bancarie oggetto di indagine “le attività di vigilanza sia sul sistema bancario (Banca d’Italia) che sui mercati finanziari (Consob) si siano rivelate inefficaci ai fini della tutela del risparmio”. Purtroppo, per mancanza di accordo tra i gruppi politici, nessun provvedimento è stato finora intrapreso. Nessuno gruppo politico ha retto al clima di campagna elettorale. Nessuno finora ha avuto il coraggio e la forza di intervenire in modo netto ed efficace“.

Prima e durante l’incontro esponenti del Movimento 5 Stelle (i consiglieri comunali Mastronardi e Bellincampi, le deputate Segneri e Fontana e attivisti locali come Luigi Albertini) hanno espresso le posizioni del Movimento rispetto alle riforme da attuare in materia di banche. Fra queste quella che il giornalista Fracassi  ha individuato come una questione centrale. Ossia la necessità di stabilire una netta separazione fra banche commerciali e banche d’affari, al fine – ha sostenuto – di smarcare l’economia reale dai giochi spregiudicati della finanza. Ed evitare che i risparmi dei cittadini, invece di sostenere investimenti nell’economia reale (acquisto di abitazioni, imprese, eccetera), finiscano per andare in fumo nelle speculazioni collegate a prodotti derivati ad alto rischio. Con ardite manovre di finanza lontanissime dai bisogni e dalle esigenze reali delle famiglie. “Riteniamo – dicono i 5 Stelle – che sia importante parlare di questo tema per capire nel dettaglio cosa ha provocato e continuerà a provocare il rapporto malato tra Banche e Politica e come tutto dovrà essere ripristinato in modo da salvaguardare l’economia reale, sostenere le famiglie e le imprese italiane“.

Alessandro Redirossi

DAGO-ESCLUSIVO – PER RISOLLEVARE I RICAVI DE LA7, CAIRO SOGNA UN GRANDE ACCORDO CON MEDIAPRO, IMPEGNATA AD ENTRARE IN ITALIA NEL MERCATO DEI DIRITTI TV, ATTRAVERSO LA RACCOLTA PUBBLICITARIA E LA VISIONE DEL CAMPIONATO DI CALCIO DI SERIE A – URBANO IMMAGINA L’UTILIZZO DEI DIRITTI CALCISTICI SULLE SUE DIVERSE PIATTAFORME, NON SOLO TELEVISIVE

dagospia.com 13 aprile 2018

DAGOREPORT

CairoCAIRO

 

Dopo la sconfitta del Barcellona a opera della Roma, sembra spirare un vento freddo e contrario anche per la campagna dei catalani di MediaPro in Italia in vista della vendita dei diritti televisivi del prossimo campionato di calcio della Serie A.

 

Nello stesso tempo il principale tifoso di MediaPro in Italia, Umberto Cairo, editore de La7 che guida le operazioni del Gruppo RCS, intravede tempi problematici per le sue attività editoriali.

MEDIAPROMEDIAPRO

Facciamo un passo indietro, concentrandoci sui rapporti fra i catalani e il piemontese.

 

In Spagna il gruppo RCS Media possiede quasi il 100% della società Unidad Editorial le cui attività si articolano principalmente in tre rami: i quotidiani (Mundo, Expansion e Marca), i periodici (come Actualidad Economia, Marca Motor, Telva, Uo Dona) e l’audio televisivo con Radio Marca, alcune emittenti radiofoniche minori e soprattutto Veo Television. Inoltre la società è proprietaria di alcuni giornali in Sudamerica. Presidente di Unidad Editorial e’ Antonio Fernandez-Galiano che e’ anche presidente di Veo Television SA e siede nel board di RCS MediaGroup.

 

cairo malago'CAIRO MALAGO’

I risultati finanziari al 31/12 2017 per Unidad Editorial vedono un ebitda a 32,1 mln euro con una crescita del +9,5% rispetto ai 29,3 mln del 2016. Tuttavia il reddito complessivo della società è calato del 6%, circa 18 mln in meno in un anno, a 300,5 mln di euro. Questo calo, secondo El Espanol, è da attribuirsi a una riduzione dei ricavi pubblicitari. E’ la stessa Unidad Editorial infatti ad avere comunicato che nel 2017 le entrate pubblicitarie su sono attestate a 143,8 mln di euro, cioè 18, 2 mln in meno rispetto all’esercizio precedente (- 11,2%).

 

Nello specifico Veo Television e’ una società controllata al 100% da Unidad Editorial e non trasmette canali di propria produzione bensì subaffitta le sue frequenze a D-Max (Discovery) e Gol (MediaPro).

Jaume Roures Taxto Benet mediaproJAUME ROURES TAXTO BENET MEDIAPRO

 

Gol e’ un canale sportivo di proprietà di MediaPro, lanciata a giugno 2016, che trasmette la Copa del Rey e una partita della Liga a settimana, oltre alle partite dei campionati cadetti di calcio, calcio femminile e altri sport quali le arti marziali.

 

urbano cairo berlusconi gianni lettaURBANO CAIRO BERLUSCONI GIANNI LETTA

Sempre secondo El Espanol, nel 2016 Veo Television avrebbe fatturato in totale 19,4 mln di euro e si stima in 10 mln di euro l’impatto dell’accordo con Mediapro. La testata riporta inoltre che la raccolta pubblicitaria per Gol viene gestita interamente da MediaPro (e non da Veo TV) tramite un contratto siglato con la Societa’ Pulsa Media Consulting.

Questo è il primo vero e proprio punto di contatto operativo fra RCS in Spagna e MediaPro.

 

MediaproMEDIAPRO

I rapporti fra RCS e Mediapro si sono oggi quindi trasferiti e intensificati anche in territorio italiano. I vertici delle due aziende si incontrano da mesi alla ricerca di accordi e soluzioni che ruotano attorno al sistema televisivo, pubblicitario, in modo particolare al calcio in vista della aggiudicazione dei prossimi diritti televisivi per il campionato di serie A italiano.

 

urbano cairo la7URBANO CAIRO LA7

Cairo ne ha bisogno: il suo sistema editoriale regge a furia di tagli e miglioramenti gestionali ma non cresce, anzi. Non solo il comparto dei periodici ma anche le due corazzate del gruppo, i quotidiani nazionali Corriere della Sera e Gazzetta, soffrono, perdono copie, meno di altri, ma perdono. La cura di cavallo interna a RCS imposta da Cairo ha provocato non pochi impatti interni,  e a breve non sarà più sufficiente questa cura per continuare ad annunciare i buoni risultati.

urbano cairo torinoURBANO CAIRO TORINO

 

Il Canale La 7, di proprietà diretta di Cairo, soffre ancora di più, in ascolti, in raccolta pubblicitaria e vive ancora grazie alla “ricca dote” ricevuta a suo tempo dalla Telecom di Bernabe’. Ma i ricavi e i margini non si intravedono proprio.

Cairo ha bisogno di trovare una soluzione al canale televisivo prima che sia troppo tardi e quindi pensa alla pubblicità, allo sport e al calcio come la sua salvezza.

 

Sogna un grande accordo con MediaPro. La sostiene fortemente nel suo tentativo di entrare con forza anche in Italia nel mercato dei diritti tv. L’interesse di RCS/La7 è dettato dallo stato di necessità di un sistema editoriale in grave discesa.

 

Cairo immagina accordi con i catalani di MediaPro anche in Italia per la raccolta pubblicitaria attraverso la visione del campionato di calcio di serie A, immagina l’utilizzo dei diritti televisivi calcistici sulle sue diverse piattaforme, non solo televisive, e un accordo con Mediapro per la raccolta pubblicitaria legata agli eventi sportivi.

urbano cairo torinoURBANO CAIRO TORINO

 

Cairo lavora dietro le quinte, insieme al suo amico Gaetano Miccicchè, neo presidente della Lega Calcio (che lo ha guidato nella operazione Intesa/Rcs) per convincere tutti della bontà di Mediapro e della sua operazione. Cairo insomma deve progettare un gruppo editoriale multipiattoforma intrecciato (come già lo è in Spagna) con MediaPro per cercare di correre ai ripari prima che i conti economico non siano più così spendibili.

melania rizzoli urbano cairoMELANIA RIZZOLI URBANO CAIROGaetano Micciche\'GAETANO MICCICHE\’urbano cairo andrea salerno, marco ghiglianiURBANO CAIRO ANDREA SALERNO, MARCO GHIGLIANIGAETANO MICCICHE E SIGNORA FRANCESCO CALTAGIRONE BELLAVISTAGAETANO MICCICHE E SIGNORA FRANCESCO CALTAGIRONE BELLAVISTA

 

 

Unicredit e quell’amore viscerale per Banca d’Italia

di WALTER GALBIATI repubblica.it 13 aprile 2018

Il 12 aprile è stato il grande giorno, quello dell’elezione con percentuali bulgare del nuovo consiglio di amministrazione di Unicredit, la seconda banca del Paese dietro a Banca Intesa. Ed è stato anche il giorno dell’ingresso in cda di due ex figure di spicco della Banca d’Italia, il controllore di tutte le banche italiane. Un terzo, Cesare Bisoni, vi era già ed è stato confermato e promosso oggi, perché diventa vicepresidente della banca: anche lui in curriculum ha un passato in Via Nazionale, dove per dieci anni ha ricoperto il ruolo di sindaco supplente.

Il nome, però, più importante è quello di Fabrizio Saccomanni che, dopo aver rinunciato alla poltrona di direttore generale di Banca d’Italia, sulla quale era rimasto seduto dal 2006 al 2013, aveva accettato di diventare ministro del Tesoro del governo Letta. La carica era durata solo 10 mesi. Ora, a quasi 76 anni suonati, torna come presidente di Unicredit. Al suo fianco, oltre al vicepresidente, vi è, come consigliere, un altro ex economista e dirigente di Banca d’Italia, Stefano Micossi. Non che Unicredit sia la Popolare di Vicenza. Ma Gianni Zonin è stato accusato di collusione con gli organi di vigilanza per aver assunto non direttori generali, ma ex funzionari della vigilanza o segretari di Via Nazionale. Forse Unicredit avrebbe dovuto cercare altri profili.

L’Italia che nessuno racconta: Casa all’asta con cadavere: sul divano

corrieredelveneto.corriere.it 13 aprile 2018

DRAMMA DELLA SOLITUDINE

Dicono che Walter amasse guardare il cielo. Si sdraiava sopra un’asse di legno, a fianco della sua casetta, una struttura al grezzo in una contrada della montagna vicentina costeggiata da un corso d’acqua, e guardava verso l’alto per ore. I paesani lo descrivono come un uomo solitario, strano, comunque abbastanza gentile. Di certo, era senza amici: a 42 anni Walter Dal Zotto è morto nella sua casa di Valli del Pasubio in un momento imprecisato fra giugno e luglio scorso. Nei mesi successivi la casetta è stata messa all’asta ma nessuno era andato a guardare che fine avesse fatto l’uomo: mercoledì mattina l’ufficiale giudiziario è entrato dalla porta con un aspirante acquirente. Walter era sul divano, le gambe accavallate, semi-mummificato.

I timori di una vicina

«Me lo sentivo che c’era qualcosa di strano. In paese dicevano che era sparito perché era andato in comunità, e invece no, era là dentro. Povero ragazzo». Patrizia Gasparoni, una residente di via Molin Maso che abita con la famiglia molto vicino all’abitazione dell’uomo trovato morto, l’anno scorso ha chiamato più volte i servizi sociali del Comune. Era preoccupata perché vedeva quello strano vicino, solitario e di poche parole, sempre più magro ed emaciato. E poi perché da giugno in poi nelle vie della contrada non lo si è più visto. «Walter era un tipo solitario, certo, ma si vedeva che stava male, non mangiava abbastanza. Ho chiamato gli assistenti sociali d’intesa con gli altri residenti della frazione per tre volte: a giugno, luglio e a settembre scorso. Alla fine mi hanno detto di non occuparmene più», spiega Gasparoni.

L’inchiesta

Sulla vicenda farà degli accertamenti la procura di Vicenza, anche se l’impressione è che sia soprattutto un dramma della solitudine: per le forze dell’ordine si è trattato di una morte per cause naturali o, ma è meno probabile, di un suicidio. Comunque una tragedia, tanto più vistosa perché il destino della casa – che a un certo punto è finita all’asta, quindi destinata a qualcosa e qualcuno – era ben più definito e concreto rispetto alla sorte dell’uomo che lì abitava, e che è morto dentro senza che per nove mesi qualcuno lo cercasse. Mercoledì mattina, dopo il macabro ritrovamento, gli ufficiali giudiziari hanno chiamato i carabinieri della stazione di Valli. Un po’ alla volta, è venuta a galla la vicenda dello sfortunato ex proprietario. Dal Zotto aveva comprato la casetta con la famiglia tempo fa e si era trasferito da Schio, ma a un certo punto aveva perso il lavoro e non era più riuscito a pagare le rate. Con il padre e il fratello – residenti tutt’ora a Schio – c’era un brutto rapporto, nessun contatto. Walter era senza denaro e le bollette non pagate hanno fatto sì che dalla casetta montana di via Molin Maso venisse staccata anche la corrente. Le rate del mutuo della casa sono rimaste in sospeso, cosa che un po’ alla volta ha portato alla vendita all’asta per 27mila euro, con gara fissata per il 24 aprile.

Luce solo dal camino

«Il fuoco nel caminetto, alimentato dalla legna del bosco qui vicino – riprende Patrizia col marito, Giuseppe Tisato – era l’unica luce della sua casa. Era molto solitario, c’erano giorni in cui sapevamo che c’era, solo perché si notava il fumo uscire dal camino. Avevamo provato a offrirgli qualcosa, un panino o una pasta, ma non voleva. Fino alla fine del 2016 andava spesso giù a Schio, sua madre gli comprava un po’ di spesa». Ma a Natale 2016 la mamma è morta e Walter non ha avuto più nessuno: in pochi mesi il 42enne è deperito ed è morto. «Ci dispiace tantissimo che una persona sia morta in quelle condizioni – osserva l’assessore al Sociale di Valli, Paolo Pianegonda – c’erano state delle segnalazioni ed era stato avvertito il servizio sociale del Comune di residenza, che aveva provato a contattare la famiglia». Walter Dal Zotto formalmente infatti risiedeva ancora a Schio. E questo ha rappresentato un limite legale per l’intervento: «È stata seguita la prassi del caso, correttamente. Ma farò un approfondimento interno con i servizi sociali. Mi dispiace si pensi che ci sia stato disinteresse», conclude l’amministratore.