Padoan lascia in eredità 170 miliardi di maggior debito pubblico

Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia. Pierpaolo Scavuzzo / AGF

I signori del Debito pubblico: nei tre anni della gestione Padoan, il rosso cumulato dallo Stato è cresciuto di 119 miliardi di euro. Ma il peggio deve ancora arrivare. Secondo l’Osservatorio di Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review, nei prossimi tre anni il debito pubblico crescerà “di ben 55 miliardi in più di quanto sarebbe spiegato dall’andamento del deficit”. Come a dire che l’eccesso di spesa non giustifica il peggioramento dei conti pubblici.

 

 

L’ex commissario alla spending review, Carlo Cottarelli. Foto Agf

Il ministero dell’Economia ha provato a fare chiarezza spiegando che i 55 miliardi “includono le partite finanziarie, le stime riguardanti la rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione, la spesa per interessi sugli swap, la spesa per interessi sui Buoni Postali fruttiferi, gli introiti delle aste delle frequenze UMTS (conteggiate nel triennio solo nei dati di competenza)”.

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Una risposta che lascia diversi interrogativi sul reale stato di salute delle finanze pubbliche e che – di certo – complica la vita del prossimo governo. Anche perché in eredità al prossimo governo sono già stati lasciati 26,5 miliardi di clausole di salvaguardia da disinnescare entro il 2019 per evitare l’aumento dell’Iva.

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Eppure, buona parte della campagna elettorale del Pd era stata costruita proprio sulla solidità della finanza pubblica. Un racconto sostenuto anche dall’Istat che rinviando a Eurostat la decisione su come intepretare, ai fini contabili, il salvataggio delle banche venete ha fatto guadagnare all’esecutivo qualche settimana. Per l’istituto di statistica della Ue, però, non ci sono dubbi: gli aiuti versati vanno considerati ai fini del deficit e del debito pubblico. E così rispetto ai risultati dell’indebitamento netto e del debito pubblico del 2017, pubblicati dall’Istat il primo marzo, Eurostat ha rivisto al rialzo il primo per 4,7 miliardi e il secondo per 6,4 miliardi. Non proprio noccioline per un Paese che ha faticato a recuperare i 3,4 miliardi di euro della manovrina dello scorso anno.

Manifestazione del Coordinamento associazioni banche popolari venete in difesa dei risparmiatori danneggiati dal dissesto delle due banche popolari della regione, Veneto Banca e Popolare di Vicenza – AGF

Se il debito in valore assoluto è cresciuto, il rapporto tra debito e Pil è lievemente calato: da 132 a 131,8%. In questo caso, però, si tratta di un esercizio contabile che si basa sulle disponibilità liquide del Tesoro. Come spiega l’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli, “il forte calo della liquidità iniziato a novembre 2017 e proseguito a dicembre, che ha fatto registrare una diminuzione del debito pubblico a fine 2017, appare come una riduzione temporanea orientata a un window dressing di fine anno per migliorare la posizione dello Stato prima del giudizio della Commissione europea di inizio marzo e della redazione del Documento di Economia e Finanza”.

Tradotto: nell’incapacità di ridurre lo stock di debito pubblico attraverso un aumento dell’avanzo primario e in seguito al fallimento del piano di privatizzazioni, il Tesoro ha usato la propria liquidità. Se la liquidità del Tesoro a dicembre fosse rimasta al livello del 2016, il rapporto tra debito pubblico e Pil a fine 2017 sarebbe risultato pari al 132,2 per cento, in leggero aumento rispetto all’anno precedente. Inoltre – osserva l’Osservatorio conti pubblici – “sebbene in crescita, il valore della liquidità a gennaio è ancora del 36 per cento inferiore rispetto al gennaio precedente e del 15 per cento più basso della media degli ultimi 6 anni”.

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D’altra parte le leve azionate dall’esecutivo uscente in termini di debito pubblico sono state fallimentari. Il piano privatizzazioni che Padoan vedeva in forte ripresa a inizio 2017 è stato un flop: nonostante Piazza Affari sia cresciuta dell’11,6%, la quotazione delle Frecce di Trenitalia è rimasta nel cassetto. Situazione identica per l’ultima tranche di Poste Italiane: da febbraio dello scorso anno il titolo della società è tornato sopra il prezzo di collocamento, ma la quota è rimasta invenduta.

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Anche la revisione della spesa pubblica si è confermata un buco nell’acqua: dai tagli alla spesa improduttiva sarebbero dovute arrivare risorse fresche per sostenere la crescita o abbattere il debito, invece, il conto continua a salire. I consumi intermedi – quelli sui quali si potrebbero operare le maggiori economie di scala – hanno raggiunto il loro record storico, mentre l’unica voce in sensibile diminuzione è quella della spesa per interessi: grazie alle politiche espansive della Bce(tassi a zero e quantitative easing), il Tesoro ha risparmiato decine di miliardi, ma non è riuscito a ridurre il debito. Anzi, come rivela la Corte dei Conti, ha preferito aumentare la remunerazione del conto corrente della Cdp presso il Tesoro: aumentando, ancora, il debito pubblico.