RAC BANCHE, VERSO L’APPROVAZIONE DEI DECRETI ATTUATIVI

Nessuna manifestazione di pro9testa, nessuna alzata di voce. Molta amarezza e la speranza di non essere abbandonati completamente. Risparmiatori truffati dalle due popolari venete. Erano tanti a Villa Rina, a Cittadella. Non sono voluti mancare all’incontro organizzato dall’associazione Ezzelino 3° da Onara, per fare il punto della situazione. E dal tributarista dell’associazione una notizia tanto attesa Ma intanto la gente racconta il suo disastro. Un disastro che li accomuna tutti. Qualcosa si muove, lentamente, tra tanta disillusione. Ma bisogna andare avanti a lottare. E allora si ricorda a tutti i risparmiatori truffati l’importanza di fare l’insinuazione al passivo, entro il prossimo 23 aprile.

Banche popolari, riforma c’è ma non si vede

Banche popolari, riforma c'è ma non si vede

di Vittoria Vimercati ADNKRONOS

A tre anni dalla sua entrata in vigore, la legge che ha riformato le banche popolari cancellando il voto capitario non ha ancora palesato i vantaggi di cui si diceva fosse portatrice. Le ex popolari rimaste – due sono sparite (Veneto banca e Bpvi), due si sono fuse assieme (Banco Popolare e Bpm ) – sono quelle che hanno registrato la peggior performance in Borsa dal 2015 e che scambiano tutt’ora a maggior sconto rispetto al valore di libro in confronto a istituti come Intesa Sp, Mediobanca o Credem. In tre anni, Ubi banca e Bper hanno dimezzato il loro valore; Creval è crollata dopo l’aumento iperdiluitivo da 700 mln e Banco Bpm, l’unica fusione alla pari, è partita da 2,5 euro il 1 gennaio 2017 e in poco più di un anno è cresciuta dell’8%. I loro multipli si aggirano sullo 0,3-0,4 contro lo 0,8-0,9 delle altre ‘non riformate’.

Il “contributo all’efficienza del sistema” auspicato da Bankitalia è stato violento soprattutto per averspazzato via il risparmio di molti piccoli soci, soprattutto quelli delle due banche venete che ancora oggi, tra processi e ricorsi all’arbitro finanziario, attendono di capire se potranno avere qualche rimborso. Le attese aggregazioni, a parte quella alla pari tra il Banco e Piazza Meda, sono state per lo più incorporazioni o salvataggi. Di “scalate” dei fondi nemmeno l’ombra, di ingressi eccellenti nel capitale si è visto poco e solo di recente. Tanto che il più clamoroso degli ultimi mesi è stato quello di Warren Buffett, ma ha riguardato proprio una società cooperativa, Cattolica Assicurazioni. Sembra che il rapporto tra costi e benefici della riforma, insomma, sia finora sproporzionatamente sbilanciato a favore dei primi.

Secondo due esperti intervistati dall’AdnKronos, però, le cose sarebbero destinate a cambiare, nel medio periodo. “E’ vero, le aspettative erano alte e si può dire che è successo ben poco”, puntualizzaGennaro Casale, senior partner di Boston Consulting Group, tra le prime società di consulenza ad analizzare le ipotesi di consolidamento, tre anni fa. “Le grandi trasformazioni del sistema bancario – dice – richiedono tempo. Basti pensare alle filiali, che in cinque anni si sono ridotte solo del 15% e secondo le nostre previsioni avrebbero dovuto dimezzarsi. Ma quello delle aggregazioni è un processo inesorabile”. Prima del 2019, secondo Giuliano Cicioni, partner di Kpmg, “non dovrebbero esserci nuove, grandi fusioni: le banche devono completare le loro cessioni di crediti deteriorati”.

A suo avviso, sono due gli aspetti che rendono difficili, oggi, operazioni di questo tipo. “Il mercato – sottolinea – sta premiando poco i titoli bancari in generale e ancor meno quelli con una cattiva qualità degli asset: prima di andare a nozze, le banche cercano di sistemare le loro criticità perché questo comporta un miglior premio di mercato”. Poi, “la Bce non è propensa a concedere autorizzazioni ad aggregazioni tra banche che non abbiamo prima avviato una ristrutturazione interna. Quella in atto, tra cessioni di npl e aumenti di capitale è, in sostanza, una fase di preparazione”.

Secondo Casale, le fusioni saranno necessarie e inevitabili. “Riteniamo – dice – che accrescere la dimensione e la scala sia l’unico modo di competere nel medio-lungo periodo sul panorama italiano, che è un panorama di bassi margini”. In più, l’evoluzione del comparto “richiede investimenti significativi, sia a livello di nuove tecnologie e automazione dei processi, sia a livello di regolamentazione, che è sempre più invasiva e pressante”. La visione dei due analisti sulla riforma è positiva, nonostante i risultati ancora poco evidenti. Anche quanto accaduto alle due banche venete non è legato alla riforma, ma a passati episodi di mala gestio. “Quella delle grandi cooperative – sostiene Casale – era una distorsione tutta italiana: riformarle non è stato un male, non ha ancora dispiegato i suoi benefici”.

La riforma serviva “perché aiutava a superare i problemi strutturali che preesistevano e che il mercato ha dovuto scontare”, ritiene invece Cicioni. Il problema è che la legge del Governo Renzi “è stata fatta in un periodo di crisi e per decreto, con un processo non condiviso e a tappe forzate, cosa che ha scatenato alcune difficoltà di attuazione”. L’obiettivo principale che si poneva era “modificare gli assetti di governance e i risultati ci sono: oggi, anche grazie agli aumenti di capitale, le popolari hanno assetti capitari più aperti, da public company, e le aggregazioni, quando sarà il momento, saranno proposte, gestite e trattate su basi completamente diverse”.

Padoan, le banche venete e l’Italia dei fessi Gli italiani, diceva Prezzolini, si dividono in due categorie. Ma non dobbiamo rassegnarci al predominio dei “furbi”

 VVOX.IT 14 APRILE 2018

 

Giuseppe Prezzolini sessanta anni fa diceva che l’Italia è un paese dove «l’intelligente è un fesso anche lui»; dove «il furbo non usa mai parole chiare, e comanda non per la sua capacità ma per l’abilità di fingersi capace»; dove «i fessi hanno dei principi, i furbi soltanto dei fini»; dove «in generale il fesso è stupido, perché se non fosse stupido avrebbe cacciato via i furbi da parecchio tempo»; dove «ci sono i fessi intelligenti e colti che vorrebbero mandare via i furbi, ma non possono: primo, perché sono fessi; secondo, perché gli altri fessi sono stupidi e non li capiscono»; dove «per andare avanti ci sono soltanto due sistemi: il primo è leccare i furbi; il secondo – che riesce meglio – consiste nel far loro paura; infatti, non c’è furbo che non abbia qualche marachella da nascondere, e non c’è furbo che non preferisca il quieto vivere alla lotta, e l’associazione con altri briganti alla guerra contro questi».

Queste considerazioni del promotore della “Società degli Apoti” (Per una società degli Apoti. 1./ Prezzolini, p.g. (A. 1, n. 28 (28-9-1922), p. 103-104, qui l’articolo originale) le ho ritrovate nell’articolo di Icebergfinanza “Facebook e la banca bassotti”, collegate al richiamo di due eventi. Ci avevano detto che il salvataggio delle banche non avrebbe influito sul deficit, infatti il secolo XIX il 26 giugno 2017 titolava: “Banche Venete, sì al salvataggio. Padoan: niente impatto sul deficit”. Dieci mesi dopo il Sole 24 Ore, il 3 aprile 2018, non esitava a titolare: “Doccia fredda da Eurostat: da banche venete impatto sul deficit di 4,7 miliardi”

Come ci fa osservare Icebergfinanza, tra i due articoli si inserisce un fatto accaduto il 4 marzo scorso quando, precisamente a Siena, hanno eletto il ministro economista Pier Carlo Padoan. Si avete letto bene CarCarlo Padoan è stato eletto a Siena, non in un posto qualsiasi proprio a Siena. E’ come se Zonin e Consoli venissero eletti in Parlamento nelle circoscrizioni venete: un sospetto che Prezzolini avesse ragione può ragionevolmente sorgere. Forse alle ultime elezioni gli italiani hanno dimostrato di essere meno fessi di quello che si crede, forse siamo fessi a macchia di leopardo, lascio a voi scegliere le macchie.

Con l’unico intento di giocare sulle parole di Prezzolini, partiamo dalle due categorie menzionate: dei fessi e dei furbi. Supponiamo di classificare come fessi gli elettori, e come furbi gli eletti.  Tra gli elettori abbiamo le categorie degli intelligenti fessi e dei fessi stupidi. Io che considero chi ha eletto certi partiti dei fessi stupidi mi colloco automaticamente tra gli intelligenti fessi. Però il fatto di essere fesso, anche se nel senso “i fessi hanno dei principi, i furbi soltanto dei fini”, non mi piace molto, ma non essendo un parlamentare non sono nella categoria dei furbi, quindi rischio di perdere l’aggettivo intelligente e rimanere solo un fesso. Effettivamente non sono messo bene.

La frase “il furbo non usa mai parole chiare, e comanda non per la sua capacità ma per l’abilità di fingersi capace” si attaglia a molti. Ma se avete pensato in particolare a lui, e l’avete votato allora siete fessi stupidi, se non l’avete votato siete fessi intelligenti. Se invece pensate a un altro e non l’avete votato allora siete degli intelligenti fessi. Comunque la giriamo siamo dei fessi. Forse è giunto il momento di recuperare un istituto costituzionale di democrazia diretta, il referendum abrogativo. Comporta impegno e sacrificio, ma forse ci colloca in quel limbo di non fessi e non furbi. Per chi non è furbo, meglio di niente.

INCREDIBILE. ECCO COSA PENSA SILVIO BERLUSCONI DI LEGA E FRATELLI D’ITALIA. DIETRO LE BALLE DEL POLITICO LA VERITA’ IN UN DISCORSO SEMI PUBBLICO

 SCENARI ECONOMICI.IT 14 APRILE 2018

 

Silvio Berlusconi, dice quello che pensa veramente di un governo di Lega e Fratelli d’Italia. Finalmente rivela la sua vera faccia, altro che balle sull’”unità del Centrodestra”. Il Centrodestra va bene solo se comanda lui, altrimenti un governo Centrodestra con Lega e Fratelli d’Italia condurrebbe, secondo lui:

  • alla fuga degli investitori (che infatti ora stanno picchiandosi per scappare);
  • una fuga dei fondi d’investimento (forse quelli Mediolanum);
  • un fallimento delle banche (che infatti ora stanno BENISSIMO… mica sono fallite).

Mancavano le cavallette e le rane e poi sembra i sentire Renzi. A questo punto appaiono chiari alcuni punti:

  1. del CENTRODESTRA e degli ALLEATI al Berlusca non interessa proprio NULLA;
  2. l’unico governo per lui tollerabile sarebbe l’ammucchiata con il PD;
  3. se gli altri leader del CDX pensano di fare qualcosa con lui sono solo degli ILLUSI.

Del resto le teste rotolate dei presentatori populisti (come se fosse colpa loro la vittoria di Lega e M5s) sono il segno che il lui è veramente il nemico numero uno del centrodestra. Se Meloni e Salvini vogliono sopravvivere politicamente non possono che lasciare Berlusconi ed andare per la loro strada. Mezza Forza Italia li seguirà, e se no, non ci sono strade alternative. 

 

Più chiaro di così…

ALAN FRIEDMAN: UN GIORNALISTA PER TUTTE LE STAGIONI, MA SOLO PER BUONE TASCHE

 SCENARI ECONOMICI.IT 14 APRILE 2018

Cari amici,

una delle figure più infestanti della TV è Alan Friedman, ex giornalista del Financial Times, che, purtroppo, abbiamo la sfortuna abbia scelto l’Italia come suo luogo di residenza.

La sua capacità di andare in TV a parlare di cose di cui sa veramente poco è incredibile, come la sua facilità di accusare di populismo chiunque gli si pari davanti e non la pensi esattamente come lui.

Bene , anche lui ha un passato, che è meglio ricordare.

Come mette in luce il quotidiano progressista inglese The Guardian Alan Friedman nel 2010, insieme a Paul Manafort, stratega della comunicazione di Trump, avevano predisposto una campagna di comunicazione in Ucraina a favore del filorusso Yanukovych contro la rivale democratica Yulia Tymoschenko, una campagna che condusse prima alla vittoria del primo e poi, l’anno dopo, all’arresto della Tymoschenko.

Cosa ci ricorda il Guardian:

“n 2011 Manafort approved a clandestine strategy to discredit Tymoshenko abroad. Alan Friedman, a former Wall Street Journal and Financial Times reporter, based in Italy, masterminded this project. Friedman has previously been accused of concealing his work as a paid lobbyist.

Also involved were Rick Gates, Manafort’s then deputy, and Konstantin Kilimnik, another senior Manafort associate who the FBI believes has links to Russian military intelligence.”

Nel 2011 Manafort apprò una strategia clandestina per discreditare la Tymoshenko all’estro. Alan Friedman, un ex  inviato del Wall Street Journal e del Financial Times, con base in Italia, fu la mente dietro questo progetto. Friedman  era stato precedentemente accusato di nasondere il suo lavoro come lobbista pagato (dalla BBC in relazione da un documentario).

Furono coinvolti anche Rick Gates, l’allora vice di Manafort,  e Konstantin Kilimnik, un altro dirigente di Manafort che la FBI ritiene avere dei contatti con i servizi segreti militari russi

Proseguiamo:

“Friedman’s proposed operation was ambitious. It included producing anonymous videos attacking Tymoshenko and comparing the opposition leader to a drunk Boris Yeltsin. “The social media space offers great opportunities for guilt by association,” Friedman wrote in the document”.

L’operazione proposta da Friedman wea ambiziosa. Includeva la produzione di video anonimi per attaccare la Tymoshenko e far apparire il leader dell’opposizione come una Boris Yeltsin Ubriaco. “I social media danno grosse opportunità di colpevolizzare per associazione” scrisse Friedman in un documento.

Un giornalista senza scrupoli, capace di distruggere tutto per giungere agli scopi che gli hanno indicato. Questa persona è presente in modo permanente nella TV Italiana a predicare. Ricordatevi di chi si tratta.

Il Ticino batte tutti sugli interventi al cuore

PATRIZIA GUENZI TVSVIZZERA.IT 14 APRILE 2018
Immagini articolo
Pochi anni fa, incaricato dal Cantone per gettare le basi e valutare la futura Pianificazione ospedaliera, l’esperto Willy Oggier scrisse chiaramente in un dettagliato rapporto che l’attività del Cardiocentro andava attentamente monitorata. In alcuni casi il numero di interventi del Cardiocentro di Lugano superava la media svizzera. Quelle considerazioni valevano, forse, ancora più una decina, quindicina di anni fa (quando i numeri in questione erano più marcati), ma hanno un valore ancora oggi. In tempi in cui non mancano le polemiche per l’integrazione del Cardiocentro nell’Ente ospedaliero. 
I dati dell’Ufficio federale della sanità pubblica ricostruiti dal Caffè sembrano dare appunto concretezza alle considerazioni di Oggier. Se ne parlò a suo tempo e ha senso citare alcuni dati ancora oggi. Per esempio gli interventi di bypass con e senza diagnosi di infarto. In Svizzera se ne fanno poco meno di 31 ogni centomila abitanti, in Ticino 47 (dati 2016). In numeri assoluti, e questo è un confronto fatto anche tempo fa, gli interventi con bypass in Ticino sono stati 165, nel canton Vallese (che ha più o meno gli stessi abitanti del Ticino, circa 340mila) gli interventi sono stati 91. 
In tempi in cui va per la maggiore la filosofia che in medicina non sempre “più equivale a meglio” (ovvero talvolta meno si interviene e meglio è), l’attenzione a questo genere di numeri relativi all’attività sanitaria è estremamente importante. E non solo, ovviamente, per contenere i costi. Un altro esempio da anni è preso in considerazione e fu preso in considerazione per le conclusioni dell’analisi dell’esperto Willy Oggier. Il Cardiocentro, sempre nel 2016, ha “impiantato” 378 pacemaker, nel canton Vallese (e il confronto è fatto appunto perché la popolazione è più o meno uguale) se ne sono invece impiantati 180. Ai 378 del Cardiocentro, per la precisione, occorre però aggiungerne una settantina impiantati dagli ospedali dell’Ente. Ma ciò non cambia comunque l’evidente diversità numerica tra l’attività, per i pacemaker, del Cardiocentro e quella registrata nel canton Vallese, oltre la metà. 
Il confronto può continuare, sempre utilizzando i dati dell’Ufficio federale della sanità, con altri interventi, in cui l’attività del Cardiocentro risulta nella media. Ad esempio per le operazioni alle valvole cardiache la media svizzera è di 64 ogni centomila abitanti, in Ticino 60. Oppure per le “applicazioni di valvola aortica endovascolare” in Svizzera la media è di 18 ogni centomila abitanti, in Ticino di 19. 
Il rapporto Oggier affermava: “Non sono visibili degli sforzi per ridurre i volumi di attività, più elevati nel confronto intercantonale”. E aggiungeva che “dal punto di vista economico sanitario, a priori almeno, non sembra essere completamente fuorviante l’assunto che, tenendo conto del territorio ticinese limitato e del finanziamento attrattivo del Drg in questo ambito (ndr le tariffe delle prestazioni di assistenza ospedaliera per acuti), potrebbero esserci prestazioni indotte dall’offerta”. Quando Oggier scriveva queste cose aveva evidentemente sotto gli occhi, per esempio ancora, il numero totale delle operazioni al cuore. Nel 2016 in Svizzera ne sono state effettuate circa 120 ogni centomila abitanti. In Ticino 126. Una differenza, ma non quanto quella, come citato prima, dei pacemaker o dei bypass. O dei “cateteri terapeutici dei vasi coronarici senza diagnosi principale di infarto miocardico”: a Lugano 159 ogni centomila abitanti, la media svizzera è di 113. Poco o nulla sembrerebbe dunque essere cambiato rispetto al rapporto Oggier, quanto meno stando ai dati dell’Ufficio federale della sanità. Dati del 2016. 
Queste considerazioni sono state fatte non solo nel recente passato. Sempre il Cardiocentro, che indubbiamente resta nell’offerta cantonale un istituto di eccellenza, ha precisato in risposta che la sua filosofia è anche quella di operare dando particolare importanza alla prevenzione. Non solo. Occorre tener presente che, hanno detto in passato i vertici del “Cardio”, in Ticino c’è un importante percentuale di popolazione anziana. E con queste stesse considerazioni avrebbe forse replicato il promotore, il “papà” del Cardiocentro, professor Tiziano Moccetti, se non fosse stato assente in questi giorni.pguenzi@caffe.ch

ALZATI E CAMMINA! – LA VITA SEDENTARIA FA MALE AL CERVELLO. E AL CUORE – LA SCOPERTA DI UN TEAM DI RICERCATORI: STARE TUTTO IL GIORNO SEDUTI AUMENTA IL RISCHIO DI DEMENZA – LE PERSONE CHE NON FANNO NESSUNA ATTIVITÀ SPORTIVA PERDONO LA MEMORIA PIÙ IN FRETTA…

DAGOSPIA.COM 14 APRILE 2018

DAGONEWS

vita sedentariaVITA SEDENTARIA

 

Una vita sedentaria può danneggiare il cervello e aumentare il rischio di demenza. Lo rivela un nuovo studio dell’Università della California pubblicato sulla rivista Plos One. Attenzione alla vita troppo sedentaria, insomma, che fa male al corpo e al cervello.

 

Stare troppo tempo seduti alla scrivania – per lavoro o per tempo libero – non fa bene al cuore, può causare diabete e una morte precoce. Tutte evidenze scientifiche, queste, già note. Ma danneggia in modo irreparabile anche la salute mentale e può provocare una perdita di memoria improvvisa.

 

vita sedentaria 1VITA SEDENTARIA 1

Nel loro studio i ricercatori californiani hanno reclutato 35 persone tra i 45 e i 65 anni e hanno tracciato le loro abitudini di vita, chiedendo loro quante ore passassero al giorno seduti. Poi hanno effettuato delle tac al cervello, per osservare il lobo temporale mediale, la zona cruciale per la formazione di nuovi ricordi.

 

I medici hanno scoperto che le persone con una vita più sedentaria hanno strutture celebrali più sottili. Il nesso non è provato, e i ricercatori dicono di non poter affermare con certezza la connessione. Ci sarà bisogno di altri studi, per poterlo provare, ma la scoperta sarebbe notevole. Anche e soprattutto per le abitudini ormai consolidate di milioni di persone che – per scelta o necessità – passano la maggior parte delle loro giornate seduti. Non a caso, scrive il Telegraph, i casi di demenza stanno aumentando esponenzialmente. Soltanto in Gran Bretagna attualmente, sono 850 mila le persone che soffrono di questa malattia.

 

 

vita sedentaria 2VITA SEDENTARIA 2

 

la vita moderna troppo sedentariaLA VITA MODERNA TROPPO SEDENTARIA

Veneto Banca, tutti conoscevano la reale situazione. Lo spiega un dipendente

difesaattiva.org BUSINESSINSIDER.COM 

Veneto Banca, tutti conoscevano la reale
Veneto Banca dichiarazioni Ex funzionario molti sapevano

 

 

Banche venete ancora nel mirino: le ultime notizie riguardano le dichiarazioni di un ex funzionario della sede centrale di Veneto Banca a Montebelluna, riportate all’interno di due denunce depositate lo scorso 26 aprile in Procura a Treviso dall’avvocato Sergio Calvetti a nome di 43 clienti dell’ex popolare, secondo cui tutti i suoi colleghi sarebbero stati a conoscenza della situazione e dei rischi dei debiti deteriorati.

Banche Venete: le dichiarazioni di un ex funzionario

Stando a quanto riportano le ultime e ultimissime notizie, il dipendente della banca dalla direzione centrale avrebbe dichiarato che le indicazioni per gli impiegati della stessa banca, nonostante i rischi prospettati e di cui tutti sono sempre stati consapevoli, erano comunque quelle di incentivare il collocamento di azioni e, nel 2014, quando in tanti iniziarono a chiedere recesso e vendita delle azioni, il diktat per tutti era  convincere i clienti a non vendere, garantendo ancora la sicurezza dell’investimento, pur sapendo che tale sicurezza non avrebbe potuto essere garantita. La cosa importante, stando a quanto dichiarato dall’ex dipendente, era, dunque, quella di raccogliere più soci azionisti possibili perché la Banca aveva problemi di crediti deteriorati che dovevano essere coperti, per cui era obbligatorio quasi recuperare denaro per raggiungere il patrimonio netto richiesto dalla legge.

Questa operazione, più che rappresentare un collocamento per garantire guadagni ai clienti tramite investimenti, sembrava essere diventata un’operazione commerciale finalizzata esclusivamente al salvataggio della Banca a rischio e tutti i dipendenti erano a conoscenza di questa manovra ma nessuno ha mai detto nulla. E il risultato è stato quello ben noto a tutti. La crisi delle banche venete, del resto, è stata protagonista per mesi di scandali, discussioni, proteste, richieste di risarcimenti, costringendo lo stesso governo a stanziare miliardi di euro per il loro salvataggio in un momento di forte crisi economica per il nostro Paese, in cui quegli stessi soldi avrebbero potuto essere impiegati per misure ben più importanti e concrete per la ripresa del Paese stesse.

Banche venete tra boom, fallimenti e salvataggi

 

La crisi delle banche venete ha inizio anni orsono ma ciò che ci si chiede e come si sia potuti arrivare al baratro cui Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono effettivamente arrivate? La storia è lunga ma anche molto semplice, tra facile erogazione di prestiti, grandi tornaconti inseguiti dai loro stessi dirigenti, ‘inganni’ e investimenti poco sicuri ecco crollare i castelli bancari e lasciare i loro investitori senza soldi. Stando a quanto emerso, immobiliaristi, imprenditori, case di moda, giocatori di calcio sono tra coloro che hanno ricevuto prestiti milionari mai restituiti. Ma andiamo con ordine.

Dopo essere state per oltre un secolo solo due banche di provincia, le banche venete ‘esplodo’ letteralmente sotto la guida, rispettivamente, di Gianni Zonin, imprenditore di Gambellara eletto presidente della stessa banca nel 1996, e Vincenzo Consoli, eletto nel 1998 direttore generale della Popolare di Asolo che in pochi anni diventerà Veneto Banca. Per far crescere le due banche si iniziano a fare piccole operazioni come lancio di campagne di acquisizioni di piccole popolari del Veneto per arrivare ai grandi progetti espansionistici: mentre la Banca Popolare Vicenza apre uffici di rappresentanza a Mosca e a New York, Veneto Banca punta all’Est Europa e apre sedi in Romania, in Moldavia, in Croazia e in Albania

Dopo diverse operazioni di mercato e acquisizioni di piccole banche italiane, le due banche venete crescono a dismisura ma come tutte le vicende di questo genere non saranno destinate al successo finale. Se, infatti, il periodo del boom economico delle due banche ha sostenuto moltissimo anche il valore delle rispettive azioni e nel momento in cui è esplosa la crisi economica a livello mondiale, nel 2008, le banche venete sembravano non aver risentito minimamente dei suoi effetti, con i loro titoli che continuavano a guadagnare valore mentre continuavano anche i finanziamenti a industrie in difficoltà, anche senza alcun ritorno degli stessi investimenti, presto la parabola delle banche venete vira verso la discesa.

 
 

Dopo la nascita, nel 2014, dell’Unione Bancaria Europea iniziano i problemi per le due banche tra controlli e ispezioni da parte dei tecnici di Francoforte e della Gdf italiana da cui emergono gravi problemi nell’amministrazione delle due società, nelle scelte del management, blocchi al riacquisto delle azioni proprie da parte delle banche, congelamento dei fondi, perquisizioni di alcune sedi e indagini avviate nei confronti dei direttori generali. Emergono, inoltre, perdite milionarie. Scoppia la protesta degli investitori e dei risparmiatori: famiglie, artigiani, pensionati e tutti i piccoli risparmiatori, in generale, vedono svanire i risparmi di una vita.

Dopo l’acuirsi di una crisi che sembrava senza ritorno, il salvataggio delle banche arriva grazie all’intervento dello Stato Italiano. E stando alle ultime notizie rese note dall’l’istituto di statistica europeo Eurostat, sarebbe di circa 4,7 miliardi di euro in più di disavanzo e oltre 6 miliardi di maggior debito l’effetto sui conti pubblici del piano di salvataggio delle Banche Venete deciso dallo scorso governo Gentiloni.

Ma già prima….

Sono almeno 19 amministratori, secon quanto riportato dal Corsera, che hanno gestito Veneto Banca e hanno loro stesso raggirato i risparmiatori contribuendo al suo fallimento. 
Vi sono case a Cortina e terreni in Puglia, uffici a Padova, case e immobili a Roma e Treviso e milioni e milioni di euro sottratti e messi al riparo al meglio o addirittura prescritti tanto è ero che difficilmente potranno essere recuperati dalla magistratura che vi sta lavorando.
Ora, la banca è in liquidazione, e il tempo stringe e i beni portati in un fondo immobiliare da Falvio Trinca, ex presidente, per fare u esempio, potrebbe non essere recuperabili proprio a casa del tempo che scorre inesorabili.
Discorsi simili per Gian Quinto Perissinotto e Vincenzo Chirò che hanno creato fondi e sistemi finanziari per mettere al riparo decine di beni e case  con fondi sempre immobiliari, patrimoniali o distribuendoli in famiglia.

Mentre si cercano di riorganizzare compaiono, sia Banca Popolare di Vicenza  che Veneto Banca sono considerati da un indagine sociologica realizzato dall’istituto di scienze socialiNicolò Rezzara dei luoghi dove stare alla larga per il 63,9% come in generale tutte le banche. A questo sondaggio, hanno partecipato circa 3500 persone, 2375 studenti e 117 adulti. I giovani sonoa ncora più lontani, come fiducia, dalle banche presentando il 78,3% di chi non ci crede. E si richiede una maggiora trasparenza, organi di vigilanga più seri e capacità di fornire risposte alle richeite reali delle persone come prestiti o risparmi.
Nello stesso tempo semrpe queste stesse persone, comunque, si rendono conto che una scoietà senza banche difficilmente può funzionare. 
Nel frattempo si sta cercando di riorganizzare e di eliminrae i crediti detriorati e stanno venendo a galla i nomi dei debitori tra cui ex calciatori, politici e in generale un risprmio dati in moso sbagliato anche oggettivo.
 

Riorganizzare, i tentativi

 
 

Proprio queste sono le ore calde per il presente e il futuro di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. Se da una parte c’è la volontà di tutelare risparmiatori e correntisti, dall’altra c’è il livello occupazionale a rischio. Ma è l’intero sistema bancario italiano che non è ancora riuscito a levarsi di dosso gli Npl, i cosiddetti crediti deteriorati. Dalle tensioni nel credito cooperativo al piano di integrazione Intesa SanPaolo delle ex popolari venete, il livello di tensione continua a rimanere alta. La strategia individuata è adesso quella dell’accorpamento di Veneto Banca e Popolare di Vicenza all’interno di Intesa SanPaolo, con tanto di passaggio di lavoratori e dipendenti. Molte filiali hanno già cambiato le insegne per adottare quelle nuove. Ma attenzione anche agli istituti di credito cooperativo, impegnati in un profondo processo di riforma che porterà alla nascita di tre holding.

Situazione ancora critica per i crediti deteriorati

Sono già tanti i progetti di ridimensionamento aperti e altri ne potrebbero arrivare se il settore del credito non riuscirà a trovare un’adeguata redditività. I crediti deteriorati sono ancora un problema e complici i tassi ai minimi storici che erodono i margini e la crescita del canale de web, occorre un deciso colpo di spugna. A livello europeo è stata di recente l’agenzia di valutazione Fitch a lanciare l’allarme sulla situazione di Monte dei paschi di Siena in Italia e Banco Popular in Spagna. Subito prima di lei è stata la volta di Moody’s a denunciare la presenza di di 549 miliardi di titoli tossici in pancia a Ubs (Svizzera), Deutsche Bank (Germania), Barclays (Regno Unito), Royal Bank of Scotland (Regno Unito), Credit Suisse (Svizzera).

Sentenza favorevole ai risparmiatori

Proseguono senza soste i contenziosi tra i risparmiatori e le banche. Non tutte, ma quelle coinvolte nei più recenti fatti di cronaca ovvero di crisi, fallimenti, rimborsi e risarcimenti. A fare da tramite in quelle che possono sembrare battaglie giudiziarie difficile da affrontare e vincere, ci pensano spesso e volentieri le associazioni a tutela dei consumatori, come ne caso di Adusbef, specializzata nelle questioni bancarie. Ebbene, l’ultima causa giudiziaria da cui è uscita vittoriosa assume una certa importanza non solo per il coinvolgimenti di nomi come Veneto Banca e Intesa San Paolo, ma anche per il precedente creato.

L’Associazione per la difesa degli utenti dei servizi bancari finanziari postali e assicurativi onlus ha allora tutte le ragioni per esultare perché, stando a quanto messo nero sul bianco dal giudici, la subentrante Banca Intesa è responsabile dei rapporti tra istituto e utenti. Si tratta insomma di una vittoria per i risparmiatori che adesso hanno maggiori speranze di poter ottenere risarcimenti e rimborsi. Più nello specifico il Tribunale di Vicenza ha stabilito che nelle cause promosse dai risparmiatori contro Veneto Banca (ora in liquidazione coatta amministrativa) può essere chiamata in giudizio Intesa San Paolo quale successore e responsabile a titolo solidale insieme alla stessa Veneto Banca.

Vale la pena fare presente che la decisione del Tribunale Civile di Vicenza si affianca a quella in sede penale del Gup di Roma nel procedimento penale nei confronti di Veneto Banca e degli ex amministratori imputati dei reati di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza, che aveva autorizzato la chiamata di Intesa San Paolo quale responsabile civile. Tanto per intenderci sulla portata di questa causa, sono coinvolte 210.000 famiglie che hanno acquisto obbligazioni e azioni illiquide da Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Nello specifico, questa vertenza che si è risolta favorevolmente ha preso le mosse dal giudizio avviato dal legale Adusbef di Bassano del Grappa contro Veneto Banca con la contestazione di alcuni vizi nella vendita di prodotti finanziari.

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MI DOMANDO LEGGENDO QUESTO E ALTRI ARTICOLI CHE TUTTI I CLIENTI DI VENETO BANCA DOMATTNA DOVREBBERO DENUNCIARE I DIRETTORI DI FILIALI , I CAPO AREA I DIPENDENTI CHE TUTTI SAPEVANO AL DI FUORI DEGLI IGNARI SOCI- CLIENTI.

IN QUESTO MODO RIENTREREBBE IN GIOCO INTESA San Paolo CHE HA ACQUISITO LA PARTE BUONA DELLE BANCHE VENETE E TUTTI I DIPENDENTI ALMENO QUELLI CHE CONOSCO E ASSUNTI DA INTESA.

SE E’ COSI’ NON BISOGNA PERDERE TEMPO E PROCEDERE NELLE PROCURE COMPETENTI DOVE SONO INTRATTENUTI I RAPPORTI CON VENETO BANCA ORA TRASLATI A INTESA San Paolo DOPO IL GIORNO 8 DICEMBRE 2017.

QUESTO E’ IL MIO UMILE PENSIERO CHE METTERO’ IN ATTO LUNEDI MATTINA CON TUTTI I MIEI LEGALI PENALISTI E CIVILISTI  NEI CONFRONTI DI TUTTE LE PARTI COINVOLTE COMPRESI GLI AMMINISTRATORI DI INTESA San Paolo CHE OGGI NE RISPONDONO IN TUTTE LE SEDI – I REATI SARA’ CURA DEI MAGISTRATI INDIVIDUARLI MA NON E’ ASSOLUTAMENTE DIFFICILE.

TANTO TUONO’ CHE PIOVVE: ATTACCO USA-UK-FRANCIA SULLA SIRIA. CONSEGUENZE

 SCENARIECONOMICI.IT 14 APRILE 2018

 

Cari amici,

Tanto tuonò che piovve. Poche ore fa, come preannunciato, gli USA, Francia e UK hanno lanciato un attacco contro il la siria di Bashar al Assad. L’attacco è stato nuovamente effettuato con missili cruise, questa volta un numero circa doppio rispetto a quello utilizzato lo scorso anno, cioè un numero intorno ai 110-120.

Gli attacchi sono stati lanciati dall’esterno dello spazio aereo siriano sia da missili lanciati da navi sia da aerei. Francesi ed Inglesi hanno utilizzato aerei per lanciare i missili cruise.

Le ondate di missili sono state 3 , vi è stata una qualche forma di risposta antiaerea siriana.

Strategic Sentinel

@StratSentinel

Video showing the moment tomahawk cruise missiles impacted a research facility in .

Ecco il lancio di missili antiaerei siriani. la Russia NON ha impegnato le proprie difese antiaeree,

 

Gli obiettivi sarebbero stati magazzini di deposito delle armi, e laboratori, Uno situato sicuramente anche dentro Damasco, per cui la Siria parla di vittime civili.

Ecco le dichiarazioni del segretario alla difesa Mattis.

ABC News Politics

@ABCPolitics

Defense Sec. Mattis: “Clearly, the Assad regime did not get the message last year. This time, our allies and we have struck harder.” https://abcn.ws/2EKdtUU 

I Russi non erano stai preavvisati, ma sono stati informati tramite la linea di de – escalating in Qatar. Cioè sono stati informati ad attacco iniziato.

Dura la risposta russa:

“Le peggiori apprensioni si sono avverate. I nostr avvisi sono stati lasciati inascoltati. Lo scenario predefinito è stato applicato. Siamo stati ancora minacciati. Avevamo avvisato che queste azioni non sarebbero state lasciate senza conseguenze. Tutte le conseguenze ricadono su Washington, Londra e Parigi.  Non è accettabile o ammissibile  insultare il Presidente della Russia. Gli US, , possessori del più grande arsenale di armi chimiche, non hanno diritto di colpevolizzare nessun altro”

 

 

Lavrov ha affermato di augurarsi che questi paesi non vogliano applicare lo stesso piano che si è visto in Libia ed Iraq.

Washington ha fatto anche della richieste pratiche alla Siria:

Le richieste sono :

  • Smantellare il programma di armi chimiche;
  • dichiarare le armi in possesso;
  • ditruggere le scorte;
  • permettere le ispezioni della OPCW, l’organo contro le armi chimiche;
  • Adeguarsi ad una de escaltion.

La Russia non può lasciar correre, ne va del suo ruolo in Medio Oriente. Le risposte saranno probabilmente a livello militare, diplomatico ed economico;

Militarmente vedremo un rischieramento delle forze russe nell’area. Assad è un alleato necessario non potrà lasciarlo a se stesso. Vedremo se l’atteggiamento di Assad verso le altre forze sul campo cambierà

Politicamente vedremo una controffensiva diplomatica russa.

Economicamente la Russi stava già preparando contro sanzioni molto pesanti per l’industria USA, come il blocco di importazioni di tabacco ed alcol dagli USA e, soprattutto, il blocco delle esportazioni di titanio verso la Boeing. Il titanio è un elemento essenziale delle produzioni aeronautiche civili e militari. La Russia ne è uno dei maggiori produttori mondiali.

Da Zerohedge lo schieramento delle forze attualmente sul campo, e dove presumibilmente vedremo ora maggiore tensione.

 

 

L’ULTIMA RAZZIA: IL SACCO DEGLI NPL – Valerio Malvezzi

Claudio Messora

http://www.byoblu.com/ 3 SETTIMANE FA 

Attraverso le nuove indicazioni per le banche sugli NPL, i Non Performing Loans, ovvero i crediti deteriorati (prestiti non ripagati), la Commissione Europea e la Banca Centrale Europea stanno nei fatti autorizzando un nuovo esproprio delle ricchezze del nostro Paese, mettendo i fondi speculativi internazionali nelle condizioni di acquistare dalle banche italiane, a un tozzo di pane, i crediti garantiti da collaterali. Ad esempio i palazzi.

Si tratta di una ennesima forma di privatizzazione mascherata, attraverso la quale si concede alla finanza sovranazionale di entrare in possesso dei nostri beni a un prezzo ridicolo. Una regolamentazione che il Parlamento italiano dovrà guardarsi bene dal controfirmare.  Nello studio di Byoblu, a raccontarlo, torna Valerio Malvezzi, cofondatore di WinTheBank.com e docente di comunicazione finanziaria all’Università di Pavia.

COME UNA BANCA TI DISTRUGGE CON L’ANATOCISMO – Tiziana Teodosio

Claudio Messora

http://www.byoblu.com/ 11 APRILE 2018

Tiziana Teodosio, avvocato esperto nella difesa dei consumatori dagli abusi delle banche, spiega su Byoblu nel dettaglio come le banche creano  in modo illecito debito privato inesistente attraverso un meccanismo simile all’usura, noto con il nome di Anatocismo, che crea somme di denaro aggiuntive ed incalcolabili, sfruttando le ricapitalizzazioni.
Da Roma, per Byoblu, servizio di Eugenio Miccoli

Premi ai banchieri ancora oltre il limite

Angelo Baglioni LAVOCE.INFO 13 APRILE 2018

La regola europea che mette un limite ai premi dei banchieri continua in molti casi a essere aggirata, soprattutto dai gestori del risparmio. Per una volta, però, l’Italia esce relativamente bene dal confronto internazionale.

Una norma spesso aggirata

Le norme europee prevedono un limite alla parte variabile dei compensi dei manager bancari: i premi (in denaro, azioni o opzioni) legati ai risultati aziendali non dovrebbero superare lo stipendio fisso (possono salire fino al doppio solo con l’approvazione dell’assemblea dei soci).

Il vincolo serve a limitare l’effetto perverso che i premi introducono, cioè l’incentivo ad assumere rischi elevati, in base al principio: se le cose vanno bene il manager prende il premio, se vanno male non subisce alcuna penalizzazione. In un articolo di quasi un anno fa, notavo come la regola fosse largamente aggirata in Europa, soprattutto nel settore del risparmio gestito (i dati erano riferiti al 2015). Il trucco consiste nel non farsi classificare dalla banca, per cui si lavora, come “rilevante” per il rischio della banca stessa: in questo caso il limite non si applica. Un rapporto della European Banking Authority, appena uscito, ci dice che le cose sono migliorate solo marginalmente: il limite continua a essere aggirato in molti casi, alcuni dei quali curiosi.

La situazione in Europa…

Il rapporto dell’Eba riporta i dati relativi ai cosiddetti high earners, cioè coloro che ricevono un compenso annuo superiore al milione di euro, aggiornandoli al 2016. Anzitutto, il loro numero è cresciuto del 34 per cento nell’arco di sei anni, portandosi a ridosso dei 4.600. Di questi, il 77 per cento sta a Londra (per quanto ancora?). La quota di coloro che riescono a evitare il limite è un po’ calata, ma resta significativa: dal 14 per cento del 2015 al 10,5 per cento del 2016. Di conseguenza, il rapporto tra la parte variabile della remunerazione e quella fissa continua a essere in media ben superiore all’unità (132 per cento).

Tra le diverse categorie, quella che gode delle maggiori esenzioni continua a essere l’asset management: quasi il 20 per cento di esenti, anche se è vero che l’anno prima erano addirittura il 36 per cento. La massiccia esenzione è particolarmente sgradevole, poiché gli asset manager mettono a rischio i soldi che i risparmiatori affidano loro in gestione: come dire “tu prendi i rischi e io prendo i premi”. Grazie a questa vasta elusione del limite, nel settore del risparmio gestito il rapporto tra parte variabile e fissa dei compensi, seppure in calo, riesce ancora a sfiorare il 360 per cento in media.

Poi c’è un buon numero di high earners (quasi 300) non classificabili in nessuna particolare categoria di attività, dei quali ben la metà riesce a sfuggire al limite.

La situazione non è la stessa in tutti i paesi europei. In nove, come ci si aspetterebbe, tutti gli high earners sono classificati come “rilevanti” per il rischio della banca e come tali soggetti al limite ai premi: sembra infatti ragionevole attendersi che chi supera il milione di remunerazione annua abbia una posizione di rilievo nella istituzione per cui lavora. Del resto, lo dice la stessa direttiva europea, quando afferma che costoro possono essere classificati come “non rilevanti” solo in casi eccezionali, motivati e approvati dalle autorità di vigilanza. Ma in alcuni paesi la quota dei “non rilevanti” lascia intendere che non si tratta di casi isolati: in Germania arriva al 25 per cento.

… e in Italia

Nel nostro paese ci sono 172 manager bancari che guadagnano oltre il milione di euro, di cui 32 non sono classificati come “rilevanti”, quindi non sono soggetti al limite tra parte variabile e fissa dei compensi. Il gruppo più folto lavora nel settore dell’investment banking: 58. I settori dove il rapporto tra variabile e fisso supera (mediamente) l’unità sono il risparmio gestito (168 per cento) e l’area corporate (199 per cento). Sul totale degli high earners, il rapporto medio tra variabile e fisso è del 72 per cento: assai più basso della media europea. Una volta a tanto, non siamo il “fanalino di coda” dell’Europa.

Viaggio nella nuova capitale alpina del lusso

Francesca VercesiFrancesca Vercesi, Contributor FORBESITALIA.COM 13 APRILE 2018

 
Esclusiva, chic, costosa. Ma anche autentica. Ai piedi del massiccio del Gottardo, quello che fino a non molto tempo fa è stato un piccolo villaggio tra le Alpi svizzere e anche teatro, nel 1799, di uno scontro tra le truppe napoleoniche e quelle russe, oggi è nel radar delle mappe turistiche di chi ama la montagna, apprezza il buon cibo, punta a fare relazioni. Andermatt, nella valle Ursener Tal, immersa in un gigantesco anfiteatro di monti e di vette, sormontate da ghiacciai che alimentano il Rodano, ha l’ambizione di diventare la nuova destinazione di lussonon solo sulle piste ma per godere della montagna tutto l’anno, alla stregua di Gstaad e di Saint Moritz. A scommetterci è stato un gruppo finanziario che fa capo al miliardario egiziano Samih Sawiris, uno dei rampolli della ricchissima famiglia egiziana, amministratore delegato della Orascom Development e imprenditore molto concentrato sul settore dell’ospitalità. Una delle sue società ha investito più di 2 miliardi di franchi svizzeri per trasformare Andermatt e dintorni in una nuova culla del turismo internazionale.
A lavori ultimati, infatti, qui ci saranno sei hotel a 4 e 5 stelle, 42 condomini per 500 appartamenti, 25 ville singole, un nuovo comprensorio sciistico che unisce Andermatt a Sedrun (la nuova SkiArena diventerà il più grande comprensorio sciistico della Svizzera Centrale e, grazie alla sua varietà e all’innevamento garantito, uno dei più interessanti della Svizzera) e una linea ferroviaria, Cervino-San Gottardo. Il campo dal golf a 18 buche, Andermatt Swiss Alps Golf, c’è già. Gli appartamenti sono in stile alpino, progettati con materiali sostenibili e tradizionali, legno e pietra. Un’operazione chiamata Andermatt Swiss Alps che, assicurano, sarà totalmente rispettosa dell’ambiente e utilizzerà le tecnologie più innovative per ridurre l’impatto sul territorio. Acqua calda e riscaldamento vengono da una centrale a biomassa giù in valle. Gli edifici sono ad alta efficienza energetica e ventilazione dolce. Tutto il legno usato è stato certificato sostenibile; niente prodotti chimici; tutti i materiali edili sono locali e naturali. A regime si arriverà direttamente con il treno e il resort sarà completamente pedonale. All’interno del villaggio turistico Andermatt Reuss negli ultimi mesi si sta ultimando la costruzione di tre nuove palazzine. In più, con ogni probabilità entro l’estate 2018, saranno operativi l’hotel Radisson Blu (inizio estate 2018), i Gotthard Residences e l’auditorium sinfonico Andermatt Reuss.

courtesy Andermatt Swiss AlpBellezza e cifre stellari.
 
Il primo grande albergo è a metà tra il lusso orientale e l’atmosfera internazionale dei grandi hotel del mondo. È stato inaugurato nel 2013 e si chiama The Chedi Andermatt, disegnato dall’archistar Jean-Michel Gathy con 118 camere e 5 suite. Una struttura extralusso di bellezza assoluta e dal servizio sopraffino, che già si è conquistata un posto tra gli alberghi più esclusivi e più ricercati d’Europa. Nell’hotel è appena stata inaugurata una suite di tutta eccezione: una penthouse da 350 metri quadri che può ospitare fino a 10 persone e si chiama Gotthard. Il costo a notte? Si parte da 18 mila franchi svizzeri. Il cuore pulsante dell’hotel è il The Restaurant: 4 cucine atelier a vista preparano piatti della cucina svizzera, europea e asiatica contemporanea. Altre chicche sono il ristorante di specialità giapponesi The Japanese, la Wine- and Cigar Library, The Bar con The Livingroom, dove si tengono anche concerti e la sala di degustazione dei migliori formaggi locali, mantenuti al giusto grado di umidità in una grande e fornita vetrina.

Cosa fare. L’investimento per reinventare piste e impianti è costato 130 milioni di franchi svizzeri. Da 85 chilometri di estensione si è passati a 120, per tutti i gusti. Ci sono anche piste da fondo, snowboard, curling, pattinaggio sul ghiaccio e freeride. Poi ci sono i giri in carrozza a slitta, trainata dai cavalli. In estate mountain bike, camminate (la Urserental è un paradiso escursionistico), nordic walking e golf. Una bellissima esperienza è la visita al Sasso San Gottardo: si può camminare per chilometri nel cuore delle Alpi, in gallerie scavate durante la Seconda guerra mondiale. In questa zona delle Alpi sgorgano i grandi fiumi Reno, Rodano, Reuss e Ticino, si incontrano le quattro aree linguistiche e culturali della Svizzera e si incrociano le strade che provengono dai tre grandi passi alpini: Gottardo, Furka e Oberalp. Da vedere è anche la gola di Schöllenen con il leggendario ponte del diavolo del 1200. Da provare, in inverno, è l’attraversamento delle Alpi da ovest a est sul Glacier-Express dal Vallese ai Grigioni, come l’attraversamento del Furka sulla storica tratta a cremagliera della ferrovia a vapore o l’esclusiva corsa nostalgica sul postale trainato da cinque cavalli attraverso il passo del San Gottardo nei mesi estivi.

Tenore di vita dopo il divorzio: andare a nozze coi soldi

Raffaele Leone PANORAMA.IT 13 APRILE 2018

divorzio-separazione

– Credits: iStock/sv-time

Stavolta farò arrabbiare le donne. Non tutte, spero. Sicuramente quelle che pretendono sia mantenuto sempre lo stesso tenore di vita all’ex moglie in caso di divorzio

Alla vigilia della decisione della corte di Cassazione in materia, un gruppo di rispettabili firmatarie si è appellato ai giudici: non abbattete questo principio che ha guidato le separazioni fino a oggi. Anche se con un giro di parole, il principio difeso è il seguente: se mio marito mi ha abituato a un determinato tenore di vita, quel tenore di vita mi va garantito anche quando io divento ex. 

Confesso che questa storia dello stesso tenore di vita mi ha sempre lasciato dubbioso.

Quando il tenore di vita è alto, poi, mi manda in bestia. Il matrimonio, mi chiedo, è un investimento finanziario, un gratta e vinci o un incontro di sentimenti, di progetti, di visioni comuni? 
Per tanti anni si è ritenuto che andasse tutelata la donna relegata ai lavori domestici (non retribuiti) e alla crescita dei figli. Si diceva: tutto quel che lei ha fatto le va riconosciuto economicamente. Comprensibile. 
Anche se in nome di questo principio ho l’impressione che col tempo si sia lasciato il marito nel tritacarne nonostante fosse cambiata la divisione dei ruoli. 

Ho sentito avvocati matrimonialisti (tra cui molte donne) riconoscere di aver abusato della tendenza giurisprudenziale per anni, li ho sentiti ammettere di essere scivolati verso un eccesso: penalizzare l’uomo in quanto uomo. 
Ho amici a cui è stato detto: lei ha ragione ma difficilmente la otterrà in una causa di divorzio. Frase che già da sola grida vendetta. Per fortuna la giurisprudenza, come la società, è materia viva. 

Dunque è andata modificando l’approccio mano a mano che le donne giustamente hanno conquistato sempre più il loro posto nel mondo del lavoro e che gli uomini sono andati impegnandosi di più nella vita casalinga. 

Prima le cause di separazione sembravano andare in automatico, con lui nella parte del bastonato e lei nella parte della bastonatrice, poi si è cominciato a capire che le bastonate non potevano andare “d’ufficio” tutte in una direzione.

Questo, a molte, non va giù. Se una donna non lavora e cresce i figli, capisco che vada in qualche modo tutelata quando il matrimonio finisce, ma non ho mai capito che cosa c’entri quel benedetto tenore di vita da garantire. Se si tratta di una famiglia media o medio-bassa è abbastanza ovvio che lo stesso tenore di vita lo perdono tutti con un divorzio: non solo la moglie, ma anche il marito e perfino i figli. 

Oltre alle donne, ci sono uomini che hanno serie difficoltà dopo il divorzio, tra assegni per l’ex moglie, peri figli, case cedute al fu coniuge e, perché no, parcelle agli avvocati. Non ditemi che non ne avete incontrati anche voi. 

Sui figli il maggior rigore lo capisco: li si è messi al mondo, ci si è assunti una così grande responsabilità nei loro confronti (forse la più grande responsabilità nella vita di un individuo), mi pare sacrosanto garantirli al meglio. 
Ma la donna? Sempre? Soltanto perché donna? Anche la donna autonoma e lavoratrice, anche la donna indipendente senza figli deve pretendere lo stesso tenore di vita? 

Ha sposato un uomo, non il suo tenore di vita. Il pronunciamento della Cassazione, oltretutto, arriva proprio dopo i casi di donne che conducevano una vita di lusso e che pretendono di continuare a condurre la stessa vita. Lui è ricco, mi ha fatto fare una vita da ricca, deve continuare a farmi fare la stessa vita anche da ex. Non una vita dignitosa, la stessa bella vita.

Il divorzio è già una sofferenza, così diventa anche una stangatache se la gioca alla pari col fisco italiano. E poi mi chiedo: perché crescere dei figli o fare la casalinga deve valere milioni per una donna ricca e qualche centinaio di euro per una donna povera? 
Tra le due quella che ha faticato di più mi pare la seconda, se vogliamo dirla tutta.

Eppure si agita lo spauracchio del maschilismo di ritorno. “Attenti a intaccare il principio del tenore di vita da mantenere”. Ai giudici andrebbe invece chiesto di fare quel che ormai fanno nella gran parte dei casi: valutare volta per volta ed evitare gli eccessi nei confronti dell’una o dell’altra parte. Senza arrivare all’assurdo di pretendere che la donna abbia più diritti dell’uomo in quanto donna. Ecco, l’ho detto,e state certi che le colleghe mi terranno il muso per giorni.

Eni, tutta la storia del maxi giacimento in Congo

DI PAOLO BIONDANI E STEFANO VERGINE ESPRESSO.REPUBBLICA.IT 11 APRILE 2018

hi c’è dietro il maxi-giacimento in Africa lo rivelano i documenti riservati: sono tre italiani legati al colosso statale. Ecco le carte e i documenti che spiegano come funziona

Eni, tutta la storia del maxi giacimento in Congo

Aiutiamoci a casa loro. Rovesciando il famoso slogan elettorale anti-immigrati (“aiutiamoli a casa loro”) un fortunato gruppo di italiani, con un socio inglese, sono diventati proprietari di un enorme giacimento di gas in Africa, nel Congo francese. Una miniera di soldi che apparteneva allo Stato africano, che però l’ha venduta a società private, senza alcuna asta o gara, a prezzi molto inferiori al valore di mercato. Un affare miliardario con molte altre stranezze. Tra i soci privati, infatti, c’è un’azienda africana che è accusata da varie autorità internazionali di essere una “tesoreria occulta” del regime congolese: una società-satellite usata da politici e tecnocrati per portare soldi all’estero e comprarsi beni di lusso. Mentre gli investitori italiani non sono dichiarati o visibili pubblicamente: i loro nomi sono coperti da complicate reti di società offshore, ora svelate da L’Espresso in questo nuovo capitolo dei Paradise papers.

La nostra inchiesta giornalistica, fondata su documenti riservati dei paradisi fiscali, porta a quattro personaggi, due uomini e due donne, accomunati da una caratteristica: sono tutti collegati, direttamente o indirettamente, con i vertici dell’Eni, il colosso del gas e petrolio controllato dallo Stato italiano. La nostra più importante azienda pubblica, che da tempo è al centro di diverse indagini giudiziarie per gravissime accuse di corruzione a danno di altre nazioni africane, come Algeria e Nigeria.

Paghi 15, guadagni 430
Il giacimento al centro del caso si chiama Marine XI e vale almeno due miliardi. L’Espresso ha identificato gli effettivi titolari analizzando oltre 700 documenti estratti dai Paradise papers, il gigantesco archivio di atti societari che il quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung ha condiviso con l’International consortium of investigative journalists (Icij), di cui fa parte il nostro settimanale. Le offshore dove spuntano gli italiani controllano il 23 per cento del mega-giacimento. Solo questa quota, secondo i documenti interni, vale 430 milioni di dollari. Ma è stata pagata appena 15 milioni. E senza sborsare un soldo di tasca propria, grazie a un prestito coperto interamente da un gruppo energetico con base in Svizzera.

Il Congo, con capitale Brazzaville, è governato da decenni da un ex generale, Denis Sassou Nguesso, che diventò presidente nel 1979. L’ex colonia francese è ricchissima di gas e petrolio, ma i congolesi sono molto poveri: secondo l’Onu, metà della popolazione deve sopravvivere con un euro al giorno. Il regime congolese è finito più volte sotto accusa, in Francia, Gran Bretagna e altri Paesi, per clamorosi casi di corruzione che coinvolgono le società petrolifere e la cerchia del presidente.

I tre italiani anonimi

VEDI ANCHE:

Marine XI è un giacimento sottomarino gestito dalla Soco, una società petrolifera quotata a Londra, in cordata con Petro Vietnam, un’altra grande azienda straniera, e con Snpc, la compagnia statale congolese, che si accontenta di una quota di minoranza. Nel marzo 2013 entra nell’affare una misteriosa società appena costituita. Si chiama World Natural Resources (Wnr) Congo ed è quella che ha comprato il 23 per cento per soli 15 milioni.

La Wnr Congo appartiene a quattro azionisti anonimi. La struttura di controllo è descritta nel grafico qui sotto. Le due società-cassaforte che possiedono il giacimento hanno sede alle isole Mauritius, un paradiso fiscale dove, come assicurano i consulenti dello studio Appleby, «la tassazione massima è del 3 per cento». Per identificare i titolari, bisogna risalire in cima ad altre tre piramidi di trust inglesi e società anonime sparse tra Nuova Zelanda e Dubai. Le carte rivelano che il primo azionista è un manager italiano del gruppo Eni, che controlla il 49,9 per cento insieme alla moglie. Il restante 50,1 è diviso tra due soci: un’altra signora italiana, che ha forti legami personali con il nostro ministero degli Esteri e con i vertici dell’Eni; e il dirigente inglese di varie società appaltatrici del gruppo italiano.

Il manager targato Agip
Le due società-cassaforte delle Mauritius sono state create da Andrea Pulcini, un manager italiano con un curriculum di rilievo nel gruppo Eni. Dal 1994 al 2005 è stato tra i massimi dirigenti di Agip Trading Services Uk, la società-satellite che curava gli affari del colosso statale nella piazza strategica di Londra ed è stata poi assorbita nella casa-madre Eni, diventandone la divisione più importante. Nel registro delle imprese italiane Pulcini risulta tuttora procuratore (cioè rappresentante ufficiale) dell’Eni, in carica dal 1999. Gli atti non chiariscono se sia ancora stipendiato dall’Eni o da società estere collegate. Di certo Pulcini, come documentano i Paradise papers, ha una società personale a Dubai, la Energy Complex, che opera nello stesso settore dell’Eni: gas e petrolio. È questa ditta privata a comprare segretamente il giacimento in Congo. La tesoreria personale del manager invece è in Nuova Zelanda: si chiama Newton Trust e risulta gestita dai professionisti svizzeri della premiata ditta Tax & Finance (oggi sotto inchiesta a Milano per evasione fiscale internazionale a vantaggio di altri imprenditori italiani).

Il rappresentante dell’Eni, tra marzo e luglio 2013, aveva molta fretta di creare le società delle Mauritius, con cui all’inizio controllava tutta la Wnr Congo. Le sue azioni sono cointestate con la moglie, Rita M., che ora però risulta separata da lui ed era registrata dall’inizio come beneficiario «secondario», in subordine al marito. Comprato il giacimento, nell’ultimo giorno dell’anno Pulcini cede il 50,1 per cento a una società inglese con lo stesso nome, Wnr Limited, controllata però da altri due azionisti.

La signora del giacimento
Il 31 dicembre 2013, quando diventa comproprietaria della Wnr Congo, Maria Paduano, detta Marinù, laureata in legge, ma non iscritta all’albo degli avvocati italiani, ha 36 anni ed è conosciuta solo come organizzatrice di mostre in Africa e come moglie di Domenico Bellantone: un ambasciatore importante, che dal 2013 è il capo della segreteria particolare dei nostri vice-ministri degli Esteri, riconfermato dagli ultimi quattro governi. Con il gas africano, però, lui non c’entra. I documenti rivelano che è lei ad acquistare da sola, attraverso due società britanniche (create poco prima, nel 2012) la sua quota del giacimento.

A parlare ai magistrati milanesi di “Marinù”, in una strana divagazione messa a verbale sbagliando anche il cognome (“Patuano”), è Vincenzo Armanna, l’ex manager dell’Eni che oggi è tra i principali imputati nel processo per le maxi-tangenti petrolifere (oltre un miliardo) distribuite tra il 2011 e il 2012 in Nigeria. L’indagato, nell’aprile 2016, la segnala come «una persona vicina a Roberto Casula»: l’attuale Chief Development – Operations & Technology Officer dell’Eni, di fatto un numero due del gruppo. Casula aveva fatto carriera in Africa diventando un fedelissimo dell’ex amministratore delegato Paolo Scaroni. Armanna parla anche di «una mostra del 2011 sponsorizzata dall’Eni, con fotografie arrivate ad Abuja con un cargo diplomatico, che portò nell’ambasciata italiana tutte le persone importanti della Nigeria, che spesero mezzo milione di dollari». A organizzarla furono proprio Marinù Paduano e «Marta B. che è la moglie dell’allora capodivisione dell’Aise», i nostri servizi segreti militari. Il dato è confermato da un comunicato del ministero. Le due amiche hanno allestito insieme anche altre mostre tra Nigeria ed Egitto.

Detto questo, Armanna aggiunge che Casula e il nostro 007 sarebbero «amici di vecchissima data» e proprio loro avrebbero «spinto fortemente per la nomina a console onorario italiano di Gianfranco Falcioni». Un imprenditore trapiantato in Africa che nello scandalo Eni-Nigeria ha avuto un ruolo incredibile. Falcioni è il titolare di una società offshore che nel 2011 stava per incassare dal governo nigeriano, per motivi mai chiariti, l’intero miliardo di dollari pagati dall’Eni: un bonifico respinto dalla banca svizzera Bsi perché puzzava troppo di tangenti.
Tra tante frasi allusive di Armanna, un fatto certo è che la signora del giacimento è davvero legata a Casula: il top manager dell’Eni ha fatto anche affari con lei. Nel marzo 2016, in particolare, Maria Paduano compra un appartamento pregiato in centro a Roma: un attico di oltre 200 metri quadrati. Firmato l’accordo, però, la signora non fa il rogito notarile: cede il contratto preliminare al dirigente dell’Eni. Nel giugno 2017 Casula diventa così l’unico proprietario, siglando l’atto con i venditori originari. Nella sua scheda catastale, quindi, non compare il nome della mediatrice Paduano.

Domenico Paduano, fratello minore di Marinù, è stato assunto dall’Eni nel 2012: oggi lavora per la filiale in Mozambico della multinazionale italiana, ma ha la residenza in Gran Bretagna.

L’inglese di Montecarlo
Il quarto azionista segreto del giacimento Marine XI è un manager britannico con residenza nel paradiso fiscale di lingua francese. Si chiama Alexander Haly e dirige società di forniture per le industrie petrolifere. In Congo è l’amministratore esecutivo della Petro Services, che dichiara di lavorare per Eni e Total.

Quando l’organizzazione anti-corruzione Re:Common (la stessa che denunciò a Milano lo scandalo del petrolio nigeriano) ha chiesto di chiarire i rapporti con diversi fornitori, tra cui le società di Haly, l’Eni ha negato: «Non abbiamo alcun contratto con Petro Services né con Osm Group in Congo». Osm è un gruppo norvegese che ha creato una joint-venture con la società di Haly.

Agli azionisti dell’Eni, però, non è stata raccontata la verità. Haly infatti lavora da almeno dieci anni per il colosso italiano. Una serie di email documentano che la sua Petro Services già dal 2008 affittava navi commerciali all’Eni in Congo. E nel maggio 2009, per sollecitare il pagamento di quattro fatture mensili, il manager inglese scrive personalmente a Roberto Casula, che gli risponde così: «Caro mister Haly, la ringrazio di aver continuato a svolgere il servizio: Eni Congo risolverà il problema al più presto. Il nostro nuovo direttore è pienamente disponibile».

Haly ha rapporti ancora più stretti con altri dirigenti dell’Eni in Africa. Ernest Olufemi Akinmade è un ingegnere che ha lavorato per anni nella controllata nigeriana del gruppo italiano. Poi è diventato il braccio destro dell’ex ministro del petrolio Dan Etete: il protagonista della maxi-corruzione nigeriana addebitata a Eni e Shell. Nel 2011 fu proprio Akinmade a rappresentare Etete, dietro lo schermo di una offshore, nelle trattative finali per il super contratto da oltre un miliardo di dollari, poi spariti in un diluvio di tangenti. Ora si scopre che dal giugno 2014 all’aprile 2015 lo stesso Akinmade è diventato l’amministratore unico della Wnr inglese: la società-cassaforte di Haly e della signora Paduano, che ne erano stati direttori prima di lui, dal 2012 al 2014, oltre che azionisti.
L’inglese di Montecarlo inoltre è azionista e consigliere della Cap Energy, una società petrolifera britannica che in Africa occidentale ha assunto diversi ex dipendenti dell’Eni. Nel suo consiglio d’amministrazione, accanto a Haly, siede Pierantonio Tassini che dell’azienda è il capo operativo. Un manager italiano che ha lavorato all’Eni per più di 40 anni, occupando ruoli di vertice nel settore del gas in Africa e Medio Oriente. In azienda è considerato un fedelissimo di Claudio Descalzi, l’attuale numero uno dell’Eni.

La casella di Lady Descalzi
Petro Services Congo, la società di Haly che lavora per Eni e Total, è registrata a un indirizzo particolare: la casella postale 4801 di Pointe Noire, capitale economica del paese e primo porto commerciale. Esattamente la stessa casella è stata indicata come domicilio, per la gestione della società offshore Elengui Limited, dalla sua titolare: Marie Magdalene Ingoba, la moglie di Descalzi, che è cittadina congolese. Quando L’Espresso rivelò, grazie ai Panama papers, che la signora aveva versato 50 mila dollari, nel 2012, per aprirsi un’azienda esentasse alle Isole Vergini Britanniche, quella casella postale ha perso un cliente: Osm Congo, la società alleata di Haly, si è spostata dal box 4801 al numero 686, che corrisponde allo studio di un avvocato. Di regola una casella viene condivisa quando i titolari di diverse società hanno lo stesso consulente o fiduciario. La signora Descalzi ha dichiarato che la sua offshore, chiusa nel maggio 2014, non c’entrava con l’Eni.

L’Eni e le società di regime
La multinazionale italiana è presente in Congo fin dal 1968, ma ha acquisito un ruolo leader dagli anni Novanta, sotto la guida di Descalzi, che proprio qui iniziò a scalare le gerarchie aziendali, diventando nel 1994 il direttore generale della controllata locale. Oggi l’Eni estrae circa un terzo di tutto il petrolio congolese e ha superato anche la francese Total, che beneficiava del retaggio coloniale. Un sorpasso favorito da grandi scoperte di idrocarburi e da legami importanti. Jerome Koko, l’attuale direttore della compagnia petrolifera statale Snpc, si è laureato in ingegneria a Roma e nel 1984 è stato assunto dalla filiale dell’Eni in Congo, diventandone il direttore dopo Descalzi.

Il Congo francese è indicato da Transparency International come uno dei paesi più corrotti del mondo. In Francia, Portogallo, Italia e San Marino varie indagini giudiziarie accusano i big del governo africano di impadronirsi dei profitti del gas e petrolio attraverso società di comodo. Già nel 2005 l’Alta corte di giustizia inglese aveva incluso nella lista nera un’azienda, la Aogc (African oil & gas corporation), accusata di aver nascosto all’estero fondi pubblici per almeno 472 milioni di dollari. La Banca Mondiale inserisce tuttora quell’impresa tra le “società di regime” usate per sottrarre ricchezze alla popolazione congolese.

I Paradise papers ora mostrano che la Wnr Congo (la società dei tre italiani e dell’inglese di Montecarlo) ha comprato il 23 per cento del giacimento Marine XI proprio dalla Aogc. Un affare creato dal nulla in quattro mesi. Il 26 dicembre 2012 Aogc (che dal 2005 era già proprietaria del 10 per cento) compra un’altra quota del 26 per cento dalla compagnia russa Vitol. Il 25 marzo 2013 Aogc rivende il 23 per cento appunto, alla Wnr Congo, tenendo per sé una fetta di minoranza. Le carte delle Mauritius svelano che le offshore degli italiani hanno pagato esattamente 15 milioni e 90 mila dollari una quota che in realtà è contabilizzata per 430 milioni.

Dal 2014 la Aogc è entrata in società direttamente con Eni e Total. Un’operazione gestita dal governo congolese. Le due multinazionali avevano da anni le licenze per sfruttare molti giacimenti ricchissimi. Nel 2014 i permessi sono stati rinnovati, ma Eni e Total hanno perduto quote rilevanti. Che il governo ha riassegnato alla Aogc. Il gruppo italiano, in particolare, controlla quattro poli estrattivi (Foukanda, Mwafi, Kitina e Djambala), dove Aogc ha ottenuto quote che variano dall’8 al 15 per cento. Total gestisce altri tre giacimenti, di cui Eni è solo azionista. Qui il gigante francese ha rinunciato al 26 per cento, il gruppo italiano al 14: anche queste quote sono finite ad Aogc e ad altre due società misteriose. Le cifre pagate da Aogc per entrare in tutti questi giacimenti non sono mai state pubblicate.

La scoperta che il gruppo italiano era diventato socio di quella “società di regime” è stata al centro, nel 2015, di un duro scontro ai vertici dell’Eni, che ha contrapposto l’economista Luigi Zingales direttamente al numero uno Claudio Descalzi (vedi altro articolo a pagina 53). Nell’assemblea degli azionisti, alla domanda se Aogc fosse stata scelta dall’Eni o imposta dal governo congolese, Descalzi ha risposto così: «Non siamo stati noi a sceglierla». Il gruppo italiano, quindi, sembra aver subito un’imposizione del governo congolese.

L’Espresso ha però verificato che Eni e Total, negli stessi mesi, hanno ottenuto il rinnovo di quelle e altre licenze, che valgono miliardi, a condizioni molto particolari. Dopo diversi anni di attività, i vecchi permessi erano scaduti e il governo avrebbe potuto assegnarli alla società di Stato, come spiegano gli esperti consultati da L’Espresso. Invece, grazie a un decreto presidenziale, li ha riaffidati alle due multinazionali, in cambio di un «bonus». Ma ha inserito nell’affare anche la Aogc. All’epoca l’Eni dichiarò a L’Espresso di aver versato 22 milioni di dollari per il rinnovo delle sue quattro licenze. Nel bilancio di quell’anno, però, il bonus non compare. Solo nel bilancio del 2016 l’Eni ha dichiarato una cifra, che però è diversa: 8,6 milioni di euro per tre licenze (della quarta non si sa ancora nulla).

In teoria anche Aogc avrebbe dovuto pagare allo Stato la sua quota di bonus. E la cifra dovrebbe essere pubblicata, come prevede la legge congolese. In realtà non è mai stata divulgata alcuna cifra. Quindi, delle due l’una: o il governo congolese ha incassato il bonus senza dichiararlo, violando la sua stessa legge; oppure Aogc non ha pagato niente.

Tangenti, ville e champagne
Aogc ha sempre avuto legami strettissimi con il governo congolese. La società è stata fondata nel 2003 da Denis Gokana, che è l’attuale presidente dell’azienda petrolifera statale Snpc, nonché il consulente speciale per l’energia del presidente Sassou Nguesso. Secondo vari documenti, Aogc viene utilizzata da anni come cassaforte privata del regime. Già nel 2004 quella società petrolifera, come ha rivelato l’organizzazione Global Witness, ha pagato oltre 250 mila dollari per coprire le spese in alcune boutique di Parigi fatte da Christel Sassou Nguesso, figlio del presidente, che oggi è un dirigente della Snpc di Gokana. Un documento della polizia francese, ottenuto dai giornalisti di Mediapart, segnala un altro versamento bancario di 341.500 dollari, provenienti da Aogc e incassati nello stesso anno da un negozio francese di alta moda. La causale è scritta a mano: «Bonifico Sassou Nguesso + Bouya».

Jean-Jacques Bouya, cugino del presidente, è uno dei politici più importanti del Congo. Dal 2012 è il ministro del Territorio, che gestisce anche le grandi infrastrutture. Il suo braccio destro si chiama Dieudonné Bantsimba: è capo di gabinetto e direttore dell’agenzia per i grandi lavori (Dgtt). Proprio il suo ministero è al centro di un grande scandalo di corruzione scoperto dalla Procura di San Marino. Il primo processo si è chiuso nel gennaio di quest’anno con la condanna a sei anni di Philippe Chironi, un fiduciario francese accusato di riciclaggio di denaro a favore del regime congolese.

Chironi, che ha impugnato il verdetto in appello, gestiva una rete di società offshore che, secondo i giudici, hanno permesso alla famiglia Sassou Nguesso di trasferire in Europa almeno 83 milioni di dollari. Soldi sottratti alla popolazione congolese, dirottati su conti bancari a San Marino e quindi spesi per comprare di tutto: ville e appartamenti di lusso a Parigi e negli Emirati Arabi, casse di champagne, scarpe di coccodrillo, gioielli, orologi, marmi di Carrara e mobili della Brianza. Il fiume di denaro usciva dal Congo proprio attraverso la Dgtt: l’agenzia diretta da Bantsimba.

Lo stesso Bantsimba, dopo Gokana, è diventato azionista della Aogc, la società che è partner dell’Eni. Che paga i lussi del regime. E che ha svenduto il giacimento alle offshore degli italiani.

I documenti dei Paradise papers si fermano all’ottobre 2015, quando la società del giacimento Marine XI è ancora in mano ai tre italiani e all’inglese di Montecarlo. In quei mesi il gruppo svizzero Mercuria, che aveva prestato tutti i soldi, inizia a trattare l’acquisto delle offshore delle Mauritius. Gli atti però non chiariscono se gli italiani abbiano venduto e quanto abbiano incassato.

L’Eni ha sempre negato qualsiasi complicità con le maxi-corruzioni in Africa. Le scoperte sul Congo però ora spingono i ricercatori di Re:Common a preparare un nuovo esposto: «Nelle ultime due assemblee degli azionisti avevamo chiesto all’Eni delucidazioni sul Congo, ricevendone risposte elusive e fin troppo parziali. La verità sembra essere ben altra. Alla luce dei recenti sviluppi anche giudiziari, condividiamo la posizione dell’ex consigliere Zingales: per l’Eni serve un commissario esterno indipendente, con pieni poteri di indagine».