L’architetto ucciso e la truffa ticinese

PAOLO MORETTI DA COMO caffè.ch 15 aprile 2018

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Due colpi di pistola, esplosi al buio in una piovosa notte di ottobre di 3 anni fa. Due pallottole che hanno colpito, uccidendolo, Alfio Vittorio Molteni, architetto con studio nella Brianza comasca. Un delitto che ha portato alla condanna a 20 anni di carcere della moglie del professionista,  Daniela Rho. Proprio indagando su questo omicidio e sulle attività del suo amante, il commercialista comasco A.B. a processo in Corte d’Assise dove ha sempre respinto ogni accusa, è affiorata un’ingegnosa truffa da 27 milioni di euro ai danni di centinaia di investitori, molti evasori fiscali.
Per la Procura di Como tra le presunte menti di quella che, in piccolo, è simile alla maxi truffa di Bernie Madoff scoperta dieci anni fa negli Usa, c’è anche un analista finanziario di Lugano. V.R., 60 anni, assieme al milanese D. A. L. e al trentino F.G., sarebbe il capo e il promotore di una presunta associazione per delinquere finalizzata dall’abusivismo finanziario al riciclaggio di denaro e alla truffa. Secondo gli uomini della Guardia di Finanza e il pubblico ministero di Como Pasquale Addesso, i tre, con la complicità di altre 38 persone, avrebbero costituito e organizzato una sistematica attività di raccolta di denaro in Italia. Denaro in parte di provenienza illecita. Come? Attraverso tre “tesorerie” con sede in Austria, in Lussemburgo e a Cipro.
I soldi raccolti presso un numero considerevole di investitori (i finanzieri comaschi hanno scoperto qualcosa come oltre 800 contratti di investimento), però, non erano destinati agli investimenti proposti, ma ripartiti – sempre secondo la tesi dell’accusa – tra i vari componenti dell’associazione a delinquere e, in parte, utilizzati per pagare i rendimenti promessi, che erano particolarmente elevati così da ingolosire i risparmiatori. Si tratta della riproposizione del cosiddetto schema Ponzi (dal nome di un immigrato italiano che per primo, agli inizi del ‘900, lo mise in atto): al vertice gli ideatori, che garantiscono guadagni importanti (rendite anche del 5% al trimestre) agli investitori e che con i soldi raccolti pagano le rendite, salvo trasferire su conti esteri buona parte delle somme. Alla base gli investitori, che ricevono gli interessi e sono convinti dell’ottimo investimento, e quindi si fanno a loro volta promotori del giro d’affari.
Il collocamento dei prodotti finanziari, secondo l’accusa della Procura di Como, era realizzato usando una piattaforma finanziaria chiusa che consentiva il trasferimento non tracciabile dei soldi con gli investitori. Tra gli indagati anche un altro promotore finanziario di Lugano, V.M., capace di raccogliere – stando all’accusa – 2,3 milioni di euro attraverso 141 contratti, percependo una provvigione del 40% sui proventi percepiti mensilmente dai clienti.
A far crollare gli affari, come detto, l’inchiesta sull’omicidio Molteni. Tra i presunti mandanti anche il commercialista comasco A.B, che davanti alla Corte d’assise ha negato ogni coinvolgimento con il delitto. Ma seguendo le sue tracce i magistrati sono arrivati in Austria.

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