Da Bruxelles tiepido “sì, ma…” ai raid contro Damasco

TVSVIZZERA.IT 16APRILE 2018

Riuniti lunedì, i ministri degli esteri dell’Unione Europea hanno espresso sostegno ai bombardamenti effettuati sabato notte. Tuttavia tutti concordano: ora ci vuole una soluzione politica.

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https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/16-04-2018-ue-non-tutti-entusiasti-dei-raid?id=10367450&startTime=0.000333&station=rete-uno

L’uso di armi chimiche è inaccettabile. Su questo punto i ministri degli esteri europei, incontratisi in Lussemburgo, sono unanimi. Nessuno ha del resto criticato apertamente l’azione congiunta di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia.

Per Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera dell’Ue, è però ora necessario rilanciare “un negoziato politico significativo”, anche se – ha ammesso – “le condizioni in Siria non sono migliori” rispetto allo scorso anno. Per cercare di trovare un primo abbozzo per una via d’uscita, il 24 e il 25 aprile prossimi a Bruxelles si terrà la seconda conferenza internazionale sulla Siria, co-presieduta dall’Ue e dall’Onu.

Sulla volontà di evitare l’escalation – e un pericoloso gioco al rialzo con Mosca – ha insistito pure il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas: “Ora è necessario fare di tutto per evitare un’escalation e rilanciare il processo politico. Senza la Russa non si può risolvere questo conflitto. Ed è un bene quanto abbiamo sentito, che la Russia è pronta a un dialogo”.

Il suo omologo britannico Boris Johnson ha dal canto suo ribadito quanto già espresso dalla premier Theresa May: “Questo non era un tentativo di cambiare il corso della guerra in Siria e di liberarsi di Assad”.

A Londra, l’opposizione non ha risparmiato critiche all’operato della May, “rea” di non aver chiesto l’autorizzazione del parlamento prima di dare il nullaosta ai bombardamenti:

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Theresa May criticata per i raid contro damasco

“Si sarebbe potuto aspettare”

In Svizzera, il responsabile degli affari esteri, il ticinese Ignazio Cassis, in un’intervista pubblicata domenica dalla NZZ am Sonntag ha invitato le parti a “misure di de-escalation” e a creare “condizioni per garantire la protezione e l’assistenza umanitaria dei civili”.

Per il ministro della difesa Guy Parmelin, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia “avrebbero potuto aspettare i risultati” dell’inchiesta degli esperti della missione dell’ONU.

Intanto, sul terreno proprio questi esperti non hanno ancora avuto accesso, ufficialmente per ragioni di sicurezza stando a quanto affermano le autorità siriane e russe, alla città di Duma, dove il 7 aprile scorso sarebbe avvenuto un presunto attacco chimico ad opera delle forze governative siriane.

Stati Uniti e Gran Bretagna accusano la Russia di impedire le ispezioni, mentre il Cremlino replica che sono tutte falsità e assicura la massima collaborazione

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Sull’uso di armi chimiche in Siria, la Radiotelevisione svizzera ha intervistato Bruno Jochum, ex direttore della sezione elvetica di Medici senza Frontiere, che si è recato a più riprese in Siria.

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Paolo Bedoni. «Cattolica Assicurazioni si rinnova restando cooperativa»

Pietro Saccò AVVENIRE.IT 15 APRILE 2018

All’assemblea de 28 aprile la compagnia assicurativa propone due novità importanti: il passaggio al consiglio “monistico” e un maggiore spazio ai fondi di investimento. Senza perdere le radici.

Paolo Bedoni, presidente di Cattolica Assicurazioni

Paolo Bedoni, presidente di Cattolica Assicurazioni

Quello che è stato fatto all’interno del consiglio di amministrazione di Cattolica Assicurazioni è un lavoro molto complicato: c’era bisogno di trovare una formula nuova, che nessuno in Italia ha ancora sperimentato, che permettesse di fare convivere la natura cooperativa e identitaria di una delle più grandi compagnie assicurative del Paese con una maggiore apertura alle esigenze del mercato e dei grandi investitori internazionali (compreso il finanziere più famoso del mondo). Il Cda di Cattolica una soluzione l’ha trovata: il 28 aprile proporrà all’assemblea dei soci l’approvazione di un nuovo statuto, con due modifiche importanti. Una prevede il passaggio a un sistema di governance monistico, in cui all’interno di un unico Cda alcuni amministratori hanno i compiti di controllo della gestione che abitualmente spettano a un collegio sindacale. L’altra allarga ai fondi d’investimento la possibilità di registrarsi come soci e alza dal 2,5 al 5% la soglia massima di azioni che un socio “persona giuridica” può possedere con i relativi diritti amministrativi. Il superamento del limite del 5% non impedisce di detenere ulteriori azioni, senza perdere la qualifica di socio. Non sono cambiamenti da poco. Il presidente Paolo Bedoni, che è entrato nel consiglio di amministrazione nel 1999 e un anno dopo ha visto l’ingresso della compagnia in Borsa, sottolinea però che questa è la giusta evoluzione «di un processo che ha visto Cattolica, in maniera responsabile, rimettersi continuamente in discussione».

Per Cattolica si avvia una trasfor- mazione importante. Perché avete sentito l’esigenza di cambiare?

Quando siamo entrati in Borsa, nel 2000, ci siamo entrati con tutti e due i piedi. Lì è avvenuto il primo cambio di rapporto con la base sociale, perché ci siamo dovuti confrontare con gli azionisti, che per una cooperativa come la nostra erano soggetti nuovi: controllano, verificano, hanno interessi specifici rispetto a utili e dividendi. Sono diversi dai soci stabili che hanno un’identificazione identitaria con la compagnia. Il confronto ci ha fatto bene, perché ci ha fatto capire che per crescere dovevamo aggiornare il nostro modello, ma mantenendo la nostra identità. Tutto è partito da lì. Poi ci sono stati altri fattori: il rafforzamento che abbiamo avuto con l’aumento di capitale del 2014, il rinnovo in toto del consiglio di amministrazione dal 2016, lo scioglimento del legame statutario con la Banca Popolare di Vicenza lo scorso anno. Ora chiediamo ai soci di riformare la governance per permetterci di essere maggiormente in grado di affrontare le sfide del mercato, con l’obiettivo di crescere e dare maggiori soddisfazioni a soci e azionisti.

In che senso il passaggio al sistema monistico renderà il Cda più efficiente? Anche con il modello attuale siamo efficienti, perché siamo sempre riusciti a compiere scelte e prendere decisioni senza sbavature. L’aggiornamento della governance però ci darà maggiore flessibilità e ci garantirà più velocità nel prendere le decisioni, con un organo unico che ha la completa responsabilità della gestione. Ed è un organo più snello, perché passiamo da 23 a 17 consiglieri con l’assorbimento del Collegio.

L’allargamento al 5% della soglia di partecipazione per le persone giuridiche farà storcere il naso a qualche socio che vede a rischio il modello cooperativo…

Cattolica è e rimane una cooperativa, con il voto capitario e la partecipazione dei soci. Il nostro modello non è in discussione. L’abbiamo semplicemente temperato per permettere una forma di rappresentanza a potenziali soci di capitale.

In che modo darete rappresentanza ai fondi di investimento? Il nuovo statuto prevede la possibilità per i soci di capitale di eleggere due membri del consiglio di amministrazione: un seggio è assegnato al raggiungimento del 10% del capitale, un secondo al 15%. Ci sembra giusto non rimanere chiusi e dare a chi apporta capitale la possibilità di essere nella governance.

Nella compagine azionaria di Cattolica lo scorso anno è entrato, con una quota del 9%, Warren Buffett, uno dei re della finanza mondiale. Avete incontrato i rappresentanti della sua Berkshire Hathaway? Che intenzioni hanno?

L’arrivo di Buffett è qualcosa che abbiamo appreso dai liquidatori che gli hanno venduto una parte del pacchetto di azioni che era della Popolare di Vicenza. È un investitore che per tradizione investe su aziende solide, ben gestite, con prospettive di crescita precise. Quando un soggetto di questo tipo ti sceglie fa sicuramente piacere. Se lo vorrà, in futuro Berkshire potrà partecipare a una lista di capitale, ma prima deve diventare socio, e finora non ha fatto richiesta. Se la farà, la finanziaria di Buffett sarà benvenuta.

Qualcuno temeva che l’arrivo di Buffett fosse il primo passo verso la trasformazione della cooperativa in una società per azioni.

Invece abbiamo proprio trovato una formula che conferma convintamente l’impresa cooperativa, i suoi riferimenti storici e identitari, e nello stesso tempo riconosce l’importanza del capitale, senza il quale non potremmo crescere nel mercato. Vorremmo essere giudicati sulla capacità di gestione della nostra impresa: questo conta più dei modelli.

Ma che cosa significa, oggi, essere una cooperativa?

Significa prima di tutto sentire la responsabilità sociale come dovere, non come semplice possibilità. Nello svolgere la nostra attività ci devono guidare la costruzione della fiducia nei confronti di soci e azionisti e la massima trasparenza nei confronti del mercato. Redistribuzione non solo di utili quindi, ma anche di identità. È questo il senso della nostra impresa e della sua Fondazione che abbiamo creato nel 2006: ridistribuire ancora melio sui territori le opportunità. Ed è quello che continueremo a fare.

 

Ex Carifac, entro il 7 maggio il trasferimento delle filiali

CRONACHEDIANCONA.IT 16 APRILE 2018

Nell'ex sede di Carifac di via Dante sono state tolte definitivamente le insegna Carifac

La ex Carifac, divenuta Veneto Banca e poi Intesa Sanpaolo, ha comunicato i propri correntisti che sta riorganizzando le filiali. Gli sportelli storici della città chiudono per dar spazio all’unico sportello della sede centrale, quella che fa angolo tra Via Don Riganelli e Via Dante. Nel cosiddetto “Palazzo di Vetro”, da qualche giorno le vecchie insegne sono state definitivamente tolte.

Sono 4 gli sportelli che chiudono definitivamente entro il 7 maggio 2018: lo sportello di piazzale Matteotti, quelli di via Martiri della Libertà, di via Dante e del Corso della Repubblica. Tutte sedi a cui i fabrianesi erano naturalmente affezionati; lo stesso dicasi per il bancomat di fronte al vecchio ingresso dell’ospedale Profili, comodo e provvidenziale per le persone anziane e malate. Nessun ridimensionamento, a sentire le voci che circolano tra alcuni dipendenti, e la banca ha comunicato ai correntisti che riceveranno lo stesso trattamento in filiale. “Nulla cambia per quanto riguarda le condizioni economiche e contrattuali e le deleghe eventualmente rilasciate a terzi; per sua comodità” – si legge nella nota dedicata al correntista di Intesa San Paolo  – le forniamo alcune informazioni sui prodotti e servizi che consentono di entrare in banca in qualsiasi momento della giornata, anche comodamente da casa”.  Intesa San Paolo elenca tutti i servizi che restano in piedi, cercando di ovviare ala chiusura delle filiari, e punta cioè molto sulla sede centrale e sui servizi online, sulle casse veloci automatiche dove ad esempio è sempre possibile con “le carte di debito e alcune carte prepagate, prelevare, fare versamenti” o “ricaricare carte prepagate, oltre che disporre bonifici, pagare MAV e fare  pagamenti”, come si legge nella lettera ai correntisti. Ma il problema rimane per gli anziani e gli abitanti delle frazioni, o delle zone fuori mano rispetto a viale Dante, come il Borgo che si trova dalla parte opposta di Fabriano. Il parcheggio inoltre è limitato e i residenti delle frazioni sono ad ogni modo in difficoltà. Di certo i servizi online non possono sostituire gli operatori di fiducia per le persone che non hanno dimestichezza con l’home banking e internet, i non nativi digitali (e i nativi digitali) e chi ha bisogno di consulenze e informazioni particolari. (S.B.)

Intesa Sanpaolo alla stretta finale per vendere 11 miliardi di sofferenze e la loro piattaforma di gestione a Intrum

ANDREA GRECO REPUBBLICA.IT 16 APRILE 2018

I compratori svedesi, pronti a sborsare 3,6 miliardi in tutto, saranno al 51% nel nuovo operatore che sarà un leader nel recupero crediti italiano. Per la banca, che riunirà domani in cda per delibeare, si configura una plusvalenza di 400 milioni

MILANO – Dopo quasi un semestre di trattative siamo a una svolta per la cessione di sofferenze su 10,8 miliardi di euro di crediti erogati da Intesa Sanpaolo, e della loro piattaforma gestionale. L’operatore svedese Intrum ha consegnato alla maggior banca italiana “un’offerta vincolante per una partnership strategica riguardante i crediti deteriorati”, che sarà discussa nel cda del venditore domani e che dovrebbe consentire al gruppo guidato da Carlo Messina l’incasso di 3,6 miliardi, con una plusvalenza “di circa 400 milioni dopo le imposte”.

L’operazione si compone di due aspetti. Il primo è “la costituzione di un operatore di primo piano nel servicing nel mercato italiano”, chiamato a gestire il recupero di crediti deteriorati con un giro d’affari di circa 40 miliardi di euro nominali, e una partecipazione del 51% di Intrum, tale da consentire alla banca italiana, che manterrà il 49%, di deconsolidare dal proprio bilancio le partite vendute. La nuova società dovrebbe avere anche un “contratto di durata decennale per il servicing di crediti in sofferenza di Intesa Sanpaolo a condizioni di mercato”, e dare lavoro a un migliaio di dipendenti, tra cui “circa 600 persone provenienti dal gruppo Intesa Sanpaolo, per le quali – nel caso in cui si dia seguito all’operazione – è previsto il confronto con le Organizzazioni Sindacali anche affinché la partnership le valorizzi ulteriormente”.

Un’altra società veicolo di futura costituzione, in cui con Intrum potrebbero entrare “uno o più co.investitori”, potrebbe poi comprare li 51% delle tranche più rischiose – junior e mezzanine – dei 10,8 miliardi di sofferenze che la banca italiana sta vendendo, e che saranno oggetto di cartolarizzazione; mentre il 49% di questi titoli resteranno in capo a Intesa. Per la componente meno rischiosa (senior) dei nuovi titoli, pari al 60% del portafoglio, si sta attrezzando per l’acquisto un gruppo di banche. I prezzi sono “in linea con il valore di carico già determinato per la parte di sofferenze del gruppo aventi caratteristiche di cedibilità”, fa sapere la banca, che si attende di completare l’operazione a novembre. Dopo quella che ha in definizione il Monte dei Paschi, per dimensioni circa doppie, dovrebbe trattarsi della più grande cartolarizzazione di crediti sul mercato italiano.

BANCHE E POLITICA/ Passera, Intesa e le Poste: quelle prove di grande risiko

Corrado Passera ritorna in campo comprando la Banca Interprovinciale mentre Intesa Sanpaolo e Bancoposta annunciano un’inedita alleanza: il risiko accelera, scrive

Corrado Passera (Lapresse)Corrado Passera (Lapresse)

L’annuncio della partnership strategica fra Bancoposta e Intesa Sanpaolo ha preceduto di poche ore quello dell’acquisizione della Banca Interprovinciale da parte di Corrado Passera, attraverso la sua nuova Spaxs. La coincidenza è singolare anzitutto perché è stato Passera l’artefice nella nascita del Bancoposta come moderno intermediario di servizi finanziari e poi dell’ultima fase di crescita di Intesa Sanpaolo. E perché, d’altra, parte, il ritorno in campo del banchiere avviene in una fase di forte accelerazione del riassetto creditizio in Italia.

Giusto vent’anni fa – allo zenith della grande stagione delle privatizzazioni – fu Carlo Azeglio Ciampi (ministro del Tesoro nel governo Prodi-1) a chiamare Passera come amministratore delegato delle Poste, allora ancora del tutte pubbliche. In quell’epoca il giovane banchiere cresciuto alla scuola di Carlo De Benedetti era al vertice operativo dell’Ambroveneto, sul punto di fondersi con Cariplo nell’originaria Banca Intesa. Ma proprio qui Passera ritorna quattro anni dopo come Ceo, non prima di aver trasformato il vecchio gestore dei servizi postelegrafonici in un gigante bancario con 14mila sportelli, offrendo competitivi servizi finanziari di base a una clientela sempre più tagliata fuori dalle banche retail privatizzate.

A Intesa – al fianco di Giovanni Bazoli – Passera resta per ben nove anni: prima pilotando la maxi-fusione con Sanpaolo-Imi e poi affrontando con successo le estreme turbolenze finanziarie seguite al 2008. È nel pieno dell’emergenza 2011, che il banchiere viene chiamato nella squadra del governo Monti, come ministro dello Sviluppo economico, anche se le ambizioni politiche conoscono la stessa battuta d’arresto del premier alle elezioni 2013. Da allora Passera ha saggiato dapprima – senza successo – una possibile ripartenza politica come candidato sindaco di Milano, con il movimento Italia Unica. Dopo un’ulteriore pausa di attesa ha deciso di rivestire i panni del finanziere: con una “spac”, un veicolo d’investimento appena quotato all’Aim della Borsa Italiana, con una dote di ben 600 milioni raccolti sul mercato. E la prima operazione non si è fatta attendere.

In sé Banca Interprovinciale – una Spa fondata una decina d’anni fa a Modena da un gruppo di imprenditori locali – è una realtà di dimensioni e operatività limitate, ancorchè su uno dei migliori mercati d’Europa per famiglie e imprese. Ma difficilmente sbaglia chi vede nell’Interprovinciale targata Passera soprattutto un’ulteriore piattaforma a valle di Spaxs: un veicolo che conduce il banchiere all’interno del sistema bancario vigilato e lo ri-accredita pienamente come candidato protagonista del consolidamento bancario in arrivo. Passera, del resto, si era affacciato anche sulla crisi Mps, ma era stato tenuto fuori dai tentativi di salvataggio operati dai governi Renzi e Gentiloni: peraltro non riusciti. Tanto che il Monte è stato ripubblicizzato (e dovrà essere gradualmente riprivatizzatizzato, partendo quanto prima), mentre il Pd ha perduto elezioni e guida del governo. Ma le opportunità di intervento, in questa fase, sono più d’una per un banchiere di lungo corso dotato di mezzi adeguati alle spalle: basti pensare al Credito valtellinese, appena salvato e “ricomprato” per 700 milioni da un pool di fondi guidati da Mediobanca.

Nel frattempo, Intesa Sanpaolo e Poste sono uscite allo scoperto con una partnership che in altri tempi avrebbe destato più sensazione mediatica. Anzitutto perché sembra porre fine a una fase lunghissima e contrastata di aggiustamenti progressivi dei rapporti fra sistema creditizio e Bancoposta: ancora negli anni ’90 i postamat non funzionavano negli Atm bancari e viceversa i bancomat. E in Abi e dintorni il Bancoposta e la sua “concorrenza sleale” erano sinonimo di male assoluto. Nel 2018, la prima banca del Paese e Bancoposta annunciano di voler fare cross-selling di vari prodotti – dagli strumenti di pagamento, al risparmio gestito, ai mutui – presso le rispettive reti commerciali. L’obiettivo da manuale è quello di accrescere reciprocamente i ricavi: anche se è vero che dove c’è uno sportello postale, anche in comuni sperduti, c’è anche quasi sempre uno dei 4.700 punti di Intesa Sanpaolo lungo la penisola.

Dell’operazione colpiscono in ogni caso un paio di aspetti di congiuntura politico-finanziaria ancora in parte da scoprire. Il primo è che Poste Italiane (ormai bancocentrica nella struttura), è quotata in Borsa da fine 2015 dopo un primo collocamento del 35%, ma è tuttora pubblica. Per la precisione: il Mef ne controlla il 29,6% mentre il 35% è della Cassa depositi e prestiti (ancora Mef con Fondazioni bancarie al 18%). Un secondo collocamento – con la sostanziale privatizzazione – era in programma per l’ultima fase della legislatura, ma è stata bloccata dal Pd in chiave pre-elettorale. Il dossier sarà in evidenza sulla scrivania del successore di Pier Carlo Padoan, chiunque sarà. Ma evidentemente ora con un elemento in più: un’alleanza operativa decisa con Intesa Sanpaolo. Che è un gruppo privato attivo sul mercato non diversamente da UniCredit o BancoBpm, Mps o le 300 Bcc.

Perché il BancoPosta pubblico ha scelto – un po’ di corsa – Intesa Sanpaolo e non altri? Perché questa decisione è stata presa in questa fase di transizione politica delicata e per molti versi inedita? Il link-Cdp fra Poste e Intesa – controllata dalle maggiori Fondazioni – è una traccia tutt’altro che nascosta. Per di più la stessa Cdp, su invito tacito del governo in proroga, è stata protagonista in questi giorni dell’inattesa mossa su Tim, a protezione della rete tlc nazionale dalle mire di Vivendi.

In questa strana primavera “Italia 18” i fatti sono come sempre mescolati alle congetture, i tentativi analitici ai giudizi di valore. La novità è che gli avvenimenti economico-finanziari sembrano prescindere dalle dinamiche politiche: per le cui lentezze e contorsioni, evidentemente, l’Azienda-Paese non ha più tempo da spendere. Sembra invece apprezzare – anche solo in modo tacito – che chi può prendere decisioni le prenda: magari con meno riguardo per il galateo liberista in voga da trent’anni, ma oggi molto meno. E comunque per una Cdp che si muove come una finanziaria d’investimento – ma in fondo lo è – c’è un banchiere italiano di lungo corso che compra banche italiane con capitali per una volta raccolti sul mercato e non affidati ai mercati internazionali per non essere più rivisti.

Tim, Consob chiede chiarimenti a Cassa Depositi sull’operazione che l’ha portata al 4,2%

Antenne Telecom e Tim a Roma in via di Tor Pagnotta. Foto Agf

Consob ha chiesto chiarimenti alla Cassa depositi e prestiti(Cdp) sull’operazione che l’ha portata al 4,26% di Telecom Italia. E la Cdp, presieduta da Claudio Costamagna e guidata dall’amministratore delegato Fabio Gallia, starebbe predisponendo una relazione per rispondere alla Commissione di Borsa.

Nella foto Claudio Costamagna, presidente di Cdp, Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia e Fabio Gallia ad di Cdp. Armando Dadi / AGF

Per capire meglio di cosa si tratta occorre fare un passo indietro, al 4 aprile, quando indiscrezioni dell’Ansariferiscono che la Cassa depositi e prestiti sarebbe intenzionata a muovere su Tim e parlano di un consiglio di amministrazione convocato per il giorno seguente. La mattina del 5 aprile, poi, alcuni quotidiani riprendono l’indiscrezione rincarando la dose e prospettando la possibilità che la Cdp acquisti una partecipazione fino al 5% della società di telecomunicazioni. Il tutto con l’obiettivo di dare una mano al “sistema Italia” e difendere la rete fissa di Tim dalle mire dei francesi di Vivendi, primi azionisti dell’ex monopolista italiano delle telecomunicazioni con quasi il 24% del capitale, e già in battaglia con il fondo attivista Elliott per il rinnovo del consiglio di amministrazione della società.

Leggi anche: Cdp compra azioni Tim, ma chi ha fatto aggiotaggio a spese dei correntisti delle Poste? Ecco la ricostruzione del ‘leak’

Le indiscrezioni vengono confermate la sera del 5 aprile, a mercato chiuso, dalla Cassa, che in una nota si dice appunto intenzionata a rilevare fino al 5% di Telecom. Il problema, o meglio: uno dei problemi è che le indiscrezioni hanno fatto “scappare” il prezzo delle azioni Tim, che hanno guadagnato il 5,22% nella seduta di Borsa di giovedì 5 aprile e quasi il 7% nella sessione di venerdì 6. A quanto risulta, la Cdp, già la sera del 5 aprile, avrebbe acquistato opzioni da fondi per rilevare pacchetti di titoli. L’11 aprile viene poi annunciato ufficialmente che la Cassa è al 4,26% di Tim.

L’operazione con cui la Cdp è salita appena sotto il 5% solleva numerosi dubbi e interrogativi, soprattutto in relazione all’uscita delle indiscrezioni tra la sera del 4 e la mattina del 5 aprile. E’ probabilmente su questo che si è concentrata l’attenzione di Consob. Sembra, tra l’altro, che già nei giorni scorsi ci siano stati contatti tra la Cassa e la Consob, culminati probabilmente in questa richiesta ufficiale di chiarimenti. Fonti, tuttavia, minimizzano e spiegano che si tratta di accertamenti di routine che scattano ogni qual volta i prezzi di Borsa registrano anomalie.

Leggi anche: Tim, tutti i fondi voteranno a favore del piano Elliott contro Vivendi. Assogestioni non presenta la lista e si schiera per l’italianità

La partecipazione di Cdp in Tim assume particolare rilevanza anche nel contesto della battaglia sul cda di Tim che si sta combattendo tra Vivendi ed Elliott, che ha chiesto la revoca dei consiglieri di espressione francese e un rinnovo totale dell’organo. A riguardo, per fare maggiore chiarezza in attesa dell’assemblea dei soci del 24 aprile, che nelle intenzioni di Elliott dovrebbe anche procedere alla revoca degli amministratori (ma Vivendi non è d’accordo e ha bollato la richiesta come illegittima), sembra inoltre che Consob abbia domandato a Telecom di fornire al mercato maggiori informazioni.

 

25/06/2013 18:11 CEST | Aggiornato 25/06/2013 18:11 CEST Giuseppe Castagna direttore generale lascia Intesa. I mal di pancia nella prima banca italiana Camilla Conti, L’Huffingtonpost

 
 

L’ultimo strappo in Intesa Sanpaolo si è consumato con l’uscita tutt’altro che consensuale del direttore generale Giuseppe Castagna. Il risanatore del Banco di Napoli aveva già perso a maggio la delega sulla Banca dei Territori, affidate a Carlo Messina, dopo che gli era stata anche sbarrata la strada all’ingresso del consiglio di gestione. Castagna avrebbe declinato l’offerta dell’amministratore delegato Enrico Cucchiani di assumere una direzione generale “di importanza strategica, di grande prestigio nazionale e internazionale”, pare nell’area Crediti.

 

Lo aveva sottolineato lo stesso Cucchiani in un’intervista rilasciata al Mattino di Napoli lo scorso 14 giugno, aggiungendo che “la decisione di accettare o meno era interamente nelle sue mani”. Secondo altre fonti bancarie si è invece trattato di una decisione unilaterale presa su uno dei manager storici del gruppo, trentatré anni di servizio, che avrà sicuramente degli strascichi legali.

 

Nei sei anni trascorsi dalla fusione tra Banca Intesa e il Sanpaolo IMI il gruppo ha visto infatti una girandola di ben cinque direttori generali, da Piero Modiano migrato alla corte di Giovanni Bazoli, al recente Carlo Messina passando attraverso Francesco Micheli, Marco Morelli e Castagna. Naturalmente gli addii costano. La buonuscita di Morelli, ad esempio, è stata di circa 2,8 milioni di euro.

 

Il divorzio da Castagna, sostengono le stesse fonti, va inoltre ad aggiungersi ad altri mal di pancia in casa Intesa. La riorganizzazione varata dall’amministratore delegato non è stata ancora ben digerita. Il manager di punta su cui ha scommesso il vertice, ovvero il direttore generale Carlo Messina, ha creato qualche perplessità nelle seconde linee manageriali. Perché Messina è un esperto di pianificazione, un uomo più di numeri che di macchina bancaria.

 

Qualche mugugno arriva anche per lo stile Cucchiani: “ci sono manager del cosiddetto primo riporto che ancora non lo hanno incontrato, mentre a Intesa in questo momento serve un capo-azienda vero, che abbia sempre la porta aperta, che conosca bene il business ma che sia anche capace di dialogare non solo con i suoi fedelissimi ma con tutto lo staff operativo.

Compreso Gaetano Micciché, gran capo storico del corporate nonché numero uno di Banca Imi che apporta utili importanti al gruppo ma che è uscito ridimensionato dalla riorganizzazione targata Cucchiani nonostante gli sia stata assegnata una poltrona in consiglio di gestione. Sullo sfondo restano, infine, le frizioni mai sopite fra l’anima torinese – che comunque si è portata casa la presidenza del consiglio di gestione affidata al sabaudo Gian Maria Gros Pietro – e quella milanese che già in passato hanno creato problemi di incomunicabilità fra le divisioni bancarie nell’operatività dell’istituto.

Nel frattempo i vertici devono giocare partite di sistema importanti e delicate: dall’aumento di capitale di Rcs al futuro di Alitalia rimasta nuovamente a corto di cassa, dal riassetto di Pirelli ai nuovi equilibri di potere che dovranno essere trovati in Telco, la cassaforte di Telecom, quando a settembre si scioglierà il patto di sindacato con l’uscita delle Generali e di Mediobanca.

Ecco perché in questo momento il lavoro cardinalizio di Bazoli e del numero uno della Fondazione Cariplo, Giovanni Guzzetti, sono più che mai indispensabili.

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GIUSEPPE CASTAGNA NON C’E’ LA RACCONTA GIUSTA – ANZI NON C’E’ LA RACCONTA PER NIENTE 

PIERPAOLO BARETTA TUTTO E IL CONTRARIO DI TUTTO -BPVi e Veneto Banca, Baretta: “Occasione persa, ora visione lungimirante per ripresa economica del Veneto”

Di Note ufficiali  Venerdi 6 Aprile alle 13:50 VICENZAPIU.COM

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In audizione presso la Commissione regionale di inchiesta sul sistema bancario veneto, il sottosegretario ha ripercorso i passaggi che hanno portato alla cessione a Banca Intesa e ha fatto il punto sul fondo di ristoro

Un anno. È questo il lasso di tempo che separa la prima audizione del sottosegretario all’Economia, Pier Paolo Baretta, in Commissione regionale di inchiesta sul sistema bancario veneto e il decreto legge che pose in liquidazione coatta amministrativa Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Parte da qui, dalla ricostruzione di quei 365 giorni, la seconda audizione del sottosegretario all’Economia davanti alla nuova Commissione di inchiesta istituita dal Consiglio regionale veneto.

“Lascio a future valutazioni – ha affermato Baretta nel corso dell’audizione – se e quanto allora prospettato sia stato raccolto o se, tutti insieme, possiamo dire di aver perduto, mi sia permesso di dire, come veneti, un’occasione per realizzare non un salvataggio, come poi effettuato necessariamente dal Governo, in extremis, dopo il deteriorarsi ulteriore della situazione e il fallimento della strategia di coinvolgimento sopra prospettata; ma un vero rilancio del sistema finanziario e creditizio veneto, funzionale sia ai risparmiatori veneti sia all’intera economia del nostro territorio”.

Il sottosegretario ha, poi, ricostruito i passaggi che hanno portato dagli stress test BCE al progetto di fusione “Tiepolo”; dalle difficoltà nel trovare un partner privato per la ricapitalizzazione al decreto di liquidazione coatta amministrativa e alla cessione della parte sana delle due banche a Intesa San Paolo; fino alle recenti indicazioni di Eurostat su debito e deficit.

Ma la priorità resta quella di ricostruire un patto di fiducia tra cittadini, Stato e finanza, anche attraverso la creazione del Fondo di ristoro per le vittime di reato bancario, istituito dall’ultima legge di bilancio.

“In questi giorni, stiamo lavorando – ha spiegato Baretta – al decreto applicativo, che era previsto fosse varato entro la fine di marzo. Il Ministro Padoan e il sottoscritto hanno chiesto agli uffici preposti di accelerare la definizione del testo, sulle cui caratteristiche le indicazioni politiche che abbiamo dato sono quelle di un approccio a maglie larghe. L’unico vincolo, dicevo, è rappresentato dall’ordine di effettuazione dei rimborsi sulla base della cronologia delle domande, fino all’esaurirsi delle risorse destinate”.

“Infine, signor Presidente, poiché sono alla conclusione del mio mandato parlamentare e di Governo, mi permetta – ha continuato Baretta – di augurare che il percorso avviato in questi anni difficili, che ha posto le basi per il salvataggio dal fallimento degli Istituti, anche se non alla conservazione della loro identità, come avremo voluto; che ha consentito di evitare licenziamenti, salvaguardando il personale e ha avviato un processo di ristoro dei risparmiatori ingiustamente penalizzati, possa continuare e, mi auguro, migliorare. La stagione di ripresa economica in atto, che vede il Veneto protagonista, necessita di una visione lungimirante, che sia in grado di prevenire le turbolenze che periodicamente la globalizzazione ci prospetta, sempre più complesse e sfidanti. Anche questa vicenda, che ci ha così intensamente coinvolti, offre – ha concluso il sottosegretario – riflessioni e indicazioni preziose”.​

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MA LO AVESTE VISTO BENE? E QUESTO SIGNORE VUOL ANCORA  RACCONTARCI  LE FAVOLE?

◄ Pier Paolo Baretta

Biografia di Pier Paolo Baretta

  

  • Venezia 29 giugno 1949. Sindacalista. Politico. Ex segretario aggiunto della Cisl, nel 2008 ha lasciato il sindacato per farsi eleggere deputato nel Pd (confermato nel 2013). Sottosegretario all’Economia e Finanze nel governo Letta.
    • Diploma in Ragioneria, formazione nell’associazionismo cattolico veneziano, già segretario nazionale della Fim, nel 2006 fu eletto numero 2 della Cisl insieme a Raffaele Bonanni segretario generale. «Anche se è vero che quello tra Bonanni e Baretta è un matrimonio di convenienza, non significa che non debba funzionare. Anzi. Gli ottimisti hanno già ribattezzato la coppia “il braccio e la mente”, alludendo alle grandi capacità organizzative di Bonanni e all’abilità politica di Baretta. C’è invece chi preferisce definirli, anche qui con qualche inevitabile semplificazione, “i due dell’ex articolo 18”. Attraverso di loro, infatti, passò il principale canale di dialogo tra il governo Berlusconi e la Cisl, quello che portò nel 2002 alla firma del Patto per l’Italia, che implicava alcune deroghe all’articolo dello Statuto dei lavoratori contro i licenziamenti. Bonanni e Baretta fecero valere allora il loro saldo rapporto personale col sottosegretario Maurizio Sacconi (artefice con Marco Biagi dell’accordo). Ma mentre Bonanni non ebbe remore nella rottura con la Cgil di Sergio Cofferati, Baretta cercò di frenare gli eccessi. Poi, quella stagione si chiuse rapidamente» (Enrico Marro).
    • In prima fila per la trattativa sulle pensioni che ha poi portato all’abolizione dello scalone di Maroni. Primo dirigente sindacale a proporre l’aumento dell’età pensionabile, ma contrario al metodo dei disincentivi, ha inventato il sistema, poi adottato dal governo Prodi, delle quote, per cui a partire dal 2009 si può andare in pensione se, sommando anni di contributi ed età anagrafica, si raggiunge almeno la cosiddetta “quota 95” (59+36 oppure 60+35).
    • È il dirigente della Cisl che si è maggiormente impegnato nella costruzione del Partito democratico, senza potersi poi candidare all’Assemblea costituente per il divieto posto dalla Cisl ai suoi dirigenti di assumere incarichi di qualunque tipo nelle forze politiche. Sposato con Giuliana Ledovi, capo ufficio stampa dell’Inail.
  • Appassionato di Montale, Hitchcock, jazz e nautica.

GIORGIO DELL’ARTI, scheda aggiornata al 2 ottobre 2013

Che cosa farà il Tesoro con i crediti di Popolare Vicenza e Veneto Banca

Tesoro sempre più in campo nella partita della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, e non solo in Mps dove il ministero dell’Economia è il maggior azionista.

Sta di fatto che il Tesoro continuerà ad avere un ruolo anche nelle banche venete andate in liquidazione. Ecco come e perché.

La scorsa settimana infatti c’è stata la firma sul contratto che ufficializza la cessione di circa 18 miliardi di euro di crediti deteriorati delle due ex popolari venete a Sga, la Società per la Gestione di Attività controllata dal Tesoro.

IL DETTAGLIO

Sga ha sottoscritto con Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca in liquidazione coatta amministrativa i contratti per acquisire i portafogli di crediti deteriorati dei due istituti: nel dettaglio si tratta di circa 112mila posizioni debitorie. I circa 18 miliardi di Npl saranno raccolti rispettivamente nel “Patrimonio Destinato Gruppo Vicenza” e nel “Patrimonio Destinato Gruppo Veneto.

LA FIRMA

Con la firma, i liquidatori di PopVicenza e Veneto Banca in Lca hanno ceduto tutti i crediti in sofferenza, gli unlikely to pay e i past due esistenti alla data di avvio delle liquidazioni coatte amministrative e non ceduti o retrocessi da Intesa Sanpaolo.

I NUMERI

Insieme ad essi, ovviamente, passano a Sga tutti le garanzie, i beni, i contratti e rapporti giuridici accessori dei crediti stessi. Ai 17 miliardi di crediti deteriorati originariamente previsti si sarebbe aggiunta una quota minoritaria dei tre miliardi di crediti in bonis ma ad alto rischio che Intesa a giugno aveva acquisito insieme a una clausola di restituzione da esercitare entro tre anni.

EXTRA PERIMETRO

Fuori dal perimetro di acquisizione, invece, come recita il comunicato della società guidata da Marina Natale e presieduta da Alessandro Rivera, rimangono «certe attività, passività, contratti e rapporti individuati nei contratti di cessione in coerenza con i criteri dettati» dal decreto ministeriale 221/2018. Nei fatti, ad essere esclusi dal radar della Sga sono i “prestiti baciati” delle due ex venete: uno stock di alcune centinaia di migliaia di euro di crediti, che sono stati lasciati nelle due Lca per renderne più agevole il recupero in fase di contenzioso.

IL CENTRO DEL LAVORO

Ma è chiaro già ora che il centro del lavoro di Sga sarà la gestione delle 25 mila imprese con crediti incagliati e scaduti. Rapporti ancora attivi, a differenza di quelli in sofferenza su cui ci si concentra sul recupero tout court, e su cui potenzialmente si può tentare di lavorare per far tornare almeno parte delle aziende in bonis, pur se il ritardo con cui la gestione di Sga è potuta partire non facilita il compito.

FOCUS CREDITI

Non a caso Sga manterrà in casa la gestione di questi crediti. Ai service esterni, 14 secondo le prime indiscrezioni, sarà affidata la gestione solo delle sofferenze. Sui deteriorati si concentreranno invece i team che la Natale ha costituito nella lunga attesa (e che nella struttura di vertice vede poi l’approdo di figure come Anna Tosolini, che era arrivata in Bpvi da Bper nella squadra dell’allora Ad Francesco Iorio). Sede a Napoli, la Sga nel frattempo ha costituito una sede operativa a Milano, negli uffici ex Bpvi di Via Turati, e soprattutto due gruppi di lavoro per il Veneto a Vicenza e Montebelluna, nelle ex sedi centrali delle due popolari, forti di oltre una ventina di addetti a testa che già gestivano posizioni in difficoltà, facendo leva sui 70 dipendenti distaccati per un anno da Intesa. Certo, non manca la preoccupazione per i numeri delle posizioni da gestire che stanno di fronte al personale di Sga.

TELECOM-MEDIA – MELETTI SUL “FATTO”: “CON LA BOLLETTA GLI ITALIANI HANNO PAGATO I DEBITI DI ALTRI ANZICHÉ LA QUALITÀ DELLA RETE – QUEI 75 MILIARDI PAGATI DI INTERESSI SUL DEBITO FATTO DA COLANINNO, SPONSOR D’ALEMA, PER ACQUISTARE LA COMPAGNIA TELEFONICA – IN UN PAESE CIVILE UNA COSA DEL GENERE NON SAREBBE STATA CONSENTITA”

DAGOSPIA.COM 16 APRILE 2018

Giorgio Meletti per il “Fatto quotidiano”

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

La politica non riesce a fare il governo ma è impegnatissima nell’ ennesima stucchevole discussione a vuoto sul futuro della rete telefonica. Ai cittadini – che pagheranno come al solito un conto salato alle brillanti idee di certi Soloni talvolta interessati – bisognerebbe spiegare la differenza tra il “mondo di sopra” (i finti temi apparentemente in discussione) e il “mondo di sotto”, le verità che nessuno – ministri, politici in genere e opinionisti sponsorizzati – osa pronunciare.

FABIO GALLIA CLAUDIO COSTAMAGNAFABIO GALLIA CLAUDIO COSTAMAGNA

Il mondo di sopra è noto. Il fondo Elliott punta a sottrarre ai francesi di Vivendi il controllo di Telecom Italia (Tim). Il governo spalleggia gli americani ordinando alla Cassa Depositi e Prestiti di spendere 750 milioni del risparmio postale per comprare il 4,26 per cento di Tim e farlo pesare all’ assemblea degli azionisti. Elliott (che propone per il vertice Tim alcuni vecchi boiardi a 24 carati) punta, con il governo, a scorporare da Tim la rete telefonica per fonderla con Open Fiber, la nuova rete in fibra ottica finanziata da Enel e Cdp, cioè dallo Stato.

DI MAIO TIMDI MAIO TIM

Siccome la rete Tim fa schifo e abbiamo una qualità di connessione Internet tra le peggiori d’ Europa (ma forse Cipro e Portogallo stanno messi peggio), e siccome gli azionisti di Tim non hanno mai voluto sacrificare i loro dividendi agli investimenti, il governo Renzi pensò di sfidarli investendo miliardi pubblici su una nuova rete in concorrenza.

CARLO CALENDACARLO CALENDA

Siccome però l’ operazione Open Fiber è economicamente insensata, il governo Gentiloni spende per l’ unificazione delle due reti che il governo Renzi aveva speso per averle divise e in concorrenza. Con spreco di quantità ancora ignote di denaro pubblico. Le vestali del libero mercato gridano allo scandalo, e sul punto abbiamo assistito a una sapida polemica via Twitter tra il ministro Carlo Calenda e il presidente dell’ Istituto Bruno Leoni, Franco Debenedetti, che nella nostra economia sfasciata svolge il ruolo di Pontefice della religione liberista.

franco debenedettiFRANCO DEBENEDETTI

Il mondo di sotto è quello che né Calenda né Debenedetti osano nominare perché nasconde il contributo concreto della mistica liberista alla rovina del Paese. Dal 2000 al 2017, in 18 anni, Tim ha pagato alle banche interessi per 75 miliardi di euro, cinque volte il suo attuale valore di Borsa. Per scalare Telecom Italia, l’ Olivetti di Roberto Colaninno nel 1999 si fece prestare i soldi dalle banche. Poi fuse l’ Olivetti e la Telecom, così il colosso telefonico si è trovato a dover pagare per l’ eternità decine di miliardi di debiti fatti per scalarlo.

DE PUYFONTAINE BOLLOREDE PUYFONTAINE BOLLORE

In un Paese civile una cosa del genere non sarebbe stata consentita. In Germania e Francia i telefoni sono rimasti statali e pare che funzionino lo stesso. In Italia, invece, essendo molto moderni, abbiamo applaudito la genialità del “ragioniere di Mantova”, sponsorizzata dall’ allora premier Massimo D’ Alema. E indovinate da che parte stava Debenedetti? Se allora avessimo avuto un governo degno del nome – anziché quelli guidati da D’ Alema, Giuliano Amato e Berlusconi – l’ Italia avrebbe una rete telefonica con fili d’ oro e velocità di connessione da 300 miliardi di giga al secondo. Invece, in nome del libero mercato, si è permesso che certi “salotti” (le banche in testa, non dimentichiamolo mai) si appropriassero di Tim, della rete e degli immobili, più i 75 miliardi e i dividendi.

MATTEO COLANINNO MASSIMO DALEMAMATTEO COLANINNO MASSIMO DALEMA

RETE TIMRETE TIM

Ecco perché la discussione di oggi è inutile. Con la bolletta gli italiani hanno pagato i debiti di altri anziché la qualità della rete. Lo Stato dovrà pagare il conto per forza. Non è statalismo constatare la porcata che è tra le ragioni del declino economico italiano. Quindi lo Stato (noi) pagherà di nuovo. A meno che la mistica liberista dell’ Istituto Bruno Leoni non conosca la tecnica per rimettere il dentifricio nel tubetto.