Un blitz delle “Iene” a Valenza? Svelato il mistero: da un consulente per i “diamanti delle banche”

PIERO BOTTINO la stampa.it 17 aprile 2018

 

L’inviato delle Iene Luigi Pelazza sta preparando un servizio sui diamanti venduti dalle banche

 
La settimana scorsa la notizia che una troupe delle Iene era stata in città e aveva visitato Oro & Oro in via Galimberti ha fatto presto a spargersi in un piccolo centro dove tutti si conoscono. Ma essendo misterioso il motivo del blitz quasi tutti ci hanno ricamato sopra: «Chissà che cosa hanno combinato», «C’era anche la Guardia di Finanza», addirittura «Hanno messo la ditta sotto sequestro». Alla fine sono stati gli stessi fratelli Greco, titolari di Oro & Oro, a voler chiarire assieme alle altre due persone coinvolte: il gemmologo Pio Visconti e la moglie Gabriella.  

 

«Niente di particolare – dicono questi ultimi – le Iene si sono rivolte a noi per una consulenza». Il tema del servizio di Luigi Pelazza era per l’appunto la vendita di diamanti da parte delle banche come bene rifugio o ancor più d’investimento. Ma alla fine molti sono rimasti scottati ed è intervenuta anche l’Antitrust dopo una denuncia di Altroconsumo: «Lo scorso ottobre – dicono all’associazione di consumatori – ha multato per più di 15 milioni due società venditrici di diamanti e quattro banche che hanno venduto a prezzi gonfiati le loro pietre a ignari clienti, spacciandoli per investimenti sicuri e senza informare dei rischi reali e dell’impossibilità di rivendere i preziosi acquistati. Le banche sono Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena e Banco BPM, assieme alle due società IDB e DPI». 

 

«A noi – dice Pio Visconti – Pelazza è arrivato probabilmente perché sono il decano dell’Associazione gemmologi, che ha la sede operativa del Nord Italia nel mio laboratorio valenzano». Sia come sia la «Iena» ha portato un diamante e ha chiesto a Visconti di analizzarlo e stabilirne le caratteristiche. «Poi mi ha chiesto quanto poteva costare e allora gli ho risposto che non essendo un’azienda commerciale non potevo fare prezzi». Qui entra in scena Oro & Oro: «Le Iene sono venute qui – dice Giovanni Greco – con quel diamante e noi ci siamo limitati a valutarlo in base ai prezziari internazionali: era di mezzo carato, valeva tre mila euro». Invece era stato venduto dalla banca? «Mi pare che Pelazza abbia parlato di 9 mila euro». Tre volte tanto.  

 

«In realtà – spiega Visconti – le banche non assicurano di ricomprare la pietra al prezzo pagato loro, ma semplicemente che la metteranno sul mercato a quella cifra, in attesa di un compratore». E se non arriva? «Eh, chi ha avuto ha avuto». Il punto è che «un diamante è per sempre» come recitava il felice slogan della De Beers, la storica multinazionale egemone nel settore, ma considerarlo come bene rifugio comporta qualche rischio, in quanto la valutazione si basa su caratteristiche (le famose quattro «C»: Carat, Clarity, Colour, Cut) che possono essere giudicate con certezza solo da un esperto dotato dell’opportuna strumentazione. Certo, ci si può fidare, ma come sempre la delusione è dietro l’angolo. Come dovrebbe spiegare appunto Palazza: «Il servizio sui diamanti va in onda nella puntata di mercoledì». Mercoledì sera, dunque, si saprà.  

La questione diamanti “gonfiati” Un’interpellanza in Parlamento

 -bergamopost.it 17 aprile 2018

La vicenda dei diamanti non accenna a calmarsi, anzi. Dopo gli articoli pubblicati dal nostro giornale, le acque si sono mosse e per i risparmiatori si sono aperti nuovi spiragli. Anche per i concittadini che avevano acquistato le pietre preziose attraverso il Credito Bergamasco, che fa parte del gruppo Banco Bpm. Proprio nella sede Bpm di Milano si sono recate nei giorni scorsi le Iene della popolare trasmissione.

L’interpellanza parlamentare. E addirittura la questione è arrivata in Parlamento. Al ministro dell’Economia e delle finanze il neo deputato Daniele Belotti ha presentato la seguente interpellanza. «Premesso: che recentemente è ritornata alla ribalta l’inchiesta promossa dalla trasmissione televisiva Report a fine 2016, sui “diamanti da investimento” che alcune banche italiane, tra cui Intesa San Paolo, Unicredit, Banco Popolare e Monte dei Paschi, hanno proposto per conto di società private esterne del settore (in particolare la Diamond Private Investment e Intermarket Diamond Business) ai loro clienti come beni rifugio a valori che si sono poi rivelati gonfiati rispetto al prezzo di mercato; che nelle ultime settimane, dopo la decisione di Intesa Sanpaolo e Unicredit, di valutare caso per caso i reclami dei clienti e di rimborsare totalmente quanto speso, sono aumentati, in tutta Italia, gli investitori che hanno deciso di rivolgersi ad avvocati o alle associazioni dei consumatori per cercare di rientrare in possesso delle somme sborsate; che da alcune rilevazioni delle associazioni consumatori, sarebbero coinvolti migliaia di risparmiatori italiani, la maggior parte dei quali pensionati e famiglie senza particolare esperienza in materia di investimento finanziario o anche solo mobiliare e che volevano solo diversificare il risparmio garantendosi il capitale; che la Procura della Repubblica di Milano ha aperto un’inchiesta ipotizzando il reato di truffa ai clienti delle banche per un valore di almeno 300 milioni di euro, mentre la Guardia di finanza avrebbe acquisito alcuni documenti dagli uffici di Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps, Banco Bpm e Banca Popolare di Bari; che le banche coinvolte stanno rispondendo alle richieste dei propri clienti che hanno investito in diamanti in modo differente: Intesa Sanpaolo risulta che stia risarcendo i clienti che reclamano, ma non è ancora chiaro se saranno tutti soddisfatti; che Unicredit offrirebbe somme, sebbene a pochi clienti, ad alcuni dei quali viene prospettato un rimborso integrale a fronte, come riportato dalla Reuters nei giorni scorsi, di un contratto in cui si dichiara la banca “estranea alle rimostranze del cliente” e si rileva “in ogni caso…»

Il bidone dei diamanti in banca «La banca sapeva, eccome»

 bergamopost.it 10 aprile 2018

Un bidone. È difficile trovare un termine che descriva meglio l’investimento in diamanti che, dal 2011 al 2017, quattro dei maggiori istituti bancari italiani (Intesa Sanpaolo, Unicredit, Banco Bpm e Mps) hanno proposto ai propri clienti attuando un ruolo di intermediazione per due società, la Intermarket Diamond Business (Idb) e la Diamond Private Investment, che acquistavano e, si è poi scoperto, vendevano a prezzi decisamente rialzati le pietre preziose. Su un totale di oltre un miliardo di euro investiti dai circa centomila investitori italiani, ben seicento milioni sono arrivati da clienti del Banco Bpm, di cui dal 2017 fa parte anche il Credito Bergamasco (che nel 2014 si era già fuso con la capogruppo Banco Popolare). In altre parole, una bella fetta di quei seicento milioni, ovvero decine di milioni di euro, sono di migliaia di bergamaschi che, in questi anni, si sono fidati di chi consigliava loro di investire in diamanti.

 

«Io ne ho piazzato soltanto uno, per di più a un cliente che insisteva molto. Se no evitavo, perché sapevo che c’era del marcio sotto» racconta oggi Giorgio (nome di fantasia), ex sportellista di una filiale Creberg di Bergamo. Un professionista esperto, che ha sempre vissuto il proprio lavoro come un servizio verso le persone che affidavano i risparmi di una vita alla banca. E che, davanti al caso dei diamanti, ha voluto raccontare come funzionavano le cose “dietro le quinte”, chiedendo però di poter mantenere l’anonimato. «Ogni mese, la filiale aveva un budget da raggiungere piazzando vari prodotti d’investimento ai clienti – spiega Giorgio –. Tra questi, c’erano anche i “brillanti”».

Banco Bpm, che a differenza di Intesa e Unicredit ha scelto di non rimborsare tutti i suoi clienti ma di valutare ogni singolo caso e, talvolta, proporre una specie di transazione che sta creando molto malcontento tra gli investitori, si difende spiegando che «la Banca, in virtù del contratto in essere con Idb, ha il ruolo di segnalatore di interesse finalizzato a mettere in contatto il soggetto interessato con la Società venditrice». In altre parole, l’istituto avrebbe svolto semplicemente un ruolo di intermediazione e non avrebbe conseguito alcun vantaggio o beneficio dalla vendita. «Balle – commenta senza mezzi termini l’ex sportellista –. La Idb faceva poco, pensavamo a tutto noi. Segnalavamo il cliente interessato e fornivamo alla società il profilo dell’investitore».

E la banca, stando a Giorgio, ci guadagnava: «Minimo il quindici per cento. Perché…»

Governi e banche accumulano oro e argento. Crisi dietro l’angolo?

Mariangela Tessa wallstreetitalia.com 17 aprile 2018

Stop By Arrowhead Coin To Sell or Buy Your AZ Gold

Governi e grandi banche stanno facendo incetta di oro come non succedeva da tempo. Una mossa che alcuni analisti leggono come una chiara misura di protezione contro la tempesta economica in arrivo.

Le condizioni per una crisi, secondo quanto si legge in un articolo pubblicato su SHFTplan.com, ci sono e sono chiare:

“le banche centrali continuano a stampare denaro, le guerre commerciali, l’aumento dei tassi di interesse e il rallentamento delle vendite al dettaglio indicano che la frenata sarà di proporzioni enormi. Le grandi banche e governi sanno bene cosa sta arrivando e si stanno preparando a questa eventualità accumulando enormi quantità di “denaro reale” prima della crisi” 

Secondo Keith Neumeyer, CEO del primo produttore al mondo di argento First Majestic Silver e presidente di First Mining Gold, i cartelli hanno continuato a manipolare i prezzi dei metalli preziosi mentre caricavano i propri caveau con oro e argento.

Secondo Neumeyer, non è ancora chiaro se:

“stiamo andando in un ambiente non inflazionistico o inflazionistico. L’oro può essere un ancora di salvataggio in entrambi i casi”.

Neumeyer spiega che non solo ci sono fattori monetari in gioco, ma anche problemi di approvvigionamento, in quanto la produzione, specialmente in argento, è diminuita notevolmente negli ultimi anni. Tutto ciò fa ben sperare per l’aumento dei prezzi dei metalli preziosi, con gli analisti che si aspettano prezzi futuri di gran lunga superiori ai massimi storici che abbiamo visto negli ultimi anni.

Coop e Nestlé pace ritrovata

tvsvizzera.it 17 aprile 2018

La vertenza che oppone Nestlé ai grandi dettaglianti europei potrebbe essere risolta: stando a quanto afferma l’edizione odierna della Frankfurter Allgemeine Zeitung le parti avrebbero trovato un compromesso su ribassi e condizioni di vendita.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/17-04-2018-nestle-e-coop-verso-un-accordo?id=10369205&startTime=0.000333&station=rete-uno

Secondo il quotidiano tedesco, che cita una fonte che avrebbe partecipato alle discussioni, l’accordo con Agecore Link esternonon sarebbe però ancora stato firmato: questo avverrà nei prossimi giorni.

Agecore è un’alleanza di acquisto creata nel 2015 da importanti dettaglianti europei. vi fanno parte la svizzera Coop, la tedesca Edeka, la francese Intermarché, la belga Colruyt, l’italiana Conad e la spagnola Eroski.

Fatturato da 2 miliardi di franchi

Insieme questi marchi contribuiscono, secondo stime, a circa due miliardi di franchi al fatturato di Nestlé e hanno mosso critiche per i prezzi di acquisto giudicati troppo elevati.

Non avendo ottenuto ragione hanno cominciato a togliere dagli scaffali numerosi articoli della multinazionale di Vevey nel canton Vaud.

Breve prontuario di sopravvivenza al Fuorisalone 2018

Glenda CinquegranaGlenda Cinquegrana, Contributor forbesitalia.com 17 aprile 2018

Si apre domani, 17 aprile, il Salone del Mobile, che negli spazi di Rho Fiera ospita più di duemila espositori su 205mila metri quadri di superficie, con un 22% di aziende straniere tra i partecipanti. Accanto al Salone ufficiale, come ogni anno, ad animare la città ci sarà il Fuorisalone, la manifestazione che si tiene nell’arco della stessa settimana negli spazi al di fuori della fiera. Il Fuorisalone nel 2018 ospita 1.328 eventi in sedici percorsi divisi tra Tortona Design Week (48 eventi), Brera Design District (216 eventi), Ventura Centrale e Future (90 eventi), cui si sommano aree come la Triennale di Milano5 Vie Art + Design, la zona Sant’AmbrogioPorta Venezia In DesignIn/Bovisa e  la Fabbrica del Vapore. Questi numeri danno l’idea dell’ampiezza di un appuntamento che da anni non è più solo una fiera del settore, ma un’enorme vetrina a cielo aperto del design Made in Italy e internazionale.

Ai lettori di Forbes proponiamo una guida per parole chiave delle tendenze di quest’anno.

  1. Arte/design. Chi ama l’ibridazione fra generi, non può perdere la nuova collezione di lampade firmate da Nanda Vigo, in scena nel distretto delle 5 Vie, tutto ispirato ad arte e design. Si tratta di SUN-RA, una serie realizzata in collaborazione con Adolfo Carrara Studio Design. Ispirata a uno dei nuclei classici della ricerca della Vigo, ovvero l’interferenza tra lo spazio e la luce, la nuova collezione mostra che il progetto di design può diventare opera d’arte.

Maggiori informazioni: jcpuniverse.com

    1. Cibo. Per i gourmand incalliti il Salone offre diverse occasioni legate al food design, una disciplina sempre più in voga. Fra le degustazioni da non perdere segnaliamo il menù design week 2018 del ristorante 28 posti, progettato dallo chef Marco Ambrosino e dal designer Odo Fioravanti, intitolato Make a Dish/Make a Wish. In questo menù, disponibile solo durante la settimana del Salone, il contenitore-piatto e contenuto-cibo sono integrati in modo tale da creare un’esperienza di degustazione radicalmente diversa, che mette il fruitore e i suoi desideri al centro.
 

Maggiori informazioni: 28posti.org

  1. Cultura. 100 x 100 Achille è la mostra-evento organizzata dalla Fondazione Achille Castiglioni che celebra i cento anni del genio italiano del design. Per l’occasione alcuni fra i più noti designer internazionali sono stati chiamati a indicare cento possibili oggetti regalo per Castiglioni: manufatti che, scelti per la loro intelligenza progettuale dei designer (anonimi) che li hanno realizzati, compongono la collezione del Museo dell’Oggetto Anonimo che Castiglioni avrebbe voluto creare. Agli oggetti scelti si accompagnano anche biglietti d’auguri preparati dalle stelle del design, in uno speciale formato ready-made.

Maggiori informazioni: fondazioneachillecastiglioni.it

  1. Digitale. Il digitale è uno dei temi chiave del Salone di quest’anno. Fra gli eventi legati al digital segnaliamo quello promosso da Google e ospitato allo spazio di Rossana Orlandi. Si intitola Softwear, e vede la collaborazione fra Lidewij Edelkoort, guru mondiale delle tendenze, e la designer olandese Kiki Van Elk. Nello spazio di Matteo Bandello campeggia una grande installazione che riproduce un interno domestico, la realizzazione di una ricerca che ha messo al centro l’integrazione fra hi-tech e vita di tutti i giorni.

Maggiori informazioni: rossanaorlandi.com

  1. Futuro. La progettazione del futuro è sempre al centro del Salone. E il suo fulcro quest’anno è lo spazio di The Mall a Porta Nuova, che lo studio Stefano Boeri Architetti trasforma in un cantiere di esplorazione del futuro dell’abitare, in un’atmosfera ispirata a Marte, prossimo approdo dell’umanità. In un allestimento immersivo ispirato al Pianeta Rosso, oltre ai prodotti di aziende prestigiose troviamo interessanti incontri-dibattito sul tema del futuro.

Maggiori informazioni: space-interiors.it

  1. Lusso. Nuova parola chiave del salone 2018 è lusso. L’evento sinonimo di questa parola non poteva che essere firmato Louis Vuitton e ospitato nella splendida cornice di Palazzo Bocconi. Oltre alla presentazione del Diamond Mirror di Marcel Wanders, e la Ribbon Dance di Marcel Fu, Vuitton propone una riflessione su tema del viaggio, presentando gli Objets Nomades, realizzati da alcune stelle del design come Humberto e Fernando Campana, Atelier Oï, Patricia Urquiola e Marcel Wanders.

Maggiori informazioni: louisvuitton.com

  1. Mercato. Al Salone un must oggi è anche comprare: il Fuorisalone riserva questa opportunità attraverso il Milano Design Market, che, ospitato nello spazio suggestivo del Studio Fotografico Gianni Rizzotti, si trova all’Isola. Il mercato mette in scena il meglio del design emergente del panorama internazionale, selezionato fra le proposte di più di mille candidati.

Maggiori informazioni: fuorisalone.it

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  1. Social. In quest’epoca storica non si può prescindere dai social. Sul tema Vitra presenta un’installazione di circa duecento oggetti nell’ambito della mostra Vitra Typecasting, An Assembly of Iconic, Forgotten and New Vitra Characters, realizzata da Robert Stadler in scena alla Pelota a Brera. Il designer amato dai musei di arte – celebri le sue apparizioni al Noguchi Museum di New York e MAK di Vienna – rilegge gli oggetti del design più familiare alla luce di una nuova nozione di social.

Maggiori informazioni: vitra.com

  1. Sottosopra. Ricerca che nasce dal sovvertimento della normalità. Se questo può essere uno dei nuovi fulcri della progettazione, segnaliamo Reverse Room è l’installazione dell’artista e architetto James Wines, realizzata per Foscarini Spazio Brera. In una stanza dalle pareti scure, le lampade della maison sbucano dal pavimento, mettendo in discussione la nostra percezione dello spazio e le normali convenzioni percettive.

Maggiori informazioni: foscarini.com

  1. Urbano. L’urbano è un tema caro al design recente, come strumento di rinnovamento sociale che influisce sulla vita quotidiana delle città. Un appuntamento imperdibile sul tema è la mostra organizzata da BASE Milano, intitolata Trouble Making, who is making the city? a cura del collettivo Raumplam. Attraverso la rilettura di alcuni dei fenomeni che stanno cambiando le città, come la sharing economy, l’home sharing e l’informazione online fai-da-te, l’esposizione offre nuovi spunti sulla tradizionale trattazione dell’argomento urbano.

Maggiori informazioni: base.milano.it

Intesa Sanpaolo chiude con Intrum l’operazione NPL VIDEO

Massimo Famularo
Autore della news
Autore del video balstingnews.com 17 aprile 2018

Dopo una lunga e complicata trattativa [VIDEO], Intesa Sanpaolo ha raggiunto un accordo col gruppo svedese Intrum Iustitia Lindorff per un operazione di dismisisone di #NPL insieme alla piattaforma di recupero e a diritti di lavorazione per la durata di dieci anni.

Il portafoglio ceduto avrà un valore di 10,8 miliardi, riducendo il perimetro di 12 inizialmente ipotizzato, mentre il prezzo di trasferimento sarà di 3,6 miliardi includendo anche il 51% della piattaforma di recupero e il contestuale trasferimento di 600 unità dal gruppo bancario alla nuovà società di servicing.

I dettagli dell’accordo

L’operazione viene articolata come partnership strategica volta alla creazione di un operatore di primo piano nella gestione dei NPL sul sistema italiano.

La nuova entità partirà con Asset Under Management per circa 40 miliardi costituti essenzialmente da crediti deteriorati. La valorizzazione della piattaforma di Intesa che verrà apportata alla partnership si attesta su circa mezzo miliardo.

L’accordo prevede anche una cartolarizzazione di NPL per un saldo lordo pari a circa 10.8 miliardi con un prezzo di trasferimento in linea con i valori netti di bilancio dell’istituto, che sui i crediti deteriorati eleggibili per la vendita era già stato portato a livelli compatibili con la dismissione.

La waterfall dell’operazione prevede una tranche senior per circa il 60% del prezzo di cessione, che verrà sottoscritta da un gruppo di istituti di credito sotto l’arrangement di Mediobanca e Goldman Sachs. Il restante 40% sarà suddiviso in due tranche, mezzanine e junior che verranno sottoscritte per il 49% dalla stessa intesa Sanpaolo e per il 51% da un veicolo di investimento finanziarto principalmente da Intrum e potenzialmente aperto ad altri coinvestitori.

Gli impatti per la banca

Con questa operazione Intesa Sanpaolo segnerà un passo importante nella strategia di riduzione dei NPL portando l’incidenza sui crediti complessivi a scendere dall’11,9% di fine 2017 al 9,6%, battendo la rivale Unicredit che si attesta 10,2%. Si tratta di un livello molto positivo per gli standard italiani, ma ancora elevato rispetto alle medie europee che si attestano intorno al 4-5%.

Di particolare interesse sul versante strategico risulta la considerazione che la dismissione dei crediti problematici è avvenuta senza registrare perdite e che, anzi si stima una plusvalenza pari a 400 milioni per l’intera operazione. Si tratta di un percorso in linea con le richieste [VIDEO] degli organi di vigilanza in merito alla necessità di rendere più efficiente la gestione dei NPL, questo obbiettivo dovrebbe essere raggiunto attraverso la JV con uno specialista di settore come il colosso svedese Intrum Iustitia Lindorff.

Il Banchiere Anarchico di Fernando Pessoa La logica ferrea dietro la rivoluzione di Valentina Dragoni

Il banchiere anarchico di Fernando Pessoa

Quando ho letto il titolo de “Il Banchiere Anarchico” di Fernando Pessoa, ho capito già dall’apparente ossimoro che sarebbe stato un viaggio interessante e aggrovigliato.

D’altronde, tutta la complessità di Fernando Pessoa è stata tratteggiata in modo brillante e incisivo da Giulia La Face nella sua introduzione a questo particolarissimo autore.

Di Fernando Pessoa conoscevo poco più il nome e la nazionalità, e ancor meno il mirabolante universo creativo e letterario nato dalla sua mente: leggendo l’introduzione ho pensato

“Mio Dio, questo o era un genio assoluto o uno sbalorditivo caso di schizofrenia”.

Nessuno, uno… e molti altri

Se propendiamo per la prima opzione, non ci sono problemi; ma facciamo uno sforzo e prendiamo in considerazione anche solo per la durata di questo articolo la possibilità che Pessoa fosse veramente immerso in un mondo dove la sua personalità fosse molteplice.
Che i vari eteronimi non fossero solo parti dettagliati della sua mente, ma entità che lui vedeva al suo fianco, alle quali faceva domande, con le quali discutesse animatamente.

Non sarebbe questo stato il più incredibile esempio di forza interiore mai visto? Non dimostrerebbe una lucidità di pensiero, una profondità e una capacità espressiva fuori dal comune?

Nel suo essere anonimo nella vita quotidiana, Fernando Pessoa ha invece trovato una scintillante esistenza letteraria, in cui le personalità discordanti trovavano ognuna una perfetta collocazione. Un incastro perfetto di opposizioni.

Una coerenza sistematica che ho ritrovato anche ne “Il banchiere anarchico”, un racconto che Pessoa firma con il suo nome e che contiene una delle più intelligenti e sottili critiche alla politica e alla società che io abbia mai letto.

L’anarchia non è quello che sembra

Lei mi ha paragonato a quegli sciocchi dei sindacati e delle bombe per sottolineare che sono diverso da loro. Lo sono, ma la differenza è questa: loro (sì, loro e non io) sono anarchici solo in teoria; io lo sono nella teoria e nella pratica.

Pensate di dover prendere un gran respiro per immergervi in acqua… ecco, la lettura de “Il banchiere anarchico” di Fernando Pessoa somiglia un po’ all’apnea. Inizia come una tranquilla chiacchierata fra due amici ad un tavolo di un bar e incalzante prosegue come la discesa dentro un abisso che è la mente e la storia del banchiere.

Come può uno che incarna il simbolo del capitalismo, della borghesia ricca e potente, essere anarchico?

Ma gli anarchici non son quelli che protestano contro il capitale, la società, il mondo così come lo conosciamo?
Sono queste le domande che l’intervistatore del banchiere si fa e esprime al suo interlocutore il quale, con una logica apparentemente ferrea e inscalfibile, lo conduce in una vivisezione dell’anarchia.

Un processo che assomiglia ad un esperimento scientifico, in cui la verità da dimostrare è proprio l’essere un autentico anarchico del banchiere.

Ora, che cos’è un anarchico? È uno che si ribella contro l’ingiustizia di nascere socialmente diseguali – in fondo è solo questo.
E da questo deriva, come vedrà, la ribellione contro le convenzioni sociali che rendono possibile la diseguaglianza.

Educazione anarchica

E la disuguaglianza è, secondo il banchiere, determinata dalla finzione della società; le differenze di ceto, ricchezza, mezzi non sono naturali, non sono congenite; sono diseguaglianze imposte dalla società, che discrimina gli uomini in base a “qualità posticce”.

Quindi l’unica società veramente egalitaria è quella anarchica, perché concepisce sistemi basati sulla finzione ma solo sulla natura. È inutile, afferma il banchiere anarchico, smantellare questo attuale sistema per sostituirlo con un altro perché anche il nuovo sarebbe una finzione… O si riesce a realizzare l’anarchia, che è l’espressione della natura, o non si riesce e quindi si continua a vivere in un mondo fatto di finzione.

A questo punto l’autore, come noi lettori, è leggermente confuso… natura, società, finzione… ma dove vuole andare a parare il nostro banchiere anarchico?

Qui inizia la vera spiegazione: il banchiere racconta della sua gioventù, di come inizia il suo percorso nell’anarchia.
Senza falsa modestia, senza impacchettare una bella favola, il banchiere racconta come da giovane venne sedotto dall’idea di una società più giusta e di come l’anarchia gli sia sembrata la più logica delle soluzioni.

È nell’implacabile costruzione, smantellamento e ricostruzione di ogni teoria e ipotesi su cosa sia e l’anarchia e cosa si debba fare per realizzarla che si mette in luce tutta la capacità dialettica di Pessoa.
Veniamo accompagnati nella mente del banchiere e quasi letteralmente vediamo il ragionamento che lui ha fatto in gioventù, domandandosi come si potesse mettere effettivamente in pratica l’ideale anarchico.

Anarchia? Facile a dirsi…

Animato dall’energia della gioventù e dall’idealismo puro, il giovane banchiere si fa attivista e si impegna nella propaganda contro la società che impone finte necessità, finte diseguaglianze, finta libertà.
Ma si rende presto conto che anche chi è animato da buone intenzioni non si sgancia facilmente dalle convenzioni: gli uomini sembrano essere “costretti” a replicare le stesse dinamiche gerarchiche anche quando lo scopo è eliminarle.

È in questo preciso istante, quando si rende conto che realizzare l’anarchia è impossibile all’interno di un gruppo (perché ciò implicherebbe la riproposizione degli stessi identici scenari della società borghese), che il banchiere anarchico elabora la sua teoria: realizzare l’anarchia da solo.

Lavorando così separati per lo stesso fine anarchico, raggiungiamo due obiettivi: quello dell’impegno e quello della non creazione di una nuova tirannia.

L’uomo solo al comando della sua vita

L’anarchia è perseguire la natura e la natura dell’uomo è quella di essere libero, quindi lo scopo è realizzare la libertà.
Ma libertà significa essere slegati da ogni convenzione sociale.

E qual è la più incatenante delle convenzioni sociali?

La più importante, per lo meno nella nostra epoca, è il denaro […]
Liberandomi della sua influenza, dalla sua forza, mettendomi al di sopra pertanto del suo condizionamento, neutralizzando la sua azione su di me.
Su di me, capisce?
Perché ero io a combatterlo [..]

Ed ecco come è diventato banchiere: accumulando tanto denaro da averne una quantità tale da non doversene preoccupare, il banchiere anarchico ha usato tutti gli strumenti a sua disposizione per arricchirsi, soddisfacendo non solo un desiderio personale ma anche il suo ideale politico.

Arricchendosi, il banchiere anarchico libera sé stesso dalla prigionia del denaro e quindi anche dalla finzione della società; si pone al di sopra delle logiche borghesi, raggiungendo una libertà che, benché imperfetta perché conquistata in una società imperfetta, lo rende un autentico anarchico perché non dà vita ad una nuova tirannia.

La perfetta logica dell’anarchia

Alla fine del racconto, iniziato con lo scetticismo puro, devo ammettere che son stata quasi felice di essere d’accordo con il banchiere anarchico.
Forse, come l’autore, sono stata affascinata dall’ingarbugliata eppure inflessibile analisi del banchiere: l’unico modo per liberarsi della più grande delle finzioni sociali è abbracciarla.

E bisogna farlo da soli.

Un gruppo, anche motivato da oneste intenzioni, finisce per essere dominato dalle stesse dinamiche che ammorbano la società che si vuole sconfiggere; per questo, ogni uomo deve combattere la propria battaglia da solo, liberando in primis sé stesso.

C’è dell’egoismo in questo, e il banchiere anarchico di Fernando Pessoa ne è un brillante esempio: egli non decide di ritirarsi a vivere in un eremo, povero e solo, ma persegue una via di agiatezza e prestigio. Il suo rigore è privo di moralità, non è guidato dalla solidarietà o dall’idealismo romantico in cui tutti collaborano alla liberazione della società ingiusta.
Pensa alla sua libertà, perché è convinto che salvare tutti sia impossibile con i mezzi che questo mondo viziato dalle finzioni ci mette a disposizione.

È inutile lottare contro il sistema, perché le armi che abbiamo sono spuntate. L’unica soluzione è salvarci individualmente.

Va da sé che non tutti hanno l’intelligenza per farlo… cosa dovrebbe fare chi, sprovvisto di mezzi intellettuali adatti, si trova in una società ingiusta?
Mi sarebbe piaciuto fare questa domanda al banchiere anarchico, per vedere se sarebbe riuscito a fornirmi una risposta dipanando la sua logica cristallina.

Ma qui di cristallino c’è solo il genio di Pessoa che, da abile burattinaio della parola, ha intessuto intorno a noi una trama complessa portandoci esattamente dove voleva: a provare simpatia per il banchiere, ribaltando il gioco e mostrandoci come l’assurdo possa essere vero.

Un banchiere può essere anarchico.

E se lo scrive Pessoa che è stato in grado di vivere decine di vite, ognuna delle quali perfettamente plausibile, non possiamo che credergli.

BENE, BENISSIMO, BENETTON! – IL GRUPPO VARA LA SUA RIVOLUZIONE DA 11 MILIARDI PER ENTRARE IN SETTORI DI BUSINESS DA AFFIANCARE A AUTOGRILL, ATLANTIA, I NEGOZI DI “UNITED COLORS” E L’IMMOBILIARE – LA CASSAFORTE “EDIZIONE” TORNA NELLE TELECOMUNICAZIONI CON LE TORRI DI CELLNEX E SALE IN GENERALI

dagospia.com 17 aprile 2018

Daniela Polizzi per “l’Economia – Corriere della Sera”

Il totale supera 11 miliardi. Ma l’impegno complessivo potrebbe alla fine dei conti battere le stime. Sono le risorse impegnate dalla galassia che fa capo alla famiglia Benetton che con Marco Patuano come amministratore delegato, negli ultimi dodici mesi hanno guidato il gruppo come una Ferrari.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Obiettivo, impostare quella «trasformazione profonda» preannunciata poco più di un anno fa da Gilberto Benetton destinata a traghettare il gruppo verso una dimensione ancora più internazionale e sbarcare in nuovi e remunerativi settori di business affiancandoli ad Autogrill, Atlantia, i negozi degli United Colors e l’ immobiliare. Senza naturalmente perdere di vista opportunità di investimento come l’ arrotondamento della storica partecipazione in Generali.

Missione compiuta. Certo, la cifra rispecchia impegni a livelli diversi. In prima fila, quello della cassaforte Edizione che ha appena investito 500 milioni per aggiungere al portafoglio due punti percentuali e arrivare al 3,05% del Leone. E che si appresta salvo imprevisti dell’ultimo minuto – la scadenza dell’ operazione è alla mezzanotte di oggi – a comprare per 1,5 miliardi il 29,9% di Cellnex, la società spagnola delle torri di telecomunicazioni.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Poi c’è Atlantia, impegnata nell’ offerta pubblica di acquisto lanciata su Abertis, il polo delle concessioni autostradali, che richiede un impegno equity di 6 miliardi per creare assieme alla Acs-Hochtief di Florentino Perez il più grande gruppo delle concessioni autostradali a pagamento. Poi, ci sono circa 2 miliardi, investiti sempre da Atlantia, che serviranno per acquistare il 25% del gruppo di costruzioni Hochtief. E questo, nel quadro di un’operazione che in Spagna mobiliterà alla fine dell’ operazione fino a 40 miliardi includendo il debito.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Al conto occorre aggiungere anche l’ investimento di un miliardo di euro che ha consentito ad Atlantia di salire al 15,49% (26,6% i diritti di voto) di Eurotunnel, di cui ora il gruppo guidato dal ceo Giovanni Castellucci è il primo azionista. Il risultato? Con Abertis è cambiata radicalmente l’ impronta geografica di Atlantia: se prima della campagna spagnola l’ 86% dell’ ebitda veniva da attività italiane, dopo l’ opa iberica quella percentuale scenderà al 45% distribuendo così il rischio su altri Paesi. È ovvio che questo avrà forti ripercussioni anche su Edizione, visto che il gruppo delle concessioni di autostrade e aeroporti pesa per il 51% della cassaforte.

Ci vorranno alcune settimane per completare il cantiere aperto in Spagna. Ma l’ effetto dell’ ondata di investimenti – e soprattutto della diversificazione compiuta – si può già calcolare sul Nav (il valore netto) di Edizione. Un’ idea il mercato se l’ è già fatta e ha tirato le somme. Il punto di partenza sono i dati della fine del primo semestre 2017, gli ultimi disponibili. Post acquisto del pacchetto Generali e ipotizzando anche l’ acquisizione di Cellnex, la fotografia del valore di Edizione in sei mesi è profondamente cambiata. Tutta la liquidità – pari a circa 2 miliardi – è stata utilizzata.

gilberto benettonGILBERTO BENETTON

Segno che i Benetton imprenditori hanno avuto coraggio. E mostrato una propensione al rischio per fare rendere quella cassa. Già, perché trovare un accordo con l’ antico rivale Florentino Perez rivela un certo senso dell’ avventura, anche se in questo caso ben calcolata, visto che l’ intesa porterà a una leadership assoluta nelle infrastrutture d’Europa.

La strategia è stata disegnata dal board di Edizione che racchiude la seconda generazione della famiglia con Alessandro Benetton (figlio di Luciano), Franca Bertagnin Benetton (erede di Giuliana), affiancati dai fratelli Carlo e Gilberto, vice presidente, ora alla guida dell’ ennesima trasformazione del gruppo che prende il nome da quello di famiglia e che dall’ inizio dello scorso anno vede la guida operativa affidata a un management esterno: l’ amministratore delegato Marco Patuano e il presidente Fabio Cerchiai che hanno fortemente appoggiato la campagna di crescita di Atlantia.

eurotunnelEUROTUNNEL

La cassa sarà ricostituita. Secondo le stime del mercato, nel 2018 Edizione incasserà oltre 300 milioni a valere sul bilancio 2017. Certo è che in questa fase, probabilmente, finiranno in secondo piano altri tipi di investimenti, di matrice «private equity». Come viene distribuita la cassa investita? Dalla mappa del nuovo valore netto di Edizione, oltre al 51% di Atlantia, compare con un peso del 12% la Cellnex, uguale a quello di Edizione Property, la storica attività immobiliare del gruppo, affidata da gennaio alla guida di Mauro Montagner, ex capo di Allianz real estate nel Sud Europa. A ruota segue Autogrill (11% del Nav), i negozi Benetton (7%) e le partecipazioni in società quotate il cui peso dovrebbe raddoppiare al 6% proprio per lo shopping di Generali.

LOGO ATLANTIALOGO ATLANTIA

La partita più calda in questi giorni è appunto Cellnex,la società spagnola delle torri per la trasmissione del segnale per la telefonia mobile che Atlantia potrebbe «girare», per 1,5 miliardi a Edizione. Tecnicamente, il gruppo di Castellucci eserciterà l’ opzione d’ acquisto nei confronti di Abertis e dopo la mezzanotte di oggi, e salvo ulteriori offerte di terzi dell’ ultimo minuto, quella di vendita nei confronti di Edizione. Che così aggiungerà appunto un’ altra gamba alle sue attività. La partita è aperta. L’ advisor Mediobanca ha avuto l’ incarico di trovare il miglior offerente per le torri in pancia ad Abertis (considerate non strategiche). Ma sin qui l’ unica offerta vincolante è arrivata da Edizione.

AUTOGRILL 3AUTOGRILL 3

È un business che Patuano conosce bene, visto che nel 2015, quando era alla guida di Telecom, ha costituito e portato in Borsa la Inwit che oggi capitalizza quasi 4 miliardi. È un settore a forte marginalità (ebitda pari al 50% dei ricavi) e che proietta Edizione a giocare da protagonista in mercato che in Europa è in forte consolidamento. Come dire che, se ci sarà l’ occasione, Treviso studierà alleanze ed aggregazioni.

Edizione d’ altronde, nel tempo, ha diversificato le attività anche grazie a partner importanti che hanno accompagnato il suo cammino. È accaduto per Autostrade con Abertis, Unicredit, Generali, Gic, Goldman Sachs, Fondazione Crt e Mediobanca. In Adr con Unipol Sai, Changi, Toti e ancora Mediobanca. Nella strategia del gruppo, Abertis è stata l’ operazione perfetta. Una sorta di «matrioska». Insomma, le concessioni iberiche hanno svelato le costruzione di infrastrutture e poi il business delle torri.

VIA LA ZAVORRA! GENERALI VENDE LE ATTIVITA’ A PANAMA E COLOMBIA – GIA’ CEDUTE QUELLE IN GUATEMALA, OLANDA ED IRLANDA PER UN INCASSO DI 600 MILIONI DI EURO – MA NEL PIANO ORIGINARIO ERANO STATE PREVENTIVATE DISMISSIONI PER 1 MILIARDO – LE MANOVRE DEGLI AZIONISTI: CALTAGIRONE SALE AL 4% DEL LEONE DI TRIESTE E BENETTON DALL’1 AL 3%

dagospia.om 17 aprile 2018

L.For. per la Stampa

IL CANTIERE DEL NUOVO CANALE DI PANAMA CUI LAVORANO SACYR E IMPREGILOIL CANTIERE DEL NUOVO CANALE DI PANAMA CUI LAVORANO SACYR E IMPREGILO

Generali fa un altro passo avanti nel piano di dismissioni. Il gruppo assicurativo triestino ha completato la cessione delle proprie attività a Panama e in Colombia. Queste operazioni, annunciate nel corso del secondo semestre del 2017, rientrano nell’ ambito della strategia di razionalizzazione della presenza geografica e di miglioramento dell’ efficienza operativa e dell’ allocazione del capitale.

philippe donnetPHILIPPE DONNET

Grazie a queste due operazioni Il Leone ha incassato circa 170 milioni di euro. Le attività di Panama sono state cedute a Assa Compania de Seguros mentre la partecipazione in Colombia è stata venduta al gruppo Talanx. Generali rimarrà comunque operativa in entrambi i Paesi tramite le sue Global Business Lines, ovvero Generali Employee Benefits, Generali Global Corporate & Commercial e Generali Global Health, nonché tramite le operazioni del gruppo Europ Assistance.

fratelli benettonFRATELLI BENETTON

Finora Generali ha ceduto, oltre a Colombia e Panama, le attività in Guatemala, Olanda (circa 143 milioni) e in Irlanda (286 milioni ancora da perfezionare), dove opera ancora la società Pan Europe. Da queste dismissioni ha incassato circa 600 milioni. Mancano all’ appello ancora cessioni per 400 milioni, visto che il piano originario prevedeva un incasso di almeno un miliardo.

azzurra e francesco gaetano caltagironeAZZURRA E FRANCESCO GAETANO CALTAGIRONE

Continuano intanto le grandi manovre dei soci sull’ azionariato delle Generali. Dopo il blitz della famiglia Benetton che in poco tempo ha aumentato la sua quota nel Leone dall’ 1% al 3%, ieri è toccato ancora a Francesco Gaetano Caltagirone. Il costruttore romano ha arrotondato la quota in Generali, da poco salita al 4% del capitale. Il 13 aprile ha comprato 110mila azioni al prezzo di 16,24 euro per azione. Il tutto corrisponde a circa lo 0,007% del capitale.

l ‘trucco’ dei Cinquestelle per salvargli la casa dal pignoramento della banca VIDEO

Francesco C Soro
Esperto di Cronaca
Autore della news
Autore del video blastingnews.com 16 aprile 2018

La vicenda del signor Sergio Bramini è stata raccontata nelle ultime settimane da parecchie trasmissioni televisive quale esempio di come lo Stato si sia comportato in maniera scorretta con i propri fornitori. L’azienda di proprietà dell’imprenditore brianzolo è stata infatti dichiarata fallita a causa di crediti con la pubblica amministrazione che non è stato possibile incassare.

Tutto è nato quando nel 2011 la sua azienda specializzata nel trattamento di rifiuti è fallita a causa di fatture non pagate dagli ‘Ambiti territoriali ottimali’, enti pubblici che il Governo con due decreti emessi nel 2013 e nel 2014 ha dichiarato fossero ‘non appartenenti alla pubblica amministrazione’ equiparandoli in pratica ai soggetti privati i cui debiti non sono garantiti dallo Stato.

Praticamente lo Stato non solo non ha pagato i servizi regolarmente svolti dalla sua società, ma ha anche agito per evitare di assolvere i suoi impegni. Tutto questo ha una spiegazione pratica: il Governo di allora ha cercato di ‘occultare’ una ingente massa di debiti non riconoscendoli come ‘pubblici’ al fine di contenere l’ammontare ufficiale del debito pubblico.

Fallito per colpa dello stato insolvente

Il signor Bramini, trovatosi improvvisamente senza liquidità e non potendo farsi anticipare dalle banche gli importi non pagati perchè appunto non rientravano tra i ‘crediti di stato’, ha agito come solo i veri imprenditori sanno fare, al fine di tutelare la sua azienda ed i suoi fedeli dipendenti.

Nell’attesa dei risultati dei ricorsi, confidava – purtroppo sbagliando – che tutto sarebbe stato risolto dalla giustizia ipotecando la sua villa con le banche al fine di ottenere la liquidità necessaria per poter far fronte ai sui debiti con i dipendenti e, paradossalmente, con quello stesso stato che non lo stava pagando.

Purtroppo, terminati i fondi, le banche gli hanno chiesto di rientrare, portando la sua azienda al fallimento e mettendo all’asta la villa [VIDEO] che aveva posto come garanzia. Una vera e propriaingiustizia alla quale nessuno al momento è stato in gradi di porre rimedio nonostante molti esponenti di spicco della politica abbiano provato ad interessarsi al caso.

Il colpo di scena del senatore dei Cinquestelle

Oggi alle ore 14 avrebbe dovuto andare in scena l’atto finale: l’esproprio della sua storica abitazione. Ma davanti all’ufficiale giudiziario è accaduto il più classico dei colpi di scena. Il senatore brianzolo Gianmarco Corbetta del #movimento cinquestelle ha bloccato i tutori dell’ordine con il classico ‘uovo di Colombo‘. Ha eletto l’abitazione quale proprio domicilio parlamentare facendo diventare la casa, secondo quanto detta la Costituzione, impignorabile. Il prefetto, a fronte di questa situazione ha dovuto prorogare di altri 45 giorni l’esecuzione, ma adesso la palla passa al giudice, che si troverà di fronte ad una situazione che difficilmente potrà risolvere in tempi brevi.

Credito al consumo: le banche prendano esempio dalla Svezia

Il settore del credito al consumo sotto la lente di McKinsey, secondo cui le banche europee dovrebbero prendere esempio dalla Svezia.

Credito al consumo: le banche prendano esempio dalla Svezia
 

Il credito al consumo rappresenta oggi uno dei principali elementi del mercato dei servizi finanziari europei.

Tra il 2012 e il 2017 i rendimenti medi annui degli azionisti di società quotate sono stati di circa l’11,5%, dunque maggiori spetto a quelli del retail banking (9,1%) e a quelli del corporate banking (7,4%).
Le aziende private operanti nel settore del credito al consumo hanno registrato le performance più solide e hanno così registrato return on equity generalmente superiori al 20%. Dati, questi, che non hanno potuto fare a meno di attrarre di provider specializzati che a loro volta utilizzano la tecnologia digitale per guadagnare nel comparto del credito al consumo.

Il nuovo report di McKinsey intitolato “Disruption in European consumer finance: Lessons from Sweden” ha tentato di evidenziare quanto questo settore sia stato influenzato dalle nuove tecnologie digitali, ma soprattutto come la Svezia sia riuscita a guadagnarsi un ruolo di primo piano al suo interno.

Un vero e proprio esempio da seguire quello di Stoccolma. Tutte le banche europee dovrebbero prendere spunto dall’esperienza svedese, il tutto tramite alcune semplici strategie.

Credito al consumo: perché la Svezia è più virtuosa

Come già accennato, la Svezia si è guadagnata il titolo di principale Paese operante nel settore del credito al consumo, con una percentuale di specializzati schizzata dal 20% nel 2001 al 60% nel 2016.

I provider specializzati svedesi, si legge nel report, hanno guadagnato grazie alla forza dei prodotti e servizi offerti. Innovazione, sperimentazione, ma anche investimenti sul digital customer journey, aggressive strategie di acquisizione e modelli operativi più snelli e agili data-based.

Gli specialisti di credito al consumo hanno trovato terreno fertile in Svezia, dove il grado di adozione digitale (sia nel banking che nell’e-commerce) è ad oggi molto elevato e dove sia il credit scoring che il credit recovery possono vantare di una struttura accessibile ed efficiente. La possibilità di adottare nuovi metodi di identificazione elettronica (e-ID), le ampie potenzialità derivanti dall’accettazione di firme elettroniche e più in generale le nuove tecnologie digitali si sono aggiunte ad un quadro già dipinto.

Il monito alle banche europee appare lampante: gli istituti dovrebbero iniziare a rimboccarsi le maniche e dovrebbero prendere spunto dall’esperienza svedese, concentrandosi in misura maggiore sul cliente e sulla trasformazione dei propri modelli operativi.

McKinsey ha delineato le 4 azioni fondamentali che ogni banca dovrebbe intraprendere per proteggere e sviluppare conteporaneamente il proprio settore del credito al consumo:

  1. Sviluppo di strategie mirate: le banche dovrebbero concentrarsi su quei prodotti, segmenti e canali in cui sono più forti;
  2. Rinvigorimento delle propostetramite una solida esecuzione: fondamentale in questo caso l’attenzione e la propensione delle banche al cliente;
  3. Adozione di modelli operativi più agili e sviluppo delle competenze: potrebbe risultare utile dar vita a modelli organizzativi più chiari tramite la creazione di strutture separate, gestite da leadership differenti ma allo stesso tempo interconnesse;
  4. Sviluppo di soluzioni di credito al consumo di nuova generazione: la tecnologia continuerà ad evolversi e l’innovazione aprirà la porta ad innumerevoli possibilità nel settore che le banche dovranno essere pronte a sfruttare.

Nella maggior parte dei Paesi europei, si legge nel report, il settore del credito al consumo è dominato dai soli giganti del mercato. Eppure l’esperienza della Svezia mostra che con una corretta strategia tutti possono guadagnare spazio nel comparto. L’imperativo per le banche europee? Imparare da Stoccolma.

Intesa-Intrum spinge le banche in Borsa. Npl, Messina batte Mustier sul prezzo

Intesa-Intrum spinge le banche in Borsa. Npl, Messina batte Mustier sul prezzo

Ok del Cda di Intesa Sanpaolo ha accettato l’offerta di Intrum e ha quindi firmato con la multinazionale svedese del recupero crediti un accordo vincolante di partnership strategica per la gestione dei crediti deteriorati (Npl). Il risultato dell’integrazione fra le rispettive piattaforme esistenti per gli Npl sara’ controllato al 51% da Intrum mentre Intesa avra’ il restante 49% e avra’ un contratto decennale per il servicing di crediti in sofferenza di Intesa Sanpaolo a condizioni di mercato.

banca intesa ape

 

L’obiettivo, si legge in una nota, e’ la cessione e cartolarizzazione di un rilevante portafoglio di crediti in sofferenza di Intesa Sanpaolo, una delle piu’ importanti operazioni realizzate nel mercato italiano, pari a 10,8 miliardi. L’accordo ha ricevuto il plauso del mercato. Il titolo Intesa Sanpaolo infatti guadagna a metà seduta oltre un punto e mezzo percentuale +1,53% a 3,123 euro, trascinando tutto il comparto bancarioa Piazza Affari. Sul gruppo piove ancheuna raffica di giudizi positivi dagli analisti.

Primo, la costituzione di un operatore di primo piano nel servicing di Npl nel mercato italiano, con l’integrazione delle piattaforme italiane di Intesa Sanpaolo e Intrum, che avrà: circa 40 mld euro in servicing; 51% della nuova piattaforma detenuto da Intrum e 49% da Intesa Sanpaolo; un contratto di durata decennale per il servicing di crediti in sofferenza di Intesa Sanpaolo a condizioni di mercato; importanti piani di sviluppo commerciale della nuova piattaforma nel mercato italiano; circa 1.000 dipendenti interessati, incluse circa 600 persone provenienti da Intesa Sanpaolo, per le quali e’ previsto il confronto con le Organizzazioni Sindacali anche affinche’ la partnership valorizzi ulteriormente le risorse umane coinvolte.

carlo messina
 

Secondo, la cessione e cartolarizzazione di un rilevante portafoglio di crediti in sofferenza di Ca’ de Sass, una delle piu’ importanti operazioni realizzate nel mercato italiano, pari a 10,8 mld euro al lordo delle rettifiche di valore, a un prezzo in linea con il valore di carico gia’ determinato per la parte di sofferenze del Gruppo aventi caratteristiche di cedibilita’, considerando lo scenario di vendita. La struttura finanziaria del veicolo della cartolarizzazione sara’ la seguente, al fine di conseguire il pieno deconsolidamento contabile e regolamentare del portafoglio alla data del closing (previsto a novembre 2018): Tranche Senior corrispondente al 60% del prezzo del portafoglio, che verra’ sottoscritto da un gruppo di primarie banche; Tranche Junior e Mezzanine pari al restante 40% del prezzo del portafoglio, che verranno sottoscritte per il 51% da un veicolo – partecipato da Intrum e da uno o piu’ co-investitori, ma che agira’ comunque come singolo investitore ai fini di governance – e per il restante 49% da Intesa Sanpaolo.

Le predette operazioni, che sono subordinate all’ottenimento delle autorizzazioni da parte delle autorita’ competenti, prevedono una valutazione della piattaforma di servicing di Intesa Sanpaolo pari a circa 0,5 miliardi di euro e dei crediti in sofferenza oggetto di cartolarizzazione pari a circa 3,1 miliardi di euro.

mustier messina
 

L’accordo da’ un significativo apporto alla strategia di riduzione del profilo di rischio prevista nel Piano di Impresa 2018-2021 di Intesa Sanpaolo e permette di: ridurre l’incidenza di Npl sui crediti complessivi al lordo delle rettifiche di valore sotto il 10% (al 9,6% dall’11,9%, considerando i dati a fine 2017); dimostrare la capacita’ di Intesa Sanpaolo di cedere un rilevante ammontare di Npl senza oneri straordinari per gli azionisti; realizzare una plusvalenza di circa 400 mln euro dopo le imposte nel conto economico consolidato; rispondere alle aspettative dei regolatori in merito alla riduzione di Npl del sistema bancario italiano; rendere possibile l’ulteriore miglioramento nell’attivita’ di recupero riguardante il portafoglio di crediti in sofferenza non ceduto da Intesa Sanpaolo, avvalendosi della partnership con un operatore internazionale di primo piano, che potra’ beneficiare della complementarieta’ di competenze, capacita’ e risorse; conseguire una potenziale futura creazione di valore con lo sviluppo di una primaria piattaforma in Italia, che costituisce uno dei principali mercati europei per il servicing di Npl.

Bank of America – Merrill Lynch, che conferma su Intesa Sanpaolo la raccomandazione buy e il Tp a 3,5 euro, evidenzia che la cessione e di 10,8 mld di Npl equivale a circa il 30% dei crediti deteriorati di Isp e avviene a un prezzo in linea con il valore di carico (29 centesimi). Gli esperti sottolineano che questo livello di 29 cent. e’ “molto piu’ elevato rispetto ai 13 centesimi” ottenuti da Unicredit nell’operazione Fino. BofA fa notare poi che Intesa Sanpaolo ha un Npe ratio inferiore rispetto ai concorrenti e che “ha sempre realizzato ritorni piu’ elevati del settore bancario” grazie tra le altre cose “al focus sull’efficienza e sul taglio dei costi” e al “forte management”: cosi’ il titolo resta il preferito tra le banche Ue. Gli analisti hanno quindi rivisto al rialzo le proprie stime sul dividendo per azione 2018. Gli esperti dichiarano infine che il deal tra Intesa Sanpaolo e Intrum ha una lettura positiva per tutte le banche.

Credit Suisse (outperform, Tp 3,6 euro) aggiunge inoltre che la plusvalenza di 400 mln che si aspetta Intesa Sanpaolo e’ “conservativa”. Ancora, sottolineano gli analisti, “il deal potrebbe ridurre l’Npe ratio lordo dall’11,9% al 9,6% con un impatto limitato sulla copertura degli Npe (Non-performing exposure) dal 57% al 53%. Anche Citigroup (buy, Tp 3,5 euro) giudica l’operazione in modo “positivo”, cosi’ come Mediobanca Securities (neutral, Tp 3,3 euro): il deal “e’ in linea con le priorita’ di Intesa Sanpaolo, ovvero ridurre il profilo di rischio della banca e utilizzare la plusvalenza per la piattaforma di Npl al fine di sostenere il dividendo del 2018. Stimiamo un utile netto pari a 3,7 mld euro nel 2018, inclusa la plusvalenza derivante da questo accordo”. Nel complesso Equita Sim (hold, Tp 3,4 euro) spiega che i termini del deal “sono leggermente migliori delle attese” e Ubs (buy, Tp 3,35 euro) aggiunge che l’intesa avra’ impatti positivi in termini di conto economico della banca.

affariitaliani.it 17 aprile 2018

TIM, LA GUERRA DEI VENT’ANNI: TANTI SONO PASSATI DALLA PRIVATIZZAZIONE – DAL “NOCCIOLINO” DEGLI AGNELLI AI FRANCESI DI VIVENDI E, CHISSA’, GLI AMERICANI DI ELLIOTT – MA A PAGARE E’ STATO SEMPRE (E SOLO) QUEL MEZZO MILIONE DI PICCOLI AZIONISTI: DAL 2006 AD OGGI IL TITOLO HA PERSO IL 70%

dagospia.com 17 aprile 2018

 

Fabio Pavesi per la Verità

 

GUIDO ROSSI TELECOMGUIDO ROSSI TELECOM

Poco capitale, il minimo indispensabile. E poi solo debito, tanto. Tale da bloccare la società in una sorta di cul de sac. Una morta gora dove i flussi di cassa prodotti finivano in buona parte a ripagare gli interessi sul debito. Spegnendo sul nascere ogni velleità di espansione, di sviluppo, di crescita futura. È un fotogramma che dipinge la storia degli ultimi vent’ anni di Telecom Italia, da quando cioè nel 1997 venne privatizzata.

 

LA PRIVATIZZAZIONE

Da allora molti protagonisti passarono sulla tolda di comando del colosso telefonico italiano. Più un luogo di potere, di controllo rarefatto tra scatoli cinesi e leve finanziarie tirate a dismisura. Dopo la privatizzazione del cosiddetto nocciolino duro che videro gli Agnelli governare di fatto il gruppo con solo lo 0,6% del capitale, arrivò subito dopo nel 1999 l’ Opa a debito di Roberto Colaninno e soci. Nel 2001 sbarca (senza Opa) al vertice la Pirelli di Tronchetti Provera.

 

telecom colaninnoTELECOM COLANINNO

Qualche anno e nel 2007 ecco le banche italiane e la spagnola Telefonica salire sul carro di Telecom. E infine la scalata del bretone Vincent Bolloré nel 2015 che giunge a controllare il 24% del capitale con la sua Vivendi. E oggi la contesa con il fondo americano Elliot che vuole scalzare il francese dalla società, accusandolo di badare più ai propri interessi che alla redditività della società. Ieri la Consob è intervenuta nella diatriba chiedendo una integrazione di documenti in vista dell’ assemblea. Mentre il ministro Carlo Calenda è intervenuto a gamba tesa definendo alla faccia della terzietà di un governo, Vivendi «un pessimo azionista».

 

TRONCHETTI TELECOMTRONCHETTI TELECOM

In questo scenario di battaglie per il controllo dell’ ex monopolista c’ è un grande assente. Un convitato di pietra che conta su mezzo milione di investitori. A tanto ammonta il numero degli azionisti, spesso piccoli e silenti, della società che hanno subìto di fatto in 12 anni un depauperamento del 70% circa. E soprattutto vedendo il loro investimento sfumare lentamente nel quasi nulla.

 

Come documenta R&S Mediobanca, l’ investimento nel titolo Telecom è stato una delle più cocenti delusioni per i suoi azionisti. Da fine del 2006 il rendimento medio annuo del titolo ha segnato un -6,2% annuo. Vuol dire per gli ostinati cassettisti avere bruciato in Borsa due terzi del loro investimento. Solo le banche nel decennio hanno fatto peggio. Ma lì ha giocato un ruolo chiave l’ innegabile crisi bancaria.

 

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

Per Telecom il lunghissimo letargo borsistico affonda le sue ragioni nel peccato originale. Aver scambiato da tutti quelli che si sono succeduti nella cabina di regia, la società per una mucca da mungere. Andavano assicurati ricchi dividendi e nel contempo andavano però pagati oneri finanziari sempre più consistenti che si mangiavano completamente i margini d redditività. Basti un dato. Nel 2007 gli oneri finanziari erodevano un terzo del reddito operativo prodotto dalla gestione. Cinque anni dopo nel 2012 la spesa sul debito era salita oltre il 100% dell’ utile operativo.

 

bollore1BOLLORE1

E la metamorfosi da società pubblica ricca e con una struttura patrimoniale-finanziaria equilibrata a società privata pluri-indebitata è raffigurata in questi numeri. All’ indomani della privatizzazione il debito netto è di 27 miliardi e vale quanto il capitale. Nel 2001 sale di ben 10 miliardi e nel 2005 toccherà il record di 40 miliardi. Quasi 2 volte il capitale. Ogni anno la società deve accantonare 2,5 miliardi solo per pagare gli interessi su quella montagna di denaro. E per fortuna che la redditività industriale lorda tiene con il margine operativo lordo che riesce a stazionare al 40% dei ricavi. Sono gli anni dell’ espansione all’ estero.

 

PIAZZA AFFARIPIAZZA AFFARI

Espansione che verrà completamente ridimensionata nel tempo sempre per l’ equilibrio patrimoniale precario e che ridurrà la Telecom a operare di fatto solo sul mercato domestico con l’ unica appendice del mercato brasiliano. Si dimagrisce fortemente l’ attivo per tenere a bada sempre il solito mostro: quel debito caricato dai vari soggetti succedutesi nel cambio di controllo. Una stasi che si riflette inevitabilmente sui corsi di Borsa.

 

Solo per venire ai tempi vicini il titolo viaggia da ormai cinque anni in un range medio di valore di 90 centesimi. Scende a 0,6 per salire a 1-1,2. Lo stesso Bollorè nella sua scalata ha comprato nel 2015 a 1,2 euro i titoli e oggi conta una minusvalenza di oltre 1 miliardo. Prima del lungo letargo borsistico degli ultimi cinque anni ci fu la caduta rovinosa della bolla Internet che portò il titolo da 6 euro del 2000 ai 2 euro del 2003. Oggi 15 anni dopo Telecom fa fatica a riagguantare la soglia psicologica di un euro per azione.

 

CATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANOCATTELAN PIAZZA AFFARI BORSA MILANO

Telecom capitalizzava ancora nel 2005 40 miliardi di valore, oggi tocca a malapena i 13 miliardi di valore di mercato. E dal 2012 anche il ricco dividendo delle azioni ordinarie è venuto a mancare. La Borsa continua così a snobbare Telecom, anche se i risultati economico-finanziari sono assai migliorati. Negli ultimi anni Telecom ha mantenuto redditività alta con il margine lordo al 40% e il margine operativo netto al 20% dei ricavi.

 

Nel 2017 ha chiuso con ricavi a 19,8 miliardi, un utile operativo a 4 miliardi e un indebitamento finanziario netto a 26 miliardi. I recenti sforzi per ripristinare quell’ equilibrio patrimonial-finanziario andato perduto vent’ anni fa non sono stati vani.

 

LA REDDITIVITÀ

TIM ANTENNETIM ANTENNE

Oggi Telecom pur con un mercato molto competitivo e un attivo di bilancio dimagrito è molto più solida degli anni delle scorribande. Ma, e questo suona oggi come un paradosso, la Borsa continua a non accorgersene. Forse quel peccato originale di aver indebitato oltre misura la compagnia telefonica continua ad aleggiare come un marchio indelebile nel Dna della Telecom anche dei giorni nostri. Chissà se chiusa la nuova battaglia franco-americana la Borsa tornerà a guardare ai fondamentali accorgendosi che la Telecom si è rimessa in carreggiata? Agli azionisti, a quel mezzo milione di investitori testardi, più che chi governa la società interessa che il loro investimento torni a recuperare di valore soprattutto nel lungo termine.

Deutsche Bank ammette: test della Bce su liquidazione attività di trading

Stefano Neri finanza report.it 17 aprile 2018

Per l’istituto si tratta di un esercizio svolto altre volte negli Usa e Regno Unito. La mossa non sarebbe legata al nuovo corso dell’ad Sewing

La Bce ha chiesto a Deutsche Bank di calcolare i costi di una eventuale liquidazione delle attività di trading della banca. La conferma è arrivata dal Cfo del colosso bancario tedesco, James von Moltke, contribuendo a dissipare in parte un “giallo” che si era venuto a creare negli ultimi giorni.

Secondo il direttore finanziario della banca, citato da Bloomberg, si tratta di una normale richiesta della vigilanza, un esercizio che è stato fatto altre volte per i supervisori Usa e britannici. L’unica novità è che la simulazione sarebbe stata chiesta dalla Bce e che questa sorta di stress test comporterà tempi più lunghi del solito.

La domanda però che molti si fanno è se la richiesta della Bce, anticipata inizialmente dalla stampa tedesca, sia legata alla possibile dismissione di una divisione finora centrale per Deutsche Bank, benché messa potenzialmente in discussione dalle future strategie del nuovo ad Christian Sewing, che mira a rilanciare invece le attività retail a discapito dell’investment bank. Ma soprattutto, la domanda è se Deutsche abbia bisogno di liberarsi delle attività di trading – dalle performance deludenti negli ultimi anni – per mettere una toppa a qualche problema in grado di minacciare la stessa sopravvivenza della banca, magari legato all’enorme mole di derivati e di titoli potenzialmente tossici in pancia all’istituto tedesca.

Il Cfo di Deutsche Bank ha invece assicurato che la procedura, tale da richiedere alcuni mesi per essere completata, si inserisce nella normale attività di controllo della Bce e che in futuro potrà essere richiesta anche ad altri istituti di credito dell’Eurozona. Deutsche Bank quindi sottolinea che la richiesta della Bce non ha nulla a che vedere con la fase di cambiamento interno della banca.

Da parte sua la Bce, attraverso un portavoce, ha spiegato che Francoforte “non interviene su decisioni di modello di business di singole banche”.

Da evidenziare che nei giorni scorsi l’agenzia di rating Standard & Poor’s ha messo sotto osservazione Deutsche Bank senza escludere un possibile downgrade. In particolare, secondo l’agenzia, il cambio della guardia ai vertici della banca tedesca potrebbe aprire la strada a “un modello di business più solido e sostenibile” ma anche a “un incremento degli sforzi di ristrutturazione”.

In Borsa, nonostante il licenziamento dell’ad uscente john cryan, il titolo si conferma debole e cede da inizio anno circa il 285. Stamani le azioni salgono tuttvia dello 0,7% a 11,67 euro in linea con l’andamento del dax.