Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps. Ecco costi e differenze con le operazioni sugli Npl

di  startmag.it 18 aprile 2018

Intesa San Paolo

Che cosa prevede l’accordo di Intesa Sanpaolo con la svedese Intrum preferita alla cinese Cefc? Quali sono gli obiettivi dell’operazione siglata dal gruppo capitanato dall’ad, Carlo Messina? E quali saranno gli effetti sistemici per le altre banche italiane? Con questo articolo di approfondimento si cerca di rispondere alle domande sorte dopo l’annuncio ufficiale di ieri da parte di Intesa Sanpaolo.

I TERMINI DELL’OPERAZIONE

Il gruppo guidato da Messina ieri ha accettato l’offerta di Intrum e si alleggerisce di 10,8 miliardi di euro di Npl, riducendone l’incidenza sui crediti complessivi dall’11,9% al 9,6%.

CHE COSA PREVEDE L’ACCORDO

Con la firma dell’accordo ci sarà l’integrazione delle piattaforme italiane di gestione degli npl di Intesa Sanpaolo e Intrum da cui nascerebbe un operatore con circa 40 miliardi di euro di crediti in gestione. Il 51% della nuova piattaforma sarà detenuta da Intrum mentre il restante 49% da Intesa Sanpaolo.

LA PARTNERSHIP

Dal perimetro dell’accordo, resteranno “fuori – secondo Messina – coloro che possono tornare in bonis. Continueremo a lavorare per riportare in bonis coloro che sono in incaglio”.

I NUMERI ESSENZIALI

Con Intrum, che investirà 670 milioni di euro, ci sarà CarVal Investors che investirà per rilevare il 51% del veicolo che cartolarizzerà il portafoglio di npl di Intesa. La quota del 51% sarà posseduta per l’80% dalla società svedese e per la restante parte da CarVal.

I VERSAMENTI

Intrum effettuerà un primo pagamento di 156 milioni entro la fine di aprile mentre la restante parte verrà pagata al closing, atteso alla fine del 2018. La partnership porterà ad una plusvalenza di 400 milioni di euro per Intesa Sanpaolo.

GLI EFFETTI INDIRETTI

C’è anche una portata sistemica dell’accordo. Lla cessione di Npl non prevista dal piano d’impresa del gruppo è una risposta anticipata – di fatto – alle richieste del regolatore europeo, che porterà la prima banca italiana ad avere già entro fine anno un Npl ratio inferiore al 10% e posizionando la banca guidata dal ceo Carlo Messina tra i leader in Europa alla pari con Bnp Paribas e Santander, ha scritto Alessandro Graziani del Sole 24 Ore: “Senza peraltro avere in portafoglio, alla vigilia degli stress test di fine anno, i rischi finanziari di tipo level 2 e level 3 delle maggiori banche tedesche e francesi”, aggiunge oggi il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria che dopo la recente ricapitalizzazione vede tra gli azionisti rilevanti Intesa Sanpaolo con il 4,86%, ha rilevato Gianni Dragoni nel suo blog Poteri Deboli.

LE DIFFERENZE CON UNICREDIT E MPS

La vendita degli stock avverrà a circa il 28,7% del nominale, una percentuale sostanzialmente in linea con il valore di carico della banca: “Si tratta insomma di valori molto lontani dal 13% a cui Unicredit  ha ceduto lo scorso anno il portafoglio Fino da 17,7 miliardi o dal 20% a cui Mps  dovrebbe vendere lo stock da oltre 24 miliardi concordato con Bce nel corso del salvataggio”, ha osservato Luca Gualtieri di Mf/Milano Finanza.

IL BOTTA E RISPOSTA

Non a caso nel corso della giornata si è svolto un botta e risposta tra i vertici di Intesa  e quelli di Unicredit. “L’anno scorso per Fino abbiamo voluto avere il price to sell, quindi un prezzo reale per poter vendere sul mercato. Non commentiamo quello che fanno altre banche», ha sibiliato il direttore generale di Unicredit, Gianni Franco Papa. Replica del capo azienda di Intesa Sanpaolo, Messina: “A Unicredit hanno fatto una grande operazione e questo ha consentito loro di poter fare un aumento di capitale”.

LA QUESTIONE PREZZO

Proprio il prezzo è insomma l’elemento di novità dell’operazione annunciata da Intesa, come ha osservato Messina nel corso della conferenza stampa: “Per il sistema bancario italiano questa operazione con Intrum stabilizza le condizioni del mercato degli Npl. Un mercato nel quale c’è stata una tempesta perfetta determinata da cessioni a fondi speculativi a prezzi più bassi rispetto ai valori di carico”. La vendita del pacchetto di Intesa è avvenuto al 28,7% del valore nominale: un prezzo “nella parte alta” delle attese del mercato, che si aspettava un valore compreso tra il 25-30%, rileva Intermonte, e superiore al 21% spuntato da Mps e al 13% ottenuto da Unicredit.

I PRECEDENTI

Intesa Sanpaolo si aggiunge alla schiera delle banche italiane che in questi ultimi due anni hanno ripulito i propri bilanci da una buona parte della mole dei crediti deteriorati accumulati nel corso della crisi.

LA CLASSIFICA DELLE OPERAZIONI

La vendita in blocco di 10,8 miliardi di sofferenze è la terza per dimensione in Italia dopo quella da 24 miliardi fatta da Mps e quella da 17,7 miliardi di Unicredit. Pacchetti per diversi miliardi sono usciti anche da Banco Bpm, che vuole arrivare al 2020 con 17 miliardi di crediti deteriorati in meno rispetto al 2016. Il pressing della Bce non ha risparmiato nessuno: da Carige e Creval, costrette a ricapitalizzarsi per ridurre l’incidenza dei crediti dubbi, a Ubi Banca e Bper, tra le più restie a cedere a sconto crediti invece di cercare di recuperarli internamente.

IL PREZZO E I CONFRONTI

La vendita del pacchetto di Intesa Sanpaolo, come detto in precedenza, è avvenuto al 28,7% del valore nominale: un prezzo “nella parte alta” delle attese del mercato, che si aspettava un valore compreso tra il 25-30%, rileva Intermonte, e superiore al 21% spuntato da Mps e al 13% ottenuto da Unicredit. Ma i paragoni, spiegano gli esperti, rischiano di essere fuorvianti in quanto il valore di vendita dipende dalla struttura del portafoglio e dalle garanzie che lo accompagnano. Certamente Intesa, a differenza di altri, ha potuto negoziare con Intrum senza il fiato della Bce sul collo.

LA CLASSIFICA

Di seguito alcune delle operazioni di dimissioni di crediti realizzate delle banche italiane e il prezzo di cessione, calcolato in percentuale sul valore nominale dei crediti, secondo un’elaborazione dell’Ansa: 1) Intesa Sanpaolo: 10,8 mld al 28,7% 2) Unicredit: 17,7 mld al 13% 3) Mps: 24 mld al 21% 3) Le quattro Bad bank: 8,5 mld al 17,6% 4) Carige: 1,2 mld al 22,1% 5) Carife: 343 mln al 19% 6) Good Bank (Banca Marche, Etruria Carichieti): 2,2 mld al 32% 7) Banco Bpm: 693 mln al 37-38% (stima)

I 3 EFFETTI SISTEMICI

Secondo Alessandro Graziani del Sole 24 Ore, il doppio deal tra Intesa e Intrum avrà tre significative conseguenze per l’intero sistema bancario italiano. La prima riguarda il prezzo di cessione degli Npl avvenuto a poco meno del 29% del valore nominale: “Un benchmark di riferimento per le future transazioni di altre banche che, qualora decidessero di vendere, si posizioneranno magari più vicino al 25% ma non più al 15-20% delle transazioni avvenute lo scorso anno. Con evidenti benefici sui conti, come dimostra il rally immediato in Borsa dei titoli del settore”.  La seconda conseguenza riguarda “la pressione che Bce e investitori accentueranno sulle banche medie per raggiungere in tempi rapidi il livello del 10% di Npl ratio che ormai sta diventando il nuovo scalino da raggiungere entro il 2018”. La terza conseguenza riguarda le piattaforme di servicing interno per la gestione dei crediti a rischio: “Dopo le cessioni di UniCredit (a Fortress) e Mps (a Cerved), Intesa ha ceduto il 51% a Intrum pur mantenendo il 49%. Difficile pensare che il nuovo quadro competitivo non abbia conseguenze per le banche medie”.

Bufera sulle polizze in banca

Chiara Mericodi Chiara Merico bluerating.com 18 aprile 2018

LA PROTESTA – Infuria la protesta nel mondo degli agenti assicurativi, rappresentato dal sindacato nazionale Sna, per la vicenda delle polizze vita, in particolare index linked, vendute agli sportelli bancari. Migliaia di consumatori hanno avviato procedimenti in tribunale per le perdite subite, che in alcuni casi sarebbero pari a quasi la metà del capitale investito. La pratica della vendita delle polizze presso i cosiddetti canali alternativi, cioè gli sportelli di banche e poste, per il presidente di Sna Claudio Demozzi (nella foto) rappresenta un danno alla categoria degli agenti assicurativi.

L’INDAGINE – “Un paio di anni fa c’è stata anche un’indagine Ivass, che si è conclusa con parecchi rilievi e una lettera al mercato con una posizione molto critica sulla vendita di queste polizze, quasi sempre legate ai mutui”, ha spiegato Demozzi a BLUERATING. “Tanto che il legislatore ha poi vietato la vendita di questi prodotti in abbinamento ai mutui. Vendita che avveniva spesso con modalità illegittime: si obbligavano infatti i richiedenti il mutuo a sottoscrivere ì polizze di valore esorbitante, a volte pari anche al 30% del mutuo: per esempio, una polizza da 30mila euro a fronte di un mutuo da 100mila. In molti casi poi i clienti non avevano possibilità di uscire anticipatamente dalla polizza, né gli veniva rimborsata la quota in caso di estinzione anticipata del mutuo”.

DIVIETO AGGIRATO – E, fatta la legge, trovato l’inganno: secondo Demozzi, molti istituti “hanno continuato ad aggirare il divieto facendo risultare la vendita della polizza non collegata al mutuo. Di fatto però i clienti erano obbligati a sottoscriverle”. Per il presidente di Sna “il vero problema è proprio la vendita di questi prodotti agli sportelli bancari e postali. Se un cliente entra in un’agenzia assicurativa sa cosa sta comprando, come quando entra in un negozio di calzature e comprerà le scarpe. Se un cliente va in banca per chiedere un mutuo non si attende di uscirne con una polizza vita”. La questione riguarda quasi tutti gli istituti di credito, specie i più grandi che ora, come sottolinea Demozzi, “hanno in mente di puntare sempre più sulla vendita di prodotti assicurativi, come ha annunciato di recente Intesa Sanpaolo”.

UN PROBLEMA NORMATIVO – Alla base c’è anche un problema normativo. “Con l’approvazione della direttiva europea Idd (Insurance Distribution Directive, n.d.r.) si fa un passo indietro: in questo modo cadono di fatto i divieti imposti dal legislatore italiano e si sdogana nuovamente la vendita dei prodotti assicurativi presso le banche”, spiega Demozzi. “C’è bisogno di nuovo di un intervento legislativo: l’esecutivo Gentiloni ha però ‘dimenticato’, nell’atto di governo 516 (il decreto legislativo che recepisce la direttiva, n.d.r.), di inserire questa maggior tutela per i consumatori, facendo un grande favore alle banche”. Il testo del decreto giace presso le commissioni parlamentari e, in assenza di parere, dovrebbe essere stato approvato senza modifiche il 2 aprile: al momento non si conosce ancora l’esito della vicenda. Sna continua a chiedere con forza che la legge italiana torni a vietare questa pratica.

Banche, Gros-Pietro: aggregazioni esigenza di tutti, noi già fatto

https://www.diariodelwe 18 APRILE 2018

Il consolidamento del sistema bancario è un’esigenza condivisa da tutti, ma Intesa Sanpaolo ha già fatto la sua parte. Lo ha affermato il presidente Gian Maria Gros-Pietro dopo l’esortazione del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco a nuove aggregazioni tra istituti di credito. “La necessità del consolidamento – ha sottolineato Gros-Pietro – è sentita da tutti, ma non riguarda tutti: noi abbiamo già fatto”.

Nelle aggregazioni realizzate da Intesa Sanpaolo, ha spiegato Gros-Pietro a margine del comitato esecutivo dell’Abi, “noi abbiamo riconosciuto eccedenze di personale che abbiamo ricollocato su nuove funzioni e nuovi prodotti. Questa è la strada che seguiremo anche con il nuovo piano d’impresa”. Ci saranno nuove ricollocazioni nel gruppo? “È già tutto scritto nel piano d’impresa – ha concluso – non c’è nessuna novità rispetto a quello che il piano ha previsto”.

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GROS PIETRO AD UN EURO TUTTI I CITTADINI POTEVANO COMPERARE DUE BANCHE ED AVERE I FINANZIAMENTI DA PARTE DEL MEF – LA PREGO DI NON RACCONTARE BALLE PRIMO PER LA SUA ONORABILITA’ , SECONDO PER NON PRENDERE PER IL CULO TUTTI GLI AZIONISTI DELLE BANCHE VENETE CHE HANNO LASCIATO MILIONI DI EURO

GRAZIE

Banche, Abi critica su soglia Eba per definire elevati livelli Npl

ROMA (Reuters) – L’Abi ritiene non giustificata la soglia indicata dall’Eba per individuare banche con elevati livelli di crediti deteriorati, nelle linee guida in consultazione fino all’8 giugno.

Nel Comitato esecutivo di oggi, secondo una nota dell’associazione, è stato avviato l’esame del documento Bozza di linee guida sulla gestione delle esposizioni deteriorate e ristrutturate, messo in consultazione da Eba l’8 marzo.

Le linee guida Eba, spiega Abi nella nota, introducono una puntuale soglia quantitativa ai fini della individuazione della categoria di banche con un elevato livello di Npl, fissata a un valore del 5% del Npl ratio (rapporto tra totale dei crediti deteriorati e totale dei crediti).

“Tale valore non appare sufficientemente giustificato in particolare alla luce del permanere delle rilevanti differenze in termini di tempi di recupero dei crediti per via giudiziale tra gli Stati membri dell’Unione europea”.

Il comitato esecutivo di maggio formulerà la risposta alla consultazione dell’Eba in tempo utile per rispettare il termine dell’8 giugno, dice la nota.

(Alberto Sisto) 18 APRILE 2018

Le banche più deboli? Sono in Europa

Keystone / EPA
Christine Lagarde, manager dell’Fmi.
https://www.tio.ch/ 18 APRILE 2018

 Le banche hanno rafforzato i loro bilanci ma gli sforzi devono continuare. Lo afferma il Fondo monetario internazionale (Fmi), invitando a non mollare la presa soprattutto in Europa dove sono concentrate le banche più deboli, quelle con il maggior numero di non performing loan.

Le azioni delle autorità europee hanno contribuito a far ridurre lo stock di npl, che comunque restano – si evince dalle tabelle del Fmi – sopra gli 800 miliardi di euro e concentrati soprattutto in Irlanda, Italia e Spagna.

«Un graduale ritiro» delle politica monetaria accomodante e una comunicazione chiara da parte delle banche centrali sono due fattori essenziali per «ancorare le aspettative del mercato e prevenire la volatilità». Lo afferma il Fondo monetario internazionale (Fmi), sottolineando che «per affrontare le debolezze finanziarie ed evitare di mettere la crescita a rischio, le autorità dovrebbero anche ricorrere ad appropriati strumenti micro e macroprudenziali».

Aumentati i rischi – I rischi per la stabilità finanziaria e la crescita economica nel breve e medio termine sono aumentati: «Con le banche centrali che continuano a normalizzare la loro politica monetaria, le debolezze finanziarie lasciano intravedere una strada piena di insidie», che potrebbe mettere in pericolo la crescita. L’Fmi invita «investitori e politici» a prendere consapevolezza dei rischi associati all’aumento dei tassi di interesse dopo anni di basso costo del denaro e bassa volatilità.

La politica monetaria accomodante ha in qualche modo favorito squilibri finanziari ed eccessive prese di rischio, innescando una caccia ai rendimenti. Ora sta alle autorità «assicurare che la strada della normalizzazione sia dolce» spiega il Fmi guardando ai mercati finanziari che scommettono su un rialzo graduale dei tassi di interesse, ma rischiano di essere colti alla sprovvista da un aumento a sorpresa dell’inflazione.

«Un aumento più veloce» delle attese dei tassi di interesse negli Stati Uniti a causa di un’accelerazione dell’inflazione rischia di tradursi in una «stretta delle condizioni finanziarie globali» mette in evidenza il Fondo. In questo contesto la Banca centrale europea (Bce), «non avanti come la Fed nel processo di normalizzazione, potrebbe essere costretta a rispondere» con ulteriori misure accomodanti.

Il Fmi invita quindi le autorità e i partecipanti al mercato a non «compiacersi e a essere consapevoli del rischio di un’elevata volatilità» che si manifesta in modo repentino.

Vigilare sui cripto asset – I cripto asset non sembrano al momento porre rischi alla stabilità finanziaria. Ma potrebbero farlo in futuro: per questo è necessario che le autorità siano «agili e innovative» nel «contrastare» i pericoli legati a un loro possibile uso più diffuso. Lo afferma il Fondo monetario internazionale (Fmi).

I cripto asset hanno il potenziale di «unire i benefit delle valute tradizionali con quelli delle commodity». La tecnologia sottostante ai cripto asset «può inoltre portare a un’infrastruttura di mercato più efficiente».

I cripto asset mancano delle tre funzioni basiche delle valute e rappresentano solo una piccola quota del sistema finanziario globale. Il loro valore di mercato è meno del 3% del bilancio totale delle banche centrali del G4 (Bank of England, Bank of Japan, Fed e Bce), dice il Fmi. Il Bitcoin da solo rappresenta il 47% del valore di mercato dei cripto asset, mentre Etherum e Ripple rappresentano rispettivamente il 15% e l’8%. Il volume di scambi medio sulle 18 maggiore piattaforme è di 30 miliardi di dollari, «anche se la liquidità tende a essere concentrata su pochi» cripto asset. Le piattaforme di scambio dei cripto asset sono un «rischio per gli investitori, data la loro opacità e la mancanza di regole».

«È impossibile sapere come e quanto i cripto asset trasformeranno l’infrastruttura finanziaria. Ma prima di poterlo fare in modo significativo e duraturo devono guadagnarsi la fiducia e l’appoggio dei consumatori e delle autorità finanziarie» aggiunge il Fmi, precisando come i maggiori timori legati ai cripto asset sono il riciclaggio di denaro e il finanziamento al terrorismo.

Rischi finanziari elevati in Cina – Nonostante le azioni intraprese da Pechino, il sistema finanziario cinese presenta numerose debolezze. Il sistema bancario della Cina, che vale «250.000 miliardi di yuan (il 300% del Pil), è strettamente legato alle banche ombra» e questo pone rischi alla stabilità finanziaria. «I rischi restano elevati, e le banche piccole sono quelle più vulnerabili»: «È essenziale che la Cina affronti i rischi per promuovere la stabilità finanziaria».

HO RIMASTO SOLO – E’ ARRIVATA L’ECLISSI PER BOLLORE’? IN NOME DELLE PLUSVALENZE HA TRADITO OGNI AMICIZIA, A ROMA COME A PARIGI: DA BERNEHIM (”LA RICONOSCENZA È UNA MALATTIA DEL CANE NON TRASMISSIBILE ALL’UOMO”) A GERONZI, A BERLUSCONI – GLI UNICI RIMASTI VICINO IN ITALIA SONO DUE FRANCESI: DONNET (GENERALI) E MUSTIER (UNICREDIT). BASTERANNO? – LA POLITICA, SIA FRANCESE CHE ITALICA, GLI HA ORMAI GIRATO LE SPALLE

DAGOSPIA.COM 18 APRILE 2018

Ettore Livini per Affari&Finanza – la Repubblica

vincent bolloreVINCENT BOLLORE

La nemesi, alla fine, è arrivata: Vincent Bolloré, il raider bretone sbarcato in Italia per raccogliere i cocci del capitalismo di relazione, si presenta alla madre di tutte le sue battaglie – quella contro Elliott per Telecom Italia – con un piccolo problema: non ha più santi in paradiso.

La politica l’ ha abbandonato: l’ intero arco costituzionale tricolore – dai Cinque Stelle a Fratelli d’ Italia (Silvio Berlusconi, ovviamente, compreso) – ha applaudito la discesa in campo di Cdp per difendere gli interessi nazionali nell’ ex-monopolio delle tlc. Le authority – dall’ Agcom alla Consob – monitorano le sue mosse passo passo. E quando si è guardato attorno in cerca di un’ altra sponda cui appoggiarsi, si è dovuto arrendere alla realtà: è rimasto solo.

berlusconi bollore vivendi mediasetBERLUSCONI BOLLORE VIVENDI MEDIASET

Tutti gli “amici” o presunti tali che hanno accompagnato il suo assalto alla finanza italiana, sono spariti nel nulla. Qualcuno, come gli è successo più volte anche in Francia, l’ ha fatto fuori lui. Usandolo quando gli serviva, per poi sacrificarlo alla sacra causa del potere quando non era più di alcuna utilità. Altri – come Antoine Bernheim – sono scomparsi dopo aver provato sulla propria pelle quanto è elastico il termine amicizia per “Bollò”, come lo chiamano oltralpe.

Persino Mediobanca – dove pure con il suo 7,8 per cento l’ imprenditore francese dovrebbe contare qualcosa – sembra essersi ritirata in un prudente Aventino per non scatenare la guerra nucleare in un azionariato dove il numero uno di Vivendi convive con il suo ex-amico Berlusconi e con un Unicredit a guida francese, sospettato di intelligenza con il raider transalpino. L’ epopea italiana di Bolloré del resto è una strada a zig zag, costruita sulle relazioni usa e getta e culminata ora nel doppio impasse su Mediaset e Tim che valgono per Parigi qualcosa come 1,2 miliardi di minusvalenze potenziali.

BERNHEIM, ONCLE TONIÒ

paul singer fondo elliottPAUL SINGER FONDO ELLIOTT

Il primo mattone del suo impero tricolore è stato posato proprio in Mediobanca e per interposta persona. Ovvero tramite “Oncle Toniò” – come lo chiamava lui al secolo Antoine Bernheim. Caro amico di sua madre prima del matrimonio e poi anche del padre, mostro sacro della finanza transalpina, socio gerente di Lazard. Lo sbarco nel Bel Paese risale al 1999. Toniò è furioso. Mediobanca l’ ha sfrattato dalla poltrona di presidente Generali.

È ai ferri corti anche con il vertice di Lazard, reo – a suo parere – di non averlo difeso. E decide di chiedere una mano al giovane e ambizioso Vincent, che per lui rappresenta – ha spiegato la vedova – “un figlio spirituale”. Detto fatto. Bolloré compra una quota chiave di Lazard e minaccia di scalarla. L’ estabilishment parigino impone un armistizio e il bretone esce di scena con una solida plusvalenza di 300 milioni e un’ opzione per rilevare il 2,8% di Mediobanca.

bernheim geronziBERNHEIM GERONZI

Sono tempi complicati per il capitalismo tricolore. La scomparsa di Enrico Cuccia scatena gli appetiti degli aspiranti eredi al vertice del “salotto buono”, con Unicredit e Capitalia che provano a far fuori il delfino Vincenzo Maranghi . Bolloré e Bernheim fiutano aria di battaglia e rastrellano in gran segreto azioni di Mediobanca. E al momento buono colpiscono cercando la benedizione della politica. Ottenere quella di Silvio Berlusconi, il premier, non è difficile. Bernheim l’ ha aiutato nella sfortunata avventura televisiva di La Cinq in Francia.

A fare da tramite è Tarak Ben Ammar, che Silvio conosce nel 1985 ad Hammamet (lui in visita a Craxi, Tarak in loco per girare un film) e che è in buoni rapporti con Bolloré. Un incontro a Roma con Massimo D’ Alema, allora leader dell’ opposizione, garantisce la copertura politica a 360 gradi. Poi parte l’ offensiva: «Nel marzo 2003 Berlusconi mi chiama dicendomi di incontrare due persone, Tarak e Bolloré – ha spiegato Cesare Geronzi, allora al vertice di Capitalia – . Quest’ ultimo mi disse subito di aver comprato il 20% di Mediobanca Gli feci comprendere che doveva scegliere se riportare l’ ordine o restare nel sottoscala ».

MARANGHI CUCCIAMARANGHI CUCCIA

Bollò voleva sentirsi dire proprio quello. Negozia l’ armistizio, silura Maranghi, vara l’ asse con Geronzi e Alessandro Profumo, allora al vertice Unicredit, e stabilizza con un blocco di soci francesi l’ azionariato di Piazzetta Cuccia. Rimettendo alla presidenza delle Generali Oncle Toniò. «Io sono in Italia solo per fare l’ autista di Bernheim», si schernisce.

Ovviamente, lo dirà la storia, non è così. Le cose, dopo quel 2003 di fuoco, proseguono con il vento a favore. L’ asse con Profumo e Geronzi tiene. Almeno fino al 2010 quando a far saltare intese e amicizie nella galassia Bolloré è la crisi del gruppo Ligresti. Don Salvatore, il patron del gruppo assicurativo, è nei guai. E chiede aiuto al finanziere bretone (“un amico”, dirà illudendosi la figlia Jonella).

ligrestiLIGRESTI

Bolloré entra nel capitale della Premafin, la holding della famiglia siciliana e pilota assieme a Profumo un salvataggio assieme alla transalpina Groupama. Alberto Nagel e Renato Pagliaro, i manager di Mediobanca, non gradiscono un accordo passato sopra la loro testa. E parte una lunga battaglia di posizione che culminerà con l’ intervento della Consob che obbligherà Groupama a un’ Opa su Premafin Sai. Costringendo i francesi a defilarsi e pilotando l’ ex-impero Ligresti verso Unipol.

PARRICIDIO IN GENERALI

Questa partita fa implodere il cerchio magico italiano di Bolloré. Profumo – logorato dalla presenza dei libici nel capitale di Unicredit – è costretto a lasciare la banca malgrado il sostegno di Tarak e Ligresti. Il parricidio si consuma però in Generali. Bernheim è nel mirino dei soci italiani («azionisti mafiosi », li etichetta lui). Bolloré lo difende finché può. «Dietro ogni cosa che ho fatto c’ è Antoine», dice quando Oncle Toniò viene insignito della Legione d’ onore. Alla fine però cede. Trieste silura Bernheim e affida la presidenza a Geronzi. Toniò non le manda a dire.

bernheim bolloreBERNHEIM BOLLORE

«Salopard!» («Mascalzone») urla a Bolloré in un evento pubblico. «La riconoscenza è una malattia del cane non trasmissibile all’ uomo» rincara la dose. Ma così va la vita se si è in affari con Bollò. Geronzi, per dire, viene silurato poco dopo in un’ altra operazione di potere su Generali che servirà a Bolloré per ricucire con Nagel e Pagliaro.

Stesso trattamento è riservato a Berlusconi, un rapporto che pareva inossidabile. Il raider bretone lo illude con un accordo che pilota Vivendi e Mediaset verso le nozze e sgrava il Biscione della zavorra della pay-tv.

Poi, mentre Berlusconi è ricoverato in ospedale per i suoi problemi di cuore, fa saltare l’ intesa e inizia a scalare le tv di Cologno. E solo l’ intervento a gamba un po’ tesa delle authority e del governo Gentiloni in appoggio all’ ex leader del centrodestra ha salvato Mediaset dalla scalata.

BOLLORE BERLUSCONIBOLLORE BERLUSCONI

La vicenda Berlusconi e gli “strappi” in Telecom hanno finito per avvelenare anche i rapporti con la politica. Matteo Renzi ha schierato Enel contro la Telecom a trazione transalpina. I 5 Stelle hanno dato l’ ok al contropiede di Cdp, schierandosi così anche loro contro Vivendi.

I pochi amici italiani, a questo punto, sono paradossalmente francesi. Philippe Donnet, ad delle Generali, è stato fino al 2016 nel consiglio di Vivendi. Il tam tam parigino iscrive tra i suoi supporter anche Jean Pierre Mustier, numero uno di Unicredit che avrebbe un buon rapporto con Yannik Bolloré, figlio di Vincent e patron di Havas.

donnet mustier bolloreDONNET MUSTIER BOLLORE

Basteranno questi puntelli per salvare la campagna d’ Italia del bretone? Si vedrà. Nessuno, conoscendone le mille risorse, lo dà di certo già per morto solo perché si ritrova senza troppi amici.

La vecchia legge di Cuccia (articolo quinto, chi ha i soldi ha vinto) vale ancora oggi e Bollò ha in cassa il cash per resistere all’ isolamento. specie dopo la vendita di Ubisoft e la partita di giro Havas-Vivendi. La sua speranza è che in suo soccorso arrivi il potentissimo capitalismo di relazioni transalpino. In grado se volesse di sparigliare senza troppa difficoltà le carte. Ma anche lì, a occhio, di supporter non sembrano essergliene rimasti molti.

macron bolloreMACRON BOLLOREbollore sarkozyBOLLORE SARKOZY

 

CARI CANTANTI IPERFAMOSI, PERCHE’ NON SEGUITE L’ESEMPIO?

Ma non volevate migliorare il mondo?

Forse avete paura di perdere i favori e il GRANO delle grandi case discografiche?

Perché per decenni i raduni di popolo e in particolare raduni di giovani (dalla “rivoluzione culturale” del ‘68) sono stati dirottati dai problemi sociali e politici ai cantanti alla moda (pompati dai media) in modo da disinnescare le spinte sociali che nei due decenni precedenti avevano fatto migliorare in modo clamoroso la qualità della vita dei cittadini occidentali.

Per chiarire il modo in cui ci hanno “fregato” e “schiavizzato” in modo inconscio, vi faccio sentire la bellissima sintesi di un grande GIOVANE filosofo italiano: Diego FUSARO

Se non si capiscono le cause primarie che hanno creato il ciclo NEOLIBERISTA che sta devastando l’Occidente e il pianeta intero creando lo stesso ciclo diabolico che nella prima metà del ‘900 ha portato a due guerre mondiali e al livello di barbarie MASSIMO della storia dell’umanità.

Vogliamo ripetere tutto ciò? Ci vogliamo svegliare dall’ipnosi collettiva? Ne vogliamo parlare?

Italia libera, equa, sostenibile e soprattutto sovrana.

Marco Santero

GIUSEPPE CASTAGNA- sono stanco di vedere le tue dichiarazioni non veritiere sul sito Banco Bpm – ABBI UN PO DI PERSONALITÀ

Giuseppe Castagna (nella foto),  ex d.g. di Intesa Sanpaolo, banca che ha lasciato lo scorso luglio, passa al mondo del private equity con la nomina a presidente di Muzinich in Italia. La società di gestione patrimoniale specializzata nel credito alle imprese e in bond high yield, aprirà infatti una sede milanese la cui guida sarà affidata appunto all’ex manager del gruppo Intesa Sanpaolo.

Muzinich, che ha sedi a New York, Londra, Colonia, Parigi e ha attualmente in gestione circa 19 miliardi di euro e gestisce circa 2 miliardi di euro per istituzioni italiane, lancerà a breve la “Italian Private Debt Initiative”, un’iniziativa dedicata a finanziare le medie imprese italiane con soluzioni di medio termine (tipicamente con durata tra i 5 ed i 7 anni) a società che generino un fatturato compreso tra i 50 ed i 500 milioni di euro ed un margine operativo lordo (MOL o EBITDA) di almeno 7,5 milioni di euro.

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“Castagna cacciato da cucchiaini”

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BECCHI DENUNCIA LA VERA CAUSA DELLA MORTE DELLA SINISTRA IN ITALIA, E MARATTIN FA UNA COSA INTELLIGENTE: TACE

Fabio Lugano scenari economici.it 18 aprile 2018

Cari amici,

nella TV ci sono dei rari momenti, veramente rari, in cui viene rivelata la nudità dell’Imperatore. In questo caso Paolo Becchi dichiara con chiarezza il perchè sia fallito il PD: Semplicemente perchè si è dimenticato delle classi operaie e lavoratrici che non sono più rappresentate  dalla Sinistra ZTL, quella snob dei centri cittadini, per la quale sono più importanti i diritti individuali che i diritti sociali, è più importante che un uomo possa portare la gonna in pubblico, o una donna il burka, insensibile all’incompatibilità delle due opzioni, piuttosto che queste persone abbiano decenti opportunità di lavoro e di reddito per vivere una vita dignitosa.

Interessante è anche l’atteggiamento del lato più insensibile del PD, rappresentato da Marattin, che prima ascolta con fastidio evidente le parole di Becchi, e poi preferisce tacere, cosa saggia. Quando chi dovrebbe difendere i diritti dei lavoratori ne ascolta in modo infastidito le richieste, la sua fine è già segnata.

Paolo Becchi

@pbecchi

La questione fondamentale oggi è quella del lavoro, che la sinistra in questi anni ha fatto di tutto per svilire anziché difendere, tradendo la sua vocazione storica.

​Il silenzio di @marattin è il sigillo che certifica la morte della sinistra.