Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mps. Ecco costi e differenze con le operazioni sugli Npl

di  startmag.it 18 aprile 2018

Intesa San Paolo

Che cosa prevede l’accordo di Intesa Sanpaolo con la svedese Intrum preferita alla cinese Cefc? Quali sono gli obiettivi dell’operazione siglata dal gruppo capitanato dall’ad, Carlo Messina? E quali saranno gli effetti sistemici per le altre banche italiane? Con questo articolo di approfondimento si cerca di rispondere alle domande sorte dopo l’annuncio ufficiale di ieri da parte di Intesa Sanpaolo.

I TERMINI DELL’OPERAZIONE

Il gruppo guidato da Messina ieri ha accettato l’offerta di Intrum e si alleggerisce di 10,8 miliardi di euro di Npl, riducendone l’incidenza sui crediti complessivi dall’11,9% al 9,6%.

CHE COSA PREVEDE L’ACCORDO

Con la firma dell’accordo ci sarà l’integrazione delle piattaforme italiane di gestione degli npl di Intesa Sanpaolo e Intrum da cui nascerebbe un operatore con circa 40 miliardi di euro di crediti in gestione. Il 51% della nuova piattaforma sarà detenuta da Intrum mentre il restante 49% da Intesa Sanpaolo.

LA PARTNERSHIP

Dal perimetro dell’accordo, resteranno “fuori – secondo Messina – coloro che possono tornare in bonis. Continueremo a lavorare per riportare in bonis coloro che sono in incaglio”.

I NUMERI ESSENZIALI

Con Intrum, che investirà 670 milioni di euro, ci sarà CarVal Investors che investirà per rilevare il 51% del veicolo che cartolarizzerà il portafoglio di npl di Intesa. La quota del 51% sarà posseduta per l’80% dalla società svedese e per la restante parte da CarVal.

I VERSAMENTI

Intrum effettuerà un primo pagamento di 156 milioni entro la fine di aprile mentre la restante parte verrà pagata al closing, atteso alla fine del 2018. La partnership porterà ad una plusvalenza di 400 milioni di euro per Intesa Sanpaolo.

GLI EFFETTI INDIRETTI

C’è anche una portata sistemica dell’accordo. Lla cessione di Npl non prevista dal piano d’impresa del gruppo è una risposta anticipata – di fatto – alle richieste del regolatore europeo, che porterà la prima banca italiana ad avere già entro fine anno un Npl ratio inferiore al 10% e posizionando la banca guidata dal ceo Carlo Messina tra i leader in Europa alla pari con Bnp Paribas e Santander, ha scritto Alessandro Graziani del Sole 24 Ore: “Senza peraltro avere in portafoglio, alla vigilia degli stress test di fine anno, i rischi finanziari di tipo level 2 e level 3 delle maggiori banche tedesche e francesi”, aggiunge oggi il Sole 24 Ore, il quotidiano di Confindustria che dopo la recente ricapitalizzazione vede tra gli azionisti rilevanti Intesa Sanpaolo con il 4,86%, ha rilevato Gianni Dragoni nel suo blog Poteri Deboli.

LE DIFFERENZE CON UNICREDIT E MPS

La vendita degli stock avverrà a circa il 28,7% del nominale, una percentuale sostanzialmente in linea con il valore di carico della banca: “Si tratta insomma di valori molto lontani dal 13% a cui Unicredit  ha ceduto lo scorso anno il portafoglio Fino da 17,7 miliardi o dal 20% a cui Mps  dovrebbe vendere lo stock da oltre 24 miliardi concordato con Bce nel corso del salvataggio”, ha osservato Luca Gualtieri di Mf/Milano Finanza.

IL BOTTA E RISPOSTA

Non a caso nel corso della giornata si è svolto un botta e risposta tra i vertici di Intesa  e quelli di Unicredit. “L’anno scorso per Fino abbiamo voluto avere il price to sell, quindi un prezzo reale per poter vendere sul mercato. Non commentiamo quello che fanno altre banche», ha sibiliato il direttore generale di Unicredit, Gianni Franco Papa. Replica del capo azienda di Intesa Sanpaolo, Messina: “A Unicredit hanno fatto una grande operazione e questo ha consentito loro di poter fare un aumento di capitale”.

LA QUESTIONE PREZZO

Proprio il prezzo è insomma l’elemento di novità dell’operazione annunciata da Intesa, come ha osservato Messina nel corso della conferenza stampa: “Per il sistema bancario italiano questa operazione con Intrum stabilizza le condizioni del mercato degli Npl. Un mercato nel quale c’è stata una tempesta perfetta determinata da cessioni a fondi speculativi a prezzi più bassi rispetto ai valori di carico”. La vendita del pacchetto di Intesa è avvenuto al 28,7% del valore nominale: un prezzo “nella parte alta” delle attese del mercato, che si aspettava un valore compreso tra il 25-30%, rileva Intermonte, e superiore al 21% spuntato da Mps e al 13% ottenuto da Unicredit.

I PRECEDENTI

Intesa Sanpaolo si aggiunge alla schiera delle banche italiane che in questi ultimi due anni hanno ripulito i propri bilanci da una buona parte della mole dei crediti deteriorati accumulati nel corso della crisi.

LA CLASSIFICA DELLE OPERAZIONI

La vendita in blocco di 10,8 miliardi di sofferenze è la terza per dimensione in Italia dopo quella da 24 miliardi fatta da Mps e quella da 17,7 miliardi di Unicredit. Pacchetti per diversi miliardi sono usciti anche da Banco Bpm, che vuole arrivare al 2020 con 17 miliardi di crediti deteriorati in meno rispetto al 2016. Il pressing della Bce non ha risparmiato nessuno: da Carige e Creval, costrette a ricapitalizzarsi per ridurre l’incidenza dei crediti dubbi, a Ubi Banca e Bper, tra le più restie a cedere a sconto crediti invece di cercare di recuperarli internamente.

IL PREZZO E I CONFRONTI

La vendita del pacchetto di Intesa Sanpaolo, come detto in precedenza, è avvenuto al 28,7% del valore nominale: un prezzo “nella parte alta” delle attese del mercato, che si aspettava un valore compreso tra il 25-30%, rileva Intermonte, e superiore al 21% spuntato da Mps e al 13% ottenuto da Unicredit. Ma i paragoni, spiegano gli esperti, rischiano di essere fuorvianti in quanto il valore di vendita dipende dalla struttura del portafoglio e dalle garanzie che lo accompagnano. Certamente Intesa, a differenza di altri, ha potuto negoziare con Intrum senza il fiato della Bce sul collo.

LA CLASSIFICA

Di seguito alcune delle operazioni di dimissioni di crediti realizzate delle banche italiane e il prezzo di cessione, calcolato in percentuale sul valore nominale dei crediti, secondo un’elaborazione dell’Ansa: 1) Intesa Sanpaolo: 10,8 mld al 28,7% 2) Unicredit: 17,7 mld al 13% 3) Mps: 24 mld al 21% 3) Le quattro Bad bank: 8,5 mld al 17,6% 4) Carige: 1,2 mld al 22,1% 5) Carife: 343 mln al 19% 6) Good Bank (Banca Marche, Etruria Carichieti): 2,2 mld al 32% 7) Banco Bpm: 693 mln al 37-38% (stima)

I 3 EFFETTI SISTEMICI

Secondo Alessandro Graziani del Sole 24 Ore, il doppio deal tra Intesa e Intrum avrà tre significative conseguenze per l’intero sistema bancario italiano. La prima riguarda il prezzo di cessione degli Npl avvenuto a poco meno del 29% del valore nominale: “Un benchmark di riferimento per le future transazioni di altre banche che, qualora decidessero di vendere, si posizioneranno magari più vicino al 25% ma non più al 15-20% delle transazioni avvenute lo scorso anno. Con evidenti benefici sui conti, come dimostra il rally immediato in Borsa dei titoli del settore”.  La seconda conseguenza riguarda “la pressione che Bce e investitori accentueranno sulle banche medie per raggiungere in tempi rapidi il livello del 10% di Npl ratio che ormai sta diventando il nuovo scalino da raggiungere entro il 2018”. La terza conseguenza riguarda le piattaforme di servicing interno per la gestione dei crediti a rischio: “Dopo le cessioni di UniCredit (a Fortress) e Mps (a Cerved), Intesa ha ceduto il 51% a Intrum pur mantenendo il 49%. Difficile pensare che il nuovo quadro competitivo non abbia conseguenze per le banche medie”.