La donna a cui lo Stato chiede un miliardo di euro

Il post.it 20aprile 2018

È iniziato un inusuale processo a quattro persone – tra cui due ex ministri dell’Economia – per alcune loro scelte durante la crisi, racconta Federico Fubini sul Corriere

È iniziato un processo alla Corte dei Conti in cui sono imputati due ex ministri dell’Economia, Vittorio Grilli e Domenico Siniscalco, l’attuale direttore generale del ministero, Vincenzo La Via, e l’ex direttrice generale, Maria Cannata. I quattro sono accusati di danno erariale, ma le accuse della Corte dei Conti sono piuttosto inusuali, scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera: per prima cosa non vengono sospettati di avere agito con dolo, cioè con consapevolezza, ma di aver gestito con “negligenza” alcuni debiti che lo Stato aveva contratto con la banca Morgan Stanley.

La seconda cosa rilevante, la più grave secondo Fubini, è che «la Corte dei conti sta applicando ai quattro alti funzionari, passati e presenti, il principio della responsabilità illimitata», un principio giuridico abbandonato da decenni per cui al responsabile di un’azienda o ente pubblico vanno ritenuti responsabili dell’interezza dei danni provocati dalle loro decisioni. La Corte, insomma, ha chiesto risarcimenti milionari: a Cannata sono stati richiesti 1 miliardo e sette milioni, a Siniscalco 89 milioni, e così via. Non ancora è chiaro quando si potrebbe concludere il processo.

È fissata per oggi alla Procura regionale del Lazio della Corte dei conti la prima udienza di un tipo di procedimento che non si era mai visto né in Italia né in altri Paesi: due ex ministri dell’Economia ed ex direttori generali del Tesoro, Vittorio Grilli e Domenico Siniscalco, l’attuale direttore generale Vincenzo La Via e l’ex dirigente generale che per 18 anni ha gestito il debito pubblico, Maria Cannata, sono chiamati in giudizio per danno erariale. L’accusa mossa loro dalla magistratura contabile non è di aver agito con dolo, ma di essere stati «negligenti» nel caso dei costi sostenuti dallo Stato nella chiusura di alcuni contratti derivati con Morgan Stanley fra fine 2011 e inizio 2012.

Di unico in questo procedimento ci sono vari aspetti. Il primo è che mai nessun funzionario era stato portato alla sbarra in nessun altro Paese senza accuse di malversazione, benché problemi con i derivati si siano registrati anche in Portogallo, Austria, Francia e Grecia.

(Continua a leggere sul Corriere della Sera)

Il Btp Italia torna e si “allunga”

SB finanzareport.it 20aprile2018

Nuova emissione dell’ormai celebre titolo indicizzato all’inflazione: la durata sarà di 8 anni

Se l’Italia è al primo posto in Europa per bond rischiosi nel portafoglio dei risparmiatori, come evidenziato dalla Bce, torna nei prossimi giorni il Btp Italia, titolo indicizzato all’inflazione dedicato proprio al pubblico retail, ma che riscuote successo anche fra gli istituzionali.

Lo ha annunciato il nuovo direttore del debito del Tesoro, Davide Iacovoni, successore della “zarina del debito” Maria Cannata.

L’emissione avverrà dal 14 al 17 maggio. La durata del titolo tornerà ad 8 anni, contro i 6 recentemente sperimentati. Per il resto il nuovo Btp Italia avrà le stesse caratteristiche dei collocamenti precedenti: ossia cedole semestrali indicizzate all’indice dei prezzi al netto dei tabacchi FOI (famiglie di operai e impiegati), a cui si aggiunge il pagamento del recupero dell’inflazione maturata nel semestre (con la previsione di un tetto al ribasso in caso di deflazione che garantisce che le cedole effettivamente pagate non siano inferiori al tasso reale garantito definitivo). Il rimborso è unico a scadenza e, a chi acquista l’emissione durante la fase del collocamento dedicata ai risparmiatori individuali e conserva il titolo fino al termine naturale, verrà corrisposto un “premio fedeltà”.

Il titolo sarà collocato in due fasi: la prima, da lunedì 14 a mercoledì 16 (tre giorni riducibili a due in caso di chiusura anticipata), sarà riservata ai risparmiatori individuali; la seconda, che si svolgerà nella sola mattinata del 17 maggio, sarà riservata agli investitori istituzionali. Per i risparmiatori non sarà applicato alcun tetto massimo, assicurando la piena soddisfazione degli ordini. La possibilità di riparto è invece prevista per gli investitori istituzionali.

Bond rischiosi, Italia al top

SN finanzareport.it 20 aprile2018

L’Italia “vanta” di gran lunga la quota più alta, nei confronti degli altri paesi europei, di bond bancari soggetti a bail-in in mano alle famiglie

L’Italia “vanta” di gran lunga la quota più alta, nei confronti degli altri paesi europei, di bond bancari soggetti a bail-in in mano alle famiglie. Titoli cioè aggredibili nel caso di una ristrutturazione della banca, su cui gli investitori sarebbero “azzerati”.

Il primato, evidentemente poco invidiabile, emerge da una lettera di Danièle Nouy, presidente del consiglio di Vigilanza della Bce, in risposta all’interrogazione dell’europarlamentare Sven Giegold. Si conferma peraltro come l’Italia sia il paese più penalizzato dalla nuova normativa europea che stabilisce la compartecipazione degli investitori alle perdite. Dai grafici della Bce allegati dalla Nouy, risulta infatti che oltre il 40% dei titoli emessi dalle banche italiane e soggetti al bail-in sono in Italia in mano al risparmio privato. Quota decisamente inferiore in Francia (meno del 10%), Germania (poco più del 20%), Spagna (meno del 20%), Portogallo (meno del 30%), e quasi insignificante della Grecia.

Per ovviare al problema la Nouy propone “la possibilità di richiedere che il taglio minimo sia fissato a 100.000 euro”, fattispecie che comunque esiste già. Inoltre da quest’anno alcune banche italiane come Unicredit e Ubi Banca hanno avviato il collocamento di titoli senior non preferred, cosiddetti bond cuscinetto, già diffusi in Europa che dovrebbero facilitare l’assorbimento delle perdite in caso di una crisi bancaria. Questi bond in gerarchia vengono prima dei subordinati e dopo i senior (ecco perché senior non preferred).

Monte dei Paschi di Siena/ Mps e i dati sui titoli a rischio bail-in in Italia (oggi, 20 aprile)

Lorenzo Torrisi il sussidiario.net 20aprile 2018

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa resta sopra quota 2,7 euro ad azione. I dati sui titoli a rischio bail-in in Italia. Ultime notizie live di oggi 20 aprile 2018

BAIL-IN, 40% DEI TIOLI A RISCHIO IN MANO A RISPARMIATORI

Mps in Borsa sale dello 0,8%, consolidandosi così sopra quota 2,7 euro ad azione. Daniele Nouy, responsabile della vigilanza unica bancaria della Bce, ha fatto sapere, rispondendo a un’interrogazione in forma scritta dell’europarlamentare Sven Giegold, che l’Italia rimane il primo Paese in Europa per attivi assoggettabili al bail-in in caso di ristrutturazione seguente a una crisi bancaria. Secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, “i grafici della Bce allegati dalla Nouy mettono in evidenza come oltre il 40% dei titoli emessi dalle banche italiane e soggetti al ‘bail in’ siano in Italia in mano al risparmio privato, contro il 10% circa della Francia, poco più del 20% della Germania, meno del 20% della Spagna, meno del 30% del Portogallo”. Dunque resta ancora alto il rischio che a pagare i conti delle crisi bancarie siano le famiglie italiane.

MORELLI CHIEDE SUPPORTO DEGLI AZIONISTI

Marco Morelli chiede il supporto degli azionisti, “quello pubblico e quelli finanziari”, di Mps per portare avanti il piano di ristrutturazione della banca. In un’intervista Repubblica, l’amministratore delegato di Montepaschi ha confermato l’impegno del management “per essere coerente con gli obiettivi del piano quadriennale, che è sottoposto a monitoraggi periodici. Gli azionisti hanno tutti gli strumenti per valutare quanto abbiamo fatto e faremo”. Quindi ha ricordato che il 2017 è stato un anno caratterizzato da operazioni di carattere straordinario che “solo da inizio gennaio la banca ha potuto lavorare appieno al rilancio delle proprie attività”. In questo senso ha specificato che “nel primo trimestre emergono, grazie allo sforzo di tutti i dipendenti, indicazioni positive sulla qualità dell’attivo e sulla crescita degli impieghi, ultimo ma rilevante tassello per ripartire dopo che nel 2017 abbiamo avviato il recupero della raccolta. Il 10 maggio lo si vedrà alla presentazione dei dati trimestrali”.

Morelli ha evidenziato che il sistema bancario italiano, come quello europeo, è chiamato in futuro a operazioni di consolidamento. “Per quanto riguarda Mps dobbiamo prima rafforzare l’andamento della gestione; poi le valutazioni strategiche spetteranno, come giusto, agli azionisti”, ha aggiunto. Infine, ha voluto ricordare che “la mia remunerazione totale, la massima consentita dalle norme sugli aiuti di Stato, è 466mila euro lordi annui. Aggiungo che in Mps i dirigenti, oltre a non poter fruire di alcun sistema di incentivi, sono circa l’1,7% del personale totale, contro il 3,4% medio del settore in Italia”.

Lo spreco dei fondi europei: un sistema di clientele e di incompetenze

http://www.lettera43.it/it/autori/vincenzo-imperatore/789/

20 aprile 2018

Uno strumento così prezioso in Italia viene sotto utilizzato, perdendosi tra mille rivoli. Gli imprenditori non dovrebbero perdere tempo, scegliendo i finanziamenti diretti. 

Decine di miliardi messi a disposizione delle imprese e non utilizzati. Soprattutto il Mezzogiorno d’Italia è beneficiario di tantissimi fondi che poi non vengono erogati alle imprese. Ed è inutile girarci intorno: questa volta le banche non c’entrano nulla! La responsabilità di tale spreco è solo degli imprenditori del nostro Paese che si affidano a consulenti impreparati e spesso conniventi con il sistema delle clientele.

UN SOSTEGNO DELL’UE. Stiamo parlando dei finanziamenti europei che costituiscono lo strumento principale dell’Unione europea per attuare una strategia di integrazione economica e sociale dei Paesi membri. L’Ue, ogni sette anni, infatti, predispone un programma di finanziamenti per lo sviluppo in vari settori: salute, tecnologia, agricoltura, imprenditoria giovanile, start up, e così via. Si tratta in sostanza di contributi a fondo perduto assegnati dal Consiglio dell’Unione ai progetti operativi ritenuti meritevoli. Si possono distinguere due tipi di finanziamenti europei:

• i finanziamenti europei diretti gestiti direttamente dalla Commissione europea

• i finanziamenti europei indiretti (anche detti fondi strutturati) la cui gestione è affidata direttamente agli Stati membri.

Nel caso della gestione indiretta o decentrata (fondi strutturali), le risorse del bilancio dell’Unione europea vengono quindi trasferite agli Stati membri interessati e gestite prevalentemente le Regioni. Queste, poi, sulla base dei propri programmi operativi, ne dispongono l’utilizzazione e l’assegnazione ai beneficiari finali.

I MOTIVI DEL GAP ITALIANO. Sebbene la maggior parte dei consulenti conosca solo i fondi strutturali, capita però molto spesso che le Regioni debbano restituirli perché non vengono richiesti/utilizzati nei tempi previsti. I motivi sono vari. Innanzitutto le Regioni non sempre sono in grado di predisporre i bandi per erogare i fondi. Per accedere ai fondi europei occorrono professionisti preparati sul fronte del diritto comunitario e poliglotti, mentre spesso queste funzioni vengono affidate a fedelissimi del governatore di turno. In secondo luogo, laddove riescano a predisporre i bandi, non si raggiunge quasi mai l’accordo sulla nomina dei componenti delle commissioni di valutazione. Infine, laddove si riesca a effettuare il finanziamento, all’obiettivo finale del progetto arrivano pochi spiccioli. Perché nessun Paese ha tante società di consulenza (o pseudo-tali) sui fondi europei indiretti come l’Italia. Significa che, una volta ottenuto il finanziamento, questo spesso si disperde in mille rivoli. E spesso con tempi lunghi a causa delle lentezze burocratiche.

IL PRESSING PER I FINANZIAMENTI INDIRETTI. Peraltro nel nostro Paese c’è la brutta abitudine di vincolare la richiesta di finanziamento a un fondo strutturale alla presentazione di garanzie idonee (come la fideiussione) mentre nei fondi diretti tali garanzie non vengono in alcun modo richieste. Ma questi ultimi sono poco conosciuti (e quindi poco utilizzati). Sapete perché? Perché i canali istituzionali esistenti in Italia evitano di fare una trasparente pubblicità ai fondi diretti e le Pmi vengono quindi strategicamente incalanate verso le fonti di finanziamento indiretto. Ma in un Paese dal disperato bisogno di investimenti e occupazione, meglio non combattere con politici incompetenti, burocrazia invadente, consulenti collusi senza scrupoli. Molto meglio rivolgersi ai fondi diretti.

PERCHÉ PREFERIRE I FONDI DIRETTI. Per i fondi diretti, infatti, è direttamente la Commissione europea con sede a Bruxelles a stabilire i criteri di funzionamento dei diversi programmi comunitari senza intermediazioni da parte di enti amministrativi territoriali. Sono quindi svincolati da metodiche e tempistiche clientelari tipiche del contesto politico italiano. Nei fondi diretti non assistiamo al gioco di scambio di favori e la valutazione del progetto viene fatta da esperti esterni indipendenti, accreditati presso l’albo della Commissione europea, che garantiscono imparzialità e competenza. I finanziamenti a gestione diretta riguardano le politiche settoriali, l’oggetto del finanziamento è il settore. Sono gestiti direttamente dalla Commissione europea e sono attuati tramite i programmi comunitari. Ogni programma riguarda uno specifico settore: per esempio ricerca e innovazione, ambiente, cultura, formazione, politiche sociali, gioventù…

UN’OCCASIONE DA NON PERDERE. Non perdete tempo cari piccoli imprenditori: oggi più che mai l’accesso ai fondi europei rappresenta un’opportunità da non perdere, un’occasione per poter realizzare progetti imprenditoriali virtuosi con una ricaduta sul territorio non solo dal punto di vista economico ma anche sociale e occupazionale.

CAZZARO D’ARABIA – RENZI FA IL LOBBISTA. CERCA (E TROVA) AFFARI A DOHA – L’ULTIMO FAVORE È PER AIR ITALY. LA COMPAGNIA AEREA ANNUNCIA UN ACCORDO CON QATAR AIRLINES – BUSINESS DELLE ARMI NEL GOLFO PERSICO – GLI EMIRATINI ROSICANO: MATTEO LI HA TRADITI PER IL LORO VICINO INGOMBRANTE

dagospia.com 20 aprile 2018

Estratto dell’articolo di Stefano Feltri e Carlo Tecce per il “Fatto quotidiano

RENZI TAMIN AL THANI QATARRENZI TAMIN AL THANI QATAR

Il giorno dopo la visita di Matteo Renzi a Doha, Air Italy ha celebrato un accordo con la sua azionista Qatar Airways che le permetterà di vendere altri biglietti per mete lontane come l’ Australia o le Maldive. È anche da questi dettagli di tempismo che si giudica il successo di un lobbista internazionale di prima categoria quale è diventato ormai Matteo Renzi […].

Non sappiamo ancora se le mediazioni di Renzi siano gratuite oppure – come nel caso di Blair e Schroeder – assai remunerate. Il logo di Air Italy – erede di Meridiana – ha il rosso borgogna di Qatar Airways e un baffo verde per rievocare la Costa Smeralda, quel brandello pregiato di Sardegna svenduto già al minuscolo e opulento Stato dei monarchi al-Thani […].

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Così Air Italy aggredisce il mercato italiano con un progetto industriale che prevede una flotta da 50 velivoli, 1.500 assunzioni, 10 milioni di passeggeri – oggi sono 2,5 – e pure profitti entro cinque anni. E ancora una volta, non l’ ultima, il 38enne Tamim bin Hamad al-Thani ringrazia l’ amico Matteo Renzi, che nell’ incauta parabola discendente in politica non s’ è mai scordato del giovane emiro.

Al-Thani ringrazia Renzi – accolto con gli onori di Stato appena quattro giorni fa – perché l’ ex segretario Pd nonché ex premier si è prodigato parecchio per agevolare la trasformazione di Meridiana da malandata azienda locale a compagnia area nazionale con base legale a Olbia e centro operativo a Milano Malpensa […]. Un tempo Meridiana operava sulla tratta Cagliari-Milano, adesso offre ai viaggiatori un comodo trasporto a Bangkok. In pochi mesi, dallo scorso autunno, sfruttando il sostegno attivo dell’ ex premier, l’ affare “sardo” è sbocciato.

airitalyAIRITALY

E mentre Renzi brindava con al-Thani […] a Roma Air Italy e Qatar Airways firmavano un accordo di collaborazione – codesharing – che consente a chi prende un biglietto degli “italiani” di raggiungere i paesi del Golfo o le Maldive usando anche aerei qatarini […]. Lunedì a Doha, Carrai era con Renzi, motivazione ufficiale: inaugurare la biblioteca nazionale.

RENZI SALZANO PRIMO MINISTRO QATARRENZI SALZANO PRIMO MINISTRO QATAR

Gli emiri concorrenti, quelli di Abu Dhabi che hanno immesso miliardi di euro in Unicredit e Alitalia (con Etihad), si sono sempre domandati l’ origine del rapporto speciale fra Renzi e il Qatar, un Paese isolato dai vicini del Golfo e dagli Usa per i suoi sospetti legami con il terrorismo islamico […]. E che ora più che mai apprezza i pochi amici rimasti, come l’ Italia renziana […]

renzi sceicca mouza qatarRENZI SCEICCA MOUZA QATAR

Angelino Alfano, ministro degli Esteri da un mese e mezzo, il 7 febbraio 2017 ricevette al-Thani alla Farnesina suscitando un certo sconcerto negli ambienti diplomatici. L’ incontro era stato organizzato da Renzi, che poi ha caldeggiato le missioni di Alfano a Doha: il ministro ci è andato ad agosto 2017 e nel febbraio scorso, a una settimana dal voto.

Nel 2017 Alfano ha tenuto a battesimo l’ importante commessa qatarina per Fincantieri: 5,4 miliardi di euro, 1.000 posti di lavoro in Italia, per sette navi da guerra da fornire alla marina dell’ emirato che si impegna anche ad affidare all’ impresa italiana la manutenzione per 15 anni. L’ ordine riguarda anche Leonardo (ex Finmeccanica) per la parte armamenti […].

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Più che alla guerra, al-Thani pensa alla Costa Smeralda e ai turisti di Milano, Firenze e Roma: sposta miliardi di dollari con un cenno del capo e dall’ alba del 2014 – cioè dall’ alba del renzismo – acquista palazzi di vetro, alberghi di lusso, navi militari, pezzi di suolo sardo e si finge benefattore con l’ ospedale di Olbia, ancora da costruire, ma finanziato già con denaro pubblico.

Diamanti in banca, che cosa fare per recuperare l’investimento?

Redazione FR -finanzareport.it 20 aprile 2018

La domanda di un lettore rimasto “scottato”. Ecco le vie da percorrere secondo il nostro esperto


La questione dei diamanti d’investimento venduti allo sportello di banca, più volte trattata da Finanza Report e al centro recentemente di nuovi casi di richieste danni, oltre che di un memorandum di Banca d’Italia, è oggetto di una segnalazione di un lettore a redazione@finanzareport.it. Vediamola qui di seguito. Più sotto, la risposta del “nostro” Carmelo Catalano.

“Spett.Le redazione, ho investito in diamanti tramite la mia banca, ma ho scoperto in seguito alle trasmissioni televisive che il prezzo di acquisto da me pagato è elevato. Ho cercato, tramite la banca, di rivendere il diamante al prezzo al quale lo ho acquistato o di restituirmi la somma versata. Finora la banca non mi ha risposto ma in filiale mi assicurano che si troverà una soluzione insieme alle associazioni dei consumatori. Vorrei chiedere al vostro esperto cosa posso fare, se devo per forza rivolgermi a un legale oppure ad un’associazione dei consumatori”.

In risposta al gentile lettore evidenziamo che la vicenda della vendita di diamanti in banca ha avuto un certo risalto mediatico in seguito al servizio televisivo di Report del 17/10/2016. Successivamente l’Agcm (Autorità garante della concorrenza e del mercato meglio nota come Autorità Antitrust) ha aperto sulla questione due distinte istruttorie relative a due società che vendevano i diamanti tramite il canale bancario.

In entrambi i casi all’esito dell’istruttoria l’Autorità ha ritenuto gravemente ingannevoli e omissive le modalità di offerta dei diamanti da investimento da parte di IDB S.p.A. e DPI S.p.A., anche attraverso gli istituti di credito con i quali rispettivamente operavano: Unicredit e Banco BPM (per IDB); Intesa Sanpaolo e Banca Monte dei Paschi di Siena – Mps (per DPI).

I profili di scorrettezza riscontrati per entrambe le società hanno riguardato le informazioni ingannevoli e omissive diffuse attraverso il sito e il materiale promozionale dalle stesse predisposto in merito:

a) al prezzo di vendita dei diamanti, presentato come quotazione di mercato, frutto di una rilevazione oggettiva pubblicata sui principali giornali economici;

b) all’andamento del mercato dei diamanti, rappresentato in stabile e costante crescita;

c) all’agevole liquidabilità e rivendibilità dei diamanti alle quotazioni indicate e con una tempistica certa;

d) alla qualifica dei professionisti come leader di mercato. L’istruttoria dell’Autorità ha fatto emergere che nella realtà:

1) le quotazioni di mercato erano i prezzi di vendita liberamente determinati dalle società in misura ampiamente superiore al costo di acquisto della pietra e ai benchmark internazionali di riferimento (Rapaport e IDEX);

2) che quello che veniva rappresentato come l’andamento delle quotazioni altro non era l’andamento del prezzo di vendita delle imprese annualmente;

3) la liquidabilità e rivendibilità dei diamanti erano unicamente legate alla possibilità che il professionista trovasse altri consumatori all’interno del proprio circuito. Ciò premesso rispondiamo alla domanda del lettore.

Il lettore ha già tentato la soluzione bonaria. Al riguardo le banche e le società coinvolte si sono dichiarate disponibili a venire incontro alle richieste della clientela, ma per ora solo BANCA INTESA si è resa disponibile a soddisfare, al prezzo di vendita, tutte le richieste di rivendita di diamanti comprati presso i suoi sportelli dal broker Diamond Private Investment (Dpi), nel caso in cui lo stesso broker non riesca a ricollocarli sul mercato.

Nel caso in cui la via bonaria non portasse ad alcun esito il lettore dovrà necessariamente esperire un’azione giudiziaria per chiedere la nullità del contratto o l’annullamento del contratto e il risarcimento del danno.

Al riguardo segnaliamo che il lettore potrà, in via alternativa:

a) aderire a una class action eventualmente promossa dalle associazioni dei consumatori a norma dell’art. 140 bis del Codice del consumo (D.Lgs. 6-9- 2005 n. 206);

b) Esperire un’ azione restitutoria o risarcitoria individuale fondata sul medesimo titolo. Attualmente non risultano promosse class action, mentre sono stati avviati dei tavoli di conciliazione tra le società coinvolte e alcune associazioni dei consumatori.

Infine va segnalato che i provvedimenti dell’Autorità sono stati impugnati davanti alla giustizia amministrativa (TAR) che, nel sospendere gli effetti della decisione, ha fissato ad ottobre l’udienza per la decisione nel merito. Al proposito va considerato che gran parte degli elementi sui quali si fonderebbe la class action o l’azione individuale restitutoria o risarcitoria sono ricavabili dagli accertamenti istruttori svolti dall’Autorità.

Alla luce di questo ci sentiamo di consigliare al lettore di interrompere la prescrizione, inviando alla BANCA e alla società una formale lettera in tal senso a mezzo raccomandata AR o PEC e di attendere l’esito del giudizio amministrativo prima di promuovere un’azione davanti al giudice civile.

Azione che, come detto, potrà essere esperita o mediante l’adesione a una class action oppure potrà essere individuale. Nel caso dell’adesione alla class action non è necessaria l’assistenza di un legale. Ma, vista la complessità della questione ci sentiamo senz’altro di consigliare o al lettore di farsi assistere da un’associazione dei consumatori oppure da un legale di sua fiducia.

Dott. Carmelo Catalano

LA SPAGNA SUPERA L’ITALIA? CERTO , HA FATTO IL CONTRARIO DI CIO’ CHE VORREBBE L’EUROPA….

 scenari economici 20 aprile 2018

 

Cari amici,

la Repubblica spesso ci dà notizie un po’ stupefacenti. Ad esempio ieri è uscita con la novità per cui secondo il FMI, sarebbero più ricchi gli spagnoli che gli italiani. Ora lungi dal voler contestare questo dato, a cui  non ho trovato riscontro nei database AMECO  nè in quelli dell’ente statistico e che contraddirebbe i magnifici risultati dei governi Monti–Letta-Renzi-Gentiloni, però vorrei farvi ragionare sulla base di questa, eventuale, esposione di ricchezza degli spagnoli.

Vi mostro due dati:

Questo è il deficit complessivo dello stato spagnolo sul PIL degli ultimi 10 anni:

Questo è lo stesso dato per lo stato Italiano:

Salvo che nel 2017 il deficit pubblico spagnolo è stato praticamente il doppio di quello Italiano….. Comunque anche nel 2017 supera il 3%

Vediamo invece gli avanzi primari:

Valori assoluti

Sul PIL

Alora la Spagna NON avrà un bilancio primario in attivo sino al 2019, il nostro è attivo e dal 2010 anche di cifre rilevanti.

Sento già Cottarellaaaahhhhh, ed il correre dirmi “Il deeeebbbittooooohhhhhhhhhhh”…..  Se queste cifre dimostrano qualcosa lo fanno:

a) mostrando che le politiche di “Avanzi primari crescenti” non risolvono il problema del debito , ma impoveriscono il sistema economico ed i cittadini;

b) che, ahimè per i giornaloni ed i loro inutili bardi esiste una correlazione fra ricchezza e deficit, e che , purtroppo, esiste anche il moltiplicatore fiscale, per cui è necessario dare una spinta fiscale se si vuole avere una crescita del sistema economico. 

Se un governo si pone come obiettivo la ricchezza ed il benessere dei cittadini non ci sono altre soluzione. Se invece l’obiettivo è il mantenimento dello status quo europeo ed il progressivo arricchimento delle ristrettissime classi privilegiate è un altro paio di maniche, ma bisogna almeno avere il coraggio di dirlo.

 

Elio: «Com’è difficile vivere nel nostro Paese con un figlio autistico»

MONICA COVIELLO vanityfair.com 18 aprile 2018

Elio: «Com'è difficile vivere nel nostro Paese con un figlio autistico»SFOGLIA GALLERY

Stefani Belisari, frontman del famoso gruppo e papà di un bimbo con autismo, è il testimonial di una campagna di sensibilizzazione lanciata dal comitato Uniti per l’autismo

«Se oggi si raccolgono online 250 mila firme per salvare un cane, non possiamo fermarci a 25 mila per chiedere l’applicazione di una legge regionale sull’autismo che non lascerebbe più sole le 100 mila famiglie lombarde che ogni giorno devono affrontare questa difficoltà».

Stefano Belisari, che tutti conoscono come Elio, il frontman del gruppo Elio e le storie tese, è il testimonial di una campagna di sensibilizzazione lanciata dal comitato Uniti per l’autismo e di una raccolta di firme suChange.org. Perché, prima di tutto, è il papà di un bimbo con autismo.

Nella giornata mondiale della consapevolezza sull’autismo, ha partecipato alla tavola rotonda organizzata a Varese dalla Fondazione Sacra Famiglia. E ha spiegato: «Ho vissuto, e vivo, la condizione di genitore di un bimbo autistico. Voglio dire chiaramente che su questo tema siamo all’età della pietra, specialmente sotto il profilo della percezione. C’è poi il problema dei ciarlatani, delle “cure” che non fanno effetto».

È difficile, per le famiglie, anche riuscire a capire come orientarsi: «Ricordo quando cercavamo, io e mia moglie, qualcuno che ci dicesse se nostro figlio era autistico o no: avere una diagnosi è pressoché impossibile, ti viene fatta quasi sotto banco, ma in realtà si tratta di un passaggio fondamentale, perché la diagnosi precoce va fatta. È importante. Meno male che poi ho incontrato l’amico Lucio».

La forma dei KitKat si può imitare

il post.it 19 aprile 2018

Lo dice la Corte di giustizia dell’Unione Europea, che se ne sta occupando da più di 10 anni: non è una forma così famosa come sostiene Nestlè

 (Dominic Lipinski/PA Wire(/PA via AP)

 

La Corte di giustizia dell’Unione Europea, l’organo che deve garantire il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati fondativi dell’Unione Europea, si è espressa oggi sulla complicata questione che riguarda la forma dei KitKat di Nestlé. Più precisamente sul “marchio tridimensionale rappresentante la forma di una tavoletta di cioccolato a quattro barre” e sulla sua riconoscibilità a livello europeo. Da diversi anni Nestlé sta infatti cercando di far sì che la forma delle sue famose barrette di cioccolato («che si compone di quattro barre trapezoidali allineate su una base rettangolare») sia riconosciuta come inimitabile, e che quindi KitKat sia considerato un marchio protetto a livello europeo. Il marchio è stato riconosciuto e considerato inimitabile dal 2006 al 2016, al momento non lo è.

EU Court of Justice@EUCourtPress
 
 

AG Wathelet: l’EUIPO must re-examine whether 3D Kit Kat 4 fingers shape may be maintained as an EU trademark https://bit.ly/2HKGJOD 

 

Melchior Wathelet, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione Europea (CGUE) ha deciso che la particolare forma dei KitKat non può essere protetta perché, in sintesi, Nestlé non è stata in grado di dimostrare che quella forma è sufficientemente nota e riconosciuta in tutti i principali paesi dell’Unione Europea. Secondo l’avvocato generale, Nestlé è riuscita a farlo per alcuni paesi (tra cui l’Italia) ma non per altri (tra cui Belgio, Irlanda, Grecia, Lussemburgo e Portogallo). Perché la forma venisse riconosciuta come non imitabile Nestlé avrebbe infatti dovuto dimostrare che quella forma era riconosciuta e distinguibile in tutti i paesi dell’Unione Europea, non solo in alcuni.

Le decisioni dell’avvocato generale non sono vincolanti, ma in genere vengono confermate nelle successive sentenze. Se succederà, chiunque in Europa potrà fare barrette di cioccolato come quelle di Nestlé. Sulla questione della forma dei KitKat dovrà ora di nuovo esprimersi l’EUIPO, Ufficio dell’Unione Europea per la proprietà intellettuale.

Il recente passaggio della questione dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea fa parte di una lunga diatriba legale tra Nestlé e Mondelēz, la società che fino a qualche anno fa era nota come Cadbury Schweppes. Nel 2006 Nestlé ottenne infatti il riconoscimento, a livello europeo, della peculiarità e del «carattere distintivo intrinseco» nella forma dei KitKat. Nel 2007 Mondelēz si oppose però a quella decisione, iniziando le vicende legali in corso ancora oggi, più di dieci anni dopo.

Questa non è comunque l’unica battaglia legale sulla riconoscibilità delle barrette di cioccolato, e non è nemmeno l’unica che riguarda Nestlè e Mondelēz. Nestlé si sta battendo perché non venga riconosciuta la peculiarità della forma delle barrette di cioccolato Cadbury’s Daily Milk, prodotte da Mondelēz. Mondelēz, a sua volta, produce anche il Toblerone, e ha ottenuto che la sua particolare forma – descritta dal Guardian come «prisma a zigzag» – fosse riconosciuta come “non imitabile”.

I CINQUE STELLE SGANCIANO BOMBE PURE SU LEONARDO-FINMECCANICA – PRIMA GLI STRATTONI AI VERTICI DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI, POI LE CRITICHE PREVENTIVE ALLE NOMINE IN SAIPEM, ORA LE STILETTATE IN VISTA DEL RINNOVO DEL COLLEGIO SINDACALE DI LEONARDO. È SEMPRE IL DEPUTATO BUFFAGNI AD ATTACCARE: ‘MANOVRE SOTTERRANEE, SOTTERFUGI DI UN SISTEMA IN DECADENZA’. TANTO CHE L’AZIENDA È COSTRETTA A DIRAMARE UN COMUNICATO (ECCOLO)

dagospia.com 19 aprile 2018

1. PUBBLICAZIONE LISTE DEI CANDIDATI PER LA NOMINA DEL COLLEGIO SINDACALE

Comunicato Stampa di Leonardo

 

alessandro profumoALESSANDRO PROFUMO

 Con riferimento all’Assemblea degli Azionisti di Leonardo, convocata in sede Ordinaria in data 10 e 15 maggio 2018 (rispettivamente in prima e seconda convocazione) per deliberare, tra l’altro, in ordine alla nomina del Collegio Sindacale per il triennio 2018-2020, si rende noto che le liste dei candidati, depositate da un gruppo di società di gestione del risparmio e investitori istituzionali (complessivamente titolari dell’1,731% circa del capitale sociale di Leonardo) e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze (titolare del 30,204% circa del capitale sociale di Leonardo), sono a disposizione del pubblico, corredate dalla documentazione e dalle informazioni richieste dalla disciplina vigente, presso la sede sociale in Roma, Piazza Monte Grappa n. 4, presso Borsa Italiana S.p.A., sul sito internet della Società (www.leonardocompany.com, sezione Corporate Governance/Assemblea 2018), nonché sul sito internet del meccanismo di stoccaggio autorizzato eMarket Storage (www.emarketstorage.com).

 

Si rende noto altresì che l’azionista Ministero dell’Economia e delle Finanze, con riferimento al punto 4 all’ordine del giorno dell’Assemblea, ha comunicato l’intenzione di presentare e votare in Assemblea la seguente proposta di determinazione dei compensi per i membri del Collegio Sindacale: 80.000 euro annui lordi per il Presidente; 70.000 euro annui lordi per ciascun altro Sindaco effettivo.

 

 

2. LEONARDO-FINMECCANICA, SAIPEM E CDP. TUTTI GLI ULTIMI SBUFFI A 5 STELLE DI BUFFAGNI E DI MAIO

Michele Arnese per www.startmag.it

 

 

Prima gli strattoni ai vertici di Cassa depositi e prestiti, poi le critiche preventive alle nomine in Saipem, ora le stilettate in vista del rinnovo del collegio sindacale di Leonardo, l’ex Finmeccanica.

 

BUFFAGNI DI MAIOBUFFAGNI DI MAIO

Non conosce soste l’attivismo del Movimento 5 Stelle: il primo partito dopo le elezioni del 4 marzo non ha ancora messo piede in un governo e già si profonde in critiche, suggerimenti e auspici inediti in fatti nomine.

 

IL CASO LEONARDO

Emblematico l’ultimo caso, quello del collegio sindacale di Leonardo, il gruppo presieduto da Gianni De Gennaro e guidato dall’ad, Alessandro Profumo. Non sono i primi e gli unici rilievi sull’ex Finmeccanica da parte del Movimento 5 Stelle: anche nel programma elettorale dei Pentastellati erano presenti sottolineature critiche. Ma andiamo con ordine.

 

GLI SBUFFI DI BUFFAGNI

Anche nel caso di Leonardo è il deputato M5S, Stefano Buffagni, la punta di lancia dei Pentastellati: “Le manovre sotterranee di formazione della lista da presentare entro oggi asseriscono più a sotterfugi di un sistema in decadenza che non ai principi di trasparenza, lealta’ ed interesse pubblico”, ha scritto ieri il parlamentare lombardo che per conto dei vertici M5s segue le partecipate e le controllate del Tesoro.

RICCARDO FRACCARO - LUIGI DI MAIO - BEPPE GRILLO - STEFANO BUFFAGNI - ALFONSO BONAFEDE - PIETRO DETTORI - ALESSANDRO DI BATTISTARICCARDO FRACCARO – LUIGI DI MAIO – BEPPE GRILLO – STEFANO BUFFAGNI – ALFONSO BONAFEDE – PIETRO DETTORI – ALESSANDRO DI BATTISTA

 

I RILIEVI SU LEONARDO

La premessa? “Leonardo è un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. Il suo maggiore azionista è il ministero dell’Economia, che possiede una quota di circa il 30%. All’assemblea di approvazione del bilancio tra poche settimane scade il collegio sindacale, organo di vigilanza”. Da qui le critiche alle “manovre sotterranee di formazione della lista da presentare entro oggi asseriscono più a sotterfugi di un sistema in decadenza che non ai principi di trasparenza, lealtà ed interesse pubblico”. Senza ulteriori chiarimenti, per la verità. Salvo auspicare “un segnale di cambiamento, sempre nell’interesse del bene pubblico e degli interessi nazionali, portando novità ed innovazione con un processo di cambiamento che permetta al futuro sostenibile di permeare Leonardo e tutte le realtà di stato nel pieno rispetto della volontà popolare”, ha aggiunto Buffagni.

 

LE INDISCREZIONI SULLE ORIGINI DEGLI SBUFFI DI BUFFAGNI

beppe grillo con buffagniBEPPE GRILLO CON BUFFAGNI

Ma da dove nascono gli sbuffi di Buffagni? Ambienti del vertice pentastellato – secondo le indiscrezioni convergenti raccolte da fonti ministeriali e parlamentari – raccontano che esponenti M5S abbiano sondato chi al Mef compila o è a conoscenza delle liste per i rinnovi dei collegi sindacali delle aziende partecipate o controllate dal Tesoro. Obiettivo più o meno esplicito? Sottoporre nomi o candidature di professionisti non lontani dal Movimento. Ma dai dirigenti del ministero retto da Piercarlo Padoan è giunta questo tipo di risposta: ci sono procedure codificate con un ruolo preminente dei cacciatori di teste. Una risposta che avrebbe fatto imbufalire i Pentastellati: vogliono farci credere che le scelte sono sempre e solo tecniche, si bisbiglia tra i parlamentari del Movimento capeggiato da Di Maio.

 

L’ORDINE PENTASTELLATO

Quel che è certo è che non è una sortita personale di Buffagni slegata dai voleri del Movimento quella del deputato pentastellato vicino a Luigi Di Maio. Infatti proprio ieri sul Blog delle Stelle è stato pubblicato un post sulla stessa linea, sempre su Leonardo: “Il collegio sindacale rappresenta l’organo di controllo delle società e ha il compito di vigilare sull’attività degli amministratori e controllare che la gestione e l’amministrazione della società si svolgano nel rispetto della legge e dell’atto costitutivo. Si tratta di un organo fondamentale negli equilibri di un’azienda strategica come Leonardo – si legge sul Blog delle Stelle – che ha bisogno di un cambio ed una ventata di aria fresca poiché il più grande spreco nel mondo è la differenza tra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare”. Il Movimento poi sottolinea: “Le manovre sotterranee di formazione della lista da presentare entro oggi afferiscono più a sotterfugi di un sistema in decadenza che non ai principi di trasparenza, lealtà ed interesse pubblico”. Dunque? “È fondamentale invece dare un segnale di cambiamento, sempre nell’interesse del bene pubblico e degli interessi nazionali, portando novità ed innovazione con un processo di cambiamento che permetta al futuro sostenibile di permeare Leonardo e tutte le realtà di stato nel pieno rispetto della volontà popolare”, conclude la nota M5S.

DI MAIO TIMDI MAIO TIM

 

TRA FINMECCANICA E F35

Le stilettata su Leonardo non è l’unica arrivata di recente dai Pentastellati. Certo, come sottolineato di recente da Business Insider Italia, nella versione finale del programma M5S sulla Difesa non compaiono più critiche e tagli agli F-35 che erano esplicitamente previsti (e votati dalla base pentastellata sulla piattaforma Rousseau) nella prima versione del programma dei Cinque Stelle. “Bisogna decidere – si leggeva nel quesito alla base della votazione su Rousseau – se tagliare i sistemi di armamenti prettamente offensivi, vedi F-35, destinando le risorse ad altri strumenti innovativi come la cyber security, o lasciare la programmazione come pianificata”. Quasi il 100% dei votanti scelse l’opzione di trasferimento delle risorse dagli armamenti alla cyber security (19.012 su 19.651 voti).

 

L’ANALISI SU DIFESA E DINTORNI

SAIPEM ESPLORAZIONESAIPEM ESPLORAZIONE

Del trasferimento di risorse – tagliando gli F35 a favore della cyber security – non vi è traccia del programma Difesa definitivo che si può leggere sul sito del Movimento 5 Stelle. Una delle premesse del nuovo programma pubblicato è che “l’Italia spende oggi per la difesa 23 miliardi di euro l’anno, cioè 64 milioni al giorno, di cui oltre 5 miliardi l’anno in armamenti. Una spesa militare ingente nella media dei Paesi Nato (Stati Uniti esclusi) e in costante aumento, + 21% nelle ultime tre legislature”. I Pentastellati poi accusano: “La spesa militare italiana è uno degli aspetti più oscuri del programma di spesa dello Stato. Essa è suddivisa tra Ministero della Difesa, Ministero dello Sviluppo Economico, Ministero Economia e Finanze e Miur”.

 

IL RILIEVO A SORPRESA

GALLIA COSTAMAGNA PADOANGALLIA COSTAMAGNA PADOAN

C’è però un rilievo critico, indiretto, all’azione di Leonardo, la ex Finmeccanica, partecipata dal ministero dell’Economia: “Il Paese è dotato di una normativa che vigila e regolamenta la vendita di questi sistemi a ordinamenti che violano i diritti umani fondamentali, ma spesso abbiamo dovuto porre l’attenzione sui “raggiri” compiuti nel nome del profitto, da parte di aziende private autorizzate a vendere armi o di partecipate statali che godono di finanziamenti ministeriali mirati. Tutto ciò stride inesorabilmente con la dura realtà con la quale quotidianamente ci si confronta, ossia l’evidente carenza di idonei mezzi di protezione del personale militare, e adeguati mezzi di trasporto per le pattuglie in servizio nelle nostre città”.

Il Qatar costretto a far cassa all’estero per finanziare le banche

Doha, Skyline - Afp

DUBAI – Il confine dell’Arabia e Qatar si limita a un cartello stradale blu, in arabo e inglese che recita «Welcome to Qatar», lungo una diritta e assolata striscia d’asfalto. Tutt’intorno solo sabbia e caldo, una tundra piatta e gialla. Ma in questo remoto angolo della penisola arabica, la geografia è a rischio di stravolgimento e potrebbero addirittura dover cambiare i mappamondi: i sauditi hanno intenzione di scavare un canale di 80 chilometri per isolare, fisicamente, il Qatar paese arabo accusato dagli stessi cugini e confinanti di supportare gli estremisti islamici (e dunque indirettamente il terrorismo internazionale): il principe ereditario Mohammed Al Saud vorrebbe trasformare il Qatar in un’isola artificiale.

Provocazione estrema nell’escalation di isolamento che i paesi del Golfo stanno stringendo attorno a Doha, il canale riporta la memoria indietro di millenni quando Serse, il Re di Persia, cercò di costruire un canale per tagliare l’Ellesponto, penisola del nord del Mar Egeo, e attaccare i greci di sorpresa. Fallì la sua spedizione contro Atene e i Greci dicevano che era colpa della hybris, la tracotanza: chi osava sfidare gli Dei veniva punito.

Anche il Qatar è una penisola, una sorta di dito che si insinua nel Golfo Persico dalla penisola arabica: se Mohammed, come Serse, decidesse di costruire un canale sul confine, il paese sarebbe tagliato fuori da ogni collegamento terrestre. Ma a Doha, la capitale del paese, ci sono ben altre preoccupazioni di quelle orografiche. L’isolamento fisico è forse il male minore rispetto ai danni economici che il paese inizia ad accusare. L’embargo sta prosciugando le casse dell’emiro Al Thani: per la prima volta da due anni il Qatar ha emesso titoli di Stato in dollari. I bond sono di fatto debito che si vende sul mercato: quando il petrolio veleggiava a 100 dollari e il paese non era stato messo nella «Lista Nera» degli Stati, non c’era bisogno. Ora invece il paese chiede al mercato 12 miliardi, il bond più imponente dei paesi del Golfo. E proprio nel prospetto informativo si apprende una notizia ancor più dirompente: il Qatar sta vendendo pezzi di argenteria estera per sostenere le sue banche domestiche. La Qatar Investment Authority (Qia), il fondo sovrano del paese, uno dei più grandi al mondo, ha ritirato 20 miliardi di dollari che erano in fondi internazionali per rimpolpare le casse degli istituti di credito nazionali.

«Negli incontri riservati con i paesi esteri, gli arabi dicono di voler strangolare il Qatar» rivela un diplomatico di lungo corso che chiede l’anonimato. E a giudicare dalle ultime mosse, pare sia proprio così. Già lo scorso giugno quando scoppiò la crisi diplomatica, il fondo sovrano corse in aiuto delle banche nazionali perché i creditori sauditi, emiratini e del Bahrain avevano insistito per ritirare i loro fondi parcheggiati nelle banche del Qatar. Secondo un documento visionato dall’agenzia Bloomberg almeno 30 miliardi di depositi, intestati a cittadini esteri, hanno lasciato il paese.

Le banche di Doha si trovano a corto di raccolta. Come fare per evitare una crisi di liquidità del sistema bancario nazionale? Facendo cassa, smobilizzando asset detenuti all’estero. Qia ha partecipazioni in decine di gruppi internazionali dal gigante delle materie prime Glencore fino alla banca inglese Barclays. In Italia, il Qatar ha costruito una galassia: è proprietario dei grattacieli di Porta Nuova, la «Manhattan» di Milano sviluppata dalla Coima di Manfredi Catella, dove ha anche sede Unicredit (di proprietà però del fondo Aabar di Abu Dhabi); del rinato Hotel Gallia sempre a Milano, del Grand Hotel Excelsior a Roma (quello con la suite dotata di cinema privato); della Costa Smeralda in Sardegna (con i suoi hotel super lusso Pevero Golf Club, Romazzino e Cala di Volpe) e dell’ospedale Mater Olbia; della neonata compagnia Air Italy (nata dalle ceneri di Meridiana ora tutta di proprietà della Qatar Airways). Inizierà anche in Italia una vendita forzata?

Già il mese scorso il Qatar ha venduto la sua quota in Veolia Environnement, il colosso francese dell’ambiente, per 622 milioni di dollari e in precedenza aveva limato le quote in Tiffany e nella banca svizzera Credit Suisse. Un medesimo destino potrebbe toccare alla fitta rete italiana di investimenti? Per ora non se ne vede traccia, anzi in Italia il Qatar per ora continua a investire: proprio nei giorni scorsi Air Italy ha annunciato che in autunno decolleranno voli da Milano a Mumbai. È la prima volta che una compagnia italiana fa un volo diretto per la città indiana (nemmeno l’Alitalia degli attivissimi commissari ha fatto tanto).

Banche: Unimpresa, il 43% delle sofferenze delle aziende è legato al mattone

https://www.giornaledellepmi.it 19 aprile 2018

​Quasi il 43% delle sofferenze bancarie relative alle imprese è legato al mattone. Sul totale di finanziamenti concessi dagli istituti di credito e non rimborsati dalle aziende, pari a più di 127 miliardi di euro, oltre 54 miliardi si riferiscono infatti al settore delle attività immobiliari e a quello delle costruzioni. Le costruzioni pesano per oltre il 27% (35 miliardi) sui crediti deteriorati e le attività immobiliari per il 15% (più di 18 miliardi). Nella classifica dei comparti imprenditoriali che più faticano a rimborsare i finanziamenti alle banche figurano poi le aziende manifatturiere con circa il 20% (26 miliardi) e il settore auto (vendita e assistenza) col 16% (21 miliardi). Gli arretrati del settore agricolo “coprono” il 4% (5,4 miliardi), mentre i crediti deteriorati del turismo valgono il 4% (5 miliardi) degli incagli. Questi i dati principali di un rapporto sui non performing loan (npl) realizzato dal Centro studi di Unimpresa, secondo il quale il totale delle sofferenze delle aziende (imprese e imprese familiari) vale 127,4 miliardi, mentre il totale generale dei prestiti non rimborsati (comprensivo del dato relativo a famiglie, onlus, fondi e assicurazioni) ammonta a 163,5 miliardi in calo di quasi 40 miliardi negli ultimi 12 mesi. “La crisi dell’immobiliare, uno dei settori maggiormente colpiti dalla recessione, si riversa inevitabilmente anche sui bilanci delle banche e, come un perverso circolo vizioso, il danno torna sulle imprese che, complici i paletti sui requisiti patrimoniali dell’industria bancaria, soffrono nell’ottenere nuovi finanziamenti. Poi ci si è messa anche la Banca centrale europea con un inatteso e pericoloso supplemento di regole, ancora più severe, che possono mettere in ginocchio gli istituti con effetti pericolosissimi per l’intera economia” commenta il vicepresidente di Unimpresa, Claudio Pucci.

Secondo lo studio dell’associazione, basato su dati della Banca d’Italia relativi a febbraio scorso, complessivamente le sofferenze che fanno capo alle aziende e alle imprese familiari valgono 127,4 miliardi. I prestiti non rimborsati legati al mattone ammontano complessivamente a 54,3 miliardi pari al 42,62% del totale: 2,7 miliardi sono riconducibili a imprese familiari (2,4 miliardi dalle costruzioni e 327 milioni da attività immobiliari) e 51,5 miliardi ad aziende (32,9 miliardi dalle costruzioni e 18,5 miliardi da attività immobiliari). Al comparto dell’agricoltura e della pesca, poi, fanno capo 5,4 miliardi di sofferenze (4,29% del totale): 3,09 miliardi sono di imprese familiari e 2,3 miliardi di aziende. Il settore delle cave e delle miniere (estrazioni minerali) pesa per appena 367 milioni (0,29%) dei quali 11 milioni sono di imprese familiari e i restanti 356 milioni di aziende più grandi. Valgono 26,1 miliardi (20,55%), poi, le sofferenze delle attività manifatturiere con 1,4 miliardi a “carico” di imprese familiari e 24,7 miliardi di aziende maggiori. Le forniture (utility) di energia elettrica e gas valgono 695 milioni (0,55%), quelle di acqua e gestioni rifiuti 790 milioni (0,62%). Un peso rilevante è quello dell’automotive, con 21,2 miliardi di sofferenze (16,68%): si tratta dei concessionari di automobili oltre che dell’assistenza post vendita, con le imprese familiari che hanno arretrati per 3,2 miliardi e le aziende maggiori per 17,9 miliardi. Ecco i dettagli degli altri comparti: trasporto e magazzinaggio 3,4 miliardi (2,70%), informazione e comunicazione 1,3 miliardi (1,06%), attività professionali e scientifiche 3,09 miliardi (2,43%). Il turismo pesa, invece, per 5,1 miliardi (4,03%) sui non performing loan degli istituti: di questi 4,2 miliardi sono di aziende e 922 milioni di imprese familiari; al comparto noleggio e agenzie di viaggio sono riconducibili 2,5 miliardi (2,01%), dei quali 228 milioni a carico di società familiari e 2,3 miliardi di aziende più grandi.

Banche, rapporto First Cisl sugli stipendi dei manager, non scema l’interesse

http://www.firstcisl.it/ 19 aprile 2018

Non scema l’interesse sulla ricerca dell’ufficio studi di First Cisl, diretto da Riccardo Colombani, che ha analizzato l’entità degli stipendi dei manager nelle banche. Ha destato sensazione il rapporto stabilito dalle retribuzioni tra amministratore delegato e dipendenti. Per un’annualità di un top manager servono più di 3 vite intere dei lavoratori.

Tanti i servizi sull’argomento che si aggiungono a quelli dei quali abbiamo già dato ampio resoconto. La versione on line de “Il Sole 24 ore” titola “Tre vite da bancario per guadagnare un anno da banchiere”. Anche il sito d’informazione on line “affaritaliani.it” rilancia i dati dello studio di First Cisl con un servizio dal titolo “Banche: per un impiegato ci vogliono tre vite di uno stipendio dei big”. “Zero Zero News” coniuga invece i lauti stipendi alle gravi difficoltà nelle quali hanno operato molte banche italiane, alcune delle quali andate in dissesto.“Aziende in crisi e tra vite da bancario per guadagnare 1 anno da top manager” è il titolo. Più articolato l’articolo di “Wall Street Italia”, firmato da Mariangela Tessa, che, oltre alle cifre, pubblica una tabella riassuntiva tratta dal report di First Cisl.

Tutti i contributi giornalistici rilanciano la proposta del segretario generale di First Cisl, Giulio Romani per il quale è indifferibile una legge di sistema. “Almeno un terzo dei salari manageriali – dice Romani – dev’essere vincolato all’effettivo conseguimento di obiettivi, verificabili, di natura sociale quali la crescita dell’occupazione, la stabilità del valore dei prodotti finanziari emessi, la qualità del credito erogato e l’offerta di educazione finanziaria”.

Sbarra replica all’ad Marco Morelli (Mps)

http://www.ilcittadinoonline.it/ 18 aprile 2018

Banca MPS

MASSA. Una premessa. Rilevo che nessuno dei media presenti all’assemblea del 12 aprile scorso ha dato voce ai piccoli azionisti intervenuti (nel mio caso piccolissimi) che hanno espresso forti perplessità nei confronti del Monte dei Paschi di Siena, preferendo riportare quasi esclusivamente l’opinione dell’azienda. Unica eccezione il Cittadino online che con un’iniziativa giornalistica inappuntabile ha presentato la mia posizione critica verso l’azienda contemporaneamente alla risposta dell’amministratore delegato, in modo che ciascuno possa farsi un’opinione motivata e consapevole.

Approfitto ora della facoltà di replica gentilmente offerta dalla presidente Bariatti agli intervenuti in assemblea, non avendo potuto esercitarla, per problemi d’orario, in tale sede. Mi rivolgo quindi direttamente a Lei dottor Morelli per chiarire in primo luogo che i miei “passaggi molto precisi” da Lei citati nella sua risposta sono frutto di una mia personale e accurata consultazione di migliaia di pagine di documenti ufficiali, alcuni dei quali non citati dai media, che tra l’altro contengono ulteriori riscontri a favore delle mie tesi.
Per quanto riguarda “Alexandria”, io non ho messo in dubbio la sua opposizione alla ristrutturazione del derivato, avendo inteso solo evidenziare che anche Lei era stato messo a conoscenza del suo collegamento strutturale con l’operazione in Btp 2034, evidenza rilevabile all’interno della banca, come sembra aver riconosciuto la recente sentenza della Corte d’Appello di Firenze nel processo Mps.
Sul Fresh Lei sostiene che era assolutamente estraneo a quell’operazione non avendola seguita. Questo suo assunto cozza contro varie e concordanti testimonianze rese dai suoi collaboratori. Inoltre la funzione da Lei ricoperta di Responsabile del Pool finanziario dell’operazione Antonveneta, della quale il Fresh rappresentava uno strumento imprescindibile, non può ragionevolmente giustificare una sua “estraneità” riguardo alle caratteristiche peculiari di quello strumento finanziario che prevedevano garanzie del Monte a favore di JP Morgan per centinaia di milioni di euro.
A meno che nel Monte di quell’epoca – come sembrerebbe accaduto leggendo alcune testimonianze, in particolare quelle dell”ex Direttore Generale Vigni che in soldoni asseriva di non essere stato messo al corrente di niente o poco più – gerarchie e organizzazione verticistica fossero considerate un mero optional.
Prendo atto della accurata Fit and Proper cui è stato sottoposto per vari mesi dalla Bce per invitarla a renderla di pubblico dominio, con particolare riguardo alle motivazioni addotte. Dalle sue parole sembra emergere comunque che la multa di 208.500 euro comminatale da Banca d’Italia sia ancora sub iudice.
Mi permetto di rettificare la sua affermazione riguardo agli estratti de Il Fatto quotidiano.it da me riportati, in quanto tali articoli risalgono all’ottobre 2016 e non a fine 2012/inizio 2013. Quindi la loro pubblicazione è avvenuta molto tempo dopo la chiusura delle indagini da parte della Procura di Siena.
Termino esprimendo il mio più forte biasimo per le dichiarazioni con cui Lei ha messo sul banco degli imputati i dipendenti per i non brillanti risultati raggiunti dal nuovo Monte. La gravità di questa sostituzione di responsabilità, oltraggiosa ed inaccettabile, è pari solo a quella da ascrivere al sindacato, il quale per giustificare una vergognosa inerzia è arrivato ad inventarsi una rettifica da parte sua mai intervenuta, per poter chiudere così l’incidente a tarallucci e vino, more solito.
Marco Sbarra