CAFONAL ALLA CORTE DI MIUCCIA – NELLA SETTIMANA DEL SALONE DEL MOBILE, UNO DEGLI EVENTI PIÙ AMBITI È STATO L’INAUGURAZIONE DELLA TORRE DELLA FONDAZIONE PRADA: LO SKYLINE DI MILANO CAMBIA SOTTO LA MATITA DI REM KOOLHAAS, E GERMANO CELANT ACCOGLIE IL MEJO DELL’ARTE CONTEMPORANEA, TRA DAMIEN HIRST E CATTELAN, CARSTEN HOLLER E FRANCESCO VEZZOLI, MARIKO MORI E THOMAS DEMAND, PATRICIA URQUIOLA E STEFANO BOERI

dagospia.com 20 aprile 2018

miuccia prada, luc tuymans, rem koolhaasMIUCCIA PRADA, LUC TUYMANS, REM KOOLHAAS

Marilena Pirrelli per www.ilsole24ore.com

Lo skyline della città di Milano cambia: guardando a sud verso Porta Romana svetta la nuova Torre della Fondazione Prada, che da domani 20 aprile 2018 il pubblico potrà finalmente ammirare, entrando da via Isarco con un biglietto cumulativo di 15 euro, insieme alla collezione di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, presidenti della Fondazione. L’edificio segna il completamento della sede della Fondazione d’arte privata inaugurata nel maggio 2015 e progettata da Rem Koolhaas con Chris van Duijn e Federico Pompignoli dello studio OMA.

fondazione prada opening of torre 8FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 8

Il vernissage.Una cena di gala ha riunito il gotha dell’arte, oltre ai protagonisti e alle autorità cittadini, il deus ex machina, Germano Celant, soprintendente artistico e scientifico della Fondazione, ha fatto gli onori di casa insieme alla coppia di collezionisti, con i molti artisti invitati – le cui opere sono custodite nella collezione Prada-Bertelli sinora mai esposta – da Maurizio Cattelan a Thomas Demand, da Michael Elmgreen e Ingar Dragset a Peter Fischli, Michael Heizer, Damien Hirst, Carsten Höller, Goshka Macuga, Mariko Mori, Andreas Slominski, Luc Tuymans e Francesco Vezzoli. Ospiti anche architetti e designer internazionali come David Adjaye, Alejandro Aravena, Mario Bellini, Stefano Boeri, David Chipperfield, Tom Dixon, Martino Gamper, Konstantin Grcic, India Mahdavi, Victor Oddò e Patricia Urquiola, e curatori e direttori di museo come Paola Antonelli, Francesco Bonami e Deyan Sudjic, i galleristi Massimo De Carlo, Mark Francis, Jay Jopling, Kara Vander Weg, Mathieu Paris e Nazanin Yashar, e altre personalità del mondo della cultura come Paolo Baratta, Nicoletta Fiorucci, Maja Hoffmann, Alessandro Rabottini e Qiao Zhibing.

fondazione prada opening of torre 7FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 7

La Torre. Alta 60 metri, è realizzata in cemento bianco strutturale a vista e arricchisce i diversi e singolari spazi espositivi composti da una varietà di soluzioni talvolta ricercatamente contrapposte.

Ciascuno dei nove piani della Torre offre una percezione inedita degli ambienti interni attraverso una specifica combinazione di tre parametri spaziali: pianta, altezza e orientazione. Metà dei livelli si sviluppa infatti su base trapezoidale, gli altri su pianta rettangolare. L’altezza dei soffitti, crescente dal basso all’alto, varia dai 2,7 metri del primo piano agli 8 metri dell’ultimo livello.

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Le facciate esterne sono caratterizzate da una successione di superfici di vetro e cemento, che attribuiscono così ai diversi piani un’esposizione alla luce sul lato nord, est o ovest, mentre l’ultima sala espositiva è dotata di luce zenitale. Il lato sud della Torre presenta una struttura diagonale che la unisce al Deposito, dentro la quale si inserisce un ascensore panoramico.

“L’insieme di queste diversità produce un’estrema varietà spaziale all’interno di un volume semplice – ha spiegato Rem Koolhaas – in modo che l’interazione tra gli ambienti e i singoli progetti o opere d’arte offra un’infinita serie di possibili configurazioni”.

fondazione prada opening of torre 5FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 5

La collezione. All’interno dei sei livelli espositivi della Torre inaugura il progetto “Atlas” nato da un dialogo tra Miuccia Prada e Germano Celant. Riunisce opere della Collezione Prada in una successione di spazi che accolgono assoli o confronti, creati per assonanza o contrasto, tra artisti come Carla Accardi e Jeff Koons, Walter De Maria, Mona Hatoum ed Edward Kienholz e Nancy Reddin Kienholz, Michael Heizer e Pino Pascali, William N. Copley e Damien Hirst, John Baldessari e Carsten Höller.

L’insieme dei lavori esposti, realizzati tra il 1960 e il 2016, rappresenta una possibile mappatura delle idee e delle visioni che hanno guidato la formazione della collezione e le collaborazioni con gli artisti che hanno contribuito allo sviluppo delle attività della Fondazione nel corso degli anni. “Atlas” testimonia così un percorso tra personale e istituzionale, in evoluzione, aperto a interventi temporanei e tematici, a progetti ed eventi speciali, con possibili integrazioni da altre collezioni e istituzioni.

victor oddoVICTOR ODDO

Dall’apertura della nuova sede nel 2015, la collezione è diventata uno degli strumenti di lavoro a disposizione del programma culturale della fondazione, assumendo diverse configurazioni – dalle mostre tematiche alle collettive, dalle antologiche ai progetti curati da artisti – e trova ora nella Torre uno spazio permanente di esposizione. Infine al sesto piano il ristorante “Torre” che accoglie arredi originali del “Four Seasons Restaurant” di New York progettato da Philip Johnson nel 1958, elementi dell’installazione di Carsten Höller “The Double Club” (2008-2009), tre sculture di Lucio Fontana – due ceramiche policrome “Cappa per caminetto” (1949) e “Pilastro” (1947) e un mosaico a pasta di vetro e cemento “Testa di medusa” (1948-54) – e una selezione di quadri di William N. Copley, Jeff Koons, Goshka Macuga e John Wesley.

tom dixonTOM DIXON

Ispirandosi alla tradizione del ristorante italiano, le pareti presentano piatti d’artista realizzati per il ristorante da John Baldessari, Thomas Demand, Nathalie Djurberg & Hans Berg, Elmgreen & Dragset, Joep Van Lieshout, Goshka Macuga, Mariko Mori, Tobias Rebherger, Andreas Slominski, Francesco Vezzoli e John Wesley.

La terrazza sul tetto dell’edificio è concepita come uno spazio flessibile che accoglie un bar. È caratterizzata dalla decorazione optical in bianco e nero del pavimento e da un rivestimento del parapetto in specchi che crea un effetto di riflessione, in grado di eliminare visivamente la barriera tra lo spazio e la vista a 360 gradi sulla città di Milano.

stefano boeriSTEFANO BOERIfrancesco bonamiFRANCESCO BONAMIfrancesco vezzoliFRANCESCO VEZZOLIdavid gianottenDAVID GIANOTTENchiara bazoli giuseppe salaCHIARA BAZOLI GIUSEPPE SALAdieter roelstraeteDIETER ROELSTRAETEalejandro aravenaALEJANDRO ARAVENAelvira dyangani oseELVIRA DYANGANI OSEmiuccia prada, luc tuymans, rem koolhaasMIUCCIA PRADA, LUC TUYMANS, REM KOOLHAASalberto zontone e patricia urquiolaALBERTO ZONTONE E PATRICIA URQUIOLAkara vander wegKARA VANDER WEGpetra blaisse e rem koolhaasPETRA BLAISSE E REM KOOLHAASafef tronchetti proveraAFEF TRONCHETTI PROVERAdavid velascoDAVID VELASCOandrea slominski, ingar dragset, carsten holler e michael elmgreenANDREA SLOMINSKI, INGAR DRAGSET, CARSTEN HOLLER E MICHAEL ELMGREENalice rawsthorn, david chipperfield e evelyn chipperfieldALICE RAWSTHORN, DAVID CHIPPERFIELD E EVELYN CHIPPERFIELDdamien hirstDAMIEN HIRSTdavid adjayeDAVID ADJAYEfilippo del corno giuseppe rabottiniFILIPPO DEL CORNO GIUSEPPE RABOTTINIfilippo del cornoFILIPPO DEL CORNOsarah miller e deyan sudjicSARAH MILLER E DEYAN SUDJICshumon basarSHUMON BASARmathieu parisMATHIEU PARISmatthew slotover ed emily kingMATTHEW SLOTOVER ED EMILY KINGmaurizio cattelanMAURIZIO CATTELANmassimo de carloMASSIMO DE CARLOjan kennedyJAN KENNEDYippolito pestellini laparelliIPPOLITO PESTELLINI LAPARELLIjay joplingJAY JOPLINGluc tuymansLUC TUYMANSindia mahdaviINDIA MAHDAVIludovica barbieriLUDOVICA BARBIERIgio marconiGIO MARCONImadlaina fischli e peter fischliMADLAINA FISCHLI E PETER FISCHLIgiuseppe mondaniGIUSEPPE MONDANIgoshka macugaGOSHKA MACUGAgrcic konstantinGRCIC KONSTANTINmaja hoffmannMAJA HOFFMANNmariko moriMARIKO MORImario belliniMARIO BELLINImark francisMARK FRANCISmathias dopfnerMATHIAS DOPFNERnicoletta fiorucci goshka macugaNICOLETTA FIORUCCI GOSHKA MACUGAnina yasharNINA YASHARpaola antonelli e laurence cartyPAOLA ANTONELLI E LAURENCE CARTYpaolo barattaPAOLO BARATTAparis murray, germano celant mario bellini elena marcoPARIS MURRAY, GERMANO CELANT MARIO BELLINI ELENA MARCOquiao zhibingQUIAO ZHIBINGthomas demandTHOMAS DEMANDstephanie czernySTEPHANIE CZERNYfondazione prada opening of torre 9FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 9fondazione prada opening of torre 3FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 3fondazione prada opening of torre 1FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 1fondazione prada opening of torre 2FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 2fondazione prada opening of torre 4FONDAZIONE PRADA OPENING OF TORRE 4

 

Governo: fumata bianca Lega-5Stelle. Annuncio atteso per domani sera

Marco Antonellis affariitaliani.it 21 aprile 2018

Governo: fumata bianca Lega-5Stelle. Annuncio atteso per domani sera

Habemus governo populista! Eh già perché fonti di altissimo livello vicinissime alla trattativa danno in arrivo per domani sera il possibile annuncio del governo Di Maio-Salvini. Proprio in queste ore di febbrili trattative si starebbero discutendo i dettagli mentre l’annuncio dovrebbe arrivare domani sera per bloccare il possibile incarico esplorativo a Roberto Fico previsto dal Quirinale per lunedì mattina.

Per quanto riguarda la premiership tra i due litiganti il terzo gode: Di Maio e Salvini avrebbero scelto Giorgetti Premier, anche se in merito ci sarebbero ancora contrasti tra i due partiti. Di Maio non vorrebbe perdere la sua unica chance di andare a Palazzo Chigi.

Anche Fratelli d’Italia sarà della  della partita mentre una cosa appare ormai sicura: sarà escluso dal governo l’odiato Silvio Berlusconi e Forza Italia.

Dal bitcoin di Putin a quello per Trump: le criptovalute più bizzarre

Eugenio Spagnuolo wired.it 21 aprile 2018

Sesso, droga e politica sono alla base dei progetti per lanciare criptovalute dalle origini e dagli esiti incerti. Anche se la parodia del bitcoin ha conquistato i mercati

putincoin
Putincoin: la criptovaluta ispirata al nuovo zar di tutte le Russie

Trumpcoin

, nomen omen, è nata per sostenere il presidentissimo Trump nel suo sforzo di “rifare grande l’America”Putincoin, più o meno lo stesso, ma dall’altro versante delle superpotenze. Lustcoin, più banalmente, vorrebbe imporsi come token per pagare il sesso clandestino. Dici Ico e si apre il vaso di Pandora della finanza tecnologica. Nascono criptovalute per sostenere progetti seri e ambiziosi, ma anche stravaganze degne di Eliogabalo. O di Escobar, se preferite. Non Pablo, ma suo fratello Roberto, che di recente è balzato agli onori delle cronache per aver lanciato la sua initial coin offering: un’offerta iniziale di valuta che “non si può rifiutare”. E non è che l’ultima di una serie di criptovalute nate per rastrellare fondi per idee quantomeno bizzarre.Dogecoin
La regina delle criptovalute folli è sicuramente Dogecoin, lanciata da una comunità online molto attiva su siti come Reddit. Nome ed effigie sono quelli di Doge, meme internettiano ispirato a un cane shiba inu in voga qualche anno fa.

E non è un caso. Dogecoin infatti è nata per fare satira del fenomeno bitcoin nel 2013, ma per la legge del contrappasso è tanto piaciuta agli speculatori, al punto che a gennaio 2018 poteva vantare un capitalizzazione di circa un miliardo di dollari.

Tanti soldi le hanno permesso, tra le altre cose, di sponsorizzare atleti olimpici e piloti Nascar (che negli Usa sono delle vere e proprie star). Curioso scoprire che ad averci guadagnato meno è (forse) il suo creatore: Jackson Palmer, che ha abbandonato il progetto nel 2015 e da allora è diventato molto critico verso le criptovalute.

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Capitalizzazione attuale: 307 milioni di dollari. Valore: 0,002703 dollari.

Astrcoin 
La Asteroid ltd sta costruendo un database decentralizzato per consentire a individui, società e nazioni di registrare crediti di diritti minerari su oltre 600mila asteroidi identificati nella nostra orbita celeste, usando contratti basati sulla blockchain.

Ai più maliziosi, la cosa ricorderà un po’ la scena di Totò che vende la Fontana di Trevi, ma Astrcoin, si affretta a spiegare il sito dei promotori, “verrà utilizzata in futuro per investire in società di space mining, sviluppo di difesa a impatto di asteroidi, porte spaziali e persino elevatori di spazio… Molto probabilmente, Astrcoin sarà una vera valuta spaziale. Francamente, dipende da noi. Con la crescita della nostra circoscrizione, aumenta anche la nostra capacità di avviare la legge spaziale, sviluppare nuove metodologie per il mining e assicurare la vasta ricchezza dello spazio e rivendicare ciò che è innegabilmente nostro”. Altro che Totò, qui c’è da chiamare il capitano Kirk.

Putincoin 
Immaginiamo che per esistere, una criptovaluta con nome e faccione dello zar nel logo, debba avere quantomeno la sua tacita approvazione. Ma se così fosse, visto il potere dell’uomo, Putincoin sarebbe meno folle di quanto appare. “La decisione di sviluppare una cripto-valuta nazionale per la Russia è stata presa per sostenere l’economia e il mercato russi in rapida crescita all’interno del paese e oltre i suoi confini”, si legge sul sito della criptovaluta. “Con Putincoin forniremo molte possibilità ad aziende, commercianti, privati e progetti sociali in quanto la tecnologia, i servizi e le app sono liberamente utilizzabili da tutti su questo pianeta. La blockchain decentralizzata di Putincoin offre ampie opportunità”.

Forte già della sua biforcazione, da cui è nata Putincoin Classic, Putincoin ad oggi ha una capitalizzazione di 1.531.934 €, cioè il triplo di Trumpcoin. E anche questo (forse) è un segno dei tempi.
Capitalizzazone: 1.531.934 €. Valore: 0,003700 €.

Trumpcoin
Come sempre quando c’è di mezzo The Donald, i toni si fanno aulici. Trumpcoin si presenta com il progetto di “persone provenienti da tutte le nazioni che si uniscono per sostenere il 45esimo Presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump nel suo obiettivo di creare un futuro luminoso, sicuro, prospero per tutti gli americani e nel mondo”. Lanciata a febbraio 2016 come mezzo per acchiappare donazioni per la campagna Trump 2016, questo esempio di bizzarre criptovalute non ha alcun collegamento ufficiale con l’attuale presidente, né il magnate ha mai riconosciuto la sua esistenza in uno dei suoi famosi tweet. Eppure, ora che Trump è presidente, Trumpcoin mira a sostenere “la sua lotta contro le notizie false, la corruzione e il deep state”. E con questo abbiamo detto tutto (ma proprio tutto).
Capitalizzazione: 387.852 dollari. Valore: 0,058777 dollari.

Lustcoin
In inglese lust sta per lussuria. E se non fosse chiaro, ve lo diciamo subito: lo scopo di questa valuta è permettere di pagare le prestazioni sessuali via blockchain, per “sradicare gli “effetti indesiderati” dell’industria del sesso”. Tra gli altri,“la tratta di esseri umani, la schiavitù sessuale, lo sfruttamento sessuale, il ricatto sessuale e le pericolose condizioni di lavoro per le lavoratrici del sesso”. Vasto programma, come rispose Charles De Gaulle a chi chiedeva di eliminare “almeno” gli sciocchi e gli incompetenti.

Ad ogni modo, il token dovrebbe funzionare così: “Se un cliente è interessato a un’operatore/trice del nostro portale, le invierà una richiesta con l’orario. Se la richiesta viene accettata, il cliente sarà in grado di accedere alle informazioni private di quell’utente, come più foto, nome o qualifica e viceversa. Dopo una doppia conferma, questo denaro sarà trattenuto da un contratto smart e il suo portafoglio genererà una chiave di accesso. Il contratto si chiude automaticamente in 48 ore e una volta completato il servizio, entrambe le parti hanno 24 ore per lasciare un feedback reciproco”. Il tutto rigorosamente anonimoof course, il che non è che ci rassicuri poi tanto, considerate le ombre che si agitano nei mercati del sesso. E poi la domanda delle domande: ma in questo caso, chi controlla il controllore?

Dietbitcoin
Ed eccoci alla criptovaluta made in Medellin. Il fratello del defunto colombiano boss della droga Pablo Escobar sta per lanciare Dietbitcoin (DXX), che verrà distribuita anche attraverso un’ico, con uno sconto del 99,8% rispetto alla vendita principale. In un’intervista a The Blast, Escobar ha assicurato ai potenziali investitori che “il valore sarà presto molto alto“, aggiungendo che la sua idea avrebbe avuto la benedizione nientemeno che di Satoshi Nakamoto, intenzionato a suo dire a fare business con gli Escobar, come racconta in un ebook di 280 pagine. Tuttavia, quando Escobar avrebbe scoperto che Satoshi era un agente della Cia, e il bitcoin un complotto e non se ne fece più nulla. Parola di boss.

Escobar ha anche aggiunto che a differenza delle altre criptovalute, la sua non è una truffa (eh no!). Peccato che il codice sorgente del sito di Dietcoin sia stato copiato paro paro dal sito originale bitcoin e che il curriculum di Escobar fratello non sia dei più rassicuranti. Undici anni di galera per essere stato il contabile del sanguinario cartello di Medellin, sono un po’ troppo anche per noi. O no?

Ti amo ma dammi i soldi

Di Igor Staeheli, Patti Chiari tvsvizzera.it 21 aprile 2018

Sui social si presentano con dei profili falsi, come uomini affascinanti e premurosi. Agganciano donne sole o sprovvedute e in pochi mesi i loro risparmi si sono… volatilizzati. Il meccanismo è quello delle cosiddette truffe amorose online, un fenomeno sommerso e presente anche in Ticino.Ne sa qualcosa Francesca di Lugano che ha deciso di raccontare la sua incredibile storia a Patti chiari, trasmissione della RSI.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/patti-chiari/video/truffe-amorose-?id=10384664&startTime=0.000333&station=rete-uno

Un anno fa su Facebook ha perso la testa per un certo Jacques Grenier. Che in realtà è un signor nessuno ma che si è impossessato delle foto di un personaggio molto noto in Italia, Massimiliano Titone, consulente nel campo dell’orientamento scolastico e universitario. Titone, nella vicina penisola, è diventato famoso per essere l’uomo più clonato sui social: i suoi nomi sono migliaia ma le foto sono sempre e soltanto le sue. In altre parole: gli hanno rubato l’identità. Ma chi esattamente? È quello che vorrebbe sapere anche lui…

Tutto fa credere che si tratti di bande criminali organizzate che operano dall’Africa, soprattutto dalla Costa d’Avorio. Una volta accalappiata la potenziale vittima, riescono ad instaurare un rapporto di complicità e intimità per poi chiederle, al momento opportuno e con mille scuse, un aiuto finanziario. Prima 1’000 Euro, poi 5’000, quindi 10mila… e quando scoprono di essere state raggirate le vittime hanno speso un patrimonio. Come Francesca che in un anno ha sborsato quasi 50mila franchi.

Quando ha scoperto la truffa è corsa in polizia a sporgere denuncia… proprio come ha fatto Massimiliano Titone in Italia che in polizia ci è andato già 6 volte. Vicenda finita? Niente affatto perché Titone continua ad essere clonato tutti i santi giorni… e a ricevere pesanti messaggi di minacce e insulti dalle sue presunte vittime che credono sia lui il truffatore.

Ma com’è possibile che non si riescano a fermare questi delinquenti? Che fine hanno fatto tutte quelle denunce e le indagini degli inquirenti? E soprattutto quali sono le precauzioni da prendere per non cascare in queste trappole? Le risposte in diretta nello studio di Patti chiari che torna ad occuparsi di una vicenda che continua a mietere vittime, anche in Ticino.

Ungheria: Soros e Ong fanno fagotto. Orban ha vinto

ofcsreport 21 aprile 2018

L’Ungheria costringe alla ritirata George Soros e le Ong che fanno capo al miliardario filantropo, che aveva in animo di espandere al paese magiaro le attività di accoglienza dell’ondata di clandestini provenienti da Asia e Medio Oriente.

La Open Society Foundations dovrà, quindi, necessariamente smettere di operare in Ungheria e spostare le sue operazioni in un altro paese europeo, presumibilmente la Germania se il pacchetto di leggi proposte dal premer neo eletto dovesse essere approvato dal Parlamento. “Stiamo osservando da vicino l’andamento del dibattito sulla bozza di legge – ha dichiarato la Open Society Foundation – che restringe in modo drammatico le attività della società civile in Ungheria”.

Stop Soros

Il pacchetto di leggi denominato “Stop Soros”, fa parte di un piano anti-immigrazione inaugurato da Orban durante la sua campagna elettorale. Secondo il premier ungherese, infatti, il flusso di immigrati sarebbe mirato a destabilizzare l’Europa ed è stato alimentato da Soros proprio attraverso i finanziamenti alle Ong.

Il pacchetto ‘Stop Soros’, prevede l’istituzione di una zona riservata alla detenzione di clandestini distante 8 chilometri dal confine ungherese. Inoltre, le Ong dovranno fornire i propri dati al tribunale competente per zona, che provvederà a dare o meno il proprio assenso alle iniziative.

Pene severe per le trasgressioni e tassazione al 25% su finanziamenti che arrivano dall’estero per tutte quelle organizzazioni non governative che verranno considerate alla stregua di “agenti stranieri”. La determinazione del premier ungherese potrebbe presto fare proseliti. L’asse Visegrad, formato da paesi dell’est europeo, avrebbe in animo di approvare, come in Ungheria, pacchetti di leggi rivolte a contrastare l’immigrazione clandestina, in primis prevedendo il rifiuto dell’accoglienza di provenienti da altri Paesi dell’Unione europea.

Il premier magiaro, Viktor Orban, potrebbe dunque uscire vincitore nel braccio di ferro che lo ha visto confrontarsi con Soros. Secondo le indiscrezioni pubblicate da il Guardian, già ad agosto gli uffici della Open Society Foundation potrebbero lasciare il l’Ungheria per trasferirsi a Berlino.

La polemica

La linea del premier ungherese, però, non ha mancato di suscitare polemiche. Se da un parte la Commissione europea ha momentaneamente sospeso il giudizio sul pacchetto di leggi contro le Ong di Soros, dall’altra l’Ungheria ha già in corso una procedura di infrazione davanti alla Corte di giustizia Ue, proposta proprio dalla Commissione, per violazione della legge sulle organizzazioni non governative.

Ma non solo. Le accuse contro Orban riguardano anche la presunta posizione antisemita assunta nei confronti di Soros, nato in Ungheria da una famiglia ebrea. Per questo, secondo alcune versioni, l’avversione verso il miliardario sarebbe legata proprio al fatto di essere ebreo.

 

 

L’Italia ha bisogno di un governo. O tornerà l’austerity. Parola del Ref

Gianluca Zapponini formiche.net 21 aprile 2018

L’Italia ha bisogno di un governo. O tornerà l’austerity. Parola del Ref

I rischi dello stallo politico nell’analisi del centro studi Ref

Serve un governo, e anche alla svelta. Pena, il ritorno dell’austerità e del rigore forzato. Qualcuno avrà provato un brivido lungo la schiena, ma lo scenario è tutt’altro che irreale. Lo dice chiaro e tondo il centro studi Ref nel suo ultimo rapporto.

“La posizione dell’Italia è particolarmente esposta alle fluttuazioni della domanda estera. La distanza da colmare per convergere verso i target di finanza pubblica europei e i limiti all’espansione del credito riducono gli spazi di crescita della nostra domanda interna. La crescita resta legata all’evoluzione delle esportazioni”, premettono gli esprerti del Ref, coordinati da Fedele De Novellis. “Da questo punto di vista, iniziano a cumularsi alcune evidenze favorevoli: negli ultimi due anni le esportazioni e la produzione industriale mantengono tassi di crescita vivaci, in linea con quelli dei nostri maggiori partner europei. Vi sono evidenze crescenti a favore della capacità di competere da parte di un nucleo di medie imprese in grado di affrontare con successo le sfide della competizione internazionale”.

In questo senso “contano molto i fattori di competitività non di prezzo, ma anche il fatto che l’Italia mantiene da diversi anni un differenziale di segno negativo di crescita dei salari rispetto alla Germania; è possibile che il gap salariale stia compensando parte del divario negativo che caratterizza i fattori di competitività di sistema. Tuttavia, è questo un modello di crescita che non può essere soddisfacente”. Dunque, l’export non basta, non in queste condizioni almeno. Perché? “Innanzitutto perché tale modello è per sua natura fortemente dipendente dalle alterne e incerte vicende dell’economia internazionale e in parte perché la crescita è basata su una sistematica compressione al ribasso dei salari e del potere d’acquisto delle famiglie”. Ma il vero problema, spiegano dal Ref, è un altro. La politica.

“Oggi è molto probabile che anche la nuova stagione politica che si è aperta, in virtù della mancanza di una maggioranza in grado di definire programmi con un orizzonte di medio termine, difficilmente riuscirà a definire un piano di riforme in grado di incidere in misura rilevante sui fattori di competitività strutturali. Anche nei prossimi anni le inefficienze del nostro sistema tenderanno a penalizzare la competitività e porteranno a comprimere ancora i salari, a scapito dei consumi”. Di più. “Nel vuoto politico in cui ci troviamo è anche difficile anticipare lo schema delle politiche di breve periodo. Nelle nostre previsioni abbiamo disinnescato le clausole di salvaguardia (sull’Iva ma mancano quelle del 2019, ndr), finanziandole sostanzialmente in deficit. Il rapporto deficit/Pil si posizionerebbe difatti al 2% quest’anno e all’1,5% nel 2019, valori più elevati rispetto agli ultimi obiettivi del Docupento programmatico di bilancio”.

Ed è qui che si fa sentire l’assenza di un governo operativo (l’attuale esecutivo ha rimandato l’approvazione del Def al nuovo esecutivo). Vi è da un lato “il rischio che, in assenza di un governo, l’Italia si ritrovi di fatto legata agli ultimi obiettivi programmatici, ponendosi nella condizioni di dovere adottare una politica di bilancio di segno restrittivo nel 2019″, scrive il Ref. Ricordando ai M5S, Lega e Centrodestra la differenza sostanziale tra parole e fatti.

“D’altra parte, è anche difficile definire le linee di politica economica dei prossimi anni alla luce delle difficoltà che emergeranno rispetto alla realizzazione delle misure proposte nel corso della campagna elettorale. La distanza fra gli annunci della campagna elettorale e gli spazi che si apriranno realisticamente risulterà questa volta particolarmente ampia, e questo potrà avere conseguenze significative sul quadro politico interno”.

Npl, la Bce alza la guardia sulle nuove maxi-rettifiche

  • –di  ilsole24ore.com 21 aprile 2018

La morsa della Bce sulle banche europee non si allenta. E così, dopo gli Npl con il relativo varo dell’addendum, ora nel mirino della Vigilanza finiscono le valutazioni contabili delle banche legate all’Ifrs9. E, in particolare, le maggiori svalutazioni su crediti attuate dalle banche nell’ambito della prima applicazione (first time adoption) del nuovo principio contabile. Un modo insomma per verificare che gli istituti non abbiano approfittato indebitamente dei benefici derivanti dall’introduzione graduale dell’impatto della riforma (il cosiddetto phase in) concesso dalla normativa.

La lettera della Bce

A quanto risulta a Il Sole 24 Ore, la Vigilanza europea, con una lettera riservata inviata nei giorni scorsi alle banche e alle società di revisione, avverte che sta esaminando i conti degli istituti significativi per capire se ci siano stati effetti «indesiderati» sul calcolo del Cet1 ratio causati da un «incorretto utilizzo dei fattori» utilizzati per il calcolo delle rettifiche.

Con una mossa quanto meno irrituale, la Bce avanza l’ipotesi che le banche e i revisori possano non aver contabilizzato come dovuto le perdite su crediti avvenute in passato, e che invece abbiano preferito registrare le minusvalenze su crediti solo a inizio anno, nella prima trimestrale. Così facendo, nella tesi della Vigilanza, le banche sfrutterebbero indebitamente la possibilità concessa dal regime transitorio introdotto dalla Crr: la regolamentazione infatti prevede di poter diluire l’extra svalutazione nei prossimi cinque anni, in maniera graduale, andando a erodere il capitale senza impattare sul conto economico.

Secondo la Vigilanza, le banche potrebbero aver effettuato «un’errata stima dello stock degli accantonamenti determinati in base allo Ias39 a fine 2017» oppure «nell’importo totale e nell’assegnazione degli accantonamenti nel quadro della first time adoption dell’Ifr9», come si legge nella lettera che Il Sole ha potuto visionare.

Da qua, appunto, il pesante avvertimento ai revisori, a cui si chiede «attenzione» nella prossima fase di approvazione dei bilanci bancari, visto che la rilevazione potrebbe portare a un «indebito vantaggio» per gli istituti. La numero uno dell’Ssm, Danièle Nouy, infine, si rivolge direttamente ai revisori delle Big Four nel considerare le «vostre responsabilità nel lavoro» su un tema che rappresenta «per noi una preoccupazione significativa dal punto di vista prudenziale».

Lo scenario

Resta da capire quali possano essere gli impatti della mossa della Bce. Dai principali istituti trapela tranquillità rispetto alla piena adeguatezza dei conti rispetto alle indicazioni regolamentari. A detta di diversi osservatori interpellati dal Sole, sia nel mondo bancario che nelle società di revisione, è di fatto da escludere che le banche possano rivedere i risultati 2017 che sono già stati approvati dai Cda o in maniera definitiva dalle assemblee.

L’invio della lettera, avvenuto nei giorni scorsi, ha tuttavia sorpreso i vertici degli istituti bancari, italiani in particolare, soprattutto per la sua tempistica. Se i bilanci 2017 sono stati già comunicati al mercato, le trimestrali sono di fatto chiuse, tanto che gli istituti hanno comunicato entro il primo febbraio se e in quale misura avrebbero fatto uso delle disposizioni transitorie previste dalla Crr.

Non è da escludere d’altra parte che la Bce, con questa mossa, voglia cautelarsi rispetto ad eventuali contestazioni dei paesi del Nord Europa a fronte di un significativo utilizzo della first time adoption da parte delle banche degli altri paesi europei, magari in sede di stress test. In questo senso va detto che le svalutazioni su crediti effettuate nell’ambito dell’Ifrs9 sono calcolate sulla base di scenari di cessione di tipo probabilistico, ipotesi che invece, secondo quanto evidenziato da banche e revisori, non era contemplata dal precedente quadro normativo, lo Ias39. Non mancano i timori, d’altra parte, che la Bce possa applicare nello scenario avverso degli stress test proprio gli stessi scenari di cessione probabilistica presentati dalle banche, con le relative pesanti svalutazioni one-off.

Le incognite

Ipotesi, questa, che rappresenterebbe un’incognita di non poco conto per gli istituti italiani che usano i modelli interni, con la conseguenza di renderebbe ingiustificatamente più rischioso l’intero portafoglio dei crediti. Le banche domestiche, come noto, si preparano da tempo all’appuntamento dell’Ifrs9 con l’obiettivo di massimizzare la pulizia del portafoglio, in linea con le richieste della Vigilanza. L’aumento delle coperture è funzionale ad allineare i prezzi di bilancio a quelli di mercato, così da agevolare la dismissione dei crediti senza che questa generi conseguenze sui bilanci. Banca d’Italia, a febbraio, aveva inviato una comunicazione riservata a tutte le banche, in cui invitava a «cogliere le opportunità offerte dal nuovo standard contabile» anche alla luce della «necessità dell’innalzamento dei coverage» e della «riduzione dell’attivo deteriorato». L’invito è stato colto dalle banche domestiche, come dimostra l’aumento delle coperture sui crediti deteriorati segnalato da Moody’s: Intesa Sanpaolo le ha alzate dal 51 al 57%, Unicredit dal 56 al 59%, BancoBpm dal 49 al 54%, Mps dal 51 al 57%, Ubi dal 36 al 43%, Bper dal 49 al 58%.

SPILLO/ Banche e bail-in, l’ultima “gufata” della Nouy sull’Italia

Danièle Nouy ha evidenziato che l’Italia è il primo Paese in Europa per quantità di risparmio familiare assoggettabile al bail-in. Il commento di SERGIO LUCIANO

Danièle Nouy (Lapresse)Danièle Nouy (Lapresse)

C’è da chiedersi se a Francoforte, quando la incrociano per strada, i passanti non cerchino di cambiare marciapiedi per non incrociarla, come farebbero con un gatto nero. Perché ormai Danièle Nouy, il numero uno della Vigilanza Bancaria della Bce, non dismette più i panni della Cassandra, della profetessa di sventure, che peraltro si intonano bene a un’espressività che è agli antipodi dell’idea della cordialità e anche solo della serenità.

Insomma, questa “parca” del credito internazionale non perde occasione per sollevare sinistri presagi sul futuro dell’industria bancaria in genere e di quella italiana in specie. L’altro giorno si è prodotta in un altro dei suoi vaticini, estrapolando – correttamente, per carità: la questione è relativa all’opportunità, non alla fondatezza dell’enunciato – un dato oggettivamente inquietante sulle obbligazioni bancarie, che spaventa manco a dirlo soprattutto l’Italia. La Nouy ha evidenziato che l’Italia è il primo Paese in Europa per quantità di risparmio familiare assoggettabile al bail-in, cioè per quella categoria di investimenti finanziari che sono i primi a essere azzerati nel caso di una “risoluzione” (leggi: fallimento) della banca a cui si riferiscono. E la Nouy ha messo quest’osservazione nero su bianco in una lettera che ha scritto in risposta all’interrogazione dell’europarlamentare Sven Giegold.

Che significa? Significa che le famose “obbligazioni bancarie” emesse dalle banche e ficcate più o meno furbescamente nei portafogli dei loro clienti inconsapevoli (cioè: che hanno messo una crocetta su una casellina dicendo sì a una proposta che non erano minimamente in grado di valutare) rimpinzano i depositi amministrati dei correntisti normali, i quali hanno trasferito i loro soldi dai conti correnti protetti dal Fondo di garanzia o, peggio ancora, dall’investimento in titoli di Stato protetto dal merito di credito della Repubblica Italiana, a oggetti di investimento privati, non protetti, che anzi la legge europea attuale sui fallimenti bancari bolla di rischiosità affine per certi versi all’investimento azionario, fidandosi della parola di gente che non conoscevano e spesso di gentaglia. Diciamo che la turlupinatura a scoppio ritardato è compiuta.

Oltre il 40% delle obbligazioni bancarie emesse in Italia è stato sottoscritto da famiglie, contro il 10% in Francia, il 20% in Germania e Spagna, il 30% in Portogallo. Si calcola che nell’insieme valgano circa 40 miliardi di euro. Se le banche che le hanno emesse fallissero, queste obbligazioni sarebbero carta straccia, com’è successo a quelle di Banca Etruria & C. Intendiamoci: a oggi, non c’è nessuna avvisaglia di altri fallimenti bancari in Italia e quindi la valutazione fornita dalla Nouy, ironie a parte sulla sua espressività quaresimale, è puramente statistica, più che essere un segnale d’allarme. Eppure la signora – opportunamente – ha ribadito una tesi che ha formulato da tempo: che cioè in futuro, queste obbligazioni rischiose non vadano più fatte sottoscrivere a investitori ignoranti, come sono sempre le famiglie, quanto riservate a investitori istituzionali. E per riuscire in quest’intento senza riscrivere le normative sulle diverse tipologie di investitori basterebbe, secondo lei, obbligare le banche a emettere questi strumenti con un “taglio minimo” da centomila euro, in modo che solo gli investitori istituzionali o i privati ricchissimi li acquisterebbero, a loro rischio e pericolo.

Resta da chiedersi se e quali rischi sussistano di ulteriori risoluzioni bancarie. I nostri istituti di credito si direbbero ormai “spurgati” dal grosso delle loro sofferenze. E allora? Basta a dormire sonni tranquilli? No: perché intanto non sono ancora del tutto spurgati e poi perché l’aumento dei tassi d’interesse, che incombe sul futuro a medio termine dell’euro, rischia di cambiare le carte in tavola al mercato, facendo rendere di più gli investimenti ma anche costare di più i prestiti e il loro rimborso, con effetti imprevedibili sulla stabilità degli emittenti. Bando ai vaticini, quindi, e pensiamo piuttosto a prevenire il rischio delle famiglie sulle obbligazioni bancarie promuovendo il trasferimento a investitori istituzionali di questo stock di risparmio familiare improprio, con incentivi fiscali e/o prescrizioni regolatorie.

Banche e conti: tutti i nodi del dopo-stallo

 il giornale.it 21 aprile 2018

Questi 45 giorni di crisi politica ci possono però dare qualche spunto su quello che toccherà all’economia, quella dei palazzi e quella dei conti pubblici, nei prossimi mesi

I due attori, Lega e Movimento cinque stelle, indipendentemente dal governo che si farà, hanno idee precise e talvolta coincidenti. Vediamole, per punti sintetici.

1. Le partecipazioni pubbliche e le controllate del Tesoro contano, eccome. Inimmaginabile tenersi in consiglio e in ruoli di vertice toscanacci del passato governo. Il che vale per il numero uno delle Ferrovie (troppo impegnato a fare finanza e poco sui binari), ma anche per gli uomini Consip. Difficile pensare che si dismettano quote e aziende, semmai il contrario. La Cassa depositi e prestiti, braccio armato del Tesoro, si è rapidamente riposizionata. E ora l’italianità conta, a partire da Telecom, a cui si deve estirpare la rete. Anche Alitalia sembra non essere più for sale, come un tempo. Per ora si sono prorogati i termini di sei mesi. Ma qualcuno può immaginare che a settembre od ottobre dell’anno prossimo la compagnia ex di bandiera venga ceduta, con esuberi connessi? Difficile.

2. Le banche sono state l’oggetto degli strali delle due forze vincitrici delle elezioni. Stanno a Salvini come il Pd e a Di Maio come Berlusconi: infrequentabili. Da segnalare dunque la mossa di Carlo Messina. La sua Intesa è la banca più di sistema del Paese e nei giorni scorsi ha fatto un accordo internazionale che la mette al riparo da ogni rischio regolamentare. Facciamola facile, con una mossa geniale, ha ceduto 11 miliardi di suoi prestiti porcheria ad un prezzo che gli altri si sognano. E lo ha fatto mettendoli in una scatoletta di cui non ha la maggioranza. Intesa oggi non ha «scheletri nell’armadio» per dirla con un gergo «populista». Ha incassato una lauta plusvalenza dalla cessione di Italo. E ha un assetto azionario relativamente tranquillo. Al riparo.

3. Sulle Authority ci sarà da fare un gran lavoro. Molte hanno ancora una buona vita residua. Ma se i nuovi politici dovessero adottare il metodo presidenze della Camere, non ce ne sarebbe per nessuno. Anche per Forza Italia, se non dovesse far parte della squadra: interna o esterna che sia. Chissà come gli euroscettici e risparmiosi nuovi potenti considereranno la nuova presidenza della Consob affidata al funzionario europeo Nava. Che ha fatto due passi niente male. Il primo chiedere il distacco dalla commissione europea: insomma un funzionario della Commissione distaccato alla guida di una delicata autorità indipendente italiana non è niente male. L’ufficio legale interno della Consob starebbe valutando la richiesta del suo presidente. E poi il trattamento fiscale del suo stipendio (ridotto a 240mila euro per il tetto imposto da Renzi) sarebbe quello agevolato permesso ai dipendenti brussellesi. Vallo a spiegare a Fico.

4. Sul lavoro ci saranno gli attriti più forti. Sulle sedie ci si mette d’accordo, sui principi è più difficile. Come la mettiamo con quelle parti del Jobs act che non piacciono ai precari di Di Maio, ma convincono artigiani e piccoli imprenditori di Salvini? Prendere tempo.

5. Sui conti pubblici sono tutti d’accordo. E in fondo lo era anche il Pd di Renzi, che non ha ridotto il deficit quanto avrebbe dovuto secondo i piani europei. Ebbene tutti hanno intenzione di usare il deficit per spendere. Con un piccolo problema che il governo precedente non aveva: e cioè che da 70 miliardi di euro l’anno, il conto del servizio del debito pubblico potrebbe rapidamente impennarsi se i tassi di interesse, come è probabile, saliranno. E allora saranno guai.

La riforma delle banche di credito cooperativo, una storia di tradimenti

ilfattoquotidiano.it 21 aprile 2018

Uno scenario sconvolgente, se non drammatico, si prospetta per il nostro paese. E i nostri politici dormono o sono impegnati, in quadro politico incerto, nella personale e ben più interessata causa della conservazione dei propri privilegi. Così come avvenuto con la legge che ha introdotto nel nostro paese il bail in, i nostri rappresentanti politici, a Roma e a Bruxelles, stanno subendo passivamente l’imminente applicazione della legge n. 49 dell’8 aprile 2016 che ha riformato profondamente il sistema del credito cooperativo in Italia.

Urge una riflessione. Anzi più di una. Perché questa è una storia di tradimenti che va raccontata con profondità di analisi. Tenterò di farlo in queste settimane su questo blog.

Comincio col dire che la riforma è stata salutata da più parti comeuna manovra di necessario rinnovamento, addirittura presentata come una “autoriforma”, cioè voluta dalle stesse Banche di Credito Cooperativo e congegnata con la collaborazione delle loro federazioni rappresentative.

Bugia! Le cose stanno diversamente. Ma chi l’ha voluta? Perché è stata fatta? Quali nefaste conseguenze sta già comportando?

Non siamo solo di fronte a un vero e proprio stravolgimento del sistema delle piccole e medie banche ma in prospettiva questa riforma avrà severe conseguenze (negative) anche sul rapporto che le piccole e medie imprese hanno con il sistema bancario nonché sulle dinamiche sociali nei territori periferici: si tratta cioè di una vera e propria riforma di politica sociale, economica ed industriale, purtroppo.

In questa prima puntata facciamo un po’ di cronistoria.

Il sistema del credito cooperativo (circa 300 banche) si presentava a fine 2014 con i coefficienti patrimoniali – in media – più elevati del resto del sistema bancario, nonostante la profonda crisi economica avesse comportato l’aumento del flusso delle sofferenze (npl) per molte banche italiane. Ad ogni modo anche nel panorama complessivo di questi istituti non sono mancati i casi di cattiva gestione, di mal funzionamento, di sindrome della ricerca della dimensione sempre più grande, di errori anche gravi. Si stima che circa un terzo delle Bcc italiane sia considerato ad alto rischio e un altro quarto mediamente a rischio.

Ciò accadeva mentre gli strumenti di salvataggio delle banche applicati in Italia per oltre un secolo dalla Banca d’Italia erano stati disarticolati e gli interventi dei fondi interbancari di garanziavenivano additati come aiuti di Stato dalla Commissione Europea.

Ma cosa era successo nel frattempo in Europa?

Negli altri paesi europei dal 2008 al 2014 erano avvenuti numerosi e significativi casi di crisi di banche, dovuti non tanto all’andamento dell’economia reale (crediti deteriorati) ma a causa di investimenti in attività speculative (derivati e titoli tossici); negli altri paesi europei le banche sono state salvate con ingenti risorse pubbliche (solo in Germania oltre 260 miliardi di euro). Avvenuto ciò, è stata emanata la famigerata normativa che dal 2015 pone il salvataggio di una banca a carico anzitutto di azionisti e depositanti (bail In) senza che l’Italia si opponesse nelle sedi internazionali a questo evidente svantaggio competitivo.

Nel frattempo la riforma del credito cooperativo ha preso corpo. La Federazione Nazionale delle Bcc (Federcasse) ha promosso la realizzazione fra tutte le Bcc di un unico gruppo bancario con poteri di coordinamento, controllo e soprattutto di indirizzo delle politiche di credito e di prodotto. Ecco la ragione per cui è stata percepita dall’opinione pubblica come un’autoriforma. Ma il vero motivo è un altro: alcuni esponenti nazionali di Federcasse hanno intravisto nella sostanziale unificazione del sistema delle Bcc un’opportunità di accrescimento del loro personale potere, attraverso la creazione del quarto polo bancario nazionale.

Un anacronismo perfetto: mentre gli altri paesi europei hanno fatto di tutto per evitare che le loro piccole e medie banche finissero sotto la penalizzante vigilanza della Bce, in Italia invece, con la riforma, i nascenti gruppi di Bcc assumono dimensioni tali che impongono la vigilanza centralizzata europea penalizzante e sensibile a obiettivi contrastanti con l’interesse nazionale. L’interesse nazionale è un concetto che andrebbe riconsiderato, anche nel rispetto dell’ideale europeista.

Ma la crisi del 2007 non aveva mostrato che il problema fossero le grandi banche che – quando crescono a dismisura – condizionano la politica e sono troppo grandi per fallire?

Alla prossima.

Veneto Banca, confermati sequestri a Consoli

VVOX.IT 21 APRILE 2018

 

Il tribunale di Treviso ha confermato il sequestro della villa e il blocco dei conti correnti, compresi quelli della moglie, dell’ex amministratore delegato di Veneto Banca Vincenzo Consoli. Come riporta Il Mattino di Padova  a pagina 21, gli avvocati hanno ora la possibilità di ricorrere al tribunale del riesame. Da Roma sono arrivate quasi 60 mila pagine di atti dopo l’attribuzione di competenza a Treviso.

Intanto una delegazione di azionisti truffati ha incontrato il prefetto di Venezia Carlo Boffi e il direttore della sede di Venezia della Banca d’Italia Paolo Ciucci, assieme al senatore Andrea Ferrazzie ai deputati Dario Bond e Raffaele Baratto. «Ho proposto la costituzione di un “Osservatorio veneto” guidato dal Prefetto con la presenza di Banca d’Italia e degli altri soggetti la cui partecipazione è importante: Regione, Rappresentanza delle Associazioni dei risparmiatori traditi, Associazioni di categoria, Abi e altri soggett – ha detto Ferrazzi. Sia il Prefetto sia il Direttore Ciucci hanno dato ampia disponibilità»

Le vere motivazioni dei sacrifici che i giornali (e Di Maio) mai riveleranno (di Marco Orso Giannini).

y Maurizio Gustinicchi scenari economici.it 21 aprile 2018

Mentre Silvio Berlusconi viene definito “male assoluto” da Di Battista l’Italia sono anni e anni che si sacrifica e sembra che non sia mai sufficiente. Vi chiederete cosa c’entri ma presto avrete la risposta.

Se domandate agli italiani perché accettano di vedersi riservare questo trattamento senza protestare risponderanno che la causa risiede nel Debito Pubblico di cui si sentono indirettamente colpevoli: sono stati convinti che negli anni ’80 la loro Nazione, con una classe politica corrotta e viziata, si sia indebitata verso il mondo intero e che per questa ragione adesso per “non rimanere indietro” debbano ritrovarsi salari bassi, tasse alte, servizi tagliati (e perciò sempre più inefficienti), ospedal chiusi e magari pure clausole di salvaguardia cui rispondere e IVA al 25%.

Tutto questo è falso.

Mi auguro che alla fine della lettura abbiate ben chiaro che il male assoluto è semmai rappresentato da chi impone queste scelte, in primis il Partito Democratico che dipende dai Democratici USA ed ancor più precisamente dai centri di potere finanziari esteri (“mercati”) e globalisti ad essi associati. Lo stesso Berlusconi per ovvi motivi aziendali deve assoggettarsi a questi centri di potere.

Veniamo alle principali cause dell’impoverimento dello Stivale.

1) Il modello deciso per l’eurozona (UE-M) è di tipo mercantilista ergo basato su una estrema competitività (export) dovuta in primis a bassa inflazione. Questo modello, tipico della Germania, prevede che i salari siano bassi rispetto a quanto guadagnano le imprese per le quali i dipendenti lavorano (una conseguenza è anche che in questo modo l’impresa può investire di più in tecnologia). Nel medio lungo-periodo però il salario reale, cioè quanto pesa lo stipendio rispetto al costo della vita, si alza perché i prezzi dei beni e dei servizi restano fermi (bassa inflazione) e perché mediante export nel paese entra benessere (soldi da investire ad esempio in servizi o detassazione). Il minor circolo di danaro interno iniziale (la forza lavoro dipendente guadagna poco e quindi spende poco) comporta un ingigantimento della struttura produttiva (grossi centri commerciali) mediamente più portata all’innovazione rispetto alle piccole imprese. Tutto ciò può apparire conveniente (se sono presenti garanzie di coesione sociale minime consistenti) ma nell’ambito dell’eurozona avvantaggia solo i paesi che prima dell’euro avevano una struttura produttiva di questo tipo. In altre parole l’eurozona calza su misura per la Germania mentre chiedere, come hanno fatto gli ultimi Governi, al Belpaese forgiato sulle piccole imprese, di rendere loro la vita impossibile è a dir poco delinquenziale (per quanto abbiano sottolineato che il rigore non si tocca, i primi a rimarcare che l’Italia non possa riprendersi dentro l’eurozona sono i più influenti economisti tedeschi e perfino l’ex Presidente della Confindustria teutonica Henkel: i nostri media guarda caso, non lo hanno comunicato a dovere).

Va sottolineato che il modello “keynesiano” “opposto” a quello mercantilista punta su consumi interni sostenuti (politiche fiscali di espansione economica) ed ha il pregio di basarsi su bassa disoccupazione ed alti salari: entro certi limiti è vantaggioso se reso efficiente e non parassitario. Di norma le politiche di espansione sono indicate nei periodi di soffocamento economico (come l’attuale in Italia).

Si pensi peraltro che se nel mondo tutti competono su basi mercantilistiche ci sarà chi vince e chi perde, la risultante da questo punto di vista sarà zero ma i salariati risulteranno “compressi” nei loro salari (anche se non oltre la loro funzione di consumatori). E’ vero che in parte si compete sulla tecnologia ma la parte del leone la fa la competizione al ribasso dei salari anche mediante immigrazione. Concludendo questa prima analisi l’eurozona è stata (geopoliticamente) concepita per calzare (economicamente) su misura per la Germania.

2) Il 24-11-’96 ad Ecofin Prodi, Draghi, Ciampi e Ciocca decisero coi tedeschi che il rapporto di ingresso nella Moneta Unica sarebbe stato 1 Marco = 990 Lire. Per anni l’economia reale (import/export/turismo ecc) aveva impresso un rapporto reciproco di circa 1200 (anche 1260) ma in vista di questa decisione fondamentale per le nostre vite, nel giro di nemmeno un paio di anni, i “mercati” diedero il là ad un meccanismo puramente finanziario di compravendita di valute, cioè di vendita di Marchi e di acquisto di Lire: “dopando” in tal modo il rapporto esso scese a 990 e fu proprio quello pattuito.

In questa maniera la Germania rispetto all’Italia si è intascata un vantaggio competitivo intrinseco nell’Unione Monetaria (oltre il 20%): dove prima esportavamo noi iniziarono ad esportare i tedeschi, noi finimmo per importare addirittura da loro indebitandoci (Debito Pubblico Estero). Fino ad allora il Debito Pubblico Estero (cioè “verso il mondo”) era un fisiologico 10/15%, in altre parole prima dell’euro avevamo un Debito Pubblico praticamente interno, non avevamo perciò vissuto sopra le nostre possibilità (nell’euro è salito al 40% circa).

Con lo spauracchio della Cina ci siamo vincolati all’UE-M creandoci un altro mostro in casa forse peggiore (la Germania) senza contare le finalità geopolitiche dell’operazione UE-M: ridurre il numero dei soggetti pubblici nazionali (gli Stati) e la loro influenza (i loro poteri di moderazione nell’interesse dei cittadini) rispetto alla globalizzazione delle multinazionali e la semplificazione in ambito militare per Washington (come si nota sulla questione siriana la frammentazione non è congeniale agli USA).

A causa del crollo di competitività, dovuto al rapporto di ingresso di 990, per poter continuare ad avere in attivo la bilancia commerciale (export/import) dobbiamo mantenere salari bassi ed alta disoccupazione (competizione al ribasso). Queste due condizioni non solo tengono bassa l’inflazione ma riducono anche l’import (se i cittadini non acquistano beni e servizi è naturale che l’import si riduca). Dobbiamo anche ricordare che per nostra fortuna il marchio Made in Italy gode di ottima fama ed il ciclo economico mondiale è in espansione (e quindi qualche scambio commerciale in più riusciamo ad ottenerlo) altrimenti saremmo messi ancora peggio.

3) Un altro fattore che ha comportato la riduzione della competitività italiana nel mondo è stata la gestione dell’adozione dell’euro: il Governo Berlusconi nel periodo immediatamente successivo all’adozione della moneta unica abolì troppo presto il doppio prezzo ed ha permesso un incremento del costo dei prodotti.

Qualcuno dovrebbe riflettere che se alcuni paesi si sono avvantaggiati della Moneta Unica (perfino accumulando abnormi crediti “Target2”) mentre altri sono stati penalizzati significa che l’UE-M non era una area valutaria ottimale; in altre parole non era da unificare monetariamente dato che non omogenea.

Faccio notare che i teutonici violando costantemente il TFUE (il limite del 6% di export) non ragionano come europei ma come popolo tedesco. Credo che dovremmo iniziare a farlo anche noi consci e orgogliosi di essere italiani (per dirla alla Gaber).

La questione non si esaurisce certo qua: Italia e Germania hanno due strutture produttive differenti e ci sono settori in cui all’Italia converrebbe un certo tipo di forza dell’euro, alla Germania un altro. Potete immaginare chi decida per noi…

Dopo il boom economico degli anni ’60 la nostra bilancia commerciale quando si è tenuta distante dalle alchimie tecnocratiche (SME ed euro in primis) è sempre stata sana (tranne un piccolo squilibrio nel periodo della prima crisi petrolifera rientrato dopo il 1975).

4) L’Italia è concepita dai poteri forti finanziari come un paese che dovrà fornire manodopera a basso costo al centro Europa quindi per poter realizzare questo modello deve essere via via deindustrializzata e per farlo la strada maestra è l’austerity (a colpi di del “vincolo esterno” cioè delle regole mercantilistiche mascherate come ragioni di bilancio). Perdiamo terreno a causa della nostra presenza in una area valutaria non omogenea per noi letale e la competizione mercanitilistica ci impone di competere al ribasso alla voce “benessere interno”.

5) Esiste anche una motivazione più tecnica e chiedo al lettore di non spaventarsi: in Italia i tassi di interesse reali (cioè nominali meno inflazione) sui Titoli di Stato (es. BOT e BTP) sono positivi, una situazione patologica assente nei paesi del benessere e su cui non è possibile intervenire senza che ci si riappropri di una Banca Centrale “normale” che possa emettere moneta su mandato governativo per politiche fiscali ed agire “all’emissione”. Necessitiamo di una BC che possa permettere allo Stato di autofinanziarsi quando ci si trova in situazioni di scarsa liquidità, quando cioè non c’è il rischio di un eccesso di moneta (quando cioè l’economia è pronta ad assorbire moneta per produrre). In altre parole ci stiamo svenando per racimolare una moneta praticamente “privata” dato che ce la dobbiamo procacciare sui mercati a caro prezzo. Questa situazione favorisce chi detiene molti capitali (anche esteri) a spese dei contribuenti. I media disinformano sostenendo che il tasso nominale del 2, 2.5% sia basso (rispetto a quando eravamo sovrani) ma dimenticano di far notare che è il tasso reale a pesare sulle tasche dei cittadini; nel nostro paese l’inflazione è inesistente e non erode il peso di questo scotto (come vedrete questa condizione patologica è presente in Italia da ben prima dell’euro per tecnicismi finanziari che chi ha concepito la moneta unica ha voluto imprimere anche nel Trattato di Maastricht nonostante le critiche di Stiglitz e di altri Nobel economici). Se a questo tasso di interesse (sui decennali) del 2/2.5% corrispondesse una pari inflazione la situazione rientrerebbe in un ambito fisiologico.

L’evasione fiscale è un fattore che non ha pesato in modo significativo (ci sono diversi studi a dimostrarlo) sullo stock debitorio ma rappresenta un enorme “privilegio” poiché provoca diseguaglianza: andrebbe ricordato ai media tuttavia che l’evasione solo per un 8% è da imputare alle piccole imprese, il restante è dovuto a multinazionali, criminalità organizzata e grosse corporation in primis finanziarie (le stesse che vogliono tenerci nella Moneta Unica e nell’austerità.

Adesso che abbiamo chiarito i veri motivi del declino del nostro paese ci focalizziamo sullo smentire che l’Italia avesse da scontare chissà quali peccati prima di entrare nella Moneta Unica.

Abbiamo già espresso che prima dell’euro in Italia non fosse presente un quantitativo di debito estero sensibile (basta consultare il sito di Bankitalia per appurarlo) ma non vogliamo fermarci qua e per completare il quadro dobbiamo tornare sull’inflazione, spiegare cosa sia il Debito Pubblico ed infine comunicare alcuni fatti (dati) incontestabili che smontano la versione tanto cara ai Mario Monti del nostro paese (alla fine della lettura comprenderete perché non vengo ospitato in trasmissioni televisive a discutere di queste questioni ma solo in Radio locali).

Al contrario delle leggende metropolitane emettere moneta non causa inflazione (si pensi al QE di Draghi che non ha sortito effetti) poiché essa si innalza se la moneta “gira, cioè viene spesa. In un paese ove si abbia un quantitativo di moneta superiore ma ferma nei forzieri di pochi soggetti (ad esempio in quelli delle banche) ci sarà sicuramente meno inflazione rispetto a un paese dove la quantità di moneta è ridotta ma i consumi sono superiori.

Quest’ultimo scenario si concretizza quando c’è una buona redistribuzione, in altre parole quando molte persone hanno un lavoro e un buon livello salariale. Un livello minimo di inflazione è quindi fisiologico (in Italia ipotizzo in linea generale un 4/5%) ed auspicabile mentre vanno evitati gli eccessi.

L’inflazione che è definita come l’”aumento generale dei prezzi” comporta quindi prezzi superiori, questo è un fattore che penalizza l’export e può provocare problemi alla bilancia commerciale. Come abbiamo già evidenziato se una Nazione esporta più di quanto importa incamera ricchezza che può utilizzare per detassare (ad esempio proprio chi esporta), fornire servizi, investire in tecnologia ecc (una buona competitività difende anche dai deprezzamenti rispetto alle valute estere altro fattore che stimola all’innovazione).

Per quanto riguarda il Debito Pubblico è essenziale comprendere cosa sia: quando un cittadino si reca in banca a depositare i propri risparmi molto spesso lo fa acquistando Titoli di Stato (BOT e BTP), i quali, conferiscono un interesse (nominale) in grado di tutelare il Capitale depositato.

Nei paesi del benessere l’interesse promesso non supera il valore del livello dell’inflazione. Quando il cittadino acquista BOT e BTP sta in realtà prestando soldi allo Stato quindi e questo non è altro che il famigerato Debito Pubblico.

Perché gli Stati emettono Titoli di Stato cioè Debito Pubblico? Perché per funzionare possono tassare, emettere moneta oppure chiedere prestiti: l’emissione di Titoli di Stato (TdS) non è un qualcosa di deprecabile quindi ma anzi è un fondamentale dell’economia di uno Stato.

Il Debito Pubblico finchè è interno sono i risparmi degli italiani, diviene invece una vera e propria preoccupazione quando il creditore è estero (Debito Estero).

Vi starete chiedendo: “ma allora quando è interno il paese può indebitarsi coi propri cittadini all’infinito”? Faccio notare che se uno Stato ha debiti verso i propri cittadini nessuno dall’estero può avanzare nessun tipo di pretesa, rivendicazione o altro (sarebbe come se un padre prestasse 50 euro al figlio e il vicino di casa astrusamente suonasse alla porta chiedendo questo danaro per sè!) ed invece ci viene costantemente rinfacciato; se un paese ha una buona bilancia commerciale cioè se esporta più di quanto importa sa di avere ottimi fondamentali di economia reale per sostenere anche un debito pubblico interno ingombrante (a proposito di fondamentali il nostro paese è in costante avanzo primario da anni e anni; cioè se escludiamo i tassi di interesse sul Debito Pubblico per far funzionare lo Stato spendiamo meno di quanto incassiamo alla faccia di chi ci descrive come spreconi).

A questo punto va chiarito che anche per quanto riguarda il Debito Pubblico Interno italiano non tutto è filato sempre liscio: col Divorzio Bankitalia/Tesoro del 1981 Ciampi e Andreatta crearono le condizioni per un innalzamento dei tassi di interesse nominali (e reali!) che puntualmente si verificò. Lo Stato non poteva più rispondere autofinanziandosi mediante emissione monetaria e restò incastrato dai giochi al rialzo dei principali prestatori (le banche private). L’autolesionista adesione allo SME (una sorta di precursore dell’euro che non a caso espresse un salasso di bilancia commerciale a tutto vantaggio dei tedeschi), la Volker Rule USA e la riunificazione tedesca fecero da catalizzatore all’impennata dei tassi di interesse nominale e reali sui Titoli di Stato. In altre parole le banche private “decidevano” il tasso di interesse che lo Stato doveva garantir loro e il Debito Pubblico si impennò in soli 11 anni da circa il 60% al 120% (dal 1981 al 1992) con buona pace di Di Maio che vorrebbe far credere che le motivazioni siano altre…

Sebbene si trattasse di Debito Interno chi poteva permettersi molti BOT e BTP si arricchiva ed erano i detentori di enormi capitali cioè le banche; Il debito interno rappresentò (e rappresenta) una redistribuzione al contrario che penalizzò i piccoli; anche se riuscivano ad acquistare BOT e BTP lo fecero in quantità molto minore e successivamente fu chiesto loro di pagare lo scotto (tasse e “riforme” anti sociali come quella di Treu a fine anni ’90).

Il netto dell’operazione non ha prodotto altro che una riduzione dei salari e dei diritti che a detta dello stesso Andreatta fu fin dall’inizio l’obbiettivo dei Governi. La tesaurizzazione anni ’80 quindi fece la felicità delle banche, fu improduttiva ed estremamente parassitaria. Faccio notare che le banche che si sono arricchite coi BTP e BOT adesso chiedono sacrifici al comune cittadino ed insieme a quelle estere suonano l’antifona del “fate in fretta”.

Se il Debito Interno esplose quindi non fu per la deprecabile corruzione (è dimostrato pesi per un 5/10%), non fu per politiche allegre di “spesa pubblica primaria” cioè di quella in beni e servizi (bassa in Italia da 40 anni rispetto agli altri paesi europei, come appurabile sul sito di Bankitalia) ma per l’incremento spropositato dei tassi di interesse (rendite).

Quando non saremo più soggetti a una moneta “privata” ed “estera” dovremo quindi operare in modo rigoroso con un occhio al benessere interno ad esempio fornendo diritti sociali aggiuntivi ed universali ai lavoratori (come il salario orario garantito e il reddito minimo garantito) e l’altro alla competitività tenendo sotto controllo l’inflazione e rendendo la vita più semplice alle imprese (ad esempio mediante “sburocratizzazione”).

Dovremo migliorare la qualità della spesa pubblica moderando le rendite sui Titoli di Stato attraverso una corretta gestione della Banca Centrale e dirigendo la spesa pubblica verso quella “infrastrutturale”, verso l’innovazione riducendo i posti pubblici improduttivi e clientelari.

In altre parole tornare sovrani significa chiudere con l’austerità (austerità ed euro sono inseparabili, prima il cittadino lo capirà e meglio sarà)

e tenerci distanti dal male assoluto (da quello vero però caro Di Battista…).

Nota di Gustinicchi: e non è il CAV!

“Truffa dei diamanti”, più di mille le vittime in Bergamasca

bergamonews.it 2aprile 2018

Le somme stanziate si collocano in prevalenza fra i 15mila e i 40mila euro per investitore, ma gli importi sono maggiori in quanto all’interno del nucleo famigliare più persone hanno optato per questo investimento

Sono sicuramente più di un migliaio i bergamaschi coinvolti nella “truffa sui diamanti” che hanno acquistato preziosi ad un prezzo di circa 3 o 4 volte superiore rispetto a quello indicato nei listini Rapaport. Le somme stanziate si collocano in prevalenza fra i 15mila e i 40mila euro per investitore, ma gli importi sono maggiori in quanto all’interno del nucleo famigliare più persone hanno optato per questo investimento.

I due principali broker, che controllano il 70% del giro d’affari nazionale, hanno proposto e venduto, in “collaborazione” con gli Istituti di credito ai clienti/risparmiatori, un investimento considerato altamente difensivo rispetto agli strumenti finanziari tradizionali, investimento proposto per lo più a clienti con disponibilità economiche più o meno consistenti.

Sulla liquidabilità dell’investimento è stata messa in campo la più classica delle pratiche commerciali scorrette – dichiarano da ADICONSUM Bergamo -: il riacquisto era assicurato solo se all’interno del gruppo c’era qualcuno disposto a comprare e a ciò si aggiunge l’onerosità delle commissioni previste per la vendita”.

ADICONSUM chiede alle banche “che si facciano carico del risarcimento allo stesso prezzo con cui hanno venduto i preziosi, con valutazioni ingannevoli che hanno rilasciato nel tempo ai risparmiatori senza alcuna logica di mercato. Chi doveva vigilare, come Consob o Banca d’italia, ancora una volta distratte…,doveva intervenire arginando la situazione con disposizioni chiare, evitando di porre in posizione di svantaggio il consumatore”.

Una vicenda che va avanti dal 2009 e che ha visto ancora investimenti di 300 milioni nel 2015 e circa 500 milioni lo scorso anno. “La pratica commerciale scorretta delle banche è lampante – continuano i responsabili dell’associazione dei consumatori della CISL -, perché le stesse hanno proposto ai risparmiatori l’acquisto di diamanti come bene rifugio durevole, utilizzando informative e quotazioni fornite dalle società senza verificarne il contenuto e quindi senza alcun rispetto della minima diligenza professionale a cui sono tenute nella loro attività. Ora, i clienti che hanno acquistato diamanti come investimento sulla base del rapporto di fiducia con la banca devono essere risarciti”.

La strada per risarcire tutte le persone coinvolte è ancora lunga, alcuni Istituti (come Intesa Sanpaolo e Unicredit) stanno rimborsando i propri clienti mentre Banco Popolare-BPM, coinvolto in modo rilevante attraverso il Credito Bergamasco, tergiversa e le pressioni verso questo Istituto da parte delle Associazioni Consumatori continuano. Risultano comunque venduti diamanti anche da altre banche del territorio.

L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha multato per oltre 15 milioni di euro le banche e i broker finanziari che hanno proposto investimenti in diamanti. Secondo l’Autorità, infatti, le informazioni pubblicate sui siti e sul materiale promozionale non specificavano alcune indicazioni essenziali per permettere al risparmiatore di valutare l’investimento e, addirittura, trasmettevano dati non veritieri. ADICONSUM sta assistendo giornalmente clienti che si rivolgono per avere un supporto sulle procedure da seguire per essere risarciti.

Panorama, studio First Cisl, tre vite da bancario per un anno da ad

http://www.firstcisl.it/ 21 APRILE 2018

Percezione e realtà. Che nelle banche le figure di vertice guadagnassero tanto era risaputo ma apprenderne l’entità ha destato sensazione. Non si può spiegare diversamente il grande interesse che ha suscitato il rapporto di First Cisl sulla retribuzione dei top manager. Grande impatto hanno avuto sull’opinione pubblica i dati puntuali dell’ufficio studi diretto da Riccardo Colombani. Elaborazioni che vari organi di stampa hanno utilizzato per i loro resoconti. Con attenzione li ha approfonditi il settimanale “Panorama” nella sua versione online. “Quanto guadagnano i banchieri (e i bancari)” è il titolo dell’articolo firmato da Massimo Morici. “La crisi che ha colpito le banche italiane – scrive il settimanale del gruppo Mondadori – non sembra aver colpito i piani alti degli istituti: il rapporto tra lo stipendio di un impiegato di banca e il suo capo, l’amministratore delegato, è di 1 a 100. Un dipendente, insomma, dovrebbe lavorare tre vite per guadagnare quanto un top manager in un anno”.

“Panorama” si sofferma sul rapporto siderale che c’è tra i salari dei super manager e quello dei lavoratori. “Nel 2017 un top manager in media ha portato a casa uno stipendio più grande di 40 volte quello di un bancario, ma in alcuni casi è addirittura superiore di oltre 100 volte.  Al vertice della classifica troviamo il numero uno di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, che lo scorso anno tra stipendio e partecipazione azionaria ha portato a casa circa 5,5 milioni di euro: è una cifra pari allo stipendio medio di 122 impiegati del gruppo. Meno della metà è invece la busta paga per il 2017 di Jean Pierre Mustier, a.d. di UniCredit: 2,3 milioni di euro (6.200 euro al giorno), inclusa la partecipazione azionaria, pari a 53 stipendi medi dei dipendenti del gruppo di Piazza Gae Aulenti. Giuseppe Castagna, a.d. di Banco BPM, terza banca italiana, ha incassato 1,5 milioni di euro; un po’ di più Victor Massiah, consigliere delegato di UBI Banca, 1,6 milioni”.

L’analisi continua con il Monte dei Paschi di Siena e dell’amministratore delegato Marco Morelli “il suo stipendio – prosegue Panorama – è sceso a 466 mila euro lordi a partire dallo scorso luglio, quando Bruxelles aveva imposto che la busta paga del top manager non superasse 10 retribuzioni medie dei dipendenti. Ma per il primo semestre dello scorso anno valevano ancora le vecchie regole: così Morelli è riuscito a portare a casa 1,1 milioni, pari allo stipendio di 22 dipendenti, più del doppio del moltiplicatore imposto da Bruxelles”. Il rapporto prosegue con le “retribuzioni di due top manager di banche in difficoltà: sono i casi di Paolo Fiorentino, a.d. di Carige, che ha ricevuto 723 mila euro apri allo stipendio di 29 impiegati della banca ligure, Mauro Selvetti e Miro Fiordi, rispettivamente d.g. e presidente del Creval, che hanno ottenuto compensi per 700mila euro, pari a una quindicina di stipendi medi”.

First Cisl non si limita a riportare i freddi numeri ma rilancia le proposte puntualmente riprese dal settimanale milanese e relative all’introduzione di “una legge che raccolga le norme europee e internazionali ed elimini le possibili lacune interpretative. Le indicazioni Eba, recepite da un regolamento di Banca d’Italia, stabiliscono appunto il rapporto massimo tra retribuzione fissa dei top manager e retribuzione media dei dipendenti e un compenso variabile dei vertici al massimo doppio rispetto alla parte fissa”. First Cisl, conclude Panorama, chiede che “un terzo dei compensi manageriali sia vincolato all’effettivo conseguimento di obiettivi di natura sociale: crescita dell’occupazione, stabilità di valore dei prodotti finanziari emessi, qualità del credito erogato e offerta di educazione finanziaria alla clientela”.