Sentenza contro il generale Mori: in Italia una condanna a volte è una medaglia

ofcsreport 22 aprile 2018

La sentenza emanata nei confronti del generale Mario Mori è parte integrante di una commedia che in Italia va avanti da troppi anni, con la regia di un apparato giudiziario evidentemente non adeguato alla realtà moderna e al momento storico che stiamo vivendo.

Il persistere della minaccia islamista, il fenomeno dell’immigrazione selvaggia ed incontrollata, il perdurare di uno stato di profonda crisi del nostro Paese provocato da una parte della politica che, senza scrupoli e per tornaconto personale, hanno azzerato le potenzialità dei risparmiatori italiani, sembrano non attrarre più di tanto in primis, l’attenzione della magistratura, se non nell’emergenza e, secondariamente, quella dei giudici che, chiamati sporadicamente a sbilanciarsi, in modo pericoloso, tendono a sminuire l’entità delle problematiche loro sottoposte, presumibilmente in nome del quieto vivere.

Una soglia dell’attenzione che improvvisamente viene elevata allorquando si presenti l’occasione di far parlare di sé, quando si cerchi il male anche dove non vi sia, quando i servitori dello Stato tentino di colmare le lacune di un apparato legislativo vetusto, con leggi inadeguate che la classe politica in campo non riesce, o non vuole, attualizzare.

Si rifletta anche solo per un momento se nei vari casi in cui la magistratura “si è chiamata in causa”, dal caso Abu Omar, a quello del capitano Ultimo, fino ad arrivare al presunto patto Stato-mafia: gli imputati, indistintamente, avessero agito per qualsivoglia tornaconto personale. E se non vi fosse traccia di un indebita appropriazione di beni o servizi, per quale altro motivo alcuni servitori dello Stato avrebbero dovuto agire nei modi e nei tempi che la solerte magistratura ha voluto tracciare?

Proprio da qui dovrebbe partire una seria riflessione sulla reale volontà di tutelare in modo adeguato il comune cittadino dalla mafia, dalla criminalità o dal terrorismo. Certo, taluni sostenitori dello “stato di diritto ad ogni costo” potrebbero controbattere che gli indagati si erano spinti troppo oltre, abusando della loro condizione di funzionari statali, patteggiando con i mafiosi, sequestrando e torturando solerti sostenitori di una religione di pace, omettendo dolosamente di sottoporre a perquisizione covi di latitanti. Ma il comune cittadino vi risponderebbe che tutto questo non interessa se è servito a salvaguardare la sicurezza della collettività.

Il sentenziare la colpevolezza di uomini che, rinunciando a privilegi o tornaconti personali, hanno dedicato la loro vita e la loro carriera ad assicurare continuità ad un dignitoso sistema di vita sociale improntato sulla sicurezza dei cittadini, è un chiaro sintomo che il nostro Paese sia completamente da rifondare, a cominciare proprio da chi è chiamato a esprimersi sull’altrui operato.

E, comunque, onore a chi degnamente ci ha servito. In Italia, a volte, una condanna, vale una medaglia.

GIUGNO 2017 -CON L’INGRESSO DEL TESORO NEL MONTEPASCHI (5,5 MILIARDI) TORNA LO “STATO BANCHIERE” – I DUBBI DI FERRUCCIO DE BORTOLI E L’ESEMPIO PRECEDENTE DEL FASCISMO – IL PIANO INDUSTRIALE DI MORELLI, PRONTO ALLE DIMISSIONI IN CASO DI LICENZIAMENTI DI MASSA

dagospia.com 12 giugno 2017

Ferruccio De Bortoli per “l’Economia – Corriere della Sera”

VestagerVESTAGER

Lo Stato, alla fine e di malavoglia, metterà almeno 5,5 miliardi nella ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi su un fabbisogno complessivo di poco superiore agli 8. Ma con l’ accordo fra il ministro dell’ Economia Pier Carlo Padoan e la commissaria alla Concorrenza dell’ Unione Europea Margrethe Vestager, si è scongiurato un esito ancor più doloroso e non soltanto per gli azionisti e gli obbligazionisti del tormentato gruppo senese. La ferita che rimane ancora aperta, assai sanguinante, è quella delle popolari venete per le quali si tenta un nuovo salvataggio di sistema e non è escluso un ulteriore intervento con capitale pubblico.

de bortoliDE BORTOLI

La risoluzione lampo, in Spagna, della crisi del Banco Popular conferma che il peso dei crediti in sofferenza non penalizza soltanto gli istituti italiani. Colpisce però la diversità dei tempi di reazione. L’ acquisizione del Santander non risparmia né dipendenti soci, né azionisti né obbligazionisti junior. Il salvataggio madrileno mette a nudo, ancora una volta, la debolezza del potere negoziale italiano. Nonostante ciò lo sguardo delle autorità europee e della banca centrale sul panorama bancario italiano è apparso spesso incomprensibilmente fisso e pregiudiziale con qualche tendenza all’ accanimento terapeutico.

«Come, per esempio – nota l’ economista Marco Onado, autore di Alla ricerca della banca perduta (Marsilio) – nel fissare obiettivi di cost income ratio del 50 per cento quando il livello medio italiano è del 73 per cento». La ricapitalizzazione pubblica del Monte Paschi sarà accompagnata da un severo piano industriale che la tenacia dell’ amministratore delegato Marco Morelli ha contenuto nei confini del possibile, scongiurando un’ ondata di licenziamenti collettivi. C’ è stato un momento, nel corso delle lunghe trattative, in cui l’ ipotesi di mandar via più di 10 mila dei 25 mila dipendenti, era tutt’ altro che remota. Morelli ha minacciato di dimettersi e la richiesta è rientrata.

MARCO MORELLIMARCO MORELLI

Il sacrificio sul versante occupazionale sarà comunque elevato: un taglio tra i 5 e i 6 mila posti ricorrendo al fondo esuberi e alle dimissioni incentivate. L’ amministratore delegato si è riservato una piccola quota di assunzioni. Il problema più delicato, a questo punto, è quello di non perdere professionalità. Ancora più necessarie nel momento in cui si è accettato un programma di risanamento impegnativo e sono in gioco i soldi dei contribuenti italiani.

Il paradosso è che manager e funzionari impegnati nel gestire una crisi bancaria sono fatalmente più richiesti sul mercato. Vivono tutti gli stress possibili. Dunque, vanno trattenuti. Ma non è certo facile farlo con un piano che non prevede, giustamente, né premi né incentivi, anzi l’ accettazione di sacrifici. L’ amministratore delegato, per esempio, non potrà guadagnare più di dieci volte la retribuzione media. Ovvero 460 mila euro l’ anno.

IN BORSA

GABRIELE BASILICO FOTOGRAFA CATTELAN IN PIAZZA AFFARIGABRIELE BASILICO FOTOGRAFA CATTELAN IN PIAZZA AFFARI

Se tutto filerà liscio, il titolo Monte Paschi dovrebbe tornare in quotazione a Piazza Affari dal prossimo mese di settembre. Ma prima saranno indispensabili alcuni complessi passaggi: la formalizzazione delle decisioni della Commissione europea, la conferma da parte della Bce che la banca è solvibile, il rispetto degli indici Srep (supervisory review and evaluation process), i due decreti del governo compreso quello sul burden sharing. I detentori di obbligazioni potranno convertirli in azioni al 75 per cento del valore nominale.

Quelli retail, che hanno sottoscritto il bond decennale in scadenza nel 2018, lo potranno fare al 100 per cento con la possibilità di optare per un certificato di deposito a cedola garantita. E dovrà essere, infine, sbrogliata la matassa dei crediti in sofferenza che ammontano a 26 miliardi lordi e che andranno ceduti al miglior prezzo.

Lo Stato aveva già iniettato capitale nel Monte Paschi al tempo dei Tremonti e dei Monti bond per un esborso effettivo di 4,1 miliardi. In gran parte restituiti con tassi variabili intorno al nove per cento. Dunque, il Tesoro, alla fine, ci aveva guadagnato circa un miliardo, restando azionista al 4 per cento. Ora è probabile che la ricapitalizzazione precauzionale – come ha ipotizzato il presidente Alessandro Falciai – innalzi la partecipazione pubblica al 70 per cento.

JP MORGANJP MORGAN

La nomina del nuovo consiglio, in base al decreto, non passerà dall’ assemblea. E qui ci sarà il primo delicato snodo della nuova governance. Una certa continuità è consigliabile, ma la svolta non potrà che essere netta. Gli azionisti di minoranza, in particolare gli istituzionali che convertiranno le obbligazioni in azioni, dovranno avere il loro peso. Lo Stato azionista è chiamato a rivestire, in questa circostanza, un ruolo assai diverso. Può e deve guadagnarci, com’ è accaduto con i Tremonti e Monti bond.

Del resto anche il Tesoro americano, con i programmi Tarp 1 e 2, varati allo scoppio della crisi finanziaria, si dimostrò un buon investitore. Ma non è solo una questione di tassi d’ interesse. «Quella che va spezzata definitivamente – continua Onado – è la rete collusiva locale, l’ intreccio perverso di rapporti oscuri e amicali, in assenza di controlli adeguati, che è all’ origine dei troppi dissesti italiani».

ALESSANDRO PROFUMO E FABRIZIO VIOLAALESSANDRO PROFUMO E FABRIZIO VIOLA

La gestione di emergenza di Profumo e Viola ha avuto il merito di strappare la banca senese alle viscere dell’ inferno fallimentare portando alla luce la realtà patologica dei bilanci negli anni di Mussari e Vigni, dopo l’ acquisizione di Antonveneta. Morelli si è impegnato con successo, dopo il naufragio dell’ ipotesi JpMorgan, in un’ estenuante trattativa con i regolatori.

L’ ultima trimestrale è incoraggiante. La banca dopo aver perso nel 2016 oltre 26 miliardi di raccolta, diretta e indiretta, ne ha già recuperati 5,5. Saprà lo Stato essere non solo un buon azionista ma anche un portatore responsabile di pratiche educative? Una funzione che non sarà misurata da nessun indice finanziario, ma potrà costituire il miglior investimento e la forma più elevata di rispetto per il denaro dei contribuenti italiani.

L’ ESEMPIO DEL PASSATO

ALBERTO BENEDUCEALBERTO BENEDUCE

Lo storico dell’ economia Gianni Toniolo ricorda che lo Stato fu costretto a entrare, indirettamente, nel capitale delle banche commerciali già nel 1931, e poi con l’ Iri nel ’34. «Ma anche durante la dittatura furono importanti le scelte delle persone, la loro preparazione e il loro grado di autonomia». Beneduce, grazie al rapporto diretto con Mussolini, riuscì a sottrarsi all’ abbraccio soffocante del partito e di altri poteri.

«La Comit di Mattioli si salvò così – aggiunge Toniolo – mentre la Banca nazionale del Lavoro soffrì di più l’ invadenza della politica». Anche la storia insegna che l’ azionista Stato può essere riluttante, distratto e a volte complice delle troppe interferenze che fanno leva sulle modeste competenze bancarie oppure essere custode serio di regole e responsabilità. Accadde in uno stato autoritario, sarebbe inquietante che non ci si provasse nemmeno in uno stato democratico.

GIUGNO 2017 – ITALIA SBANCATA – DOPO L’OFFERTA DI INTESA (1 EURO), LA FURIA DI MION (POP VICENZA): ”I PROF MI HANNO BOCCIATO” – SALE A 12 MILIARDI IL COSTO PER LO STATO, IL FONDO ATLANTE LIQUIDATO CON UN COMUNICATO – ENRICO ZANETTI, CHE ERA IL SUO VICEMINISTRO, DURISSIMO CON PADOAN: ”FALLIMENTO TOTALE SUI DOSSIER BANCARI”

dagospia.com 23 giugno 2017

1. MION: MI HANNO BOCCIATO

GIANNI MIONGIANNI MION

Da Ansa

“Ora tutti adesso pensano basti 1 euro”. Lo ha detto Gianni Mion, presidente della Popolare di Vicenza. “Io non posso valutare la proposta, non mi posso lamentare dei professori, io sono stato bocciato. È stato bocciato tutto, le persone, il piano e pure io”.

2. BOCCIA LISCIA IL PELO AD INTESA: NON C’ERANO ALTERNATIVE

Da Ansa

“Non mi sembra che ci fossero altre alternative su cui discutere”. Lo ha affermato Vincenzo Boccia, presidente di Confindustria, a proposito degli oneri per lo Stato derivanti dal salvataggio delle banche venete.

VINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIAVINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIA

“Il problema – ha detto a margine dell’assemblea annuale di Confindustria Firenze – è su quali alternative possibili dovevamo lavorare. Se non ne abbiamo occorre essere pragmatici e vediamo di vedere effetti panico all’interno del mercato, che in altri Paesi abbiamo già visto in epoche passate”.

Secondo Boccia l’offerta presentata da Intesa Sanpaolo “è buona”, per cui “accontentiamoci pragmaticamente di un’offerta e di una grande banca senza la quale avremmo avuto molti più problemi”.

3. BANCHE VENETE: ZANETTI, PADOAN HA SBAGLIATO, LO AMMETTA 
(ANSA) –  “Non vi è dubbio che l’offerta di Banca Intesa, se accettata dall’UE, possa essere considerata un male minore rispetto al bail in, ma è un male gigantesco rispetto a quello che il Governo Gentiloni poteva fare muovendosi prima, con più decisione e meglio, come abbiamo più volte urlato nel silenzio. Proprio per questo, il Ministro Padoan e coloro del suo staff che lo hanno così malamente supportato, dovrebbero assumersi le responsabilità di quello che non può certo essere definito un buon lavoro”.

Lo afferma Enrico Zanetti, segretario di Scelta Civica e già viceministro all’Economia del governo Renzi secondo il quale quella di Intesa non solo è il “male minore” ma arriva dopo il “fallimento totale” della gestione di altri dossier bancari caratterizzata da “episodi grossolani, totalmente contrari al buon senso e alla tutela degli interessi nazionali”. Su tutti “quello della comunicazione non richiesta alle autorità europee, da scolaretti secchioni che non sanno però fare due più due, dell’ultima cessione dei crediti deteriorati fatta da Banca Etruria”.

4. UN EURO DA INTESA SANPAOLO, 12 MILIARDI DAI CONTRIBUENTI

Andrea Greco per la Repubblica

Tra i palazzi zitti del potere, politico e finanziario, si lavora a oltranza per chiudere, se possibile nel fine settimana con un decreto che riformuli il Salvabanche natalizio, il dossier di liquidazione ordinata delle due ex popolari Vicenza e Veneto banca. I contatti con le autorità sovranazionali corrono, così come le riunioni telefoniche tra i protagonisti dell’ operazione, inedita e complessa nei meccanismi.

FABRIZIO VIOLAFABRIZIO VIOLA

L’ ad di Vicenza, Fabrizio Viola, che presto potrebbe venire nominato tra i commissari liquidatori, è già in contatto con l’ advisor del Tesoro Rothschild per conto dei compratori. Tuttavia l’ offerta inoltrata mercoledì da Ca’ de Sass, molto aggressiva e virtualmente l’ unica, per comprare a 1 euro le attività migliori delle due venete in crisi, ha spiazzato il loro legittimo proprietario Atlante – vistosi spossessato di 3,5 miliardi di capitale da un comunicato stampa – e un po’ anche il Tesoro: che ha poco tempo per ribaltare l’ angolo negoziale, ed evitare che la finalizzazione di due dossier sudatissimi degeneri in un caso politico, con costi per l’ erario fino al doppio rispetto ai 5 miliardi circa del piano precedente (basato sulle nozze delle due venete); e strascichi polemici crescenti verso la prossima campagna elettorale.

ALESSANDRO PENATIALESSANDRO PENATI

Il problema nasce dalle condizioni poste dal compratore, che oltre all’ euro di corrispettivo ha detto ai quattro venti di non voler pagare altro per una mole di crediti scelti attorno ai 20 miliardi, qualche centinaio di agenzie e circa 6mila lavoratori che non diventeranno “esuberi” (anche questi in parte agevolati da uno scivolo statale). Troppa grazia per la maggior banca italiana, anzi “too good to be true”, come dicevano ieri analisti finanziari e investitori a Londra e a New York: continuando a comprare l’ azione, chiusa in rialzo dello 0,6% in un settore credito cedente a Piazza Affari.

L’ affare in vista per Intesa Sanpaolo, tuttavia, potrebbe risolversi nel salasso del governo. La lista delle spesa (pubblica) per far partire una liquidazione imperniata su Ca’ de Sass potrebbe essere più lunga del previsto. Ci sono i 500 milioni per i 3.500 esuberi, circa 1,5 miliardi di crediti fiscali lasciati al compratore, il finanziamento di sofferenze e crediti problematici che l’ ad Carlo Messina non intende sobbarcarsi, e che finiranno in una bad bank statale sul modello della Rev, nata dalle ceneri delle quattro banche ponte.

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

Una mole di attivi fino al doppio dei 10 miliardi di sofferenze effettive, e da finanziare con almeno 6 miliardi, secondo qualche addetto ai lavori. In aggiunta, c’ è lo “sbilancio” delle attività residue di Vicenza e Montebelluna. Se infatti il compratore – come ha annunciato – rileverà tutti i depositi delle due banche venete ma solo una frazione dei loro crediti, rimarrebbero in capo alla liquidazione degli attivi in eccesso, da colmare con nuovo patrimonio (pubblico) stimato da due fonti vicine al dossier in altri 5-6 miliardi. Così si arriva alla dozzina.

BANCHE VENETEBANCHE VENETE

Certo, una fetta di questi miliardi rientrerà nel tempo, con le vendite di altri pezzi dei due gruppi, come le controllate Banca Nuova e Apulia, su cui sembra pronta l’ offerta di un fondo anglosassone, poi di Bim, Arca Sgr e altro. Proprio ieri Veneto banca ha perfezionato la cessione a Capital Shuttle di tutto il suo 25% in Banca Consulia, prezzo 13,5 milioni. Anche il recupero crediti di Stato, specie se non partirà in folle come fu per Rev, attenuerà negli anni l’ esborso: tuttavia gli impatti sul debito pubblico verranno molto prima. Mentre il Tesoro, nel più grande riserbo, cerca di attenuare queste dinamiche, prosegue la corsa per completare nelle prossime ore l’ iter che consenta la liquidazione delle due venete.

PADOANPADOAN

Quanto sia complesso lo spiega Andrea Resti, docente all’ università Bocconi e consulente del parlamento europeo per la vigilanza bancaria: «Prima è necessario che la Bce consideri i due istituti in dissesto certo o probabile. A questo punto la palla passerà al Single resolution board, l’ autorità delle crisi bancarie cui toccherà decidere se mettere le banche in risoluzione o direttamente in liquidazione ». Il Tesoro vuole evitare la “risoluzione”, poiché coinvolgerebbe i bond senior meno rischiosi.

MARGRETHE VESTAGERMARGRETHE VESTAGER

Ma per evitarla, continua Resti, «l’ Srb deve sostanzialmente dire che l’ importanza delle due banche per l’ economia nazionale non è tale da avere valenza sistemica che richieda di risolverle per tutelare l’ interesse pubblico ». Un giudizio non scontato trattandosi di 62 miliardi di euro di attivi: e che di fatto squalificherebbe la direttiva sul bail in Europa al disotto di quella soglia. Ammesso che l’ Srb si pronunci per la liquidazione, su richiesta di Bankitalia il Tesoro la disporrebbe per decreto, lasciando a via Nazionale la nomina di uno o più commissari.

GIUGNO 2017 -BANCHE VENETE, IPOCRISIA AL POTERE – BCE E COMMISSIONE UE FANNO MEA CULPA: HANNO MOLLATO SULLE REGOLE DELL’UNIONE BANCARIA. SI SONO RESI (FINALMENTE) CONTO CHE L’ORTODOSSIA DEL ‘BAIL IN’ AVREBBE FATTO ANDARE A ROTOLI L’INTERO SISTEMA BANCARIO NAZIONALE – I RAPPORTI FRA MESSINA E LA NOUY

dagospia.com 26 giugno 2017

Federico Fubini per il Corriere della Sera

BANCHE VENETEBANCHE VENETE

Un mese fa Pier Carlo Padoan ha capito che il peggio per la Banca popolare di Vicenza e a Veneto Banca poteva accadere. In quella fase il ministro dell’ Economia era rientrato in Italia da uno dei suoi incontri europei con un messaggio chiaro e diverso dal solito: la strada della «risoluzione» delle due banche venete, un fallimento secondo le procedure dell’ Unione bancaria, non era più impensabile. Significava chiudere e ristrutturare entrambe le aziende, ma soprattutto coinvolgere nelle perdite tutti gli obbligazionisti e potenzialmente anche i depositanti fino a 100 mila euro.

piercarlo padoan margrethe vestagerPIERCARLO PADOAN MARGRETHE VESTAGER

A quel punto Padoan sapeva che la clessidra girava su Vicenza e Veneto. La sabbia stava scorrendo al ritmo della fuga di depositi che aveva già colpito le due banche. Buona parte di ciò che è avvenuto in seguito è la cronaca di questo mese: il tentativo fallito di trovare 1,2 miliardi di investimenti privati dal sistema finanziario per riportare le due banche a galla e giustificare così un successivo intervento pubblico per rafforzarle; l’ idea affacciatasi settimane fa di seguire la strada, poi percorsa ieri, di una liquidazione in base alle procedure nazionali, anziché una risoluzione europea.

È su questa seconda opzione che si è rafforzata con il passare dei giorni un’ oggettiva convergenza fra Padoan e Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, che ha potuto godere di un «nulla osta» della Banca centrale europea, della Commissione Ue e del Consiglio Unico di Risoluzione.

carlo messinaCARLO MESSINA

Francoforte sembra aver accettato, per adesso, che Intesa Sanpaolo non lanci un aumento di capitale anche se allarga il bilancio acquisendo a prezzo simbolico 26,1 miliardi di crediti sani e 8,9 miliardi di altri attivi delle due venete, oltre a debiti verso la clientela per 25,8 miliardi e obbligazioni per altri 11,8 miliardi.

In altri esempi simili di interventi di banche forti su concorrenti in dissesto – in Italia Ubi su Etruria, Marche e Carichieti, in Spagna Santander su Banco Popular – la Bce aveva chiesto rafforzamenti patrimoniali. Nel caso di Intesa ha contato sicuramente la fiducia reciproca cresciuta negli anni fra Messina e Danièle Nouy, la presidente del Consiglio unico di vigilanza della Bce. Ma si sono fatte sentire anche le garanzie pubbliche a vario titolo per 11,4 miliardi che il governo ha concesso sull’ operazione.

DANIELE NOUYDANIELE NOUY

Su quelle garanzie la Commissione Ue ha concesso un sostanziale via libera, deviando dalle posizioni molto rigide degli ultimi anni sugli aiuti di Stato alle banche. Quanto al Consiglio unico di sorveglianza, guidato dalla severissima tedesca Elke König (il cui voto vale doppio se una decisione è in bilico), venerdì scorso anch’ esso ha optato per la via più morbida: non mettere Vicenza e Veneto in «risoluzione», ma consentire una procedura di liquidazione nazionale che avrebbe garantito la continuità operativa grazie all’ intervento di Intesa.

In sostanza i tre guardiani dell’ Unione bancaria, uno dopo l’ altro, hanno preso decisioni che sulla carta mettono in dubbio il loro stesso ruolo. La ragione è in un dettaglio rimasto coperto durante questo mese di tensioni, ma determinante per le scelte di tutti: lo scenario opposto, una risoluzione europea per le banche o una liquidazione senza l’ intervento coordinato di Intesa Sanpaolo, non sarebbe stata sostenibile per il sistema bancario italiano.

INTESAINTESA

Quei due scenari avrebbero imposto infatti al Fondo interbancario di garanzia sui depositi di rimborsare subito i depositanti di Vicenza e Veneto per 12,5 miliardi di euro e subentrare a tutti i clienti come creditore delle due banche fallite. In base alle norme contabili in vigore, ciò avrebbe imposto alle banche italiane che alimentano il Fondo interbancario una perdita immediata di 12,5 miliardi, la quale a sua volta avrebbe eroso da subito i livelli di capitale dell’ intero sistema del credito.

Intesa Sanpaolo da sola avrebbe perso 2,5 miliardi di patrimonio, ma sarebbe molto probabilmente rimasta l’ unico istituto di rilievo in Italia a mantenersi entro i requisiti indicati dalla Bce. Tutte le altre banche avrebbero dovuto avviare un altro ciclo di aumenti di capitale, in simultanea, rischiando di far fare all’ intero sistema un altro giro nella spirale della crisi e di riportare l’ Italia in recessione.

BCE FRANCOFORTEBCE FRANCOFORTE

Per questo le tre autorità europee si sono dimostrate tolleranti verso un’ operazione che avrebbero potuto fermare. Proprio la loro scelta su Vicenza e Veneto nell’ operazione con Intesa Sanpaolo diventa così un’ implicita ammissione che il meccanismo europeo di «risoluzione» non può funzionare senza che si lanci anche il Fondo di assicurazione sui depositi (ma per ora la Germania si oppone, proprio perché teme di dover pagare per le banche italiane).

D’ altro canto, l’ assenza di alternative ha rafforzato la posizione negoziale di Messina. Intesa ha negoziato fino in fondo. E ora non ha solo contribuito a stabilizzare un po’ di più l’ intero sistema: diventa anche la prima banca nel Nord-Est, un’ area che oggi cresce quasi a ritmi tedeschi.

GIUGNO 2017 -INTESA MINACCIA IL PARLAMENTO – “SE TOCCATE IL DECRETO SALTA L’OPERAZIONE SULLE BANCHE VENETE”. LA CLAUSOLA INSERITA NEL CONTRATTO PER RILEVARE AD UN EURO LA POP DI VICENZA E VENETO BANCA (CON RELATIVA ZAVORRA) – IL MERCATO CI CREDE

DAGOSPIA.COM 27 GIUGNO 2017

 

Camilla Conti per “il Giornale”

 

gian maria gros pietro carlo messina giovanni bazoliGIAN MARIA GROS PIETRO CARLO MESSINA GIOVANNI BAZOLI

Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio. Il contratto firmato da Intesa per acquistare una parte delle attività delle due banche venete prevede una clausola risolutiva che lo renderà «inefficace» se il decreto varato domenica dal governo Gentiloni (e trasmesso alla Camera) non fosse convertito in legge, «ovvero fosse convertito con modifiche e/o integrazioni tali da rendere più onerosa per Intesa Sanpaolo l’ operazione, e non fosse pienamente in vigore entro i termini di legge».

 

Sono queste le condizioni dettate dai vertici di Intesa per prendersi in carico depositi e obbligazioni senior di Vicenza e Montebelluna, «parliamo di circa 20-30 miliardi», ha detto ieri il presidente Gian Maria Gros-Pietro sottolineando che i debiti delle due banche hanno non vanno a carico dei contribuenti. «Parlare di regalo è completamente sbagliato», ha poi ribadito l’ ad Carlo Messina.

PADOAN GENTILONI1PADOAN GENTILONI1

 

Il gruppo ha intanto fornito l’ elenco delle attività che comprerà al prezzo simbolico di un euro: crediti in bonis diversi da quelli ad alto rischio per 26,1 miliardi, attività finanziarie per 8,9 miliardi, attività fiscali per 1,9 miliardi, debiti verso clientela per 25,8 miliardi, obbligazioni senior per 11,8 miliardi, raccolta indiretta per 23 miliardi, di cui 10,4 miliardi di risparmio gestito, 900 sportelli in Italia e 60 all’ estero, inclusa la rete di filiali in Romania, 9.960 persone in Italia e 880 all’ estero.

 

AULA MONTECITORIOAULA MONTECITORIO

Oltre al contributo delle partecipazioni in Banca Apulia, Banca Nuova, Sec Servizi, Servizi Bancari e le banche con sede in Moldavia, Croazia e Albania. Il perimetro di acquisto comprende anche crediti in bonis ad alto rischio per circa 4 miliardi, con diritto però di Intesa di retrocessione nel caso la banca rilevi, «fino all’ approvazione del bilancio al 31 dicembre 2020», presupposti per classificarli come sofferenze o inadempienze probabili. A «tutela di ristoro per i piccoli risparmiatori detentori di obbligazioni subordinate emesse dalle due banche», sono stati inoltre stanziati 60 milioni.

 

popolare vicenza 3POPOLARE VICENZA 3

Tra le altre condizioni dettate da Intesa ci sono il contributo pubblico in contanti (3,5 miliardi non sottoposti a tassazione) a copertura degli impatti sui coefficienti patrimoniali; un ulteriore contributo pubblico sempre in contanti a copertura degli oneri di integrazione che riguardano, tra gli altri, «la chiusura di 600 filiali e l’ applicazione del Fondo di Solidarietà in relazione all’ uscita, su base volontaria, di 3.900 persone del gruppo risultante dall’ acquisizione».

 

veneto bancaVENETO BANCA

Il contributo (1,2 miliardi anche questi non sottoposti a tassazione) sarà accantonato in un apposito fondo. Sono poi previsti 1,5 miliardi di garanzie pubbliche volti «alla sterilizzazione di rischi, obblighi e impegni che coinvolgessero Intesa per fatti antecedenti la cessione o relativi a cespiti e rapporti non compresi nelle attività e passività trasferite». Non solo. Le imposte differite attive delle banche acquisite saranno pienamente usufruibili da Intesa.

GIANNI MIONGIANNI MION

 

Secondo le stime degli analisti l’ accordo rafforzerà gli utili del gruppo del 5-7% entro il 2020. Il titolo Intesa ha così chiuso la seduta in Piazza Affari con un +3,52%, trascinando in rally gli altri titoli bancari. L’ indice Ftse Mib è infatti stato spinto oltre la soglia dei 21 mila punti (+0,8%) anche da Banco Bpm (+3,7%) Mediobanca (+2,8%), Bper (+2,6%), Unicredit (+2,2%), Ubi (+1,9%) e Banca Intermobiliare (+13,7%), controllata di Veneto Banca che non è stata acquisita da Intesa e sarà ceduta a parte.

 

FABRIZIO VIOLAFABRIZIO VIOLA

Grande amarezza si respira invece fra i manager delle due venete. «Abbiamo pubblicato il piano, ognuno lo può valutare. Era fatto seriamente e il management ha lavorato bene. Poi il regolatore non ha ritenuto che meritasse la copertura finanziaria dello Stato. Se non ci hanno creduto pazienza, ora bisogna pensare al futuro», ha detto l’ ormai ex presidente della Pop Vicenza, Gianni Mion, riferendosi al progetto di ristrutturazione e di rilancio, denominato Tiepolo 2.0, che prevedeva la fusione fra le due ex popolari del nord est con un aumento di capitale da 4,7 miliardi nel corso del 2017 e un taglio di 3.864 posti a 7.369 unità nel 2021. L’ ex ad della Vicenza, Fabrizio Viola, è fra i commissari liquidatori nominati da Bankitalia.

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COME FINIRA’ QUESTA PARTITA CON LA TERZA REPUBBLICA?

Processo BPVi, CorVeneto: altri 3.500 soci chiedono i danni

Di Rassegna Stampa vicenzapiu.com 22 aprile 2018

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Decine e decine di avvocati in fila all’esterno del tribunale di Vicenza fin dalle 8.30 di ieri, con voluminose cartelle e trolley al seguito colmi di documenti di risparmiatori – in tutto pare almeno 3.500 – che hanno voluto costituirsi, o rifarlo, nel procedimento bis, entrando nel processo anche per le ulteriori accuse contestate di recente all’ex presidente Gianni Zonin e agli ex manager della banca. Tutto attorno al piazzale il cordone di forze dell’ordine schierate e i gruppi di risparmiatori di «Casa del Consumatore» di Schio.

Questi erano attrezzati con cartelli da alzare al cielo e striscioni da srotolare e la faccia di cartone di Gianni Zonin dietro cui mascherarsi, determinati ad avere giustizia, tra slogan come «chi ruba deve restituire» e «truffati anche da Consob e Banca d’Italia».

È così che ieri, dopo due mesi di sosta, si è tornati in aula per riprendere il processo sul crac della Banca Popolare di Vicenza, pur senza raggiungere la tanto temuta ressa e senza arrivare alle cinquemila parti civili del primo round. Due mesi di pausa necessari per riunire – anche se questo sarà fatto solo nelle prossime udienze – al procedimento principale già in corso per aggiotaggio, ostacolo alla vigilanza e falso in prospetto, il secondo troncone di indagine. Quello relativo all’ostacolo alla vigilanza di Banca d’Italia e Banca Centrale Europea durante l’attività ispettiva 2014 e di Consob, in riferimento all’aumento di capitale 2014. Il troncone che era stato oggetto di un conflitto di competenza territoriale tra Vicenza e Milano, risolto dalla Cassazione con l’assegnazione al tribunale berico e in merito al quale i pm Gianni Pipeschi e Luigi Salvadori avevano chiesto ed ottenuto il sequestro di 106 milioni (eseguito poi solo per la banca).

Inutile fare infatti due processi sempre per vicende legate al tracollo Bpvi e per gli stessi imputati e cioè Bpvi in liquidazione coatta amministrativa, l’ex presidente Gianni Zonin, l’ex dg Samuele Sorato (la sua posizione ieri è stata stralciata per motivi di salute anche per il procedimento bis), l’ex consigliere Giuseppe Zigliotto, i tre vicedirettori generali Emanuele Giustini, Andrea Piazzetta e Paolo Marin, e il dirigente Massimiliano Pellegrini.

Eppure la riunificazione rischiava quasi di saltare, allungando i tempi di almeno due- tre mesi per il procedimento bis, per le eccezioni sollevate dalle difese sulle notifiche fatte agli imputati e considerate nulle. Circostanza, questa, che ha portato l’associazione «Noi che credevamo nella BpVi» a «chiedere alle Istituzioni di integrare il pool che sta lavorando al processo». Ma le eccezioni, che avrebbero avuto l’effetto di ritardare ulteriormente il procedimento, non sono state accolte dal giudice per l’udienza preliminare Roberto Venditti che si è appellato ai principi di immanenza e continuità: il procedimento bis è da considerarsi solo un pezzo del principale, uno stralcio, e quindi anche le notifiche ai legali degli imputati e non direttamente agli stessi sono valide.

Tutto prosegue quindi, e nell’udienza del 12 maggio si discuteranno le richieste di costituzione di parte civile relative al secondo troncone e depositate ieri (unica udienza dedicata). E non è escluso che per quella data il giudice possa già decidere quali ammettere nel processo e quali escludere. Così come dovrà esprimersi sulla chiamata in causa dei responsabili civili, tra i quali potrebbe essere stata menzionata ancora Banca Intesa Sanpaolo, già esclusa per il primo troncone. Quanto alle cifre, sarebbero almeno 3.500 i risparmiatori che ieri hanno chiesto di entrare nel processo per le contestazioni bis: meno degli oltre cinquemila di cui sono state raccolte le istanze a dicembre, scaglionate n tre giorni.

Sono stati 130 i legali che si sono assiepati fin dalla prima mattina lungo il corridoio laterale creato con le transenne all’esterno del palazzo di giustizia e che dalle 9.15, dall’apertura dell’ingresso dedicato, hanno iniziato a registrarsi. Arrivavano anche da Toscana e Sicilia. Tra questi anche chi ha chiesto al giudice di accordare nuovi sequestri conservativi a carico degli imputati (sigilli sono già scattati a carico di beni immobili e mobili di Zonin e non solo).

di Benedetta Centin, da Il Corriere del Veneto

Bankitalia e Consob con BPVi parti civili: un altro sfregio ai risparmiatori… con Intesa in dolce attesa

Di 5 Schei de Mona vicenzapiu.com 22 aprile 2018

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Il 21 aprile, in occasione dell’udienza per decidere se riunire i due tronconi del processo per il crac della Banca Popolare di VicenzaBanca d’Italia e Consob, additate anche dalla Commissione di inchiesta parlamentare sulle banche come non immuni da responsabilità e omissioni nella vigilanza degli istituiti italiani poi crollati, e la stessa BPVi in Liquidazione coatta amministrativa, ma questo è un atto dovuto, si sono costituite come parti civili. Cioè, se e quando verranno riconosciute le responsabili di Gianni Zonin & c., a beneficiare dei danni a loro addebitabili sarebbero anche i due organi che non hanno ben vigilato (e di Bankitalia il maggior azionista, pronto a incassare ancora, è… Intesa Sanpaolo) e la Lca che come primo creditore ha lo Stato. Come a dire che chi ci ha perso veramente dovrà mettersi in coda per gli spiccioli…

Debiti pubblici & utili privati. La lezione di Wall Street agli stati

Renzo Rosati il foglio.it 22 aprile 2018

Mentre in borsa c’è euforia da utili il Fondo monetario internazionale, con il World Economic Outlook di primavera, segnala che la crescita dal 2019 inizierà a rallentare: più marcatamente nell’Eurozona

Debiti pubblici & utili privati. La lezione di Wall Street agli stati

Roma. Incurante dei venti di guerra in Siria e dei “rischi geopolitici”, Wall Street è in piena euforia da utili: secondo Factset, big dell’analisi finanziaria con base nel Connecticut e 46 sedi in venti paesi del mondo, quelli delle aziende quotate cresceranno nel 2018 del 10,8 per cento, dopo il 9,6 del 2017. Ancora più strabilianti le previsioni per Piazza Affari: più 45,3 per cento di utili quest’anno, più 22,6 nei 12 mesi precedenti. Un raddoppio, quello italiano, che non trova riscontro nel resto del mondo ma che certo risulta sopravvalutato per la esiguità delle dimensioni della nostra Borsa. Tuttavia il segno positivo riguarda tutti i maggiori paesi e le aree geografiche. Ma non nella stessa maniera: l’Unione europea dovrebbero far segnare nel 2018 utili in aumento dell’8,3 per cento, un trend in discesa rispetto al 16,8 del 2017. A determinare la frenata sono soprattutto Regno Unito (più 5,7 contro più 26,9), Spagna (più 7 contro più 20), Francia (più 7,1 contro più 13,2). Mentre la Germania ha standard americani: 10,5 per cento di aumento di utili 2018 rispetto a più 9,5 nel 2017. Pur con queste variazioni, gli utili aziendali continuano a crescere su base mondiale: del 17,5 quest’anno, del 23,2 quello passato.

 

Ed è una crescita comune a tutti i continenti. Per quanto riguarda l’America, Standard & Poor’s Market Intelligence rileva un aumento di utili del 25 per cento tra le cinque big dell’alta tecnologia (Facebook, Apple, Amazon, Microsoft, Google) e tra le banche (JpMorgan, Citi, Wells Fargo e il record di Morgan Stanley del più 40 per cento). Mentre questo accade nel settore privato, e si staccano dividendi per 1.100 miliardi di dollari, il Fondo monetario internazionale, con il World Economic Outlook di primavera, segnala una crescita che dal 2019 inizierà a rallentare: più marcatamente nell’Eurozona (dal 2,4 al 2 per cento), e in particolare in Germania (dal 2,5 al 2) e in Italia (dall’1,5 all’1,1); meno negli Usa (dal 2,9 al 2,7) e Cina (dal 6,6 al 6,4). Mentre a livello mondiale il trend resterà stabile: più 3,9 nei due anni.

 

Il Fmi, organismo multigovernativo, è naturalmente più prudente degli analisti privati; ma l’asimmetria è vistosa. Che cosa la determina? Il Fondo e privati sono concordi: il diverso impegno dello smaltimento della massa monetaria messa in circolazione dal 2007 dalle Banche centrali e dalle aziende: a gennaio 2018 ha raggiunto il record di 233 mila miliardi di dollari, il 325 per cento del pil mondiale. Nonostante la mini-stretta iniziata dalle Federal reserve americana, e quella ancora più soft annunciata dalla Banca centrale europea, le previsioni sono per un atterraggio morbido, ma con differenze significative. Tra il 2007 e il 2017 il debito globale delle aziende industriali è cresciuto da 10 a 15 mila miliardi di dollari, una frazione minore dell’indebitamento globale, e ha iniziato a ridursi negli ultimi tre anni. Per esempio l’azzeramento del debito è l’obiettivo di Fiat-Chrysler Automobiles, ma Peugeot l’ha preceduta, per non parlare dell’hi-tech (benché Apple sia tra i maggiori emittenti di obbligazioni). Al contrario la media del debito pubblico europeo ha raggiunto il 90 per cento del pil, triplicandosi in Spagna, raddoppiando in Portogallo e Grecia, aumentando del 50 per cento in Francia e del 20 in Italia. Solo la Germania ha ridotto l’indebitamento al 60 per cento del pil, obiettivo di Maastricht.

Carlo Cottarelli, ex commissario inascoltato per i tagli alla spesa e oggi direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici, non sottovaluta l’accumulo di debito privato (oltre alle aziende industriali ci sono quelle finanziarie, i fondi, le famiglie) ma osserva come i debiti pubblici e quelli finanziari privati “tengano in ostaggio la crescita”. E mentre le aziende fanno pulizia presentando bilanci smaglianti, sull’altro fronte aumentano obbligazioni e strumenti finanziari di bassa qualità, con buona pace dei regolatori (pubblici) che chiudono gli occhi sulla spesa.

Perché l’Ipo di Spotify deve impensierire le banche d’affari

 startmag.it 22 aprile 2018

Il commento di Edoardo Narduzzi, manager, imprenditore ed editorialista, sulla recente Ipo di Spotify

La quotazione in borsa di Spotify, il colosso svedese della musica digitale, è stata un successo non soltanto per la raccolta realizzata. La società tecnologica ha sperimentato una Ipo, cioè una offerta di prima quotazione in borsa delle proprie azioni, senza intermediari, permettendo la sottoscrizione diretta via web delle sue azioni in offerta agli investitori finali.

Più trasparenza e meno costi per una forma di Ipo che è sicuramente destinata a essere replicata nel prossimo futuro da altri colossi della tecnologia mondiale. Significa che le banche d’affari faranno la fine delle agenzie di viaggio? Per il momento è difficile da dire ma è assai probabile che la rendita di posizione della quale hanno goduto per oltre un secolo sia destinata a mutare in favore delle imprese interessate a raccogliere capitale.

Ma l’Ipo molto simile ad un Ico, Initial coin offering, di Spotify segnala anche come il fenomeno delle cosiddette cryptovalute ha già saputo produrre effetti nelle condotte di mercato ben oltre il semplice prezzo del bitcoin. Un Ico, cioè una offerta al pubblico di una nuova criptomoneta, avviene con le stesse modalità seguite per l’Ipo di Spotify: si realizza un collocamento diretto con gli investitori finali senza utilizzo alcuno di intermediari che al massimo possono agire come investitori essi stessi nell’Ipo. In pratica, come la maxi Ipo di Telegram insegna molto bene, la raccolta diretta delle cryptovalute ha aperto la strada a modelli di Ipo innovativi per le società tecnologiche e Spotify non ha perso tempo nello sperimentare e sfruttare questa opportunità.

A voler guardare oltre l’attualità della finanza si intravede già assai bene il modello in divenire che sarà la normalità tra qualche anno. La modalità di collocare asset class caratterizzate da livelli di volatilità specifica sarà sempre più senza l’intervento di intermediari specializzati. L’offerta di titoli sarà diretta agli investitori finali sia che si tratti di azioni che di asset class di altra natura, come le cryptovalute.

Le borse valori, a loro volta, diventeranno dei pubblici registri e degli exchange totalmente gestiti con la logica operativa della blockchain e degli smart contract e regoleranno le transazioni tra le parti, non appena la tecnologia diventerà adeguatamente real time, con modalità analoghe a quelle con cui oggi si scambiano i bitcoin. Costi più bassi e maggiore trasparenza negli scambi, ma anche l’emersione di asset class molto più convergenti tra loro nella valutazione degli investitori finali di quanto oggi non si pensi.

(articolo pubblicato su ItaliaOggi)

Perché le banche italiane temono la riforma fiscale di Trump

 startmag.it 22 aprile 2018

L’analisi di un banchiere italiano sotto pseudonimo pubblicata su Financial community hub


La recente riforma fiscale Usa impone una riflessione sulla crescente competizione tra sistemi fiscali, anche sul fronte banche. E riporta sotto i riflettori un tema finora accantonato che riguarda le banche italiane: la questione delle Dta (deferral tax asset )cioè le imposte anticipate , in pratica la possibilità di iscrivere in bilancio il controvalore di una posizione soggettiva verso l’erario che consentirà di non pagare imposte in anni successivi. Meccanismo legittimo, ma che è arrivato a rappresentare nei bilanci del sistema bancario italiano la cifra di 40 miliardi in termini di attivi. Un ammontare finora preservato dalle banche, che hanno accettato una corporate tax più alta di quella del resto delle imprese per difenderlo. Ma cosa succederà ora che con la aliquota ridotta dalla riforma Trump le banche Usa hanno rideterminato le proprie Dta sui bilanci 2017, annunciandone già i benefici in termini di competitività?

Andiamo con ordine.

La recente riforma fiscale Usa (Tax Cuts and Jobs Act, in vigore dal 2018) introduce numerose significative innovazioni, tra le quali la riduzione della corporate tax dal 35 al 21 per cento, raggiungendo un livello inferiore, anche se prossimo, a quello esistente nelle principali economie dell’area euro per la tassazione, nazionale e locale, dei redditi d’impresa.

La Bce ha analizzato (Economic Bulletin 01/2018) gli effetti macroeconomici di tale riforma, rilevandone le potenzialità in termini di crescita del Pil nel breve periodo e maggiore incertezza sugli effetti di lungo periodo. La Bce segnala anche che l’area dell’euro risentirà degli effetti della manovra fiscale Usa e che vi è da attendersi un’intensificazione della competizione tra sistemi fiscali, con una probabile erosione della base imponibile nell’Unione Europea.

Evidentemente anche le banche Usa sono destinate a beneficiare della riforma. Tuttavia, nelle scorse settimane, i bilanci 2017 delle principali banche Usa hanno rilevato l’impatto della riforma con rilevanti oneri, da considerarsi non ricorrenti, per lo più legati alla rideterminazione delle imposte anticipate e dei crediti fiscali esteri.

Quale esempio della riforma fiscale Usa appaiono emblematici i dati di Citi: 22,6 miliardi di dollari di rettifiche non-cash registrate nel quarto trimestre del 2017, di cui 12,4 miliardi per il ricalcolo delle imposte anticipate per effetto della citata riduzione dell’aliquota fiscale e l’avvio di un sistema fiscale “quasi-territorial”, 7,9 miliardi per accantonamenti a fronte di crediti fiscali esteri e 2,3 miliardi per la riduzione di crediti fiscali legati al rimpatrio di utili da strutture al di fuori degli Usa; l’impatto sul patrimonio del Gruppo risulta di circa il 10 per cento, mentre meno significativa è l’incidenza di tali aggiustamenti sul capitale regolamentare, stimato in 6 miliardi, e sui vari coefficienti regolamentari (40 bps in termini di riduzione del Cet1 ratio).

Oneri rilevanti hanno riportato per analoghe motivazioni gli altri principali gruppi bancari Usa ed anche altri gruppi, quali Credit Suisse, con un’estesa proiezione internazionale e con significativa attività negli Usa.

A fronte di impatti negativi nell’ultimo trimestre 2017, i gruppi richiamati hanno anche fornito indicazioni sui futuri benefici: Citi segnala un miglioramento della tassazione effettiva di 5 punti percentuali e del ritorno sul capitale tangibile di 200 bps, per effetto della riduzione strutturale della tassazione e di quella, una tantum, del patrimonio tangibile rilevata a fine 2017.

I principali effetti immediati della riforma sono legati, pertanto, alla rideterminazione delle imposte anticipate per effetto della modifica dell’aliquota della corporate tax, con un onere non ricorrente registrato nel quarto trimestre 2017. A fronte della rideterminazione delle attività fiscali alle nuove regole a fine 2017, le banche Usa possono far prefigurare un ulteriore miglioramento, strutturale e rilevante, della redditività.

Come ricordato, l’aliquota nominale sul reddito d’impresa dei principali paesi europei non si discosta troppo da quella USA; in Italia l’aliquota del 24 per cento della corporate tax è in vigore in Italia per la generalità delle imprese dal 2017, ad eccezione degli enti creditizi e finanziari, per i quali è prevista un’addizionale del 3,5 per cento.

Il motivo della penalizzazione, secondo alcuni solo apparente, per il settore creditizio sta proprio nell’interesse manifestato di preservare il rilevante ammontare iscritto nell’attivo dei bilanci degli enti creditizi e finanziari a titolo di attività per imposte anticipate (Dta), per lo più legato alle svalutazioni su crediti, che hanno conosciuto sino al 2015 un regime di deducibilità ripartito su più esercizi (in passato fino a 18 anni), ed alle perdite di esercizio più recentemente fatte rilevare da alcuni intermediari. Attivi che si quantificano, su dati di fine 2016, a circa 40 miliardi, con un’elevata incidenza su capitale e riserve (circa 230 miliardi a fine 2016) delle banche: capitale e riserve che un’eventuale riduzione dell’aliquota imporrebbe di rideterminare (al ribasso) così come avvenuto negli Usa dopo l’approvazione della riforma nel dicembre 2017.

L’eventuale eliminazione dell’addizionale del 3,5 per cento in Italia produrrebbeinsomma dei benefici per gli intermediari finanziari, ma non nella stessa misura per tutti. Ne beneficerebbero di più, ad esempio, gli intermediari di recente costituzione, le aziende più redditizie e quelle con meno legami con il passato; avrebbe un maggiore impatto (anche se una tantum), sia sul patrimonio di vigilanza che su quello civilistico, per gli operatori con imposte anticipate di rilevante entità rispetto ai mezzi patrimoniali.

Al riguardo, rileva il fatto che il dato di sistema nasconde situazioni assai differenziate: ad esempio, tra le banche c.d. significant vigilate direttamente da BCE in alcuni casi l’incidenza delle DTA sul patrimonio è insignificante (la banca il cui valore è più basso fa registrare appena il 7,4 per cento), in altri rappresenta una quota assai rilevante del patrimonio (il valore più alto supera il 50 per cento).

In generale però l’eliminazione di questo elemento di penalizzazione per il sistema bancario può fornire un contributo all’allineamento alle condizioni prevalenti nei principali paesi europei. Soprattutto in considerazione del fatto che le normative regolamentari sull’introduzione dell’IFRS 9 sono destinate a determinare per alcuni intermediari l’emergere di ulteriori Dta.

Come afferma il terzo considerando del Regolamento (UE) 2017/2395 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 12 dicembre 2017, infatti, “L’applicazione dell’IFRS 9 può comportare un aumento significativo e improvviso degli accantonamenti per perdite attese su crediti (nda: e quindi una possibile situazione di perdita fiscale) e, conseguentemente, una diminuzione improvvisa del capitale primario di classe 1 degli enti”.

Gandalf, pseudonimo di un banchiere italiano

1. In generale, l’iscrizione di Dta scaturisce dal computo del reddito imponibile che, in alcuni casi, ripartisce la deduzione di alcuni costi (prevalentemente per accantonamenti di oneri futuri o svalutazione di attività) in più esercizi, ancorché imputati al bilancio di un anno solo. Può inoltre derivare dall’esistenza di perdite fiscali di precedenti esercizi non compensate ancora con gli imponibili di quelli successivi.
Le Dta non sono, pertanto, un credito nei confronti dell’erario, ma una posizione soggettiva che consente di non pagare imposte sugli imponibili futuri fino a che non siano compensati quelli non dedotti in passato. Il loro calcolo deriva dall’aliquota Ires vigente, tempo per tempo, applicata al monte deduzioni ancora disponibile, nell’ipotesi che nei periodi successivi si realizzino redditi imponibili idonei a utilizzarle.