Ex Popolari. «Gennaio 2018, davvero banca unica»

Rassegna stampa Veneto – Venerdì, 22 settembre 2017

https://www.cislveneto.it

I vertici di Intesa illustrano a dipendenti e clienti le prossime tappe a partire dalla migrazione informatica. Contrappunto dei sindacati. Fist Cisl: «Immobiliare Stampa continua a rischiare». Fabi: «Pressioni sugli scivoli»

 

VICENZA – «L’integrazione delle ex banche venete sarà anticipata a dicembre, rispetto alla data inizialmente prevista di metà febbraio». Quanto comunicato nel tavolo sindacale (e già raccontato ieri dal GdV) è stato formalizzato da Intesa in una lettera interna ai dipendenti del gruppo, firmata Stefano Barrese ed Eliano Lodesani, rispettivamente responsabile della banca dei territori e direttore operativo di Intesa. «Questo perchè vogliamo – scrivono – che Intesa Sanpaolo sia una banca unita e ancora più forte già dal primo gennaio 2018, anno del nostro nuovo Piano d’impresa». Come noto la migrazione informatica delle ex Popolari avverrà nel week end 8-10 dicembre, mentre «nei prossimi giorni sarà inviata una comunicazione a tutti i clienti delle ex venete per informarli che, dall’11 dicembre, l’integrazione informatica permetterà loro di beneficiare di una più ampia gamma di prodotti e servizi bancari. Applicheremo da subito – proseguono – il nostro sistema interno di controlli, per garantire un corretto ed efficace presidio del rischio. Dal primo gennaio 2018 saremo a tutti gli effetti una banca unica, capace di mettere in sicurezza i risparmi della clientela e di continuare a fare credito alle aziende che vogliono crescere insieme a noi. Saranno necessari l’energia, la velocità e la capacità di trovare soluzioni fuori dagli schemi da parte di ognuno di noi». A tanto ottimismo ieri ha fatto da contrappunto un certo malcontento sindacale. Da una parte Giulio Romani, segretario generale di First Cisl, dopo il doppio incontro che il sindacato ha avuto con i commissari di BpVi e Veneto Banca. Romani definisce «sorprendente che il mandato, conferito ai liquidatori da parte del Governo, non abbia contemplato una preventiva azione di responsabilità nei confronti degli amministratori, pur essendo questa al vaglio dei commissari e nelle attese dei cittadini italiani». Romani non nasconde la propria preoccupazione per la sorte di Immobiliare Stampa (proprietaria degli immobili di BpVi) «il cui lavoro – afferma – verrà a esaurirsi appena completata la dismissione del patrimonio gestito» e per il «pesante ritardo nella definizione del contratto di servicing con Intesa, per la gestione delle cosiddette inadempienze probabili: mesi di ritardo, in cui oltre 4 miliardi di crediti incagliati sono stati di fatto abbandonati, potrebbero generare un’ulteriore imponente crescita delle perdite per sofferenze». Al contrario «se venisse avviata la gestione di questi crediti, si potrebbe utilmente impiegare un elevato numero di lavoratori». Sempre in tema occupazionale è il segretario generale della Fabi Lando Sileoni a dire che «laddove Mps ha raggiunto l’obiettivo prefissato per i prepensionamenti, l’obiettivo è stato raggiunto anche in Intesa San Paolo ma con modalità differenti. «Mentre in Mps la direzione del personale ha agito correttamente, nel rispetto dei ruoli evitando forzature, nel gruppo Intesa i responsabili delle relazioni sindacali si sono comportati in maniera border-line facendo direttamente ed indirettamente pressioni sui lavoratori delle due ex banche venete che legittimamente preferivano non aderire al prepensionamento, possibilità prevista dallo stesso accordo».

IL GIORNALE DI VICENZA – Venerdì, 22 settembre 2017

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potrei  ripubblicare le interviste di Carlo Messina a vicenza piu di ottobre e novembre 2017 – solo cazzate dette a vanvera

Intesa vende un tesoro, il Monte di Pietà di Napoli

 IL MANIFESTO.IT 29.04.2017

Il palazzo del Monte di Pietà di Napoli

«Ufficio in vendita a Napoli. Prezzo su richiesta, 5.600 metri quadrati di superficie»: questo l’annuncio pubblicato su Immobiliare.it da Intesa Sanpaolo Group Services Scpa per mettere sul mercato il Palazzo del Monte di Pietà.

Che non si tratti di un edificio qualunque lo dice la nota a commento delle foto: l’istituto venne fondato dai nobili napoletani, che acquistarono il palazzo da Girolamo Carafa dei duchi d’Andria nel Cinquecento. Scopo, combattere l’usura: i poveri potevano impegnare i loro averi, incluse le lenzuola, senza pagare interessi. L’edificio ha una lunga storia e una sua bellezza artistica: sulla facciata sculture di Pietro Bernini e Michelangelo Naccherino; all’interno affreschi di Belisario Corenzio, dipinti di Ippolito Borghese e Gerolamo Imparato; nell’antisagrestia il monumento Acquaviva di Cosimo Fanzago. E poi i mobili in legno intagliato di gusto rococò, i ritratti di Carlo di Barbone e Maria Amalia di Sassonia. In cortile opere di Belisario Corenzio e Battistello Caracciolo.

Per secoli ha continuato a funzionare come monte di pietà, dagli anni ’90 veniva aperto al pubblico interessato alla collezione del Banco di Napoli: dipinti, arredi e oggetti d’arte dal Seicento all’Ottocento.

Il Banco di Napoli nacque nel 1794 dalla fusione di 8 banchi dei luoghi pii, il più importante proprio il Monte di Pietà. Così una fetta del patrimonio storico artistico della città è stata custodita per secoli dalla banca cittadina, poi nel 2002 l’acquisizione del Banco da parte del gruppo Sanpaolo Imi e, nel 2006, la fusione con Banca Intesa. La crisi del Banco di Napoli è cominciata intorno al 1993: molti ormai raccontano apertamente come, a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica, ci sia stata una manovra politica per cancellare la maggiore banca del Sud. Prima un’ispezione di Bankitalia nel 1995, poi nel 1996 la fusione con Bnl e Ina che servì a Bnl a recuperare i soldi persi con il crack della filiale di Atlanta cedendo il Banco al Sanpaolo Imi: comprato per 60miliardi e rivenduto per 6.000miliardi di lire. Un dato è eloquente: la Sga – Società per la gestione delle attività – ha rilevato dal Banco circa 6,4 miliardi di euro di crediti inesigibili o incagliati – il «buco» accertato nel 1995 – e al 31 dicembre 2016 è riuscita a recuperarne oltre il 90%. Dal 2003 Sga è in utile, nel 2016 è stata assorbita dal Tesoro e i crediti recuperati sono stati utilizzati nel Salva banche.

Tirando le somme, il Banco di Napoli, si dice, è stato utilizzato per tappare il buco della Bnl; poi è passato sotto il controllo del gruppo di Torino regalando così la capacità di raccolta credito nel Mezzogiorno al nord (Intesa reimpiega i capitali all’80% da Roma in su); ha aiutato recentemente le banche del centronord e adesso si può anche speculare con i tesori architettonici e le opere nei caveau. Perché, dicono voci tra i dipendenti, il Palazzo del Monte di Pietà potrebbe finire a qualche investitore per una cifra molto bassa: 10 milioni.

Non è l’unico elemento di preoccupazione. Intesa Sanpaolo ha la divisione Gallerie d’Italia che si occupa d’arte con tre sedi museali: Milano, Vicenza e Napoli. La sede partenopea è nel bellissimo Palazzo Zevallos Stigliano: edificio nobiliare, nell’Ottocento divenne sede della Banca Commerciale Italiana (anche questa assorbita da Intesa). La galleria di quadri che ospita è una delle più importanti, tra i capolavori spicca il Martirio di Sant’Orsola di Caravaggio. Ma, raccontano i dipendenti, Palazzo Zevallos è già stato venduto: per ora le attività espositive proseguono, ma a fine anno dovrebbe cessare il fitto (dicono intorno agli 800mila euro all’anno) e la banca lascerà l’edificio.

Nel 2014, quando l’allora presidente Napolitano venne a Palazzo Zevallos, un gruppo di cittadini protestò: «Dipinti e sculture di Luca Giordano, Solimena, Traversi, Pitloo, Wan Vittel, Gemito… sono stati utilizzati dal gruppo Intesa Sanpaolo per Gallerie d’Italia. Adesso per vedere le opere che abbellivano le sedi del Banco di Napoli i napoletani dovranno pagare il biglietto». Magari tra qualche mese non si potranno più vedere del tutto. L’anno scorso i dipendenti della banca avevano chiesto che il Monte di Pietà venisse utilizzato come sede espositiva, per la messa a norma ci sarebbero voluti 2milioni 400mila euro. Poi è arrivato l’annuncio della vendita. Il comune ha chiesto alla Soprintendenza di rafforzare i vincoli sul bene, associazioni di cittadini e la Cgil chiedono che resti in mano pubblica come sede museale e per costituire un fondo antiusura.

 

Banche elettorali

Luciano Capone ILFOGLIO.IT 2 GIUGNO 2017

Ragioni per risolvere il guaio delle banche venete seguendo più il metodo Mps che il metodo Di Maio

Roma. L’accordo annunciato ieri tra la Commissione europea e il governo sui princìpi alla base della ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi spinge verso la soluzione del più rilevante problema del sistema bancario italiano. Viene autorizzato l’intervento pubblico insieme a un incisivo piano di ristrutturazione per ripulire il bilancio dalle sofferenze, a un tetto ai compensi dei top manager (10 volte il salario medio dei dipendenti Mps) e al burden sharing per azionisti e obbligazionisti subordinati. Inoltre, per gli obbligazionisti subordinati retail vittime di vendite non corrette (mis-selling) è previsto uno schema di compensazione separato dalle regole europee sul burden sharing.

 

La Manovra in aula e la Banca mondiale in aiuto di Trump. Le notizie del giorno, in breve

Tutto quello che è successo lunedì in Italia e nel mondo senza fronzoli, fuffa e divagazioni

 

I termini dell’intesa, raggiunta dopo mesi di negoziati, possono essere rivendicati come un successo sia dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager sia dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan: Bruxelles ha affermato il principio del rispetto delle regole europee (tutto avverrà dentro la cornice della direttiva Brrd), mentre Roma è riuscita ad aprire uno spiraglio nelle norme europee con il rimborso per gli obbligazionisti che hanno subito mis-selling. Non sarà un trattamento “todos caballeros” per un’intera categoria di investitori, ma di un riacquisto a carico della banca dopo la valutazione di ogni caso. Si tratta di uno spiraglio nelle regole europee, non si sa ancora quanto largo, dove si tenterà di infilarsi per dare sollievo a una platea più o meno ampia di risparmiatori-investitori.

Superato il capitolo Mps, resta aperto quello di Popolare Vicenza e Veneto Banca che è molto meno rilevante per il peso sul sistema bancario ma di più difficile soluzione.

 

Banche Venete e la sclerosi di Bruxelles

La Direzione generale per la concorrenza della Commissione eccepisce sulla composizione del fabbisogno di capitale relativo alla ricapitalizzazione precauzionale, e impone un miliardo in più a carico dei privati. Ribaltando le stime della Bce è del Tesoro. Si preannuncia una replica dell’atroce lentezza decisionale che ha già precluso a MPS una soluzione in tempi rapidi. Questa volta i margini sono labili e la questione potrebbe finire male.

 

Per le banche venete il percorso delineato per Mps non sembra percorribile. Perché, nonostante dopo l’accordo ci sia “più spazio per lavorare” sul dossier, lo stesso cda di Bpvi ha ammesso mesi fa la necessità di un “rafforzamento patrimoniale” garantire “la continuità aziendale”. Ma secondo le direttiva europea la continuità aziendale è una precondizione per ottenere la ricapitalizzazione precauzionale (che non può essere intesa come un salvataggio di un istituto a rischio di solvibilità, ma come un giubbotto di salvataggio in caso di scenario avverso)

C’è bisogno quindi di un aumento di capitale, il cui importo è discutibile ma comunque dovranno arrivare soldi privati. Non li metteranno i fondi Atlante, probabilmente alla fine ci sarà un intervento delle Poste con i soldi dei suoi risparmiatori. In ogni caso, oltre ai problemi di breve termine, le banche venete dovranno fare anche una profonda ristrutturazione per garantire una prospettiva di redditività di medio termine. La strada quindi è più stretta e accidentata, ma comunque percorribile, e in ogni caso non pericolosa per l’intero sistema bancario come era Mps.

 

“Il problema delle banche venete è un caso incancrenito ma non è rappresentativo di tutto il sistema – dice al Foglio Francesco Daveri, economista della Cattolica – secondo il quadro riassunto dal governatore di Bankitalia Ignazio Visco i crediti deteriorati non sono 350 miliardi ma la metà, perché la ripresa aiuta a mettere a posto le cose. Di questi 170 miliardi le sofferenze vere e proprie ammontano a 80 miliardi, che però sono in gran parte in banche con condizioni patrimoniali decenti. Il succo della storia è che rimangono 20 miliardi sui quali veramente possono incorrere perdite vere e le banche venete rientrano in questo cappello”. Questo non vuol dire che non ci siano criticità, ma che la questione va ridimensionandosi dall’inizio della ripresa: “Il problema delle banche non è risolto – dice Daveri – ci vorranno anni, forse non si può dire neppure che il bicchiere è mezzo pieno, ma che almeno si vede da dove cominciare a riempire il bicchiere”.

 

Banche, l’altro guaio dell’Italia

Roma diventa bersaglio della aggressività tedesca. Ora la “colpa” sono le banche zombie

 

Certo è strano che in questo avvio di campagna elettorale, in cui si parla molto di vitalizi e vaccini, si discuta poco di questioni fondamentali come lo stato di salute del sistema bancario. Ma forse è anche un bene, visto che quando se ne parla è solo per avanzare proposte populiste e banche del popolo. “Siamo ormai entrati in questa fase di fibrillazione elettorale – dice l’animatore del sito lavoce.info – ma ci deve pur essere un limite. Quando si sente un potenziale premier come Di Maio auspicare la nazionalizzazione delle banche per dare credito agevolato a famiglie e imprese, ci sarebbe bisogno che qualcuno ricordi al giovane Di Maio a chi andavano a finire i soldi quando le banche erano nazionalizzate: agli amici della politica”. Che poi il credito politico “agli amici degli amici” è proprio ciò che anche i grillini contestano alla gestione delle banche in difficoltà. Non è una contraddizione logica? “Sì, ma mi pare che in questo momento la logica sia nettamente minoritaria”.

Visco, la cremazione delle banche venete e molto altro

Pubblicato il 09-01-2018 AVANTI.IT

La maledizione delle banche venete si chiude con le note vicende riguardanti Veneto Banca, Banca Popolare di Vicenza e il governatore di Bankitalia Visco.

Fa sorridere la mozione presentata a suo tempo alla Camera dal PD per escludere il rinnovo dell’incarico di Ignazio Visco a governatore di Bankitalia. Fa sorridere perché nonostante gli interessi di Renzi, il governatore della Banca d’Italia viene nominato dal presidente della Repubblica su proposta del Consiglio dei ministri e del Consiglio superiore della Banca d’Italia; nulla può dunque il parlamento. Per il PD di Renzi Visco è responsabile di non aver vigilato adeguatamente e prevenuto l’esplosione delle crisi bancarie e degli scandali che hanno coinvolto le quattro banche del centro Italia, più le due banche venete.

La difesa di Visco è tempestiva: la politica legifera bail-in e programmi salvabanca? non è riuscita a prevedere che con il coinvolgimento degli obbligazionisti le crisi delle banche sarebbero usciti dai salotti della finanza per entrare in quelli della gente comune?!

Secondo Visco Bankitalia avrebbe “difeso il risparmio nazionale limitando i danni. Questi non potevano non esserci, data la gravissima condizione dell’economia; alcuni casi di gestione bancaria cattiva o criminale, sono stati contrastati per quanto consentito dalla legge e, quando opportuno, segnalati alla Magistratura”.
Per quale motivo allora Visco viene accusato di mancata vigilanza nei confronti degli scandali bancari che si sono susseguiti?

Tempo fa Affari&Finanza, dati alla mano, se ne uscì in questo modo: “una decina di istituti sono scomparsi, portandosi via 61,5 miliardi di euro (conteggio per difetto, che non comprende crediti d’imposta, erogazioni mancate, costi sociali degli esuberi ed altri effetti collaterali). Un terzo dei miliardi a carico dei contribuenti, il resto tra azionisti, obbligazionisti e banche concorrenti, che per evitare contagi hanno preferito metter mano al portafoglio, con i conferimenti al ramo volontario del Fondo interbancario e al Fondo Atlante”.

Lo scandalo, come si ricorderà, inizia con l’esplosione di quella bomba ad orologeria che fu Banca Etruria che, a seguire, trascina dietro Banca Marche, Carichieti e Cariferrara. A poco a poco, emerge che ai risparmiatori di queste “associazioni a delinquere” – che a stento riusciamo a chiamare “banche” – erano state vendute negli anni obbligazioni scadenti.

I risparmiatori, di cui una gran parte anziani non in grado di capirne di finanza o semplici persone che si sono fidate dell’ex compagno di scuola divenuto direttore della filiale, si sono trovati in poco tempo in mano carta straccia. La risoluzione del decreto Salva-banche che istituisce il bail-in (ovvero il prelievo forzoso dei conti con più di 100mila euro) azzera anche in un battibaleno il valore delle azioni e delle obbligazioni emesse da Banca Etruria e dalle altre banche.

Un pensionato di Civitavecchia, a novembre 2015, decide di togliersi la vita. La responsabilità non è soltanto di quel furto legalizzato che chiamiamo “bail-in”e del decreto Salva-banche del governo Renzi.

Sul pc del sessantottenne la moglie trova una lettera indirizzata al direttore di Etruria news, nel quale il marito accusa la banca di non voler cedere alle sue richieste di rientrare, almeno in parte, dei risparmi tolti. L’uomo accusa, inoltre, di avergli cambiato il profilo da basso ad alto rischio e di averlo imbrogliato attraverso l’intercessione di un funzionario di Arezzo che lo avrebbe rassicurato che i suoi risparmi erano in buone mani.

Che fossero pulite o no queste mani, non ci interessa. Non ci interessa, in questo momento, né entrare nei particolari degli illeciti compiuti da questi signorotti, “cafoni arricchiti” come Mario Brega macellaio dei film di Verdone, né aizzare una protesta di moralità. Ci interessa, invece, soffermarci su un particolare: l’uomo era correntista di Banca Etruria da oltre cinquanta anni. Cinquanta anni, porca miseria!

Cosa gli è stato tolto all’uomo? Non solo i risparmi di una vita (non si pensi fosse uno zio Paperoni, era un semplice operaio Enel, facente parte di quell’aristocrazia operaia che riceveva alti salari sì, ma pur sempre solo salari); ciò che è stata assassinata, nell’uomo, attraverso il suo disperato gesto suicida, è la speranza. La speranza e la fiducia.

Speranza in un futuro migliore del presente, in cui avrebbe finalmente goduto dei risparmi che per una vita, come una piccola formica, ha messo da parte. Fiducia nella banca che, per oltre cinquanta anni, lo ha coccolato, aiutato, protetto, consigliato. Speranza di poter prima o poi godere dei propri risparmi, nonostante la crisi e il prelievo forzoso del bail-in. Fiducia nei dipendenti e nei direttori della sua banca; fiducia nel genere umano. Via. Spazzate via, per sempre.

Ventidue gli ex dirigenti indagati per bancarotta (tra questi non c’è il vicepresidente dell’Etruria, nonché papà della Boschi, coinvolto in un’altra inchiesta di bancarotta).
Nonostante le quattro banche siano state salvate in fretta e in furia sotto Natale 2015, con la felicità di papà Boschi, l’accusa rivolta a Visco è di essere intervenuto tardivamente.

Visco s’affanna elencare le ispezioni mosse e si giustifica col fatto che i rapporti ispettivi di vigilanza sono stati inviati entro i tempi all’Autorità giudiziaria.
Qualche mese dopo esplode lo scandalo delle Banche Venete. Per loro scatta il fondo Atlante: Intesa San Paolo acquisisce con un euro il controllo delle banche, i cui costi e responsabilità si scaricano interamente sullo Stato.

Finiscono nel mirino Vincenzo Consoli, padrone incontrastato dell’istituto di Montebelluna e Luigi Zonin, ribattezzato “il Re di Vicenza”. Banche diverse nel nome, ma affini per storia. Le due banche hanno per oltre vent’anni concesso prestiti a amici, parenti e compagni di merende, senza valutazioni obiettive. Il risultato è che, ben presto, tutto ciò diventa una sofferenza insostenibile per i bilanci dei due istituti. Il patrimonio veniva raccolto finanziando gli stessi soci che l’avrebbero sottoscritto. Il circolo vizioso, quindi, era inevitabile. Anche le banche venete, dunque, erano due bombe a orologeria, pronte ad esplodere.

Fatto sta che appena nel 2014 un titolo azionario della banca vicentina era del valore circa di 62,5 euro, mentre un titolo di Veneto banca all’incirca era valutato 40 euro, mentre appena due anni dopo il Fondo Atlante ricapitalizzerà entrambe le banche a 10 centesimi per azione. Finiscono sul lastrico 88mila soci di Consoli e 111mila di Zonin.

Bankitalia plaude il proprio operato, giacché per Visco sono state proprio le ispezioni di via Nazionale a sollevare il polverone. Secondo coloro i quali vorrebbero la testa di Visco al patibolo la responsabilità, invece, è proprio dei ritardi e delle lungaggini di Bankitalia, che interviene sempre dopo la detonazione delle bombe.

Ma all’origine delle critiche allo sfaccendato-faccendiere Visco vi è, tra tutti, quella che viene ritenuta essere la pessima gestione del Monte dei Paschi di Siena, roccaforte senese del PD.

La maxi-acquisizione di Antonveneta (ricordate lo scandalo dei furbetti del quartierino?) e la presenza di contratti derivati in pancia all’istituto hanno condotto a un serio deterioramento del bilancio dell’istituto. Appena nel 2013 Visco sottolineava come l’intervento di Bankitalia abbia consentito “di preservare la stabilità della banca in un contesto di gravi e crescenti tensioni finanziarie, migliorandone il grado di capitalizzazione e avviando a normalizzazione la precaria situazione della liquidità”, ma in verità è proprio l’operato di Bankitalia a essere sotto accusa, per la mancanza di tempestività e una cattiva vigilanza sulle operazioni.

A tornare alla ribalta, proprio in questi giorni, sono le vicende riguardanti la Banca Intermobiliare per il quale la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, a seguito di un esposto dell’ex amministratore delegato Pietro D’Aguì, sul comportamento della Vigilanza all’epoca dell’acquisizione di BIM da parte di Veneto Banca. Stiamo parlando di fatti avvenuti a cavallo tra 2010 e 2011.

Per non parlare del caso riguardante la Tercas di Teramo e la Popolare di Bari. Il Tribunale civile de l’Aquila ha deciso di condannare gli ex amministratori delegati e il direttore generale della Tercas a risarcire la banca pugliese di svariati milioni, frutto di un cattivo salvataggio dell’istituto abruzzese da parte della Popolare di Bari che venne eseguito proprio su indicazione di Bankitalia.

Dalla procura di Roma sono emerse le modalità di spolpamento della banca, come se si trattasse di un tacchino da servire in un banchetto il giorno di ringraziamento, con a tavola iene fameliche, vigliacche e feroci. Si tratta di prestiti e affidamenti facilitati ad aziende amiche e, addirittura – perché siamo in Italia e la famiglia è sacra – a familiari diretti. Ma sì, dall’Abbruzzo a Bari, siamo tutti italiani, siamo tutti paesani! L’acquisizione dell’istituto abbruzzese ha comportato un vortice al ribasso del valore dei titoli, a causa di una serie di aumenti incontrollati di capitale.

Pare che Bankitalia non abbia accertato nessun profilo di rilievo sanzionatorio e che, stante all’ultima interrogazione parlamentare, il Mef abbia dichiarato che il livello di patrimonializzazione sia buono.

Nel frattempo Visco e i vigilanti di via Nazionale dormono sonni tranquilli, e gli azionisti e obbligazionisti, che fanno? Sono corrosi dalla rabbia, dalla perdita di fiducia e della speranza, il patrimonio più grande del quale sono stati scippati. Attendono, quasi rassegnati, un cenno, una novità, qualcosa che gli dia la speranza di un cambiamento. Incollati, giorno dopo giorno, alla prima pagina del Sole24Ore o davanti al Telegiornale delle otto, non hanno che da scegliere: vivere passivamente e rassegnati, seguire l’esempio del pensionato civitavecchiese… o ribellarsi.

Angelo Santoro

Intesa Sanpaolo, le banche venete e gli scherzetti di Bruxelles sugli aiuti di Stato

ANNO 2017 FORMICHE.NET

Intesa Sanpaolo, le banche venete e gli scherzetti di Bruxelles sugli aiuti di Stato

Il commento dell’editorialista Roberto Sommella

Quando si salvano non una ma due banche mettendo in piedi una rete pubblica a vario titolo di 17 miliardi di euro, di cui 4,78 per un istituto privato che si annette le attività in bonis, significa che si è tornati al caro vecchio salvataggio di Stato, archiviando il temuto bail in, ovvero l’esatto contrario, il salvataggio effettuato dai clienti stessi. E se poi, come promette il governo Gentiloni, depositanti, obbligazionisti senior e creditori subordinati (per l’80% dei loro titoli obbligazionari) saranno tenuti fuori dalla morsa del fallimento – poco si sa invece della sorte di migliaia di cause – si può decisamente tirare un sospiro di sollievo. Ma anche cercare di capire cosa non ha funzionato nelle linee di comunicazione tra Roma e Bruxelles.

Al termine di un lungo week-end di paura, il governo ha così varato un provvedimento d’urgenza per salvare dal fallimento (proprio così, fallimento, in una delle regioni più ricche d’Europa) Veneto Banca e Popolare di Vicenza, per poi cedere a un euro la parte buona a Intesa . Insieme i due istituti fanno l’ottavo gruppo italiano, tanto per capire l’impatto di una mancata operazione di sistema.

Chi scrive ha sempre criticato la nuova normativa europea sui salvataggi bancari, così come molti esperti l’hanno considerata addirittura anticostituzionale, nella parte in cui coinvolge creditori subordinati e correntisti, mettendo in pericolo la tutela stessa del risparmio prima davanti alla Carta Suprema e poi nei tribunali, ma certo questa conversione di Bruxelles, che dovrebbe autorizzare il salvataggio delle venete con soldi pubblici, fa pensare: i tecnici della Commissione hanno cambiato idea perché si sono finalmente resi conto dell’impossibilità di salvare banche senza l’aiuto di un privato interessato e dello Stato, oppure è in ballo uno scambio di più ampia portata con Roma, lasciata ancora sola sul fronte dell’emergenza migranti? Volendo lasciare per ora da una parte la seconda ipotesi, nel primo caso non ci sarebbe che rallegrarsene.

La confusione che si è creata negli ultimi due anni, da quando è diventata legge nazionale la direttiva comunitaria, ha rischiato spesso di appiccare un incendio nella patria del risparmio, l’Italia. Prima Banca Etruria e le altre tre piccole banche hanno fatto quasi da cavie a Bruxelles, tra un bail-in non applicato e un divieto europeo (a questo punto da giudicare assurdo) di utilizzare il Fondo di garanzia dei depositi. Sono seguiti i casi Monte dei Paschi , salvo solo grazie al Tesoro, il decreto salva banche di Natale 2016 da 20 miliardi di euro, che non faceva presagire nulla di buono, sospeso come era tra inchieste della magistratura, ristori dei risparmiatori truffati e termini astrusi per qualsiasi correntista come risoluzione, fallimento, ricapitalizzazione, fallimento controllato, bad bank, come se invece fosse buona una banca che tritura azioni e depositi. I depositi sono inevitabilmente fuggiti. I numeri, almeno quelli, sono rimasti sul tappeto. L’esborso per lo Stato ammonta a circa 5,5 miliardi di euro e complessivamente saranno mobilizzate risorse a favore dell’operazione fino ad un massimo di 17 miliardi, ha specificato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, 12 dei quali serviranno a costituire la bad bank, disincagliare i crediti e fare pulizia. Dimenticato il Fondo Atlante. Spariti altri fondi eventuali compratori. Esiste solo Via XX Settembre con la super consulenza della Banca d’Italia. Se questa carota è meglio del bastone azzera tutto di Bruxelles lo diranno i clienti delle banche in questione.

Su tutto resta una domanda attualmente inevasa: Intesa incorporerà in un sol boccone Veneto Banca e Popolare di Vicenza o quest’ultime continueranno ad esercitare la licenza bancaria? È cruciale anche per capire chi risponderà delle cause in atto. Il resto è materia dei tecnici delle tre banche, dei futuri commissari delle venete e del management del vero regista di questa operazione, il ceo di Intesa, Carlo Messina, che prova a ricoprire il ruolo cruciale che ebbe Giovanni Bazoli nel salvataggio del Banco Ambrosiano, altra banca andata in dissolvenza e salvata grazie a un matrimonio sempre lombardoveneto, ma a parti rovesciate. Certo, visto come è andata a finire, non si può non dare ragione a un fine esperto della materia quale Angelo De Mattia, che nel giudicare queste giravolte europee sul fronte dei salvataggi bancari, usando il fioretto, ha parlato di incoerenza delle norme comunitarie. Un dato è certo, il bail in finisce nei cassetti. Chissà che non sia un buon viatico per l’archiviazione di un altro bastione dell’austerity comunitaria: il Fiscal compact.

(Articolo pubblicato su MF/Milano Finanza, quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi)

GIUSEPPE CASTAGNA SPIEGACI I MAGHEGGI DEI TUOI AMICI DI MERENDA SUL CASO VINCENZO CONSOLI

L’ipoteca sulla casa e i conti che scottano Trasferiti 8,5 milioni

di Renzo Mazzaro

Consoli a febbraio 2016, già sotto inchiesta, mette a punto l’operazione da Veneto Banca al Banco Popolare di Verona

PADOVA. «Portare le fascine al coperto», si dice in Veneto quando il tempo minaccia. Lo fa anche Vincenzo Consoli, pur essendo originario di Matera, nel febbraio 2016, spostando i conti che scottano da Veneto Banca al Banco Popolare di Verona, oggi Banco Bpm. I suoi e quelli a rischio della moglie: l’ipoteca sulla casa di Vicenza per 4 milioni e mezzo di euro, le azioni intestate a Maria Rita Savastano per un valore superiore a 4 milioni di euro. L’imperatore, come lo chiamavano a Montebelluna, era stato già defenestrato dalla «sua» banca, era sotto torchio delle autorità di vigilanza Consob e Banca d’Italia da molti mesi, controllato dalla Guardia di Finanza che gli aveva perquisito l’ufficio e la casa, sotto inchiesta della magistratura romana che l’avrebbe fatto arrestare di lì a poco, il 2 agosto. Cercava di sfuggire ad una possibile rivalsa sui suoi beni, altro motivo non sembra esserci per questa operazione. Anche se non è detto che ci sia riuscito.

Eppure nessuno, meno che meno dentro le due banche, trova niente da dire. Finora si sapeva solo di Gianni Zonin, che il 7 marzo 2016 si era recato con i familiari dal notaio Giovanni Rizzi di Vicenza per intestare gran parte del patrimonio aziendale ai tre figli, rinunciando anche all’usufrutto. Anche lui per sfuggire a possibili rivalse di risparmiatori, stavolta della Popolare di Vicenza, non pare esserci altro motivo. Nel dicembre precedente le due società del cavalier Zonin, la «Gianni Zonin Vineyards sas» e la «Zonin Giovanni sas», erano già state sottoposte a un nuovo assetto interno. Un cambiamento bis a stretto giro non si può che definire precipitoso.

Su Consoli invece nulla era trapelato. L’atto con il trasferimento dell’ipoteca e delle azioni tra le due banche salta fuori per l’ostinazione del tributarista padovano Loris Mazzon che con l’avvocato Rodolfo Bettiol non smette di setacciare la montagna di carte della procura di Roma su Veneto Banca.

È il 26 febbraio 2016, dal notaio Leopoldo D’Ercole di Vicenza si presentano Vincenzo Consoli, Renzo Zilio per il Banco Popolare e Alessandro Soldan per Veneto Banca. L’ipoteca da trasferire è di primo grado, per un valore di 4,5 milioni di euro, accesa nel 2010 a fronte di un mutuo di 3 milioni concesso da Veneto Banca. Consoli ha restituito 1.346.258 euro, di cui 1.344.696 di capitale e solo 1.561 di interessi (di solito va all’incontrario). Restano da pagare 1.346.258 euro, che Consoli verserà al Banco Popolare in 144 rate mensili di 10.106 euro ciascuna. Il tasso concordato è variabile, 1,45% punti in più sull’Euribor. Nessuna penale per l’estinzione anticipata del mutuo. L’ipoteca di 4,5 milioni passa alla banca veronese, quella di Montebelluna cede «tutti i diritti, azioni ed accessori, pertanto il creditore originario dichiara di non avere più nulla da esigere o pretendere al riguardo e rinuncia espressamente ad opporre alla banca mutuante ogni eventuale azione relativa al mutuo originario ed al relativo rapporto obbligatorio». Per essere sicuri si mette per iscritto anche il viceversa: «La banca mutuante subentra in tutte le garanzie reali e personali e privilegi anche speciali, già spettanti al creditore originario e inerenti al credito, che si trasferiscono quindi alla medesima banca mutuante». Letto, firmato e sottoscritto da Zilio, Consoli, Soldan e dal notaio.

All’inizio di febbraio Maria Rita Savastano, moglie di Consoli, aveva già trasferito le azioni da Veneto Banca al Banco Popolare. Erano obbligazioni di Banca Imi per un valore di 1.300.000 euro; obbligazioni di Veneto Banca per 1 milione; azioni e obbligazioni di Generali per 154.480 euro; azioni Mps per 164.000 euro; quote del fondo Lyxor per 274.500; quote del fondo Etf per un valore complessivo di 822.000 euro; azioni di Vb per un controvalore di 511.000 euro. Totale 4.206.000 euro.

La magistratura di Roma recupera queste operazioni quando ordina alla Guardia di Finanza di passare al setaccio l’attività di Consoli in Veneto Banca. Nel rapporto del consulente Luca Terrinoni, che e ne occuperà successivamente, si trova traccia solo in poche righe: «La provvista in assegni circolari derivata dal Banco Popolare è servita per l’estinzione di un finanziamento».

Ma lo svincolo dell’ipoteca era normale? «Riportiamoci alla situazione del momento», commenta Loris Mazzon, «Veneto Banca era nel pieno della tempesta, c’erano in azione gli ispettori di Banca d’Italia, della Consob, alla guida dell’istituto era stato insediato un nuovo management. C’è il mondo che guarda e con tutta questa supervigilanza Consoli svincolo un bene che era a rischio?».

Lei sta dicendo che aveva una copertura di ferro, non solo in banca, ma anche all’esterno? «La copertura in Veneto Banca mi sembra totale, un’operazione del genere doveva passare necessariamente dal consiglio di amministrazione. Il trasferimento dell’ipoteca al Banco Popolare mette al riparo il bene da qualunque azione di responsabilità della banca. A me sembra la prova provata che il sistema si chiude sempre a riccio e garantisce chi c’è dentro».

GIUSEPPE CASTAGNA LEGALE RAPP.TE DI BANCO BPM SIAMO TUTTI CURIOSI NOI AZIONISTI DI BANCO BPM DI SAPERE COME IL MUTUO DELLA SIGNORA CONSOLI MOGLIE DI VINCENZO CONSOLI DA VOI ACQUISITO ASSIEME AL DOSSIER TITOLI VENGA PAGATO MENSILMENTE IN QUANTO DOPO UNA VISURA APPROFONDITA SI PERCEPISCE CHE I RATEI VENGONO ONORATI. – ORA LA DOMANDA E’ D’OBBLIGO MA SE E’ TUTTO SOTTO SEQUESTRO COME FA LA TUA BANCA CHE LEGALMENTE RAPPRESENTI A PAGARE MENSILMENTE I RATEI DEL MUTUO? SE NON LO SPIEGHI TU NELLE PROSSIME 24 ORE CHIEDEREMMO ALLA PROCURA COMPETENTE COME CIO’ POSSA AVVENIRE TI ALLEGO UN PICCOLO ESTRATTO DI QUOTIDIANO PER FARTI FARE MENTE LOCALE.

Veneto Banca, confermati sequestri a Consoli

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Il tribunale di Treviso ha confermato il sequestro della villa e il blocco dei conti correnti, compresi quelli della moglie, dell’ex amministratore delegato di Veneto Banca Vincenzo Consoli. Come riporta Il Mattino di Padova  a pagina 21, gli avvocati hanno ora la possibilità di ricorrere al tribunale del riesame. Da Roma sono arrivate quasi 60 mila pagine di atti dopo l’attribuzione di competenza a Treviso.

Intanto una delegazione di azionisti truffati ha incontrato il prefetto di Venezia Carlo Boffi e il direttore della sede di Venezia della Banca d’Italia Paolo Ciucci, assieme al senatore Andrea Ferrazzie ai deputati Dario Bond e Raffaele Baratto. «Ho proposto la costituzione di un “Osservatorio veneto” guidato dal Prefetto con la presenza di Banca d’Italia e degli altri soggetti la cui partecipazione è importante: Regione, Rappresentanza delle Associazioni dei risparmiatori traditi, Associazioni di categoria, Abi e altri soggett – ha detto Ferrazzi. Sia il Prefetto sia il Direttore Ciucci hanno dato ampia disponibilità».

  •  Corriere del Veneto >
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  • Nei conti di Consoli solo 30 mila euroalla moglie sequestrati oltre 4 milioni

L’EX AD DI VENETO BANCA

Nei conti di Consoli solo 30 mila euro
alla moglie sequestrati oltre 4 milioni

La Finanza continua a cercare. I legali: «Non c’è alcun tesoro». Alla donna confiscate 70mila azioni di Veneto Banca

L’EX AD DI VENETO BANCA

Nei conti di Consoli solo 30 mila euro
alla moglie sequestrati oltre 4 milioni

La Finanza continua a cercare. I legali: «Non c’è alcun tesoro». Alla donna confiscate 70mila azioni di Veneto Banca

VICENZA «A Vincenzo non sono rimasti neppure i soldi per comprarsi il latte». La battuta è di un amico della famiglia Consoli ma rende l’idea. Il messaggio che viene fatto filtrare dalla villa di Vicenza – dove da martedì l’ex direttore generale di Veneto Banca è rinchiuso ai domiciliari – con il passare dei giorni si fa sempre più chiaro: dopo la caduta, il re è stato spogliato di tutto, non resta più nulla da sequestrare. L’hanno chiarito, in serata, anche i suoi avvocati con una breve nota: «Il ragionier Consoli comunica di avere due soli conti correnti e deposito titoli: uno in Veneto Banca e un secondo in Banco Popolare entrambi oggetto di sequestro. Egli quindi non possiede alcun altro conto corrente o deposito titoli in altre banche italiane o estere, e sfida chiunque a provare il contrario ». Eppure la guardia di finanza che indaga su di lui (e su altri 14 tra manager e uomini d’affari) per aggiotaggio e ostacolo all’attività delle autorità di vigilanza, non ne è affatto convinta.

«Gli accertamenti proseguono», ha confermato ieri il generale Alberto Reda. Si continua quindi a cercare gli altri soldi di Consoli, sempre ammesso che ce ne siano. Perché quando la procura di Roma ha chiesto il sequestro preventivo dei suoi beni «fino al raggiungimento del valore complessivo di 45 milioni e 425mila euro», probabilmente si aspettava di trovare ben altro. Finora a Consoli sono stati sequestrati, oltre alla villa da due milioni di euro, i due conti intestati e le azioni. Ebbene, da un uomo che guadagnava due milioni di euro l’anno, ci si aspetterebbe grandi risparmi. E invece no: nei conti corrente di Vincenzo Consoli c’erano più o meno 30mila euro. Nient’altro. E anche le azioni dell’istituto di credito di Montebelluna, per quello che possono valere oggi, sono ben poca cosa: stando al libro soci aggiornato al 18 marzo, risulta detenerne appena mille. Sua moglie, 70mila. A giugno 2014, quando ancora rivestiva l’incarico di direttore generale, stando al prospetto dell’aumento di capitale possedeva 13.720 titoli. Da qui il sospetto dei magistrati che possa aver trasferito delle somme alla moglie Rita. Una convinzione che giovedì ha spinto i pm a ordinare il sequestro preventivo anche dei beni della donna. I conti corrente e i titoli della consorte, in effetti, sono ben più cospicui e superano i quattro milioni di euro.

I finanzieri di Roma e Venezia stanno ancora facendo i conti. Alla villa e al denaro che i coniugi avevano in banca, occorre aggiungere la collezione d’arte che arredava la casa. Sotto sequestro sono quindi finiti dipinti dell’Ottocento, quadri di Federico Andreotti, antiche tele di Maximilian Pfeiler, e un costosissimo Lodewijk Toeput. E poi, una scultura in marmo di Carrara di Guglielmo Pugi e un’altra attribuita a Francesco Barzaghi, vasi giapponesi, un arazzo del XVIII secolo, una coppia di tappeti e un paio di icone russe. Si tratta di opere di pregio e di certo il loro valore supera il milione di euro. Finora la guardia di finanza potrebbe quindi aver messo le mani su meno di dieci milioni di euro. Ne mancano almeno altri 35, per arrivare alla cifra messa nero su bianco dalla procura capitolina. Di sequestri preventivi potrebbe presto doversi occupare anche un’altra procura: quella di Vicenza che sta seguendo la maxi inchiesta sullo scandalo che ha travolto l’altra Popolare del Veneto. Ieri, per assistere all’interrogatorio di garanzia al quale si è sottoposto Vincenzo Consoli, da Roma è arrivato Stefano Pesci, il pm impegnato nell’indagine sull’istituto di Montebelluna. Stando alle indiscrezioni trapelate nel pomeriggio, al termine dell’udienza Pesci avrebbe incontrato Luigi Salvadori, uno dei magistrati che si occupano della Popolare di Vicenza. Un confronto che sarebbe stata anche l’occasione per uno scambio di idee, visto che le due inchieste hanno molti aspetti in comune, a cominciare dalle accuse (aggiotaggio e ostacolo all’attività delle autorità di vigilanza) ma anche dai meccanismi attraverso i quali sarebbero stati commessi gli illeciti, come le operazioni «baciate». E mentre la magistratura si occupa del passato, Veneto Banca guarda già al futuro. Lunedì, nella sede storica di Villa Loredan, è in programma l’assemblea dei soci che dovrà votare la lista dei consiglieri proposta dal Fondo Atlante, che prevede la conferma di Cristiano Carrus come amministratore delegato e di Beniamino Anselmi alla presidenza.

MILANO HA VINTO IL “PREMIO MOBEL” – IL SALONE È UNA GRANDE FESTA DIVENTATA UN RIFERIMENTO A LIVELLO MONDIALE CHE CONTINUA A SUPERARSI: IN SEI GIORNI 434.509 PRESENZE (DA 188 PAESI) – BELPOLITI: “DALL’EXPO IN POI L’IDEA CHE IL MOTORE DI TUTTO SIA L’INCONTRO, LO SCAMBIO, IL COMMERCIO D’IDEE E D’IMMAGINI PRIMA DI TUTTO, NE HA FATTO UN CENTRO PROPULSIVO. I MOBILI NON SONO UN OGGETTO QUALSIASI…”

dagospia.com 23 aprile 2018

1. IL SALONE DEI RECORD

Marco Belpoliti per la Repubblica – Estratto

Mediolanum è l’ antico nome di Milano: città in mezzo alla pianura.

Salone Internazionale del Mobile 2018SALONE INTERNAZIONALE DEL MOBILE 2018

Forse oggi Milano è un’ isola, circondata dal mare della crisi che c’ è attorno nel Paese, fatto salvo il triangolo industriale delle piccole e medio industrie tra Padova, Milano e Bologna. E l’ isola ha tirato fuori il meglio di sé. Il Salone del Mobile è una grande festa, non locale ma internazionale. L’ appuntamento di aprile è diventato un riferimento a livello mondiale. Qui ci sono gli studi di designer e le riviste, e poco fuori, in Brianza le aziende.

…………..

Dall’ Expo in poi l’ idea che il motore di tutto sia l’ incontro, lo scambio, il commercio d’ idee e d’ immagini prima di tutto, ne ha fatto un centro propulsivo: gli altri sono per noi un’ opportunità. Milano è a porte aperte, perché il suo pragmatismo, che è una qualità non solo meneghina, fatta propria da tutti quelli che milanesi diventano, sin dal secondo o terzo giorno in cui ci arrivano. Praticità e volontà di fare.

salone del mobile 2018SALONE DEL MOBILE 2018

La crisi ha spinto Milano a dare il meglio di sé in questi anni. Dal Salone di Fiera Rho, con i suoi espositori ufficiali, al Fuori Salone, con le continue invenzioni di designer, per una settimana Milano è stata in ebollizione, attivissima e inesausta, luogo di mostre, incontri, feste, seminari, presentazioni, scambi.

Se la pianura suggerisce un orizzonte a perdita d’ occhio e induce una malinconia inarrestabile, Milano si affaccia sulle montagne che le fanno da corona, e che in queste settimane sono state come giganti imbiancati che la vegliavano. Poi Milano le sue montagne le ha erette dentro di sé, forse proprio per non cedere all’ inedia e al non-fare: Porta Nuova, City Life, il Bosco verticale, il Diamante. Una selva che punta in alto.

Salone Internazionale del Mobile 2018SALONE INTERNAZIONALE DEL MOBILE 2018

…………

Città di nazionalità diverse, come tante altre metropoli nel mondo, Milano le unisce nell’ etica del lavoro, anche ora che è diventato immateriale, legato alla post produzione, per quanto nelle fabbrichette distribuite nella sua cintura metropolitana e oltre, non si è mai smesso di produrre per l’ industria tedesca o americana.

Zanotta Carlo MollinoZANOTTA CARLO MOLLINO

I mobili non sono un oggetto qualsiasi. Si legano all’ abitare che è una delle necessità primarie degli esseri umani, l’ aver casa, e insieme all’ aspirazione alla bellezza prodotta dalle cose di cui ci circondiamo. Abitare è vivere, e Milano si è costruita la nomea di città del vivere bene, nonostante i problemi nelle periferie e dell’ emarginazione, che pure esiste ed è forte, dove però non si è mai persa la speranza di una vita migliore per tutti. Città del socialismo pragmatico, vive senza apparenti ideologie, anche se una l’ ha iscritta nella sua indole: credere nel futuro.

Salone Internazionale del Mobile 2018SALONE INTERNAZIONALE DEL MOBILE 2018

IL GRANDE BALZO : PIÙ 17% ALLA FIERA

Dal Corriere della Sera

C’ era aria di record: è arrivato. In sei giorni 434.509 presenze (da 188 Paesi): un balzo del 26% rispetto all’ edizione del 2017 e soprattutto del 17% rispetto al 2016, quando come in tutti gli anni pari si svolgono le biennali di cucina e bagno. Il Salone del Mobile compete solo con se stesso, ma continua a superarsi.

Le facce sorridenti dei responsabili della 57esima edizione ricordano quelle soddisfatte degli addetti alle vendite che si muovevano negli stand dei 1.841 espositori. Anche facendo il bilancio, Claudio Luti, presidente del Salone, parla come gli allenatori che il giorno della premiazione meditano sulla stagione a venire – e pensa a una categoria particolare di visitatori.

Salone Internazionale del Mobile 2018SALONE INTERNAZIONALE DEL MOBILE 2018

«Oggi questa manifestazione è così importante che politica e istituzioni ci vengono tutti a trovare, e non solo perché tenuti a farlo ma anche per vedere un modello italiano virtuoso, per capire come incanaliamo forze creative e produttive, emozione e progettazione, cultura di impresa e capacità di lavorare in squadra, e come ci integriamo con la città di Milano».

Sul governo ideale, Luti usa prudenza: «Come imprenditori necessitiamo di continuità di progetti e programmi, siamo abituati a pensare a lungo termine. Chi guida il Paese deve garantire leggi e riforme affidabili, continuità che favorisca gli investimenti». E come rinforzare la squadra? «Investendo in distribuzione e marketing con lo stesso slancio con cui investiamo in creatività e innovazione. Dopo gli anni 70 e 80 ci siamo compiaciuti della nostra bravura nel produrre qualità e non abbiamo guardato fuori. La crisi ha fatto capire che bisogna internazionalizzarsi. Appena lo abbiamo fatto i risultati sono arrivati. Le aziende che funzionano sono quelle con una forte identità. Anche se sono della nicchia».

Zanotta - Carlo MollinoZANOTTA – CARLO MOLLINO

Salone Internazionale del Mobile 2018SALONE INTERNAZIONALE DEL MOBILE 2018

Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo, mescola numeri ed emozioni: «Il Salone nasce come contenitore di business per un settore che vuole correre, tanto che il tasso di investimento in ricerca e sviluppo è salito dal 2,2 al 4,2%. Però è anche un evento sociale: quando vedo i ragazzi qui sui prati capisco che abbiamo creato un clima piacevole attorno a un’industria».

Zanotta MollinoZANOTTA MOLLINO

Non è da tutti. «Sono bastate due edizioni a Shanghai per superare i tedeschi e diventare i primi esportatori in Cina, un 36% in più. Tutti ci aprono le loro porte. Oggi con Mosca c’ è qualche tensione politica ma noi abbiamo portato là 300 aziende italiane. E come mercato del futuro prossimo, siamo interessati all’ India, che è interessata a noi».

Di futuro parla anche Claudio Feltrin, presidente di Assarredo. «Il comparto ha recuperato dalla crisi: non del tutto in termini di fatturato ma sono stati recuperati i posti di lavoro. Dobbiamo pensare ai nuovi modi di arrivare al cliente dall’ e-commerce ai social. Il mercato chiede più prodotti su misura. E con le case che rimpiccioliscono, i mobili si adeguano e devono anche poter seguire proprietari che si spostano: mobili nomadi».

Cassina poltrona RietveldCASSINA POLTRONA RIETVELD

salone del mobile 2018SALONE DEL MOBILE 2018

Paolo Pastorino, presidente di Assobagno, ha un diverso mercato principale, l’ Europa, ma svela che il mercato italiano è in crescita tale da trainare il settore a un +1,5%. «Il consumatore investe di più nel bagno perché si è convinto che ne vale la pena. Le nostre aziende malgrado le dimensioni più piccole rispetto ai marchi tedeschi hanno tenuto il passo e investito in confort e innovazione. E senza avanzare pretese, una maggiore sensibilità politica nei confronti dei nostri investimenti per consentire di risparmiare, igienizzare e ridurre l’ inquinamento potrebbe darci un ulteriore slancio».

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CARLO MESSINA TI DO’ UNA NOTIZIA IN ANTEPRIMA ANCHE SE I TUOI TIRAPIEDI TE L’HANNO GIA DETTA.

 

Caro Messina,

Una Tua Direttrice che evito per correttezza il nome mi risponde venerdì telefonicamente che certe operazioni con i clienti delle banche venete Intesa San Paolo la Banca che Legalmente Rappresenti non le fanno. oggi immediata risposta a Banca d?Italia Roma e Banca D’Italia Torino con risposta entro 24 ore dopodiché’ integrerà’ denuncia – querela alla mia del 28 gennaio 2018 . ti ricordo che con la Tua lettera da te sottoscritta informavi tutti i clienti delle Banche Venete il loro nuovo Iban intendendo tutti i servizi che la Tua Banca (Tua per modo di dire) offriva cioè’ tutti.

Chiedi a questo fenomeno di Direttrice se ha letto cosa e’ il servicer offerto da Banca Intesa alla LCA , se ha letto il contratto del Notaio Marchetti con i relativi addendum , chiedi se ha letto il decreto legge e relativi addendum 99/2017.

Non commento perche tu sai benissimo quale sara’ il commento finale di tutta questa scellerata operazione e le persone che rischieranno il loro posto pagando danni a persone come lo scrivente.

non serve l’Avvocato Severino persona stimata dallo scrivente – quello che non hai capito conta quello che avete scritto – e c’e’ un vecchio detto che dice “IL TROPPO E COME IL POCO STROPPIA” cerca da capirlo senza andare ad Oxford.

un caro saluto

Paolo Politi

CARLO MESSINA OLTRE A NON RISPONDERE MAI A MAIL PUBBLICAZIONI – SI ARROGA PURE IL DIRITTO DI ESSERE IL SALVATORE DELLA PATRIA. CON LE BANCHE VENETE HA DISTRUTTO FAMIGLIE E AZIENDE SOLO IL TEMPO DARA’ RAGIONE AL MIO UMILE E ONESTO PENSIERO. COSA CHE UMILTA’ NON RIENTRA NEL CERVELLO DI CARLO MESSINA – TI VOGLIO RICORDARE CON QUESTO ARTICOLO -FUMO DI INTESA – A LEGGERE I GIORNALI DI OGGI SEMBREREBBE UNA GRANDE VITTORIA DI INTESA SANPAOLO E DELL’AD CARLO MESSINA. IL TITOLO PIÙ RICORRENTE È “INTESA BOCCIA L’IPOTESI GENERALI”, COME SE L’IDEA DI GUARDARE AL GRUPPO ASSICURATIVO TRIESTINO FOSSE STATA DI QUALCUN ALTRO CHE HA COSTRETTO LA POVERA INTESA A CONSIDERARE LA CONQUISTA DEL LEONE. INVECE QUELL’IDEA È NATA NELLA TESTA DI MESSINA. NULLA DI MALE, PUÒ SUCCEDERE ANCHE ALLA PRIMA BANCA ITALIANA DI INCAPPARE IN UNA FIGURA DI MERDA

FUMO DI INTESA – A LEGGERE I GIORNALI DI OGGI SEMBREREBBE UNA GRANDE VITTORIA DI INTESA SANPAOLO E DELL’AD CARLO MESSINA. IL TITOLO PIÙ RICORRENTE È “INTESA BOCCIA L’IPOTESI GENERALI”, COME SE L’IDEA DI GUARDARE AL GRUPPO ASSICURATIVO TRIESTINO FOSSE STATA DI QUALCUN ALTRO CHE HA COSTRETTO LA POVERA INTESA A CONSIDERARE LA CONQUISTA DEL LEONE. INVECE QUELL’IDEA È NATA NELLA TESTA DI MESSINA. NULLA DI MALE, PUÒ SUCCEDERE ANCHE ALLA PRIMA BANCA ITALIANA DI INCAPPARE IN UNA FIGURA DI MERDA

DAGOREPORT

renzi messinaRENZI MESSINA

A leggere i giornali di oggi sembrerebbe una grande vittoria di Intesa Sanpaolo e dell’Ad Carlo Messina. Il titolo più ricorrente è “Intesa boccia l’ipotesi Generali”, come se l’idea di guardare al gruppo assicurativo triestino fosse stata di qualcun altro che ha costretto la povera Intesa a considerare la conquista del Leone.

Invece quell’idea è nata in Intesa ed è stata la stessa Intesa che, dopo averla considerata, ha deciso di non perseguirla. Nulla di male, può succedere anche alla prima banca italiana di incappare in una figura di merda, con coté di andamento anomalo dei titoli delle due società sul mercato nelle ultime cinque settimane in preda ai rumors.

MESSINAMESSINA

La verità è che una banca seria come Intesa e un amministratore delegato capace come Messina ha fatto quello che doveva fare: andare dei propri investitori in giro per il mondo e capire se c’era consenso su questa operazione (intervallato da una settimana a sciare, il che aveva fatto capire già sul raffreddamento rispetto all’idea della grande scalata).

Il consenso dei grandi fondi americani non c’è stato, anche perché i numeri non giravano, per non parlare di problematiche regolatorie molto difficili da superare. Inoltre l’acquisizione di Generali da parte di Intesa avrebbe portato a uno spezzatino della compagnia triestina con il triste paradosso di indebolirla per prenderne il possesso.

Le cronache hanno ammantato la non-operazione come uno slancio patriottico di Intesa Sanpaolo per proteggere l’italianità delle Generali. Come se una grande istituzione finanziaria controllata per oltre i due terzi da investitori internazionali può permettersi il lusso di sostituire i profitti con approcci risorgimentali.

PUTIN MESSINA GLASENBERGPUTIN MESSINA GLASENBERG

I commenti di molti quotidiani all’indomani della resa della banca torinese, hanno raggiunto picchi esilaranti nello spiegare che alla fine la banca di Bazoli-Guzzetti ha rinunciato quando ha capito che, per il solo fatto di aver annunciato l’intenzione di difendere le Generali, ha scoraggiato le cattive Axa e Allianz da qualunque mira su Trieste.

carlo messinaCARLO MESSINA

A sostegno di questa tesi degna di una raccolta di fiabe, sarebbero state portate le dichiarazioni del CEO tedesco di Axa, Buberl, che il giorno prima ha dichiarato che non esiste alcuna ipotesi generali a Parigi. Peccato che Buberl lo avesse fatto già altre quattro volte negli ultimi sei mesi, e il suo predecessore de Castries almeno una decina in altrettanti anni.

Stessa versione è stata fornita dalle Generali a più riprese, anche dall’attuale amministratore delegato Donnet. Peraltro, per quanto il mercato sia anche il posto di raider e scorribande, esiste un minimo di regole: quando il capo di un’azienda quotata in borsa dichiara ripetutamente più volte qualcosa in modo ufficiale, è difficile che poi possa allegramente fare un voltafaccia, e dire a tutti: abbiamo scherzato.

BAZOLI GROS PIETRO MESSINABAZOLI GROS PIETRO MESSINA

Ancora più iperbolico è stato lil voltafaccia dei giornaloni nel considerare il ruolo di Unicredit. Prima dell’aumento di capitale e quando la banca milanese era in difficoltà, il suo ad Mustier era anch’egli visto, in quanto francese, parte di quell’asse del male (appunto Mustier Bollore Donnet ) dedito a far calare i lanzichenecchi sul patrio suolo.

philippe donnet gabriele galateri di genolaPHILIPPE DONNET GABRIELE GALATERI DI GENOLA

All’improvviso, tutto d’un tratto, leggendo i giornali di oggi ci si rende conto che invece Mustier è diventato il paladino dell’italianità delle Generali, più credibile di un Garibaldi o di un Cavour, con tanto di onori ricevuti a Palazzo Chigi. Insomma, retromarcia compagni!, ora che Mustier ha fatto l’aumento di capitale ed è ritornato forte, si può considerare, ça va sans dire, un amico.

messina bazoliMESSINA BAZOLI

Aldilà delle ricostruzioni di parte, la verità è che Intesa ha studiato un’operazione stramba, l’ha fatto escludendo fin dall’inizio le persone che all’interno della banca erano più esperte sul tema, l’ha voluta dipingere come un gesto patriottico, ma alla fine ne è uscito un bel pasticcio. La vicenda potrebbe anche non intaccare la reputazione di Messina, a patto che chiusa la stagione delle suggestioni, si riapra quella dei piani e delle strategie.

philippe donnet gabriele galateri di genola alberto minaliPHILIPPE DONNET GABRIELE GALATERI DI GENOLA ALBERTO MINALI

Per quanto riguarda Generali, il logico epilogo di una non scalata da parte di Intesa è un fatto positivo perché dal punto di vista industriale l’operazione avrebbe comportato molti rischi non solo per gli azionisti della banca, ma anche per la compagnia assicurativa, che è uno dei pochi gruppi internazionali che esistono in Italia.

Il problema però è che Generali e meno gigante dei suoi competitors, e se c’è una cosa che la vicenda intesa ha dimostrato, e che oramai le porte sono state aperte. Prima del tentativo di Messina, infatti, nessuno aveva mai osato tanto nei confronti delle Generali.

alberto nagel carlo messinaALBERTO NAGEL CARLO MESSINA

Adesso invece, ritirate le truppe garibaldino-piemontesi, la strada è rimasta aperta per altri che abbiano le idee e i soldi. Le Generali e i suoi azionisti, Intesa o non Intesa, difficilmente potranno restare nello status quo se le dimensioni non cresceranno in modo significativo al più presto.

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER

CARLO MESSINA NON RISPONDE MAI VOGLIAMO RICORDARLO CON UNO DEI TANTI ARTICOLI PUBBLICATI

Consulente accusa, Sanpaolo Invest risponde

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Un cf denuncia la difficile situazione dei professionisti di minor portafoglio, la rete del gruppo Fideuram ISPB replica alle contestazioni.

Marco Muffatodi Marco Muffato21 marzo 2018 | 08:25

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un consulente finanziario di Sanpaolo Invest (che preferisce mantenere l’anonimato) descrittiva di una difficile situazione interna dei professionisti di minor portafoglio. In considerazione dei fatti riportati e per par condicio, Bluerating.com ha chiesto alla società del gruppo Fideuram ISPB di replicare. Risposta che Sanpaolo Invest ha accettato di dare.

Ecco il testo della missiva del consulente finanziario:

“Lavoro in Sanpaolo Invest da diverso tempo e in questo inizio di anno durante la Convention di area, l’area manager ci ha illustrato le linee guida per il 2018, con drive la raccolta netta totale invece della solita gestita. Da pochi giorni diversi colleghi, con portafoglio inferiore ai 5 milioni di euro, sono stati convocati dai rispettivi regional manager: è stato comunicato loro l’inserimento nella nuova categoria “improduttivi” e posti di fronte a un fatto sconcertante e umanamente esecrabile. Due le possibilità: cancellazione dall’Albo con un minimo di 24 mesi, perdita del proprio portafoglio e pagamento del 150% dell’indennità di portafoglio oppure terminazione da parte dell’Azienda. A questa purga staliniana sono stati associati 428 private banker per una massa di 3 miliardi di euro.Indice di improduttività è la raccolta netta negativa per 3 anni mentre l’indice di valorizzazione non è presente.Peccato che alcuni dei soggetti interessati abbiano raccolto cifre nel 2017 per importi prossimi al milione. La verità è un altra: è stato fucilato chi non ha approfittato delle occasioni date dall’Azienda e specificatamente prodotti wrapper, gestioni patrimoniali con forte presenza di prodotti interni e pronti contro termine (i quali non forniscono alcuna remunerazione al pb). Prossima mossa la fucilazione della fascia dai 5 ai 10 milioni di euro.Cadono le teste dei group manager in vortice di revoche di incarichi accessori. La futura Intesa Private banking sarà solo per pochi eletti portafoglisti o beneficiari di riassegnazioni dei terminati. Lascio a lei tutte le considerazioni del caso e l’eventualità di dare voce a questa carneficina che passa per le armi intere famiglie “.

 Alle parole del proprio consulente finanziario Sanpaolo Invest ha così replicato:

“Sanpaolo Invest precisa che quanto indicato nella lettera non rappresenta in maniera corretta le iniziative che vengono avviate in maniera costante – anno dopo anno – volte a mantenere e migliorare gli standard qualitativi del livello di servizio prestato alla clientela, grazie a una rete di oltre 5.900 private banker a livello di divisione, riconosciuti tra i migliori del settore, perché selezionati, formati e seguiti nel tempo con estrema attenzione.Periodicamente vengono avviate azioni che rientrano nelle normali politiche di ottimizzazione, che ogni azienda intraprende per migliorare il livello del servizio, continuare a creare valore per la società e per i professionisti che scelgono di lavorarci, a beneficio del cliente finale. Queste azioni hanno sempre, come primo obiettivo, la crescita professionale e commerciale dei nostri consulenti, per raggiungere gli standard indispensabili in un contesto sempre più complesso”.

Intesa SanPaolo: nuova settimana e nuove truffe per svuotare il conto corrente, come difendersi

Da

Dario D’Orazi 23 aprile 2018 tecnoandroid.it

Intesa SanPaolo è una delle banche italiane più utilizzate dopo Unicredit e proprio in questo inizio settimana stanno arrivando nuove truffe riguardo i conti correnti.

intesa sanpaoloLe truffe online sono sempre più diffuse dal momento che l’utilizzo di internet è ormai abitudine di tutti per accedere ai propri conti e per effettuare acquisti sui siti e-commerce. Vittime di tentativi di Phishing sono i clienti della banca Intesa San Paolo.

È proprio questo che sta avvenendo, sempre più numerosi sono i clienti che stanno ricevendo mail con un testo uguale o simile a questo: “Gentile cliente, cartella esattoriale nr 7230/2018 procedimento sanzionatorio amministrativo nr 46520/2018 raccomandata in allegato direttamente nella sezione online del sito Intesa Sanpaolo, accedere al sito cliccando qui”. Cliccando sul link riportato dalla mail-truffa ci si collegherà ad un sito simile a quello della suddetta banca, ma le credenziali digitate dai clienti saranno utilizzate dai truffatori per effettuare disposizioni Mybank e, quindi, pagamenti online.

In seguito alle diverse segnalazioni dei clienti, la banca ricorda che non chiede mai in una email i dati personali e/o finanziari dei propri clienti o i dati di accesso al conto online e, pertanto, suggerisce di consultare la pagina del sito ufficiale nella sezione SICUREZZA, in cui si spiega come riconoscere questo tipo di messaggi inviati dai phisher, sottolineando che a volte bastano piccole precauzioni per evitare di esserne vittima.

Bisognerebbe, innanzitutto, proteggere la propria posta elettronica, verificando sempre il mittente alla ricezione di mail sospette, successivamente si invita a non cliccare mai direttamente sul link qualora non si fosse sicuri della provenienza del messaggio e di non aprire gli allegati all’interno dei messaggi email o SMS. Infine, sarebbe sempre più opportuno digitare direttamente l’url del sito www.intesasanpaolo.com nel browser.

Nel momento in cui si riceve una mail che riconosciamo essere una truffa, prima di cancellarla è opportuno inoltrarne una copia alle autorità competenti e avvisare la banca o gli altri interessati, in modo che possano prendere ulteriori disposizioni contro il sito falso e informare gli altri clienti.

Se invece ci accorgiamo di aver istintivamente inviato i nostri dati e codici in seguito alla ricezione di un messaggio, divenendo vittime di una truffa online, allora la prima cosa da fare è cambiare il Codice PIN e contattare la Filiale Online provvedendo a bloccare il conto qualora ci fossero stati tentativi di accesso fraudolenti.

Purtroppo non solo i clienti di Intesa San Paolo sono le vittime di tali truffe online, ad essere coinvolti sono anche i clienti di altri istituti di credito; con l’aumento dell’utilizzo della tecnologia si sono moltiplicati i truffatori che utilizzano, o cercano di utilizzare, tali metodi per frodare la gente. Perciò bisogna fare attenzione alle mail che riceviamo ed informando del pericolo anche gli altri.

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RIMANGO BASITO NEL LEGGERE QUESTA NOTIZIA CHE LA PRIMA BANCA ITALIANA TECNOLOGICAMENTE AVANZATA A DETTA DEL SUO CONSIGLIERE DELEGATO CARLO MESSINA SUCCEDA TUTTO QUESTO. NON PARLIAMO DELLA BCC VATTELAAPESCA – MA CIO’ E’ IN SINTONIA CON QUANTO SUCCESSO CON LE BANCHE VENETE MIGRAZIONE, CONTRATTI DI RAMO DI AZIENDA, DECRETO LEGGE ECCCC… SPERIMO CHE IL CALDERONE SCOPPI IL PRIMA POSSIBILE PER COLUI CHE VUOLE DARE LEZIONI AD OXFORD DI FINANZA E MI RIFERISCO A CARLO MESSINA E IL SUO GRUPPETTO DI FEDELI AD INIZIARE DA BARRESE E COMPANY

Fonte: http://www.tecnoandroid.it/2018/04/23/intesa-sanpaolo-nuova-settimana-e-nuove-truffe-per-svuotare-il-conto-corrente-341536

Banche, studio First Cisl su compensi vertici, Romani, serve legge di sistema

http://www.firstcisl.it/ 23 aprile 2018

E’ stato ripreso da tanti siti on line il servizio che “Ansa live” ha dedicato alla ricerca di First Cisl sugli stipendi percepiti dai top manager nelle banche italiane. Il rapporto pubblicato dall’ufficio Studi di First Cisl, diretto da Riccardo Colombani, ha destato stupore nell’opinione pubblica che ha appreso come 3 vite di lavoro dei bancari, in alcuni casi, non sono sufficienti a ripagare lo stipendio di un solo anno corrisposto ai maggiori super manager che operano negli istituti bancari nazionali.

Sulla vicenda è intervenuto il Segretario generale di First Cisl, Giulio Romani che ha lanciato una proposta ribadita in ogni presentazione di AdessoBanca!, il manifesto “per la tutela del risparmio e del lavoro” elaborato dalla Cisl e da First Cisl”. “Serve una legge che raccolga le norme europee e internazionali – spiega Romani – e che almeno un terzo dei salari manageriali debba essere vincolato all’effettivo conseguimento di obiettivi, verificabili, di natura sociale quali, ad esempio, la crescita dell’occupazione, la stabilità di valore dei prodotti finanziari emessi, la qualità del credito erogato e l’offerta di educazione finanziaria alla clientela”.

Il servizio su di un argomento di grande interesse è stato pubblicato on line anche dai seguenti organi d’informazione: “Il Sole 24.com”, “msn.com”, “giornaletrentino.it”, “video.virgilio.it”, “Il Giornale di Vicenza.it”, “L’Arena.it”, “Bresciaoggi.it”, “gazzettadiparma.it”, “altoadige.it”, “quotidiano.net”.

Per vedere il servizio cliccare su “Ansa Live”

Ausili per disabili: i maxi appalti ‘sono una vittoria delle lobby’

Lorenzo Martini business Insider.com 23 aprile 2018

«La lobby di chi riesce a gestire le gare in maniera “adeguata” ha avuto la meglio sulle associazioni dei disabili». È lapidario il giudizio di Maria Teresa Agati, presidente del centro Studio e Ricerca Ausili Tecnici per Persone Disabili di Confindustria, sui nuovi Lea (Livelli Essenziali di Assistenza) approvati nel 2017 dal Ministero della Salute. Oggetto dei suoi strali, la rivoluzione nei metodi d’acquisto di protesi e ausili. Carrozzine, lettini, apparecchi acustici ecc… Un mercato enorme, stimato dal Ministero in circa 1,5 miliardi l’anno, sebbene neppure sui dati vi sia accordo.

Con i nuovi Lea è stato infatti disposto che tutti gli ausili dovranno essere acquistati attraverso maxi gare. E proprio qui è il problema, perché per Agati, «ogni disabilità è diversa da un’altra e spesso richiede ausili personalizzati». L’esempio più chiaro è quello delle carrozzine ultraleggere: oggi il mercato offre decine di modelli, perché ogni utente ha esigenze particolari, pur all’interno della stessa patologia. Fino alla riforma, il Sistema sanitario nazionale ha utilizzato un prontuario, il “Nomenclatore”, che indicava tutte le tipologie di dispositivi di serie o su misura che potevano essere erogati e il budget per ognuno. Così, per una carrozzina ultraleggera ogni utente sapeva di poter contare su un rimborso da circa 1.200 euro e poteva, in base anche alla prescrizione del medico, scegliere la più adatta a sé tra decine di modelli.

Ora, invece, con le maxi gare, il disabile avrà solo un modello utilizzabile.

«Quello delle gare è un sistema contestato da tutte le associazioni del mondo della disabilità», continua Agati, «perché è propedeutico al fatto che si possa indirizzare gli affidamenti… Il sistema di prima, sebbene imperfetto, consentiva all’utente di scegliersi il fornitore più idoneo e garantiva più controllo sulla spesa pubblica. Abbiamo l’impressione che chi gestisce i grossi appalti abbia spinto per abbracciare questo sistema, perché una maxi gara è sicuramente più indirizzabile di un acquisto one by one…».

Accusa pesante. In effetti si tratta di un paradosso, considerando le recenti polemiche dopo l’arresto dei quattro luminari milanesi degli ospedali Pini e Galeazzi di Milano per le tangenti intascate proprio sugli acquisti di protesi fatte al di fuori delle gare.

Qui invece, sarebbero proprio le gare a rendere il mercato più a rischio, oltre che meno efficiente. Altro paradosso: con il sistema delle tariffe oggi non ci sono differenze di prestazioni a livello nazionale, con quello delle gare, che saranno gestite a livello regionale o provinciale, invece sì. Inoltre, non è detto che le Asl che pagheranno di più avranno poi i prodotti migliori.

Ma se le gare sono così osteggiate, perché si è scelto l’affidamento pubblico che oggi, in regime di transizione, convive con quello a tariffa?

Lobby a parte, un peso l’hanno avuto le evidenti sperequazioni che il sistema a tariffe portava con sé. D’altra parte, non è facile individuare la tariffa più adeguata da pagare per ogni singolo prodotto, data anche la velocità di innovazione del mercato e il numero di produttori presenti. Tornando alla nostra carrozzina, per quella “normale”, da anziani, lo stato oggi riconosce 700 euro, ma nelle ortopedie si possono acquistare a 200. Quindi lì la tariffa fa acqua, soprattutto perché i riconoscimenti monetari risalgono al 2000 e non sono mai state adeguati.

Ma le criticità non finiscono qui: mentre il parlamento dibatteva del nuovo sistema, la Simfer (Società scientifica dei medici di medicina fisica e riabilitativa, cioè i medici che prescrivono i presidi) ha stilato un elenco di 12 tipologie di ausili che assolutamente non avrebbero potuto andare a gara perché “per le loro caratteristiche e per le specifiche necessità funzionali dell’utenza cui sono destinati necessitano di un percorso prescrittivo individualizzato e di un appropriato percorso valutativo condotto da un’equipe multidisciplinare nonché di un adeguato training all’uso, al fine di garantire la massima personalizzazione e aderenza alle esigenze degli utenti, obiettivi difficilmente raggiungibili mediante procedure di gara”. Insomma, ausili tanto specialistici e personali che nessun bando di gara potrebbe contemplarli. Il governo ha accolto tale indicazione nell’art. 30 bis della Legge di Bilancio del 2017. Peccato che tale norma sia stata totalmente disattesa.

L’esempio è la maxi gara bandita dalla regione Basilicata – prima e unica gara pubblica indetta dall’entrata in vigore dei Lea -, dove i 12 presidi da lasciare a tariffa sono stati “dimenticati”.

«Quella è una gara oscena», spiega ancora Agati, «basta vedere il lotto 1 dal valore di sei milioni, che mette insieme 12 tipologie diverse di ausili, dalla calotta per il piede, al kit per anca e tronchi, alla sedia comoda per doccia, al rialzo per wc. C’è di tutto. Ma se metti insieme tante cose diverse, è pensabile che si avrà una buona qualità per una tipologia e bassa per altre».

Contro tale gara, l’Associazione Luca Coscioni ha presentato una diffida, rimasta fino a oggi lettera morta.

Ma se le tariffe sono inefficienti e le gare pure, come se ne esce? L’ideale, secondo le associazioni, sarebbe un sistema misto, dove vadano a gara per abbassarne i prezzi solo alcuni presidi, quelli standard che non necessitano di personalizzazioni, come materassi o sollevatori.

Per quelli invece che per loro natura non possono rientrare nei rigidi schemi dei bandi, si potrebbe rimanere col sistema tariffario. «Si potrebbe pensare a un Repertorio, come per i farmaci: chi vuole fornire un prodotto personalizzato lo registra –  marca, modello, prezzo – e lo Stato ogni anno rivede le tariffe e paga il presidio con il prezzo minore», propone l’associazione Coscioni.

In questo modo il mercato sarebbe dinamico, competitivo e più limpido. In assenza di un unico fornitore, l’utente potrebbe scegliere l’ausilio più idoneo e si eliminerebbe il rischio delle gare pilotate.  Inoltre, rivedendo le tariffe ogni 6/12 mesi, lo Stato risparmierebbe, perché i produttori, sapendo che più il prezzo è basso più ausili vendono, sarebbero incentivati ad abbassare i costi in una sorta di gara continua. Se invece si deciderà di proseguire con i maxi appalti, tutto ciò non avverrà. E a pagare (due volte, da contribuenti e da utenti) saranno i disabili italiani.

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