Lettera del prof. Savona al direttore de Il Sole24Ore.

Scenari economici.it 24aprile 2018

Pubblichiamo la lettera che il prof. Paolo Savona ha inviato al direttore de Il Sole24Ore dott. Guido Gentili,

Direttore il Sole 24 Ore

Il Sole 24 Ore/ 24 aprile 2018

Caro direttore,

il suo quotidiano solleva con la giusta insistenza la necessità di avere un governo dotato di pieni poteri perché in questi giorni si va decidendo la riforma dell’Unione Europea, argomento che pare non rientrare tra i problemi che assillano i protagonisti della trattativa politica in corso.Sempre il suo quotidiano ha fornito una chiara informazione sulle proposte dei due partiti che hanno i numeri in Parlamento affinché un eventuale loro Governo non abbia solo i pieni poteri necessari, ma anche come li eserciterà. La conclusione è che i loro programmi non si conciliano con i patti europei vigenti, ancor meno con la riforma europea di cui si parla, sui quali sarebbe opportuno dare contezza agli elettori. Di fronte all’impossibilità “d’avere i numeri” perché si formi una coalizione di governo diversa, aleggia la possibilità che, per evitare una probabile crisi, il Paese sarà posto di fronte al dilemma di sottostare alla volontà europea di un’ulteriore perdita della sovranità fiscale in cambio di un’assistenza finanziaria (Grecia docet) che comporterà una tassazione massiccia e tagli salariali “per rientrare nei parametri di bilancio pubblico”. Il risultato sarebbe una nuova caduta del PIL e dell’occupazione e il problema politico si tramuterebbe in uno di stabilità sociale, come già i risultati elettorali indicano stia accadendo.

La soluzione non può se non essere quella che il Presidente Mattarella non accetti un Governo che ponga il Paese in questa condizione, anche perché non rifletterebbe la volontà degli elettori, rinvii alle Camere il Governo Gentiloni e indica nuove elezioni inviando allo stesso tempo un messaggio al Parlamento in cui chieda chiarezza sulla collocazione dell’Italia nell’Unione Europea. Le proposte di approvare un reddito di cittadinanza (o come lo si chiami), di eliminare la legge Fornero e di attuare altre costose promesse vanno collocate realisticamente in questa scelta. È ciò che ho chiamato Piano A per restare in Europa. Se invece si seguono disegni velleitari, i partiti facciano sapere quale sia il loro Piano B per uscire dall’Europa. Speriamo che politici ed economisti sappiano valutare questa volta le conseguenze dell’una o dell’altra scelta sul piano pratico. Il quesito è: vogliamo o no affrontare questo problema centrale per il futuro del Paese o continuiamo a girarci attorno nella speranza che i problemi si risolvano da soli e le soluzioni continuino a non essere scelte democraticamente come da troppi decenni accade?

La ringrazio per l’ospitalità.

Paolo Savona

BUON 25 APRILE A TUTTI GLI ITALIANI DI BUONA VOLONTA’ E SPERIAMO ANCHE AI PARTITI.

Scenarieconomici.it 24 aprile 2018

Notare come eravamo ridotti nel 1945, giusto per far riflettere.

Cari 5 Stelle vorrei ricordare una piccola questione: I punti del programma ELETTORALE che avete presentato agli elettori non è che sono nati in oscure segreterie di partito ma sono stati “creati” con un serrato dibattito in rete.

A questo proposito vi vorrei ricordare quanto è stato fissato nel “PROGRAMMA ELETTORALE IN PILLOLE” ALLA VOCE  “PROGRAMMA AFFARI ESTERI”:

“E’ obiettivo prioritario salvaguardare la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale di ogni singolo paese.

Deve rispettarsi in questo quadro la sovranità territoriale, politica, alimentare, energetica, culturale e monetaria di ogni paese; il diritto irrinunciabile alla difesa della propria indipendenza– contrastando ogni forma di colonialismo o neocolonialismo con ogni mezzo, per il raggiungimento o il mantenimento della sovranità.”

La vogliano difendere solo per i paesi terzi tutta questa sovranità?

Spero vivamente che oltre alla parte “buona” dell’insegnamento di Macchiavelli nel “Principe”:

da Wikipedia:

“Per Machiavelli la storia è il punto di riferimento verso il quale il politico deve sempre orientare la propria azione. La storia fornisce i dati oggettivi su cui basarsi, i modelli da imitare, ma indica anche le strade da non ripercorrere. Machiavelli si basa su una concezione ciclica della storia: “Tutti li tempi tornano, li uomini sono sempre li medesimi”. Ma ciò che allontana Machiavelli da una visione deterministica della storia è l’importanza che egli attribuisce alla virtù, ovvero alla capacità dell’uomo di dominare il corso degli eventi utilizzando opportunamente le esperienze degli errori compiuti nel passato.

 Non a caso il Principe, nella conclusione, abbandona il suo taglio cinico e pragmatico per esortare i sovrani italiani, con una scrittura più solenne e venata di un certo idealismo, A RICONQUISTARE LA SOVRANITÀ PERDUTA E A CACCIARE L’INVASORE STRANIERO. Non c’è rassegnazione nel Principe, né tanto meno sfiducia nei confronti dell’uomo. La storia è il prodotto dell’attività politica dell’uomo per finalità terrene esclusivamente pratiche. Lo stato, oggetto di tale attività, nella situazione politica e nel pensiero del tempo si identifica con la persona del principe.”

Non si scivoli nella parte cinica che ha pervaso nei millenni l’umanità:

“Di conseguenza l’attività politica è riservata solo ai grandi protagonisti, ai pochi capaci di agire, non al “vulgo” incapace di decisione e di coraggio. L’obiettivo è creare o conservare lo stato, una creazione individuale legata alle qualità e alla sorte del suo fondatore: la fine del principe può determinare la fine del suo stato, come capitò ad esempio a Cesare Borgia. Il Machiavelli ha dunque un’importanza fondamentale per la scoperta che la politica è una forma particolare autonoma di attività umana, il cui studio rende possibile la comprensione delle leggi da cui è perennemente retta la storia.”

Macchiavelli ha visto di persona e perfettamente compreso (1497 il “falò delle vanità” fa scempio della bellezza di Firenze a causa della fiammata “talebana” causata dalla predicazione del Savonarola) gli aspetti negativi e la BARBARIE che il fanatismo e la cieca sete di potere dell’animo umano possono creare.

Se il M5S farà un accordo col PD dopo 5 anni di battaglia contro lo scempio del paese sarà un tradimento della volontà dei sostenitori. Voglio solo ricordare che il 25 aprile si celebra la fine di una guerra e di una occupazione tedesca con orrori inenarrabili per il popolo italiano.

Come sosteneva Andreotti (personaggio indubbiamente abile allievo di Macchiavelli nel bene del paese e nei “lati oscuri”): MI PIACE COSI’ TANTO LA GERMANIA CHE PREFERISCO VEDERNE DUE, PERCHE’ QUANDO SARA’ DI NUOVO UNA  PER L’EUROPA SARA’ DI NUOVO UN GROSSO PROBLEMA.

Quindi cari 5 Stelle prima di allearvi con i maggiordomi e viceré tedeschi del PD pensateci bene.

Buon 25 aprile a tutti.

Marco Santero

Raiffeisen, spediti falsi estratti conto a 114 clienti

https://www.tio.ch 23 aprile 2018

La banca ha spiegato il contrattempo con un malfunzionamento presso un provider esterno

SAN GALLO – La settimana scorsa, a causa di una panne informatica che potrebbe avere origine dolosa, 114 clienti del Gruppo Raiffeisen si sono visti recapitare per posta degli estratti conto farlocchi. Ad indicarlo all’ats è stata la stessa Raiffeisen che ha confermato una notizia del portale finanziario “Inside Paradeplatz”.

Raiffeisen ha spiegato il contrattempo con un malfunzionamento presso un provider esterno. L’invio degli estratti conto falsi risale al 17 di aprile scorso e riguarda un po’ tutte le regioni della Svizzera, ha affermato un portavoce della banca.

Nel frattempo è stato possibile identificare, e risolvere, le cause dell’invio non previsto delle comunicazioni. La banca ha anche adottato accorgimenti affinché ciò non si ripeta. Lo stesso ha fatto il fornitore esterno.

Raiffeisen è in contatto con le diverse filiali coinvolte e ha avvertito l’organo di sorveglianza dei mercati finanziari. È stata inoltre presentata una denuncia contro ignoti, dal momento che si tratta di una violazione del segreto bancario.

Una panne simile si era già verificata nel 2014, ma quella volta a danno della banca Coop. Anche in questo caso si trattò dell’invio di estratti conto falsificati. All’epoca furono toccati 43 mila clienti che quale risarcimento ricevettero un abbonamento ferroviario.

UBS, utile trimestrale in crescita del 19%

tvsvizzera.it 23 aprile 2018

Paradeplatz a Zurigo in un giorno di bel tempo, tram sulla sinistra e sede dell'UBS sul fondo.
Zurigo, Paradeplatz. In fondo, la sede centrale di UBS.

(© KEYSTONE / GAETAN BALLY)

Nel primo trimestre del 2018, UBS ha registrato un utile netto di 1,51 miliardi di franchi. Il numero uno del settore bancario svizzero, che ha diffuso i risultati lunedì, segna una progressione del 19,3% su base annua.

L’istituto finanziario, in tre mesi, ha eguagliato l’utile netto dell’intero 2017. L’utile ante imposte, precisa una notaLink esterno, è di 1,97 miliardi, in rialzo del 16,7%.

UBS approfitta dunque della ripresa congiunturale globale e migliora le sue prestazioni in tutte le sue divisioni. I numeri “dimostrano ancora una volta la forza del nostro business diversificato”, commenta il CEO Sergio Ermotti.

In Asia e America i risultati migliori

La strategia di Ermotti -meno rischi, più attenzione ai clienti facoltosi, una presenza forte in Svizzera- si è dimostrata pagante, ma il lavoro non è finito: la banca continuerà a investire “sull’efficienza”.

Nel corso del periodo in rassegna, UBS è riuscita a controllare meglio i propri costi d’esercizio, scesi rispetto a dodici mesi fa del 2% a 5,73 miliardi. I ricavi operativi sono invece aumentati del 2,2% a 7,7 miliardi.

In Asia e in America, dove complessivamente ha acquisito patrimoni in gestione per 50 miliardi, UBS raccoglie i risultati migliori.

VIDEO

https://www.rsi.ch/play/tv/telegiornale/video/23-04-2018-trimestre-da-record-per-ubs?id=10391816&startTime=0.000333&station=rete-uno

La guerra dei dazi fra Cina e Stati Uniti crea tuttavia incertezza e avrà conseguenze concrete anche per il colosso bancario.

Il confine si sposta e il rifugio finisce in Svizzera

tvsvizzera.it 24 aprile 2018

La cresta del Cervino
La cresta del Cervino

(Keystone)

Con lo scioglimento dei ghiacciai si è spostato in alcuni tratti il confine tra Italia e Svizzera lungo le Alpi. E questo fatto incomincia a creare qualche piccolo grattacapo.

Lo sta sperimentando la società proprietaria dell’omonimo rifugio Guide del Cervino (o Testa Grigia), a 3’480 metri sul Plateau Rosa che secondo le ultime rilevazioni sarebbe sconfinato per tre quarti in territorio elvetico.

La cosa di per sé potrebbe sembrare irrilevante senonché recentemente sono sorti i primi problemi, quando la società delle guide, proprietaria dell’immobile, ha tentato di avviare l’iter per la ristrutturazione che rischia di non poter proseguire, intrappolato nel groviglio delle competenze tra il comune valdostano di Valtournenche e quello altovallesano di Zermatt e delle differenti normative nazionali. Della questione si occuperà una Commissione paritetica in programma dal 2 al 4 maggio prossimi.

(1)

La regione del Plateau Rosa dove si trova il rifugio Guide del Cervino (Testa Grigia)

Tutto nasce dal “confine mobile” tra Italia e Svizzera previsto da un accordo bilaterale del 2009. Un’invenzione resa necessaria dopo che lo scioglimento dei ghiacciai ha cancellato i riferimenti storici: il confine coincide ora con la linea di cresta che nel frattempo è emersa e che nei pressi del Piccolo Cervino (o Klein Matterhorn) taglia a metà il rifugio e anche l’adiacente scuola di sci.

Lo spostamento del confine in seguito allo scioglimento dei ghiacci
Diagramma dello scioglimento dei ghiacci

(Ufficio federale di topografia swisstopo)

Confini mobili

Il diagramma illustra chiaramente l’influenza dello scioglimento dei ghiacciai sul tracciato del confine nel caso della regione di Zermatt. Dal 1940 al 2000 il livello del ghiacciaio si è abbassato e la linea spartiacque si situa sulla roccia. L’arretramento è compreso tra i 100 e i 150 m.
Dei 578 km di linee spartiacque tra l’Italia e la Svizzera, solo 40 circa si trovano su campi di neve o ghiacciai. Sugli altri confini alpini con la Francia e l’Austria, non ci sono né campi di neve né ghiacciai suscettibili di spostamento e tutto il confine si colloca sulla terra ferma.

Link:     Ufficio federale di topografia SwisstopoLink esterno
Le spiegazioni di Swisstopo sullo spostamento dei confiniLink esterno

Cassa depositi e prestiti, ecco le grandi manovre tra fondazioni e politici per i nuovi vertici di Cdp

 startmag.it 20 aprile 2018

giuseppe guzzetti

Fatti, nomi e indiscrezioni sulle manovre in corso tra fondazioni bancarie e maggiori partiti (come M5S) per il prossimo rinnovo dei vertici della Cassa depositi e prestiti. L’articolo di Michele Arnese

Grandi manovre in corso tra fondazioni bancarie, partiti vittoriosi alle elezioni del 4 marzo e management della Cassa depositi e prestiti.

Motivo? La prossima scadenza dei vertici della Cdp, controllata all’82,7% dal Tesoro e per il 15,9% dalle fondazioni di estrazione creditizia rappresentate dall”Acri, l’associazione presieduta da Giuseppe Guzzetti.

Proprio Guzzetti è attivissimo sul dossier Cdp, come peraltro è stato notato sulla mossa della Cassa che ha deciso di entrare a sorpresa nel capitale di Tim, facendo innervosire Vivendi e provocando moti di giubilo in Elliott. Una mossa, peraltro, non ostacolata – anzi – né dalla Lega (che secondo Giancarlo Giorgetti comunque non era stata informata, come ha detto a Otto e Mezzo da Lucia Annunziata) né dal Movimento 5 Stelle (come Start Magazine ha scritto)

In questi giorni il dominus dell’Acri a diversi interlocutori ha disegnato questo quadro per la Cassa, dopo aver sondato anche esponenti di spicco del Movimento guidato da Luigi Di Maio. Poiché la presidenza di Cdp è espressione delle fondazioni bancarie, Guzzetti punta a rinnovare il mandato a Claudio Costamagna.

Un esito non del tutto prevedibile e scontato, anzi: infatti negli scorsi giorni il candidato ministro dell’Economia per i Pentastellati, Andrea Roventini, ha criticato alcune operazioni della Cdp targata Costamagna e Gallia (in primis gli investimenti nel settore turistico-alberghiero); l’uomo forte di M5S in materia di nomine, Stefano Buffagni, ha twittato di recente: “Il Movimento 5 Stelle è la prima forza politica del paese: nessuno sogni di non tenerne conto, a partire da Saipem e Cdp perché lo sviluppo del paese passa da questi nodi fondamentali”; e molti parlamentari grillini stanno valutando se presentare o meno, dopo aver ascoltato Di Maio, un’interrogazione parlamentare su alcune operazioni di Cdp a rischio di potenziale conflitto di interessi come quelle sollevate (a partire da Salini-Impregilo) da Giovanni Pons di Business Insider Italia.

Ma Guzzetti, pur di portare a casa la riconferma di Costamagna (ma secondo alcuni osservatori il cavallo su cui il dominus delle fondazioni punta potrebbe cambiare), è disposto a una modifica della governance di Cdp: in cambio di maggiori poteri e deleghe per il presidente è disposto ad accettare una soluzione a tre con un amministratore delegato e un direttore generale, figura al momento non prevista. Per questo ruolo si fa il nome di Fabrizio Palermo, attuale cfo di Cdp che non sarebbe sgradito, anzi, dal Movimento 5 Stelle

Resta la casella di amministratore delegato. Per il ruolo di capo azienda, Guzzetti non ha auspicato nomi o sollecitato persone, anche perché l’indicazione dell’ad deve arrivare dal Tesoro e tutto dipende anche dal tipo di governo che si formerà e dunque dal prossimo ministro dell’Economia e delle Finanze. Per una soluzione interna, comunque, si fa il nome di Salvatore Sardo, attuale chief operating officer della Cassa.

Assicurazioni Generali, ecco come si muoverà il trio Benetton-Caltagirone-Del Vecchio

 startmag.it 20 aprile 2018

Generali

C’è un concerto sistemico italiano a difesa di Assicurazioni Generali per sventare assalti stranieri ed evitare squilibri in caso di vendita di azioni da parte di Mediobanca?

E’ la domanda clou che assilla soci, investitori, analisti e addetti sul colosso triestino delle assicurazioni. Una domanda che può apparire bizzarra visto che l’amministratore delegato del gruppo, Philippe Donnet, è francese, ha lavorato per anni ai vertici della francese Axa e pure in Vivendi di Vincent Bollorè. Ma tant’è.

L’interrogativo comunque non è peregrino visto quanto è emerso ieri dall’assemblea dei soci di Generali. Con un’approvazione bulgara del bilancio 2017 (con il 99,7% dei presenti) un po’ meno bulgara (l’81%) il voto per i piani di incentivo per il management del Leone.

L’OK DEL BILANCIO E NON SOLO

Sta di fatto che per approvare il miglior risultato operativo della storia del Leone di Trieste e un ricco dividendo (+ 6% rispetto all’anno prima) c’era il 52,8% del capitale e i soci forti italiani sopra il 3% erano il 23,12%. Poco più degli esteri, nota Repubblica: il 22,91 degli istituzionali stranieri che nel 2017 valevano il 24,4%.

I MOVIMENTI DEGLI ITALIANI

La quota degli italiani sale al 26% se si aggiungono i pacchetti di Ferak (1,3%) e di De Agostini (circa l’1,5%); un altro socio è la Cassa Forense (1%). Il gruppo degli italiani è cresciuto grazie all’ascesa della famiglia Benetton, che ha il 3,04% di Trieste, e agli incrementi di Francesco Gaetano Caltagirone che ha raggiunto il 4% (ed è proiettato verso il 5%): così il blocco italiano capitanato da Mediobanca (12,97%) e che conta anche Leonardo Del Vecchio (3,16%), ha superato infatti il 23%. E questo senza contare il contributo delle quote inferiori al 2%, tra le quali quella della famiglia De Agostini che ha l’1,7%., chiosa il Sole 24 Ore.

LE DOMANDE

Ma c’è un vero disegno strategico dietro le mosse degli italiani? Si sta formando un pacchetto di mischia pronto a contrastare incursioni straniere? O si preparano in vista di una discesa della quota di Mediobanca (sulla carta dovrebbe passare dal 13 al 10%)? Oppure – come scrive il Sole – “la forza aggregata rimane per ora nel campo del futuribile”? Di certo Caltagirone ha detto: “Io ci tengo molto all’italianità”. Camilla Conti, cronista di finanza al Giornale, ha twittato: “Sono salito in #Generali perché tengo molto all’italianità”, ha detto oggi Caltagirone. Che a gennaio ha venduto tutte le attività italiane di Cementir ai tedeschi di HeidelbergCement”.

LE PAROLE DI DEL VECCHIO

Comunque, dall’assemblea di Luxottica, Del Vecchio non si è sbilanciato sulle mosse future, dicendo di essere pronto a comprare ma anche a vendere un po’, a seconda dell’andamento del titolo. E nello stesso tempo ha lanciato una provocazione: al Leone di Trieste farebbe bene una mossa stile Intesa, di un anno e passa fa: sono cose che fanno bene alle quotazioni, anche se vengono dall’estero. Però ha sottolineato di essere molto soddisfatto per il dividendo e di come è gestita la compagnia, che “ora si occupa solo delle cose che servono”.

COSA HA DETTO DONNET

Ma che cosa ha detto il capo azienda del colosso assicurativo? Donnet ha ricordato che la compagnia è “in linea e in alcuni casi in anticipo con i target: abbiamo ottenuto eccellenti risultati grazie alle azioni strategiche che abbiamo implementato. Tutto ciò ci consente di proporre un dividendo in aumento del 6%”, ha precisato

LA CEDOLA

In particolare, la cedola sarà di 0,85 euro per azione contro gli 0,8 euro dell’anno precedente, con un rendimento rispetto alle quotazioni del 5,2%. Questo grazie ai passi compiuti negli ultimi due anni che hanno permesso di distribuire dividendi cumulati per 3,7 miliardi (oltre 5 miliardi l’obiettivo al 2018), a fronte di un flusso di cassa operativo netto cumulato di 5,8 miliardi (più di 7 miliardi il target a chiusura del bilancio 2018) e un Roe del 13,7% (13% a piano).

LA BORSA

In questo contesto il titolo della compagnia dall’Investor Day di novembre 2016, è cresciuto del 40,7% contro il +18,4% dello Eurostoxx di settore: “Un’inversione di rotta importante rispetto agli ultimi dieci anni, se si pensa che da aprile 2008 a novembre 2016 il titolo stesso aveva perso il 59,5%”, ha gongolato Donnet.

LA QUESTIONE DEBITO

Non potrà non tenersi conto anche di un altro elemento, chiosa il Sole 24 Ore: il debito. “Generali ha un rapporto tra patrimonio netto ed esposizione che vale il 57% contro il 42% espresso da Allianz e il 21% di Axa, secondo i dati Bloomberg. Ecco perché l’eventuale spinta espansiva difficilmente potrà essere alimentata da nuovo indebitamento”. Piuttosto la compagnia potrà utilizzare i denari che sta raccogliendo con il piano di ottimizzazione geografica. “Vogliamo riallocare le risorse verso i mercati in cui crediamo”, ha spiegato Donnet. La riorganizzazione internazionale, con sette dismissioni praticamente già archiviate (qui l’approfondimento di Start Magazine sul tema), ha prodotto oltre 1,1 miliardi di incassi rispetto alla stima di 1 miliardo complessivo per tutte le 13-15 cessioni messe in agenda.

Che cosa succederà se Morgan Stanley e dirigenti del Tesoro saranno condannati per i derivati?

 startmag.it 19 aprile 2018

Il post di Giuliano Cazzola, blogger di Start Magazine, sul ricorso contro Morgan Stanley e 4 dirigenti del Tesoro sui derivati contratti anni fa dal ministero dell’Economia

‘’Ricorso contro Morgan Stanley: il 19 aprile è in programma l’udienza davanti alla Corte dei Conti. Sollecitiamo le forze politiche a sostenere questa importante battaglia di legalità affinché chi ha sottratto risorse all’Erario paghi!’’.

E’ questo il titolo di un recente comunicato di Federconsumatori (nel quale viene ricordato pure l’appoggio della Cgil all’iniziativa). Incuriositi da un tono così vibrante e considerato che oggi cade il ‘’giorno del giudizio’’ (non della sola Corte, ma anche dell’Onnipotente, come si evince dal tono del testo), siamo andati ad informarci su di una vicenda che, in verità, era apparsa fugacemente sui media.

E’ una storia complicata che ha avuto un riscontro finito nel nulla in sede penale e che ora affronta la magistratura contabile sul terreno della responsabilità patrimoniale. Alla sbarra sono – nientemeno – Morgan Stanley, la potente banca d’affari americana, e quattro dirigenti blasonati del Tesoro italiano: Vittorio Grilli, Domenico Siniscalco (ambedue ex ministri) e Maria Cannata e Vincenzo La Via, i dirigenti che in generale si occupano delle operazioni finanziarie e dei titoli di Stato.

La Procura della Corte dei Conti accusa Morgan Stanley e i quattro funzionari di danno erariale rispettivamente per 2,7 e 1,2 miliardi di euro. Questo perché all’inizio 2012 sono stati chiusi anticipatamente quattro contratti derivati con il pagamento di 3,1 miliardi da parte dello Stato italiano proprio a Morgan Stanley.

L’iter processuale merita di essere seguito sia per la consistenza delle risorse in questione, sia – e soprattutto – per una questione che attiene ai rapporti tra amministrazione e giustizia in settori delicati come quello delle politiche di investimento finanziario e della gestione del debito pubblico, che, per le loro caratteristiche, interagiscono e sono condizionate dall’andamento dei mercati.

Fino a che punto un giudice – sia pure contabile – è in grado di valutare la convenienza di un’operazione finanziaria? E fino a che punto rientra tra i suoi compiti farlo? E’ troppo facile arrivare alla fine e prendere atto dell’esito di un investimento, ritenendo che il funzionario abbia operato bene a fronte di un guadagno; male, fino a doverne rispondere, nel caso contrario.

Tutto ciò nel contesto di una gravissima crisi finanziaria che ha preso tutti di sorpresa e che ha rischiato di far saltare il sistema. A posteriori le critiche ai prodotti finanziari definiti “derivati’’ hanno riempito le cronache, ma si è scoperto che se ne era fatto largo uso, anche da parte di enti ed amministrazioni pubbliche, senza che vi fossero norme o anche solo direttive che sconsigliassero questa tipologia di investimenti.

Certo, in giudizio potrebbero essere dimostrate particolari responsabilità per valutazioni sbagliate o imperizia, a prescindere dall’inattesa criticità del contesto. Vedremo. Occorre però essere molto attenti.

Il caso degli appalti – regolati da un codice assurdo e vigilati da procure che si muovono sulla base del pregiudizio di intervenuta corruzione – è lì a dimostrare che i funzionari incaricati non si prendono la responsabilità di effettuare le assegnazioni dei lavori, mettendosi a rischio di un avviso di garanzia ampliamente pubblicizzato sui media, se non persino di un soggiorno di qualche mese nelle patrie galere. Sono questi i motivi delle ‘’procedure burocratiche’’ che vengono genericamente accusate dei ritardi nell’assistenza alle popolazioni la cui vita è stata devastata dai terremoti dell’Italia Centrale.

Figuriamoci quali sarebbero le preoccupazioni legittime di un funzionario professionalmente incaricato di investire miliardi di denaro pubblico sui mercati finanziari, se dovesse essere lui a rispondere dell’esito delle operazioni, peraltro autorizzate dai suoi superiori e non contrarie alla legge. La questione è comunque delicata, perché andranno esaminati elementi di merito specifici. Ma auguriamoci che tale esame – in una sede giudiziaria – non divenga un’occasione per gettare qualche testa alla plebe, con una condanna mediatica.

Dal canto suo, la Federconsumatori ha già pronunciato la sentenza: ‘’Ci aspettiamo – è scritto nel comunicato – che gli incolpati siano condannati (se è già certo che siano colpevoli, a che serve il procedimento?, ndr) a risarcire l’erario dei 4,5 miliardi di euro che hanno fatto perdere al Paese intero. Sarebbe questa l’unica risposta possibile per i cittadini, le famiglie, i disoccupati e gli esodati che, grazie all’utilizzo mirato di tali importi, avrebbero potuto beneficiare in questi anni di misure utili a risollevare le loro condizioni, arginando il disagio sociale che, al contrario, si è fatto sempre più accentuato. In vista di tale pronunciamento invitiamo i cittadini, i partititi e tutte le forze sociali che condividono la nostra battaglia a mobilitarsi, non solo per ottenere il risarcimento del danno erariale causato, ma anche per sollecitare il nuovo Governo a ricontrattare le situazioni pendenti’’. Il solito ‘’crucifige’’.

Ma non si era fatta proprio la scelta auspicata nel documento attraverso la chiusura anticipata di taluni contratti di derivati al costo di 3,1 miliardi per evitare di dover sostenere oneri maggiori alla scadenza prevista?

Unipol, ecco come (non) si muoverà su Bper, Carige e Poste Italiane

 startmag.it 24 aprile 2018

unipol

Unipol incalza Bper sugli Npl ma è pronta a sostenerla, si defila da Carige e smentisce le indiscrezioni su Poste Italiane.

Sono queste le novità emerse ieri dall’assemblea del gruppo assicurativo. A tenere banco fra gli analisti e gli investitori ci sono le parole del vertice del gruppo bolognese: infatti Unipol ha fatto sentire la voce di primo socio di Bper con circa il 10% del capitale, chiedendo alla banca di Modena di agire con decisione per ridurre gli Npl e dicendo di essere pronta a partecipare anche a una ricapitalizzazione, se necessario.

Ecco tutti i dettagli, non solo su Bper, che arrivano da Bologna, sede del gruppo Unipol.

LE PAROLE DI CIMBRI

“Qualsiasi piano industriale che la banca voglia proporre deve dare una risposta forte sul tema degli npl, noi crediamo nella banca, abbiamo chiesto la conferma dell’attuale gruppo dirigente e vogliamo supportarlo in questo tipo di processo”, ha detto ieri l’ad di Unipol, Carlo Cimbri, a margine dell’assemblea di UnipolSai.

IL RAFFRONTO CON UNICREDIT E INTESA

Il mercato, ha spiegato Cimbri, ha dimostrato di apprezzare le manovre decise, come quelle di Unicredit e Intesa, “mentre non gradisce, e neppure noi, le operazioni di stillicidio”. “Non avremmo difficoltà a supportare operazioni forti sul mercato” e anche “un aumento con una valida prospettiva industriale non sarebbe un’eresia”.

COSA SI MUOVE PER IL PIANO INDUSTRIALE

Bper, dopo l’elezione del nuovo cda e la conferma come capo azienda dell’ad, Alessandro Vandelli, eletto con il via libera di Unipol e con un concerto fra gruppo assicurativo, fondazioni bancarie e la Confindustria territtoriale, sta lavorando al piano industriale che verrà presentato in autunno e le cui azioni in materia di npl sono state già anticipate, con un aumento straordinario delle rettifiche per 1 miliardo di euro, e l’avvio della cessione di 3 miliardi di sofferenze con le gacs.

I NUMERI SUGLI NPL

A fine 2018 l’npe ratio (rapporto tra crediti deteriorati e totale crediti) è atteso sotto il 14% (era al 24% a meta’ 2016 e scenderà sotto il 10% entro il 2021) con il mantenimento di un cet1 ratio in area 12%, circa 4 punti sopra le prescrizioni Bce. La banca, che non sta pensando ad un aumento per accelerare lo smaltimento degli npl, è convinta di aver fatto molto e di avere i mezzi per fare ancora di più.

LE COPERTURE

La copertura delle sofferenze è vicina al 60% e quella su tutti i crediti deteriorati al 48%. Ma Unipol Banca, che Cimbri intende sposare con un altro istituto restando azionista del gruppo post-fusione, come scrive l’Ansa, ha una copertura degli npl, ancora superiore, pari all’80%.

ARRIVEDERCI CARIGE

Ma Unipol di sicuro è atarassica nei confronti di Carige, a differenza del grande interesse mostrato per Bper (anche in vista di un futuro risiko aggregativo, come raccontato da Start Magazine in questo articolo). Infatti il gruppo Unipol ha già venduto le azioni di Carige che aveva acquisito, come altri investitori, nell’ambito della conversione parziale delle obbligazioni subordinate in occasione dell’aumento di capitale dell’istituto ligure. Abbiamo avuto “una piccola partecipazione per un breve periodo di tempo per la conversione di parte delle obbligazioni possedute nell’ambito ultimo aumento di capitale della banca ma questa piccola partecipazione è stata alienata”, ha detto il presidente di UnipolSai, Carlo Cimbri, in assemblea ieri. “UnipolSai non ha al momento alcun interessenza in Carige e non ha mai avviato alcuna trattativa per l’acquisto delle assicurazioni” dell’istituto ligure, ha aggiunto Cimbri.

I MOTIVI DELLA DISMISSIONE

Sui motivi della dismissione della quota di Carige, pari a circa il 3%, “abbiamo fatto una valutazione puramente finanziaria” ha detto Cimbri, ricostruendo la genesi della partecipazione azionaria, derivante dalla conversione parziale di bond subordinati. “L’investimento in obbligazioni era molto datato e di natura finanziaria – ha aggiunto -, le azioni rinvenienti sono state considerate come investimento di natura finanziaria e pertanto abbiamo fatto una valutazione di mercato e le abbiamo vendute nei giorni immediatamente successivi alla loro consegna. Non avevamo un interesse strategico su Carige e l’abbiamo trattata come un investimento finanziario”.

COSA SUCCEDE CON POSTE ITALIANE

Ieri Unipol ha smentito le indiscrezioni di stampa che hanno parlato di contatti con Poste per valutare accordi distributivi dei prodotti assicurativi nel ramo danni attraverso gli sportelli postali. “Per quanto riguarda Poste non solo abbiamo nessun tipo di accordo ma non abbiamo avviato anche nessun tipo di confronto, ne’ siamo stati cercati, quindi non ho un’opinione ne’ ho alcun tipo di idea su quella che e’ la strategia di Poste. Siamo aperti a qualsiasi tipo di confronto con chiunque, non rifiutiamo niente aprioristicamente, ma il confronto va fatto sul merito e non abbiamo contezza strategia voglia seguire Poste”, ha detto il presidente Cimbri, sempre a margine dell’assemblea.

Popolare di Vicenza, che cosa combinano a sorpresa Consob e Banca d’Italia?

 startmag.it 22 aprile 2018

Popolare vicenza

Il 21 aprile, in occasione dell’udienza per decidere se riunire i due tronconi del processo per il crac della Banca Popolare di Vicenza,Banca d’Italia e Consob, si sono costituite come parti civili. Il commento di Fulvio Coltorti, già capo ufficio studi di Mediobanca

Novità a sorpresa e che suscita dibattito fra gli addetti ai lavori: al processo per il default della Banca Popolare di Vicenza, Banca d’Italia e Consob si sono costituite parti civili. Ecco i dettagli, le prime impressioni e il commento di Fulvio Coltorti, analista, saggista, ex capo ufficio studi di Mediobanca e ora docente all’università Cattolica di Milano

I FATTI

Il 21 aprile, in occasione dell’udienza per decidere se riunire i due tronconi del processo per il crac della Banca Popolare di Vicenza,Banca d’Italia e Consob, si sono costituite come parti civili.

LA CHIOSA

Ebbene sì, come fa rilevare un quotidiano del Veneto, proprio Banca d’Italia e Consob – le due istituzioni su cui state sollevate perplessità e rilievi dalla stessa Commissione di inchiesta parlamentare sulle banche come non immuni da responsabilità e omissioni nella vigilanza degli istituiti italiani poi crollati – si sono costituite come parti civili. Che significa? Significa che, se e quando verranno riconosciute le responsabili di Gianni Zonin & c., a beneficiare dei danni a loro addebitabili sarebbero anche i due organi che non hanno ben vigilato.

IL COMMENTO DI COLTORTI

A biasimare la decisione è stato con un post su Facebook Fulvio Coltorti, analista di cose finanziarie, saggista ed ex capo ufficio studi di Mediobanca: “Trovo singolare che insieme ai 3500 risparmiatori che chiedono i danni assistiti da 120 avvocati figurino anche Banca d’Italia e Consob – ha scritto Coltorti, ora docente all’università Cattolica di Milano – Chiedono un non meglio precisato risarcimento perché asseriscono di essere stati ostacolati nella vigilanza e non aver quindi visto per tempo i pasticci”.

“A me – scrive Coltorti – questo pare semplicemente assurdo! Intanto, ciò costituisce un’ammissione di colpa nel non aver evitato il disastro; e quindi, invece di chiedere un risarcimento, i vertici dei due enti di vigilanza dovrebbero trarne le conclusioni e dimettersi. E se non lo fanno spontaneamente dovrebbero essere costretti dal Governo”. Conclusione amara di Coltorti: “Poi non vorrei che passasse la logica del risarcimento che risolve tutti i peccati. Intanto il risarcimento non debbono chiederlo i due enti ma il Governo per conto dello Stato che ha subìto perdite e viene obbligato a costosi salvataggi. Se i ladri mi svaligiano la casa debbo sperare in una causa della Polizia contro i ladri che non si sono fatti prendere?”.