Il male delle banche svizzere? «Sono immorali»

https://www.tio.ch 23 aprile 2018

Parola della presidente della Banca cantonale di Berna Hunziker-Ebneter

BERNA – Non tutti gli istituti di credito hanno imparato la lezione dell’ultima crisi finanziaria, specie per quanto riguarda i bonus. Parola della presidente della Banca cantonale di Berna, Antoinette Hunziker-Ebneter, secondo cui «la morale è assente o viene sabotata dagli incentivi finanziari».

In interviste concesse a diversi giornali svizzero tedeschi, la manager ha ammesso di essere stata colpita da un recente rapporto del Credit Suisse, secondo cui il limite superiore dei bonus a lungo termine dovrebbe essere aumentato dal 325% al 425% del salario di base.

Da noi, ha affermato Hunziker-Ebneter, la differenza tra il salario più basso e quello più elevato non può essere superiore al rapporto 1:20. Attualmente, la situazione è di 1:14, ha dichiarato al Bund, alla Berner Zeitung e al Tages-Anzeiger.

Da noi i bonus sono limitati e legati ad obiettivi a lungo termine. Se una persona è motivata dai soldi, non verrà da noi, ha sottolineato l’ex direttrice della Borsa svizzera. Hunziker-Ebneter ha aggiunto che il suo salario è stato diminuito di un terzo, segno che è ora per chi occupa le altre sfere della finanza di dar prova di modestia.

Quanto alla vicenda Pierin Vincenz, e all’arresto di quest’ultimo perché sospettato di amministrazione infedele, Hunziker-Ebneter si è detta scioccata che una persona di tale successo, vicina al popolo, possa essersi arricchita a spese della cooperativa

 

Questa signora dice una cosa giusta, ma il tutto va contestualizzato un po’…. In primis, non bisogna confondere i “bonus” dei Top Manager, con quelli che sono i bonus di produttività elargiti ad esempio ai consulenti. Nel primo caso, personalmente non li ho mai ritenuti “esagerati”….. chiaramente contestualizzato all’andamento GLOBALE di tutta la banca. Il difetto non è in questo caso l’ammontare dei compensi, bensì la mancanza di un “malus” che vedrebbe il Top Manager, essere punito (e severamente aggiungo io) nel caso in cui faccia errori gravi. Nel caso dei consulenti con tanto di bonus di produttività invece il problema c’è eccome…. la spasmodica ricerca di nuovi clienti, di fare “cassetta” con le commissioni o le gestioni, porta ad operare senza troppi scrupoli e di conseguenza il rischio di essere “immorali” come dice la signora, esiste eccome. Purtroppo non è semplice trovare una remunerazione che tenga conto di valori quali l’onestà e l’affidabilità…. però è un fatto che dare dei compensi “extra” (i bonus) solo ed esclusivamente sulla base della produzione non è un buon punto di partenza per il sistema finanziario.

COME BOLLORE’ E’ FINITO BOLLITO – HA TRADITO REGOLARMENTE TUTTI, DA BOUYGUES A BERNHEIM (MASSONERIA FRANCESE), DA MARANGHI A BERLUSCONI – TROPPI NEMICI CHE ALLA FINE SI SONO COALIZZATI E GLI HANNO TAGLIATO LA GOLA – MA IL SUO AVVERSARIO PIÙ INTIMO SI CHIAMA MACRON CHE LUI PUGNALÒ QUANDO ERANO GIOVANI BANCHIERI D’AFFARI IN ROTHSCHILD

dagospia.com 25 aprile 2018

COME BOLLORE’ E’ FINITO BOLLITO

Gianluca Paolucci per La Stampa

vincent bolloreVINCENT BOLLORE

«In Italia, il tradimento è un fenomeno istituzionalizzato», che andrebbe «scritto nella costituzione», diceva Antoine Bernheim. Forse memore delle parole del suo mentore, Vincent Bolloré nelle sue avventure italiane ha avuto, più che amici, semplici conoscenti.

Compagni di strada, buoni per fare un pezzo di cammino finché gli interessi convergono e da abbandonare malamente quando gli affari puntano altrove.

impero BolloreIMPERO BOLLORE

Dopo anni di rapporti felpati e «istituzionali», di manovre consumate nei salotti, il finanziere bretone si trova però anche in Italia «in terra ostile» e circondato da nemici.

Proprio in Italia l’ imprenditore francese ha consumato il suo tradimento più grande e clamoroso, ai danni – guarda un po’ – dello stesso Bernheim.

Bruscamente estromesso dalla presidenza delle Generali nel 2010 grazie all’ assenso dell’ uomo che lo stesso Bernheim aveva portato in Italia, facendone il perno della filiera Mediobanca-Generali, ovvero del cuore del capitalismo italiano. Lo stesso Bernheim che pure si vanterà di averlo salvato, quando era un giovane erede di una dinastia imprenditoriale in disgrazia, aiutandolo a ristrutturare le cartiere di famiglia e a diversificare gli investimenti nella logistica, nel settore minerario, nella pubblicità e nei media.

MACRON BOLLORE'MACRON BOLLORE’

In Italia arriva alla fine degli Anni 90 e si trova un gran bene: Mediobanca, Generali, poi Telecom e Mediaset. In Francia ha fama di raider spregiudicato che non esita di fronte a nulla. Quando vince prende tutto, se non vince comunque ci guadagna.

In Italia segue una strategia diversa e diventa in pochi anni, all’ inizio del nuovo millennio, «una figura che conta nel sistema». La definizione è di Cesare Geronzi, che grazie all’ appoggio di Vincent arrivò prima al vertice di Mediobanca e poi delle Generali. Prima, sempre con il suo appoggio, c’ era stata la drammatica uscita da piazzetta Cuccia di Vincenzo Maranghi e la salita di Alberto Nagel e Renato Pagliaro.

bollore sarkozyBOLLORE SARKOZY

E’ sempre nel decennio passato che il Bolloré tricolore costruisce un altro rapporto che sembrava solido. Quello con Silvio Berlusconi, cementato negli anni grazie ai buoni uffici di Tarak Ben Ammar. Cementato si fa per dire, perché nello spazio di qualche mese quella che sembrava un’ operazione fatta per aiutare l’ amico Silvio in difficoltà, l’ ingresso in Premium, diventa un assalto bello e buono. Solo che Tarak non è più in giro tra piazzetta Cuccia e i palazzi romani, impegnato a tenere in piedi i suoi affari in America. L’ amicizia – se c’ è mai stata – tra Silvio e Vincent è materia per i tribunali e Marina Berlusconi lo ha paragonato appena ieri ad Attila.

BOLLORE BERLUSCONIBOLLORE BERLUSCONI

Ed è così che il finanziere che «si chiama Vincent ma si legge Vincenzo» – definizione brillante, su queste colonne, per un francese «più italiano degli italiani» capace di costruire intrecci di partecipazioni e alleanze al solo scopo di incrementare il proprio tornaconto – si è trovato solo.

alberto nagel vincent bolloreALBERTO NAGEL VINCENT BOLLORE

Difficile dire se ha pesato più lo strappo con Berlusconi o la scalata a Tim. Di certo c’ è che proprio durante l’ assalto ai telefoni, recatosi a Palazzo Chigi per «rassicurare» il governo sulle sue buone intenzioni venne liquidato con poche parole e l’ allora premier Matteo Renzi si lasciò andare a sferzanti giudizi con i suoi collaboratori dopo l’ incontro («Non ci si può fidare»).

bernheim bolloreBERNHEIM BOLLORE

E dietro all’ offensiva di Elliot, è cosa nota, si è saldato un gruppo di personaggi molto, molto più italiani di lui fatto di ex manager pubblici, gran commis e figure che per anni hanno fatto da collante tra politica e affari. Il bretone troppo italiano è finito all’ angolo.

IL BOA DELLA FINANZA COL VIZIO DELLA QUERELA

Luana De Micco per Il Fatto

VINCENT BOLLOREVINCENT BOLLORE

I soprannomi che gli sono stati affibbiati in Francia la dicono lunga sul personaggio, da “squalo” a “Pirata del capitalismo” a “piccolo principe del cash flow”. Gli specialisti parlano persino di “metodo Bolloré”. Consiste nel prendere di mira le aziende in difficoltà, entrando nel capitale con una quota sufficiente a condizionarne le scelte a risucchiarle nell’ orbita a poco a poco, sempre col sorriso e piazzando uomini di fiducia nei posti chiave.

VINCENT BOLLORE TARAK BEN AMMARVINCENT BOLLORE TARAK BEN AMMAR

Anche in Italia il finanziere bretone si è costruito una reputazione di raider senza scrupoli per la scalata a Mediaset. Mentre scriviamo il patron di Vivendi, primo azionista di Tim, 66 anni, sta passando un brutto momento nei locali della polizia giudiziaria di Nanterre accusato di aver pagato tangenti in Africa. È uno degli uomini più ricchi del mondo. Forbes lo classifica al dodicesimo posto in Francia, con un patrimonio di 7,7 miliardi nel 2017. Un impero messo su a partire dal 1981 quando, da giovane banchiere d’ affari in Rothschild, decise di riprendersi per due franchi la cartiera di famiglia in difficoltà.

alberto nagel bolloreALBERTO NAGEL BOLLORE

I suoi business fortunati vanno ben oltre la Francia. Dopo aver investito nel gruppo telefonico Bouygues, nel 2001 Bolloré approda in Mediobanca (di cui oggi è secondo azionista, con l’ 8%) e nel 2004 entra nel capitale del gruppo di pubblicità Havas. Il suo campo di azione si allarga ai trasporti, all’ agricoltura, all’ energia. Nel 2012 diventa il primo azionista di Vivendi, una vera media company attiva nel settore delle telecomunicazioni, dei media, della musica e dei videogiochi.

TARAK BEN AMMAR BOLLORe? PADRE E FIGLIATARAK BEN AMMAR BOLLORE? PADRE E FIGLIA

Nel 2016 inizia la seconda e vera campagna d’ Italia: entra nel capitale di Telecom, di cui oggi è socio col 23,9%. In Italia è presente anche in Generali (dove Mediobanca è primo azionista), di cui è stato vicepresidente fino al 2013, con lo 0,13%.

In Africa si è costruito un impero nei porti, in Guinea, Congo, Costa d’ Avorio, e nelle ferrovie in Camerun, Burkina Faso, Benin. Detiene anche il 38,8% della Socfin, una holding del Lussemburgo che controlla aziende che producono olio di palma in Africa e Asia. “Niente sembra poter fermare l’ industriale. O quasi”, scriveva ieri il giornale economico Les Echos, che paragona Bolloré ad un “serpente boa” e a una “belva feroce”, più abituato alle comodità della sua bella villa parigina o del suo lussuoso yacht (quello che nel 2007 aveva prestato all’ amico ed ex presidente della Repubblica, Nicolas Sarkozy, anche lui nei guai fino al collo con la giustizia) che ai locali scomodi di un commissariato di polizia.

SARKOZY E BOLLORESARKOZY E BOLLORE

MAGGIO SARKOZY E FAMIGLIA DOPO LA VITTORIA TRASCORRONO TRE GIORNI DI VACANZA SULLO YACHT DELLAMICO BOLLOREMAGGIO SARKOZY E FAMIGLIA DOPO LA VITTORIA TRASCORRONO TRE GIORNI DI VACANZA SULLO YACHT DELLAMICO BOLLORE

Gli italiani hanno imparato a conoscere Bolloré soprattutto per la sua battaglia con il fondo americano Elliott per il controllo di Tim e per il blitz in Mediaset. Una guerra iniziata nel 2016 quando, rompendo gli accordi con Berlusconi, Vivendi ha stracciato il contratto d’ acquisto della disastrata Premium, la pay tv del Biscione, per poi salire in Mediaset fino a quasi 30%. Fininvest lo ha accusato di aver fatto crollare apposta i titoli Mediaset in Borsa per poi far partire la scalata, organizzata per tempo. La battaglia legale è ancora in corso.

Vincent BollorèVINCENT BOLLORÈ

È un momento delicato dunque per l’ industriale bretone, un tipo fumantino poco avvezzo a a subire ingerenze nei suo affari. Lo sanno i media francesi che si prendono denunce a tutto spiano quando indagano negli affari del magnate, soprattutto in Africa dove ha stretti legami con i politici locali.

Martin BouyguesMARTIN BOUYGUES

Dal 2009 Bolloré avrebbe avviato una ventina di denunce in diffamazione contro testate francesi, tra cui anche Le Monde, che a inizio anno, insieme ad altri giornali, tra cui Libération, aveva pubblicato una lettera aperta contro i metodi dell’ industriale. Ora i pesanti sospetti di corruzione in Africa sono stati formulati dai magistrati.

Proprio ora che l’ industriale sembrava prepararsi un po’ alla volta a farsi da parte. Di recente, forse intuendo la burrasca in arrivo, ha lasciato a sorpresa le redini di Vivendi al figlio Yannick, 38 anni, già presidente del gruppo Havas dal 2013. E ha più volte fatto capire che sarebbe stato pronto per la pensione, magari nel 2022, per i suoi 70 anni.

DOPO 22 ANNI SALTA IL TAPPO DELLE FONDAZIONI BANCARIE: GIUSEPPE GUZZETTI SE NE VA – UN SUO VICE DESTINATO A SOSTITUIRLO. E, GUARDA CASO, SPUNTA UMBERTO TOMBARI: NEL SUO STUDIO S’E’ FATTA LE OSSA MARIA ETRURIA BOSCHI – CANDIDATO ALLA PRESIDENZA MATTEO MELLEY, VIENE DA LA SPEZIA, MA SOPRATTUTTO DALLA CASSA DEPOSITI – CASINI (TANTO PER FARE UNA COSA NOVA) NELLA FONDAZIONE DEL MONTEPASCHI

dagospia.com 25 aprile 2018

Camilla Conti per Il Giornale

giuseppe guzzettiGIUSEPPE GUZZETTI

«Si tranquillizzino quelli che continuano a dire non è ora che si tolga dai piedi questo qui, perché finalmente dai piedi mi tolgo, me lo ordina la legge». Così parlò Giuseppe Guzzetti lo scorso 22 febbraio, in vista della scadenza (dopo ventidue anni) del suo incarico nel 2019 sia in Cariplo sia al vertice dell’Acri, l’associazione delle fondazioni.

L’ottantatreenne Guzzetti ha sistemato gli intrecci velenosi con le banche, gli enti sono ormai scesi nel capitale del credito facendo largo ai fondi internazionali, e ha concentrato l’attività sulla riorganizzazione del terzo settore da cui ora passa e passerà il «controllo» del territorio. E ha anche avviato il cantiere per la successione al timone della lobby degli enti: in molti scommettono che il testimone passerà nelle mani del presidente della fondazione Cassa di Risparmio di Spezia Matteo Melley, classe 1960, avvocato, già scelto come vicepresidente dell’Acri e presidente di Cdp immobiliare.

matteo melleyMATTEO MELLEY

Sembra, dunque, strategica la scelta di allargare la squadra di vicepresidenti di cui fanno già parte oltre a Melley, il presidente della Cassa di Fossano, Giuseppe Ghisolfi, e Francesco Profumo che presiede la Compagnia di San Paolo. Come suo terzo vice, Guzzetti ha arruolato Umberto Tombari, presidente della Fondazione Cr Firenze. Professore ordinario di Diritto civile all’università e avvocato specializzato in diritto societario, Tombari è finito alla ribalta delle cronache politiche per essere stato il datore di lavoro dell’ex ministro, Maria Elena Boschi, nel suo studio legale di Firenze. E di Tombari è stata allieva anche Anna Genovese, commissario Consob che ha gestito la transizione in attesa del nuovo presidente, Mario Nava.

Umberto TombariUMBERTO TOMBARI

Al giro di poltrone in Acri si aggiunge quella della Fondazione Mps. Il 2 febbraio Marcello Clarich ha annunciato di non essere disponibile per un secondo mandato alla presidenza dell’ente senese (rimasto con in mano solo lo 0,026% del Monte) invocando come suo successore «una figura, di indiscussa professionalità e indipendenza, più legata al contesto locale per proseguire nel rilancio» di Palazzo Sansedoni che con un patrimonio di circa 430 milioni può garantire 4 milioni di erogazioni per i prossimi quattro anni.

BOSCHIBOSCHI

«La Fondazione Mps oggi è risanata. I problemi che avevamo sono stati risolti», ha detto Clarich durante la presentazione del resoconto di fine mandato della Deputazione amministratrice, nominata nel 2014, che sarà rinnovata il 20 aprile quando sarà approvato il bilancio dell’ente.

i tesori del MontepaschiI TESORI DEL MONTEPASCHI

E proprio su questo rinnovo, a ridosso delle elezioni amministrative previste per il 10 giugno, è già polemica fra il sindaco Bruno Valentini (ricandidato) che spinge per un rinnovo prima del voto sponsorizzando l’ex sindaco revisore di Mps, Marco Turchi, e il candidato di una lista civica sostenuta anche dal centrodestra alle comunali del 10 giugno, Luigi De Mossi, che invece chiede di rimandare le nomine a dopo le amministrative proprio stoppare le manovre sinistre sull’ex azionista di controllo del Montepaschi, ancora visto come un bacino di consensi elettorali.

mpsMPS

Dall’assemblea Mps: Morelli per sei mesi sotto il controllo della Bce

http://www.ilcittadinoonline.it/ 16 aprile 2018

L’ha rivelato l’amministratore delegato rispondendo all’intervento di Marco Sbarra

SIENA. Dall’assemblea dei soci del Monte dei Paschi del 12 aprile.

Riportiamo l’intervento di Marco Sbarra all’assemblea Mps del 12 aprile scorso

“L’attuale precaria situazione del Monte dei Paschi di Siena ha radici lontane nel tempo. Voglio raccontare un aneddoto. Come dipendente, negli “anni d’oro” dell’azienda ho ricevuto migliaia di azioni Bmps quale corrispettivo dei premi aziendali. Le ho mantenute nel tempo, ma ahimé, a forza di continui raggruppamenti si sono volatilizzate, tanto che per partecipare all’assemblea odierna ho dovuto acquistare una nuova azione. Migliaia di euro andati in fumo, che nel loro piccolo rappresentano una metafora del decadimento di una banca fino a pochi lustri fa ricca e carica di prestigio.

Per comprendere la genesi dell’ennesima perdita miliardaria del bilancio Mps è imprescindibile riandare alle scelte dei vertici compiute fra il 2007 e il 2009, al tempo fatidico di Antonveneta, madre di tutte le digrazie del Monte e “delitto” a tutt’oggi misterioso e impunito.

E chi meglio dell’attuale Amministratore Delegato, che abbiamo la fortuna di avere qui davanti a noi, potrebbe spiegare i tanti perché ancora insoluti delle decisioni che hanno creato i presupposti per la crisi endemica della banca?

Perché Lei, dottor Morelli, in quell’ ”epoca era il numero tre di Rocca Salimbeni, già Vice Direttore Generale, poi Responsabile del Gruppo di lavoro incaricato di raccogliere i finanziamenti necessari per la realizzazione dell’affare, infine Cfo.

Ha sempre sostenuto, anche di recente come testimone al processo Mps di Milano, che nel 2010 “ho ritenuto opportuno uscire da Mps…perché il mio modus operandi non era allineato. I miei comportamenti erano disallineati rispetto allo standard della casa” (Il Sole 24 Ore 8 marzo 2018).

Ha insistito e ripetuto di aver appreso del collegamento fra la ristrutturazione del derivato Alexandria con Nomura e l’acquisto dei 3 miliardi di Btp 2034 solo nel 2013, tre anni dopo le sue dimissioni da Cfo. Lei era uno dei massimi vertici operativi, ma le responsabilità delle scelte scellerate furono solo di Mussari e Vigni e, se occorre, delle strutture operative che gerarchicamente dipendevano da Lei.

Soffermiamoci un attimo sulle questioni Alexandria e Fresh. Con riferimento alla prima esistono numerose e mail risalenti al 2009 con le quali alcuni organi di vertice la mettevano al corrente del collegamento citato, se non giuridico, certamente strutturale. In particolare sul Fatto Quotidiano.it del 9 ottobre 2016 viene riportata una e mail inviatale da Giovanni Conti, all’epoca Risk Manager, in cui viene evidenziata chiaramente tale liaison. Scrive Conti: “Tale operazione (acquisto Btp) si riferisce al finanziamento di titoli di Stato (Btp 5 agosto 2034) per circa 3 miliardi legati alla ristrutturazione dell’operazione Alexandria”.

Veniamo all’aumento di capitale di un miliardo riservato a JP Morgan, il famoso Fresh, del quale al processo Mps-Antonveneta di Milano si dovrà stabilire la vera natura.

L’ipotesi avanzata dai Pubblici Ministeri è che quello strumento innovativo in realtà sia servito per mascherare il fatto che il Monte non fosse in possesso dei requisiti patrimoniali richiesti dalla Banca d’Italia per l’acquisizione. Rocca Salimbeni, come un prestidigitatore provetto, avrebbe fatto passare per aumento di capitale un finanziamento concessole dalla banca statunitense.

Chi era il Responsabile di quel progetto? Lei e, se mai ce ne fosse bisogno, lo testimoniano due delle tre indemnity rilasciate dal Monte dei Paschi in favore, direttamente o indirettamente, di JP Morgan. Il concetto viene ribadito dal suo subordinato Raffaele Giovanni Rizzi, in quel periodo Responsabile dell’Area Legale: “Morelli era il responsabile del progetto e colui che andava informato su tutto del progetto”. La banca “amica” statunitense all’epoca era di casa in Monte dei Paschi. Sempre secondo Rizzi fu Lei assieme a Massimo MolinariResponsabile della Tesoreria, a selezionare JP Morgan per il Fresh.

Con la prima garanzia, da Lei firmata il 15 aprile 2008, il Monte garantiva l’aumento di capitale Fresh di un miliardo di euro con capitale proprio, assegnando in pratica a JP Morgan il particolarissimo status di socio senza rischi. La seconda venne firmata da Massimo Molinari, solo dopo il suo benestare, il 10 marzo 2009 nel bel mezzo di un’assemblea degli obbligazionisti Fresh chiamati ad approvare le modifiche al contratto pretese da Bankitalia e fu rilasciata a favore di Bank of New York in qualità di mandataria per il collocamento dei titoli.

Il Monte garantiva ad alcuni primari obbligazionisti del Fresh il pagamento delle cedole anche nel caso non ricorressero le condizioni restrittive stabilite dalla Vigilanza, rischio che avrebbe dovuto essere di competenza di JPM.Evidentemente, dottor Morelli, in coscienza deve aver considerato quei comportamenti come “disallineati rispetto allo standard della casa”.

Fra le varie sorprese del Fresh ve ne è una davvero straordinaria. Nei contratti che lo regolavano vi era una clausola che probabilmente costituiva un unicum a livello mondiale: prevedeva l’obbligo per Mps di pagare una somma annuale milionaria a favore di JPM per il preteso costo da questa sopportato per l’appostazione in bilancio delle azioni di Rocca Salimbeni. Un socio davvero speciale “l’amico americano”, che oltretutto ottenne di versare solo 950 milioni di euro per il Fresh invece del miliardo previsto, perché 50 se li tenne a titolo di garanzia per il pagamento di quel costo.

Si ricorda Amministratore Delegato cosa rispose al P.M. Nastasi quando le chiese che cos’era il costo del bilancio? Morelli 1): “Eh…scusi? Che vuol…il?” Morelli 2):  Cioé uhm…beh mi, mi…qualifichi che…che vuol dire il costo nel bilancio previsto” Morelli 3): “Questo non sono in grado di risponderle, cioé non, non, non ho elementi per darle una risposta”.

Ma come dottor Morelli, Lei era responsabile del finanziamento Fresh e non conosceva per nulla una clausola che privilegiava in modo così sfacciato JP Morgan a danno del Monte? Mah!

JP Morgan svolge un ruolo preponderante nel finanziamento dell’acquisizione di Antonveneta, finendo con l’assurgere alla posizione di dominus nei confronti di un Monte prono ai suoi diktat, eppure Lei afferma di non essersi accorto di niente.

L’ombra lunga della super banca americana riappare il 14 settembre 2016, giorno della sua nomina ad Amministratore Delegato, che la generalità dei media ha celebrato come un’imposizione di JP Morgan operata tramite l’opera dei fedeli esecutori Renzi e Padoan.

A mero titolo di informazione ricordo che (leggo dal curriculum da Lei redatto) “Prima di entrare nel Gruppo Mps Marco Morelli era Amministratore Delegato e Direttore Generale di JP Morgan Italia e membro del Comitato esecutivo della JP Morgan Europa”.

Con riferimento al Fresh, Bankitalia – come riferito dal Il Fatto Quotidiano.it il 9 ottobre 2016 – le ha comminato l’8 ottobre 2013 una multa di 208.500 euro viste la gravità del comportamento (da Lei) tenuto”le molteplici violazioni”.

Nelle motivazioni del documento si legge che il comportamento di Morelli (cito sempre la stessa fonte) “risulta di particolare gravità considerato che egli ha partecipato a tutte le fasi dell’operazionedalle prime interlocuzioni (periodo al quale risale l’indemnity del 2008, da lui stesso sottoscrita) fino alla definizione del termination agreement. Tale documento, non può verosimilmente essere stato formato e sottoscritto a sua totale insaputa”.

Poi si prosegue spiegando che “Morelli seguiva da vicino l’operazione di acquisto di Antonveneta e le correlate operazioni di rafforzamento patrimoniale. In particolare partecipava, anche in virtù delle specifiche competenze professionali, alle fasi più significative dell’operazione Fresh, fin dalla sua iniziale strutturazione”“Il sig. Morelli, inoltre, conosceva l’esistenza (come risulta comprovato dalla e-mail del 12.3.2009, della indemnity rilasciata nel 2009. All’ex dirigente non poteva sfuggire la necessità di trasmettere tale documento alla Vigilanza: la garanzia in esame riportava in capo a Mps il rischio di impresa in ordine alla quota parte di notes Fresh su cui insisteva”.

Ora come sia possibile che Bankitalia, dopo un simile verdetto di condanna, si sia avventurata in un triplo salto mortale all’indietro e, insieme alla Bce, abbia tacitamente approvato – chissà perché con motivazioni secretate – la delibera del cda del Monte che riconosce i requisti di correttezza ed indipendenza nella persona del dottor Morelli, è uno dei tanti misteri della vicenda Monte. In Via Nazionale evidentemente i criteri di valutazione godono di una elasticità infinita. Per completezza ricordo che la sanzione di Bankitalia non è ancora divenuta definitiva in quanto l’Amministratore Delegato ha proposto ricorsoColgo l’occasione, dottor Morelli, per invitarla a renderci noto se vi siano aggiornamenti in proposito.

In conclusione:

1) Marco Morelli è in possesso dei requisiti di onorabilità e indipendenza imposti dalle leggi per lo svolgimento del suo incarico al Monte?

2) L’attuale Amministratore Delegato può legittimamente rappresentare la invocata discontinuità rispetto al management responsabile della vicenda Antonveneta?

Esorto i soci qui presenti ad esprimersi. Per parte mia, Egregio Amministratore Delegato, la invito ad assumersi le responsabilità che le competono e a rassegnare le dimissioni. Oltretutto non mi sembra che il Monte dei Paschi di Siena abbia tratto un grande giovamento dalla sua conduzione, come si evince da alcune sue recenti uscite “estemporanee”. Grazie alle quali abbiamo appreso qual è il vero problema del Monte: gli orologi che i 23 mila dipendenti-bamboccioni si ostinano a portare al lavoro. Un vizio davvero insopportabile. Le ricordo che comunque è già pronta per Lei una buonuscita milionaria in azioni proprie del Monte. Mica male…

Marco Sbarra”.

La quiete prima della tempesta (finanziaria)

 Giuseppe Pennisi formiche.net 25 aprile 2018

La quiete prima della tempesta (finanziaria)

Si addensano nubi nere di una crisi finanziaria prossima futura: che programmi hanno a riguardo le varie forze politiche che si stanno cimentando per guidare l’Italia? L’analisi di Giuseppe Pennisi

Il dibattito sulla formazione del nuovo governo, un dibattito che si protrae da diverse settimane, ha oscurato numerosi temi di economia e finanza internazionale. Tra questi uno su tutti merita di essere portato all’attenzione dell’opinione pubblica: si stanno addensando nubi nere di una crisi finanziaria prossima futura. La quiete apparente dei mercati finanziari in questa primavera e le modeste reazioni alle minacce di una guerra commerciale nascondono la preparazione di una bufera. Una testata moderata come The Economist afferma che i mercati finanziari oggi assomigliano ad uno di quei film dell’orrore dell’epoca di Alfred Hitchcock, ad esempio L’uomo che sapeva troppo , che inizia con una piacevole vacanza di famiglia in nord Africa e termina con brividi alla Royal Albert Hall.

Sotto il profilo tecnico l’aspetto più preoccupante è l’aumento dello spread tra il tasso interbancario del dollaro a tre mesi sul mercato di Londra (una delle definizioni del Libor) e l’indice dello swap overnight (Ios). Di norma, il differenziale è impercettibile, appena lo 0,1% ma nella settimana che sta per terminare oscilla tra lo 0,6% e lo 0,7%. Il differenziale è un indicatore del rischio percepito dalle banche nel fare operazioni l’una con l’altra; per esempio, al momento del fallimento di Lehman Brothers toccava il 3,6%, Inoltre, l’indice di volatilità del mercato (Vix) è aumentato rapidamente in febbraio per poi rientrare in marzo ed aprile. I tre indicatori suggeriscono che gli operatori sui mercati azionari avvertono che il quadro si sta facendo più difficile. L’incremento moderato dei tassi d’interesse negli Stati Uniti, e la fine annunciata del Quantitave Easing (Q.e) nell’eurozona avvengono, per di più, in un momento di rallentamento dell’economia reale, considerato inevitabile perché l’economia americana cresce da otto anni (una delle più lunghe fasi di espansione degli ultimi settanta anni) e la seconda maggiore economia mondiale (quella cinese) è anche essa in un periodo di indebolimento.

A questi elementi, si aggiunge la considerazione che negli anni dell’espansione mondiale (a cui l’Italia è riuscita ad agganciarsi solo tardi e male), né i Paesi industrializzati ad alto livello di reddito medio né quelli in via di sviluppo sono riusciti a ridurre il peso dei loro debiti pubblici. Dati del Fondo monetario internazionale (Fmi) documentato che nei Paesi ad alto reddito, in media lo stock di debito pubblico dal 2012 non scende al di sotto del 103% del Pil, un livello che non si conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale; paradossalmente, il debito pubblico comincia a mordere (anche se di poco) pure in Arabia Saudita (dove era un fenomeno sconosciuto) a causa del ribasso dei corsi del petrolio. Il debito dei Paesi a basso reddito è mediamente pari al 46% del loro Pil – un aumento di 14 punti percentuali rispetto al 2012. Nelle classifiche del Fmi , il Paese più indebitato è il Giappone (240% del Pil); tra i “grandi” Paesi (escludendo Grecia, Cipro e simili), l’Italia è il secondo in classifica.

Se lo spread Libor-Ios indica un focolaio di crisi nei mercati azionari, il debito pubblico suggerisce che la miccia potrebbe essere nei mercati obbligazionari a causa del timore di un default di questo o quello, per di più in una fase in cui le banche si guardano con diffidenza.

Il prossimo governo (quale che sia la sua struttura e composizione) dovrà cimentarsi con questi nodi. Che programmi hanno le varie forze politiche che si stanno cimentando per guidare l’Italia?

Francia, Vincent Bollorè fermato per corruzione/ Tangenti in Africa: prolungato lo stato di fermo

Francia, Vincent Bollorè fermato e interrogato per corruzione: Francia, finanziere in custodia cautelare per tangenti in Africa al fine di ottenere concessioni portuali

Vincent Bollorè (LaPresse)Vincent Bollorè (LaPresse)

Nuovi aggiornamenti sulla vicenda che ha coinvolto il noto finanziare Vincent Bollorè, fermato in Francia e indagato per corruzione nell’ambito di un’inchiesta che riguarda la sua società Havas, rea di aver pagato tangenti in Africa per ottenere concessioni portuali. Secondo quanto rivelano fonti giudiziarie, riportate da rainews.it, il fermo dell’imprenditore francese è stato prolungato. La fonte ha inoltre aggiunto che oltre a Bollorè, due dirigenti del suo gruppo sono stati ascoltati dalla polizia anti-corruzione a Nanterre: parliamo del capo della divisione internazionale di Havas Jean-Philippe Dorent e il direttore generale del gruppo Gilles Alix. Vincent Bollorè, come già spiegato approfonditamente, è stato posto in custodia cautelare dalle forze dell’ordine francesi per una vicenda che risale al 2010, con la società Havas rea di aver sostenuto l’ascesa di manager in Togo e Guinea al fine di favorire la concessione di terminali portuali nei due paesi. (Agg. Massimo Balsamo)

“MAI COMMESSE IRREGOLARITA'”

Mentre intanto va in scena l’assemblea dei soci di Telecom Italia, sulla quale le vicende dell’ex numero uno di Vivendi inevitabilmente finiranno per pesare anche se nessuno fino ad ora si è espresso, per Vincent Bolloré sono ore difficili: per lui sono tanti i fronti di “crisi” oramai aperti, a partire dalla vicenda legata alle tangenti in Africa per la quale è in stato di fermo fino ad arrivare alla querelle giudiziaria che si protrae da tempo coi vertici di Mediaset e alla battaglia per il controllo dei vertici di Telecom. Tuttavia, nella giornata di oggi, a sostegno dell’amministratore delegato del gruppo è arrivata una nota da parte della stessa società che, di fatto, ha negato formalmente qualunque degli addebiti fatti dalla magistratura transalpina. “Il gruppo Bolloré nega che la sua società controllata da tempo, la SDV Afrique, abbia mai commesso delle irregolarità: le prestazioni relative alle fatture di cui si parla sono state effettuate con assoluta trasparenza” si legge nella nota diffusa e che, al momento, rappresenta l’unica presa di posizione ufficiale da parte dell’azienda. (agg. R. G. Flore)

ANCORA MARINA BERLUSCONI, “VIVENDI ARROGANTE”

Non rappresenta di certo una brutta notizia, per il gruppo Berlusconi, l’arresto di Vincent Bolloré, il miliardario del gruppo Vivendi che in questi mesi ha messo i bastoni tra le ruote al Biscione in tanti settori, arrivando persino ad ipotizzare un’Opa sull’azienda di famiglia, Mediaset. E non è un caso che tra le reazioni più dure vi sia proprio quella di Marina Berlusconi, presidente di Mondadori che, come riportato da La Repubblica, dopo aver definito Bolloré un novello Attila, ha rincarato la dose:”Di loro (del gruppo Vivendi, ndr) abbiamo visto tutti molto bene e toccato con mano l’arroganza e la spregiudicatezza anche perché non fanno nulla per nasconderle. Quello che nascondono molto bene è il pensiero strategico che c’è dietro i loro comportamenti e lo fanno talmente bene che a volte c’è da chiedersi se lo abbiano davvero”. (agg. di Dario D’Angelo)

MARINA BERLUSCONI, “BOLLORE’ COME ATTILA”

Dopo il fermo di Vincent Bolloré, numero uno di Vivendi che proprio di recente aveva ceduto il passo al figlio Yannick, si registrano le prime reazioni in Italia come peraltro sta già accadendo in Francia: in custodia cautelare per una storia di tangenti, il nome del 66enne finanziere transalpino si intreccia inevitabilmente non solo con le sorti di Tim (in programma l’assemblea degli azionisti) ma anche con quelle del Gruppo Mediaset, tanto che nelle ultime ore è arrivata una dura presa di posizione da parte di Maina Berlusconi, presidente dell’azienda del Biscione: pur non volendo commentare l’arresto di Bolloré, concedendo solamente un “no comment” ai giornalisti, la figlia dell’ex Cavaliere ha attaccato prima Vivendi, spiegando che i contatti col gruppo francese si sono interrotti oramai da tempo e che “l’unica cosa che sta andando avanti sono le cause legali” ha detto a margine di una assemblea di Mondadori. Dichiarando che Mediaset si attende presto di essere risarcita del danno enorme che Vivendi, a suo dire, ha creato loro, Marina Berlusconi ha aggiunto che “il signor Bolloré non si è smentito neppure nel modo in cui si è comportato in Tim, perché ha usato la delicatezza e la compostezza di Attila: solo che Attila un impero enorme almeno era riuscito a crearlo…”. (agg. R. G. Flore)

CROLLA IL TITOLO IN BORSA (-8%)

Ha fatto il giro del mondo la notizia circa il fermo del finanziare Bolloré, fra gli uomini più ricchi della Francia e del mondo. Le accuse degli inquirenti sono quelle di corruzione nei confronti di alcuni leader africani, per ottenere in cambio delle concessioni portuali, importanti per portare a termine degli affari nel continente nero. Ovviamente il gruppo con a capo Bolloré respinge ogni tipo di accusa, ma nel frattempo è arrivato il crollo in borsa. Alla borsa parigina l’azienda del finanziere ha perso circa 8%, e rischia di perdere ulteriori punti percentuali nelle prossime ore. L’avvocato di Bolloré, Oliver Baratelli, ha parlato ai microfoni del quotidiano Le Monde, difendendo ovviamente il proprio assistito: «Bolloré è uno dei leader del continente africano, per via della sua esperienza in quelle zone del mondo da oltre 30 anni, per via della sua rete industriale, e degli enormi investimenti realizzati (più di 2 miliardi di euro negli ultimi otto anni), e solo questo gli permette di ottenere le concessioni portuali». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

ULTERIORI AGGIORNAMENTI

Sta facendo discutere in tutto il mondo la notizia del fermo di Vincent Bollorè, accusato dalla giustizia francese di corruzione nell’ambito di una inchiesta su tangenti pagate dal suo gruppo in Africa riguardo concessioni portuali in Togo e Guinea. Pochi minuti fa è arrivata la smentità del gruppo di Bollorè, che ha negato “formalmente” di aver commesso irregolarità in Africa attraverso la filiale SDV Afrique. Attraverso un comunicato, la società parigina ha sottolineato che le prestazioni oggetto dell’inchiesta sono state realizzate “in completa trasparenza” e l’interrogatorio a cui è sottoposto Vincent Bollorè “permetterà di chiarire in maniera utile alla giustizia queste questioni già oggetto di una expertise indipendente che ha concluso la perfetta regolarità delle operazioni”. Ma la vicenda ha creato le prime ripercussioni negative: il titolo è creato in Borsa a Parigi: -8,9 per cento. (Agg. Massimo Balsamo)

VINCENT BOLLORE’ INDAGATO PER TANGENTI IN AFRICA

Francia, Vincent Bollorè fermato e interrogato per corruzione: nei guai il noto finanziere e produttore televisivo transalpino. Presidente del Consiglio di Amministrazione della holding Havas, Bollorè secondo la rivista Forbes è al 248° posto nella lista degli uomini più ricchi del mondo. Alla guida del gruppo di famiglia Bollorè, è inoltre il Presidente del Consiglio di Sorveglianza della società francese Vivendi (società attiva nel campo dei media e delle comunicazioni). Ebbene, l’imprenditore è alle prese con un guaio giudiziario come sottolinea il quotidiano transalpino Le Monde: Bolorè è stato posto in custodia cautelare e interrogato a Nanterre nell’ambito di una inchiesta su tangenti pagate dal suo gruppo in Africa nell’anno 2010, in relazione a delle concessioni portuali in Togo e Guinea. Oltre a Vincent Bollorè, sono stati arrestati il direttore generale del gruppo Gilles Alix e il capo della divisione internazionale dell’agenzia di comunicazione Havas Philippe Dorent.

VINCENT BOLLORE’ FERMATO E INTERROGATO PER CORRUZIONE

Secondo quanto riporta Le Monde, l’inchiesta che riguarda Vincent Bollorè riguarda le concessione per l’utilizzo di due porti siti in Guinea e Togo. Le indagini sono state avviate quattro anni fa, nel 2014, dall’ufficio di lotta alla corruzione e all’evasione, e l’ipotesi degli inquirenti è che la società Havas di Bollorè abbia fornito consulenze e consigli al fine di sostenere l’arrivo al potere di alcuni dirigenti in cambio di alcune concessioni sui porti sopra citati. Già due anni fa, nel 2016, la sede Africa Logistics del gruppo Bollorè era stata perquisita nell’ambito di una inchiesta aperta nel 2012. Dorent, capo della divisione internazionale di Havas, nel 2010 sostenne la campagna presidenziale di Alpha Condè, attuale presidente del Paese: quest’ultimo nel corso dell’esilio a Parigi avrebbe stretto amicizia con Bollorè e l’ex ministro Bernard Kouchner. Sempre nel 2010, inoltre, Dorent era stato responsabile di parte della comunicazione del giovane presidente togolese Faure Gnassingbè, figlio dell’ex dittatore Gnassingbe Eyadema, sottolinea Repubblica.

Elio Lannutti (M5s): “Governi Renzi e Gentiloni maggiordomi dei banchieri”

https://www.blitzquotidiano.it 24 aprile 2018

Elio Lannutti (M5s): "Governi Renzi e Gentiloni maggiordomi dei banchieri"

ROMA –  “I governi di Renzi e Gentiloni sono stati i più fedeli maggiordomi dei banchieri”. L’attacco arriva da Elio Lannutti, senatore del M5S, intervenuto ai microfoni di Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.

Lannutti ha parlato delle vicende dei risparmiatori e del decreto Salva Banche, con Ubi Banca che non è disposta a risarcirli nonostante il parere dell’Arbitro per le controversie della Consob. “E’ l’ennesima beffa perché ci troviamo di fronte ad una Banca d’Italia che oltre ad essere inutile, è costosa e dannosa –ha affermato Lannutti-. E ci troviamo di fronte ad un governo che, lo dico con amarezza, è il più fedele maggiordomo dei banchieri. Dei governi Renzi e Gentiloni ci ricordiamo l’esproprio criminale del risparmio con il bail in. Cinquecentomila famiglie che non hanno più nulla vanno a un’istituzione che si chiama Arbitro per le controversie finanziarie della Consob, hanno ragione, i soldi del Fondo di risoluzione ci sono, ma questi non pagano e non succede nulla. Allora a che cosa serve questo Arbitro della Consob? E’ una delle gravi vergogne di questo governo, di questa Banca d’Italia e dell’arroganza di banche come Ubi. Noi cercheremo di fare il possibile, farò delle interrogazioni parlamentari, tutto il possibile per tutelare i risparmiatori traditi”.

Come si muoverebbe il M5S al governo sul fronte banche? “Non posso parlare per il M5S, parlo per me, per chi ha fatto 30 anni di difesa dei cittadini con l’Adusbef –ha dichiarato Lannutti-. C’è un programma del M5S che prevede la riforma della Banca d’Italia che così com’è non può andare, perché è in mano alle banche socie e ha dimostrato la sua totale inutilità. Bisogna fare l’esatto contrario di quello che è stato fatto finora. Le banche sono fondamentali, ma non possono dettare ai governi legittimamente eletti la linea dei loro interessi. Prima vengono gli uomini e le donne, poi vengono le banche e la finanza, le banche devono stare al proprio posto e questo cercheremo di fare”.

Ecco tutti gli intrecci fra Macron e la massoneria. Parla Giulio Sapelli

di Tino Oldani startmag.it 25 Aprile 2018

L’articolo di Tino Oldani

Macron e le divisioni scoppiate all’interno della massoneria francese. Ecco un punto di vista interessante per capire la brusca parabola discendente, sia in Francia che in Europa, di Emmanuel Macron.

L’autore è Giulio Sapelli, esperto di geopolitica, una vita trascorsa tra l’insegnamento universitario e l’impresa, oggi ricercatore associato presso la Fondazione Eni Enrico Mattei. Intervistato da Business Insider Italia, mentre Macron è in visita negli Stati Uniti, dove è stato accolto da Donald Trump con tutti gli onori, Sapelli fa il punto su diversi nodi irrisolti della politica mondiale, spaziando dalla Cina alla Brexit, per poi concentrarsi soprattutto sulle questioni europee, riassunte nel titolo: «L’asse Francia-Germania non esiste, e l’Europa sta imbarbarendo a causa del dominio tedesco».

L’analisi più intrigante riguarda la Francia e l’operato di Macron. «È sbagliato dire che in Europa c’è un asse franco-tedesco», sostiene Sapelli. «C’è una dominazione tedesca, a cui e contro cui la Francia, che è il cuore politico dell’Europa, si leva con grandi contraddizioni al suo interno. Il fatto che 24 milioni di francesi non votino, ma votino solo 22 milioni, non significa che c’è la divisione del popolo francese, bensì una profonda divisione nell’establishment».

Di quale divisione si tratti, incalzato dall’intervistatore Edoardo Toffoletto, Sapelli lo spiega partendo da un riferimento personale: «Mi sono abbonato alla newsletter di En Marche! (il partito di Macron; ndr). La cosa che mi ha più interessato è stata che, quando faceva propaganda elettorale, metteva i suoi interventi anche nelle logge del Grande Oriente di Francia, le quali, tuttavia, lo criticavano aspramente per essere troppo un liberale di destra. La massoneria francese è nota per le sue tendenze socialiste: in effetti, il primo maggio, i massoni sfilano dietro Force Ouvrière (terzo sindacato francese) a Parigi. Assieme all’America, la Francia è l’unico paese in cui la massoneria è solidale con il sindacato. Mi sono convinto, quindi, che Macron esprima una parte del potere francese, legata ad altri circuiti massonici più conservatori, come il Rito Scozzese Antico e Accettato, cioè la massoneria inglese legata alla casa reale».

A questo punto non ho potuto fare a meno di andare a rileggere un’intervista rilasciata giusto un anno fa (23 aprile 2017) da Jacques Attali, 74 anni, economista ed ex consigliere di François Mitterrand, che, subito dopo la vittoria al primo turno delle presidenziali francesi del suo allievo politico, disse con orgoglio al Corriere della sera: «Ho scoperto io Macron, e ora vi svelo come governerà». Attali, come gran parte dei politici francesi di primo piano, non ha mai fatto mistero della propria appartenenza massonica. Di lui, si dice che sia un «supermassone oligarchico» di livello internazionale, e Gioele Magaldi, autore di un documentato saggio sulle 36 super logge (Ur-Lodges) a cui sono affiliati numerosi leader politici di livello mondiale, rivela che Attali è affiliato alla superloggia internazionale reazionaria «Three Eyes», fondata da Henry Kissinger, 95 anni, ex segretario di Stato Usa, che ne è tuttora il numero uno.

Politologo bipartisan, dopo avere collaborato con il socialista Mitterrand, Attali ha avuto un ruolo di primo piano nel 2010 anche a fianco dell’allora presidente francese Nicolas Sarkozy, per il quale predispose il rapporto «Liberare l’economia», valendosi della collaborazione di Macron, che allora era un giovane e promettente laureato dell’Ena, la scuola dell’alta burocrazia francese. Un enfant prodige, al quale Attali ha spianato la strada per una carriera folgorante: infatti, quando il socialista François Hollande prese il posto di Sarkozy, una delle sue prime mosse, suggerita da Attali, fu quella di nominare Macron come consigliere economico dell’Eliseo, e poi ministro dell’Economia. Un ruolo pubblico che non ha impedito a Macron di diventare anche un brillante e ricco finanziere dei Rothschild, professione che ha esercitato fino all’elezione a presidente della repubblica il 7 maggio di un anno fa.

Nel suo primo anno di mandato, è mia opinione che Macron abbia cercato di mettere in pratica la linea politica suggerita dal suo mentore, soprattutto in Europa. Ovvero un’inversione di rotta in senso keynesiano e roosveltiano della politica economica Ue, per porre fine al rigore e all’austerity. Fino a scontrarsi con la Germania di Angela Merkel, inflessibile su questi punti. Può stupire che una simile linea gli sia stata suggerita da Attali, che è stato, a suo tempo, tra gli estensori materiali delle regole della moneta unica europea, a cominciare da quelle più ferree, compresa l’impossibilità giuridica della fuoriuscita dall’euro. «Cosa credono, che l’euro l’abbiamo creato per la felicità della plebaglia europea?», diceva allora, da duro massone oligarca.Ma con il tempo, di fronte all’ondata di euroscetticismo che, di elezione in elezione, ha gonfiato le vele dei partiti cosiddetti populisti in vari paesi Ue, anche Attali e una parte di rilievo della massoneria francese hanno cambiato idea, fino a scontrarsi con la Germania. E Hollande, che ne doveva interpretare il mandato e non lo ha fatto, è stato rapidamente accantonato.

Ora il superamento dell’austerità in Europa è diventato una sorta di «hic Rhodus, hic salta» per Macron. Una partita che lo vede in forte difficoltà, di fatto già perdente nel braccio di ferro con la Germania. Gli resta tuttavia il fronte interno, dove si è lanciato in un programma di riforme radicali a 360 gradi (burocrazia, scuola, flessibilità del lavoro, tasse, diritti civili), fino a scontentare interi settori della società, che con scioperi e manifestazioni stanno bloccando la Francia. Non solo. Per Sapelli, anche una parte della massoneria francese è scontenta di Macron: «Come si fa a mettersi contro, come sta facendo lui, al funzionario francese? Ciò non può essere coerente con una visione elitaria del potere qual è quella massonica. I funzionari francesi non sono soltanto l’asse della Repubblica, ma del potere francese». Insomma, un autogol dopo l’altro. Mascherati finora da un attivismo internazionale frenetico (comprese le bombe sulla Siria), blandito dai media. Fino a quando?

(articolo pubblicato su Italia Oggi)

Mediobanca, ci sarà un effetto Bolloré?

Rosario Murgida finanzareport.it 25 aprile 2018

I guai giudiziari del secondo maggior azionista non producono per ora effetti sul titolo della banca d’affari. In gioco un possibile riassetto a Piazzetta Cuccia

Il titolo Mediobanca, oggi debole a Piazza Affari ma ieri in buon rialzo, non sembra risentire particolarmente dei problemi giudiziari di uno dei suoi maggiori azionisti, quel Vincent Bolloré al centro di numerose partite finanziarie in Italia e da ieri finito sotto inchiesta in Francia per presunte tangenti pagate in Guinea e Togo nel 2010.

L’imprenditore bretone, sottoposto alla misura della custodia cautelare e accusato di aver agevolato la carriera di alcuni leader politici in cambio di concessioni portuali, è il secondo maggior azionista della banca d’affari milanese alle spalle della sola Unicredit ma in Italia ha spesso e volentieri rastrellato azioni e partecipazioni di grandi nomi della finanza italiana.

Bolloré è diventato famoso, quantomeno nei circoli finanziari, circa venti anni fa con i primi acquisti di azioni Generali nel quadro di un manovra volta a sostenere il suo mentore, Antoine Bernheim, nell’ascesa, o meglio nel ritorno, ai vertici della compagnia triestina. La sua nomea di raider viene rafforzata dall’ingresso nel capitale proprio di Mediobanca in un momento storico per Piazzetta Cuccia. E’ infatti il periodo dell’uscita del braccio destro di Enrico Cuccia, Vincenzo Maranghi, con il passaggio di testimone ad Alberto Nagel e Renato Pagliaro.

Bolloré, che attualmente detiene l’8,1% di Mediobanca tramite Financiere de Perguet e Financiere de L’Odet, con il 7,86% conferito al Patto di Sindacato, diventa nel tempo ago della bilancia in molte partite intorno a Piazzetta Cuccia, per esempio nella scalata di Cesare Geronzi al vertice della banca d’affari, arriva alla vice presidenza delle Generali e assume così un ruolo sempre più importante in quella foresta di partecipazioni incrociate che regge la galassia Mediobanca-Generali e quella sorta di “pace” alla base dei fragili equilibri della finanza italiana.

Equilibri che Bollorè rompe senza indugi negli ultimi anni con le fulminee operazioni che l’hanno portato a conquistare il controllo di Telecom con il 24% circa del capitale e, dopo il mancato accordo per Mediaset Premium, a sfidare la famiglia Berlusconi entrando nell’azionariato di Mediaset con il 28,8%. Due operazioni al momento caratterizzate da alterne fortune. Nella società telefonica si trova infatti a dover affrontare la sfida lanciata dal fondo Elliott mentre la partita a Cologno Monzese sembra ormai persa dopo il conferimento imposto dall’Antitrust di quasi il 20% a un trust.

Insomma, negli ultimi anni la campagna finanziaria dell’imprenditore bretone registra diverse sconfitte, forse troppe rispetto a un passato condito di numerose vittorie. Ora sono arrivati i guai giudiziari nella sua Francia.

Va detto che Bolloré non siede nel board di Piazzetta Cuccia né milita negli organi del patto. Inoltre, stando alle linee guida europee, nel caso di condanna di primo grado il congelamento della partecipazione sarebbe limitato a quote del 10%. Allo stesso tempo, entro settembre dovranno essere comunicate le disdette al patto, e qualcuno ipotizza possibili novità.

In ogni caso i titoli delle società italiane partecipate non hanno risentito più di tanto dei guai del finanziere bretone. Mediobanca, dopo aver chiuso ieri in rialzo dello 0,72%, perde alle 9,40 solo lo 0,05%, a fronte di un Ftse Mib in ribasso dello 0,17%. Mediaset scivola di oltre il 2% in scia a conti peggiori delle attese mentre Tim scambia di poco sotto la parità.

Bolloré, gli affari africani dietro l’accusa di corruzione e la storia del sequestro in un albergo in Togo

Vincent Bolloré, gennaio 2015, Parigi – foto di ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images

Dietro al fermo di Vincent Bolloré, in Francia, con l’accusa di corruzione, ci sono gli affari africani dell’imprenditore e finanziere bretone patron di Vivendi. Nel mirino degli inquirenti, in particolare, sono finite le modalità con cui il suo gruppo, nel 2010, ha ottenuto le concessioni per due dei sedici terminal container che gestisce in Africa: uno a Lomè, in Togo, e l’altro a Conakry, in Guinea. I magistrati sospettano che i dirigenti del gruppo Bolloré abbiano utilizzato la filiale della controllata operante nella comunicazione Havas per facilitare l’ascesa al potere dei dirigenti africaniassicurando loro consulenze a prezzi scontati con l’obiettivo di ottenere poi le redditizie concessioni portuali.

Il presidente di Vivendi Vincent Bolloré all’assemblea della società. ERIC PIERMONT/AFP/Getty Images

Come si legge sul sito internet, il gruppo Bolloré transport & logistics al centro della vicenda giudiziaria che ha portato al fermo del finanziere sessantasettenne, opera in quattro principali settori: portuale, energia, ferrovie e logistica (come il nome stesso implica). In quanto a porti e terminal, il sito spiega che il gruppo è operatore “leader” in territorio africano. La sola Bolloré Logistics, si legge sempre sul sito del gruppo, operante in cinque macro aree (Africa in primis, Americhe, Europa, Medioriente, Asia-Pacifico), ha costruito una rete che attraversa 105 paesi e che impiega 21.200 professionisti.

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Tutta la Bolloré transport & logistics conta invece 36.700 dipendenti, per un fatturato che nel 2017 ha sfiorato i 6 miliardi. Mentre l’intero gruppo Bolloré, che oltre ai trasporti e alla logistica contempla anche il ramo della comunicazione e dello stoccaggio di elettricità (principalmente batterie per auto elettriche), ha archiviato il bilancio dell’anno scorso con un fatturato di 18,3 miliardi di euro (+82% annuo inclusi i quasi 9 miliardi provenienti da Vivendi e +6% a perimetro comparabile) e un utile netto finale di competenza in crescita di quasi il 60% a 699 milioni. Il 20% circa del fatturato dell’intero gruppo Bolloré arriva dal continente africano, che risulta quindi assai prezioso nella dinamica degli affari.

“E’ in Africa – scrive non a caso la giornalista Fiorina Capozzi nell’ebook “Vincent Bolloré. Il nuovo re dei media europei” (goWare) – che il gruppo Bolloré fa i suoi più grandi affari costruendo un vero e proprio impero”. Tuttavia, scrive sempre Capozzi nell’ebook del 2015, “se da un lato gli investimenti nel continente nero producono ingenti guadagniper il gruppo bretone, dall’altro però gettano un’ombra sulle aziende di Bolloré: in più occasioni Vincent finisce sotto i riflettori dei media francesi, che tentano di ricostruire il network di relazioni africane del suo gruppo e sono particolarmente critici sulla gestione del business coloniale delle piantagioni”.

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Di più. “Negli ambienti della politica parigina – si legge nel libro – qualcuno si spinge a sostenere che il gruppo Bolloré sia oggi l’orecchio dello Stato francese nelle ex colonie come in passato lo è stato Bouygues. Di sicuro per l’azienda bretone non è facile lavorare nel continente nero”. E Bolloré sarà costretto a capirlo a proprie spese negli anni Novanta, quando decide di mettere le mani sull’azienda produttrice di tabacco Sitab. “La preda – racconta l’aneddoto Capozzi – è ambita anche a livello locale: sull’affare c’è nientemeno che il presidente della Costa d’Avorio, Félix Houphouët-Boigny. L’uomo di Stato africano non intende rinunciare alla partita: lo priva (Bolloré, ndr) della sua autonomia in terra africana impedendogli per diversi giorni di lasciare la sua camera d’albergo”.

Altre fonti spiegano che si è trattato di un sequestro durato circa 48 ore e avvenuto in Togo, ma che ha coinvolto un dirigente del gruppo e non Bolloré in persona. A ogni modo la sostanza non cambia: già dagli anni Novanta era chiaro che fare affari in Africa si sarebbe potuto rivelare particolarmente pericoloso per il finanziere bretone e i suoi uomini, da tutti i punti di vista. Oggi è arrivata una ulteriore conferma.

Maranello, la storia: «Mi sono fidato e l’affare diamanti adesso è un incubo»

 Edda Ansaloni gazzettadimodena.geolocal.it 23 aprile 2018

La storia di Alessandro Notaro presa a simbolo dalle “Iene” per raccontare gli investimenti-beffa proposti dalle banche

Investire i risparmi di una vita in diamanti, fidandosi della banca di fiducia e ritrovarsi con un terzo del valore investito e con scarse possibilità di rivedere il proprio capitale per intero. Anzi trovando nella banca di fiducia, il primo degli avversari… È quanto accaduto a centinaia di risparmiatori modenesi ora in causa con i rispettivi istituti di credito. È quanto sta vivendo Alessandro Notaro, 38 anni, sposato, con una figlia, la cui storia è finita sulle “Iene”, la trasmissione di Italia Uno, come vicenda simbolo degli investimenti in diamanti,.

Signor Notaro come mai è finito in tv da le Iene?

«Quando ho capito di essere stato truffato, li ho contattati. Sinceramente non pensavo che mi avrebbero chiamato e invece dopo qualche giorno ho ricevuto la telefonata in quanto il “caso” risultava essere di forte interesse visto che le persone coinvolte erano davvero tante (soprattutto nella provincia di Modena e Reggio Emilia)».

Quale è stata la molla che l’ha spinta a denunciare pubblicamente la vicenda?

«Sono andato in banca (PBM filiale di Pozza di Maranello) chiedendo al direttore se c’erano novità in merito alla nostra situazione. Lui, mi ha risposto, rimanendo sul vago, che la BPM (Banco popolare di Milano) non aveva ancora preso una posizione in merito, mentre alcune delle altre quattro banche coinvolte avevano iniziato a convocare i clienti per riacquistare la pietra al valore versato al momento dell’investimento. La cosa che mi ha lasciato molto perplesso è il fatto che mi abbia detto che la banca stessa non è responsabile di tutto questo, in quanto ha semplicemente fatto da intermediaria con la Idb. Al che la mia domanda nasce spontanea: direttore lei mi vuole dire che pur avendo firmato il contratto presso questa banca davanti alla presenza di un vostro funzionario, non siete responsabili di nulla? Quindi nell’acquisto di tutti quei diamanti, la banca non ha guadagnato neanche un centesimo??”

Com’ è arrivato ad acquistare i diamanti in banca?

«Circa due anni fa io e i miei genitori siamo stati “ripetutamente” contattati dalla banca, la quale ci ha proposto l’investimento. Sinceramente sia mia madre che mia moglie, fin dall’inizio, non erano molto d’accordo in quanto non credevano nell’investimento. La Banca, però, ci ha più volte rassicurato perchè da anni questo tipo di operazioni, sembrava essere un “Bene Rifugio”. Una volta convinti, siamo stati richiamati e davanti ad un loro funzionario e l’allora direttore abbiamo firmato il contratto. Visionate le pietre, le abbiamo poi lasciate custodite nel caveau della Intermarket Diamond Business, anche perché ci è stato sconsigliato tenerli in casa. Il lasciarli in banca, in una cassetta di sicurezza, che ha comportato un costo aggiuntivo e non da poco».

Che cifra ha impegnato?

«Il mio investimento si aggira ad una cifra vicina ai 12mila euro, mentre per i miei genitori 20mila euro. Pensi che il vero valore attuale sembra essere il 30 % rispetto a quanto pagato da noi. Quindi vuol dire che il mio diamante vale circa 3.600 euro e quelli dei miei genitori 6.000 euro. Bella fregatura direi….»

A questo punto, quali azioni pensa di mettere in campo?
«Per il momento ci siamo rivolti alla Federconsumatori di Modena, che tramite i loro avvocati,, ha spedito le prime lettere alla nostra banca ( Banco Popolare di Milano) e alla società IDB (Intermarket Diamond Busine».

(FANTA?)FINANZA/ Il fermo di Bolloré riapre il dossier di Intesa Sanpaolo su Generali

Vincent Bollorè è stato fermato con l’accusa di corruzione. Una vicenda che ha conseguenze importanti su alcune società italiane, non solo Tim e Mediaset. SERGIO LUCIANO

Vincent Bollorè (Lapresse)Vincent Bollorè (Lapresse)

Era il luglio del 2015 quando sul Sussidiario veniva scritta, a proposito di Vincent Bollorè, la seguente descrizione: “L’altra faccia del finanziere bretone è quella di un signore con sullo stomaco setole d’acciaio, che come business prevalente finora del suo gruppo ha scelto la logistica mercantile nel continente nero (…). Un business che richiede nella migliore delle ipotesi – che sarà senz’altro quella di Bollorè, sia scritto a scanso di querele – la capacità di respingere le continue richieste di tangenti che arrivano dalle pseudo istituzioni africane; e nella peggiore delle ipotesi, che non riguarderà giammai l’immacolato Bollorè, richiede la disinvoltura necessaria per accordarsi sulle percentuali”.

Due anni e mezzo fa: non era vaticinio, non erano fonti riservatissime, era buon senso, quel che dettava quelle righe. Leggere oggi la notizia piombata nelle redazioni di tutto il mondo, col potente Bollorè – amico dell’Eliseo di Sarkozy, ma non di Macron! – fermato a Nanterre per presunte tangenti pagate a funzionari per ottenere concessioni in Africa, fa effetto, ma anche no. Era solo questione di tempo. Poi, per carità: attendiamo istruttorie e sentenze. Ma dev’essere chiaro a tutti che ammanettare un boss economico-politico di quella fatta è per la Francia un po’ com’è stata in Italia la condanna di Berlusconi per frode fiscale. Ora, tanti auguri a Bollorè, ma è chiaro che la sua stella è al tramonto. Il che fa rovesciare sul mercato italiano una straordinaria reazione a catena.

Che esito potrà mai avere l’assemblea del 4 maggio prossimo con cui Tim dovrà cambiare il suo vertice? Chi voterà per la lista stilata da un signore ristretto nella sue patrie galere anziché optare per quella proposta dagli americani del fondo Elliott? E chi ometterà di notare quanto sia imbarazzante, per Mediobanca, avere un carcerato nel ruolo di maggior singolo azionista? E come potrà tutto ciò non riflettersi nell’intrico di cause intentate dalla Fininvest contro Bollorè per la sua opacissima, tentata (e fallita) scalata a Mediaset?

Insomma, augurando al bretone pronta guarigione giudiziaria e – comunque – proficuo pensionamento in Bretagna, lontano dalle tossiche atmosfere subsahariane, possiamo serenamente considerare in via di azzeramento le sue posizioni di potere nel Bel Paese. Il che però oltre a risolvere alcuni problemi ne determina altri. Proviamo a semplificare. Tim finisce nell’orbita degli americani. I quali hanno preparato, in vista del 4 maggio, una lista di nuovi amministratori tutti italiani, tra cui gente di valore come Fulvio Conti o Luigi Gubitosi. Dovrebbe quindi finir bene.

In casa Mediaset, il nemico è alle corde: ma questo non basta a sanare la crisi industriale e finanziaria in cui versa la controllata Mediaset Premium, che Bollorè si è rifiutato di comprare nonostante avesse firmato un contratto vincolante. Qualcosa andrà fatto: una ristrutturazione? Un write-off? Una vendita (ma a chi, e a che prezzo, cioè con quale minusvalenza?). Ha ragione Marina Berlusconi, oggi, a dire che “il signor Bolloré non si è smentito nel modo in cui si è comportato anche in Tim, perché ha usato la delicatezza e la compostezza di un Attila”. Ma Attila, quello vero, era celebre perché dove passava non lasciava neanche l’erba… Speriamo che in questo caso l’analogia sia smentita.

Poi c’è il quadrante Mediobanca-Generali. Nella drammatica latitanza di quel “capitalismo di sistema” che vede oggi negli ultraottuagenari Giovanni Bazoli e Giuseppe Guzzetti gli ultimi alfieri, chi mai sostituirà il gruppo del bretone nel ruolo di alleato dormiente, utile integratore a un fronte privato altrimenti fragile? Caltagirone e Benetton, che stanno compricchiando quote nel capitale del gruppo assicurativo? Meglio che niente, ma le briciole non sono nutrienti. Se qualcuno volesse scalare ora Trieste troverebbe la strada se non spianata certo meno presidiata: anche se è improbabile che ci sia al mondo un soggetto realmente interessato a un’azienda piena di belle competenze e validi asset ma anche di tanti titoli di Stato italiani che non sono precisamente – con la politica ballerina che abbiamo e la montagna di debito che ci sovrasta – il classico bene-rifugio. Insomma, non si arriverà mai – sarebbe troppo – a rimpiangere l’amico dell’ex presidente Sarkozy, anche lui in gravissime grane giudiziarie, ma quando si crea un vuoto è fatale che prima o poi a riempirlo si affaccino elementi nuovi, e da oggi in Mediobanca e quindi in Generali il vuoto c’è.

Non resta, davvero, che un’impennata di Intesa. Tutti ricordiamo quell’interesse virtuale esplicitato tempo fa Carlo Messina, il capo di Intesa , per le Generali. Intesa è oggi l’unico soggetto bancario che sia contemporaneamente solido, italiano e internazionale. Unicredito solido lo è di nuovo – dopo la ricapitalizzazione e la buona gestione Mustier – e internazionale anche, ma italiano mica tanto, quanto all’assetto di controllo. Che sia giunta davvero, per Intesa, l’ora di rispolverare il vecchio progetto, ammesso e non concesso che ancora lo voglia considerare? 

MONTE DEI PASCHI DI SIENA/ Mps, le ragioni della discesa in Borsa (oggi, 25 aprile)

Monte dei Paschi di Siena news. Mps in Borsa riparte sopra quota 2,7 euro ad azione. Le ragioni della discesa del titolo. Ultime notizie live di oggi 25 aprile 2018

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LE RAGIONI DELLA DISCESA IN BORSA

Nelle ultime settimane il valore delle azioni di Mps è sceso non poco e Giorgio Finucci, ex dipendente della banca ed esponente della lista in Campo con Bruno Valentini Sindaco, ha diffuso una nota per spiegare le ragioni che secondo lui hanno fatto scendere il titolo. La prima risiede nel fatto che Montepaschi “è stata oggetto di una campagna denigratoria, accentuata dalla competizione elettorale” che ne ha fatto “il terreno di scontro di conflittualità politiche. Era necessario far comprendere che la perdita dell’esercizio era sostanzialmente nota fin dalla semestrale di giugno 2017, e che, quindi, non era indice dell’andamento del piano industriale, ma condizione necessaria per la partenza dello stesso”. La seconda ragione è che la notizia delle dimissioni del Cfo Francesco Mele non è stata ben comunicata all’opinione pubblica e ciò ha fatto pensare che qualcosa non andasse nell’andamento e nella gestione della banca. “Infine una dichiarazione dell’Ad Morelli, che al di là dell’erronea generalizzazione sull’orario di lavoro, ha indotto la sensazione che il conseguimento degli obiettivi del piano industriale non fossero in linea con quanto previsto”.

Secondo Finucci, “tale situazione ha creato sconcerto all’interno e sfiducia all’esterno. Per rispondere l’azienda ed il Mef, azionista di controllo, hanno redatto singoli comunicati, che non prefiguravano reazioni adeguate: sarebbe stato preferibile intervenire più tempestivamente e con un taglio più propositivo”. Dunque ora sarebbe auspicabile che vengano intraprese “azioni contro le fake news e per supportare l’immagine della banca, il che non può che passare da una comunicazione più viva, più fresca, più attenta”.

Morto a 94 anni Mario Galbusera, il papà dei biscotti

askanews.it 24 aprile 2018

Col fratello fondò l’azienda valtellinese nel 1950
Morto a 94 anni Mario Galbusera, il papà dei biscotti

Milano, 24 apr. (askanews) – Si è spento all’età di 94 anni Mario Galbusera, il papà dei biscotti Galbusera, storica azienda valtellinese. Dei suoi 94 anni di vita, Galbusera ne ha trascorsi 60 in azienda trasformando la pasticceria fondata da suo papà Ermete in un grande stabilimento. Il primo, aperto nel 1950 col fratello Enea, era in quel di Morbegno, dove Mario era nato, ma 16 anni dopo sono costretti a trasferirsi a Cosio Valtellino per ampliare l’azienda che arriverà a contare 10 linee di produzione.

L’azienda sotto la guida di Mario, che dopo gli studi di ragioneria aveva studiato per qualche anno in Bocconi, cresce aprendo una nuova sede dedicata alle attività commerciali e di marketing ad Agrate Brianza e imponendosi come nome di riferimento sul mercato dell’alimentare italiano. Nel 2002 Mario Galbusera fu insignito del titolo di Cavaliere del Lavoro.

Mlo/Int9